di Dario Voltolini

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Materiali per immaginare il cielo.
Trovo in Fedeli a oltranza di Vidiadhar Surajprasad Naipaul (Adelphi) un’immagine di cielo come ricettacolo, quasi come deposito, cassaforte. Naipaul si trova in Indonesia e sta parlando con un poeta, Linus, che gli dice di possedere una collezione di kriss. Aprono il vecchio armadio scuro e Naipaul osserva i pugnali. “Oggetti terrificanti”, li chiama. Sono manufatti simbolicamente saturi, composti di lamine sovrapposte di metalli diversi. Traggono la loro simbologia sessuale dagli emblemi induisti del lingam (il pene) e della yoni (la vagina). I kriss della collezione di Linus sono oggetti antichi, alcuni risalgono addirittura a prima dell’anno 1000.


I kriss non solo sono oggetti leggibili simbolicamente, ma anche carichi di energia, secondo Linus. A Naipaul, che gli domanda ulteriori spiegazioni su questa carica energetica, Linus risponde: “Tutti gli animali hanno un potere magico, e quando muore uno che ne ha una carica intensa, il suo potere non si estingue ma esce dal corpo e va nel cielo”.
“Nel cielo, dove?” chiede Naipaul.
“Non so a che livello del cielo,” risponde Linus. E aggiunge: “Quando il fabbricante di kriss fa un kriss, digiuna e prega, e la benedizione del potere magico dell’animale cala sul processo di fabbricazione.”
Forse connessa con l’apparenza sferica del cielo, questa intuizione della conservazione dell’energia, che qui ritroviamo declinata in animali e pugnali, ci accompagna molto profondamente. Così profondamente che resiste anche alla conoscenza, la quale ci dice appunto che non esiste una calotta celeste, in verità. È che l’immagine del cielo come grembo che conserva ha una sua autonomia e la troviamo anche dove meno ce l’aspettiamo.
Questo grembo lo ritrovo in un altro libro, ma qui il cielo è come abolito, il grembo invece no. Curioso, profondo aggiornamento sia dell’immagine del cosmo come contenitore, sia di quella della persistenza delle cose, dell’energia. Ecco la frase: “Non si distinguevano più neanche le bocche, neanche i contorni delle spalle e dei volti nell’aria tutta piena di voci e di profumi. La sera si espandeva, mentre la Terra continuava a ruotare, le voci si levavano sempre più dispiegate dalla sua curvatura, salivano smatassate nello spazio, dove niente si perde.” (Antonio Moresco, Gli esordi, Feltrinelli).
C’era una volta la volta del cielo. Ora cosa c’è? Nelle nostre immaginazioni estreme c’è posto per geometrie non ancora inventate. La retta e il cerchio, il cubo e la sfera, il confine e l’infinito non ci aiutano più. Forse il passaggio che si sta compiendo nell’immaginazione è fra il singolare e il plurale. Tempi e spazi, non più spazio e tempo.

Da La Stampa – Torino Sette, che si ringrazia.

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