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di Paolo Chiocchetti

Torniamo sul tema dell’antiamericanismo. Ci torniamo a guerra ormai finita, con gli anglo-americani che hanno vinto in maniera schiacciante e sorprendentemente rapida, controllano il paese (in preda ai saccheggi e incerto se ridere per la caduta del tiranno, o piangere i propri morti e il proprio futuro semi-coloniale) e preparano il governo provvisorio e i prossimi capitoli della loro Guerra Infinita (nel mirino ora la Siria).

Tra chi ha appoggiato senza tentennamenti questa guerra; tra chi la considerava “inappropriata” ma una volta iniziata da vincere; tra chi sostiene “ora pensiamo al dopo-guerra”, la valutazione di fondo traspare unanime: la guerra di Bush è stata un successo, ora bisogna cercare di trarne più frutti possibile. La posizione dei pacifisti (che il 12 aprile hanno sfilato nuovamente in tutto il mondo) viene descritta come fuori tempo massimo, anacronistica e fallimentare. Via, via, smobilitate, altrimenti vuol proprio dire che siete prigionieri di un antiamericanismo preconcetto. L’Iraq è avviato verso un luminoso futuro di democrazia, e chi si accoderà al carro del vincitore lucrerà commesse, petrolio a poco prezzo, prestigio ed influenza…

moore.jpg Ecco come Michael Moore (vedi la recensione di Giuseppe Genna al suo ultimo libro, che andrebbe adottato come testo ufficiale nelle scuole) commenta la situazione sul suo sito: “Sembra che l’amministrazione Bush in qualche giorno avrà completato con successo la propria colonizzazione dell’Iraq. E’ un errore di tale portata – e lo pagheremo per gli anni a venire. Non valeva la vita di un singolo ragazzo americano in uniforme, tanto meno le migliaia di Iracheni che sono morti, e le mie condoglianze e le mie preghiere vanno a tutti loro. […] Quello che mi preoccupa maggiormente al momento è che tutti voi – la maggioranza degli Americani che inizialmente non appoggiava questa guerra – non vi facciate zittire o intimidire da quella che sarà propagandata come una grande vittoria militare. Ora, più che mai, le voci della pace e della verità si devono poter sentire. Ho ricevuto un mucchio di lettere da gente che sta provando un profondo senso di disperazione e crede che la propria voce sia stata soffocate dai tamburi e dalle bombe del falso patriottismo. Alcuni sono spaventati dell’emarginazione sul posto di lavoro o a scuola o nei quartieri per essere stati attivi sostenitori della pace. Gli è stato detto e ridetto che non è ‘appropriato’ protestare una volta che il paese è in guerra, e che il loro dovere ora è di ‘sostenere le truppe’ ”.

Un quadro desolante. Ma come prosegue Moore? “Bene, la buona notizia – se ci può essere una buona notizia questa settimana – è che non solo né io né altri sono stati ridotti al silenzio: milioni di Americani che la pensano allo stesso modo si sono uniti a noi”.

Alla faccia dei media e dei politici di mezzo mondo, dietro le carogne in putrefazione del governo neoconservative americano si staglia in tutto il suo splendore un’America diversa, consapevole ed internazionalista, che non teme le botte, gli arresti di massa, l’isteria jingoista e grida forte e chiaro il proprio impegno a favore della pace e della giustizia globale.

Stupisce, e rincuora, constatare come questa guerra abbia scosso anche i protagonisti dell’industria culturale – famosi o meno, alternativi e mainstream, di ogni genere e categoria. Americani, Inglesi e da tutto il mondo, migliaia di artisti hanno preso la parola con forza e decisione, in un ondata di impegno civile senza precedenti che non sembra destinato a diminuire rapidamente. Per trovare conferma delle parole di Moore, basta dare un rapido sguardo agli avvenimenti ed alle dichiarazioni delle scorse settimane.

Ecco quindi una notte degli Oscar, dove i protagonisti non sono stati i film, ma una Susan Sarandon che mostra il segno della pace, un Pedro Almodovar che dedica l’Oscar “a tutte le persone che stanno alzando la loro voce in favore della pace, del rispetto dei diritti umani, della democrazia e della legalità internazionale” e un Michael Moore che grida uno storico “Shame on you, Mr. Bush” (Vergognati, Signor Bush).
Ecco un gruppo di poeti che crea un sito di Poeti Contro la Guerra e in poche settimane riceve 13,000 liriche, tra cui i contributi di numerosi premi Pulitzer e poeti laureati.
Ecco petizioni su petizioni.
Ed ecco decine di musicisti che mettono a disposizione gratuitamente su internet i loro pezzi contro la guerra (su http://www.artistsnetwork.org) e gridano dal palco il loro “non nel mio nome”.

shakira.jpg Alcuni esempi?
Shakira ad Oakland proietta un video con i pupazzi di Bush e Saddam che giocano a scacchi, dichiarando: “Penso che vediamo la guerra come una cosa virtuale, e che possiamo persino arrivare a credere che le bombe cadano in testa a ritagli di cartone o roba del genere. Non è così. Uccidono persone vere, bambini veri, madri vere e milioni di persone innocenti. Io vengo dalla Colombia, un paese che si trova sotto la sferza della violenza da più di quattro decadi, perciò ho visto le conseguenze della guerra e ho visto i danni psicologici che questa produce nella società. E penso che non è mai il momento giusto per la guerra.”
Scrivono i R.E.M. in The Final Straw, la loro ultima canzone: “Non funziona. Non credo e non crederò mai / che due errori facciano una cosa giusta. / Se il mondo fosse pieno di gente come voi, / allora darei battaglia. Dare battaglia. / Dare battaglia. Renderlo giusto. Renderlo giusto.”
Sheryl Crow appare agli American Music Award vestendo una T-shirt con il messaggio “la guerra non è la risposta” e manda una lunga lettera ai fan affermando: “Il mio desiderio è che tutti noi cerchiamo di trovare la verità, e attraverso la verità la pace. Non va bene credere al conto dei beni che ci stanno vendendo solo perché è mascherato dietro alla definizione di ‘patriottismo’. Non si tratta di questo. Si tratta di avidità e noi, come nazione, siamo migliori di ciò.”
Billy Bragg scandisce in The Price of Oil: “Perché gira tutto attorno al prezzo del petrolio / tutto gira attorno al prezzo del petrolio / non raccontarmi stronzate su sangue, sudore, lacrime e fatica / tutto gira attorno al prezzo del petrolio.”
I Chumbawamba rimarcano in Jackob’s Ladder: “L’11 settembre è stato trasformato in un marchio pubblicitario / l’11 settembre è stato venduto / non rimarrà nessuno ad innaffiare / tutti i semi che avete seminato.”
John Mellencamp si chiede in To Washington: “Qual è il processo mentale / che porta a togliere la vita ad un essere umano / Quale sarebbe la ragione / per pensare che è giusto? / Dal paradiso a Washington / Da Gesù Cristo a Washington.”
Per finire nel cuore di tenebra con le Dixie Chicks, band country texana in testa alle classifiche con la struggente ballata sul Vietnam Travelin’ Soldier, che dichiarano di “vergognarsi che il Presidente degli Stati Uniti venga dal Texas” (costrette poi a moderare i toni dall’isterica reazione dei media).

Conclusione? Sosteniamo le nostre truppe. Sono milioni di uomini e donne coraggiosi, che giorno per giorno combattono a San Francisco, New York, Londra per la difesa della nostra libertà. Sosteniamoli – cittadini comuni, artisti, stranieri -, ed assieme vinceremo. Support our troops!

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