di Claudia Andretta

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Era accucciata su un ampio pagliericcio ricoperto da un lenzuolo bianco abbastanza pulito, e si stringeva al petto una coperta di lana grezza. I lunghi capelli ondulati giacevano sotto le sue spalle in tutta la loro lunghezza, e ricadevano di lato sul giaciglio. Ieriel si accorse subito che aveva il volto scavato di chi ha subito ogni fatica umanamente sopportabile, ed è andato oltre. Il suo incarnato, di solito eburneo, era adesso di un biancore luminescente, quasi trasparente, che la fece apparire più simile a un fantasma -o a un angelo, piuttosto che ad un soldato ferito.
Ieriel soffocò un gemito, deglutì e mosse in avanti verso di lei, cercando di non barcollare.
Le si avvicinò e subito le prese una mano, delicatamente, tra le sue. Poteva sentire, sotto il suo tocco, i calli che deformavano e rendevano ruvidi i contorni delle dita di Ranya, lasciati dagli anni di allenamento con la spada e dai lunghi mesi di combattimenti trascorsi da quando avevano lasciato l’Ilendar.

La accarezzò per un po’, osservando il suo petto alzarsi ed abbassarsi da sotto le coperte, al ritmo di un respiro irregolare e sibilante. Trascorsero lunghi minuti – benché Ieriel potesse giurare che si era trattato di una manciata di secondi – prima che Ranya aprisse gli occhi. Sbatté le palpebre, due, tre volte, e con sguardo vacuo si rese conto della presenza di Ieriel, in piedi davanti a lei. Si accorse anche del tocco della sua mano, perché le sue dita si mossero all’interno della delicata stretta di sua sorella.
– Ieriel… – sussurrò, con una voce che non era altro che mera aria, una goccia di vita che la salutò con un battito d’ali, prima di volare via, fuori dalla tenda.
Ieriel represse difficoltosamente le lacrime, ma piegò il viso in una smorfia di sofferenza. Senza più una sola oncia di forza per rimanere in piedi, si accomodò per terra, sopra un po’ di paglia rimasta ammassata accanto al giaciglio su cui stava distesa Ranya, e poi riprese la mano della sorella tra le sue.
Ebbe l’improvvisa e spiacevole sensazione che, da un istante all’altro, fosse già diventata più leggera, quella mano.
– Come ti senti? – si sforzò di chiederle, strappandosi un pezzetto d’anima a ogni sillaba. E subito si morse la lingua, per aver lasciato che un tono tanto lamentoso e triste si condensasse nell’aria intorno a loro, fino a sentire il familiare sapore del sangue invaderle la bocca col suo gusto dolce e ferroso.
Ranya sospirò sonoramente, poi cercò di tirare su aria, ma emise un sibilo, come se l’ossigeno raschiasse contro le pareti dei suoi organi. Tossì con forza, voltando la testa dalla parte opposta rispetto a Ieriel, senza sollevare la mano per portarla davanti alla bocca. Non ne ho la forza.
– Mh… Mi sento… intorpidita. – rispose solo.
Rimase vaga di proposito, perché se qualcosa di lei doveva essere portata via da quel mondo per ultima, era il suo amore per la sua sorellina, e l’istinto di protezione.
Ieriel si avvide, tuttavia, che quella non era stata che una mezza risposta.
– Ti… – deglutì – Ti fa male? – chiese, e soffrì e temette per la risposta.
Ranya chiuse gli occhi e li riaprì, come se sentisse le palpebre pesarle.
– Solo ogni tanto. Per lo più non sento niente.
Appena il suono di quelle parole giunse al cervello di Ieriel, rendendosi pensiero concreto e verità acquisita, le sue labbra iniziarono a tremare, le sue viscere a dolerle come se si stessero torcendo. Come se stessero sanguinando.
La verità che non aveva voluto accettare, quando lo sguardo del chirurgo gliel’aveva rivelata, poco prima, si era adesso insinuata trai suoi sensi, indesiderata e tanto potente da renderla lucida, come fa uno schiaffo in pieno volto.
Sta morendo…
– Bene. – si sforzò di dire: perché non voleva in alcun modo che Ranya la vedesse piangere, e che capisse. – Significa che i chirurghi hanno fatto un buon lavoro.
Slacciò una delle due mani dalla stretta in cui teneva la mano di sua sorella, e se la portò davanti alla bocca, per accogliere un accesso di tosse. Ricacciò indietro le lacrime che le salivano agli occhi, tutt’altro che benvenute.
– Tra pochissimi giorni scommetto che sarai di nuovo in grado di sfidarmi a duello. – e mostrò un sorriso involontariamente simile a una smorfia di dolore.
Fu quando riportò lo sguardo sul volto di sua sorella Ranya, che Ieriel seppe di aver provato un dolore tanto grande quanto quello che doveva aver provato lei, colpita da una spada al fianco, durante lo scontro armato.
Perché una stilettata del metallo più gelido e liscio le penetrò direttamente il cuore, spezzandolo in due parti nette. Una sfera di luce cristallina scorse sul suo viso, e si franse sul lenzuolo bianco del pagliericcio. Vi lasciò un tondo, piccolo alone bagnato.
Le lacrime di una Sacerdotessa, sono queste.
– Ho paura, Ieriel. – sussurrò a quel punto la voce di Ranya. Il coltello nel petto di Ieriel ruotò di novanta gradi.
– Non averne, sorella. – riuscì a dire. E si sorprese che la sua voce fosse uscita così lucida e chiara, così salda. – Non tu. Mai tu. – aggiunse poi, convinta delle sue parole.
– Sarà buio. – disse Ranya, socchiudendo gli occhi. – Mi sarai accanto, sorellina?
Lo stiletto percorse altri novanta gradi, scavando più in profondità. Ieriel si accorse di essere spasmodicamente stretta alla mano di sua sorella, come per trattenerla.
– Sì, sorella. Sì, Ranya. Ti sarò accanto.
– Ho sonno, Ieriel. – disse di nuovo Ranya, senza mostrare di avere udito. – Sono stanca.
E chiuse lentamente gli occhi, respirando profondamente, pesantemente.
– Dormi, Ranya. – bisbigliò Ieriel, – Dormi, dolce sorella. – La ninnananna del suo amore
accompagnò quel sussurro, mentre lentamente lisciava i suoi capelli ramati, percorrendone la lunghezza con le dita.
Fu quando, dopo un tempo non quantificabile, la coperta di lana smise di alzarsi e abbassarsi al ritmo di un respiro che si era per sempre interrotto, che le lacrime iniziarono a scorrere lungo le guance di Ieriel.
Non ebbe bisogno di pensarlo: di dirsi che ne aveva il diritto, che poteva provare dolore, e che doveva piangere, e piangere, e piangere ancora…
Versare lacrime non è qualcosa di controllato come frenarle.
E non fu, quella sera, controllato in alcun modo quanto avvenne dopo.
Cadde in ginocchio, Ieriel, con i capelli e la mano di sua sorella stretti nelle sue.
Oh, Dea!
Iniziò la sua preghiera, le nocche delle dita premute sugli occhi per trattenere le lacrime.
Dolce Keliyah, amorevole madre dai capelli color del miele, ascolta la preghiera di questa tua indegna creatura. Ti prego, mia Signora, accogli Ranya nel tuo caldo abbraccio. Abbi cura, tu che sei una madre dolce e pietosa, della mia diletta sorella.
Le lacrime le solcavano impietose le guance, scorrevano tra le sue dita, brucianti sulle ultime ferite e sui calli lasciati dalla spada e dalla battaglia.
Accoglila presso di te, oh Dea, lei che per lungo tempo ha cercato il volto tuo e del tuo sposo, e vi ha serviti doppiamente come tua Sacerdotessa, e tra gli estremi difensori del tuo popolo unigenito.
Le apparve sorprendente e assurdo quanto lucida e accorata fosse la sua preghiera.
Abbi cura di lei, mia Signora, almeno di lei! Non ho bisogno della vostra presenza al mio fianco d’ora in avanti, mia Signora Keliyah, perché la dannazione dell’eterno dolore è già precipitata su di me.
Ma prendi cura della mia Ranya.

E queste furono le ultime parole che attraversarono la mente di Ieriel; quelle le ultime lacrime che avrebbero bagnato i capelli color del rame di Ranya.
Quando uscì dalla tenda, lasciandosi indietro solo l’odore acre di lacrime e sangue e la eco assordante dei suoi gemiti, il vento gelido che spazzava la Piana dei Topazi le sferzò il viso.

*****

Le parole di quella preghiera, sgorgata dal cuore e figlia di tutto il dolore di allora – che il tempo non ha fatto che scolpire dentro di me, ma non ha temperato – rimbombano ancora nella mia mente, con tutta la forza della disperazione.
E con loro, mi arriva il sentore di miele, nell’aria fresca di questo pomeriggio.
Fino a qui, in Gatarim.
L’odore di miele, che è il segno sensibile della presenza della Dea, qui accanto a me.
Grazie, sussurro commossa e riconoscente: perché so che il Suo tocco sulla spalla e l’odore dolce del Suo conforto mi stanno dicendo che, allora, ascoltò la mia preghiera.
Che la mia fede e il mio dolore trovarono riscontro nella Sua misericordia.
E all’improvviso un volto si materializza davanti ai miei occhi: le fattezze di Ranya, flottanti sulla pietra nella luce del sole, la pelle eburnea, i fili d’argento nei capelli.
I colori degli occhi e dei capelli si confondono con quelli della Dea – come già una volta, tanto tempo fa.
Poi, senza preavviso, senza un addio, l’odore svanisce, e con esso il calore confortante sulla mia spalla.
La portata dei miei ricordi mi ripiomba addosso con tutto il suo peso, mi stordisce con la sua intensità.
Mi sento improvvisamente come se avessi perso una gran quantità di sangue: un capogiro così forte che sono costretta a disgiungere le mani e ad appoggiarle in terra, davanti alle mie ginocchia, per sostenermi e non accasciarmi al suolo.
Mentre respiro più profondamente, per far tornare sangue e ossigeno al cervello e recuperare lucidità, sento Jael, dietro di me, fare un passo avanti nella mia direzione, pronto per venire a soccorrermi. Ci rinuncia quando si accorge che ho recuperato l’equilibrio.
Posso dire con discreta sicurezza che, in un’altra circostanza, se ne sarebbe infischiato nella maniera più lampante e brutale, e sarebbe corso dietro di me, a sostenermi.
Qui e adesso non lo fa, invece.
Credo sia per rispetto verso questo luogo, e verso il mio dolore.
Tuttavia lo sento teso come la corda di un liuto.
Non credo sia per soggezione: lui mi ha aiutato a costruirlo, questo luogo. Terreno sacro, ora in terra pacificata.
Semplicemente è in ansia.
Per me, povera sciocca, che non faccio che farlo soffrire da tempo immemorabile.
Mi fa male sapere che soffre per il mio dolore; che, come mi disse tanto tempo fa, prova compassione per me. Sente il mio dolore come fosse il suo.
Oserei dire che, se solo potesse, se ne approprierebbe, per togliere un peso dal mio cuore.
E, paradossalmente, starebbe meglio.
Purtroppo o per fortuna, ogni essere umano ha il proprio dolore, nella vita, da portarsi dietro come un fardello.
L’amore del prossimo lo rende più leggero.
Quanto meno, l’amore di Jael fa questo, per me.

*****

Non avrebbe saputo dire da quanto tempo era lì.
Potevano essere trascorsi eoni da quando era corsa via dal campo, attraversandolo nella sua lunghezza, e dirigendosi verso la foresta che costeggiava il lato ovest della Piana dei Topazi.
Si era lasciata cadere per terra sull’erba e sui rami, dopo una corsa a perdifiato tra le tende e i soldati addormentati, sotto le fronde di due alberi che s’intrecciavano sopra di lei. Le ginocchia strette al petto e circondate dalle braccia, la fronte riversa sugli avambracci, i capelli ora sciolti a ricaderle davanti al viso fin giù alle gambe, come un liscio e lungo sipario castano.
Ascoltava solo il singulto interiore della bambina che era stata, tempo prima, ora immersa nel buio e tremante nel gelo di una foresta lontana miglia da casa sua.
Le immagini della sua vita si mischiavano nella sua testa.
Vide davanti ai suoi occhi chiusi il giorno in cui discusse con Ranya dell’esistenza della Magia.
Si rivide piccola e arrabbiata, il giorno in cui lei partì per il Santuario degli dèi, a Sintoriah.
Ricordò l’addio che le avrebbe tenute lontane per cinque lunghissimi anni.
Eppure… Cosa sono cinque anni, se paragonati a tutta una vita?
E i singhiozzi riemergevano dalle profondità del suo essere, inesorabili, le lacrime e bagnarle le maniche dell’uniforme su cui teneva premuto il volto.
Avrebbe potuto annullarsi lì, in quell’istante.
Ne sarebbe stata felice: si sarebbe ricongiunta alla sua Ranya.
Oh, sì: voleva che gli dèi la chiamassero al loro cospetto in quel preciso momento, che asciugassero le sue lacrime da amorevoli genitori, che ricucissero la ferita sanguinante che le si era aperta nel cuore e nell’anima. Voleva che riempissero di luce e d’amore il buco nero che si stava allargando dentro di lei, e che stava divorando come una cancrena quanto di umano e vitale ancora le apparteneva e la rendeva viva.
Vi prego, Signori del Cielo e dell’Ilendar, pregò, tra i singhiozzi, chiamatemi accanto a voi e alla mia Ranya.
Ma gli dèi non lo fecero.
O semplicemente la loro mano curatrice non giunse in tempo.
Perché Ieriel sentì solo un acuto capogiro e una forte trazione verso l’alto, che si opponeva al suo peso e alla tendenza ad accasciarsi al suolo. E solo quando si ritrovò a combattere contro l’intorpidimento alle ginocchia, si avvide di essere in piedi, sostenuta da un paio di mani grandi e forti.
I E R I E L !
Una voce stava chiamando il suo nome. Oppure era solo un’allucinazione?
Le parve che provenisse da molto, molto lontano…
Una voce maschile, che si amplificava e avvicinava.
Cercò di aprire gli occhi e mettere a fuoco la vista, ma li richiuse subito, feriti dall’intensità della luce delle stelle.
– Ieriel! Mi senti? – gridò di nuovo la stessa voce di prima, profanandole le orecchie e la testa dolorante. Il volto di Ieriel si piegò in una smorfia di ribellione, e prima ancora che il suo corpo si mettesse a ondeggiare pericolosamente, le due mani che la stringevano presero a scuoterla con vigore.
Non riuscendo a combattere gli scossoni, Ieriel cercò con le sue le mani che la scuotevano, e da quelle risalì ai polsi, che poi strinse con quel poco di forza che riuscì a raccattare. Le mani fermarono le scosse. Una volta ripreso l’equilibrio, Ieriel riuscì finalmente a distinguere l’immagine della persona cui appartenevano.
– Te… Tenente? – chiese, ancora intontita, mentre finiva di mettere a fuoco la vista.
– Ieriel! – gridò di nuovo lui – Per i cinque figli degli Dei! Da quanto tempo sei qui? Sono ore che ti cerco! – tuonò ancora, il tono di voce più alto di quanto in realtà non volesse.
Aveva ricevuto la notizia della morte di Ranya quasi due ore prima, e aveva trascorso tutto il tempo successivo alla ricerca disperata di Ieriel, nell’acuto terrore che potesse fare qualcosa di terribilmente sbagliato. E aveva ora sfogato nelle grida tutta la preoccupazione e la tensione accumulate nel tempo passato a cercarla.
Tuttavia, il suo tono elevato era evidentemente servito a riscuoterla, perché in quel momento Ieriel si divincolò dalle sue braccia e fece un passo indietro, passandosi una mano sul volto arrossato, con aria avvilita.
– Fatica inutile, Tenente. – disse, secca, la voce roca. – Va’ via.
E gli voltò le spalle, facendo un gesto con la mano nella sua direzione, come per scacciarlo.
La testa le girava, e dovette forzarsi per muovere due passi in avanti, per allontanarsi da lui, a capo chino.
Non percorse più di due falcate che si sentì afferrare la mano.
Solo in quel momento, a contatto con il calore rassicurante delle dita di Jael, strette intorno alle sue, si rese conto di quanto fosse ghiacciata la sua mano. Sussultò per un breve istante, immediatamente prima che lui dicesse:
– Non andare. Lascia che ti aiuti.
E lo disse in un bisbiglio dolce e doloroso, così diverso dalle grida gonfie d’ansia di poco prima.
Il tono e le parole colpirono Ieriel così profondamente, che non trovò la forza si sottrarsi alla sua presa, né di lottare, di girarsi, di scappare.
Poté solo abbassare la testa e guardare per terra, mordendosi le labbra per cercare di non piangere davanti a lui.
– Cosa puoi fare, tu, per aiutarmi? – gli disse solo, piano.
Gli Dei non avevano fatto nulla per evitarle quel dolore, nulla per alleviarlo. Le sembrava assurdo che una persona qualunque, adesso, le offrisse il suo aiuto, quando gli immortali le avevano negato il loro.
Lui non seppe mai se fu il cielo, quella notte, e il rumore delle foglie che s’inseguivano sul terreno spinte dal vento che spazzava la Piana. Se furono i suoi arti a reagire in maniera completamente indipendente dalla sua volontà, prendendo l’iniziativa. O se il suo cuore, a spingerlo avanti di due passi.
Ma comunque fosse, Jael si mosse verso Ieriel, e la circondò con entrambe le braccia, senza lasciarle la mano destra che le aveva afferrato poco prima, appoggiandosi contro la sua schiena e accostando il volto alla chioma, libera per una volta dalla treccia.
Sanno di muschio e di foglie, i suoi capelli, pensò, respirando dietro il suo collo.
Non le era mai stato così vicino, ma non era questo ciò importava, adesso: in quel momento l’unica cosa che aveva in mente era portarle il po’ di conforto che poteva offrirle.
– Tutto quello che un superiore, un amico o un amante può fare. – rispose, in un lungo sibilo contro il suo orecchio.
E se al suono di quelle parole Ieriel aveva alzato la testa per un istante, come se una molla gliel’avesse sollevata per poter ascoltare meglio, per non confondere la sua voce con il vento, adesso aveva riabbassato lo sguardo sui loro piedi -così vicini, gli uni dietro gli altri- e le lacrime avevano lentamente ripreso a solcarle il volto, i singhiozzi a scuoterla.
Senza vergogna, adesso, senza trattenersi.
Che senso avrebbe avuto?
Il suo dolore era stampato a chiare lettere nella sua voce e nei suoi occhi. E Jael voleva aiutarla, in qualunque modo: non era a lui che doveva pensare, e alla vergogna di lasciare che la vedesse piangere e disperarsi e ridursi fragile come i ramoscelli sui quali era stata seduta per quasi due ore.
A un certo punto il pianto divenne così forte, lo spasmo così intenso, che si sarebbe piegata in avanti fino a inginocchiarsi, se non ci fossero state le braccia protettive e salde di Jael intorno a lei, ad avvolgerla strettamente. Ma si tese così tanto, al di là del suo abbraccio, irrigidita dalla forza di quel pianto devastante, che lui spostò un braccio a circondale le spalle, la strinse ancora di più e affondò il volto trai suoi capelli. Sussurrò piano:
– Ieriel… Ieriel! Non piangere. Ti prego, non piangere!
Per quanto quelle parole fossero una pretesa inadempibile, per lei, in quel momento, per quanto il suo sussurro pieno di trasporto arrivasse al suo orecchio solo come voce di consolazione, forse mosse comunque qualcosa dentro di lei.
Perché subito Ieriel scivolò all’interno dell’abbraccio del suo Tenente – no: adesso solo Jael, per la prima volta per lei – e si voltò, affondando subito il viso nel suo petto, bagnandogli di lacrime l’uniforme. E lui, di nuovo, non poté che stingerla, e percorrere la lunghezza della sua chioma castana e della sua schiena con le mani, in lente e consolatorie e possessive carezze, tenendo il mento basso sulla sua chioma e respirando caldo fiato sulla sua testa piccola e setosa.
Ancora una volta, lo scorrere del tempo fu dimenticato dalle loro menti e dai loro sensi.
Rimasero lì, in piedi e allacciati in un abbraccio e nel loro rispettivo dolore, avvolti dal vento che arrivava impietoso dalla Piana dei Topazi, pochi passi dietro di loro, e all’ombra della falce di luna e delle foglie degli alberi.
Le lacrime di Ieriel bagnarono il terreno di quella Terra che lei era andata a combattere, che si era portata via e tenuta la vita di sua sorella. I suoi gemiti disperati riempirono il cielo e lo spazio intorno a lei del loro suono privo di eco, del suo dolore, dei sospiri e degli ansiti.
Poi, piano, lentamente, una goccia alla volta, le lacrime sembrarono terminare.
E Jael sentì il corpo di Ieriel perdere quella rigidità di pietra e la sentì lasciarsi andare contro il suo petto, esausta e troppo priva di forze per continuare a singhiozzare, gli occhi chiusi alla notte. E tuttavia, in un momento in cui non lo avrebbe creduto possibile, Ieriel si ritrasse.
Gli voltò le spalle, dandogli la schiena, e dopo essersi asciugata gli occhi alla meglio con le dita e il palmo delle mani, incrociò le braccia sotto al seno, strettamente, incassando le spalle come per soffocare un brivido di freddo.
Il primo impulso di Jael fu quello di stringerla di nuovo a sé, ma si trattenne e desistette.
Non passarono che pochi istanti, riempiti dal sottile sibilo del vento che ora giocava trai capelli sciolti di Ieriel, prima che lei dicesse:
– Va bene, Jael. – e la sua voce uscì flebile, come se le costasse fatica parlare.
E lui, soffocando un sussulto per aver sentito per la prima volta il suo nome dalle labbra di Ieriel, dovette fare un passo avanti verso di lei e la schiena che ora gli mostrava, per essere certo di udire quanto avrebbe seguito.
– C’è qualcosa che puoi fare, per aiutarmi. — disse Ieriel.
E dentro di sé pregò di non essere in procinto di chiedergli troppo.
– Non volevo che finisse in una fossa comune.
La voce di Ieriel, fievole e liquida, ruppe il silenzio degli ultimi, lunghissimi minuti, che fino ad allora erano stati riempiti solo dal rumore della terra smossa.
A quelle parole, Jael smise di scavare, si raddrizzò sulla schiena. Piantò la punta della vanga nel terreno smosso, e si terse la fronte dal sudore che inevitabilmente gliela imperlava e gli appiccicava i capelli, nonostante il clima frizzante. Guardò nella direzione di Ieriel, gli occhi interrogativi, ma non disse nulla.
Lei era appoggiata al tronco di un albero, indietro di pochi metri rispetto a quello sotto il quale Jael stava scavando; aveva di nuovo le ginocchia accostate al petto e strette fra le braccia, e i capelli legati in una familiare treccia castana. Mostrava al Tenente solo il suo profilo, e guardava dinanzi a sé anche adesso che aveva rotto i lunghi minuti di silenzio dietro i quali si era trincerata.
Senza più lacrime, però.
– Ho bisogno di un posto dove venire a trovarla, un giorno – disse di nuovo.
Passarono solo pochi istanti di silenzio, poi Jael riprese a scavare.
Il corpo esanime di Ranya giaceva a pochi passi da lui e dalla fossa quadrata di cui stava raschiando il fondo, avvolta completamente e coperta da un lenzuolo bianco, la spada sporca di sangue appoggiata su di lei.
Ieriel aveva pettinato i suoi capelli, prima che Jael la trasportasse silenziosamente dalla tenda nella quale aveva esalato il suo ultimo respiro fino lì fuori, all’aria aperta e sotto quell’albero. Aveva poi trasportato fin lì una grossa pietra, e recuperato, altrettanto di nascosto, una lunga cassa di legno che doveva aver contenuto i medicinali spediti dall’Ilendar.
Era decisamente un lusso, una cassa di sbarre di legno, se comparata al terrificante anonimato delle fosse comuni.
Poi, a un certo punto, Ieriel si alzò.
Sguainò la spada dal suo fianco e si avvicinò a Jael: dopo uno sguardo che lo inquietò non poco. Si inginocchio accanto alla pietra e iniziò a colpirla da vicino con la punta dell’arma, soffocando gemiti ed emettendo ansiti.
– Questa… servirà… a sigillare… il suo… sepolcro!
Disse, con il fiato corto, mentre la prima lettera prendeva forma sotto i colpi di Khristalia.
R
La seconda.
A
E quelle ancora seguenti.
N
Y
A
Una lettera alla volta, lentamente e non senza fatica, il nome prese forma sotto la lama di Khristalia. Ogni linea incisa era una ferita all’anima.
Quel che accadde dopo rimane confuso, nei ricordi di Ieriel, offuscato dal velo delle lacrime davanti ai suoi occhi.
Solo il volto della sorella, gli occhi chiusi – come fosse stata addormentata – e i capelli di rame sparsi sul lenzuolo drappeggiato in pieghe sotto e attorno a lei.
E poi la fredda terra che faceva rumore – troppo, insopportabile rumore, mentre cadeva sulla cassa di travi di legno.
E ancora lei, Ieriel, inginocchiata con le mani giunte sul cumulo di terra umida che adesso faceva da fredda coperta a colei che era stata la sua diletta sorella maggiore, e Jael, silenzioso, a pochi e timidi passi dietro le sue spalle, come un invisibile angelo custode.
Quando il tempo fu di nuovo niente più che un’astrazione della mente umana, si alzò in piedi.
– Andiamo. E’ quasi l’alba: la battaglia ricomincerà a breve – disse.
Quasi si pentì delle sue parole, e di averle pronunciate, perché erano uscite fuori con un suono liquido del quale, in quel momento, si vergognò. Tuttavia mosse pochi passi in direzione del campo, senza gettarsi un solo sguardo alle spalle.
– Ieriel, non credi sarebbe meglio che tu restassi al campo? – disse Jael, dietro di lei.
La sua domanda era stata secca, poco meno che un ordine.
Ieriel lo sbirciò da sopra la spalla e si rese conto che non si era mosso di un passo. Si girò verso di lui, e dovette battere più volte gli occhi arrossati e tirati per riuscire a mettere completamente a fuoco la sua immagine.
– Dirò che sei stata ferita superficialmente, e che dovevi passare obbligatoriamente una giornata nella tenda ospedale. – propose il Tenente.
A quelle parole, Ieriel gli voltò di nuovo le spalle, e abbassò la testa.
Io sono stata ferita nel modo più profondo, pensò, mordendosi il labbro inferiore tanto profondamente da sentire la carne umida lacerarsi, sotto la pressione dei suoi denti.
– Non ti ordinerò di farlo, ma preferirei che tu non combattessi, oggi. – disse Jael, di nuovo, in tono più asciutto eppure più cauto.
Temeva così fortemente per Ieriel, e soffriva così tanto per il suo dolore, da sentirsi quasi stordito.
Da molto, ormai, era venuto a patti con i suoi sentimenti per lei; da lungo tempo aveva preso atto di essi e della certezza che mai, in alcun modo umanamente concepibile, avrebbe potuto sbarazzarsene o soffocarli.
E, non potendo starle accanto come suo compagno, in quanto suo Tenente e commilitone, tentava di proteggerla in ogni modo che conoscesse.
Finora non ho avuto molto successo,. si disse amaramente, ripensando a quando, mesi prima, aveva escluso Ieriel e Ranya dalla lista dei soldati che lo avrebbero seguito in Gatarim, a dare man forte all’Esercito dell’Ilendar.
Lanciò uno sguardo fugace alla pietra che adesso sigillava il sepolcro della giovane sorella di Ieriel. Ranya dalla treccia ramata, che fino al giorno prima si era aggirata tra le sue fila, come una dei suoi soldati. E soffrì: per se stesso, per lei, per la giovane donna che amava, e che adesso gli mostrava una schiena più curva e fragile di quanto non l’avesse mai vista.
Avrebbe voluto abbracciarla di nuovo, ma si trattenne e non lo fece.
Se solo io…
Ma la voce di Ieriel infranse i suoi pensieri.
– Andiamo, Tenente. La battaglia sta per ricominciare.
La voce di lei non era rotta dal pianto o permeata di dolore, né aveva il tono della disperata rassegnazione che segue la morte di qualcuno di conosciuto e caro.
Quella voce si era condensata nell’aria intorno a loro in un sono freddo e meccanico.

*****

Sorrido debolmente, adesso.
Per quanto, a pensarci, possa apparirmi strano, parlare al silenzio e ricevere in risposta solo il fruscio del vento tra le foglie e il canto degli uccelli non è più così inquietante, per me.
L’animo si è acquietato, pian piano che il mio monologo è andato avanti, e che i ricordi sono fluiti davanti agli occhi della mia mente, inesorabili come l’acqua di un fiume, nelle loro immagini così -così vivide.
A momenti mi è sembrato di ripetere le stesse azioni e di combattere gli stessi nemici.
Di versare le stesse lacrime.
Ma chi può dire che siano diverse, le lacrime che bagnano adesso le mie guance?
Sono ugualmente fredde. Ugualmente amare.
Con un gesto quasi seccato, mi asciugo entrambe le gote col dorso della mano, in un movimento rapido. Tiro su col naso.
Mi volto.
– Jael? — chiamo, la voce flebile. I miei occhi cercano il suo sguardo. Sta osservando la Piana dei Topazi.
Gli tendo una mano. Lui si avvicina, e l’afferra, stringendo forte e intrecciando le sue dita con le mie. Si affianca a me. Cerca i miei occhi, e il suo sguardo mi giunge interrogativo e preoccupato.
Gli sorrido: lo stesso sorriso debole e lucido di lacrime di poco prima.
– Ieriel… – sussurra lui, mentre si abbassa e si mette in ginocchio accanto a me, guardandomi angustiato.
– Stai bene? – mi chiede.
Mi passa una mano grande e ruvida sul volto, portandosi via le lacrime che scorrono, mentre ancora tiro su col naso, per riempire d’aria i polmoni e cercare di trarre lucidità dall’ossigeno che circola nel mio corpo.
– Sto bene. – mormoro, deglutendo subito dopo.
Tento un nuovo, timido sorriso, stringendo di più la sua mano.
E poi riporto lo sguardo sulla pietra, e sulla luce del sole che batte sulle lettere, incise con la spada che porto al fianco. Il vento gioca con i rami dell’albero che ci sovrasta, facendo ondeggiare l’ombra delle sue foglie su di noi.
– Vedi, cosa ti dicevo? Eccolo qui, il tenente Jael. È accanto a me… – breve pausa – Sempre.
La voce mi viene meno, e sono ancora costretta a tossire, indecorosamente.
– Siamo in campagna militare, a pattugliare in confini col Sadani. Il nostro reggimento è a due giorni di cavalcata da qui. – spiego. – Pare che i sovrani Sadanensi di siano risentiti perché la nostra Principessa erede ha annullato il fidanzamento con un nobile della casa regnante, terzo o quarto in linea per il trono, non ricordo.
Mi rendo conto che la mia voce è di nuovo tranquilla, adesso: che il presente, e la presenza di Jael, qui al mio fianco, mi rendono più serena. Decido perciò di continuare a parlare.
– Un assedio non si minaccia: si attua e basta. È per questo che il Regno non ha creduto alle minacce ricevute, e che la notizia non ha fatto tanto rumore da giungere fin quaggiù in Gatarim.
A queste mie parole, avverto che Jael annuisce; mi volto a gettargli uno sguardo e mi apro in un sorriso, che lui ricambia. Lo prendo quasi come un incoraggiamento, e continuo a parlare di politica militare -che è poi l’unico argomento sul quale posso dirmi eloquente.
– Dilène Howthrone non è una guerrafondaia più di quanto non fosse suo padre. Ma non è una stupida, e sa come agire in certi casi, se non altro perché è il Comandante delle truppe dell’Ilendar. Perciò ha ritenuto prudente inviare alcuni plotoni armati lungo i confini, per vedere se tira brutta aria, e se si rischia davvero lo scontro.
Termino la mia spiegazione, e mi sento quasi rinfrancata. Poi mi ricordo che la mano del mio Tenente è ancora stretta nella mia, e il suo tocco rassicurante mi induce a dire altro, perché mi rendo conto che non era per questa spiegazione tattica che l’ho chiamato al mio fianco.
Parlo alla pietra. – È stato Jael a chiedere quattro giorni di permesso al Capitano di lancia, per venire qui. L’idea è stata sua.
Faccio una breve pausa, durante la quale abbasso gli occhi e giocherello con le dita di Jael tra le mie.
– Ci tiene a me, sorella, sai? E se un giorno la vita e gli eventi gli permetteranno di prendere con me un impegno duraturo, verremo qui a dirtelo, io e lui.
Mi mordo il labbro inferiore, mentre lacrime nuove minacciano di straripare dai miei occhi ancora una volta.
Jael si gira a guardarmi, negli occhi ancora un’espressione triste; poi con studiata e tenera lentezza mi prende il volto tra le mani e mi posa un bacio sulle labbra, sottile e dolce.
Sa di promesse, questo bacio.
Jael si alza in piedi, aiutandosi con una mano appoggiata sul ginocchio, e ripercorre a ritroso il vialetto di ghiaia.
– Credo che con quel gesto si sia impegnato con te più ancora che con me – dico complice, rivolta alla pietra, sorridendo con gli occhi. Ed è per questo che mi manchi di più ogni giorno, Ranya…Io, che ero quella che non si sarebbe mai sposata, che avrebbe vissuto da soldato tutta la sua vita, sola e felice di esserlo. Io, che non avrei mai sentito la mancanza di nessuno, la nostalgia della mia vecchia vita. Che sarei stata completa avendo solo Khristalia, al mio fianco, e il rumore di battaglia a riempire le mie orecchie.
Faccio un altro respiro profondo.
– Mi chiedo ogni giorno perché mai tu abbia deciso di partire in guerra al mio fianco. Perché tu abbia avuto il bisogno di fare esattamente quello che io volevo non facessi, e abbia firmato su quel foglio, aggiungendo il tuo nome a quello degli altri volontari. Mi dico che se tu non l’avessi fatto, ora staremmo vivendo entrambe la vita della quale fantasticavamo.
Lascio andare un sospiro, poi chiudo la mano destra in un pugno che poso a terra davanti a me, senza violenza né frustrazione, ma con dolore e impotenza.
– Vorrei… – deglutisco – Vorrei poter odiare quel periodo – dico, pensandolo davvero – Vorrei essere arrabbiata, dovrei essere furiosa con te per avere fatto di testa tua e non essere rimasta in Accademia. Vorrei persino che Jael mi avesse parlato, quella volta, quando litigammo; che mi avesse spiegato perché. Che si fosse imposto e avesse ordinato a me e a te di non partire. Vorrei aver cancellato quella firma elegante, due righe sopra la mia. Vorrei che quel giovane non si fosse sposato prima che tu venissi investita Sacerdotessa, e che l’esperienza al Santuario fosse stata diversa. E vorrei dare la colpa a tutto questo, e odiare quella fetta della nostra vita!
M’interrompo per un istante, di colpo, e mi sorprendo nel trovarmi senza quasi fiato, la eco della mia voce che mi torna in un tono alto. Quasi gridavo.
– Ma non posso.
Su queste ultime parole, tuttavia, la mia voce esce come un flebile fruscio.
– Ci ho provato: gli déi sanno se l’ho fatto. Ma non riesco a non ricordare con un sorriso e con un brivido le notti passate in tenda a curarci le piccole ferite di battaglia, e sotto le stelle a parlare, o il senso di concentrazione che mi dava la sicurezza di saperti al mio fianco, nella mischia.
Le parole premono contro la mia gola per poter uscire, e io ho bisogno di respirare l’ossigeno e gli odori della Piana dei Topazi, prima di poter dar loro voce.
Quando lo faccio, è dolore allo stato viscoso, quello che attraversa ingombrante la mia bocca, dolciastro e disgustoso come il sapore del sangue.
– Come potrei odiare tutto ciò che mi rimane di te?
– Ieriel?
La voce di Jael si insinua improvvisamente trai miei pensieri, le mie lacrime e le parole sussurrate. Mi volto a guardarlo, dalla mia posizione inginocchiata, cinque o sei passi avanti a lui.
– Il tramonto è vicino. Andiamo?
Non dice altro, Jael, e mi guarda angustiato.
Deglutisco ancora una volta, perché voglio che la mia voce esca ferma, quando gli rispondo:
– Dammi solo un minuto, d’accordo?
Lui si limita ad annuire, e si volta di nuovo, dandomi la schiena.
– Verrò ancora a trovarti, te lo prometto. – sussurro, rivolta al raggio di sole che si scompone in mille cristalli sugli spigoli che disegnano il nome in bassorilievo.
Mi avvicino carponi alla pietra che sigilla il suo sepolcro.
Mi chino, e poso le labbra su ogni singola lettera, a baciare l’idolo di questo luogo sacro.
Nessuna lacrima bagnerà il suo nome. giuro a me stessa, qui e adesso. Mai nessuna.
Raddrizzo la schiena, di nuovo ginocchioni, e getto uno sguardo tutt’intorno, ad abbracciare con gli occhi questo luogo.
E poi, alla fine, mi alzo in piedi.
– Ciao, sorella. – mormoro, con voce più limpida.
E raggiungo Jael.
In silenzio, ci avviamo fianco a fianco verso i cavalli, che pascolano serenamente nella luce dorata del tramonto, brucando l’erba di questa pianura. Li recuperiamo, saliamo in sella e puntiamo a nord.
Mentre percorriamo nella sua lunghezza la Piana dei Topazi, che un giorno non lontano io vidi macchiata del sangue di mille e mille uomini, lancio al galoppo la mia cavalcatura.
Voglio che il vento porti via con sé ciò che resta delle mie lacrime.
Che le asciughi dalle mie guance e dai miei occhi.
Ma non voglio, non posso dimenticare.
Ciao, sorella.

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Claudia Andretta, autrice di questo racconto, è studentessa al secondo anno di Biologia presso l’università Federico II di Napoli.
Ai tempi del Liceo ha collaborato con il gionalino e il sito internet scolastico,
ha scritto e pubblicato qualche editoriale e alcune recensioni cinematografiche
per il gionale
City, distribuito gratuitamente.
Attualmente pubblica i suoi lavori sul sito per fanfitcion e racconti EFP, cui collabora in veste di Assistente Amministratore.

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