di Alberto Prunetti

[Memoria sommersa e insubordinazione popolare: terza e ultima puntata degli estratti da Potassa, edito da Stampa Alternativa. I precedenti post si trovano qui e qui]
marchettinicarmilla.jpg13 luglio 1921. Un pomeriggio estivo come tanti, a Potassa, stazione di Gavorrano, nella Maremma grossetana. Un pomeriggio caldo, coi campi che cominciano a ingiallire, i contadini che bestemmiano sotto il sole, senza vento: la vita di sempre. D’un tratto un punto nero, lontano sulla linea dell’orizzonte, comincia a sollevare prima polvere, poi rumore, un fastidio che entra nelle orecchie cerose del barrocciaio Sandrini e lo disturba più dei tafani che da ore torturano le orecchie dei suoi muli. Il punto nero si fa più grande: è un autocarro. Il Santini scorge gli abiti neri degli individui che occupano l’automezzo: sono fascisti, si muovono da un paese all’altro dell’Alta Maremma per “bonificarla” dei tanti sovversivi che rendono la vita difficile ai signori. Giunto nei pressi di Potassa, l’autocarro dei fascisti è costretto a fermarsi bruscamente. Il barrocciaio Santini si è messo di traverso alla strada e impedisce il passo agli “italianissimi”. L’individuo si ostina, nonostante le minacce, nel suo proposito. Ne nasce una disputa, e il barrocciaio viene ferito da un colpo di rivoltella. I fascisti liberano la strada e si rimettono in movimento. Ma c’è un uomo che tenta di inseguirli. È il cognato del barrocciaio, si chiama Domenico Marchettini.

Marchettini Domenico, facchino alla stazione di Gavorrano, sovversivo di simpatie comuniste. Di solito va in giro armato. Di carattere è facilmente irritabile. Se ne sta nei pressi della stazione e assiste da lontano al ferimento del Sandrini. Il fatto che i fascisti possano permettersi di ferire un suo parente e filarsela indenni non serve a tranquillizzarlo. Probabilmente non gli va giù che i nerocamiciati siano sfuggiti ai suoi propositi vendicativi. Lascia i quattro pacchi che stava trasportando e si mette a correre dietro al veicolo degli squadristi. Ma riesce solo a mangiare la loro polvere. Rimane sudato, col cuore che gli sobbalza sul petto e sputa il sangue alle tempie. Non si è ancora calmato, bestemmia, poi si guarda intorno come fanno certi cani alla catena quando non possono aggredire lo sconosciuto. D’un tratto si accorge che non è solo. Non molto distante c’è un proprietario terriero: è Lattanzio Donati, uno a cui il fascismo gioverà. Il Donati è seduto nell’aia del podere S. Francesco, una sua proprietà poco distante dalla stazione, e guarda una trebbiatrice al lavoro nei campi di grano. Vede il Marchettini che si dirige verso di lui, distante una trentina di metri. Il facchino porta in cintola due grossi coltelli da macellaio e una rivoltella abbrunita. Pronuncia alcune frasi sconnesse: probabilmente è ancora scosso per il ferimento del parente. Come se tanta propaganda fascista avesse fatto corto circuito in quel cervello, blatera: “Siamo tutti fascisti; dobbiamo essere tutti fascisti”. Si avvicina al Donati, impugna nella destra un coltello e si scaglia contro di lui. Vibra un colpo verso il cuore, d’istinto questi si ritrae, il colpo lo raggiunge solo di striscio. Il ferito cade per terra e viene nuovamente raggiunto dal coltello del Marchettini. Un ex fattore del Donati vede la scena, interviene e si frappone tra l’assalitore e la vittima. Il Marchettini, secondo un verbale di polizia con le dichiarazioni della parte lesa, e cioè il Donati, minaccia anche l’ultimo arrivato: “Lasciatemi stare; levatevi di qui; altrimenti ammazzo anche voi.” Il Donati è ancora a terra e si lamenta. Viene soccorso da altre persone accorse, che lo allontanano dal luogo dell’aggressione.

Il Donati si rialza, regge l’anima coi denti ma riesce ad allontanarsi. Ha la vista appannata, con una mano cerca di tappare il sangue che sgorga dalle ferite. Di lato vede alcune ombre sbiadite. Sono delle contadine, gli urlano: “Tira via, tira via, perché il Marchettini ti vien dietro con la rivoltella.” E infatti partono alcuni colpi d’arma da fuoco, ma la mira del furioso facchino è, in questa occasione, imprecisa, e i colpi vanno a vuoto.

Archivio centrale di Stato, Ministero dell’Interno, Direzione Generale di Pubblica Sicurezza, Divisione Affari generali e riservati, Casellario Politico Centrale, Marchettini Domenico di Luigi:
statura media – corporatura tarchiata – fronte alta – baffi spioventi – capelli neri – adiposità molta – espressione fisionomica truce – barba rasa.
E poi un particolare che la dice lunga sulla sua confidenza con certe attività non propriamente legali: “talvolta si trucca con lunga barba finta”. Nel fascicolo del Marchettini, tra tante carte di polizia, è presente anche una fotografia che lo ritrae: forse una foto segnaletica, forse l’ingrandimento di una fotografia acquisita durante una perquisizione e ingrandita dalla scuola di polizia scientifica. Per quanto sbiadita, l’ “espressione fisionomica truce” emerge con una evidenza beffarda.
Sempre dal suo fascicolo personale apprendo altre notizie biografiche.
Domenico Marchettini è nato a Tatti, una frazione di Massa Marittima, il 28 febbraio del 1886. È soprannominato “il ricciolo”. Gli uomini della prefettura di Grosseto ne tratteggiano un ritratto non proprio idilliaco:
Ha intelligenza comune e nessun grado di cultura. È scarsamente educato e di carattere violento; in famiglia però si comportava bene. Con le Autorità si dimostrava indifferente. Lavorava con assiduità. In pubblico non godeva stima, ma era temuto. In questa giurisdizione manifestava idee sovversive ed era elemento acceso nelle sue ideologie ed accanitamente contrario al Regime. Non collaborava a giornali né a riviste sovversive e non era abbonato a giornali o pubblicazioni di tale natura. Non riceveva corrispondenza sovversiva dall’estero. Non era capace di dirigere riunioni né di svolgere lavori organizzativi.
Donati, scampato alla furia del ricciolo, medicate le proprie ferite, va a sporgere denuncia alle autorità. Forte del peso di secoli di diritto, firma la sua bella dichiarazione e se ne torna al podere, aspettando fiducioso la convocazione per il giorno del processo. Ha parlato con un avvocato, uno che di timbri se ne intende, e questo glielo ha detto chiaro e tondo: reato contro la persona, violenza aggravata, roba da arrugginire in carcere per anni. Tranquillo, il Marchettini è fregato, non potrà più nuocerti. I giudici del re hanno in mano la faccenda.

Passa qualche mese e il Marchettini viene a sapere che si aprirà, per l’aggressione di Potassa, un processo contro di lui. La cosa è ovvia, eppure il Marchettini se la prende. Con candore avrà pensato che in fondo al Donati gli ha dato solo qualche coltellata, e poi non è nemmeno morto. E poi denunciarlo, suvvia, sono cose gravi. Più ci pensa e più comincia a farsi l’idea che il Donati, denunciandolo, gli ha fatto quasi un torto. E così, per sistemare le cose, decide di presentarsi alla sua vittima, e chiedere spiegazioni.

Ill.mo Sig. Pretore del Mandamento di Giuncarico (Grosseto)
Io sottoscritto Lattanzio Donati fu Francesco da Gavorrano espongo alla S.V. Ill.ma quanto appresso:
Marchettini Domenico, che tentò di uccidermi il 13 luglio decorso come da istruttoria pendente presso codesta Regia Prefettura, avendo saputo che si sta istruendo il processo a suo carico per il fatto di cui sopra, ha fatto ritorno al Gabriellaccio e ieri sera mi chiamò a distanza di circa 80 metri pretendendo che mi avvicinassi a lui…

È la sera del 16 maggio del 1922 quando il Marchettini – desideroso di un chiarimento? – si ripresenta nei pressi del Gabriellaccio, a Potassa. Vede da lontano il Donati, gli fa cenno di avvicinarsi. Il fattore fugge verso il suo podere, distante poche centinaia di metri, e si chiude in casa. Passa una mezz’ora, durante la quale del Marchettini non si hanno notizie. Ma nel giro di qualche minuto, il ricciolo compare di fronte a Vezio, il bestiaio della fattoria. Vezio sta staccando i buoi da un carro per condurli in stalla. “Scendi dal carro e vai via”, gli intima il Marchettini, impugnando un fucile. Nella fattoria del Donati chi può scappa. Chi rimane spranga la porta e si barrica. Il Marchettini inizia a picchiare sulla porta con il calcio del fucile, ma il legno resiste all’assalto. Allora apre il fuoco e una dopo l’altra spacca tutte le finestre del podere. I vetri cadono all’interno, si frantumano sullo scrittoio, sul pavimento. Per il Donati è un incubo. Ogni tanto il ricciolo smette di sparare, allora impreca, minaccia, accompagna gli spari con “grida di morte”. Il ricciolo non ha furia e rimane fino alle 23 nei pressi del podere S. Francesco, alternando spari e ingiurie. Secondo la deposizione del Donati il Marchettini sarebbe entrato nella vicina abitazione di un contadino che lavorava alle dipendenze del Donati e avrebbe intimato alle donne in lacrime di cessare di piangere, “pena la morte” (dalla dichiarazione di Lattanzio Donati al Pretore del Mandamento di Giuncarico).
Il Marchettini si trattiene un po’ e poi si dilegua nel buio, lasciando libero il Donati di uscire di casa.

…Intendo denunciare Marchettini Domenico per i fatti sopra esposti e querelarmi contro il Marchettini stesso affinché sia provveduto a norma di legge e vengano presi gli opportuni provvedimenti per garantire la mia integrità personale.

Lattanzio Donati fu Francesco, possidente
Gavorrano, lì 17 maggio 1922
Da questo episodio emerge l’immagine di un uomo violento, sanguigno, imprudente, agitato da forti passioni. Il Marchettini è un uomo incolto, fa il facchino, poi il bracciante, conduce una vita dura nella Maremma di inizio secolo. Ma non è folle e nemmeno un assassino seriale. È sempre armato, ma quando gli hanno chiesto di sparare per ordine della patria ha preferito la diserzione. È un sovversivo capace di vivere alla macchia, di scegliersi i propri complici, di accumulare reati per fatti violenti e poi scappare all’estero senza mai dare notizie di sé alle decine di spie che lavoravano per il governo italiano all’estero.

Ma chi è il Marchettini? L’uomo ci sfugge. Come possono quattro scarabocchi d’un cancelliere di un tribunale darci anche solo l’idea dell’intrico di passioni, volontà, sensibilità, sangue, sudore, insofferenza, indolenza e lubricità e chissà quant’altro e il contrario di questo, in quotidiana espansione e ritrazione, che si fa persona? Ci rimane lo sguardo torvo, forse ironico di una fotografia. E nessuno è così propenso a fingere come quando si trova spianato un obbiettivo fotografico. Soprattutto se il fotografo ha una banda rossa sui pantaloni neri…

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