KRONOS, IL CONQUISTATORE DELL’UNIVERSO

di Danilo Arona

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In un libro del 1998, Possessione mediatica, fra le varie cose elencavo una cospicua lista di film all’origine di comportamenti sociopatici o criminali in individui quasi sempre psicolabili o dalle personalità fragili se non ancora formate. Discorso azzardato ed equivocabile perché corre il rischio di apparire moralistico e censorio: però i fatti esistono e sono documentati. Se poi pensate che un classico della casistica psichiatrica sulla paranoia (il caso di Linda Estrada che a New York, durante una notte di Halloween, uccise con orribili modalità rituali la figlia di sette anni, sostenendo di avere ricevuto un “ordine” dal film che stava vedendo, I dieci comandamenti di Cecil B. De Mille) è legato, appunto, a un’opera “al di sopra di ogni sospetto”, mi sembra più che chiaro che i moralismi del censore non hanno ragione di esistere: addirittura, il cartoon della Disney Il Re Leone sarebbe all’origine del suicidio di un quattordicenne inglese, accaduto nel ’96.

Per dire che si tratta “soltanto” di un problema tecnico di comunicazione: tra mondi interni e mondi esterni, con rovesciamenti che i lettori di James Ballard o di Jean Baudrillard potrebbero conoscere. E, nel caso che segue, tra mondi visibili e mondi invisibili. Un evento che si verifica nella campagna di Bassavilla, poco tempo dopo l’uscita di Possessione mediatica.
All’apparenza sembra un tipico caso di poltergeist. Se poi sia genuino, è altra storia. L’acqua esce a fiumiciattoli dal pavimento, laddove non esistono tubature. I quadri cascano dal muro. I vasi vengono trovati distrutti per terra. Il fuoco sembra appiccarsi autonomamente ai materassi e ad altre masserizie custodite in cantina. E botti piene di vino si bucano come se qualcuno le avesse sventagliate a colpi di mitra.
Il teatro di queste vicende sbalorditive e senza causa apparente è una grande e un po’ cascante cascina, i cui abitanti sono dediti all’attività agricola. Dopo i primi giorni di stupore, una sorda tensione contagia i sette membri della famiglia, soprattutto a causa della giustificata paura del fuoco. Poi l’inquietudine di ciascuno aumenta ulteriormente per una nuova serie di performances dal mondo dell’invisibile: la luce e l’acqua corrente che iniziano a mancare tutte le mattine a una data ora, e sempre quella; diversi vetri di un portoncino che vanno in frantumi dall’interno verso l’esterno, senza che vengano trovati dei sassi in giro: alcuni pesanti lampadari che si mettono a oscillare come se ci fosse il terremoto. Il culmine dei fenomeni è raggiunto una domenica mattina quando tutti i fili della luce che corrono all’esterno dei muri sono rinvenuti tranciati. Superato lo sbigottimento, subentra la convinzione che qualche buontempone non facente parte della famiglia stia operando degli scherzi di pessimo gusto e allora si allertano i carabinieri. Ma costoro, risicata compagnia di una stazioncina di campagna, fanno intendere che il colpevole non proviene da fuori. Qualcuno allora convince il padrone di casa che occorre chiamare in aiuto dei “professionisti del paranormale”. E, per vie che non conosco, si opta per un gruppo torinese di “disinfestatori dell’ambiente”, che operano all’interno delle case interessate ai fenomeni di poltergeist, e di cui il consigliere ha letto qualche tempo prima sul giornale “La Stampa”. Niente parroco: in questa cascina sono tutti materialisti storici, qualcuno persino iscritto a Rifondazione.
Così i ghostbusters, che non sono sempre un’invenzione del cinema, arrivano alla cascina. Si tratta di due giovani barbuti e di una ragazza magrolina che si presentano alla porta di casa con una serie di strane apparecchiature: queste, a loro dire, servono per “scaricare” l’ambiente. Gli oggetti, per quel che si vede grosse lampadine con aggiunte delle spirali metalliche, sono piazzati in diversi angoli della vasta cascina. Il primo risultato, non incoraggiante, è un acuto intensificarsi dei fenomeni: lenzuola che volano via dai letti e finiscono sui pavimenti, lampadine che si svitano da sole e ancora quadri che si staccano dal muro e cadono giù per terra. Le attenzioni degli emuli di Dylan Dog si concentrano allora su due personaggi della famiglia che, a parere della tipa magra (la “sensitiva” del trio), rappresentano gli estremi poli dell’incredibile tempesta energetica che si scatenando nell’abitazione: un ragazzino di dodici anni, Fausto, e la vecchia nonna Carolina.
Si scopre così che da molto tempo Fausto nutre un aspro rancore nei confronti dell’anziana, perchè, quand’era più piccolo, la donna usava raccontargli delle favole spaventose per tenerlo quieto. Una in particolare, così “forte “ e intensa da essere ancora vivida nella sua mente, descriveva una gigantesca “masca” che aveva gambe talmente lunghe da risultare più alta e più grande della stessa casa: la “masca”, stante i racconti della nonna, arrivava nella pianura antistante la cascina alla sera per portarsi via i bambini che non si addormentavano prima delle nove. Così Fausto, allora, andava sempre a dormire alle venti e trenta. In preda al terrore.
Con una puntigliosa indagine i “disinfestatori” scoprono che l’innesco dei fenomeni è partito una sera di quaranta giorni prima, quando per colpa di un violento temporale la luce se ne va per qualche ora. E si appura anche che, la sera prima del black-out, Fausto ha visto in una TV locale un vecchio film di fantascienza che descrive uno strano mostro meccanico, assomigliante a un parallelepipedo semovente, che divora tutta l’energia elettrica che incontra sul suo cammino.
I tre esperti a questo punto non hanno più dubbi: l’inconscio di Fausto ha metabolizzato l’immagine del mostro divoratore di energia, identificandola con la gigantesca “masca” della favola infantile. La paura del ragazzino, trasformata in potente rancore energetico, si è scagliata contro gli oggetti più importanti della casa, non disdegnando di imitare il mostro cinematografico nelle sue più plateali esibizioni, come nel caso della distruzione dei cavi esterni della luce. Basterà allontanare il ragazzino dalla casa per qualche giorno e se ne avrà conferma: i fenomeni cessano. L’unico modo per sanare la questione sarà un bel supplemento di affetto e comprensione tra nonna e nipote. E il reo tempo che trascorre giocherà in ogni caso a favore del ritorno della normalità: la fase di scatenamento dei fenomeni di poltergeist, di solito, si allenta quando si supera la fase preadolescenziale, anche se in questo campo le scienze non possono francamente definirsi esatte.
Gli appassionati lo avranno già capito: il film in oggetto è Kronos, il conquistatore dell’universo, diretto da Kurt Neumann nel lontano ’57, opera minore realizzata con poverà di mezzi (ma interessante e anticipatrice) che descriveva l’arrivo sulla Terra di una gigantesca struttura metallica, un parallelepipedo con le antenne che non ci terrorizzò quanto i Ragni Neri e le formiche giganti dell’epoca, in grado di “succhiare” ogni riserva energetica del pianeta. In qualche modo derivativo de Il mostro magnetico di Curt Siodmak del ’53, ma quella strana immagine s’imprimeva nella memoria. Al punto da ritrovarne più di una traccia nel monolito, anche questo semovente, del 2001 di Kubrick. Appunto, la forza delle immagini…

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