di Vittorio Catani e Valerio Evangelisti

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Quest’anno cade il centenario della morte di Jules Verne, scomparso nel 1905. Per l’occasione, il quindicinale letterario Stilos, diretto da Gianni Bonina, ha intervistato nel suo numero 1 gli scrittori Vittorio Catani e Valerio Evangelisti (entrambi nella foto) sul ruolo di Verne nella loro formazione e in generale nella nascita della fantascienza. Riproduciamo le due interviste.

VITTORIO CATANI

Quale influenza ha avuto il precursore della fantascienza sulla sua generazione?

Un’influenza modestissima, credo. Mi spiego: noialtri lettori e/o autori di fantascienza abbiamo una conoscenza dei “padri fondatori” e dei precursori del genere, e tra costoro Verne ha certamente una sua importanza.

Indipendentemente da ciò, comunque, la mia generazione (quella dell’immediato dopoguerra) si era nutrita, in verde età, anche delle letture di Jules Verne. E ne ricordo in particolare alcune che mi dilettarono molto: I figli del capitano Grant, Un capitano di quindici anni, Ventimila leghe sotto i mari, Michele Strogoff. Ma la fantascienza, la nuova narrativa “popolare” che ai primi anni ’50 ci giungeva dagli Usa, era una versione totalmente nuova del “meraviglioso scientifico” (talora anzi era “orrido scientifico”): una sorta piccolo di terremoto. Insomma al confronto Verne sembrava appartenere, direi, a un altro pianeta.

La distanza storica e geografica da Jules Verne si avverte ancora?

Verne è figlio dell’Ottocento, e in particolare dell’Ottocento francese, molto diverso da quello italiano: un aspetto che può tuttora cogliersi leggendolo (se è questo il senso della domanda). La Francia era culturalmente più avanti anche quanto a progresso scientifico, ciò che fu determinante per l’affermazione di uno scrittore come Verne. Per quanto io ricordi qui al sud, l’Italia degli anni ’40 50 aveva una cultura essenzialmente contadina, se non rurale, con più del 40% dei lavoratori ancora impegnati nelle campagne (dato nazionale). Noi eravamo ancora in un XIX secolo arretrato, con l’unica differenza che c’erano la radio e l’elettricità…

Come mai, secondo lei, pur avendo avuto un avvio importante in Francia e in Europa, la fantascienza ha finito per trovare la propria collocazione naturale nell’ambito inglese e soprattutto americano?

Quando negli Usa nacque la fantascienza moderna (si fa coincidere convenzionalmente tale data, l’aprile 1926, con l’uscita di Amazing Stories, prima testata dedicata esclusivamente a questo genere narrativo), essa trovò già un mercato ricchissimo di riviste specializzate nelle varie forme della letteratura “popolare”. E alcune tra queste già pubblicavano occasionalmente storie fantascientifiche. In tale contesto Amazing si inserì con naturalezza, interpretando le attese d’una nuova schiera di lettori giovani, fortemente interessati alle recenti scoperte scientifiche e realizzazioni tecnologiche. Esse sulle pagine di Amazing venivano rielaborate futurologicamente e inserite in scenari di mirabolanti avventure. La rivista fu presto imitata e diede l’avvio a una fioritura di pubblicazioni che ospitavano quasi esclusivamente storie brevi. Furono queste a “creare” il genere, ne determinarono la vorticosa evoluzione, formarono una schiera sorprendente di scrittori.
Anche in Italia era presente una fantascienza nei primi decenni del Novecento: lo si è recentemente appurato, riportando alla luce alcune riviste non specializzate dell’epoca. Vi pubblicavano, tra altri, autori di una certa notorietà. Si trattava tuttavia di una fantascienza rimasta ferma a stereotipi tematici e stilistici ottocenteschi (verniani anzitutto); l’elemento “scienza” era superficiale o molto tenue, facilmente la narrazione slittava verso il fantastico o il soprannaturale; la scrittura si manteneva tra il “popolare” e il “colto”, assumendo spesso toni moraleggianti. Pubblicazioni comunque a diffusione limitata, che non riuscirono a fare il salto: creare un filone editoriale autonomo, sollecitare la nascita d’una narrativa di fantascienza “moderna”, diciamo vicina a quella statunitense. D’altronde era mancata da noi anche una radicata e forte tradizione di narrativa “popolare”. Anzi, quelle riviste cessarono e se ne persero tracce e memoria per decenni. Allorché negli anni ’50 in Italia apparvero i vari Asimov, Williamson, Clarke o van Vogt, a noi sembrò che sorgessero dal nulla. Il fossato era divenuto quasi incolmabile: da qui, anche, i problemi che per decenni ha dovuto affrontare la fantascienza scritta dagli italiani per acquisire una sua fisionomia e cercare di affermarsi (questo sarebbe un capitolo a parte…)
Quanto alla Francia, Verne vi stendeva sempre la sua lunga ombra (con altri autori dell’Ottocento, in verità: Robida, Rosny aîné…) Egli restava comunque un esempio di statura internazionale, una tradizione rimasta viva, da imitare o contestare. La fantascienza statunitense, che giunse in Francia e Italia quasi contemporaneamente, oltralpe ricevette quindi una diversa accoglienza e collocazione. Sulla sua scia, l’editoria consentì ai nuovi autori di esprimersi liberamente; intellettuali ne discussero favorevolmente. In pratica, nacque presto un vivace mercato autoctono.

Negli anni ’80 William Gibson pubblicò il romanzo Neuromante, nel quale spostava l’attenzione dallo spazio esterno a quello informatico, contribuendo alla nascita del genere cyberpunk. Era già accaduto all’inizio degli anni ’60, quando la New Wave inglese pose l’accento sull’inner space, lo spazio interiore, legato anche alla diffusione delle sostanze psichedeliche come l’LSD. Come ha retto Jules Verne a questa evoluzione della letteratura scientifica e avvenirista?

Verne è rimasto decisamente molto marginale, se non assente; la sua concezione dell’avventuroso scientifico risulta datata. Anche se…
Il suo modello (scrittura linda, propositiva, farcita di spiegazioni tecniche, in un contesto di avventura), forse potrebbe ancora tenere, se aggiornato e ben rielaborato. Leggendo Caos Usa (1998), romanzo d’uno dei massimi iniziatori del cyberpunk, Bruce Sterling, mi sono imbattuto con un certo stupore in numerose pagine che ho trovato vicinissime, sia pure in una chiave attuale, alla scrittura verniana.
Ma forse è un caso raro, se non isolato…

VALERIO EVANGELISTI

Verne è stato tra i suoi primi autori letti, come è successo a un’intera generazione, o ha occupato posizioni di secondo piano durante la sua fanciullezza?

Direi di secondo piano, anche se certamente lo leggevo. Lo facevo quasi per dovere (era raccomandato da genitori e insegnanti), però non era sicuramente tra i miei scrittori preferiti. Di lui apprezzavo solo pochi romanzi, e anche quelli con riserva.

Cos’è che non riusciva ad appassionarla di Verne? Forse il fatto di essere rivolto troppo a guardare il futuro e la scienza?

Pagine e pagine erano dedicate alla descrizione di marchingegni. L’impatto peggiore lo ebbi con Cinque settimane in pallone, che non riuscii proprio a finire. Ma detestai anche Viaggio al centro della terra, visto che i protagonisti, scesi là sotto, non trovavano praticamente nulla. Del resto cosa capitava agli eroi di Dalla terra alla luna? Arrivati alla luna, le giravano attorno e tornavano indietro. No, preferivo di gran lunga H.G. Wells.

Tra Verne e Salgari chi avrebbe scelto per una lettura d’evasione in una serata di voglia d’avventure?

Mille volte Salgari! Mi capita di rileggerlo persino adesso.

Verne fu un viaggiatore impenitente e rigoroso, Salgari un imperterrito sedentario. Eppure entrambi hanno immaginato avventure mirabolanti. Giova allo scrittore di fantasia stare più fermo o muoversi?

Non credo che sia determinante. In fondo, i libri di viaggi (di cui Salgari fu un gran lettore, al punto che talora ne copiava pagine intere) servono proprio a far viaggiare chi sta fermo. Personalmente, ho scritto anche di recente storie ambientate negli Stati Uniti, sebbene, pur andando spesso nel continente americano, quello sia il paese che meno mi interessa visitare.

Verne è l’inventore della science-fiction, un genere letterario che non confina proprio con il romanzo storico e gotico. In entrambi i campi è però richiesta la presenza dell’elemento étonnant. Ma il grado di stupore è secondo lei lo stesso?

No, si tratta di stupori differenti. Nella science-fiction autentica (di cui Verne, secondo me, è stato uno dei precursori, non uno dei maestri) la meraviglia nasce dallo “spaesamento”, dovuto al trovarsi di fronte a mondi e società dalle regole ignote. Un po’ di questo stato d’animo lo si prova anche di fronte al romanzo storico, dove però prevale il fascino di esplorare da vicino universi già conosciuti, ma non nel dettaglio. Nell’horror, invece, lo stupore è un soprassalto più profondo, che ha origine nell’angoscia e dunque nella propria psiche.

Il suo Eymerich abita il passato mentre i personaggi di Verne frequentano il futuro, eppure c’è qualcosa che lega lei a Verne quanto a vividezza di immaginazione. O no?

Forse la ricchezza dei dettagli. Mi auguro, tuttavia, di essere meno pedante. La tecnica narrativa di Verne era essenzialmente catalogatrice: c’era questo, poi quest’altro, poi quello, e così via. Io mi sforzo, attraverso i dettagli, di offrire squarci, visioni. Come fanno tanti autori moderni.

Verne si è guadagnato solida fama di divinatore, avendo anticipato invenzioni e scoperte scientifiche. Quanto è stato frutto della fantasia e quanto invece di competenze tecniche? E poi: ha davvero letto il futuro?

Alcune delle macchine che Verne ha descritto esistevano già, almeno a livello di prototipo; altre non esistono tuttora. Verne ha fatto previsioni, certo, ma ha fallito nell’unica previsione che contava: l’impatto della tecnologia sulla società. Mi spiego con un esempio. Il lancio di un proiettile sulla luna, nei due romanzi consacrati a questa avventura, è faccenda di uomini molto ricchi e molto bizzarri, senza particolari ricadute. Idem per il sommergibile di Ventimila leghe sotto i mari, per il proto-elicottero di Robur il conquistatore, eccetera. Questi ultimi al massimo spostano le sorti di una guerra, ma il loro effetto resta limitato al campo di battaglia. Le macchine di Verne non hanno rilevanza sociale. Invece si prenda La guerra dei mondi di Wells. I velivoli marziani sono descritti solo sommariamente, mentre tutta l’attenzione è rivolta alla disgregazione della società vittoriana. La fantascienza moderna nasce da qui.

Verne non è stato solo un romanziere del futuribile, ma si è provato con successo anche nel romanzo storico. Basti pensare a Michele Strogoff. Ma la ricerca documentaristica non è spinta fino alla prova dell’incongruenza, mentre lei è attentissimo al dettaglio storico e d’ambiente. Sarà forse più ottocentesco lei di Verne?

Se così fosse lo considererei un complimento. La maggior parte dei romanzi che ci hanno formati e di cui conserviamo memoria viva risalgono a quell’epoca. In effetti Verne ha poco in comune sia col grande romanzo dell’Ottocento francese, sia col feuilleton. Scrive storie dalla trama piuttosto semplice, lineare, in fondo avulse dagli eventi dell’epoca in cui vive (l’eccezione almeno parziale è proprio Michele Strogoff, una delle sue cose migliori). Si sa che proponeva la fucilazione di tutti i socialisti, però non lo scriveva nei romanzi. Invece l’umile Salgari, in Le meraviglie del Duemila, non esitava a dichiarare le proprie idee politiche (conservatrici quasi quanto quelle di Verne) e la propria visione del mondo. Lo faceva in maniera goffa, ma lo faceva.

Ma al suo tempo la voglia di scoperte, alimentata dai progressi scientifici, suggeriva di battere il terreno della sf. Epperò era anche l’epoca delle esplorazioni e di qui romanzi di viaggi come L’isola misteriosa e Il giro del mondo in ottanta giorni. Quale di questi tanti Verne lei preferisce?

Sicuramente il secondo, quello dei viaggi e degli scenari esotici. Il giro del mondo in ottanta giorni conserva una grande freschezza, L’isola misteriosa ha cadenze da thriller che funzionano ancora, e un finale triste e solenne. Non direi lo stesso per la produzione avveniristica, salvata solo dai film spettacolari e coloriti che ne furono tratti (ogni volta con l’aggiunta di un qualche mostro che nel romanzo non c’era, o occupava poche pagine).

Tra le decine di romanzi verniani quali darebbe in lettura a un ragazzo?

Anzitutto i citati L’isola misteriosa e Il giro del mondo in ottanta giorni. Poi I figli del capitano Grant, un’avventura bella e ariosa, che sa di giovinezza.

Ritiene che Verne sia uno scrittore per ragazzi? O, come Swift del Gulliver, scrive ai ragazzi per essere letto dagli adulti?

Penso che lui si rivolgesse anzitutto agli adulti, e che non prevedesse del tutto che sarebbe divenuto uno degli autori per giovani tra i più lodati. Scrivere in apparenza per questi ultimi ammiccando agli adulti è proprio di scrittori più grandi di Verne, come Mark Twain.

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