di Fabrizio Billi

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John Dos Passos, Davanti alla sedia elettrica. Come Sacco e Vanzetti furono americanizzati, Edizioni Spartaco, 2005, pp. 244, € 12,00.

La vicenda giudiziaria degli anarchici italiani Sacco e Vanzetti, pur avendo avuto luogo ottanta anni fa, è ancora oggi ricordata perché emblematica della persecuzione giudiziaria e politica. Ma quella vicenda giudiziaria ha ancora oggi elementi di attualità: la criminalizzazione dell’immigrato, visto come minaccia, come capro espiatorio per un’opinione pubblica in cerca di sicurezza.
I due anarchici italiani, emigrati negli Stati Uniti, furono arrestati nel maggio 1920, accusati di rapina e omicidio. Condannati in primo grado, dopo sette anni di ricorsi e istanze per la riapertura del processo, furono giustiziati sulla sedia elettrica.


Numerose furono in tutto il mondo le mobilitazioni in loro favore. Fin da subito dopo l’arresto si costituì un comitato per la difesa di Sacco e Vanzetti, composto da numerose personalità, non solo di idee radicali. Dopo l’esecuzione, il comitato di difesa si trasformò in un comitato pro riabilitazione. La riabilitazione fu ottenuta nel 1977: il governatore del Massachusetts, nel cinquantesimo anniversario dell’esecuzione, proclamò il 23 agosto Sacco and Vanzetti memorial day.
Lo scrittore John Dos Passos ha fatto parte del comitato di difesa dal 1926. Incontrò i due imputati in carcere, studiò gli atti processuali, parlò con buona parte dei testimoni presentati dalla difesa, e si convinse dell’innocenza dei due anarchici. Intervenne a loro favore con alcuni articoli pubblicati su New Masses, articoli che confluirono poi nel più ampio pamphlet Facing the chair, che ora viene per la prima volta pubblicato in traduzione italiana.
Dos Passos analizza approfonditamente gli aspetti giuridici del processo. Egli mette in evidenza l’inattendibilità dei testimoni dell’accusa, la mancata considerazione dei testimoni della difesa, le trame del Dipartimento della Giustizia, i preconcetti dei giudici, persino la mancata considerazione di un reo confesso.
In base all’analisi della vicenda processuale, lo scrittore statunitense afferma che il processo non è teso ad accertare la verità dei fatti e la colpevolezza o l’innocenza degli imputati, ma è una mera persecuzione politica che si inserisce in “una grande crociata d’odio contro rossi, radicals e dissidenti di ogni sorta”. (p. 77) Poliziotti, agenti di compagnie private, giudici, erano i protagonisti di questa crociata, sostenuti “dall’odio cieco di migliaia di cittadini benpensanti” (p. 118), per i quali anarchici e banditi erano sinonimi. Come disse il giudice Taher, “il delitto di rapina a mano armata era pienamente conforme agli ideali radical”. (p. 96) Lo stesso giudice, che durante il processo non sollevò obiezioni a domande della pubblica accusa del tipo “avete mai discusso di teorie di governo?” e “avete mai discusso di ricchi e di poveri?”, (p. 123) dopo la sentenza affermò compiaciuto: “Avete visto come ho sistemato quei bastardi di anarchici”? (pag. 13)
I due immigrati italiani, che parlavano un inglese stentato, fuggiti in Messico per evitare l’arruolamento, che non credevano in dio né nelle istituzioni, erano dei colpevoli ideali per rassicurare l’opinione pubblica più timorosa dei cambiamenti sociali.
Dos Passos descrive il contesto sociale in cui matura il desiderio di ordine e sicurezza. Nelle zone industriali del New England, buona parte degli abitanti di origine anglofona vede con timore i lavoratori di recente immigrazione, in un periodo di crisi dell’industria tessile, dominante in quelle zone. I lavoratori irlandesi sono ormai quantomeno tollerati, ma sia anglofoni che irlandesi sono uniti contro la “minaccia” rappresentata da italiani e immigrati dall’Europa centrale. La stampa, in particolare i giornali del magnate della stampa Hearst, fomentando i pericoli per la civiltà, “misero il cittadino medio benpensante in un tale stato d’animo che appena sentiva puzzo d’aglio nel fiato di qualcuno se la svignava per paura di essere accoltellato. Una stanza piena di gente che parlava una lingua straniera voleva quasi certamente dire una cospirazione per rovesciare il governo”. (p. 86) In questa atmosfera di odio e di sospetto, i due anarchici italiani erano colpevoli ideali.
La scelta di schierarsi dalla parte di Sacco e Vanzetti era per Dos Passos un modo per “combattere per la libertà di parola e per un tipo di giustizia che trattasse con lo stesso criterio poveri e ricchi, e gli sporchi stranieri come gli americani puro sangue”. (p. 9)
Il processo e l’esecuzione dimostrano, secondo Dos Passos, che il sogno americano di una nazione di liberi ed eguali non è divenuto realtà, ma vi sono due nazioni: l’America dei ricchi e quella dei poveri. E’ il fallimento dell’american dream, l’idea di un paese che offra le medesime opportunità a tutti, idea affascinante per gli immigrati europei che desideravano vivere in un paese in cui si potesse uscire dalla povertà vivendo del proprio lavoro. In realtà, le opportunità non sono uguali per tutti. I nuovi arrivati, o almeno alcuni di essi, i “mediterranei” e gli slavi, sono accolti con ostilità razzista. Come ricorda nella postfazione Piero Colacicchi, basta vedere le statistiche sulle condanne a morte nei primi del Novecento, che vedono una percentuale di italiani sul totale dei condannati ben superiore alla percentuale degli immigrati italiani sul totale dei residenti. Ciò era dovuto sia a una difesa inadeguata, a causa della povertà degli accusati, sia a pregiudizi colpevolisti dei giudici e dell’opinione pubblica. Tali pregiudizi potevano essere così forti da portare alla condanna anche nei pochi casi in cui la difesa era efficiente, come nel caso di Sacco e Vanzetti. Ancora una volta, il desiderio di sicurezza ha avuto le sue vittime sacrificali.

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