moratti1.jpgmoratti2.jpgQualcosa di grave sta accadendo e, piuttosto che occuparci di libri, ci pare fondamentale occuparci di ciò che viene prima dei libri: i lettori, cioè le persone, gli spiriti liberi. Non si nasce più liberi e, secondo le intenzioni del governo di Berlusconi, non si deve nemmeno crescere da liberi. Lo scandalo di cui intendiamo denunciare, buoni ultimi, l’incredibile impatto che rischia di avere sull’Italia è, come avrete capito, la riforma della scuola. Per quanto sembri un argomento noioso, è un àmbito fondamentale in cui si sta combattendo una battaglia di libertà centrale per il futuro del Paese. Proponiamo una lettura attenta, a cura di Paola Blondi e apparsa sul sito della CGIL [qui il reportage completo], dell’abisso che attende nel prossimo futuro non soltanto gli scolari italiani, ma la comunità tutta: il trionfo del mercato e la morte della cultura.

LA FORZA VIRTUALE DELLA RIFORMA MORATTI
di Paola Blondi

Ricordate quella forza da leone che una vecchia canzone attribuiva alla televisione? Forse è questo il segreto per cui, di fronte a un provvedimento epocale, di involuzione tolemaica, la scuola è oggi sprofondata nel più cupo silenzio.

La riforma Moratti piace, si dirà; ma così non si spiega perché non si oda il plauso.

Di fronte a tanto muto silenzio gli attuali riformatori dovrebbero essere preoccupati, e forse lo sono. Il silenzio è peggio di un urlo, poiché non si è mai data innovazione nella scuola che non abbia comportato – per lungo o breve tempo – un mugugno e un malcontento tendenzialmente sempre sopra le righe.

L’attuale freddo silenzio potrebbe essere il sintomo di una profonda indifferenza o di una noncurante rassegnazione: facciano pure, tanto la scuola resta quella che è, c’è sempre una porta da chiudere quando si entra in un’aula. Che cosa allora accadrà quando, dentro le aule, diminuiranno le ore, spariranno alcune materie e i rispettivi insegnanti, ci sarà da scegliere a 13 anni tra il liceo e la scuola “professionale”? Permarrà quel silenzio impenetrabile che ha già segnato la scuola, nel 1962, quando la riforma della scuola media è rimasta lettera morta per più di dieci anni?

Il silenzio potrebbe anche derivare dalla disinformazione. Quanti italiani (insegnanti e studenti compresi) sanno della riforma? Tutti, o quasi. Ma che cosa sanno? Quasi niente. Quando parte la riforma, secondo la pubblica opinione? Subito, anzi non è già partita? Se così fosse, appena ci si addentrerà nel vivo delle questioni, ci sarà ancora silenzio?

Viene da pensare che le domande siano vecchie come le categorie di interpretazione che andiamo utilizzando. Perché la riforma Moratti poggia su una forza che induce al silenzio: il virtuale – come si sa – non spaventa nessuno, permette a tutti di immedesimarsi, di raccontarla a modo proprio. Nel virtuale funzionano anche le bugie, che non sono nemmeno tali, tanta è l’abitudine al messaggio pubblicitario e all’incredibile di certa fiction. Cosicché, se si è buoni comunicatori come questo Ministro, tutti calzano le pantofole e si addormentano davanti a un video che chiude una giornata e ne apre un’altra uguale.

E’ questo che ci apprestiamo a dimostrare: la forza virtuale della riforma Moratti.

A colpi di spot
Sabato 5 aprile 2003 è andato in onda su tutte le televisioni italiane lo spot sulla riforma della scuola. Il 28 marzo era stata votata dal Parlamento la legge delega n. 53 e il Ministero ha creduto opportuno diffondere la notizia attraverso il mondo virtuale della televisione, provvedendo a inserire lo spot anche nel proprio web (dove ancora lo si può vedere).

Un rassicurante filmato fa scorrere, con la complicità di un’accattivante musica di sottofondo, le immagini di studenti felici; c’è anche un gioviale insegnante, genitori dall’aspetto americano e, nel finale, il dolce volto di una ragazza. Una voce fuori campo dà l’informazione.

Abbiamo ascoltato i ragazzi, abbiamo ascoltato gli insegnanti, abbiamo ascoltato i genitori e attraverso quello che abbiamo ascoltato abbiamo costruito la nuova scuola. La scuola cresce proprio come te.

Potremmo attardarci in luoghi comuni, chiedendoci ad esempio se è così che vanno spesi i soldi dei cittadini e se si addice a una istituzione dello Stato una campagna che – almeno nello spot – ha tutte le caratteristiche di una pubblicità. Potremmo domandarci dove e come il Ministero abbia ascoltato ragazzi, insegnanti e genitori; giacché non ci risulta, vorremmo sapere perché non si sia data trasparente informazione di tale consultazione, né vorremmo pensare che il riferimento è a quegli Stati generali di cui nessuno ha più memoria e nei quali fu presentato un progetto di riforma del Grl[1] che poco ha a che vedere con l’attuale testo di legge.

Ci pare comunque più importante riflettere sulla “assenza di informazione” dello spot. A guardarlo, sappiamo forse qualcosa della nuova scuola? Sappiamo che esiste una legge? Che siamo in attesa dei decreti di attuazione? Che è stata abrogata la l. 9/99 e con essa l’obbligo scolastico? Che i bambini possono andare a scuola in anticipo anagrafico? Che esistono solo licei e un “secondo” canale?

Si dirà che il messaggio è rivolto al grande pubblico. In questo caso non servono certo informazioni tecniche, ma informazioni sì, perché il grande pubblico può anche accontentarsi di slogan, quando sia da pubblicizzarsi un prodotto commerciale, ma ben altra cosa è la riforma della scuola.

Questo spot – istituzionale, non dimentichiamolo – è, a nostro avviso, non solo inutile, ma anche pericoloso in quanto provoca una coscienza civica strutturalmente volatile, assai simile ai riflessi che la pubblicità commerciale deposita, noi inconsapevoli, negli atteggiamenti che assumiamo di fronte ai prodotti di un supermercato.

Eppure è stato il ministro Moratti per primo ad affermare[2], lungo il cammino del suo operare, che “troppe sono le falsità sulla riforma”.

Troppe falsità sulla riforma. Il ministro Letizia Moratti, sventola davanti alle telecamere di “Domenica in” un pacchetto di volantini distribuiti in diverse scuole in giro per l’Italia. “Hanno scritto che con la riforma del centrodestra non ci sarebbe stata più l’educazione musicale e che avremmo abolito l’educazione fisica – dice il ministro -. Ci hanno accusati di voler abolire il tempo pieno e la mensa e voler istituire 300 ore a pagamento nelle scuole pubbliche. Una massa di falsità”.

Abbia pazienza, Ministro, ma alla fine di novembre 2001 il Grl, da Lei istituito, ha pubblicato un fiume di pagine: il curricolo obbligatorio era di venticinque ore settimanali, esisteva un curricolo facoltativo gratuito fino a trecento ore, poi a pagamento. Le cosiddette “educazioni” (musicale, artistica, tecnica, fisica) sembravano destinate al curricolo facoltativo. Oggi, dopo l’approvazione della legge delega, le ore curricolari sono venticinque, esiste un curricolo facoltativo (dalle novanta alle duecento ore), non si parla più di ore a pagamento. Le “educazioni” sono profondamente trasformate rispetto agli insegnamenti attuali, benché siano previste le materie “musica”, “arte e immagine”, “attività fisica e sportiva”, mentre l’educazione tecnica è volata via per coniugarsi in “informatica”, con l’aggiunta di nozioni di tecnologia a stretta interfaccia con “scienze”, tanto che viene da pensare che si sciolga la cattedra di “matematica e scienze”.

Non le pare, Ministro, che anche limitandoci alle sole questioni da Lei sollevate urgano informazioni anziché spot?

E non sono certo sufficienti i due “libretti” inviati alle scuole e alle famiglie – peraltro divulgati prima dell’approvazione della legge n. 53 – dove si è ancora a livelli di grandi principi e di altrettanto grandi bugie, come quella di attribuire alla riforma costituzionale del Titolo V la necessità di una riforma e di scelte come quelle attuate.

Il doppio scoop del via alla riforma
Sulla partenza della riforma l’informazione ministeriale prende le sembianze dello scoop. A quando il via alla riforma? Subito. Ad affermare ciò è il Ministro quando ancora – figuratevi un po’ – non era stata approvata la legge[3].

Presto compreso che l’iter parlamentare del disegno di legge doveva rispettare i suoi tempi, il Ministro studia il modo di dare comunque un segnale di efficienza: ed ecco la carta dell’anticipo scolare per le iscrizioni alla scuola dell’infanzia ed elementare, cosicché si può dire che “la riforma parte” e la gente ci crede. In televisione, sui quotidiani, il ministro promette che questo avverrà nell’anno scolastico 2002/2003, “a costo di riaprire i termini delle iscrizioni”.

La doccia fredda viene subito dopo: slitta di un anno la riforma Moratti[4], è la notizia che diffondono i quotidiani alla fine di giugno.

Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Carlo Giovanardi ha affermato che la legge di riforma della scuola sarà operativa per l’anno didattico 2003-2004, poiché i tempi parlamentari porteranno alla sua approvazione non prima di ottobre. Niente riapertura delle iscrizioni come aveva ventilato il ministro Moratti e nessuna partenza ad horas, ovvero da settembre.

«I tempi delle riforme sono dettati anche da esigenze di rapporti con il Parlamento — sottolinea Giovanardi — pur se la tabella di marcia del governo è in sintonia ed è chiaro che l’esecutivo potrà portarlo a compimento nei tempi prestabiliti, senza però possibilità di accelerazione o di forzature che il nostro sistema parlamentare non consente».

Si tende a scaricare il ritardo della riforma sul Parlamento, ma in realtà i fatti sono assi più complessi e, nel luglio 2002, mentre il disegno di legge è in esame al Senato, l’articolo di legge dedicato alla questione dell’anticipo scolare, ad esempio, viene modificato: la possibilità resta, ma con riserva, limitatamente alle disponibilità dei Comuni. I conti – prima di tutto finanziari – vanno fatti anche con la Conferenza unificata[5] e in particolare con gli Enti locali.

Solo gli addetti ai lavori e gli accaniti cacciatori di informazione vengono a conoscenza dei cambiamenti, come recita la legge n. 53[6].

Per gli anni scolastici 2003-2004, 2004-2005 e 2005-2006 possono iscriversi, secondo criteri di gradualità e in forma di sperimentazione, compatibilmente con la disponibilità dei posti e delle risorse finanziarie dei comuni, secondo gli obblighi conferiti dall’ordinamento e nel rispetto dei limiti posti alla finanza comunale dal patto di stabilità, al primo anno della scuola dell’infanzia i bambini e le bambine che compiono i tre anni di età entro il 28 febbraio 2004, ovvero entro date ulteriormente anticipate, fino alla data del 30 aprile di cui all’articolo 2, comma 1, lettera e). Per l’anno scolastico 2003-2004 possono iscriversi al primo anno della scuola primaria, nei limiti delle risorse finanziarie di cui al comma 5, i bambini e le bambine che compiono i sei anni di età entro il 28 febbraio 2004.

Il Ministro non si dà per vinta e, nel settembre 2002, promuove ugualmente una sperimentazione nella scuola elementare: sarà un fallimento, se non altro per la minima quantità di bambini e il coinvolgimento di poche scuole, prevalentemente paritarie.

Passa un anno scolastico e la questione del via alla riforma si ripropone. A quando? Subito, ridice il Ministro. Lo scoop è notevole – anche se, al secondo tentativo, gli scettici aumentano – perché le cose da fare sono davvero tante, in pochi mesi. C’è da approvare il Piano programmatico di interventi finanziari[7] e c’è da varare il decreto legislativo, il cui schema è in Consiglio dei Ministri, e occorre poi attendere cinquanta/sessanta giorni rispettivamente per il parere del Consiglio nazionale dell’istruzione e delle Commissioni della Camera e del Senato. Ad andare di fretta, si arriva alla fine di agosto e la scuola inizierebbe con una sorpresa davvero straordinaria. E’ in questo modo che si allestisce una buona partenza di riforma?

Sembrerebbero mancare i tempi tecnici e il buon senso suggerirebbe una maggiore gradualità, ma intanto si virtualizza l’avvio della riforma, se ne parla, senza ben specificare se prende forma il nuovo ordinamento o la sperimentazione dell’anticipo scolare. Nel qual ultimo caso lo scoop non c’è: tutto è già scritto, come si è visto, nell’articolo 7, comma 4, della legge n. 53.

Anzi, una notizia c’è, tenuta in sordina: nella circolare ministeriale n. 37 dell’11 aprile 2003, con oggetto “iscrizione anticipata alla scuola primaria e alla scuola dell’infanzia”, per la scuola dell’infanzia i problemi legati alle risorse paiono pregiudicare la sperimentazione dell’anticipo.

A tal fine, sono in corso contatti e interlocuzioni con l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni d’Italia) per una ricognizione congiunta dello stato delle cose e per una prima messa a punto degli interventi e delle azioni da porre in essere.

Una volta acquisito, sulla base dei dati e degli elementi occorrenti, il quadro completo delle diverse situazioni legate alle varie realtà territoriali e valutate con l’ANCI e gli Enti locali competenti l’esistenza delle reali condizioni di praticabilità della sperimentazione degli anticipi, verrà fissato dallo scrivente il termine entro cui sarà possibile, da parte delle famiglie delle bambine e dei bambini che compiono tre anni entro il 28 febbraio 2004, produrre domanda di iscrizione alla scuola dell’infanzia nelle istituzioni all’uopo individuate.

Le cose vanno meglio per la scuola elementare, ma pur con tutti gli artifici possibili che la circolare elenca per contenere le spese – compreso un alto numero di alunni per classe – il Ministero sa bene che potrà essere accolta una quantità limitata di richieste e stabilisce la dotazione aggiuntiva di soli 1.472 insegnanti elementari, in una ripartizione regionale dei posti. In relazione ai dati di fonte ministeriale[8], si può valutare che l’organico aggiuntivo potrà consentire l’aumento di circa 800 classi per un totale massimo di 20.000 alunni, pari al 4% degli iscritti in prima elementare.

Intendiamoci: se non ci trovassimo continuamente di fronte a questo scoop ministeriale della repentina partenza, non ci sarebbe granché da dire, perché sta nei fatti naturali che una riforma della scuola – della portata di questa – abbia necessità di gradualità, ci siano tante cose da sistemare e prevedere, siano complessi gli atti procedurali. E’ invece irritante questa partenza virtuale della riforma, sapendo poi – in notizie tenute in sordina – che notevoli sono le complicazioni in relazione alle risorse finanziarie, tanto che trapela perfino qualche “battibecco” tra i ministri Tremonti e Moratti, cosicché Berlusconi è costretto a intervenire rassicurando il popolo italiano: sì, qualche problema c’è, ma si troverà la soluzione. Caro Presidente, questo potrebbe dirlo chiunque: noi vorremmo trasparenza e ci è dovuta una chiara informazione.

Invece continua la danza virtuale e lo schema del primo decreto legislativo di attuazione della legge n. 53 è presentato al Consiglio dei Ministri: subito la notizia si diffonde nel web e nei mezzi di stampa, rimettendo in scena lo scoop della fulminea partenza. Il 9 maggio 2003 gli interessanti sono in continuo collegamento con il web del Governo, dove le sedute si possono seguire pressoché in diretta. Il decreto per la scuola è all’ordine del giorno, ma in quella seduta non se ne parla e così di settimana in settimana – ci sono di mezzo anche le elezioni amministrative, un referendum, il lodo e l’avvicinarsi del semestre europeo – la notizia rimbalza, si affievolisce l’attesa e tutti riprendono a credere in una riforma che partirà l’anno prossimo.

Se il decreto legislativo dovesse essere approvato, nella forma in cui è, in effetti la partenza è prevista per l’anno scolastico 2003/04.

Per l’attuazione delle disposizioni del presente decreto sono avviate, dall’anno scolastico 2003-2004, la prima e la seconda classe della scuola primaria e, a decorrere dall’anno scolastico 2004-2005, la terza, la quarta e la quinta classe.[9]

A decorrere dall’anno scolastico 2004-2005 è avviata la prima classe del biennio della scuola secondaria di primo grado; saranno successivamente avviate, dall’anno scolastico 2005-2006 la seconda classe del predetto biennio e, dall’anno scolastico 2006-2007 la terza classe di completamento del ciclo.[10]

Ci auguriamo che questa volta le notizie non si fermino allo spot e allo scoop, perché qualcuno deve rispondere ad alcuni interrogativi. Ne citiamo alcuni.

– Nell’anno scolastico 2003-2004 sono avviate la prima e la seconda classe della scuola primaria (ex elementare) come previsto dal nuovo ordinamento, con un tutor/maestro unico prevalente, i nuovi programmi, i nuovi orari? Quando la scuola è informata e si prepara a tutto ciò?

– Come verrà scelto il maestro unico prevalente?

– Saranno pronti i libri per studiare come la riforma chiede?

– Ci sarà ancora un tempo “pieno” e la mensa?

– Qual è il significato della partenza di due classi nello stesso anno? Vuol dire che i bambini della prima “tradizionale” potranno (dovranno?) accedere alla seconda “riformata”?

– Nell’anno scolastico successivo (2004-2005) sono avviate in contemporanea ben quattro classi, le tre che restano della scuola primaria e la prima della scuola secondaria di secondo grado (ex media). Ci auguriamo che il regolamento attuativo fornisca indicazioni chiare e ragionevoli, giacché ai profani tutte queste classi nuove avviate insieme sono incomprensibili. Da ogni classe “tradizionale” si potrà accedere a una classe “riformata”?

– Eppure i programmi sono ben diversi! Valga l’esempio della storia: nella nuova scuola “media” si parte dalla fine dell’impero romano. I neo riformati dell’annata 2004-2005 si perderanno un pezzo di storia?

– Oppure si tratta di un avvio “sulla carta” – che tutt’al più potrà consentire qualche sperimentazione – cosicché ci vorranno sei anni perché le nuove leve percorrano il loro cammino scolare riformato, arrivando alla prima classe della nuova scuola media nel 2008/09?

L’anno scolastico 2003-2004 è ormai alle porte, non resta che aspettare per verificare questo scoop dell’avvio della riforma.

E non vorremmo avere speso le nostre preoccupazioni per una “falsa partenza”, dove tutto si risolve in una “maxisperimentazione” (per dirla con la parola del Ministro) in cui si fa un po’ di inglese in più (perché la lingua straniera c’è già nella scuola elementare), s’impara ad accendere e spegnere un calcolatore, c’è qualche bambino più giovane degli altri e l’efficienza del Governo si risolve in un grande pasticcio, che ricade sui bambini, sugli insegnanti, sulle scuole, sulle famiglie, sugli Enti locali, sull’editoria scolastica … ma mette in salvo la “forza virtuale” della repentina partenza della riforma.

Tranquilli, tutto come prima? Non è così
C’è chi sostiene che i problemi fin qui sollevati non abbiano grande significato, tanto la scuola primaria e secondaria di primo grado della riforma sono del tutto simili all’attuale scuola elementare e media.

Se così fosse, la riforma sarebbe davvero cattiva: perché mai mettere in piedi una grande macchina di trasformazione ordinamentale per avere tutto come prima?

E infatti così non è.

Chi ha creduto in una riforma “che non cambia nulla” è caduto nei lacci di uno slogan propagandistico. La prima regola della comunicazione mediale è quella di soddisfare l’utente (da qui la guerra degli indici di ascolto) cosicché la forza della riforma Moratti è stata quella di raccogliere il malcontento della precedente riforma Berlinguer – in particolare la presunta sottrazione di un anno alla scuola media – promettendo di non cambiare nulla (o nulla di importante). Quando gli insegnanti hanno saputo che gli anni restavano cinque per la scuola primaria, tre per la scuola secondaria di primo grado, hanno tirato un sospiro di sollievo e hanno abbassato la guardia, in ciò rafforzati da parole d’ordine come “salvaguardia della tradizione scolastica”.

Che la riforma cambi profondamente la scuola – in modi che sta a ciascuno giudicare – lo sanno coloro che hanno letto il testo di legge e le Indicazioni nazionali. Tutti gli altri sono in condizioni di sapere mediatico, convinti forse ancora che tutto resti come prima.

Viene da chiedersi che cosa possa renderci contenti del fatto che una riforma non cambi nulla. Una riforma – lo dice la parola – cambia. Se tutto deve restare come prima, allora non si faccia nulla, se non altro in considerazione del fatto che una riforma costa. Quel che temiamo è che il pensiero virtuale e volatile si sia insediato nelle nostre teste, permettendoci di credere alla telenovela di una riforma che conserva ciò che vogliamo conservato e riforma tante altre cose, che saranno senz’altro importanti, ma che non ci toccano negli interessi personali.

A dire il vero avremmo potuto cogliere, strada facendo, alcuni segnali davvero curiosi, che avrebbero potuto metterci in sospetto circa il presunto “tutto resta come prima”. Della scuola media ed elementare il Ministro più volte ha intessuto le lodi, “le migliori del mondo” ha detto spesso. Che siano le migliori del mondo forse è un’esagerazione, ma che in questi cicli gli insegnanti sappiano fare cose straordinarie, questo è vero. Per anni i docenti elementari e medi hanno combattuto la loro lotta di professionalità, facendosi carico degli enormi problemi che incombevano fuori e dentro la scuola, nonostante mancasse una riforma e quindi si dovessero fare i conti quotidiani con i vincoli di un sistema scolastico rigido e inadeguato. E ora, improvvisamente, la scuola va bene così com’è? Forse, ministro Moratti, le resistenze dei docenti andrebbero interpretate.

E’ d’altra parte il Ministro per primo a navigare nelle più sconcertanti contraddizioni. Proprio nel mediatico dice due cose: quanto è bella la scuola elementare e media, quanto sono “ignoranti” e in difficoltà i nostri ragazzi (formati da quella scuola elementare e media), tanto che bisogna pensare – per molti – a un canale formativo parallelo. Il ragionamento non torna.

Anche nei confronti della proposta Berlinguer è andata in onda una controproposta Moratti davvero singolare. Spieghiamo: la precedente riforma aveva suscitato le ire degli insegnanti della scuola media inferiore. Per molti mesi era circolata la convinzione che il riordino dei cicli avesse spazzato via la scuola media, che i bambini della scuola elementare fossero destinati a convivere con i ragazzi più grandi in una commistione disdicevole per il processo educativo e che i docenti della scuola media fossero costretti ad andare a insegnare nelle classi elementari senza alcuna preparazione per farlo. L’allora opposizione – oggi governo – fece di tutto per indurci a credere tanti misfatti.

E’ certamente vero che la riforma Berlinguer parlava di una “scuola di base” della durata di sette anni. Qualcosa era sicuramente cambiato rispetto alle attuali scuole elementari e medie. Innanzi tutto entrambe avevano perso il “nome” e mancava un anno rispetto alla somma – otto anni – dei due cicli. Perché questo dovesse penalizzare necessariamente la scuola media è un mistero che resterà tale se non nella generica considerazione della potenza della manipolazione delle informazioni. Altrettanto curioso è che qualcuno abbia potuto pensare che, per costrizione, i professori della media dovessero improvvisarsi maestri. Più ragionevole era paventare che sette anni al posto di otto potessero comportare una perdita di posti di lavoro.

Fa infine torto all’umana intelligenza il tanto cianciare sulla pericolosa convivenza dei bambini più piccoli con i ragazzi preadolescenti, suscitando l’allarme per i dannosi modelli cui poteva essere esposta l’infanzia italiana. Se avessimo potuto ragionare con la nostra testa – e non con quella televisiva – ci saremmo resi conto della risibilità delle preoccupazioni. La convivenza della scuola elementare e media è un fatto “normale” nei numerosi istituti comprensivi e nella quasi totalità delle scuole non statali, comprese quelle religiose. Pensando a queste realtà, avremmo subito compreso che tale “convivenza” è tutt’al più quella di un innocuo “condominio”. Spesso è una realtà che riguarda il corpo docente, mentre bambini e ragazzi frequentano le proprie classi in edifici diversi.

La pace è tornata quando il ministro Moratti ci ha tutti tranquillizzati sul fatto che la nuova riforma porgeva i suoi omaggi alla scuola elementare e media, lasciandole inalterate. Le trombe dei mass-media hanno suonato di nuovo, intonando la marcia trionfale di una giustizia ripristinata.

Legge n. 53 alla mano, si può uscire dalle opinioni virtuali e verificare che la riforma Moratti propone un’innovazione profonda, assai simile a quella Berlinguer.

– La scuola elementare e la scuola media perdono la loro identità, per essere comprese in un unico “primo ciclo” la cui continuità è segnata profondamente dalla soppressione dell’esame di quinta elementare.

– Entrambe le scuole perdono il “nome”: la prima si chiama “primaria”, la seconda si chiama “secondaria di primo grado”.

– Gli anni sono otto e non sette, ma le ore curricolari sono decisamente minori delle attuali in tutti gli anni, cosicché forse la perdita è anche superiore. E con ciò la possibilità della perdita dei posti di insegnamento.

– Alla fine del primo ciclo gli alunni risultano più giovani, non di un anno, ma di mezzo anno, dato il marchingegno dell’anticipo scolare: questo è il compromesso studiato per tentare di condurre i nostri giovani a un diploma al diciottesimo anno di età, come i loro colleghi europei, in modo da garantire pari opportunità di inserimento nel mondo del lavoro.

– Restano gli istituti comprensivi, i “condomini” dove studiano i bambini e i preadolescenti, data la riaffermata continuità di un primo ciclo unitario.

– Restano forse le materie e i programmi attuali? Assolutamente no.

Si è ristretto il curricolo e il suo orario
Per chi ancora fosse scettico sulle novità della riforma Moratti, andiamo a dimostrare i fatti partendo da un dato di immediata visibilità, l’orario del curricolo, ad esempio nella nuova scuola media.

Recita lo schema del decreto legislativo, all’articolo 10:

1. Al fine di garantire l’esercizio del diritto- dovere di cui all’articolo 4, comma 1, l’orario annuale delle lezioni nella scuola secondaria di primo grado, comprensivo della quota riservata alle regioni, alle istituzioni scolastiche autonome e all’insegnamento della religione cattolica in conformità alle norme concordatarie, di cui all’articolo 3, comma 1, ed alle conseguenti intese, è di 891 ore.

2. Le istituzione scolastiche, al fine di realizzare la personalizzazione del piano di studi, organizzano, nell’ambito del piano dell’offerta formativa, tenendo conto delle prevalenti richieste delle famiglie, attività e insegnanti, coerenti con il profilo educativo, e con la prosecuzione degli studi del secondo ciclo, per ulteriori 198 ore annue, la cui scelta è facoltativa e opzionale per gli allievi. Al fine di ampliare e razionalizzare la scelta delle famiglie, le istituzioni scolastiche possono, nella loro autonomia, organizzarsi anche in rete.

3. L’orario di cui ai commi 1 e 2 non comprende il tempo eventualmente dedicato alle mensa.

Sono dunque 891 le ore annuali a fronte delle attuali 990 per il tempo normale (e le 1320 per il tempo pieno). Cento ore in meno, non poco.

Un eventuale incremento di attività è previsto dalla riforma, per un massimo di 198 ore; attenzione però, sono attività che le istituzioni scolastiche debbono organizzare, ma sono facoltative e opzionali per gli allievi (niente dunque di curricolare).

Ricordiamo che i giorni di scuola sono 200, in tutto 33 settimane: le 891 ore annuali restituirebbero 27 ore a settimana, sennonché c’è da considerare la quota riservata alle Regioni, quindi c’è da ragionare su 25 ore curricolari settimanali.

E sono dolori quando si va ad attribuire un “valore orario” alle materie, pur senza entrare nel merito delle differenze dei programmi.

Che cosa sarà disposto nei regolamenti di attuazione della riforma è difficile da immaginare, ma certo i conti debbono tornare, considerando che si aggiunge anche l’insegnamento di una seconda lingua straniera.

Possiamo divertirci a “dare qualche numero”, arrivando come si vedrà a un’unica ragionevole conclusione: in generale il curricolo “si restringe” e alcune materie – qualche voce corre già nei corridoi ministeriali – si coniugano insieme, rivisitando la composizione delle “cattedre” di docenza.

Dando per assodate l’ora di “religione cattolica” (e l’aggettivo crea qualche fastidio) e le due ore di “Attività fisica e sportiva”, sembra plausibile che:

– si formi una cattedra di “Storia e Geografia” in cui sparisce l’educazione civica[11], cui assegnare non più di 3 ore settimanali, penalizzando crediamo soprattutto la geografia;

– sia istituita una cattedra di “Lingue” chiedendo allo stesso docente di insegnare l’inglese e una seconda lingua comunitaria in non più di 4 ore settimanali; e se è vero che i docenti di lingue conoscono una seconda lingua, è altrettanto vero che essa varia da laurea a laurea, cosicché la seconda lingua comunitaria sarà determinata da tale condizione, piuttosto che da una libera scelta delle famiglie;

– si formi una cattedra di “Scienze, Informatica e Tecnologia” cui assegnare non più di 3 ore settimanali; le voci in tal senso sono insistenti, ma ancor di più convince la lettura incrociata dei programmi contenuti nelle Indicazioni nazionali, dove è palese una riorganizzazione dei contenuti delle scienze e delle tecniche; è peraltro significativa la scomparsa dell’informatica dall’insegnamento di matematica; gli estensori delle Indicazioni nazionali hanno evidentemente previsto l’utilizzo “unitario” degli attuali insegnanti di “Matematica e Scienze” e di “Educazione tecnica”;

– resta aperta l’incognita della preminenza dell’insegnamento di italiano o di matematica, nella doppia combinazione di 5+3 oppure 4+4 ore settimanali; l’impronta “classica e legata alla tradizione” della riforma indurrebbe a credere più veritiera la prima ipotesi;

– c’è poi un’ulteriore variabile da considerare, legata alle “ex educazioni”; arte e musica potrebbero conservare il rango di materie, ma trovarsi con 1 sola ora settimanale, per ridare fiato all’italiano e alla matematica.

A queste condizioni, tutto resta come prima?

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[1] Gruppo Ristretto di Lavoro, presieduto dal prof. Bertagna.

[2] “Il Giornale”, 18 febbraio 2002, articolo di Francesca Angeli.

[3] Ricordiamo che la legge n. 53 è del 28 marzo 2003, con attuazione dal 17 aprile.

[4] “Resto del Carlino”, 25 giugno 2002, articolo di Silvia Mastrantonio.

[5] Stato, Regioni e Autonomie locali.

[6] Legge 28 marzo 2003, n. 53, art. 7, comma 4.

[7] Entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge, quindi entro il 17 luglio.

[8] Dati del Ministero dell’Istruzione, Servizio per l’Automazione Informatica e l’Innovazione Tecnologica EDS, Servizio di Consulenza all’Attività Programmatoria, Scuola elementare a.s. 2002/2003. La fonte non fornisce i dati disaggregati per classe.

[9] Articolo 13, comma 2.

[10] Articolo 14, comma 1.

[11] L’educazione civica è rimandata a una “Educazione alla convivenza civile” in cui sono raggruppate tutte le educazioni (alla salute, stradale e così via) trasversali a tutte le materie.

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