di Riccardo Valla

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CAPITOLO DICIASSETTESIMO

— Ah, è così! — esclamò un’altra voce, dal fondo della sala. — Chi si credono di essere questi autori? So fare di meglio io!
— Perché, c’è qualcosa che non la convince? — chiese Tonnorosa. — E, di grazia, che cosa la autorizza a parlare? è un autore? un critico? ha la tessera da giornalista?
— Mi autorizzano questi. — Mostrò i pugni. — Bisognerebbe darvi quattro schiaffi, e ben dati! Non fate i furbi con me! — L’uomo cominciò ad avvicinarsi minacciosamente.
— Se vuole suggerire, si accomodi… — ironizzò il vescovo.


— Certo che suggerisco! — L’uomo si portò sotto di loro. Era un omaccione gigantesco, dalla faccia rossa. — Piantatela di cincischiare con le seghe mentali! Tirate fuori ‘sto cazzo di documento, ormai sappiamo tutti dov’è! E poi, quell’idiota di monaco ha ammazzato Sommelier senza motivo, solo per copiare il libro di Brown, e adesso che l’autore si trova nella merda per spiegare la cosa, cercate tutti di far finta che non sia successo niente! Vediamo che cazzate inventate per giustificarlo!
Mentre Londong impallidiva e mormorava: — Vero, me n’ero scordato… — il monaco, più rapido di lui, si fece avanti.
— L’ho ucciso perché era un porco, non è chiaro? — Strizzò l’occhio a Sophie, che si affrettò ad annuire.
— Dammi ancora una risposta così e ti svito la testa — minacciò l’omaccione. Si rivolse a Fouché: — E tu che cazzo di poliziotto sei? Battutine, stronzatine, Luigi Ics-Ics… Ma fa’ un’indagine seria, invece di attaccarti alle intercettazioni telefoniche!
— È cittadino del Vaticano, va giudicato secondo il codice canonico… — bluffò il vescovo.
Fouché non gli badò. — Bene, allora chiariamo tutto, a cominciare da Teadrinker. — Guardò l’inglese. — Gliel’ha ordinato lei?
— No. Non era previsto che lo uccidesse. Almeno, non prima di avere recuperato il documento.
— E lo stesso discorso vale per il vescovo. Lei, Long Dong, cosa può testimoniare? Aveva un appuntamento con la vittima, vero?
— Sì, al Jolly. Alle 21, poi rimandato di qualche ora.
— E l’argomento?
— Sommelier mi aveva chiesto informazioni di semantica storica.
— Ossia?
— L’uso di alcuni termini in testi antichi. Quando compaiono, le varie grafie ecc.
— E cosa se ne faceva?
— Probabilmente voleva accertare l’antichità di qualche citazione.
— Vade retro, Satana! — mormorò il vescovo, facendosi il segno della croce. — Qui siamo ben lontano dall’etimologia sapienziale e cristiana. Questa scienza semantica mi puzza di eresia!
— Eh, eh, vi brucia ancora, vero? — rise Teadrinker. E spiegò: — È il sistema usato da Lorenzo Valla per dimostrare che la “Donazione di Costantino”, creduta vera ai tempi di Dante, era un falso del decimo secolo.
— Vi spiego io i moventi di Valjean — intervenne Londong. — È stata una decisione sua, ma neppure lui ne saprebbe dire la ragione. Però, le sue parole sono importanti. Una sola battuta, ma estremamente rivelatrice: “Era un porco”.

CAPITOLO DICIOTTESIMO

Londong si voltò verso il monaco per interrogarlo. — L’ha ucciso senza riflettere, vero? Una sorta di movimento riflesso.
— Proprio così — ammise Valjean. — Dovevo ucciderlo. Era giusto.
— Sì, la giusta punizione, ma non delle sue “porcherie”… vere o presunte, signorina Sophie. — Si girò verso di lei e scosse la testa. — Il movente è inconscio, ed è la punizione per un atto di cui non ha alcun ricordo cosciente, ma che resta inciso nella sua memoria, come tutto ciò che passa attraverso i sensi e giunge alla mente. Nessun ricordo va perso, mai. Gli ordini religiosi ereticali, il Priorato, il documento stesso non c’entrano. Il movente affonda le radici nella più intima psicologia del colpevole, in un’idea e non in un oggetto materiale. E il delitto di cui Valjean ha punito Sommelier, suo padre, è quello di averlo abbandonato quando ancora si chiamava Gourmet ed era un oscuro adepto alchimista soffiatore!
Sorrise a Fouché. — Nel vedere Sommelier… e nonostante il tempo passato, i mutamenti di aspetto, lo stesso cambiamento di cognome… Valjean ha inconsciamente riconosciuto il padre che lo aveva lasciato. Siamo in pieno dramma edipico: spinto dalle sue pulsioni inconsce, André Valjean ha ucciso il padre per accoppiarsi con la madre!
Il monaco lo guardò a bocca aperta, Madame Madeleine si limitò a ridere: — Moi? Ma che cosa assurda! — Prese sotto il braccio Fouché: — Ha sentito che idee, caro ispettore? Io, coucher avec un garçon… un piccino, un “cinnò”!
— Una vera assurdità — convenne il poliziotto e le baciò la mano, galante. — Se c’è una cosa che odio più dei simboli, sono i discorsi sull’inconscio!
Sophie guardò Londong con fastidio: — Sei proprio un rompino. Te l’avevo detto di abbozzarla con la tua supercazzola freudiana con lo scappellamento a sinistra! — Si portò dall’altra parte del tavolo e, passando davanti al monaco, gli diede una sfruculiatina. — Oh — sussurrò — sei davvero figlio di tuo padre, cuginetto!
Il monaco le strizzò l’occhio.
— Anche questa spiegazione è una bella stronzata — si sdegnava intanto l’omaccione dalla faccia rossa. — Bene, per il momento non vi stacco ancora la testa, ma fate attenzione perché vi curo! Il documento?
— Lo tenevamo per dopo — disse Fouché — se vuole, guardiamo subito, ma solo perché lei mena. Lei diceva che è nella busta di Madame?
— Fa’ poco il furbo e tira fuori la pergamena — minacciò l’energumeno.
Madame gli consegnò la busta e Fouché aprì la graffetta. Conteneva alcune vecchie foto, un quaderno con immagini alchemiche dell’atanor e dell’androgino e la scritta “Nozze chimiche”, l’atto di nascita di Johannes Valentinus Andreae Gourmet e un foglio di pergamena ripiegato.
— Signori, ecco finalmente davanti a voi il cosiddetto “Coccige Da Vinci” — pontificò Teadrinker. — Un documento che nel corso dei secoli ha detronizzato re e imperatori, ha eletto papi e mandato sul rogo centinaia di innocenti. Una scia di ricatti, omicidi, violenze e distruzioni segna i suoi spostamenti, dal lontano giorno in cui il Sommo Leonardo ebbe la ventura di vergarlo. Sottratto per secoli alla conoscenza degli studiosi, pochissimi ne hanno conosciuto l’esistenza, ma ora verrà rivelato al mondo, e saremo noi a rivelarlo. Signori, siamo in un momento cardinale della Storia!
L’omaccione lo guardò con scetticismo. — È tutto vero quello che hai detto? — chiese.
— Be’, in casi del genere, qualcosina si aggiunge sempre… — si schermì l’inglese.

CAPITOLO DICIANNOVESIMO

Fouché diede un’occhiata alla pergamena. — È scritta in codice — disse, mostrandola.
Solo Madame Maledeine lanciò un’occhiata al foglio, mentre gli altri dicevano in coro: — È scritta al contrario, lo sanno tutti.
— Me n’ero scordato… — si scusò il poliziotto. — Qualcuno sa leggerla senza uno specchio?
— Io — intervenne Teadrinker. — E poi conosco di fama il documento, anche se non l’ho mai letto: è sempre stato in mano ai nocchieri del Priorato.
Girò il foglio al contrario e lo accostò alla lampada; poi cominciò a leggere, mentre Fouché mormorava. — Così ero capace di leggerlo anch’io…
— “Lussuria è generazione” — lesse l’inglese. — “Muovesi l’amante per la cos’amata come il senso alla sensibile, e con seco s’unisce e fassi una cosa medesima.
“Molti mi crederanno ragionevol mente poter riprendere allegando le mie prove per essere contro all’alturità d’alquanti omini di gran riverenza apresso de’ loro inesperti iudizi, non considerando le mie cose essere nate sotto la semplice e mera sperienza, la quale è maestra vera.
“A ciascuno strumento si richiede esser fatto colla esperienza.”
— Ma che idiozie sono queste? — chiese Tonnorosa.
— Scusi — intervenne Londong, rivolto a Fouché — lei che ha fatto la perquisizione, nella libreria ci sono ancora i libri di Saunière?
— Certo — rispose il poliziotto. — Sommelier ha portato solo la sua copia del “Dizionario di enigmistica”…
— Bene — rispose l’americano, e cominciò a guardare i titoli, mentre Teadrinker proseguiva la lettura.
— “La sperienzia, interprete in fra l’artifiziosa natura e la umana spezie, ne ‘nsegna ciò che essa natura in fra’ mortali adopra da necessità constretta.
“So che molti diranno questa essere opra inutile, ma questi fieno quelli de’ quali Demetrio disse non faceva conto più del vento, il quale nella lor bocca causava le parole, che del vento ch’usciva dalle parte di sotto.
“L’omo ha desiderio d’intendere se la femmina è cedibile alla dimandata lussuria, e intendendo di sì e come ell’ha desiderio dell’omo, elli la richiede e mette in opera il suo desiderio, e intender nol pò se non confessa, e confessando fotte.
“Ma chi piglia la biscia per la coda, quella poi la morde.”
— Fin qui, niente di importante — commentò il vescovo.
— Forse ci siamo — rispose Teadrinker. — Vedo un accenno alla Monna Lisa: “Mentre io mi giaceva nello mio male” il coccige lussato, chiaramente… “e poco mi era di conforto quanto io portava alle terga” il cuscino… “Madonna Lisa ch’io stava allora ritraendo si accostò a me e mise mano a quello mio membro, che il prete fa essere più prete che monaca, e, a quello accostato lo viso, con sommessiva voce pregò che ‘n cortesia le facessi un poco accendere quella candela.
“La idea, ovèr imaginativa, è e timone e briglia de’ sensi, in però che la cosa immaginata move il senso et io mi prestai.
“Sì come ogni regno in sé diviso è disfatto, così ogni ingegno diviso in diversi studi si confonde e indebolisce.”

CAPITOLO VENTESIMO

— Quindi il sorriso della Gioconda… — disse Fouché.
— Chiaramente, Madonna Lisa era un’iscritta al Pus Dei, un’agente provocatrice. Nelle mie carte ci sono alcuni accenni… nelle carte che l’Ordine non riesce più a trovare, voglio dire. Ma la pergamena continua: “La sapienza è figliola della sperienzia. Avendo io sperimentato la fellatio che mi era vietata, invito ognuno a porre fine al nostro Priorato. Voi che cercavate l’unione divina, quanti vani disegni in simile cerca avete creati! Accompagnatevi colli cercatori dell’oro.
“E la mia sperienza si faccia più volte, acciò che qualche accidente non impedissi o falsassi tal prova, che le sperienzia fussi falsa, e ch’ella ingannassi o no il suo speculatore.
“ ‘l nocchier ch’entra in navilio senza timone o bussola, mai ha certezza dove si vada. Bruciatosi a la fiamma, il parpaglione misero dice: ‘O falsa luce, quanti come me debbi tu avere, ne’ passati tempi, avere miserabilmente ingannati. O si pure volevo vedere la luce, non dovev’io conoscere il sole dal falso lume dello spurco sevo?’
“Avendo avuto contezza delle pratiche de l’inimico Ordine, dico che meglio fia lasciare lo nostro. Solo al cimento si conosce il vero oro.”
— Ossia Leonardo rassegnava le dimissioni e scioglieva il Priorato — commentò Tonnorosa. — Ecco perché il nostro Ordine è sempre riuscito a far tacere il Priorato di Sion.
— Be’, più che scioglierlo cercava forse di mettere fine a una vecchia frattura che era nata da un malinteso… Maria Maddalena era così gelosa… senza motivo.
— Potremmo unire gli ordini — suggerì il vescovo.
— Sì, fare un unico ordine suddiviso in tre sezioni — propose l’inglese.
— E che ordine? — chiese Madame, sospettosa.
— Ma il mio, l’Opus Gay! — sorrise Teadrinker.
— Be’, se c’è il professor Long Dong, io ci sto! — sorrise subito il vescovo.
— Oh, non contate su di me — disse Madame. — Io sono stufa di ordini para-religiosi, non hanno stancato anche lei, ispettore?
— Senza dubbio — rispose Fouché, prendendola sotto braccio.
— Ma Valjean? — chiese Sophie, preoccupata. — Con quell’accusa che pende su di lui, sprecare in carcere tutto quel ben di Dio…
— Be’, come diceva il professore, è stato chiaramente un momento di smarrimento, dovuto alla rivelazione di essere stato abbandonato dal padre. Penso di potergli evitare il carcere, visto la non ripetibilità del reato, ma dovrà essere affidato ai servizi sociali. Infatti, tanto il professor Teadrinker come Magister, quanto il vescovo Pinne Rosa non hanno esercitato un buon influsso su di lui…
— Potrei prenderlo in affidamento io… — suggerì Sophie.
— La cosa è possibile, se anche Madame è d’accordo… — convenne il poliziotto. — Io potrei incaricarmi dei controlli.
— Bene — terminò per tutti il vescovo. — Sophie può diventare la nocchiera del Priorato con Valjean; il documento lo teniamo io e Teadrinker e intanto ci accordiamo per il nostro nuovo ordine. Mi pare sia tutto a posto, vero?
— Certo, non vedo l’ora di recitare nella parte che è mia di diritto, Ifigonia di Corinto. Con gli opportuni cambiamenti, però!
— Un momento! — esclamò Longdon, dalla libreria. — Quel documento è un falso! Ecco qui, negli Aforismi di Leonardo, tutti i pezzi originali che qualcuno ha copiato! E per di più, una delle parole che Sommelier mi aveva fatto controllare era proprio “fellatio”, che al tempo di Leonardo non era usata! Solo il verbo felare!
Teadrinker guardò il vescovo Tonnorosa e scosse la testa. — Bei rompicoglioni, questi professori di simboli! Se non fosse stato per la faccenda del long dong, sa, caro vescovo…
— A chi lo dice! — ripose l’alto prelato, guardando Valjean che parlava fitto fitto con Sophie. — Per poi lasciarmi così, dopo tutti i sacrifici che ho fatto. E per una donna, addirittura!

(FINE)

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[Ricordiamo che Il coccige Da Vinci, del traduttore italiano di Dan Brown Riccardo Valla, ha vinto il Premio Italia 2006 nella categoria “racconto pubblicato su rivista professionale” (dove la “rivista professionale”, per generosità della giuria, è Carmilla On Line).] (V.E.)

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