PUNTO ZERO

di Danilo Arona

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Un’enormità di anni fa, il 7 settembre 1971, alle 5,30 del mattino la polizia fece irruzione in alcuni casolari sulle colline di Lerma in territorio di Ovada, ponendo fine a uno dei miti più discussi della cultura underground dell’epoca, la famosa “comune di Ovada”. Caricati sulle camionette una mezza dozzina di hippies, la polizia raggiunse la ridente cittadina monferrina in cui Fausto Paravidino ha girato Texas. Qui i ragazzi vennero trattenuti per un giorno intero. E all’indomani tutti ad Alessandria dove — si disse — un colonnello dell’Arma si ferì nell’impeto del sequestro di una chitarra e dalla quale, preparati i fogli di via, i ragazzi furono rispediti a Milano, dopo essere stati caricati a forza su un treno non prima di un esproprio proletario di panini al buffet della stazione.

Per i giovani di Bassavilla di quell’epoca la comune di Ovada era un mito di cui si favoleggiava con ammirazione e invidia, perché nell’immaginario rappresentava la casereccia concretizzazione delle ideologie hippie di oltreoceano, messe a dura prova dal caso Charles Manson. C’era chi progettava di andare a fare un giro da quegli sconosciuti per vedere “dal vero” come vivevano. “Là si tromba, si fuma e si beve”, “E non ci sono né genitori né parenti”: frasi sconnesse che indicavano che i tipi vivevano, parafrasando De André e i New Trolls, senza orario e senza bandiera. Così una mattina d’inizio settembre, qualche giorno prima dello sgombero, restai coinvolto in un’escursione dalle parti del fiumiciattolo Piota, sopra Lerma, dove gli hippies avevano messo su baracca. In un’auto trovai un ciclostilato della “comune”, in cui si definivano le basi di un vero e proprio manifesto ideologico. Me lo ficcai in tasca e, siccome sono un collezionista, possiedo ancora la reliquia. Eccone dei passi significativi:

Un giorno d’inverno del 1970, raccolte alcune coperte e qualche utensile agricolo, decidemmo di andare ad Ovada, un paesino posto sulle colline del Monferrato, per costruire una comune agricola. Questa nostra decisione non fu il risultato di una paranoia del momento e nemmeno un improvviso desiderio di avventura. Molti di noi avevano vissuto le esperienze comunitarie di Mondo Beat e le lotte degli ultimi anni. Alcuni avevano anche sperimentato la vita nelle comuni cittadine, ma si erano presto resi conto che non era sufficiente, per creare rapporti interpersonali diversi, dividere assieme una stanza e pochi oggetti d’uso. Più o meno tutti affrontavano la prospettiva di una vita in comune in un modo nuovo. La cultura tradizionale con la sua ipocrisia, vacuità e mancanza di sbocco, ci stava uccidendo. Eravamo fermamente convinti che la comune fosse l’unico e significativo modo di vita. Dopo avere ottenuto il permesso di accamparci in quei terreni (quasi subito revocato dal padrone), ci demmo da fare per rendere il posto abitabile, rimuovendo le travi e le tegole che stavano cadendo a pezzi, riempiendo le stanze e i fienili di oggetti, di scritte, di disegni, di vibrazioni e di felicità. I contadini del luogo ci accolsero come vecchi amici: mangiavamo spesso con loro, raccontandoci le nostre reciproche esperienze. Inoltre loro ci insegnavano i segreti della terra, felici di trovare in noi degli attenti discepoli. Dopo qualche mese le capre e le galline cominciarono a crescere di numero e con loro anche i membri della comune. E cominciammo a ricevere moltissime visite: molti venivano semplicemente per curiosare, ma altri volevano vivere la nostra stessa esperienza. Più aumentavamo di numero, più difficile diventava la nostra convivenza. Le cose da fare erano molte: curare gli animali, provvedere alla semina e ai raccolti, irrigare i campi. E poi c’erano i lavori domestici. Ma non ci scoraggiavamo e riuscivamo a trasformare il lavoro in gioco: così, ad esempio, lavare i piatti al fiume diventava un rito quasi sacro, smuovere le zolle del terreno una festa. Molto spesso di notte ci mettevamo tutti attorno a un circolo con tam-tam, armoniche, chitarre e flauti, alla ricerca di nuovi mezzi di comunicazione.

“Insomma, si fanno di erba per tutta la notte!”, esclamò qualcuno all’interno dell’auto quando si lesse ad alta voce questo passaggio. Una risata collettiva risuonò come risposta.
Poi chi stava leggendo disse: “Non è finita, ascoltate… Un bel giorno, però, cominciammo a vedere dapprima una, poi due, tre, quattro camionette della polizia. I nostri campi vennero invasi dai porci a caccia di minorenni. I giornalisti cominciarono a importunarci per avere dettagli piccanti sulle nostre orge quotidiane. Venne anche il giorno in cui ci caricarono a forza sui loro cellulari, accusandoci di occupare dei terreni di proprietà altrui. Ma il giorno stesso siamo tornati a Ovada e ci siamo ripresi i campi e le cascine che la repressione ci aveva saccheggiato e bruciato. Agli squares diciamo che le manganellate, i fogli di via, le denunce e i chili di carta riempiti dai magistrati borghesi non riusciranno mai a costringerci ad abbandonare la terra su cui abbiamo vissuto. La terra è di chi ci vive! Firmato: gente di Ovada, luglio 1971.”
Commenti all’interno della macchina:
“Amen”, “Macché di Ovada, sono milanesi figli di papà”, “L’unica roba interessante mi sembra la faccenda delle minorenni”, “Quattro sfattoni, altro che comune!”, “Però, le orge…”
Inutile che ci girassimo attorno: cosa più colpiva noi, ventenni provincialoni di Bassavilla, della storia della comune ovadese? Le ragazze, minorenni veraci che convivevano more uxorio con zazzeruti dall’aria vissutissima e che la facevano cadere dall’alto con le “buone” vibrazioni della coscienza. Loro, le donzelle, sì che stimolavano la nostra fantasia, unica e vera arma degli abitatori di grigia e paludosa provincia.
“Ah, se tutte le donne, anzi le sisters, fossero come loro!”, bisbigliò qualcuno già intrippato per avere mandato giù un espresso.
“Sì, però l’underground è una cosa seria…”
Pensieri e parole di fine estate del ’71. Certo che l’underground era, e lo è tuttora, una cosa seria. Ma a vent’anni, in qualsiasi epoca, esistono delle priorità che non sono per niente culturali. E poi, come si legge ormai da troppe parti, il risveglio dal sonno dell’utopia esibisce la cruda e banale faccia realtà della realtà, putrida frase fatta che si potrebbe sostituire tranquillamente con “non ci sono più le mezze stagioni”. Per noi, spremuti direttamente dall’alveo di Bassavilla e proiettati sulle colline dei sogni generazionali made in USA, il risveglio coincise con il fatto così sgradevolmente normale che della comune trovammo solo un unico, baffutissimo, membro che ci mise malinconicamente al corrente delle seguenti, scomode verità:
1) Due delle tre coppie di ragazzi che lì coabitavano avevano litigato fra loro per una borghesissima faccenda di corna e si erano eclissate.
2) La più bella del gruppo delle “libere” era tornata a Milano per partecipare a delle sfilate di moda.
3) Altri due avevano raggiunto i genitori per far pace e raggranellare qualche soldo.
“E le ragazze?”, chiedemmo in coro.
“Nessuna ragazza”, ci rispose Gengis Khan. “Siamo rimasti in quattro gatti e una chitarra.”
Mancavano pochi giorni al 7 settembre, giorno dell’irruzione della polizia, ma l’underground e la comune di Ovada avevano già chiuso. E quel tipo baffuto lo ammise con tristezza: “Non c’è storia. Tra qualche giorno verranno i pula. E magari andrò a lavorare al Catasto.”
Il ritorno fu mesto. Alla sera, in un cinema di Bassavilla, tentammo di consolarci con un film che s’intitolava Punto Zero (Vanishing Point) di Richard C. Sarafian, dove un certo Kovalski si metteva in macchina e correva per quasi due ore senza mai fermarsi. Alla fine però Kovalski si schiantava e il film non risultò affatto consolatorio.

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