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Fine giugno del 1979, sul litorale di Ostia ventimila giovani fumano, bevono, mangiano. Non è un concerto, è un raduno di poeti. Un evento, con cui ancora oggi non si è fatto abbastanza i conti. Ne ha scritto Renzo Paris su Liberazione dell’11 luglio 2006: pubblichiamo qui il suo intervento, seguito da un commento di Girolamo De Michele (g.d.m.)

Alla fine di giugno del 1979, sul litorale di Ostia, nella tenuta di Castelporziano, il Comune di Roma eresse un palco molto vasto, poggiato sulla sabbia, a due passi dal mare. Doveva ospitare poeti di tutto il mondo, animatori di un grande raduno all’americana. Su quel palco recitarono i loro versi nella prima serata, quella del 29, i poeti italiani dell’ultima generazione. Ventimila giovani erano sparsi dovunque, sotto il palco, nelle vicinanze, sulla spiaggia, divertendosi un mondo a fare i protagonisti, gli spettatori attivi di quello che si annunciava come un megaconcerto.

C’era chi spinellava e chi cuoceva il minestrone, donde l’appellativo di “minestrones”. Era quella la prima folla di disoccupati che avrebbe caratterizzato l’Italia del futuro. Ma allora sembrava ancora il rimasuglio della contestazione degli anni Settanta, quelli che a Bologna si erano radunati in massa senza un vero obiettivo politico. La poesia era all’ultimo gradino dei loro interessi. I giornalisti li chiamavano “desideranti”, in omaggio a certa filosofia francese. Non era quello insomma il pubblico della poesia, come si può vedere nel documentario che il regista Andermann dedicò a quella tre giorni di poesia.

La terza sera il palco affondò, le strutture non ressero il peso di quella folla di spettatori che non volevano stare al loro posto. Ora l’annuario di poesia, curato da Febbraro e Manacorda e pubblicato da Castelvecchi (pp. 315, euro 20, 00) raccoglie gli articoli più significativi che uscirono a caldo sui giornali della sinistra. Dapprima c’è l’articolo che Lucia Annunziata scrisse per il Manifesto, che si soffermava sul vuoto di proposte di quei giovani. Che cosa volevano in realtà tutti quei ragazzi che interrompevano i poeti afferrando il microfono e dicendo soltanto “cioè”, come la ragazzina che restò sul palco l’intera serata dei poeti italiani? Ce l’avevano per caso con il Comune e l’assessore Nicolini? Non proprio. Su quella spiaggia non c’era sentore di protesta politica. Quella gente era semplicemente innervosita dai cosiddetti poeti ufficiali, a loro del tutto ignoti? Loro che si sentivano tutti poeti? Gli organizzatori insomma avevano costruito un recipiente vuoto dove però né i poeti né il pubblico avevano proposto qualcosa di serio.

Daniele del Giudice su Paese sera si soffermava anche lui sul vuoto, prendendosela con Dario Bellezza e il sottoscritto, che si comportavano, recitando i loro versi come se quel vuoto fosse pieno e ci trovassimo in pieno Novecento poetico, non su una spiaggia di selvaggi. Nico Orengo immaginò che almeno cinquecento di quei giovani erano venuti per ascoltare i poeti quarantenni che avevano già letto al Beat Settantadue l’anno prima. Franco Cordelli invece se la prendeva con la creatività diffusa, con quella massa che credeva di essere poeta soltanto per aver scritto al liceo qualche verso scherzoso. La poesia fatta da tutti, che schifo! Il lavoro dei poeti è duro e selettivo, non concede quasi nulla al pubblico vociante. Bellezza diede del fascista a quella massa, la Maraini si rifiutò di leggere. Quando la sabbia volò in faccia ai poeti ci fu il miracolo. Ginsberg montò sul palco e con il suo silenzio e i suoi “om om om!” domò quei giovani definiti da Moravia violenti.

I poeti italiani furono delusi, sia quelli che erano riusciti a leggere fino in fondo le loro poesie che quelli che non ce l’avevano fatta. Tutti però si misurarono con una poesia comunicativa più vicino alla prosa, come oggi va di moda. Quella sabbia sortì per molti il suo effetto benefico. Basta con la poesia da camera. Ogni poeta doveva collaudare i propri versi nelle serate che seguirono il Festival, quando non c’era assessore alla cultura che non organizzasse un reading di poesia nella sua città. Ancora oggi la critica, giovane o meno giovane che sia, non ha fatto i conti con quell’evento che mutò il panorama della poesia italiana, fino a giungere agli slam poetry di oggi. Fa specie che critici attenti come Cortellessa o Galaverni non si siano misurati con quell’evento. Non ne hanno forse gli strumenti per capirlo, per raccontarlo, per giudicarlo?
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Così Castelporziano è stato dimenticato, anche se all’estero nei libri che i poeti stranieri pubblicarono in seguito, spesso appare il ricordo di quelle serate. Paolo Febbraro sostiene addirittura che i poeti degli anni Settanta insieme alla neoavanguardia, hanno avvelenato i pozzi della poesia autentica, creando la voga del postmoderno. Prima di Castelporziano la poesia italiana si misurava soltanto al chiuso di una stanza e se si eccettuano le serate futuriste di Marinetti, dopo più nulla di serio si fece in pubblico. Certo Castelporziano fu il termine di un guasto che era iniziato nel 1963, ma fu anche l’affacciarsi di una nuova generazione che aveva abbandonato da poco la politica e si era messa a scrivere versi in proprio. No, non nacque una nuova beat generation, fuori tempo massimo. Ma tornare a quella battaglia è d’obbligo per tutti quelli che oggi pubblicano poesie, sia alla macchia che con grandi editori.

COM’ERA VERDE LA MIA SPIAGGIA
di Girolamo De Michele

Dissero che eravamo arrivati per vedere Allen Ginsberg, la”star”. Oggi direbbero: attratti dallo star-system, cooptati dal mercato. Era vero: eravamo lì anche, soprattutto per Allen Ginsberg. Però arrivammo quasi tutti la sera del primo giorno, e i poeti beat avrebbero letto solo la terza sera: non eravamo lì solo per lui, eravamo lì per un reading, per tre sere di reading. Alcuni poeti non seppero parlare al pubblico: non sapevano cos’è un reading, come ci si relaziona col pubblico di un reading. Se ne andarono offesi da un pubblico che pretendeva di discutere, e col quale non erano capaci di parlare perché non erano abituati al dialogo. Fascisti, ci dissero. I giornali parlarono quasi solo del “minestrone”: però poeti noti e sconosciuti, invitati e improvvisati lessero le loro poesie per tre sere, nonostante il minestrone. Nelle registrazioni d’epoca (le eroiche edizioni Harpo’s Bazar) le voci di questi ignoti sono accanto alle star: ma Lucia Annunziata sapeva già tutto, non aveva bisogno di procurarsi le registrazioni.
A Castelporziano non c’era quasi nulla da fare, durante il giorno. Non eravamo lì per caso, in coda a un tour organizzato: non potevamo che essere lì perché avevamo fame di poesia. Le droghe le usavamo per allargare l’area della nostra coscienza: l’eroina era il nemico, la cocaina roba da fascisti, l’LSD un’esperienza, l’extasy una parola da freackettoni e basta. Fummo più gentili dell’isterico che ci urlò FASCISTI! ed andò via: aveva detto a uno di noi che lo contestava che era un piccoloborghese, che si nascondeva nel pubblico invece di salire sul palco, che se fosse stato un vero rivoluzionario si sarebbe dovuto spogliare nudo. Quel ragazzo salì sul palco e si spogliò, i poeta famoso urlò e se ne andò: è andata così.
Ascoltammo tutti, non solo gli “americani”. Oggi qualcuno (per il quale tra Allen Ginsberg e Condoleeza Rice, tra John Coltrane ed Henry Kissinger, tra James Ellroy e Marilyn Monroe non c’è differenza) direbbe: si sbracarono davanti all’immaginario americano (e dunque?…). Ma quando Evtushenko, che americano non era, ci afferrò con la sua poesia ci lasciammo trascinare dalla sua voce melodiosa senza fiatare. Recitava in italiano: aveva imparato la nostra lingua per tradurre la Divina Commedia in Armeno. E quando Amiri Baraka rappò i suoi versi, nessuno di noi, che ancora non sapevamo niente del rap (poi sarebbero arrivati la Sugar Hill Gang e i Grandmaster Flash) si alzò per urlargli: «ma che stai a ‘ddì?». Ai concerti il malcostume italiano vuole che si debbano fischiare i supporter per far arrivare la star: ma non fischiammo i poeti che precedevano Allen Ginsberg, li ascoltammo tutti.
Alla fine, dopo tre sere, ascoltammo anche Allen Ginsberg.
Fu l’ultima estate: poi arrivarono gli anni Ottanta.

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