I MISTIFICATORI. INTRODUZIONE

di Biagio M. Catalano

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L’amico Valerio sicuramente mi perdonerà, se ho ceduto alle debolezze della penna, dato che il personaggio che ho deciso di decostruire appartiene alla schiera di coloro i quali egli stesso non avrebbe (e non ha) esitato a definire in termini congruenti a quello che in fondo è pure il mio giudizio, ossia immeritevoli d’interesse alcuno. Me ne rendo conto, ma non sono riuscito a sottrarmi all’impulso d’effettuare una contro-esegesi – poca cosa: ma in fondo, adeguata all’oggetto – di certa propaganda che, sembra sistematicamente oramai, pare volersi adattare a tutti i costi ad un programma direi assuefattivo ed impenitente. Potremmo capire che esistono tanti modi di criticare qualcosa d’insulso (che se non fosse pretenziosamente pernicioso, sicuramente riceverebbe soltanto giusta derisione), e che sta al livello del critico prendere in considerazione argomenti nella loro vera natura senza però rinunziare a mantenersi inattaccabile dal clima che profluvia da ciò che viene decostruito; ma del resto, parlarne in termini seri significherebbe prendersi gioco dei suoi effetti potenziali, e soprattutto degli ignari a cui indirizzo, elettivamente, vengono escogitati certi feuilletons.

Si può scegliere di canzonarli, facendoli passare per vittime e correndo il rischio di passare per infantili, o di ribattere con serietà e dati, facendoli in tal modo rifulgere di luce riflessa e passando per individui meno eruditi di loro: oppure, in alternativa, li si potrebbe ignorare, e far sì che continuino la loro opera, scegliendo infine di scrivere qualcosa di parallelo che, senza riferimenti ad opere e persone esistenti, tenti di confutare serenamente certi luoghi comuni. In fondo, possiamo forse permettere che la disinformazione sia lasciata libera di diffondere quel che le pare, confidando per l’appunto sulla sua generale pochezza? Possiamo forse permettere che vengano diffusi diffamazione e mendacio gratuiti al fine di difendere l’istituzione responsabile del malessere esistenziale e concreto sia in Italia che nel mondo?
Vero è che, per dirla con Rollenhagen, che si vinca o si perda, a combattere con il fango si rimane comunque imbrattati, e forse questo è il motivo per cui occorrerebbe prendere la cosa con più distacco, ma del resto “desideravo ardentemente una missione, e per i miei molti peccati ne ho avuta una”: peccati di superbia, come la “pretesa” di voler conoscere la realtà dei fatti. La verità vi farà liberi, risponde una voce ipocrita e beffarda: però, prima vi farà del male. In questo senso, non si tratta di certo della “verità” religiosa, oppiacea e placebica; è una verità più concreta, schietta, scevra da giri di parole e rocambolismi. È quella stessa verità per cui molti hanno pagato a caro prezzo: molti, ognora diffamati da pochi interpreti del “buonsenso”, che contano sull’acquiescenza del “volgo profano”, sulla generale disinformazione promossa da certe classi dirigenziali, onde credere di ritenersi autorizzati a farlo. E soprattutto, onde ritenersi portavoce dei “più”. Esistono religiosi e pure credenti laici che, sicuramente sia per un bagaglio cognitivo più profondo che per un’innata aderenza alla deontologia, non esitano ad accettare la cruda realtà di certe “evidenze” probabilmente per il fatto che riescono a scindere fede da apologetica; questo, evidentemente, per certi altri non vale, sicuramente per una sorta di paura che attanaglia costoro, nel veder inficiate le loro ancore di appiglio.
È affatto vero che la religione sia una scelta, specialmente quando constatiamo che esistono individui capaci di fare del loro egotismo la mozione fondamentale per difendere, unitamente all’istituzione chiamata chiesa – da cui costoro traggono la “morale” di vita -, anche sé stessi, la loro società imbevuta di cristianità, dietro il pretesto (che magari per costoro, se sono in buona fede, tale non è) della preoccupazione per le “anime traviate” dalla “diabolica” propaganda giacobina mirata alla distruzione del bene, del benessere e dello “status quo”?
Rino Cammilleri, “scrittore e apologeta di prim’ordine” (dice la “rivista” cattolica Il Timone, su cui collabora) è un personaggio curioso, direi: curioso, ma in fondo non certo trascendentale. Vero è che ciascuno di noi ha il suo stile, ma non possiamo di certo paragonare l’apologeta siculo ai vari Messori, Cardini, e compagnia varia, né assecondare chi, per raddensare la brodaglia, fa di tutta l’erba – maligna – un fascio; nondimeno, sono proprio personaggi come questi, a risultare più incisivi a livello mnemonico nei confronti della grande massa (che spesso si contenta di verità poco foriere di cruccio…), a motivo della superficialità con cui si propongono.
A onor del vero, non si può certo dire che, a costo quasi di sopravvalutarli, questo tipo di difensores fidei non possano addirittura studiare premeditatamente lo stile da assumere (voglio dire, passare per cretini); prova ne sia il fatto che, in certe altre circostanze, Cammilleri si è prodotto in disamine molto più ben articolate e meno puerili, fermo restando immutata la sfacciata partigianeria, la disonestà intellettuale e la costantemente pedestre sintattica dialogica (capiremmo che l’importante sia il “succo”).
In questo primo numero, ci occuperemo di Fregati dalla scuola – Breve guida di liberazione ad uso degli studenti (da affiancare al normale manuale scolastico di storia), il titolo di un feuilleton di pretese oltremisura fuori portata, edito nel 1999 dalla milanese Effedieffe per l’autore qui considerato. Libretti come questo hanno comunque un loro innegabile pregio: ossia, quello di presentarci la storia in chiave – diciamo così – semplificata, piuttosto che riveduta a uso e consumo di chi di storia e discipline attinenti è pressoché digiuno. Difatti, l’autore, cui si riconosce senza dubbio alcuno una certa qual carica di simpatia a differenza di certi altri suoi colleghi che corrono il rischio di prendersi e d’essere presi più sul serio, con questo feuilleton tenta un abbozzo semplicistico, rimaneggiato – si spera, non premeditatamente – e talora pacchiano di una storia rivisitata in chiave apologetica, il cui ingrato contenuto, purtroppo, già a partire dal titolo stesso non controbilancia la verve dello scrittore siciliano; se non altro, tramite un “ragionato” mix di candore e fermezza si può convincere quasi chiunque che il bianco sia nero e viceversa.
Ne trattiamo qui non tanto perché simili sciocchezze potrebbero essere prese in minima nota da qualsiasi vero storico, cui Cammilleri ben si guarda di indirizzarsi, bensì per l’appunto poiché il nostro scrive all’attenzione di chi, quanto a storia, è assolutamente digiuno, ossia le “nuove leve”, i giovanissimi. Per questo motivo non ci esimiamo dall’ingrato compito di occuparci di eresie del genere.
Ma entriamo più a fondo al contenuto, tentando di non adeguarci allo stile ed allo spessore deontologico con cui Cammilleri tratta l’ardua materia, decostruendo pezzo a pezzo ogni paragrafo sensibile, di modo che risalti tutto lo stile dell’inganno e dell’ingannatore viceversa difficile da cogliere; avvertiamo che molto spesso non avremo altro di che produrci se non in esclamazioni o interrogativi sconcertati, ma in quel caso capirete che sarà stato impossibile evitare d’adeguarci allo spessore del trattato.
Prendiamo quindi spunto da una scorciatura verbatim di questo spreco di cellulosa, qui ripreso fedelmente dall’originale – strafalcioni inclusi – e liberamente diffuso anche su internet (questo è il grave), per far comprendere al lettore cosa intendiamo per pericolosità di tutto quanto non viene mai considerato nel suo intero, complice una “informazione” abbastanza di parte. Ci ho messo un bel po’ di tempo (seppur lavorandoci nei ritagli), a completare questa decostruzione, ma credo ne valga la pena: specialmente per rendersi conto del fatto che la religione, in fondo, ha i suoi bei lati comici.

(Continua, e il meglio sta per venire…)

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