di Valerio Evengelisti

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Esistono recensioni che si preferirebbe non dover leggere perché, se è vero che la critica è in crisi, esse le assestano un colpo ferale. Mi riferisco all’articolo di Silvia Dai Pra’ intitolato Antonio Moresco e il mito della purezza, apparso sul numero 64 de Lo straniero.
Dovrebbe recensire il testo, tra saggistica e narrativa, di Antonio Moresco Lo sbrego (ed. Holden Maps / BUR, 2005). Uso il condizionale perché Silvia Dai Pra’ del libro parla poco o nulla, mentre, se di “stroncatura” si tratta, essa si abbatte sulla figura stessa di Moresco, e sulla sua dignità di intellettuale.

L’esordio è un luogo comune mille volte ripetuto: “Moresco è uno di quegli scrittori che o si ama o si odia”. Silvia Dai Pra’ dichiara (implicitamente) di non fare propria nessuna delle due posizioni. Sembra piuttosto collocarsi sul versante intermedio di “quelli disposti a riconoscergli un talento, senza però sentirsene conquistati”. La mancata conquista deriva dal percepire in Moresco “un fitto reticolo di maschere, di pose e di facili vie di fuga”.
La presunta recensione potrebbe finire qua. Silvia Dai Pra’ non riconosce al suo bersaglio la virtù della sincerità e, con ciò, gli nega una delle doti fondamentali che connotano un artista (e persino un artigiano di qualità). Ma l’autrice dell’articolo deve in qualche modo occuparsi anche de Lo sbrego, o fingere di farlo. Questo, secondo SDP (mi sia consentita la riduzione a sigla di un nome suggestivo), “dovrebbe essere un libro sulla lettura, o, almeno, questo gli è stato commissionato” (il corsivo è mio).
Commissionato un cazzo. Se SDP ha letto il libro, si sarà accorta che Moresco racconta con precisione la genesi del suo scritto, sia pure estendendola in chiave favolistica: essa avvenne attraverso una serie di sollecitazioni telefoniche di Dario Voltolini, che non è l’ultimo degli intellettuali italiani. Moresco è uno che “su commissione” non fa nulla o quasi. Ma sospetto che SDP lo sappia, e abbia voluto aggiungere uno sfregio supplementare del tutto gratuito a quelli che seguiranno.
Si prosegue con estratti casuali, che non permettono di capire di cosa tratti Lo sbrego, però consentono di comprendere come la “neutrale” SDP consideri non già lo scrittore (continua a ripetere che un po’ le piace), bensì l’uomo Antonio Moresco. Ribelle fasullo (“siamo diventati scaltri nello smascherare le pose, le frasi a effetto, gli inni alla rivoluzione troppo sbrigativi”), invidioso dei successi altrui (“continua a tirare fendenti a destra e a manca, rovesciando livore contro un mondo culturale fatto di ‘piccole schiere funzionarie che si fanno del male, ecc.’”), sfrenatamente ambizioso (“la sua ossessione per essere centrale nel mondo letterario è eclatante, e non è stata certo frenata dal fatto di essere stato pubblicato, negli ultimi anni, dalle più potenti case editrici italiane”)
SDP, nel suo afflato distruttivo, non si sofferma a chiedersi come mai Moresco abbia avuto sì editori importanti, ma sia passato dall’uno all’altro (si veda chi ha pubblicato i due volumi dei Canti del Caos) e sia rimbalzato da questi a grandi, piccoli e medi. Personalmente sospetto che Moresco non si sia tanto arricchito in questi passaggi. SDP no. Individuato il ribelle da operetta e l’ipocrita che dice di essere ciò che non è, il lucro e il crogiolarsi in una massa di diritti d’autore diventa un puro corollario. (Quanto alle credenziali rivoluzionarie, sarei portato a chiedere a SDP le sue, ma me ne astengo per umana comprensione).
La requisitoria di SDP contro Moresco, senza mai entrare nel merito de Lo sbrego, non finisce qui. Lo scrittore ha il torto di rievocare i suoi anni (effettivi) di miseria. SDP piomba come un falco su tale richiamo: “Questo ci viene presentato come ‘sofferenza autentca’: ripetuto, spiattellato, non approfondito, mai messo in discussione”. Bene, SDP ha elementi per asserire che la travagliata vicenda personale di Moresco non sia stata sofferenza autentica? Che vada, non si sa come né perché, “rimessa in discussione”? Ciò che ne sappiamo è totalmente inventato? Perché, se il retroterra fosse autentico, si capirebbe bene che Moresco vi torni con insistenza. E che accusi una chiusura del mondo culturale ed editoriale che Lo straniero denuncia praticamente ogni mese, in una quantità di articoli. Forse SDP farebbe meglio a leggere con maggiore attenzione la rivista su cui scrive.
Il capo d’accusa principale principale, però, deve ancora venire (naturalmente senza alcun riferimento a Lo sbrego, di cui non ci è concessa nemmeno una valutazione del tipo “è brutto” o “è bello”). Moresco, udite udite, esagera nei toni: “tutto ciò che lo scrittore tocca, prova, enuncia, deve situarsi vari toni sopra la media: il suo dolore è insopportabile, la sua passione è irrinunciabile, la sua voce è profetica”. Ciò potrebbe applicarsi a un bel po’ di autori ritenuti geniali, da Leopardi (che almeno non aveva problemi di affitto) a Céline. Ma l’accusato è Moresco, che pontifica dalla sua torre d’avorio dimenticando ciò che dovrebbe costituire l’interesse di uno scrittore: “C’è qualcosa, oltre il monologo tra lo scrittore e il suo cuore, il suo demone, il suo pene? Mogli che si stufano senza avere tutti i torti, figli che ti mandano a quel paese, per fare un paio di esempi banali.”
Qui mi fermo, nella lettura dettagliata della cosiddetta “recensione”. Siamo arrivati al nocciolo, e cioè all’ennesima esaltazione del minimalismo quale garanzia di buona letteratura. Seguono ulteriori insulti contro Moresco (“E’ inutile sfoderare gli anni del monolocale come garanzia di autenticità. Lo scrittore Moresco non è un extracomunitario arabo, non è un sudamericano accoltellato”). Pure cazzate. E infine un riferimento di dovere a Lo sbrego, limitato a una sola pagina e a qualche riga di questa.
Io non sono né un seguace né un adoratore di Antonio Moresco, che d’altronde non conosco personalmente. Scrivo cose che riconosco modeste, e che sono oggettivamente ai margini del cosiddetto “mondo letterario”. Però, diavolo, mi piace che un autore convinto della sua vocazione persegua il proprio ideale con coerenza esemplare e, giunto in qualche misura alla meta, affronti tematiche quasi più filosofiche che narrative, con palese dispregio del mercato. Mi pare di cogliere in ciò una grande dignità, personale e artistica.
“Stroncature” banali e personalizzate come quella di Silvia Dai Pra’ invece, da lettore, mi deprimono, anche perché non sembrano avere alle spalle una teoria della letteratura di una qualche solidità. Somigliano agli sfoghi di Antonella Elia contro i suoi compagni d’avventure, nella seconda serie de L’isola dei famosi. Da Lo straniero ero abituato ad aspettarmi di meglio.

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