di Vittorio Catani

z1.jpg[Questa fantasia sul compositore austriaco Arnold Schönberg (1874-1951) mescola dati biografici reali con elementi – in particolare il “sogno” – di pura invenzione. NB: a lato “Lo sguardo rosso”, di A. Schönberg].

Appena sveglio, si accorse che la luce ancora non filtrava dagli scuri. “Mathilde”, chiamò piano.
Mura e oggetti silenziosi. Immobilità assoluta.
Accese la luce del comodino e si sollevò contro il guanciale. Le cinque e quaranta. E adesso? Si passò una mano sul viso ispido. Gli tornò la memoria. Era stato due giorni fa, domenica 9, che era accaduto quello stranissimo evento. Verso le diciotto. Dal soggiorno si era udito un tintinnio, lo stesso che Mathilde faceva quando sorbiva il tè sorridendogli e col cucchiaino metallico urtava la tazzina rimescolando lo zucchero. In quel momento con lui si trovavano Steuermann e Felix Greissle, sedevano al pianoforte a discutere dettagli della Settima Sinfonia di Beethoven. Tutti e tre avevano ascoltato distintamente il rumore, due volte di seguito. Facendosi coraggio lui si era affacciato nel soggiorno: nella penombra della stanza non aveva visto che la sua solitudine. Ritornando al pianoforte si era esibito in una smorfia, dicendo ovviamente: “Non è nulla”.


Scese dal letto, infilò la vestaglia e andò dritto nello studio, alla scrivania. Aprì il cassetto ed estrasse il quaderno rilegato in legno scuro, con la scritta in oro: ARNOLD SCHÖNBERG – DIARIO, 1923. Rilesse ciò che aveva vergato domenica sera, andati via Steuermann e Felix: “Ero così piacevolmente eccitato per aver ascoltato quei rumori, e con la sensazione di essere percorso c2.jpg
da qualcosa, ma estremamente lieve! Forse a quelli dell’aldilà è dato di potersi rendere a noi percepibili mentre passano in volo (con qualche pianeta). Magari non dovrei neppure accennarne qui? So bene che certe cose non si possono dire”.
Vero. Ma non poteva non continuare a pensarci. Decise di uscire.
Alle sei e trentacinque di mattina Vienna appariva morta. Il cielo si mostrava ancora scuro e, nonostante fosse inverno, la vera neve quell’anno ancora non si era vista. Nel vicolo passò il carro sgangherato di un lattaio, l’uomo borbottò qualcosa e Arnold emise un saluto tra i denti. Dallo slargo avanzò un tram sferragliante con i vetri appannati. Un’ora inadatta per andare da qualunque parte, anche al Caffè Museum. Lo immaginò nella penombra triste del mattino, con puzza stantia di sigari e di bagordi notturni. La lezione di musica a casa del giovane Weyderl era per le nove meno un quarto, e alla Scuola Schwarzwald doveva presentarsi alle undici. Su una saracinesca sbilenca lesse una scritta a vernice: SPORCO EBREO.

L’avviso, firmato dal Borgomastro, giaceva sulla scrivania da tre giorni accanto al Diario, ma una specie di presentimento lo aveva trattenuto dal provvedere. Quella mattina Arnold aveva deciso di dedicarsi alla sua Suite per pianoforte, eppure adesso non si sentiva nello spirito. La Suite stava nascendo laboriosamente da vari mesi, e nelle intenzioni sarebbe dovuta essere la prima opera interamente composta con il suo rivoluzionario metodo dodecafonico: la musica più ardita dacché l’uomo modulava suoni, ma doveva ancora risolvere grossi problemi tecnici connessi col nuovo linguaggio musicale. Decise di lasciar maturare le idee. Uscì.
Pioveva a rovesci in un vento gelido e tagliente. Cercò un telefono a moneta. “Pronto, Felix?”.
“Arnold, amico mio, stai bene?”
“Al solito. Ascolta, mi è arrivato un avviso”. Spiegò di che genere. “Secondo te…”
“Al diavolo!” Felix imprecò dall’altro capo. “Temo di aver capito. Maledetti. Qualunque cosa tu decida di fare, Arnold, evita sciocchezze. Te ne scongiuro. Vengo con te?”
“Tempi bui. Confermi i miei sospetti. Cercherò di essere ragionevole ma non prometto nulla. Ciao.”
Felix aggiunse qualcosa di concitato, ma lui troncò.
Nell’antico e monumentale palazzo del Comune, il Borgomastro non c’era. Dopo un’attesa di mezz’ora fu ricevuto in una preziosa sala settecentesca. Alla scrivania rococò sedeva un viso noto e rubizzo. “Josef Ludwig Stieler” disse Arnold con voce incolore consegnando l’avviso. “Sono qui”.
“Buongiorno, professor Schönberg. Si accomodi, prego”.
“Non fa nulla. Cosa si desidera da me?”
“Professore, non mi renda amaro il compito. Lei ha già intuito. Secondo una recente ordinanza lei, come altri nella sua condizione, deve firmare una certificazione di non essere ebreo, altrimenti dovrà lasciare la città. Ci sarebbe dell’altro, ma per lei potrei vedere se si può chiudere un occhio”.
“Sì? E su che, di grazia?”
“Sulla sua orribile e antipopolare musica” disse Stieler alzandosi in piedi e accalorandosi.
Arnold replicò gelido: “La mia dodecafonia è il risultato di un’evoluzione inevitabile. Lei, che si picca di frequentare i concerti, dovrebbe sapere che la musica tonale della nostra tradizione si fonda su una gerarchia delle note, la quale in ogni composizione stabilisce un valore determinante per pochi suoni, valori subalterni per pochi altri, e sanziona o vieta tutti i rimanenti, considerando errori o stonature le trasgressioni. Ebbene: io, semplicemente, sto elaborando una musica nella quale ciascun suono, nessuno escluso, riesca ad avere lo stesso diritto di cittadinanza e la stessa assoluta eguaglianza relativa. Questo è tutto”.
Stieler sbottò: “Lei, signor mio, è notoriamente un alfiere di quella degenerazione culturale che mina le nostre vite grazie anche ai vari Freud, Einstein, Kandinsky, e alla feroce belva comunista. Puah, dodecafonia… Dode-cacofonia, dovrebbe chiamarla! Firmi qui!”. Gli tese stizzito una stilografica.
Arnold girò intorno alla scrivania e afferrò Stieler per il bavero: “Io sono di origini ebraiche ma notoriamente di religione protestante. Sa una cosa? Guardi!” Spinse l’omaccione, che ricadde sorpreso in poltrona. Afferrò l’avviso e glielo stracciò in faccia. “Addio, signor Stieler”.
“Ne riferirò al Borgomastro! Lei se ne pentirà!” urlò l’altro alle spalle.

Era notte e stava sognando, ma così consapevolmente che forse non era un sogno. Si trovava in un universo buio al cospetto di una specie di folla sterminata. Entità indefinibili, ammassate l’una contro l’altra, ciascuna in una sorgente di luce. Scrutando ne individuò con stupore i connotati, un misto di folletti bambini e angeli. Galleggiavano lenti nel vuoto saturo di stridori dissonanti ed echi sonori, e tutti lo fissavano con sguardi di strazio infinito, di supplica, come se proprio lui potesse salvarli da qualcosa di orrendo. Una delle entità in prima fila gli parlò nella mente: “Siamo prigionieri di leggi come catene, in un universo di suoni. Noi siamo i Suoni allo stato puro! Salvaci, ti supplichiamo. Solo tu puoi liberarci!”. Dalla folla esplose un’enorme onda psichica di dolore primordiale. Lui gridò e…
Aprì gli occhi ansante, sudato, il cuore impazzito. Era ancora accecato da quella luce, ma presto ebbe conferma che nella sua camera era buio. Notte fonda.
Che succedeva, che roba era stata? Dio, forse Mathilde avrebbe saputo spiegargli quella specie di sogno, o visione. Giacque inerte, incapace di cancellare le immagini, quell’urlo disperato. Poi sentì di assopirsi. Si destò in pieno giorno con un violento mal di testa. Doveva recarsi alla Schwarzwald, ma erano già le 10,30. Sarebbe uscito per telefonare. Barcollando si alzò, e andò a prendere il Diario. Scrisse: “Non credo che quanto ho vissuto stanotte rientri nelle visioni mistiche di Swedenborg a me care ma, giuro, io ero in quell’extra-mondo di pure entità sonore. Le implicazioni mi lasciano stordito. È il segno che devo proseguire nelle mie elaborazioni musicali. Davvero le nuove norme uguagliatrici del mio metodo avranno il potere di liberare quegli esseri infelici? Non so. Sono un folle? Mathilde! Quindi, un giorno forse altri uomini agiranno per abbattere anche le antiche differenze che rendono l’uomo homini lupus. Non più ebrei e cattolici, potenti e miserabili, solo esseri umani! Non so dove porterà la nuova rivoluzione in Russia, non la condivido affatto, ma in essa scorgo alcuni principii di verità. Chissà che un giorno…”

Sarebbe stato bello, delizioso poterlo finalmente gridare! Arnold si alzò dal pianoforte, si vestì e uscì di corsa. Il pomeriggio rannuvolato sembrava già un crepuscolo. “Pronto, Felix?”
L’amico rispose concitato: “Ciao, Arnold. Sto per uscire…”
“Ti rubo solo un minuto. Devo proprio dirti che…”
“Scusa, sono con un piede sulla porta.”
“Va bene. Allora sappi che per me oggi è un gran giorno, finalmente ho terminato la Suite per pianoforte, la mia prima composizione interamente e profondamente dodecafonica! O meglio, sono completi solo tre dei suoi cinque brevi pezzi però, Felix, degli altri oggi ho programmato bene struttura e soluzione dei nuovi problemi che comportano! Io…” Nella cornetta ascoltò una voce femminile che diceva ridacchiando: “Amore, al diavolo tutti! Il cabaret e i Watznauer non aspettano!”
“Scusa, Arnold, una notizia splendida ma poi ne parliamo se…”
“Finisco! In questa mia musica rivoluzionaria ho voluto sottolineare la continuità con il passato, per cui i brani sono un Preludio, una Gavotta, un Intermezzo, un Minuetto e una…”
“Arnold, devo proprio chiudere. Mi faccio vivo io domani. Perdonami!”
Silenzio.
Lentamente, ripose il ricevitore e uscì dagli uffici della società telefonica. Vagò senza meta per il centro cittadino dalla Kärntner Strasse all’Opern Ring, poi prese un tram e tornò verso casa.
Richiusa la porta ritrovò il suo ambiente, i problemi, le sensazioni di sempre. Ma c’era qualcosa di nuovo, adesso. Quasi se ne rendesse conto solo ora, si sentì schiacciato da una responsabilità immane. Per millenni l’umanità aveva pensato la musica in un modo che ora, per sua mano, non sarebbe stato più lo stesso. Si spalancava una prospettiva per cui capolavori diversissimi tra loro ed eterni di Bach, Mozart, Beethoven, Wagner, pur restando tali, di colpo venivano recintati in un’epoca superata. Sedette sul divano con la testa fra le mani dilaniato da una commozione lacerante che era orgoglio, speranza, rimpianto, angoscia. Con lo strazio di non partecipare con Mathilde all’emozione di un momento chiave come questo.

Si adagiò sul letto, troppo spossato per dormire.
Non seppe come, ma di nuovo c’era una luce che cresceva e… Erano loro! La sterminata popolazione di entità-suono dinanzi e attorno a lui, ma capì che qualcosa era radicalmente mutato. Quell’universo, non più buio, appariva pervaso da una luce d’opale e le creature sorridevano e non erano ammassate ma roteavano a miliardi nel vuoto senza limiti, emettendo accese sonorità dal fascino arcano. La voce ritornò:
“Grazie. Grazie!” Fu afferrato per le mani, la vita, sollevato in un vortice gioioso di danza senza fine, in alto, senza fine…
Si svegliò di soprassalto, o si riscosse.
Era vero, tutto vero, quindi! La sua musica… “Mathilde!” chiamò con voce implorante.
Un piccolo rumore, nel soggiorno. Come se si fosse aperta e richiusa un’anta della vetrina che custodiva il servizio da tè. Corse nella stanza, il cuore in tumulto.
E fu di nuovo solo con se stesso.

[Tratto dalla raccolta dell’autore “Storie dal villaggio globale. 21 racconti tra ecologia e fantascienza”, 2004, ed. Villaggio Globale – reperibile tramite www.delosstore.it/]

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