di Piero Brunello

[Due concezioni teoriche della resistenza alla violenza istituita si fronteggiano, a cavallo tra ‘800 e ‘900, nelle figure emblematiche di Lev Tolstoj ed Errico Malatesta, muovendo dai due episodi dell’uccisione del presidente francese Sadi Carnot da parte dell’anarchico Sante Caserio nel 1894, e del re Umberto I nel 1900 per mano dell’anarchico Gaetano Bresci. Il grande scrittore russo, che ha analizzato acutamente la struttura fondamentalmente autoritaria dei governi e delle istituzioni, lontani dai reali interessi del popolo, propende per una resistenza ferma ma non violenta, e per una “presa di coscienza” degli individui; l’anarchico italiano – pur condividendo molte idee tolstojane – ritiene invece che talune situazioni richiedano la mobilitazione e una risposta decisa, contrapponendo “la forza alla forza”, e che siano necessarie “libertà di propaganda e di organizzazione”. Idee queste che anticiperanno e ispireranno un ampio e variegato ventaglio di rielaborazioni, attuazioni, discussioni, nel xx secolo. Nella conclusione, l’articolo vede l’entrata in scena di altri protagonisti (in particolare Arturo Labriola), e segue le vicende editoriali e la diffusione in Italia degli scritti di Malatesta e Tolstoj sull’argomento. (Ripreso da Vittorio Catani, dal n. 297 – marzo 2004 – della rivista “A”. La prima parte è apparsa su Carmillaonline del 30 maggio 2005)].

Una sera in cui gli anarchici italiani si trovarono assieme, come spesso succedeva, in una birreria, Malatesta accusò Carrà e Tedeschi di aver tradito «la causa della libertà». Secondo Carrà, scoppiò «un putiferio indescrivibile che per un vero miracolo non degenerò in un tafferuglio». Malatesta conosceva Carrà perché lavoravano nello stesso ristorante: lui ad un
impianto elettrico, mentre il giovane pittore eseguiva alcune decorazioni. In Senza tit.jpgseguito, incontrandolo al lavoro, Malatesta si avvicinò e chiese scusa per il suo comportamento. Ma la divisione si approfondì. Carrà fece un ritratto di re Umberto e lo mise in palio come premio di una lotteria. L’epigrafe sotto il ritratto, dettata da Tedeschi, diceva: «Ucciso per mano assassina». Il quadro fu vinto dal Circolo monarchico italiano. La pensione di Tedeschi fu presa a sassate(27).
Lo scritto di Malatesta inizia affermando che il gesto di Gaetano Bresci esprimeva «l’ira popolare» provocata dall’ignoranza e dalla miseria in cui le istituzioni tengono le masse proletarie. Gli anarchici andavano ripetendo che solo la rivoluzione potrebbe rendere gli uomini «fratelli nel comune lavoro per il benessere di tutti», ma i potenti continuavano a rispondere con persecuzioni e con ferocia. Poi, «quando l’ira accumulata dai lunghi tormenti scoppia in tempesta, quando un uomo ridotto alla disperazione, o un generoso commosso dai dolori dei suoi fratelli ed impaziente di attendere una giustizia tarda a venire, alza il braccio vendicatore», allora «i colpevoli siamo noi». Come sempre, commenta Malatesta, la colpa viene addossata all’agnello.


Dopo aver stabilito «cause ed effetti» dell’uccisione di re Umberto, Malatesta usa lo stesso argomento di Tolstoj, paragonando l’indignazione per la morte di un re all’indifferenza per le innumerevoli uccisioni che accadono quotidianamente a causa di guerre o di incidenti sul lavoro, o nel corso di rivolte represse a fucilate. E’ giusto deplorare la morte di un uomo, e anche Umberto, oltre che re, era un uomo; la regina è rimasta vedova, «e poiché una regina è anch’essa una donna, noi simpatizziamo col suo dolore». Ma perché «tanto sfoggio di sentimentalismo» per un re ucciso, «quando migliaia e Senza tit2.jpgmilioni di esseri umani muoiono di fame e di malaria» nell’indifferenza di chi potrebbe aiutarli? Tutte le sofferenze umane vanno deplorate, anche quelle di un re, ma «il nostro dolore», afferma Malatesta, è più sentito «quando si tratta di un minatore schiacciato da una frana mentre lavora, e di una vedova che resta a morir di fame coi suoi figlioletti».
Malatesta dissente da Tolstoj sull’atteggiamento nei confronti della violenza. Entrambi ritengono che il sistema sociale si fondi sulla violenza messa a servizio di una piccola minoranza. Il militare, omicida di professione, è onorato, e più di tutti – continua Malatesta – è onorato il re, capo dei soldati. Il governo britannico brucia le fattorie dei Boeri; il sultano fa assassinare gli Armeni; il governo degli Stati Uniti massacra i Filippini; i lavoratori muoiono nelle miniere e nelle ferrovie; i governi mandano i soldati a fucilare i lavoratori. «Lunga è la lista dei massacri», commenta Malatesta nominando i luoghi degli eccidi compiuti dalla forza pubblica in Italia.
Detto questo però, Malatesta sembra rispondere a Tolstoj, e si chiede: «Chi fa apparire la violenza come la sola via d’uscita dallo stato di cose attuale, come il solo mezzo per non subire eternamente la violenza altrui?» La violenza – risponde – è la rivolta «che di tanto in tanto scoppia». Ma colpevole non è chi si ribella. Finché gli oppressori e gli sfruttatori «si ostinano a godere dell’attuale ordine di cose ed a difenderlo con la forza», non c’è alternativa: «noi siamo nella necessità, siamo nel dovere di opporre la forza alla forza».
Senza tit3.jpgNemmeno Malatesta avrebbe usato il termine «delitto» per qualificare il gesto di Bresci, ma non per i motivi indicati da Tolstoj. Mentre Tolstoj rifiuta le leggi dello Stato in ossequio all’unica legge cui sottomettersi, quella divina, Malatesta le rifiuta perché – lo scriverà un anno dopo per commentare l’uccisione del presidente americano McKinley – «il codice è fatto contro di noi, contro gli oppressi»(28). Malatesta non riconosceva leggi eterne, e forse si sarebbe trovato d’accordo con lo scrittore russo Maksìm Gorki che, dopo aver letto Non uccidere e altri opuscoli politici di Tolstoj, scrisse a Cechov che Tolstoj diceva di essere anarchico, e in parte lo era: «Ma distruggendo alcune regole egli ne erige altre, altrettanto dure per gli uomini, altrettanto gravose; questo non è anarchismo, ma qualcosa che sa di governatore»(29).
Nell’ultima parte de La tragedia di Monza, Malatesta, continuando la sua polemica contro quanti esaltavano gli attentati e il terrorismo, ribadiva che la violenza era una necessità e non un mezzo. Gli anarchici erano dei liberatori e non dei giustizieri. Sarebbero ricorsi «all’ultimo espediente della forza fisica» cui «l’ostinata resistenza della borghesia» costringeva gli oppressi, ma non avrebbero mai fatto «vittime inutili, nemmeno tra i nemici», rimanendo «buoni e umani anche nel furore della battaglia». Nessuna rivoluzione liberatrice, ripeteva, poteva nascere dai massacri e dal terrore, da cui escono i tiranni.
Questo non significava accettare il tolstojsmo. Interpretando la dottrina della resistenza passiva come rifiuto della lotta e come accettazione dello stato di cose – ma altri anarchici la interpretavano come una forma di «resistenza a mezzo della disobbedienza»(30) – Malatesta andava dicendo da anni che un uomo sarebbe «un terribile egoista, se lasciasse opprimere gli altri senza tentare di difenderli». Terroristi e tolstojani gli sembravano avere un punto in comune: «Quelli non esiterebbero a distruggere mezza umanità pur di far trionfare l’idea; questi lascerebbero che tutta la umanità restasse sotto il peso delle più grandi sofferenze piuttosto che violare un principio». Quanto a lui, «io violerei tutti i principi del mondo pur di salvare un uomo»; e sarebbe stato l’unico modo per salvare i principi morali, che si riducono a questo: «il bene degli uomini, di tutti gli uomini»(31). Sono i temi che percorrono l’attività di propaganda di Malatesta negli anni di fine secolo, e tornano nella conclusione de La tragedia di Monza.
Come Tolstoj, Malatesta ritiene che invece di uccidere un re, è essenziale uccidere tutti i re «nel cuore e nella mente della gente», sradicando «la fede nel principio di autorità a cui presta culto tanta parte del popolo»; così si acquista «quella forza morale e materiale che occorre per ridurre al minimo la violenza necessaria ad abbattere il regime di violenza a cui oggi l’umanità soggiace». E ancora come Tolstoj, sa che la violenza provoca «reazioni a cui si è incapaci di resistere» ed è «sorgente di autorità». «Noi – dichiara – aborriamo dalla violenza per sentimento e per principio, e facciamo sempre il possibile per evitarla». Tuttavia, Malatesta rivendicava il diritto di praticarla sulla base della «necessità di resistere al male con mezzi idonei ed efficaci».
Infine, mentre Tolstoj si appella al rifiuto individuale della menzogna e della sottomissione, compreso il rifiuto di prestare servizio militare, Malatesta auspica «libertà di propaganda e di organizzazione». Solo così le classi popolari avrebbero potuto «conquistare, sia pur gradualmente, la propria emancipazione per vie incruenti». Il governo italiano continuerà tuttavia a reprimere, commentava con amarezza: «e continuerà a raccogliere quello che semina».

Le traduzioni in italiano
La prima traduzione in italiano dell’articolo di Tolstoj uscì nella rivista «La vita internazionale», organo della Società per la pace e la giustizia internazionale, diretto da Ernesto Teodoro Moneta, fondatore dell’Unione lombarda per la pace e l’arbitrato internazionale. L’articolo apparve nel numero del 20 ottobre 1900 con il titolo Non uccidere! A proposito dell’assassinio di Umberto I, «in versione molto ridotta»(32).
La rivista aveva pubblicato due anni prima l’articolo di Tolstoj Carthago delenda, ed era stata sequestrata dalla Procura di Milano per «eccitamento alla disobbedienza della legge», malgrado una nota redazionale avesse preso le distanze dall’invito di Tolstoj, «paradossale e anarchico», di rifiutare il servizio militare(33). La paura di un nuovo sequestro e la distanza della rivista dalle posizioni di Tolstoj, consigliarono la redazione a pubblicare Non uccidere! con molti tagli. La traduzione era condotta su due differenti versioni uscite in due riviste francesi: «Qui e là – avvertiva una nota – fummo costretti ad attenuare» (per esempio Guglielmo II non veniva mai nominato), di disobbedienza non si parlava, e l’appello finale si riduceva a questo auspicio: «Non bisogna in nessun caso uccidere né Alessandro né Carnot, né Umberto, né altri: ma unirsi per far condividere loro quest’opinione: che nessuno ha diritto di uccidere facendo la guerra»(34).
Nel 1905 Non uccidere! venne compreso nella raccolta di scritti Ai governanti. Ai preti, pubblicata da Sonzogno nella traduzione di Maria Salvi(35). Sonzogno era la casa editrice del quotidiano «Il Secolo», del quale Teodoro Moneta era stato direttore per quasi trent’anni(36). Anche in questo caso non si tratta di una versione integrale: viene attenuato il giudizio di Tolstoj secondo cui un regicidio non è un’azione particolarmente crudele se paragonato a quelle «incomparabilmente più crudeli» commesse dai re, e soprattutto vengono omessi gli appelli finali al rifiuto di pagare le tasse e di prestarsi al servizio militare(37).
L’articolo fu pubblicato in versione integrale per la prima volta nel 1908 dal quindicinale anarchico «Il pensiero», diretto da Pietro Gori e Luigi Fabbri(38), con il titolo A proposito dell’uccisione di re Umberto, sulla base del testo francese pubblicato nella raccolta Les Rayons de l’Aube nel 1901(39), ben conosciuta negli ambienti anarchici(40). In una nota redazionale, inserita nel punto in cui Tolstoj presenta Bresci come un uomo armato da un gruppo di anarchici, i responsabili del periodico dichiarano di essere «antitolstoiani recisi» e di dissentire dall’articolo «in numerosi punti», ma di pubblicarlo comunque per la prima volta in italiano per le affermazioni coraggiose che vi si trovano(41).
L’unico taglio operato dalla rivista riguarda le citazioni bibliche ed evangeliche premesse all’articolo. In un punto poi è inserita un’aggiunta: nell’originale russo e nel testo francese si legge che i re e gli imperatori dovrebbero stupirsi della rarità di questi crimini, mentre in quello italiano si legge: «I re e gli imperatori, se fossero logici, quando l’ira popolare si abbatte su qualcuno di loro, dovrebbero meravigliarsi della rarità di questi delitti». L’aggiunta dell’espressione «ira popolare» sembra riprendere quello che aveva scritto Malatesta.

Con la prefazione di Arturo Labriola
La collana «Biblioteca rossa» della Casa Editrice Abruzzese inizia le pubblicazioni nel 1913 con lo scritto di Tolstoj Non posso tacere. Nello stesso anno pubblica Per l’uccisione di re Umberto, riprendendo la traduzione de «II pensiero», con una prefazione di Arturo Labriola, notoriamente lontano dal pensiero di Tolstoj.
Arturo Labriola aveva quarant’anni. Si era formato sulle opere di Marx all’università di Napoli, la sua città. Tra i principali esponenti delle teorie di Sorel in Italia, aveva propugnato la necessità di una rivoluzione violenta come mezzo di mutamento sociale. In polemica con Turati, aveva sostenuto l’azione diretta e rivoluzionaria delle masse contrapposta all’azione parlamentare, ed era uscito dal partito socialista assieme ai sindacalisti rivoluzionari. Due anni prima si era schierato a favore della guerra di Libia, dichiarandola «una esigenza storica ed etnica, connessa alla vita quasi esclusivamente mediterranea del paese», avvicinandosi in tal modo ai nazionalisti(42).
La sua prefazione, intitolata La contraddizione di Tolstoj, inizia con l’omaggio di rito cui pochi si sottraevano, dichiarando che la dottrina della non resistenza al male aveva i caratteri di «una grandezza morale senza confronti». Detto questo, Labriola mette in contraddizione lo scritto sull’uccisione di re Umberto con i principi proclamati dallo scrittore russo. Tolstoj – fa notare – pone sopra ogni altra cosa la coscienza morale; in nome della propria coscienza Bresci spara al re, perché il suo senso della giustizia «è diventato così squisito che non può più tollerare una infamia trionfante o una sopraffazione infelice»; ma invece di giudicare il gesto di Bresci con il criterio della coscienza morale, Tolstoj lo giudica in base alla convenienza rispetto al fine.
Ma l’obiettivo polemico di Labriola è la dottrina tolstojana. La non resistenza al male – scrive – è una illusione che scambia per «atto di libertà» quello che è «un atto di necessità». Chi è più debole soccombe necessariamente al più forte, e ha solo due possibilità: subire o ribellarsi con la forza. Dichiarare, come Tolstoj, che «la vita umana è sacra», sembrava a Labriola tipico di chi non sapeva accettare che guerra e violenza fanno parte della storia. «La vita umana – commenta – non è affatto più sacra di quella di uno scarafaggio o di un leone, perché la natura sperpera allegramente e con la stessa indifferenza la vita di tutte le sue creature».
Labriola assimila Tolstoj al buddismo e alle teorie dei quaccheri, dottrine che a suo parere impediscono «l’azione» e per questo – aggiunge – sono molto apprezzate dal socialismo parlamentare. Riconosce che la non resistenza al male «è il più formidabile atto di accusa che si possa pronunziare contro l’iniquità in auge», ma ribadisce che è un modo per ritrarsi da una «reazione risoluta e consapevole», una «rinuncia alla resistenza». Nella rivoluzione russa del 1905 i seguaci di Tolstoj si erano trovati «accanto agli uomini della rivoluzione», ma, facendo questo, avevano rinnegato l’insegnamento del maestro. L’ideale poteva andare bene finché duravano «l’incapacità o il desiderio di agire», ma quando «il processo naturale delle forze rivoluzionarie» riprendeva il suo corso, allora diventava inutile, superato dai fatti.
Si trattava di una tesi piuttosto diffusa negli ambienti rivoluzionari del socialismo europeo. Qualche anno prima, in uno scritto dedicato a spiegare perché Tolstoj si era tenuto lontano dalla rivoluzione del 1905, Lenin aveva parlato di «contraddizioni […] stridenti». Da un lato le sue opere esprimevano «una critica implacabile dello sfruttamento capitalistico, la denuncia delle violenze governative, della farsa della giustizia e dell’amministrazìone statale»; dall’altro riflettevano «l’immaturità del sognatore, l’inesperienza politica, la fiacchezza rivoluzionaria». Al realismo e alla «capacità di strappare tutte le maschere», si accompagnavano per contrasto «la predicazione di una delle cose più ignobili che possano esistere al mondo, la religione, e la volontà di sostituire ai preti funzionari statali, i preti mossi da convincimenti morali, il culto cioè del pretismo più raffinato, e, quindi, anche più abietto». La dottrina della non resistenza al male, aveva concluso Lenin, era stata «una delle cause più profonde della disfatta della prima campagna rivoluzionaria»(43).
A differenza di Lenin, Labriola dichiarava ammirazione per la dottrina morale di Tolstoj. Ma la storia e la politica – ribadiva – si svolgevano su un altro piano, quello della realtà, e chi si appellava ai valori della morale dimostrava di non saper accettare la realtà. All’epoca della guerra di Libia, Labriola aveva parlato di «svolgimento normale dell’evoluzione storica contemporanea»(44); un anno dopo, in un discorso alla Camera per sostenere l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale, avrebbe dichiarato di porsi «sul terreno dei fatti»(45). Benché stesse per presentarsi candidato al parlamento – sarebbe stato eletto deputato alle elezioni del 1913 – Labriola continuava a sentirsi un rivoluzionario, tanto da esibire disprezzo per chi «fa professione e mestiere di socialismo parlamentare». Pensava che compito di un rivoluzionario fosse quello di capire il senso storico degli avvenimenti, di controllarli e di saperli dirigere: tutto quanto cioè Tolstoj trovava ridicolo e spregevole in uomini come Napoleone. Pochi anni prima, discutendo di pacifismo e di antimilitarismo, Labriola aveva dichiarato che la guerra era un mezzo al pari degli altri: dipendeva da come la si usava. L’aveva paragonata a una macchina a vapore «che può condurci rapidamente a un porto, oppure precipitarci in un burrone», o a una lama affilata che «nelle mani del chirurgo dà la salute, nelle mani dell’assassino spezza l’esistenza»(46).
La metafora medica riferita alla guerra ricorda l’esaltazione futurista della guerra «sola igiene del mondo». Di lì a qualche anno la rivoluzione bolscevica, sprofondata in una guerra civile, sarebbe apparsa sotto la stessa luce. Quando l’anarchico Armando Borghi incontrò a Mosca nel 1920 i capi bolscevichi, Lenin gli disse che la rivoluzione era «un atto chirurgico»: dopo un po’, l’ammalato si sarebbe alzato dal letto, guarito. «L’ammalato sì, ma il dottore?» ribatté Borghi(47).

[Questo testo costituisce l’introduzione al volume di Leone Tolstoj Per l’uccisione di re Umberto, pubblicato (in prima edizione italiana, 2004) dalle Edizioni del Centro Studi Libertari “Camillo Di Sciullo”.
L’autore ringrazia Filippo Benfante, Pietro Di Paola e Giannarosa Vivian per aver letto e discusso questo scritto.
Per richieste: CSL Di Sciullo, c.p. 86, 66100 Chieti, e mail: fab.pal@libero.it]

NOTE

(28) E. Malatesta, Arrestiamoci sulla china, «L’agitazione», 22 settembre 1901, cit. in P. C. Masini, Storia degli anarchici italiani nell’epoca degli attentati, Rizzoli, Milano 1981, p. 181.
(29) Lettera di Maksìm Gorki a Anton Cechov, Novgorod, ottobre 1900, in M. Gorki – A. Cechov, Carteggio. Articoli e giudizi. Introduzione di V. Gerratana, Edizioni Rinascita 1951, Roma 1954, p. 71. Gli scritti La schiavitù del nostro tempo, Dov’è la radice del male e Non uccidere produssero in Gorki «l’impressione di compitini ingenui da studente di ginnasio» (ibid.)
(30) Così per esempio Max Nettlau, che nel 1897 considera Tolstoj «parte integrante del movimento anarchico». Cfr. Salomoni, Il pensiero cit., pp. 177 178.
(31) E. Malatesta, Errori e rimedi. Schiarimenti, in «L’anarchia», numero unico, agosto 1896, ripubblicato in Id., Scritti scelti, a cura di G. Berneri e C. Zaccaria, Edizioni RL, Napoli 1954, pp. 21 25.
(32) Salomoni, Il pensiero cit., p. 72 (sull’articolo di Tolstoj, pp. 72 75).
(33) Sulla vicenda, ibid., pp. 62 67. Nella nota pubblicata da «La vita internazionale» si leggeva tra l’altro: «La ribellione che consiglia Tolstoj condurrebbe a una reazione peggiore d’ogni male, perché appunto la coscienza universale, non essendo ancora abbastanza matura, finirebbe col perseguitare implacabilmente chi volesse farle compiere dei progressi troppo rapidi». Cfr. Claudio Ragaini, Un quasi inedito di Tolstoi, «Nuova Antologia», CXV (1980), fasc. 2136 (ottobre dicembre), p. 206. L’A. pubblica la traduzione dell’articolo originale di Tolstoj Carthago delenda, scrivendo che il testo non fu mai pubblicato in italiano «nella forma integrale», e che uno stralcio «ampiamente purgato e ridotto» venne compreso nella raccolta di scritti di L. Tolstoi Ai soldati, agli operai, Sonzogno, Milano 1905, tradotti da Maria Salvi. In realtà nell’opuscolo Sonzogno lo scritto Cartagine deve essere distrutta (ibid., pp. 49 58) parrebbe lo stesso riportato da Ragaini con diversa traduzione. Lo scritto è pubblicato anche in L. Tolstoj, Patriottismo e governo e altri scritti antimilitaristi, Edizioni senzapatria, Sondrio 1987, pp. 37 46, ripreso a sua volta da «Azione nonviolenta», Verona, gennaio 1985, pp. 6 8 con il titolo Lev Tolstoj e l’obiezione di coscienza.
(34) L. Tolstoj, Non uccidere! A proposito dell’assassinio di Umberto I, «La vita internazionale», III, 20 (20 ottobre 1900), pp. 609 610. Le riviste francesi da cui «La vita internazionale» dichiarava di tradurre erano la «Revue Blanche» e la «Revue et Revue des Revues».
(35) L. Tolstoj, Agli imperatori, ai re, ai presidenti, ecc. in Id., Ai governanti. Ai preti, tr. di M. Salvi, Sonzogno, Milano 1905, pp. 39 45.
(36) Ragaini, Un quasi inedito cit., p. 206.
(37) Scrive Tolstoi: «L’assassinio dei re, come il recente assassinio di Umberto, è terribile, sì, ma non perché sia di per sé una cosa crudele. Quel che vien fatto per ordine re e degli imperatori […], e i massacri che si compiono in guerra, sono incomparabilmente più crudeli degli assassinii commessi dagli anarchici» (Tolstoj, Non uccidere, in Tolstoj, Perché la gente si droga cit., 250). Nell’opuscolo Sonzogno viene omessa la precisazione «ma non perché sia di per sé una cosa crudele» riferita al regicidio, e si legge: «L’omicidio di un re – quello di Umberto, per esempio – è un atto di una crudeltà particolarmente nauseante, è vero. Ma delle misure ordinate dai re e dagli imperatori […] sono incomparabilmente più crudeli degli assassini commessi dagli anarchici» (Tolstoi, Ai governanti cit., pp. 40 41). Inoltre nell’opuscolo Sonzogno viene omesso il seguente brano: «Basterebbe […] che ogni privato cittadino comprendesse che il pagamento delle tasse, con le quali si arruolano si armano e si armano i soldati, e a maggior ragione il servizio militare, non sono affatto azioni senza importanza, bensì azioni malvagie e vergognose. E costituiscono non soltanto una connivenza ma una vera e propria complicità ad un omicidio: e subito si vanificherebbe da sé tutto quel potere degli imperatori, dei presidenti e dei re che tanto ci indigna, e per il quale adesso si continua ad assassinarli» (Tolstoj, Non uccidere, in Id., Perché la gente si droga cit., pp. 255 256). Un brano, sempre alla fine dello scritto, viene mutilato nell’opuscolo Sonzogno. Tolstoj scrive: «Per cui non occorre assassinare gli Alessandri, i Carnot, gli Umberti e gli altri, ma occorre spiegar loro che sono essi stessi degli assassini, e occorre soprattutto non permettere loro di assassinare altra gente, rifiutarsi di assassinare su loro comando» (Tolstoj, Non uccidere, in Tolstoj, Perché la gente si droga cit., 256). Nell’opuscolo Sonzogno si legge: «Non bisogna, in alcun caso, uccidere né Alessandro, né Carnot, né Umberto, né gli altri, ma unirsi a loro per fare ad essi dividere questa opinione che hanno diritto di uccidere facendo la guerra» (p. 45). La traduttrice di Tolstoj, Maria Salvi, non precisa la fonte da cui traduce; molto probabilmente si tratta della raccolta di scritti di L. Tolstoj, Les Rayons de l’Aube, pubblicata a Parigi nel 1901, su cui vedi la nota 39.
(38) L. Tolstoi, A proposito dell’uccisione di re Umberto I, «Il pensiero. Rivista quindicinale di sociologia, arte e letteratura». Redattori Pietro Gori e Luigi Fabbri, Roma, VI, n. 15, 1 agosto 1908, pp. 226 228.
(39) L. Tolstoi, A propos de l’assassinat du roi Humbert, in Id., Les Rayons de l’Aube. Dernières études philosophiques. Traduit du russe par J. W. Bienstock, P. V. Stock, Paris 1901, pp. 241 252. La versione è la stessa, e così il titolo. La fonte viene inoltre dichiarata da «L’agitatore. Periodico settimanale di azione rivoluzionaria», Bologna, I, n. 14, 29 luglio 1910, che pubblica la prima parte dell’articolo, intitolandolo La parola di Leone Tolstoi, e rinviando a Les Rayons de L’Aube cit., pp. 241 245. Rispetto alla traduzione fedele de «Il pensiero», «L’Agitatore» operava un taglio. Nel giornale di Pietro Gori e Luigi Fabbri si legge: «Se gli uccisori dei re hanno commesso il loro delitto sotto l’influenza sia di un sentimento personale di indignazione, provocato dalla miseria di un popolo oppresso – miseria di cui sembravano loro responsabili Alessandro, Carnot o Umberto – sia dì un sentimento personale di vendetta, il loro atto per quanto sia immorale, è almeno spiegabile». «L’agitatore» invece omette l’inciso «per quanto sia immorale» riferito al regicidio: «Se gli uccisori dei re hanno commesso il loro delitto sotto l’influenza sia di un sentimento personale di indignazione, provocato dalla miseria di un popolo oppresso – miseria di cui sembravano loro responsabili Alessandro, Carnot e Umberto – sia di un sentimento personale di vendetta il loro atto è almeno spiegabile». Nel testo francese si legge: «leur acte, quelque immoral qu’il demeure, est au moins expicable».
(40) Quando morirà Tolstoj, il libro viene citato sia da L. Fabbri, Il pensiero anarchico in Leone Tolstoi, «Il pensiero», VIII, n. 24, 16 dicembre 1910, pp. 356 361, sia da L. Galleani, Leone Tolstoi 1828-1910, «Cronaca sovversiva», 2 dicembre 1910, in Id., Medaglioni. Figure e Figuri, Biblioteca de L’Adunata dei Refrattari, Newark – New Jersey 1930, pp. 90-94. Il sommario dell’articolo di Galleani diceva: «Tolstoi predicava la rassegnazione e il ritorno al cristianesimo primitivo. Era troppo cristiano per non essere un nemico della Chiesa. Non ha alzato la sua voce quando tutta la Russia era in fiamme e le strade di Pietroburgo e di Mosca si riempivano di barricate. Non l’abbiamo mai amato».
(41) «Tolstoi, vivendo in Russia, paese di sette in cui la cospirazione è la cosa più naturale, crede sul serio ai “complotti” che ad ogni attentato individuale le polizie di tutti i paesi, insieme ai giornali borghesi, inventano. Del resto non c’è bisogno di notare (per coloro che ci conoscono) i numerosi punti in cui noi, antitolstoiani recisi, dissentiamo da questo articolo, che pure abbiamo creduto opportuno offrire per la prima volta ai lettori italiani per le cose interessanti ed ardite che vi son dette, dopo 8 anni precisi dal fatto che lo motivò».
(42) A. Labriola, La guerra di Tripoli e l’opinione socialista, Morano, Napoli 1912, p. 104, cit. in D. Marucco, Arturo Labriola e il sindacalismo rivoluzionario in Italia, Fondazione Luigi Emaudì, Torino 1970, p. 204.
(43) V. I. Lenin, Lev Tolstoi come specchio della rivoluzione russa, in Id., Opere complete, XV (marzo 1908 agosto 1909), Editori Riuniti, Roma 1967, pp. 199 203. Lo scritto era stato pubblicato in «Proletari», n. 35 (24 settembre 1908).
(44) Cit. in Marucco, Arturo Labriola cit., p. 205.
(45) Cit. ibid., p. 222. E’ l’intervento alla Camera dei Deputati del 4 dicembre 1914.
(46) A. Labriola, Intorno all’herveismo, «Pagine libere», 1907, n. 20, p. 389, cit. ibid., p. 193.991399
(47) L’incontro è raccontato da A. Borghi, Mezzo secolo di anarchia (1898-1945). Prefazione di G. Salvemini, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1954 (ristampa Edizioni Anarchismo, Catania 1989), pp. 239-240. Borghi scrive di essere partito con altri compagni guardando «con gli occhi notturni dell’amore» alla rivoluzione che «inabissava la guerra, dinamitava i troni, sorrideva alla pace», e di aver trovato, in una Russia distrutta dalla guerra e dalla fame, la «ferrea logica della dittatura», «la logica terribile del totalitarismo» (il resoconto del viaggio nel capitolo Alla scoperta della Russia, pp. 223-244).