di Darkripper
(Darkripper gestisce il blog Sestaluna, raccomandabile e molto frequentato)

Michaelmoore.jpgAvevo una morbosa curiosità di vedere Fahrenheit 9/11. Troppo se n’è parlato in questi giorni, troppo si è detto sulla sua vittoria a Cannes e sulla questione dell’opportunità e necessità di fare un film come quello di Michael Moore.
Proprio così: opportunità e necessità. Non si può analizzare il film senza tenere conto del suo scopo, il non troppo velato obiettivo di influenzare le presidenziali americane. Ecco, tutto questo parlare del film mi ha fatto venir voglia di vederlo prima dell’arrivo nelle sale italiane. Armato di santa pazienza e di un programma di p2p mi sono messo a cercare uno screener decente del film, riuscendo a beccare un filmato passabile già al primo tentativo.


Moore parte da lontano, esattamente dalle elezioni primarie. Un breve bignami di Stupid White Men, praticamente. Poi passa all’11 settembre, soffermandosi a lungo sulle connessioni tra potere politico ed economico e sull’amicizia che lega i Bush e la famiglia reale saudita. Infine la guerra in Iraq e i suoi morti, da entrambe le parti.

Il regista si limita molto: compare soltanto sporadicamente, preferendo far parlare le immagini e i filmati di repertorio, che praticamente sono gran parte del film. E’ come se non si volesse esporre, come per dimostrare che è tutto vero, e cioé che non c’è niente da dimostrare. Qual è allora il suo scopo? Il suo scopo è mostrare (dal dizionario De Mauro: far vedere, sottoporre alla vista o all’attenzione altrui) ciò che è evidente. Mostrare che esiste una connessione che lega gli eventi e che questa connessione non è sotterranea o occulta, ma osservabile, constatabile. Mostrare i fatti partendo dal presupposto (peraltro esatto) che il tuo potenziale pubblico in gran parte non li conosce. Ecco che torna la sensazione che il film sia uno strumento, una vera e propria operazione per la sensibilizzazione collettiva.

Il film, c’è da dirlo, funziona. Moore, quando si impegna, sa essere un ottimo regista. Stupiscono su tutto i titoli di testa, con la semplice ma destabilizzante visione del presidente e del suo staff al trucco prima di fare dichiarazioni televisive. Ma incatenato dalla sua necessità di andare dritto al punto, Fahrenheit rimane di gran lunga inferiore al suo predecessore: sarà della scuola di Columbine che ci ricorderemo tra qualche anno, non certo dei tentativi di Moore di far arruolare nei marines qualche figlio di senatore.
La necessarietà del film lo ha fortemente limitato nelle forme, come dicevo poco prima: tutti gli elementi anarchici e che andavano contro il genere-documentario sono scomparsi o fortemente limitati.
E’ certo un film potente, strapieno di immagini forti che smuovano le coscienze e gli individui.
Non è un film brutto, ma di certo non è né un capolavoro né una Palma d’Oro. Ed è forte la sensazione che sia una cosa voluta, perché un film più bello avrebbe nociuto all’esposizione dei fatti.

Come strumento, Fahrenheit funzionerà. E’ costruito per funzionare. Ma presto ce ne dimenticheremo e con noi Moore. Raggiunto il suo scopo, Fahrenheit 9/11 perde di senso, come un manifesto elettorale dopo le elezioni.

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