di Chiara Cretella

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Valerio Romitelli, Gli dei che stavamo per essere, Gedit, Bologna, 2004, pp. 284, € 14,00.

Perché gli storici sono tra i migliori scrittori di narrativa contemporanea? Perché sono abituati alla narrazione, sanno raccontare la storia e le storie. Questa capacità incredibilmente organica che emerge dalla stesura perfetta della trama, manca molto spesso ai giovani scrittori che provengono da altre formazioni più specificatamente letterarie. Probabilmente, mi si dirà, la qualità dello stile è diversa nei due modi di operare. È lavorare sulla trama oppure disegnare descrizioni e atmosfere che insistono sul profondo, piuttosto che preoccuparsi dell’organicità dello svolgimento.

L’idea di una progressione sequenziale narrata con sapienza basterebbe a rendere ogni più piccola storia una vicenda degna di essere letta. Lo stesso non può dirsi dei pensieri autoreferenziali, metafisici, implosi nella narrativa che affonda il coltello nella profondità della lirica. Se non si è veri poeti si è per forza cattivi poeti. Se si sanno raccontare delle storie invece, la poesia è il valore aggiunto della descrizione di una vita, degli eventi e del loro effetto sul mondo. Lasciar parlare la storia dunque può essere un richiamo alla cultura della memoria, troppo spesso trascurata dalla nostra contemporaneità in cui tutto appare vecchio nel giro di un giorno e può mettere ai ripari da temibili revisionismi, come dalla didattica censoria delle scuole odierne.
Tutto questo per dirvi che sono rimasta incantata dal romanzo di uno storico come Valerio Romitelli, non uno scrittore di professione, ma uno studioso attento che ci dimostra come l’approfondimento critico si possa sposare felicemente con la divagazione estetica, come l’invito alla storia si possa coniugare con la riabilitazione di figure modernissime, perse nel magma indistinto degli avvenimenti passati. E come con un romanzo si possa ancora fare un’esperienza dialogica di insegnamento tra autore e lettore, di educazione politica di base, attraverso il raffronto di problematiche sociali che sono incredibilmente simili oggi come nell’Ottocento.
Questo testo rispecchia la felice intuizione dell’attualità dei sentimenti rivoluzionari, ma anche il rischio del tradimento e del trasformismo, la paura del fallimento politico, la sofferenza del carcere, il morire per delle idee, il gioco del compromesso, l’abiura del meno peggio, il sacrificio dell’individualità, la forza di un obbiettivo comune da realizzare. Seguiamo dunque la storia di Gioseffo Gioannetti, capo di un movimento popolare durato un anno e mezzo nella Bologna di fine Settecento, all’arrivo dell’armata napoleonica. Iniziata in una delle tante osterie di Bologna, tra un bicchiere e l’altro, la discussione fa emergere la forza di una gioventù in rivolta contro lo strapotere dei padri e delle famiglie abbienti che governano una massa poverissima obbligata a servirli. Si realizza dunque una confraternita di amici che diviene l’esempio dell’integrazione di pensieri diversi, non ultimo quello delle donne. In quest’ottica anche l’amore non è che il prolungamento di una passione comune:

«Al ricordo di quell’assemblea mi commuovo tuttora, ma di sicuro non mi pento, malgrado tutti i patimenti che me ne sono seguiti. Al contrario di quanto dicono preti, ricchi, potenti ed intriganti, la politica, quella vera, per la gente e tra la gente, è felicità piena, anche se, come ogni felicità, non può durare per sempre, ed è negata da chi non la sa meritare».

Un piccolo manuale dell’operare per il bene comune, che raccorda un filo troncato ma non sopito. Alcune splendide descrizioni di Bologna immergono in un sentire diffuso, in una pratica dell’opposizione genialmente esemplificata dalla contraddizione dei costumi dei ricchi. Una Bologna senza parrucche, codini e nei posticci, senza i simboli di un potere retrogrado e feudale nelle sue esposizioni più plateali, arricchitasi alle spalle di una massa trattata in maniera inumana. A capo di questa opposizione, un giovane nobile che ha sconfessato le sue origini, che rinuncia a cantare per il diletto dei sovrani, preferendo incantare le folle colla musica delle orazioni politiche.
Appresa la dottrina in manicomio, il giovane sognatore è considerato pazzo, folle di aver creduto al sogno della rivoluzione.

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