di Francesco “baro” Barillipiazzadellaloggia1.jpg

Dopo un titolo del genere per i lettori sono possibili tre reazioni:

1. “Come?! E’ già uscita la sentenza???”
2. “Uhm… c’è un processo in corso per la strage di Brescia?”
3. “Cosa diavolo è successo in Piazza della Loggia?”

I terzi possono essere solo miei lettori occasionali, capitati qui per caso o per qualche scherzo dei motori di ricerca. Fra poche righe potranno decidere se proseguire o meno.
I secondi difficilmente sono miei lettori assidui, altrimenti saprebbero dell’esistenza del processo attuale (“attuale” perché sulla strage di Brescia ci sono state 4 istruttorie, se preferite 4 più uno stralcio, che hanno portato a diversi procedimenti).
Gli uni e gli altri (i “secondi” e i “terzi”) sono comunque incolpevoli della loro ignoranza (etimologicamente intesa). Non è colpa loro se quella strage, «indiscutibilmente quella a più alto tasso di politicità» (così scrisse il 23 maggio 1993 il Giudice Istruttore Gianpaolo Zorzi — semplice omonimia con uno degli imputati del procedimento in corso) è stata trattata in tempi recenti alla stregua di una sagra locale, senza “bucare” sui grandi media.

Ai primi, quelli di “Come?! E’ già uscita la sentenza???”, devo una spiegazione. No, la sentenza d’appello non è ancora uscita. E’ attesa a giorni, probabilmente già per la fine di questa settimana. Su quella di primo grado (assoluzione per tutti gli imputati) mi pronunciai in altra occasione.
Quindi, sì, sto scrivendo di una sentenza ancora non emessa…
I lettori di tutte le tre tipologie potranno ora essere uniti in una nuova domanda: “perché lo fai?”
Pasolini, nel lontano 1974, a proposito degli attentati che avevano insanguinato e avrebbero continuato a insanguinare l’Italia scriveva: «Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi. Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero».
Una citazione bella quanto ormai abusata. E oggi non c’è bisogno di essere intellettuali per “sapere”. I fatti ci sono, basta metterli in fila uno dopo l’altro, nella loro inquietante successione logica e temporale… Pasolini non c’è più, purtroppo. Fatevi bastare il sottoscritto.
Quindi (eccomi al “perché lo faccio?”) per scrivere il mio commento non mi serve la sentenza d’appello. L’attendo con speranza, la guarderò con rispetto. Ma non mi è utile “per ristabilire la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero”. Quel che mi (e vi) serve è la pazienza. Perché la mia narrazione non sarà semplice (lo impone la vicenda) o sintetica (lo impongono miei limiti… e ciò nonostante molte cose saranno brutalizzate per condensare migliaia di fogli processuali in una narrazione che sia perlomeno leggibile).
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Innanzitutto, una cronologia. Utilizzerò, rimaneggiandoli, pezzi che ho scritto per i redazionali di Piazza della Loggia volume 1. Non è di maggio, realizzato con Matteo Fenoglio e di prossima uscita per BeccoGiallo. Salterò tutti i prodromi, tranne un episodio, limitandomi al percorso giudiziario della strage. Che già da solo è assai contorto…

19 maggio 1974 (e giorni seguenti…)
Brescia, le tre del mattino. Il giovane neofascista Silvio Ferrari sta trasportando sulla sua Vespa una bomba a orologeria, destinata a un attentato alla sede locale del “Corriere della Sera” in Piazza della Vittoria. La bomba esplode anzitempo, uccidendolo sul colpo. La sua morte è il culmine di una serie di attentati, fino a quel momento incruenti, che nei primi mesi del ’74 hanno destato grande preoccupazione a Brescia e nei paesi limitrofi. Il 21 maggio una lettera firmata “Partito nazionale fascista sezione Silvio Ferrari” arriva al “Giornale di Brescia”. Attribuisce l’esplosione che ha ucciso Ferrari “ai comunisti” e minaccia attentati come ritorsione. Il volantino — ne seguirà uno analogo il 27 maggio — per toni e contenuti è un’inquietante anticipazione della strage che avverrà solo pochi giorni dopo. Infatti proprio l’escalation di attentati, culminata nell’esplosione del 19 maggio, porta alla mobilitazione dei sindacati e del comitato permanente antifascista. Viene indetta la manifestazione del 28 maggio, con comizio conclusivo in Piazza della Loggia: durante il discorso di Franco Castrezzati, sindacalista della Cisl, alle 10,12 l’esplosione di una bomba provoca 8 morti e oltre cento feriti.

31 gennaio 1975
Prima vera svolta nelle indagini. Luigi Papa si presenta al comando dei carabinieri di Brescia del capitano Francesco Delfino. Due dei suoi figli (Raffaele e Angelino) sono già in carcere da qualche giorno, accusati di furti di opere d’arte consumati in alcune chiese del bresciano. Con loro è in carcere Ermanno Buzzi, già noto agli ambienti giudiziari cittadini: un bizzarro delinquente comune che si dichiara nazifascista e vanta conoscenze nell’ambiente dell’estrema destra. Luigi Papa afferma di aver saputo da un altro dei suoi figli, Domenico, che Buzzi è l’esecutore materiale della strage. Da questa dichiarazione nasce il primo filone processuale su Piazza della Loggia. Le indagini di questa istruttoria cercheranno di trovare un nesso tra il “gruppo Buzzi” e i giovani neofascisti bresciani amici di Silvio Ferrari, accorpando l’inchiesta sulla morte di Ferrari con quella sulla strage.
In questo primo filone d’inchiesta vengono coinvolti fra gli altri Marco De Amici e Pierluigi Pagliai, amici di Ferrari. A loro carico, al termine del processo, resterà l’accusa di detenzione e trasporto di esplosivo. A condurre le indagini sono i magistrati Domenico Vino e Francesco trovato. Molti interrogatori sono condotti dal capitano Delfino, secondo modalità che desteranno polemiche e perplessità.

2 luglio 1979
Prima sentenza di Corte d’assise di Brescia. Vengono condannati come esecutori materiali della strage Ermanno Buzzi e Angelino Papa. Ferdinando Ferrari (detto Nando, omonimo e non parente di Silvio, con cui ha trascorso la notte fra il 18 e il 19 maggio prima che quest’ultimo perdesse la vita nell’attentato) è condannato a 5 anni per detenzione dell’ordigno che ha causato la morte di Silvio e a un anno per omicidio colposo. Marco De Amici e Pierluigi Pagliai sono condannati per detenzione e trasporto di esplosivo da Parma (dall’appartamento che i due condividevano col Ferrari). Assoluzione per gli altri imputati.

17 dicembre 1980
Nell’ambito della prima istruttoria (“gruppo Buzzi”) era nato uno stralcio d’inchiesta (da alcuni definita seconda istruttoria, pur trattandosi sostanzialmente di una “inchiesta bis”) imperniata su Ugo Bonati. È uno dei principali testimoni dell’accusa, sostiene d’aver assistito a tutta la vicenda, dal trasporto dell’esplosivo alla Piazza fino al deposito della bomba. La sua posizione di “testimone inconsapevole” della strage si fa presto insostenibile e viene rinviato a giudizio come componente del gruppo degli attentatori, in concorso con Buzzi e Papa, con conseguente mandato di cattura. Nel ’79 fugge da Brescia e da allora non è più stato rintracciato. Il 17 dicembre 1980 il Giudice Istruttore dispone comunque l’assoluzione nei suoi confronti, accertando che le sue affermazioni sono false, sul ruolo degli altri imputati come sul proprio.

13 aprile 1981
Mentre è rinchiuso nel carcere di Novara, in attesa dell’appello per il processo che lo vede imputato per la strage, Ermanno Buzzi viene ucciso dai neofascisti Mario Tuti e Pierluigi Concutelli.

2 marzo 1982
La Corte d’appello conferma le assoluzioni di primo grado. Assolve per non aver commesso il fatto Angelino Papa, e assolve “virtualmente” anche Buzzi (già strangolato in carcere). Condanna confermata, ma ridotta, a Marco De Amici per detenzione di esplosivo.

30 novembre 1983
La Corte di Cassazione annulla la sentenza d’appello del marzo ’82, e rinvia gli atti alla Corte d’appello di Venezia per un nuovo giudizio.

19 aprile 1985
La Corte d’appello Veneziana emette un verdetto di assoluzione per insufficienza di prove per tutti gli imputati. Confermata la condanna al solo De Amici. La sentenza diventa definitiva a seguito del giudizio della Cassazione, il 25 settembre 1987.

23 maggio 1987
Semplifico la seconda istruttoria, partendo dalla data del giudizio della Corte d’assise: assoluzione per gli imputati. L’inchiesta aveva preso il via negli anni ’80, con indagini che portano al rinvio a giudizio di Cesare Ferri e Alessandro Stepanoff, quest’ultimo accusato di aver fornito un alibi al primo. Ferri, già apparso nelle primissime indagini e su cui torneremo in seguito, è un giovane milanese legato agli ambienti dell’estrema destra cittadina. L’assoluzione viene ratificata in appello il 10 marzo 1989 e confermata in Cassazione il 13 novembre 1989.

23 maggio 1993
Snellisco pure la terza istruttoria: la data è quella della sentenza del Giudice Gianpaolo Zorzi. Pur nell’impossibilità di accertare responsabilità penali a carico degli accusati (in questo filone d’inchiesta: Marco Ballan, Fabrizio Zani, Giancarlo Rognoni, Bruno Luciano Benardelli e Marilisa Macchi) l’ordinanza del dott. Zorzi è anche un esplicito e accorato atto d’accusa verso le complicità istituzionali che hanno protetto esecutori e mandanti della strage, ostacolando l’accertamento della verità. Del documento abbiamo visto un passo in precedenza; ne vedremo altri più avanti.

15 maggio 2008
Vengono rinviati a giudizio per la strage di Brescia Pino Rauti, Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, l’ex generale dei carabinieri Francesco Delfino, Giovanni Maifredi e Maurizio Tramonte. Il rinvio a giudizio è frutto della quarta istruttoria, condotta dai PM Roberto Di Martino e Francesco Piantoni.

Le indagini si reggono su due pilastri. Uno è l’imputato Maurizio Tramonte.
Nato nel 1952, nell’autunno 1972 viene attivato come fonte del SID col criptonimo di Tritone. Collabora in questa veste con il Centro Controspionaggio di Padova, a cui fornisce per mesi informazioni sul mondo della destra eversiva. La sua collaborazione produce un’imponente mole di “veline”. Alcune sono relative a incontri che si sarebbero tenuti presso l’albergo che dirigeva un esponente missino, Giangastone Romani, ad Abano Terme. In uno di questi documenti si accenna esplicitamente alla «… creazione di una nuova organizzazione extraparlamentare di destra che comprenderà parte degli ex militanti di Ordine Nuovo. L’organizzazione sarà strutturata in due tronconi. Uno clandestino … Opererà con la denominazione Ordine Nero sul terreno dell’eversione violenta contro obiettivi che verranno scelti di volta in volta»; inoltre sono presenti molti accenni proprio alla strage di Piazza della Loggia: in seguito dettaglierò meglio queste citazioni.
Negli anni ’90 Tramonte arricchisce le veline con nuove dichiarazioni, attraversando un percorso in cui ha vestito diversi ruoli, da persona informata sui fatti a indagato in reato collegato, fino a indagato — e poi imputato — per la strage. Il 24 maggio 2002 Tramonte ritratta tutte le sue precedenti dichiarazioni, sostenendo che le uniche informazioni credibili da lui rese sarebbero quelle a suo tempo fornite come “fonte Tritone” al Sid, e che queste sarebbero relative esclusivamente a notizie apprese de relato. L’interessato sosterrà, anche nel corso del dibattimento, che le successive dichiarazioni sarebbero state frutto di un disperato bisogno di aiuto e denaro per altri suoi guai giudiziari, nonché del difficile periodo in cui era schiavo di droga e alcol. La ritrattazione è ritenuta totalmente inattendibile dalla pubblica accusa.

L’altro pilastro è Carlo Digilio.
Esperto in armi ed esplosivi, nell’ambiente ordinovista chiamato “Zio Otto”, è testimone fondamentale già nel processo per Piazza Fontana, ma viene beffato dal destino. Anche a causa di un ictus, che ne compromette la memoria, non viene ritenuto sufficientemente credibile… tranne quando accusa se stesso… Muore nel 2005, proprio nell’anniversario di Piazza Fontana: una coincidenza simbolica difficilmente immaginabile nella realtà.
Sulla strage di Brescia racconta tre fatti.
1. Il primo è una riunione a Rovigo, collocabile nel mese di aprile ’74. Zio Otto non partecipa, ne apprende i contenuti da Marcello Soffiati, ordinovista veronese. Nell’occasione si parla di attentati, specie di uno da realizzare nell’Italia settentrionale.
2. Pure il secondo è una riunione, di poco successiva. A Colognola ai Colli, dove viveva Soffiati, e stavolta con la presenza diretta di Digilio. Qui è Carlo Maria Maggi a parlare: «Fate attenzione, ci sarà un attentato nell’Italia settentrionale. Procuratevi alibi, fate attenzione a come vi muovete…». Secondo il proprio racconto, Digilio si apparta con Soffiati per chiedere spiegazioni, ed è qui che riceve le confidenze sulla precedente riunione di Rovigo.
3. Il terzo fatto emerge nella testimonianza resa il 4 maggio ’96 al dott. Salvini, durante l’inchiesta su Piazza Fontana, e ribadita il 15 maggio davanti ai magistrati bresciani. Digilio racconta che Marcello Soffiati, su incarico di Maggi, avrebbe ritirato l’ordigno da Delfo Zorzi. Soffiati fa tappa a Verona, preoccupato per la propria sicurezza. Qui, Digilio afferma d’essere intervenuto tecnicamente sull’ordigno, per rendere più sicuro il viaggio di Soffiati. Un viaggio che, sempre secondo questa testimonianza, avrebbe portato Soffiati e la bomba a Milano, dove l’ordigno sarebbe passato in altre mani per dirigersi poi verso la destinazione finale. Verso Brescia…

16 novembre 2010
La sentenza di primo grado assolve i 5 imputati ancora in vita (Maifredi è deceduto il 3 luglio 2009). La Corte non ritiene credibili né Digilio né Tramonte. Quest’ultimo è ritenuto attendibile solo nelle veline redatte per il Sid nell’immediatezza dei fatti. Tali documenti però, ad avviso della Corte, testimonierebbero solo la generica volontà di costituire un’organizzazione terroristica che il 28 maggio 1974 non sarebbe stata ancora pienamente operativa e in grado di compiere un’azione rilevante come la strage di Brescia.
I pubblici ministeri e le parti civili ricorrono in appello contro le assoluzioni.

gennaio-febbraio 2012
In vista dell’apertura del processo d’appello i pubblici ministeri inoltrano istanza di “rinnovamento parziale dell’istruttoria dibattimentale”: Piantoni e Di Martino chiedono che il tribunale d’appello valuti nuovi elementi, non emersi o non sufficientemente emersi nel corso del primo grado. Il processo d’appello si apre il 14 febbraio. Il 17 la Corte respinge tutte le richieste di riapertura parziale del dibattimento, tranne quella relativa l’escussione dei periti del primo processo, Romano Schiavi e Alberto Brandone. I due esperti testimoniano il 21. Il 28 inizia la requisitoria della pubblica accusa. Come detto, la sentenza è attesa per metà aprile.

Negli anni sono stati prospettati diversi scenari, diverse ipotesi su chi e perché ha compiuto la strage. In sintesi (stavolta sul serio; anzi, con molte semplificazioni: ognuna delle sottoelencate teorie meriterebbe approfondimenti, e qualche “pista” collaterale resterà fuori dall’elencazione):
– Sbandati locali con simpatie neofasciste, come conseguenza della morte di Silvio Ferrari.
– Un attentato diretto alla manifestazione antifascista, figlio di un’evoluzione “tattica” della strategia della tensione. In sostanza, e in questa ricostruzione, Piazza Fontana e Piazza della Loggia rappresentano davvero, per citare ancora Pasolini, «le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione». La prima doveva provocare una svolta golpista o comunque reazionaria. Dopo il passo indietro di chi doveva proclamare o appoggiare lo stato di emergenza, dopo il successivo fallimento, per contrordine, del golpe Borghese (notte fra 8 e 9 dicembre 1970), nella destra eversiva matura l’idea della ritorsione (Peteano, 31 maggio ’72, obiettivo i carabinieri; questura di Milano, 17 maggio 1973, obiettivo il “traditore” Rumor, Presidente del Consiglio nel dicembre ’69); e il decreto di scioglimento di Ordine nuovo (novembre 1973) peggiora ulteriormente le cose. Dunque, Piazza Fontana rientra in una strategia “attiva” da parte delle organizzazioni neofasciste, rappresenta il “fare” qualcosa nell’ottica di un obiettivo da perseguire; Brescia, invece, rientrerebbe in una strategia “di risposta” da parte degli stessi neofascisti, che cercavano di uscire dalla marginalizzazione, di dimostrare la propria forza e la propria pericolosa vitalità.
– Il terzo scenario è solo una maggiore specifica del secondo: il tentativo di colpire i carabinieri, che a Brescia in occasione di manifestazioni stazionavano solitamente proprio sotto il porticato dove esplose l’ordigno (per il maltempo le forze dell’ordine si posizionarono diversamente, lasciando la zona riparata ai manifestanti). I carabinieri, come prima accennato, sarebbero stati obiettivo in quanto “traditori” dei disegni golpisti dell’estrema destra.

Tutti i filoni d’indagine portano all’estrema destra, con imputati che presentano sfumature ideologiche e personali anche molto diverse l’uno dall’altro. Al di là degli esiti sul piano delle responsabilità individuali, anche l’ultimo dibattimento ha delineato come contesto storico un impianto inquietante e ricorrente: un nucleo operativo dell’eversione neofascista, l’intesa con uomini dei servizi segreti, la copertura di apparati politici e militari.
Questo non significa che tutti gli imputati delle 4 (o 5, se preferite) istruttorie siano colpevoli. E su questo aspetto matura l’ennesimo inciso. Collaterale ma, credo, non privo d’interesse.

Quando io e Matteo Fenoglio abbiamo cominciato a lavorare su Piazza della Loggia abbiamo deciso di dividere il lavoro in due volumi. Nel primo, la contestualizzazione storica e gli eventi che portarono alla strage. Il secondo, di prossima pubblicazione, sarà imperniato sugli sviluppi processuali dal 1974 fino ai giorni nostri.
Per questa seconda parte del lavoro stiamo valutando l’ipotesi di intervistare uomini che siano stati interni alla “destra radicale” dell’epoca, per vedere se sia possibile acquisire informazioni “alla fonte”, e col grosso dubbio di riuscire davvero a scalfire il muro della reticenza.
Per ora, facilitato da circostanze con cui non voglio tediare il lettore, sono riuscito a parlare solo con Cesare Ferri. M’ha accolto con cortesia, e di questo lo ringrazio. Ha difeso la sua innocenza personale, supportata a suo dire sia dalla scarsa credibilità dei testi che l’accusarono sia — specularmente — dalla fondatezza degli elementi a proprio favore.
In sostanza ha rivendicato l’estraneità alla strage. Sua personale e del suo ambiente dell’epoca (riguardo quel periodo, Ferri non rinnega nulla della propria attività in quel contesto e delle proprie radici ideali), esprimendo un duro giudizio etico-morale sulla strage in sé. Giudizio che, ovviamente, condivido, ma che mi porta a una riflessione/domanda che formulerò nel finale.

Tutto questo per dire che la totale distanza ideologica o morale che posso avere verso ognuno degli imputati (vecchi e attuali) non m’impedisce (non deve impedirmi; e non deve impedire nessun lettore interessato solo al raggiungimento della verità sulla strage di Brescia) di affermare che sicuramente fra questi ci siano dei “veri innocenti”. Alcuni dei quali si sono fatti un bel po’ di galera per un crimine mai commesso.
Il concetto l’ha espresso meglio di me Adriano Sofri, nel suo recente 43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film, in cui ha confutato con esemplare chiarezza (la mia citazione vale anche quale consiglio di lettura del bel pamphlet di Sofri) le teorie di Paolo Cucchiarelli sulla strage del 12 dicembre 1969:

«Badate che il fatto che il suo casting fra candidati assassini e stragisti avvenga così disinvoltamente non è reso meno grave dalle fedine penali o politiche di coloro cui si applica, già o tuttora nazifascisti o chissà che altro. Nessuna persona si avvicina di un centimetro in più ad essere colpevole di una strage per avere un passato di idee e atti loschi, se a quella strage non ha preso davvero parte» (p. 23)

piazzadellaloggia3.jpgSeppure formulata per un’altra strage (riflettete sulla mia espressione, “per un’altra strage”: è orribile, lo so… E c’è da perdersi in quello che non dovrebbe essere solo uno sterile e triste elenco) la frase di Sofri vale come paradigma: un “pedigree ideologico”, per quanto aberrante possa essere, non trasforma nessuno in un colpevole.
Ma l’elemento che maggiormente emerge, nell’intricata lettura delle vicende processuali della strage, è il ritardo incomprensibile — e soprattutto esiziale per la ricerca della verità — con cui le rivelazioni di Tramonte, mentre era confidente del Sid, arrivano all’autorità giudiziaria… mentre vengono trasmesse vere e proprie polpette depistanti. È illuminante un lungo passaggio della sentenza ordinanza del 23 maggio 1993 (Giudice Istruttore Gianpaolo Zorzi; i grassetti sono miei).

La notte del 2 marzo 1989 giungevano presso la Legione Carabinieri di Brescia un corriere inviato dal Comando Generale per recapitare una nota del Direttore del S.I.S.M.I. Amm. Sq. Fulvio Martini. La nota – datata 20.2.1989 – dava conto del rinvenimento … di un documento in data 3.6.1974, dal quale si rilevava che tale “Margherita” (da identificarsi in Ragnoli Margherita, … co-segretaria dell Associazione “Italia-Cuba” di Brescia) il 29.5.1974, nel corso di una conversazione telefonica interurbana, avrebbe detto che della strage di Piazza della Loggia “se ne era parlato fin dalla sera precedente”, soggiungendo inoltre d’essere subito corsa in detta piazza in quanto le era stato riferito che uno dei morti apparteneva alI Associazione “Italia-Cuba”, notizia risultata poi infondata.
Poichè alla data del 2.3.89 era in corso la celebrazione del dibattimento d’appello nei confronti di Cesare Ferri, Alessandro Stepanoff e Sergio Latini, il mattino seguente il Comandante della Legione provvedeva a recapitare personalmente al Presidente della Corte d’Assise d’Appello e al Procuratore Generale il documento di cui sopra.
Lo stesso – portato e reso noto nella pubblica udienza – induceva i difensori a formulare immediata istanza di rinnovazione parziale del dibattimento al fine di “escutere Ragnoli Margherita”.
… Gli approfondimenti – consistiti principalmente nell’interrogatorio a chiarimenti di Margherita Ragnoli e nell’escussione dell’Amm. Fulvio Martini – hanno pienamente confermato il giudizio di assoluta irrilevanza espresso dalla Corte d’Assise d’Appello in ordine a quanto rappresentato con la nota 20.2.89 e impongono di stendere sulla vicenda un “pietoso velo di silenzio” – ex art. 74 c.p.p. 1930 – come richiesto dal Pubblico Ministero.
Invero, attraverso l’acquisizione di una copia del documento 3.6.74 (rinvenuto a detta dell’Amm. Martini presso un centro periferico del Servizio), si è in primo luogo appurato che non si trattò di un’intercettazione telefonica abusiva, ma dell’ascolto – a mezzo di microspia piazzata all’interno dell’Ambasciata Cubana a Roma – di una conversazione avvenuta il 29.5.74 tra l’Ambasciatore di Cuba, Salvador Villaseca Fornò, e la propria segretaria-dattilografa, Maria del Carmen de Castillo Santamarina Rodriguez: nella circostanza l’Ambasciatore, commentando “l’attentato di Brescia”, affamò di aver saputo “da Margherita, sua conoscente di quella città, che di esso (attentato) se ne era parlato fin dalla sera precedente” e che lei “Margherita” era “subito accorsa in Piazza della Loggia in quanto le era stato riferito che uno dei morti (donna) apparteneva all’Associazione `Italia-Cuba’, notizia risultata poi infondata”.
Pertanto … trattavasi e trattasi pur sempre di un resoconto (da parte dell’Ambasciatore) di cose dette da un’altra persona per telefono (parlando per di più non con l’Ambasciatore, ma – come ora si vedrà – con la moglie del medesimo).
Per parte sua, Margherita Ragnoli, … ha dichiarato che effettivamente, il 29.5.74, ebbe un contatto telefonico con l’Ambasciata di Cuba in Italia e ha precisato che fu la moglie dell’Ambasciatore … a chiamarla in quanto, saputo della strage di Piazza della Loggia, aveva temuto che lei fosse presente e voleva dunque accertarsi che non le “fosse accaduto nulla” … Quanto poi alla frase “se ne era parlato fin dalla sera precedente”, attribuitale nella nota e nel documento del S.I.S.M.l., la Ragnoli ha naturalmente escluso di avere potuto parlare della strage fin dalla sera del 27 maggio 74, e non ha escluso invece di avere fatto cenno, parlando al telefono con l’amica cubana, al clima “elettrico” che si era venuto a creare in città in quel periodo … e alla netta sensazione – che ella avvertì e che ben ricorda – che “ci fosse qualcosa nell’aria” già nei giorni precedenti. Ecco, di che cosa si era, se mai, potuto parlare fin dalla sera precedente.
… E che l’unica versione possibile (perchè vera) sia quella data dalla Ragnoli è confermato dalle dichiarazioni dello stesso Amm. Martini, il quale – richiesto di fornire spiegazioni dell’improvvisa comparsa della “velina” 3.6.74 a “soli” 15 anni dalla sua stesura e proprio in coincidenza con il processo d’appello a carico dei neofascisti Ferri, Stepanoff e Latini – ha precisato: che realmente il documento tornò alla luce nel corso della revisione degli archivi disposta dalla Presidenza del Consiglio nel 1988; che egli ne ebbe personalmente conoscenza solo in data 25.1.89 e provvide subito a interpellare sul da farsi il Presidente del Consiglio, il quale il 17.2.89 rispose che doveva provvedersi ai sensi dell’art.9 comma 3¡ L.801/77; che fece dunque partire la nota il 20.2.89: che all’epoca (1974) non fu “effettuato alcun approfondimento in ordine al contenuto del documento in questione perchè era ampiamente noto (e riportato anche dalla stampa) il clima di tensione che ricorrenti minacce dell’estrema destra extraparlamentare avevano creato nella città di Brescia”; che [si badi al gran finale, n.d.a.] agli atti del Servizio “non esistono ulteriori documenti dai quali si possano trarre utili elementi di valutazione in ordine alla strage di Brescia” (col vivo ringraziamento del popolo italiano per aver saputo produrre – su questa epocale tragedia – una sola “velina” e di cotanta utilità).

Quindi, a 15 anni dalla strage i servizi segreti mandano “una patacca” all’autorità giudiziaria, dichiarando di non avere null’altro sull’argomento. E i servizi usano la “patacca Ragnoli” incuranti delle veline di Maurizio Tramonte, coeve alla strage, rese in tempo reale ai referenti locali del Sid e in tempo reale trasmesse ai vertici romani… Sì, trasmesse ai vertici romani del Servizio, ma NON all’autorità giudiziaria: il 29 agosto 1974 il generale Gianadelio Maletti (nel 1974 a capo dell’ufficio D del Sid) negò al giudice istruttore di avere notizie utili riguardo a possibili responsabili della strage di Brescia… Le veline di Tramonte emergeranno dagli abissi (dai cassetti…) solo negli anni ’90, confluendo nell’istruttoria Piantoni/Di Martino (ossia l’attuale).

(Un ultimo inciso; un’annotazione a suo modo più antropologica che non “politica”: la “patacca Ragnoli” purtroppo non è invece rimasta nel cestino dove era stata giustamente confinata — e censurata con amara ironia — dal giudice Zorzi. Molto istruttivo, ma non privo di conseguenze per l’umore del lettore, è la lettura delle deposizioni in Commissione Stragi — fine anni ’90 — laddove, incuranti del ridicolo, commissari del centrodestra hanno provato a rilucidarla e venderla come una pista da seguire…)

Riassumiamo…
– Le indagini potevano essere indirizzate verso Ordine Nuovo/Nero fin dall’immediatezza dei fatti. Bastava che le informative della fonte Tritone del Sid (Maurizio Tramonte) fossero trasmesse all’Autorità giudiziaria. Vediamo alcuni passaggi della nota datata 8 luglio 1974: «La sera del 25 maggio il dottor Carlo Maria Maggi di Mestre si è recato, insieme ad altri due camerati della zona di Venezia, ad Abano Terme, per incontrarsi con Giangastone Romani nell’abitazione di questo ultimo … Gli argomenti trattati nell’abitazione di Romani hanno riguardato la situazione e i programmi della destra extra parlamentare dopo lo scioglimento di Ordine Nuovo. E’ stato quasi un monologo di Maggi, in quanto Romani e gli altri si sono limitati ad annuire o ad intervenire per puntualizzazioni marginali … Maggi ha reso noto che è in corso la creazione di una nuova organizzazione extraparlamentare di destra che comprenderà parte degli ex militanti di Ordine Nuovo. L’organizzazione sarà strutturata in due tronconi. Uno clandestino, con le caratteristiche e i compiti seguenti: numericamente molto ristretto, costituito da elementi maturi (dai 35 ai 45 anni, salvo qualche eccezione) e di collaudata fede politica. Opererà con la denominazione Ordine Nero sul terreno dell’eversione violenta contro obiettivi che verranno scelti di volta in volta. L’altro palese, il quale si appoggerà a circoli culturali – ancora da costituire – gestiti da elementi di estrema destra finora rimasti nell’ombra; avrà il compito di sfruttare politicamente le ripercussioni degli attentati operati dal gruppo clandestino».
– Tramonte/Tritone va anche oltre. Ancora dalla velina dell’8 luglio 1974: «Nel commentare i fatti di Brescia Maggi ha affermato che quell’attentato non deve rimanere un fatto isolato, perché il sistema va abbattuto mediante attacchi continui che ne accentuino la crisi. … Nello spirito di questa teoria, lo stesso Maggi e Romani avevano espresso l’intenzione – qualche giorno dopo la strage – di stilare un comunicato da far pervenire alla stampa. Il documento avrebbe dovuto: esporre la linea politica e programmatica dell’organizzazione già menzionata; annunciare azioni terroristiche di grande portata da compiere a breve scadenza …»
– L’attentato viene effettivamente rivendicato, almeno in un primo tempo. Esiste un volantino, firmato Ordine Nero sezione Codreanu e Anno Zero, fatto trovare il primo giugno ’74 in una cassetta delle lettere a Vicenza: «Ci siamo assunti non a caso la paternità della strage di Brescia. … Vendicheremo noi in prima persona i soprusi contro i camerati ingiustamente incriminati…». Per completezza d’informazione preciso che, nell’ultimo processo, l’autore del volantino ha sostenuto d’averlo scritto per propria spontanea iniziativa.

In sostanza, le indagini potevano indirizzarsi da subito verso Ordine nuovo (cellule venete). Con quali risultati non è dato sapersi; con maggiore efficacia è sicuro (non starò a spiegare come il tempo, con la sua monumentale oggettività, sappia depistare e inquinare indagini persino meglio del Sid…); evitando imputazioni anche a qualche innocente è altrettanto sicuro (ricordo ancora quanto scritto da Sofri, sull’argomento).
Ma non è stato il destino a ostacolare le indagini. E neppure la “normale” fallibilità della giustizia umana. Nulla di tutto questo: apparati dello Stato hanno operato affinchè gli otto morti di Piazza della Loggia non avessero giustizia. Di questo “sappiamo” i colpevoli. Senza avere lo spessore intellettuale di Pasolini e senza temere, per averlo detto, il Lido di Ostia.

Resta ancora, nella tastiera, quella riflessione/domanda di cui ho anticipato prima l’esistenza.
Parliamo dunque di Bruno Luciano Benardelli (già incrociato in cronologia: elemento della destra radicale milanese, imputato nell’istruttoria chiusa nel ’93). In un’intervista a “L’Europeo” dell’ottobre ’74 disse: «la strage di Brescia potremmo averla fatta noi di Ordine Nero, da un punto di vista teorico, perché era un’azione militare. Insomma, dico, ammazzare dieci comunisti… I comunisti hanno ammazzato decine di camerati…».
Si potrà affermare che quella frase non era una rivendicazione; che era forse solo la spacconata di uno che, dall’estero, ha voluto spararla grossa, magari allettato da un compenso promesso per l’intervista; che una frase del genere ha “fatto male” proprio all’ambiente della destra radicale (mi si consenta di precisare: credo che leggerla abbia fatto molto più male ai parenti delle vittime di Piazza della Loggia…).
Tutto questo “ci sta”, come si dice… Ma mi piacerebbe sapere cosa ne pensa chi sostiene ancora oggi, riguardo gli anni bui dello stragismo, una sorta di verginità “morale e ideale” della destra. Mi piacerebbe che in questo paese si aprisse una seria discussione sui “cattivi maestri” del terrorismo neofascista (chissà perché quando si parla di cattivi maestri si allude solo a quelli riconducibili — spesso con molte forzature — al brigatismo…); su se/quanto abbiano preso le distanze da quegli anni; su quanto abbiano detto e quanto abbiano (ancora) da dire.