di Claudio Albertani (traduzione di Irene Caporale)

Oaxaca2007.jpgLA FESTA

È così che la APPO raccolse i consensi di una gran quantità di orga-nizzazioni, individui, e correnti di pensiero. Suscitato da un sussulto di indignazione, il movimento cresceva esprimendo inventiva, creatività e immaginazione.
Le elezioni presidenziali del 2 luglio erano alle porte e la APPO propose di castigare Ulises Ruiz. Sebbene molti dei suoi membri fossero astensionisti, e nonostante i tentativi di frode, a Oaxaca vinse López Obrador con un margine molto ampio. Per la prima volta nella storia locale, il PRI rimaneva in una disonorevole terza posizione, dietro il PAN.
Ne seguì una storia complessa e non ancora conclusa, della quale risaltiamo solo alcuni aspetti. Si è già detto che la APPO nacque ispirandosi alle pratiche democratiche di zapotechi, mixtechi, mixes, amuzgos e altri popoli indigeni che vivono nello Stato di Oaxaca.

Presto, cambiò il nome — un po’ anacronistico — di “Assemblea Popolare del Popolo” (al singolare) in “Assemblea Popolare dei Popoli” (al plurale). Se l’idea di “assemblea” allude alla tradizione di autogestione che persiste nell’80% dei 570 municipi di Oaxaca, bisognava prendere atto che è una tradizione molteplice con espressioni che variano a seconda dei popoli.
Inoltre, la città di Oaxaca è una metropoli indigena. I quartieri periferici sono abitati da immigrati che conservano le tradizioni culturali delle comunità dalle quali provengono. Molti di loro si unirono alle proteste: alcuni erano insegnanti, altri artigiani e venditori ambulanti che apportarono al movimento una ricca esperienza di resistenza contro la miseria, oppressione ed emarginazione a cui sono soggetti da secoli (15).
Al tempo stesso, la APPO attraeva i giovani di cultura urbana la cui identità collettiva si basa sulla vita di quartiere, la musica e le mode culturali. “Gruppi emarginati e discriminati (non solo dal governo) come prostitute, gay, lesbiche e altri emarginati sessuali, si unirono al movimento in maniera discreta”, riuscendo però a ottenere che “i soprusi da loro subiti passassero a far parte della richiesta di giustizia e libertà per tutti” (16).
Da giugno a ottobre 2006, centinaia di migliaia di persone si riversarono nelle strade dando vita a un movimento di tipo nuovo dove convivevano molteplici segmenti della società senza rinunciare alle proprie singolarità. Insieme, forzarono Ulises Ruiz a una sorta di clandestinità sopprimendo nei fatti tutti i poteri costituiti. Insieme, occuparono gli uffici pubblici, creando organi di autogoverno e amministrazione della giustizia come l’“Honorable Cuerpo de Topiles”, una specie di milizia popolare che si ispira alla tradizioni indigene (17).

Non era un movimento classista in senso tradizionale, dato che la classe operaia è praticamente inesistente a Oaxaca (18). Fu qualcosa di simile a un movimento di movimenti dove si vedevano la falce e il martello accanto alle bandiere della Vergine della Guadalupe e alla A di anarchia. La mag-gior parte dei partecipanti si distingueva per l’appartenenza territoriale: quartiere, zona o comunità.
Superò, al tempo stesso, la dimensione locale: “L’esperienza che abbiamo oggi è anche frutto di quanto è stato fatto in Ecuador, Brasile o Argentina. Abbiamo posto attenzione a tutti i processi avvenuti in America Latina e anche gli Stati Uniti con i nostri compagni immigrati” (19).
Nonostante il fatto che i media abbiano subito individuato persone come Flavio Sosa a cui affibbiare l’etichetta di leader del movimento, la APPO non è stata un movimento di leader. In un’intervista che gli feci pochi giorni prima del suo arresto, lo stesso Flavio smentì questa funzione: “Quando iniziò a girare questa frase, qualcuno fece un cartello che diceva: «questo movimento non è di leader, è di base», e lo concludeva firmando come gruppo. Successivamente, dei ragazzi intelligenti aggiunsero a penna: «non è di leader e nemmeno di gruppi»” (20).
E non è stato nemmeno un movimento che aveva come obiettivo il potere, nonostante i deliri stalinisti di qualche suo membro. Questo traspare, ad esempio, da un graffito apparso verso la fine di ottobre 2006 su un muro nei pressi della strada Tinoco e Palacios del centro storico di Oaxaca: “Ci vogliono obbligare a governare, non cadremo nella loro provocazione”. Che significa? Risponde Gustavo Esteva: “Che non ci interessa sostituirci al governo; che questo governo è una struttura di dominio per controllare la gente e che non vogliamo espletare questa funzione” (21).
Di fronte alle atrocità di URO, la gente intraprese un innovativo processo di auto-organizzazione e durante vari mesi, la città capitale visse la singolare esperienza di una vita senza governo e senza burocrazia, ma aperta al dialogo e all’innovazione. Il sapere collettivo si impose in modo pacifico sulle carovane della morte, i sequestri e le violazioni ampiamente documentate da organizzazioni per i diritti umani nazionali e internazionali.
Come in un’autentica rivoluzione sociale, molte persone scoprirono nell’azione le loro capacità recondite. La partecipazione delle donne fu intensa. Alcune delle partecipanti avevano addirittura votato per il PRI, ma il movimento risvegliò in esse una nuova coscienza. Una signora di una certa età, completamente sola e senza altre armi che la dignità ribelle, si appropriò di un autobus per metterlo al servizio della causa. E fu un collettivo di donne a dirigere la televisione durante 20 giorni, dimostrando nei fatti che la comunicazione alternativa può esistere.
Bisogna studiare il ruolo dei media recuperati, che furono la punta di lan-cia della mobilizzazione. L’occupazione e l’autogestione delle 12 emittenti radiofoniche commerciali e del Canale 9 della televisione locale all’inizio furono misure difensive contro la distruzione di Radio Plantón e i danni subiti da Radio Universidad, le uniche voci indipendenti della città. È chiaro che il movimento non si sarebbe sviluppato così velocemente senza la radio, una lezione importante sia a Oaxaca che fuori.
C’erano molte locutrici. Una delle più conosciute era una dottoressa di 58 anni — la dottoressa Berta, ormai nota a livello mondiale – che trasmetteva da Radio Universidad giorno e notte, bevendo caffè e fumando sigarette Delicados. Usciva solo per soccorrere le vittime della repressione: io stesso l’ho vista distribuire acqua ai manifestanti da un veicolo della Croce Rossa.
Tutti noi imparammo a riconoscere la sua voce un po’ rauca che con calma e serenità trasmetteva i bisogni dei manifestanti, mentre piovevano pallottole e gas lacrimogeni. Il 3 novembre, giorno successivo alla battaglia di Città Universitaria che segnò la sconfitta ignominiosa della PFP (Polizia Federale Preventiva), mi disse: “A Radio Universidad, come in precedenza a La Ley, Radio Plantón, Canal 9, la comunicazione è come deve essere: di andata e ritorno, con telefono aperto e connessioni via internet per l’estero. Se adesso viene un signore e dice: voglio trasmettere un messaggio, prego signore, passi e dia il suo messaggio. La gente viene e parla con parole proprie, con le sue idee, per giunta la gente è molto obiettiva. Magari non parla uno spagnolo corretto, ma sa ciò che vuole. Questo fenomeno è inarrestabile” (22).
Si è parlato molto delle barricate, interpretandole come prova della “violenza” esercitata dalla APPO. La verità è che le barricate sono nate come misure di difesa per contenere gli omicidi compiuti dalle cosiddette “carovane della morte”, convogli di furgoni della polizia statale senza targa che circolavano di notte, sparando indiscriminatamente contro i passanti.
Dal 21 agosto, dopo l’omicidio dell’architetto Lorenzo Sanpablo, uomini, donne, bambini e anziani costruirono delle barricate su cerchi concentrici che coprivano tutta la città e specialmente le colonie periferiche, più esposte alla violenza dei sicari. Le costruivano di notte e le smantellavano di giorno.
Ce ne furono almeno 1500, anche se nessuno le contò e non potremo mai saperne il numero esatto. A volte erano occupate non da membri dell’APPO, bensì da semplici cittadini e casalinghe che in tal modo esprimevano la loro simpatia per il movimento. La mattina dovevano andare a lavorare, ma poi passavano nottate intere a vegliare sulla barricata, all’insegna di una vera e propria festa collettiva (23).
Mi pare che l’aspetto festivo rappresenti l’unico parallelo pertinente con la Comune di Parigi, che a suo tempo fu definita la più grande festa dell’Ottocento. Alla fine, la Comune di Oaxaca rimase isolata così come la sua illustre antenata: non ci furono in Messico – e neppure all’estero – grandi mobilitazioni a favore della APPO.
Bisognerebbe aggiungere che la gente di Oaxaca non parla di “comune” ma di comunalità, termine che rimanda alle esperienze indigene locali (24). A ogni modo, è chiaro che i ragazzi delle barricate, quelli che si cimentarono nelle battaglie di strada, non erano “professionisti” né militanti nel senso tradizionale del termine. Erano solo il popolo — anche bambini di strada, come che si vede in un video del collettivo Mal de ojo (25) -, gente che non sapeva niente di guerriglia urbana e si addestrò al calore dei fatti.

E ADESSO?

Il grande movimento sociale che scosse la società oaxaqueña è uno degli avvenimenti più importanti della storia recente del Messico, paragonabile solo all’insurrezione zapatista del 1994. La risposta popolare agli abusi di URO fu tanto inaspettata quanto massiccia, creativa e ottimista. All’ecologia della paura gli abitanti di Oaxaca risposero con l’ecologia della festa, particolarmente radicata nella tradizione locale. Contro i deliri di potere riaffermarono il loro diritto al tirannicidio non violento, espresso perfettamente dallo slogan “ya cayó, Ulises ya cayó” (che si può liberamente tradurre: “non c’è più, Ulises non c’è più”).
La APPO è il risultato di un lungo processo di accumulazione di esperienze storiche – di errori e di successi – che convergono sull’obiettivo comune di democratizzare le strutture del potere. Anche se si è visto che il contenuto di questa democratizzazione è ancora oggetto di dispute, è pur vero che fu il collante di un movimento multiforme che non può essere interpretato mediante le tradizionali analisi marxiste o sociologiche.
“Ciò che si delinea a Oaxaca si situa nella linea di continuità della Comune di Parigi e delle collettività andaluse, catalane e aragonesi, create durante la rivoluzione spagnola del 1936-1938, in cui l’esperienza di autogestione gettò le basi di una nuova società”, scrisse Raoul Vaneigem in un appello alla solidarietà internazionale pubblicato in Messico dal quotidiano La Jornada (26).
Vaneigem ha ragione nel senso che quanto accaduto a Oaxaca nel 2006 è motivo di speranza per tutti coloro che cercano alternative alla barbarie imperante dentro e fuori dal Messico. Ma è altrettanto vero che la repres-sione annichilì quelle stesse speranze. Non citerò in quest’occasione il calvario che ha vissuto il popolo di Oaxaca a partire dal 27 ottobre 2006, giorno in cui furono assassinati il giornalista Brad Will a Santa Lucía del Camino e un numero indeterminato di persone a Santa María Coyotepec.
La miglior fonte di informazione continua ad essere il menzionato rapporto della CCDIOH, le cui conclusioni sono: “la Commissione considera che gli avvenimenti accaduti a Oaxaca sono l’anello di una strategia giuridica, poliziesca e militare, con componenti psicosociali e comunitarie, il cui obiettivo finale è ottenere il controllo e l’intimidazione della popolazione civile nelle zone in cui si sviluppano processi di organizzazione civica o movimenti di carattere sociale apartitici” (27).
Ho partecipato personalmente a questa esperienza, e sono testimone del fatto che questa conclusione non solo è moderata, ma addirittura insufficiente rispetto alla realtà. Sebbene possiamo provare che ci furono almeno 23 vittime fino alla seconda metà del gennaio 2007 (tutte dalla parte del movimento), non abbiamo potuto documentare il gran numero di desaparecidos dall’inizio del conflitto. Perché? Perché il terrore è tale che la gente non si è azzardata a denunciare la scomparsa dei propri cari, neanche di fronte a un’autorità di fiducia come la CCDIOH.
Gli abusi delle forze dell’ordine non furono “eccessi” né “errori”, bensì un freddo esperimento di ingegneria sociale, in cui i poteri federali agirono in coordinamento con quelli locali. Cosa volevano? Probabilmente testare la resistenza del popolo alla repressione, senza perdere il controllo della situazione. Come spiega perfettamente Armando Bartra: “prepararsi ad affrontare masse in fermento vuol dire supporre che prima o poi appariranno” (28).
A Oaxaca le masse apparvero e, come in Centroamerica negli anni ’80, il proposito fu quello che i manuali di controinsurrezione chiamavano “togliere l’acqua al pesce”: seminare il terrore e mostrare ai comuni cittadini che cosa rischiano se oltrepassano i limiti. L’inaudita condanna a 67 anni di reclusione, recentemente subita da Ignacio del Valle, Felipe Álvarez y Héctor Galindo – leader del Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra (FPDT) di Atenco – colpevoli come i loro fratelli di Oaxaca dell’orrendo crimine di dissidenza, gettano una luce sinistra sul Messico calderonista (29).
Qual è il bilancio di 7 mesi di controinsurrezione? Lo stato di terrore continua, nonostante le dichiarazioni ufficiali in senso opposto. I prigionieri vengono liberati in maniera arbitraria e con il contagocce, come detta la stessa strategia controinsurrezionale con cui furono detenuti (30).
Ci fu una progressiva ritirata delle masse, e mentre le voci della pluralità venivano messe a tacere, i gruppi della vecchia sinistra guadagnarono spazi che prima non avevano. O, per meglio dire, spazi che occupavano i loro militanti in quanto partecipanti legittimi del movimento, e non in quanto dirigenti di un determinato gruppo.
Alcuni di loro lavorano giorno e notte per trasformare la APPO in un’organizzazione politica verticale e di stampo stalinista. Questo si vide, ad esempio, nel Congresso Costitutivo della APPO (10-12 novembre 2006) o nella “Assemblea Popolare dei Popoli del Messico” – tentativo abbastanza fallimentare di “esportare” il modello dell’APPO – quando un noto esponente del “Fronte Popolare Rivoluzionario” (FPR) affermò senza peli sulla lingua che “il movimento di Oaxaca è un movimento di dirigenti” (31).
Alle tradizionali rivalità tra le vecchie organizzazioni che portano il peso di 30 anni di sconfitte, si aggiunse dal febbraio 2007 la divisione in materia elettorale: partecipare o no alle elezioni locali che si sarebbero tenute ad agosto. Si formò, all’interno della APPO, un blocco elettorale (FPR, FALP, NIOax, ecc.) che iniziò una battaglia a morte contro il blocco astensionista (VOCAL, CODEP, CIPO, POS, etc.). A sua volta, il blocco elettorale si divise per conflitti interni: chi si sarebbe aggiudicato quale candidatura e con quale partito.
Alla fine nessuno ottenne granché: con la sua solita generosità, il PRD concesse loro una sola candidatura. I danni, invece, furono incalcolabili. Uno di questi è, molto probabilmente, l’arresto di David Venegas – consigliere della APPO, eletto dal settore delle barricate – membro di VO-CAL, libertario e astensionista. Il 13 aprile David fu arrestato mentre andava a una riunione della APPO, con la fantasiosa accusa di possesso di 30 grammi di cocaina e due buste di eroina.
Settimane dopo lanciò dal carcere gravi accuse contro alcuni noti dirigenti del blocco elettorale, a cui attribuì la responsabilità del suo arresto. Senza entrare nel merito della questione, il fatto è che David venne arrestato con la stessa accusa che loro stessi avevano fatto circolare su di lui, prima che venisse arrestato (32).
C’è di più: nel mese di marzo, come parte della controffensiva, la polizia aveva seminato degli esplosivi nei dintorni di quella che era stata la barricata di Brenamiel, accusa immediatamente smentita da David durante una conferenza stampa (33).
Stando così le cose, sarebbe inutile cercare le organizzazioni pure, separare le “buone” dalle “cattive” o le “rivoluzionarie” dalle “riformiste”. Le linee di divisione non passano per le organizzazioni, le attraversano. Anche tra gli stalinisti del FPR possiamo trovare compagni e compagne valorosi. Rivitalizzare il movimento non è neanche una questione etnica. L’apporto degli indigeni è fondamentale, questo è indubbio, ma neanche loro sono immuni alla corruzione o alla funesta seduzione della politica professionale, come molti mi hanno confessato personalmente.
David suggerisce che “se il canale che offre la APPO […] è stretto e limitato, questo popolo eroico saprà trovare il cammino per la sua liberazione” (34). La diagnosi è severa, ma non lontana dalla realtà. Eppure non tutto è perduto. A Oaxaca circola una domanda: come ricreare il momento magico vissuto l’anno scorso? Solo le donne e gli uomini che parteciparono al movimento possono trovare la risposta. Nel frattempo, il 14 giugno, 100 mila persone sono tornate in piazza per esigere la destituzione di URO e il 18 la sezione 22 ha di nuovo istallato l’accampamento nel centro storico.
No. Oaxaca non è in pace.

Città del Messico, 20 giugno 2007

NOTE

(15) Intervista a Nicéforo Urbieta, 3 Maggio 2007.
(16) David Venegas, lettera citata.
(17) Nelle comunità indigene i “topiles” vengono eletti in assemblea ed esercitano gratuitamente la giustizia con il bastone del comando e senza la necessità di portare armi con sé.
(18) Questo causò le aspre critiche di un gruppo anarchico che scorse nella APPO un movimento riformista, piccolo borghese (!). Cfr: “Oaxaca: APPO y el reformismo de siempre”. 

(19) Miguel Linares Rivera, intervista citata.
(20) Intervista a Flavio Sosa, 4 novembre 2006.
(21) G. Esteva, intervista citata.
(22) Intervista con la dottoressa Berta Muñoz, Oaxaca, Città Universitaria, 3 novembre 2006.
(23) “Las barricadas fueron la manera en que el pueblo mantuvo al movimiento”, intervista con “Drak”, pseudonimo di un membro del Consiglio Statale della APPO e della barricata di Soriana.
(24) Sul concetto di “comunalità” v. Benjamin Maldonado, La comunalidad indígena.
(25) Questo collettivo ha realizzato un eccellente lavoro di documentazione degli eventi di Oaxaca. Cfr. www.maldeojotv.net.
(26) Raoul Vaneigem, “Llamado de un partisano de la autonomía individual y colectiva”, La Jornada, 11 Novembre 2006.
(27) CCIODH, “Conclusiones y recomendaciones preliminares”.
(28) Armando Bartra, “El tamaño de los retos”, La Guillotina No. 56, primavera del 2007.
(29) La Jornada, 6 Maggio 2007.
(30) Secondo il quotidiano Noticias de Oaxaca del 9 Giugno 2007 rimangono solo sei prigionieri e circa 20 ordini di cattura contro membri della APPO. A questi bisogna aggiungere un numero indeterminato di prigionieri politici di altri conflitti, in particolare nelle regioni dei Loxicas e di Santiago Xanica.
(31) 11-12 Novembre 2006, locale del SITUAM, Città del Messico.
(32) David Venegas, lettera del 15 maggio 2007.
(32) La Jornada, 14 aprile 2007.
(33) David Venegas, 23 aprile, lettera citata.

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