di Fabrizio Billi

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Laura De Marco, Il soldato che disse no alla guerra. Storia dell’anarchico Augusto Masetti (1888 — 1966), Edizioni Spartaco 2003, pp. 147, € 12

Mark Twain, Alla persona che siede nelle tenebre. Scritti sull’imperialismo, Edizioni Spartaco 2003, pp. 133, € 12

Marie Louise Berneri — Vera Brittain, Il seme del caos. Scritti sui bombardamenti di massa (1939 — 1945), Edizioni Spartaco 2004, pp. 155, € 12

Le Edizioni Spartaco sono una piccola casa editrice, che nel 2003 ha creato la collana Il risveglio, dedicata a scritti di autori libertari. Questi tre libri, usciti in quella collana nell’arco di pochi mesi, sono accomunati dal fatto di essere dedicati al tema pace/guerra. Il primo libro riguarda un gesto di ribellione individuale alla guerra, e il caso politico che ne seguì, il secondo è una raccolta di scritti sull’imperialismo statunitense ed europeo alla fine dell’Ottocento, il terzo raccoglie gli scritti di due pacifiste durante la seconda guerra mondiale.

Il libro di Laura De Marco ricostruisce la vicenda di Augusto Masetti, che il 30 ottobre 1911, in occasione dell’adunata delle truppe in partenza per la Libia in una caserma di Bologna, sparò ad un ufficiale, come gesto di ribellione contro la guerra. Per l’insubordinazione armata contro un superiore, il codice militare prevedeva la pena di morte. Masetti riuscì però a scampare alla fucilazione perché, in seguito a perizia psichiatrica, venne riconosciuto “soggetto degenerato”. La legislazione prevedeva che chi avesse commesso un reato non essendone cosciente, non potesse essere punito, ma dovesse essere curato. Iniziò così un lungo soggiorno di Masetti in vari ospedali psichiatrici: prima Reggio Emilia, dove venne eseguita la prima perizia psichiatrica, poi il manicomio criminale di Montelupo fiorentino, ed infine Imola, dove rimarrà fino al 24 agosto 1919, tranne che per un periodo a Padova, dove venne eseguita la seconda perizia, che lo riconoscerà guarito.
Il libro descrive le vicissitudini mediche di Masetti, citando ampiamente le cartelle cliniche e le perizie. Tali vicende sono inquadrate nella situazione dell’epoca delle scienze psichiatriche, dominate dal positivismo e, secondo le indicazioni lombrosiane, tese a cercare i segni fisici della malattia mentale. Così, “si scopre che Masetti ha una grande apertura delle braccia rispetto alla statura…e questo lo avvicina al ‘tipo scimmiesco’. Un altro segno anomalo è ‘la zona di ipertricosi (abnorme abbondanza di peli) che si osserva alla regione lombo sacrale’, una chiara ‘rimembranza di villosità animalesca’ che rappresenta un ‘arresto di sviluppo’. Oltre a questi, ritenuti i più significativi, i periti trovano sul corpo di Masetti molti altri caratteri dovuti al suo ‘fondo degenerativo’: la forma e le misure del cranio sono diverse dal ‘medio tipo della nostra razza’; l’asimmetria, ‘l’appiattimento insolito della squama occipitale e la sporgenza delle bozze parietali, l’angolo facciale, che è piuttosto ‘acuto’, lo ‘scheletro facciale asimmetrico per notevole deviazione del naso a destra’ e per finire le orecchie con i ‘padiglioni a ansa’”.
Vale la pena citare un passo di Lombroso molto esplicativo del rapporto tra malattia mentale e posizioni politiche tese a mutare l’ordinamento vigente, come quelle socialiste e anarchiche: “La repressione violenta ha anche il torto di insuperbire gli anarchici, di far loro credere di pesare sul destino dei popoli, e di disporre (a loro favore) le classi più elevate la cui ripugnanza è il migliore baluardo all’infuriare di questi pazzi. Invece l’invio al manicomio di quanti almeno sono epilettici o isterici sarebbe una misura più pratica specie in Francia dove il ridicolo uccide. Perché i martiri sono venerati; dei matti si ride, ed un uomo ridicolo non è mai pericoloso”.
Alla luce di questo nesso tra insubordinazione politica e malattia mentale, non stupiscono le vicende di Masetti. Che la fucilata di Masetti non fosse però di un momentaneo episodio di follia, è indicato anche dal fatto che, in occasione della guerra d’Etiopia, Masetti chiede di essere esonerato dall’adunata, perché aborriva la guerra. Quel rifiuto gli costò un altro ricovero coatto, stavolta a Sassari. Dopo la seconda guerra mondiale, Masetti fu inoltre protagonista di un altro episodio che testimonia la sua avversione alla guerra: nel 1945 “corresse” i manifesti della leva con parole contro la guerra.

Il libro di Mark Twain raccoglie alcuni articoli scritti alla fine dell’Ottocento sul tema dell’imperialismo statunitense, che allora stava nascendo con le guerre a Cuba e nelle Filippine. Mark Twain vede con dolore il proprio paese entrare nel gioco delle guerre e delle rapine coloniali, insieme alle monarchie europee. In tal modo, viene meno la “novità” e l’alterità degli Stati uniti rispetto alla vecchia Europa: come scrive efficacemente Alessandro Portelli nell’introduzione: “l’opposizione America/Europa si colloca nello stesso paradigma di natura/civilizzazione, Huck/vedova Douglass, territori liberi/villaggi abitati, fiume/rive, cuore/coscienza — e ancora, democrazia/imperialismo, onestà/corruzione, popolo/re e imperatori” (p. 9). Se anche l’America si omologa alla vecchia Europa e ne ripercorre la strada, la strada delle guerre, del colonialismo, della violenza, viene meno la possibilità di costruire una società umana differente. Mark Twain è consapevole che le cause delle guerre sono da ricercarsi negli interessi economici, ma ritiene che la vera causa sia all’interno dello stesso animo umano, la volontà di potenza e di sopraffazione che fa sì che gli interessi economici e politici si manifestino con la violenza e la volontà di dominio. E’ un pessimismo radicale, espresso non solo dagli scritti raccolti in questo libro, ma anche da altre opere, come L’uomo che corruppe Hadleyburg o Un americano alla corte di re Artù. Gli scritti raccolti in questo libro, e più in generale gli scritti degli ultimi anni di vita, sono pervasi da un pessimismo radicale, convinto dell’impossibilità del progresso e della civilizzazione di cambiare la natura umana, facendoli anzi diventare pretesti per imporre con la violenza il proprio dominio. Con la scusa di far uscire dalle tenebre della barbarie intere popolazioni, si conducono guerre e stermini, come quello ricordato nello scritto Sull’uccisione di 600 moros, quando le truppe statunitensi massacrarono 600 persone nelle Filippine, in gran parte donne e bambini.
Gli scritti di questo libro criticano ferocemente gli elementi principali che sono caratteristici della politica imperialista statunitense ed europea: la religione e la preghiera (si prega per la distruzione dell’avversario, cioè di altri esseri umani), il patriottismo (che porta all’omologazione ed all’obbedienza), la pretesa di portare la civiltà (scusa per portare morte e distruzione).
La lettura che Twain dà della nascita dell’imperialismo statunitense è improntata a una profonda disperazione, una disperazione apocalittica sulla natura della razza umana, come testimoniano anche le folle, genitori con bambini compresi, che partecipano ed assistono ai linciaggi (Gli Stati uniti del linciaggio), animati dalla “pura e orribile smania di assistere alla sofferenza umana” (p. 38). Il libro si conclude con Il soliloquio di re Leopoldo, una immaginaria riflessione del re del Belgio, che si stupisce per l’ingratitudine dei sudditi africani e per le critiche ricevute da molti in Europa per le brutalità inferte ai suoi sudditi africani. Re Leopoldo rappresenta probabilmente la quintessenza degli orrori del colonialismo, per le sofferenze imposte alle popolazioni del Congo, essendo il primo responsabile della morte di una decina di milioni di persone, nonché del saccheggio sistematico delle risorse del paese, grazie a una politica di rapina e taglieggiamento che imponeva atroci crudeltà, soprattutto col lavoro forzato per la raccolta della gomma.

Il terzo libro raccoglie gli scritti di due donne che nella seconda guerra mondiale ebbero posizioni pacifiste.
L’avversione alla guerra ha motivazioni differenti nelle due donne. La Brittain, che maturò la propria avversione alla guerra curando i feriti al fronte durante il primo conflitto mondiale, è contro tutte le guerre e la violenza. La Berneri — figlia dell’anarchico Camillo — rifiuta la guerra nel capitalismo, ritenendola scontro tra imperialismi, ma non rifiuta la violenza né si oppone a tutte le guerre, infatti aveva sostenuto il fronte repubblicano nella guerra di Spagna, considerata come un conflitto tra classi oppresse e oppressori. La sua analisi è “che l’imperialismo è la prima causa delle guerre, e che [è] la causa [che] deve essere sradicata” (p. 63). La Brittain, invece, definisce la propria avversione alla guerra “una rivolta appassionata e biologica” (p. 42), una contrarietà non solo “alla guerra contro Hitler, ma a tutte le guerre”. (p. 56) Il suo pacifismo “non è altro che fede nella vittoria finale dell’amore sul potere. Questa convinzione deriva da un’intima certezza. Non toccata dalla logica e al di là di ogni argomentazione” (p. 77).
Nel paese in cui le due donne vivevano, la Gran Bretagna, l’opposizione alla guerra al nazismo fu impopolare e minoritaria. Molti pacifisti, che erano stati contrari alla prima guerra mondiale, e intellettuali come Orwell, ritenevano che ormai si potesse evitare la caduta del mondo intero sotto il tallone nazista solo sconfiggendo militarmente Hitler. L’opinione prevalente era che la seconda guerra mondiale, a differenza della prima, fosse un conflitto tra fascismo e democrazia, non uno scontro tra imperialismi. Come nota la curatrice del libro, la posizione di molti ex pacifisti era “no alla guerra in generale, ma “questa” guerra è l’eccezione” (p. 17), perché un mondo dominato dal fascismo sarebbe stato un incubo. Orwell, in un giudizio di Woodcock ricordato nell’introduzione, alle filosofie astratte preferiva l’analisi della realtà concreta, e la sua analisi era che la priorità era combattere il fascismo, pur continuando a combattere il conservatorismo, che prima della guerra era talvolta stato anche filofascismo, della classe politica britannica, o le tendenze totalitarie e militariste della propaganda. Il primo pericolo era il fascismo, che in quel momento poteva essere vinto solo vincendo la guerra. A questo tipo di posizioni, le due donne antepongono le proprie convinzioni etico-morali (per la Brittain, la guerra come antitesi della civiltà), o politiche (per la Berneri, la guerra è imperialista).
Gli scritti sui bombardamenti di massa, evidenziati dal sottotitolo, riguardano la parte finale del libro, relativa agli scritti degli ultimi anni del conflitto, quando i bombardieri britannici distruggevano le città tedesche. Berneri considera i bombardamenti delle città una forma di oppressione di classe, perché colpiscono i lavoratori più che i capi fascisti. Brittain giudica la strategia dei bombardamenti, decisa da Churchill, non solo controproducente, ma anche criminale, proponendo che le nazioni arrivino a decidere di bandire i bombardamenti sulle città, così come dopo la prima guerra mondiale concordarono di non utilizzare i gas sui campi di battaglia.

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