Carità, perdono e gratitudine corrono
verso la foresta
Miseria e libertà corrono selvagge
verso la foresta
Aspetto implorando la Stella del Nord
Anche gli Angeli si inginocchiano nella fredda luce


O qualcosa del genere. Love non ricordava.
– Corri!
Affondavano nella neve fino al ginocchio. Lei più avanti, Alben dietro ad arrancare con lo zaino sulle spalle. Molto più lontano, le porte chiuse del Rifugio. C’era una luce dentro, quella gialla, per fortuna, non quella bianca. Erano salvi, o meglio, se solo fossero arrivati laggiù sarebbero stati salvi.
– Love, ormai è alta, – Alben gridò ancora. Lei si voltò appena, per vederlo avanzare sempre più faticosamente.
La neve, soffice come zucchero filato, lo inghiottiva a ogni passo.
Il vento soffiava con violenza, rallentando la corsa; era sempre così, all’inizio della notte. Love imprecava contro la neve e le raffiche, ma sapeva che il momento in cui il silenzio avrebbe regnato sarebbe stato peggiore.
Sopra il rumore del vento sentiva Alben mormorare qualcosa. Pregava.
Continuarono a correre senza fermarsi, disperati e determinati a combattere la resi-stenza del vento, la voglia di piangere e la tentazione di lasciarsi prendere.
Si erano trovati in situazioni peggiori, comunque, con la luce bianca alle calcagna di pochi metri. Ma quella volta andavano verso est, e non guadagnavano terreno sulla luce che sorgeva a Nord. Se solo avessero raggiunto il Rifugio… Lì dentro la luce era senza potere.
– È altissima, corre veloce. – esclamò lei.
Guardarono ancora l’orizzonte. La sfera bianca si alzava nel cielo a un ritmo vertigi-noso; la fredda luce ammantava le colline nevose, le curve soffici e gelide, come il sole sulle dune del deserto. Avevano sì e no un paio di minuti, appena in tempo per raggiungere il Rifugio.
Cosa avrebbe dato per una lastra di ghiaccio. In un mondo coperto dal ghiaccio, lì c’era solo neve. Sul ghiaccio, almeno, si poteva scivolare. Avessero avuto una lastra di ghiaccio, avrebbero raggiunto il Rifugio in un attimo.
Love cercò di non pensare, e tenne lo sguardo fisso sul Rifugio. Il dolore tagliava le gambe, il freddo congelava gli occhi e irrigidiva i muscoli, tesi fino a strapparsi, il cuore graffiava contro il petto, stanco, allo stremo.
Era la Stella del Nord.
Pochi metri al Rifugio, pochi istanti.
Con un altro sforzo allungarono il passo e corsero più veloci. Poi videro una piccola lastra di ghiaccio, proprio di fronte a loro, davanti alla porta del Rifugio. Love prese Alben per un braccio, aiutandolo a tirarsi fuori dalla neve; si gettarono sul ghiaccio e scivolarono verso le assi di legno del Rifugio. La porta si aprì nell’istante in cui arrivarono, e mani potenti li tirarono dentro. L’uscio si richiuse addosso ai piedi di Alben.
La Stella del Nord era arrivata, ma loro erano salvi. Un attimo dopo, forse un attimo prima che la porta fosse sbarrata, tutto cominciò a tremare.

La notte fu lunga e dolorosa.
Love e Alben non si staccarono mai, uniti in un abbraccio confortante. Di fronte al fuoco, dividevano il calore con persone arrivate da ogni dove: uomini, donne, qualche bambino, animali.
Il Rifugio di legno continuava a tremare, scosso dalla potenza della fredda luce. Molti restavano davanti al camino, immobili, lo sguardo fisso nel vuoto; nessuno avrebbe dormito, quella notte.
Qualcuno pregava, rannicchiato in un angolo o vicino alla finestra; congiungevano le mani, si inginocchiavano, facevano qualunque cosa che desse loro conforto. Mormoravano qualche parola, per lo più deliri o frammenti di litanie dimenticate. Love ne sentì alcune.
Una donna implorava l’arrivo della ferita che inghiottiva tutto ciò che era freddo e crudele; non si chiese perché una ferita dovesse essere una cosa buona. Un ragazzino sperava che gli Angeli si alzassero in volo.
Fu allora che Alben ricordò la vecchia filastrocca e senza rendersene conto ne pronu-ciò le parole:
Seguo la Stella del Nord
ma non mi porterà lontano
Gli angeli si inginocchiano
davanti alla Stella del Nord.
Si inginocchiano nella fredda luce.
Disse che era solo una vecchia strofa, una stupidaggine, il ricordo pallido di un mondo ormai finito.
Uno degli uomini lo rimproverò: – Tu non speri più? – chiese. – Se sei qui, vuol dire che speri ancora.
– Sono qui per non farmi prendere. – disse Alben senza guardarlo.
– Allora è vero. Speri.- disse una donna.
Alben sorrise e scosse la testa. Love guardò tutto in silenzio.
– Voi sperate tutti? – chiese infine.
– Sì. – disse un’altra donna. Non sembrava convinta.
D’un tratto si rese conto che la gente nel Rifugio era tutta gente ricca. Non vestivano gli stracci dei poveracci, parlavano bene — soprattutto sapevano ancora parlare — e non sembravano malati o deperiti. Era gente abituata a pensare.
Alben sbuffò: – Neanche i Diurni sperano più.
L’uomo lasciò andare una grassa risata. – Ah! E chi l’ha mai visto, un Diurno?
– Noi – disse Love. Alben la guardò di traverso, perché pensava che era meglio starsene zitti riguardo ai Diurni, per lo più.
Ma era troppo tardi. L’uomo si avvicinò con gli occhi sbarrati; un vociare si diffuse tra gli altri, che l’uomo tenne dietro di sé con un gesto. Love e Alben osservavano con malcelata sorpresa.
– Quindi voi…- disse Love.
– Parla. – ordinò l’uomo. – Quando l’avete visto?
– Il Diurno – disse una donna. – Quando?
Alben scambiò uno sguardo con Love, poi alzò le spalle. Si accese un’altra sigaretta: il fumo e l’alcool, oltre al fuoco e la preghiera, li avrebbero accompagnati fino al mattino. Niente cibo, niente acqua.
– Qualche tempo fa – disse. – Non tanto, comunque.
– Era…- L’uomo stentò a trovare le parole. – Era vivo?
Alben assentì espirando il fumo. – Alto, tutto nero, gli occhi blu, le braccia lunghe. Come si è sempre saputo.
– Credevo che fossero tutti morti.
– Solo perché non ne vedete uno da anni, – disse Love, – pensate che siano morti? – Accese anche lei una sigaretta. – Con la tecnologia che si ritrovano, potrebbero vivere in eterno.
– I Diurni sono maghi! – fece una donnetta con voce stridula.
Love la guardò; provò compassione, perché capiva che era terrorizzata. – Allora perché non cacciano la Stella?
Quasi fosse una risposta, il Rifugio tremò con più violenza. Tutti guardarono in alto. Un uomo controllò le porte: tutte le fessure nel legno e nel marmo erano chiuse, non passava neanche un raggio. Tornarono da loro.
– Forse non ci riescono. – disse un ragazzo.
– Stronzate. – disse Alben. – Non vogliono. Chissà, magari sono loro la Stella del Nord.
Quella frase chiuse la conversazione. I curiosi si allontanarono, Love si avvicinò ad Alben e gli si accoccolò vicino. Lui la strinse, la tenne vicino come faceva sempre. Lei si addormentò, parole strane nella testa:

Aspetto
Guardando la Stella del Nord
Ma temo che non mi porterà lontano
È così freddo
Stanotte piove sul mondo

Chissà perché le erano venute in mente proprio allora. Le temeva come temeva la Stella, le davano i brividi più del Freddo, eppure le pensava, le mormorava. Le sognava, persino. D’altra parte, si pensavano tante cose strane quando la Stella era lì fuori.

Love si svegliò alle grida del bambino. Aprì gli occhi e urlò a sua volta: era una femmina, non un maschio, e veniva risucchiata dalla fredda luce.
Troppo impaurita per fare qualunque cosa, si rannicchiò contro la parete e vide Alben che aiutava gli altri a chiudere la fessura. Non provavano nemmeno a prendere la bambina, tanto non ci sarebbero riusciti. E poi i bambini, una volta che sono freddi, non li riprendi più.
Comunque la fessura fu chiusa e Alben cullò Love finché non si riaddormentò, con il pianto di una madre come ninna nanna.
E quella strofa le tornò in mente ancora una volta.

Era quasi mattina quando il rumore la svegliò ancora.
Non ci capiva niente: credeva di essersi appena addormentata e invece erano passate ore. Spalancò gli occhi e vide che adesso c’era una fessura molto più grossa, forse larga un metro, forse più.
E davanti ai suoi occhi c’era la Stella del Nord.
La guardavano tutti. Dritta. Proprio lì. Come mai erano ancora vivi? Si moriva a venire investiti dalla luce della Stella del Nord, a volte si stava male anche solo a parlarne. La guardavano, ed erano vivi?
Un terrore senza nome si impossessò di Love, che cominciò a tremare. Poi realizzò che in cielo era comparso anche il Sole. Mentre Alben si avvicinava e la stringeva, il respiro pesante e gli occhi spalancati, il Sole si avvicinava attimo dopo attimo alla Stella del Nord. Sempre più vicino, sempre più vicino, come se gli astri si scontrassero, come due palle di fuoco nel cielo che si divoravano a vicenda.
La luce cambiò: prima aumentò, poi diminuì come in un’eclissi. Nessuno capiva che succedesse, ma se ne stavano tutti in ginocchio o rannicchiati contro una parete a guardare, a pregare, forse a sperare.
Passò altro tempo, un minuto o forse un’ora.
Si stava spegnendo.
Non la Stella del Nord. Il Sole.
Si stava spegnendo.

Urlarono. Guardarono con orrore mentre la Stella del Nord divorava ciò che restava del Sole e lo faceva scomparire dalla volta celeste.
Finì tutto in pochi istanti, incomprensibile bestemmia nell’eterna lentezza cosmica.
Un attimo dopo erano tutti morti.

Mi chiamo Love. Il mio corpo è ancora lì. Adesso guardo la Stella da un altro rifugio, da un altro pianeta, da un altro posto in mezzo alla neve.

È freddo qui, non c’è più nessuno.
Aspetto.
Guaro la Stella del Nord
Niente impedirà che succeda.
Niente potrà fermarlo.

Racconto di Claudio D’Amato

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