di Gaspare De Caro e Roberto De Caro

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Patria, amor di (cfr. anche Nazionalismo, Sciovinismo)
Patriottismo dolce.
Si è tenuto recentemente a Fiesole un convegno promosso da alcuni autorevoli personaggi, correnti e sottogruppi della Sinistra per accreditare l’idea che ciò di cui ha maggiore urgenza il Paese è una buona iniezione di patriottismo, proprio la Sinistra apparendo ai convegnisti particolarmente anemica da questo punto di vista (cfr. U. Rosso, E la Margherita lancia il «patriottismo dolce», in la Repubblica, 19 nov. 2006). Si tratterebbe, sostengono a Fiesole, di «patriottismo dolce», senza escandescenze o efferatezze par di capire, essendo la variante hard evidentemente da lasciarsi ad altri, secondo le regole dell’alternanza.

Con tutta la possibile comprensione per le buone intenzioni dei convegnisti, non nasconderemo qualche perplessità su questo ritorno al patriottismo o patriottismo di ritorno. In primo luogo il patriottismo dolce, soft, eufemistico è sicuramente un frutto tardivo: ha avuto la sua buona stagione, non diciamo di no, però oggi appare francamente obsoleto. Ma di questo più avanti. In secondo luogo l’idea che il patriottismo sia «un vecchio tabù della Sinistra» è storicamente discutibile e anche ingenerosa, pressoché calunniosa. Che diamine, non siamo più ai tempi in cui il cuore era a sinistra e il fegato a destra! Come diceva Sganarello, «Sì, una volta era così, ma noi abbiamo cambiato tutto questo». Alzi la mano chi di recente ha sentito parlare di internazionalismo proletario. Bisogna risalire alla notte dei tempi, a prima almeno che la Sinistra elaborasse l’idea patriottica del secondo Risorgimento – come se non fosse bastato il primo – per cancellare dalla Resistenza ogni accidentale idea insana di internazionalismo appunto, nonché di lotta di classe e cambiamento sociale. Né in seguito la Sinistra si smentì mai. Pensate alle elezioni del ’48. La Sinistra avrebbe potuto scegliere un simbolo più patriottico di Garibaldi? È vero che l’Eroe dei due mondi suggeriva l’idea del patriottismo doppio, ma appunto semmai la Sinistra peccava per eccesso, non per difetto. D’altra parte anche gli avversari coltivavano due patriottismi, forse anche tre, e magari vinsero per tale sovrabbondanza.
C’era invero dopo la guerra chi di patriottismo – non si dice di Patria – non voleva più sentir parlare. Non era la Sinistra: era il popolo, la gente, le masse, e lasciamo stare la classe operaia. Di patriottismo avevano sentito parlare anche troppo e da troppo tempo: anche ai politici del ventennio infatti il tema piaceva assai. E dopo tante parole le masse avevano dovuto sentire anche la cosa. Perciò negli anni della ricostruzione, pur con tanta pluralità di patriottismi, fu messa la sordina al tema, e invero sarebbe stato duro illustrare il concetto al Sud che migrava al Nord a maggior gloria del Pil e al Nord che si stringeva per riceverlo.
Però ci sono «idee che non muoiono», come sentenziava Bertinotti prima che la promozione istituzionale lo inducesse a pensarci meglio. Il patriottismo è una di queste e tosto o tardi non se ne può fare a meno. Fu allora, ben prima del convegno di Fiesole, che con la prudenza e il gradualismo consigliati anche dalla medicina sportiva, si introdusse propedeutico il patriottismo dolce. Lo dobbiamo eminentemente a quel Presidente ottuagenario che con la sua irrefrenabile giocosità ci ricordò quanto la terza età possa talvolta essere simile all’infanzia: fu lui, tra una
gaffe con il re di Spagna e una partita a scopone col mister, a coniugare il patriottismo con la partita di pallone, a rivitalizzare l’identità stessa della Patria da una prospettiva ludica, dal basso, a sottrarre il tricolore all’usurpazione dei venditori di angurie, che ne facevano il loro disidicevole richiamo, per darlo da sventolare alle folle ubriache di gol. Questa euforia di valori finalmente restaurati alimentò a lungo dilemmi e dibattiti memorabili: dovevano i calciatori cantare l’Inno prima delle partite? dovevano suonarlo i direttori d’orchestra alla Scala? Infine si stabilì, ma non si sarebbe dovuto dubitarne, che sì, era meglio di sì. Minor fortuna ebbe invece il tentativo di un presidente del Consiglio (di Sinistra pure lui) di istituire la festa nazionale del Tricolore: non poté farlo per qualche incertezza sull’origine del glorioso simbolo e per non incoraggiare scetticismi si rinunziò. Infine anche la Sinistra bipatriottica, per cause indipendenti dalla sua volontà, dovette convincersi che di patrie, come di mamme, ce n’è una sola. Concluse questa fase un settennato presidenziale particolarmente affaccendato a perfezionare il progetto restaurativo sino all’ultimo possibile dettaglio, spazzando il resto sotto il tappeto e ricevendo per questo anche la solidarietà di un insospettabile (o sospettabile?) Pietro Ingrao. La stagione didattica del patriottismo soft si deve considerare conclusa a questo punto, quando per la moltitudine il patriottismo non è più un tabù e di conseguenza la guerra nemmeno, mentre di patria si è ricominciato a morire, in Iraq, nei Balcani, in Afghanistan come nel Caucaso. Anche da noi, anche per la Sinistra ormai da tempo è il tempo del patriottismo hard. Solo a Fiesole non se ne sono accorti. O fingono.

Semantica. Si può misurare la distanza tra le due epoche del patriottismo dal diverso grado di identificazione della Nazione con la vittoria nel pallone. Questa volta c’è stato calore, sì, ma non l’incandescenza di allora. E non perché in generale sia migliorato il senso del ridicolo, questo mai, ma perché volete mettere quanto più di un gol sia telegenica e propositiva una «bella morte» patriottica? Infatti anche il linguaggio dei politici sottolinea questa nuova temperie civica, indulgendo senza risparmio alla macabra retorica del militarismo, struggendosi all’idea di sacrificio supremo, eccitando la moltitudine all’applauso funerario, additando la morte eroica ad «esempio di mirabile dedizione al senso del dovere e all’amor patrio» (C. Lopapa, Napolitano ricorda Nassirya, in la Repubblica, 13 nov. 2006). Sentite che cosa dice, come suona bene, un vicepresidente del consiglio e gli fa eco il ministro della Difesa: «Le cause per le quali non si muore più sono cause morte» (A. Parisi, Perché tanta pena? Ora la risposta, in Europa, 19 nov. 2003). Eccoli qui i politici di professione, sempre pronti con il loro «spirito di servizio» a trovare buone cause per la morte degli altri e morti altrui creative di buone cause. Mai che ci dessero una buona causa per cui vivere. Ma se gratti la retorica della «buona morte», sotto c’è di sicuro qualche spicciolo in più alle spese militari e alle «missioni di pace»: un miliardo e quattrocento milioni di euro infatti nell’ultima finanziaria, contro quattrocentoventi milioni alle prestazioni sociali (disoccupazione, malattia, maternità) e trecentoventi all’Istruzione.
Nell’enfasi crescente dei pronunciamenti patriottici a controcanto di investimenti bellici sempre più cospicui, la ripetitiva tipicità del linguaggio ricorda da vicino momenti della nostra vita nazionale non precisamente edificanti o rassicuranti, radiose vigilie in cui la magniloquenza della propaganda di guerra ebbe sempre il complemento del più becero e repugnante teppismo politico. Possiamo dire di essere al di sopra di quei modelli? No, non possiamo. Hanno destato grande disapprovazione le esternazioni di un gruppo di manifestanti nel recente corteo organizzato a Roma dal Forum Palestina. Sono stati bruciati pupazzi con divisa militare statunitense, israeliana, italiana, urlati slogan truculenti e macabri contro Israele e contro i caduti italiani a Nassirya. Unanime la condanna dei politici, che hanno qualificato i responsabili con una larga gamma di epiteti, da imbecillità a teppismo, cui non sembra necessario aggiungere o togliere nulla. C’è solo da compiacersi che non tocchi a questi iconoclasti marginali cercare soluzioni alla controversia tra israeliani e palestinesi né a nessun’altra. Ci sembra però che per qualche aspetto all’episodio non sia stata accordata l’attenzione che merita e che l’iconoclastia non sia l’unica espressione di teppismo politico. Al corteo del Forum partecipava anche l’onorevole Diliberto, segretario del Partito dei comunisti italiani (così si chiamano tra loro), il quale si è affrettato a prendere le distanze dai reprobi. Questo tuttavia non è stato soddisfacente nemmeno per i suoi partner della maggioranza governativa, che non lo hanno assolto dalla partecipazione al corteo, comunque non in sintonia con le inclinazioni diplomatiche prevalenti. Nella generale reprimenda contro gli ultras e contro il loro fedifrago accompagnatore, in tema di linguaggio dei politici ci pare che vada particolarmente rilevato il severo monito di Prodi: «Basta giocare con la piazza». Bene, potendosi escludere che parli di «piazza Affari» e giochi relativi, questo linguaggio è chiaramente qualcosa di inusitato nelle convenzioni oratorie degli ultimi decenni di democrazia di massa, un segno anch’esso del nuovo clima di patriottismo
hard. Di solito i contestatori più accesi nei cortei venivano indicati come un piccolo gruppo isolato dagli altri, un po’ come i violenti degli stadi, che non sono mai veri tifosi. E Prodi non stava a sottilizzare per qualche scalmanato nelle manifestazioni oceaniche contro Berlusconi. Questa volta no. Il premier non ce l’ha con un drappello di facinorosi e nemmeno con l’intero corteo del Forum: ce l’ha con «la piazza». Ora, di «piazza» con tanta acredine e animosità non si sentiva parlare dai tempi di Bava-Beccaris. La sindrome del patriottismo hard prevede in effetti questa separazione e contrapposizione tra la classe politica e la massa indistinta e scomposta del popolo, «la piazza», appunto. Tuttavia Prodi potrebbe aver avuto qualche motivo in più per questo cambiamento di stile, senza più traccia dell’ilare maschera di bonomia democratica cui ci aveva abituato. Interrogato qualche settimana fa sulla sua micidiale «finanziaria», l’ex «uomo che ride» (cfr. Leporello, L’uomo che ride, in Hortus Musicus, III, 10, aprile-giugno 2002, pp. 72 s.) si è cupamente detto certo che il popolo avrebbe capito. Infatti sembra che il popolo qualcosa abbia capito: «il centrosinistra viene quotato al 42 per cento» (S. Messina, Gli scontenti, in la Repubblica, 20 nov. 2006). Ora, presidente, permetta una domanda: non è che quando il popolo capisce qualcosa per ciò stesso diventa «la piazza»? L’altra volta, ai tempi di Bava-Beccaris, quando il popolo manifestò il suo dissenso dal carovita, la cosa finì a cannonate sulla «piazza». Il suo governo ha proposto con un emendamento alla finanziaria che in un’eventuale stato di emergenza stabilito dal governo stesso, «il capo della polizia, e solo lui, avrà poteri speciali» (cfr. la Repubblica, 5 novembre 2006): un «uomo forte» al bisogno, insomma, però con tutti i crismi della legalità, non siamo mica in Sudamerica! Tuttavia, presidente, ci tolga ancora un dubbio: non è che il contesto del patriottismo hard le ispira truci pensieri di correzione della «piazza»? Uè, presidente, è vero che il teppismo di un «uomo forte» non si chiama teppismo, ma non sarà il caso di darsi una calmata?
Poi, per completare il discorso sul teppismo, c’è Diliberto. Incalzato dai rimbrotti, si è lasciato andare anche lui al linguaggio
hard, rivelatore di sentimenti e inclinazioni solitamente secretati nelle pieghe lessicali della democrazia rappresentativa. Dei teppisti del corteo ha detto: «Fossero stati militanti del mio partito li avrei piegati dalle botte. “Corcati” si dice a Roma» (A. Caporale, «Io mai più insieme ai provocatori», in la Repubblica, 20 nov. 2006). L’onorevole Diliberto è un giurista, non deve avere necessariamente memoria e sensibilità storica; forse non sa o non gli importa che il suo modo di discutere di politica corcando gli interlocutori ha qualche robusto precedente nella tradizione nazionale. Ma è grave che tra tutti quelli che hanno virtuosamente deplorato le scalmane del corteo e il teppismo di personaggi senza peso e responsabilità politiche, nessuno abbia mostrato disagio per il linguaggio da squadrista di un deputato della repubblica, ex ministro della Giustizia, esponente autorevole della maggioranza governativa. C’è da preoccuparsi? Non sarebbe la prima volta che uno squadrista di prestigio comincia da Sinistra. Tanto più che Diliberto non è nuovo al culto istituzionale del manganello. Fu lui infatti, da ministro, ad istituire i GOM, gli speciali reparti della polizia penitenziaria che poi si coprirono di gloria a Genova, manganellando i dimostranti contro il G8 e non furono certo Diliberto e il suo piccolo partito hard che deplorassero con maggior forza la cosa, meritando per questo i pubblici elogi di Claudio Magris. Quando, come a Genova, c’è da punire una contestazione non autorizzata, un «ribellismo sentimentale e pasticcione» (cfr. Gulliver, Tertium non datur, in Hortus Musicus, II, 8, ottobre-dicembre 2001) – Prodi direbbe «la piazza» – non manca mai un illustre letterato che benedica i gagliardetti.

Costituzione cagionevole. Il cartellone del patriottismo hard presenta qualche collaudata pièce di repertorio e interessanti novità. Già vista la danza macabra dell’alternanza, con la Destra che assicura benessere infinito, specialmente per alcuni, se la lasciamo fare, e la Sinistra che promette, se la lasciamo fare, austerità, sacrifici, lacrime e sangue per tutti, salvi i diritti della minoranza. C’è in verità qualche passo di danza nuovo, per via dell’incremento delle spese militari, che aumenta gli assolo dei primi ballerini, specialmente se si affaticano nel commercio delle armi, mentre si impongono maggiori acrobazie al residuo corpo di ballo. Tra le novità c’è il balletto comico dei Presidenti, che qui vorremmo brevemente descrivere. Arriva un primo Presidente e dice che sembra guerra, ma non è guerra, perché se fosse guerra guerreggerebbero e invece non guerreggiano (cfr. Ciampi, noi in Iraq a guerra finita, ANSA, Napoli, 1 gennaio 2006). In verità in scena si vedono morti e feriti, ma evidentemente fingono, carri carnevaleschi mimetizzati da carri armati, fuochi d’artificio che sembrano bombe a grappolo. Lui insiste che non è guerra, che non bisogna dimenticarlo mai, perché se fosse guerra sarebbe in contrasto con la Costituzione. Dunque bisogna credergli, e come si fa a non credere a un presidente? Va via il primo Presidente ed entra il secondo. Sembra che per questo la guerra sia guerreggiata, perché commemora i morti; però dice che la Costituzione non ne soffre, visto che i militari all’estero sono «chiamati a garantire valori fondamentali sanciti dalla Costituzione repubblicana, anche lontano dai confini nazionali» (Lopapa, Napolitano ricorda Nassirya, cit.). La cosa sembra alquanto strana: anche i sovietici mandarono i loro carri armati a Budapest per difendere valori della loro costituzione lontano dai confini nazionali e allora ci fu chi disse che fecero bene, mentre ora il Presidente dice che fecero male, ma gli italiani sempre bene. Questa piroetta in verità sembra un po’ azzardata, ma honni soit qui mal y pense, le giarrettiere dei Presidenti non si discutono. Poi arriva un terzo Presidente, però con una stelletta in meno, e dice che le nostre missioni in Afghanistan e in Iraq sono «operazioni di guerra» e i militari italiani uccisi a Nassirya non sono morti «per la pace», ma in una iniziativa bellica lesiva dell’articolo 11 della Costituzione (C. Lopapa, Iraq, Bertinotti dissente da Napolitano: la missione ha violato la Costituzione, in la Repubblica, 11 nov. 2006). Anche lui è un Presidente: non dobbiamo credergli? Infine dalla riserva emerge un quarto Presidente, emerito questo. Nemmeno lui ha dubbi: «La nostra Costituzione all’articolo 11 legittima solo la guerra di difesa. La guerra che viene combattuta in Iraq in questo momento non è di difesa, ma di aggressione» (G. Casadio, Una vergogna per la sinistra così si aiuta chi vuole la guerra. La rabbia di Ingrao, in la Repubblica, 19 nov. 2006). Anche a lui bisogna credere. Sebbene sia fuori ruolo da tanto tempo è un Presidente con lunga esperienza di sfascio, ha visto sfasciarsi fascismo, comunismo, socialismo, antifascismo, pacifismo: non gli crederemo se dice che anche la Costituzione è messa male? Finito il balletto dei Presidenti irrompono i ballerini di fila, tutti capigruppo, segretari e quant’altro è autorevole nella maggioranza governativa: prillano sull’aria «non era una missione di pace», «una guerra sbagliata, illegale, neocoloniale»; «insieme ai caduti italiani a Nassirya bisogna ricordare anche le 150 mila vittime civili in Iraq, vittime di una strategia di guerra voluta dagli Usa» (c.l., «Immenso dolore per le vittime ma non definiamole un esempio», in la Repubblica, 13 nov. 2006). Dunque tra i dignitari di rincalzo della maggioranza si condivide largamente, contro ciò che afferma chi della Costituzione dovrebbe essere il garante, la convinzione dell’attuale Presidente della Camera che la legge fondamentale dello Stato sia stata e continui ad essere violata in un suo punto fondamentale. E come mai non succede niente, oltre le chiacchiere nei corridoi e le confidenze ai giornali? Il dissidio non è abbastanza serio su una questione apprezzabilmente grave? Non c’è nessuno che chiami il popolo a difendere il patto sociale? O che almeno si dimetta, per decenza e per dare un segnale dell’importanza della cosa? Diteci almeno se quando l’«uomo forte» di Prodi ci prenderà a manganellate lo farà in nome della Costituzione o in nome di chi.

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