di Carlo Modesti Pauer

La felicità è citata nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776: “Riteniamo che queste Verità siano evidenti, che tutti gli Uomini sono stati creati uguali, che sono stati dotati dal Creatore di certi Diritti inalienabili, che tra questi ci sono la Vita, la Libertà, la Ricerca della Felicità”[1]. Cosa sia la felicità, è oggetto di discussione da migliaia di anni e nell’ambito della nostra cultura da cui scaturisce il diritto ad essa, stabilito nel documento USA, certamente si può farlo risalire al pensiero greco-latino. Se ne sono occupati diversi filosofi e tra loro sono più spesso ricordati Platone, Epicuro, Seneca; ai quali si aggiungeranno secoli dopo i colleghi “moderni”, come Hobbes, Voltaire, Beccaria e Verri.

Il legislatore delle colonie britanniche, affermando la fine della dipendenza dalla madrepatria oltre oceano, fissava il diritto alla felicità certamente in buona fede, seguendo un pensiero “illuminato” e legandolo indissolubilmente all’altro (complicato) termine: libertà. E non solo.

Nella Dichiarazione, sorvolando sulla venatura teologica, si dice anche “gli Uomini sono stati creati uguali”, introducendo un altro concetto fondamentale: l’uguaglianza alla nascita. E i problemi aumentano. Infatti, quando si legge “Uomini” s’intende proprio l’uomo in qualità di soggetto maschile poiché, all’epoca, la donna non godeva certo degli stessi diritti, a cominciare per esempio dal voto che le sarà concesso “solo” 144 anni dopo, nel 1920. Anche “uguaglianza” ab origine era un’affermazione tendenziosa: il figlio di un boscaiolo del Rhode Island non nasceva certo “uguale” al figlio di un banchiere di Boston.

Quanto alla “libertà”, è fin troppo noto che mentre i Padri fondatori vergavano il documento del 4 luglio, oltre 60mila schiavi neri popolavano i primi 13 Stati. Dunque, un “negro” non era uguale a un bianco, e men che meno lo erano i nativi americani, gli “indiani”, considerati né più né meno che animali selvaggi. La libertà aveva perciò un significato delimitato: era una cosa degli uomini bianchi, cristiani. Il tratto razziale fu evidente e contribuì largamente al boom economico della neonata nazione, proprio attraverso la possibilità di disporre, letteralmente, della vita di altri esseri umani ma “inferiori”, quali erano i “negri” e i “pellerossa”. I primi, commerciati in catene e poi mandati a lavorare gratis, a frustate; i secondi, vittime della feroce rapina delle loro terre ancestrali, da ammazzare e infine, concentrare i superstiti in piccole aree riservate previa deportazione[2].

I fatti costitutivi della realtà politica, contemporanea alla Dichiarazione del 1776, mostrano inequivocabilmente che donne, neri e nativi, a diverse condizioni, non erano partecipi del diritto alla felicità, dispensato dal e all’uomo bianco cristiano. Ammettendo pure, le buone intenzioni filosofiche degli estensori e mancando una definizione precisa nel testo (perché impossibile), la felicità appare perciò un’aspirazione, un diritto a cui tendere nel divenire futuro che si schiude con l’Indipendenza, appena conquistata. In questo senso, la felicità non è presente e quando sembra manifestarsi essa pare tanto sfuggente quanto effimera, episodica e di breve durata. Soprattutto, è un concetto “contenitore” e “plastico”, un termine che si può riempire e modellare variandone il significato nel tempo, dunque, anche la comprensione nella comunità dei parlanti lo stesso idioma.

Ben più complicata è la faccenda quando si presenti la necessità della “traduzione”.

Se ad esempio compariamo il significato di felicità fra inglese (USA) e cinese (Cina), postulata la precisa traduzione nelle due rispettive lingue, scopriamo che gli statunitensi tendono ad associare l’eccitazione e il successo alla felicità, mentre i cinesi prediligono collegarla alla pace e la calma. E ancora: un gruppo di ricerca misto, ha studiato i disegni nei libri per bambini che rappresentano la “felicità”, verificando che nell’editoria pedagogica taiwanese e hongkonghese questa è raffigurata con un sorriso mite, mentre nell’equivalente nordamericano il soggetto felice appare generalmente con un ampio sorriso. Non sorprende se si considera che il concetto di felicità in USA è comunemente inteso come “raggiungimento dei propri obiettivi” (individualismo) e dunque le emozioni che ne derivano sono eccitazione e orgoglio; mentre nell’estremo oriente, la concezione della felicità è incentrata sulla “fortuna” (cooperazione), perciò i sentimenti sono più simili alla gratitudine e alla soddisfazione.

Più complesso è il caso dell’Africa, dove diversi studi etnolinguistici hanno evidenziato che le parole con cui si esprimono i sentimenti sono fortemente connesse al corpo. Ad esempio, una ricerca sui i parlanti Fante e Dagbani (lingue del Ghana) ha evidenziato come i termini per definire felicità, ovvero rispettivamente “occhio d’accordo” (anika) e “cuore bianco” (suhipelli), suggeriscono quanto l’emozione (essere felice) si muova dall’interno verso l’esterno; quindi, essa dipende dal soggetto, letteralmente dall’“essere vivente” (scevro da qualunque sottinteso heideggeriano).

Allora, cosa significa oggi divulgare la notizia che “la Finlandia è il paese più felice del mondo”? Un’affermazione battuta da tutte le agenzie e rilanciata sui giornali, alla televisione e ovunque in rete, capace di scatenare interesse e discussioni a Helsinki come nei Paesi che le sono dietro, specie quelli dalla ventesima posizione in giù. Per esempio, l’Italia, già in basso rispetto all’immaginario (stereotipato) di “paese gioioso” e scesa dalla trentunesima posizione alla trentatreesima.

Prima di tutto si deve indicare la fonte della “classifica”: il World happiness report 2023, una pubblicazione annuale che analizza il livello di felicità individuale nel mondo; essa è prodotta dalle ricerche del Sustainable development network, un’organizzazione senza scopo di lucro lanciata dalle Nazioni Unite nel 2012 per promuovere l’attuazione degli “Obiettivi di sviluppo sostenibile” a livello nazionale e internazionale. Detto ciò, alla luce dell’indefinibilità del concetto di felicità, è ovvio domandarsi: perché allora si vuole misurarla e come è stato aggirato l’ostacolo dell’impossibilità?

Tautologicamente, si potrebbe rispondere che l’ONU desidera promuovere l’attuazione degli “Obiettivi di sviluppo sostenibile”, lasciando cadere il quesito: quale sviluppo? Troppo comodo. Benché “sostenibile”, la matrice ideologica sottaciuta, meglio dire astutamente data come “non ci sono alternative” (TINA), è chiaramente quella dello “sviluppo” secondo l’economia occidentale, il modello industriale dominante governato dal modo di produzione capitalista con le proprie leggi e politiche. E infatti, per superare la difficoltà di definire la felicità, sono adoperati gli “attrezzi” metodologici delle scienze sociali, i quali identificano come necessari e sufficienti, sei “fattori chiave” attraverso cui si dice sia possibile misurare la felicità. Eccoli: supporto sociale; reddito; salute; libertà; generosità; assenza di corruzione.

Il “reddito” è il fattore sintomatico, la cartina di tornasole della matrice ideologica sopra indicata, la cui natura è evidentemente etnocentrica, poiché la misurazione in dollari presume il riferimento all’uso di una moneta “globale” (un tempo si sarebbe detto “imperiale”), affatto neutrale in termini di contenuti culturali e implicazioni commerciali. Un esempio: il reddito medio d’un allevatore finlandese è 54mila $, quello di un pastore eritreo di 600 $, quasi cento volte meno. La felicità del pastore eritreo sarebbe dunque prossima allo zero. Infatti, se si rovescia il parametro come controprova, un finlandese con un reddito di 600 $ l’anno risulta messo assai peggio di un clochard che rovista nella spazzatura della stazione di Helsinki. Ne consegue che il reddito medio del pastore eritreo, dovrebbe puntare a raggiungere quello dell’allevatore “più felice del mondo” (in quanto finlandese) ma questo è intrinsecamente “etnocida”, infatti, presume la distruzione (definitiva) della cultura eritrea. Ovvero, l’idea di felicità in eritrea deve conformarsi alla concezione generale della felicità finlandese, cioè a dire, alla felicità secondo “la società dei consumi” che vige nell’economia del dollaro. Quale arroganza! Perché mai un africano delle sponde del Mar Rosso, per essere felice dovrebbe vivere come uno scandinavo del Mar Baltico? Lasciamo aperte le risposte e procediamo.

Non solo è altamente problematico il parametro “reddito”, anche la “libertà” è un nodo gordiano, a cominciare dalla più semplice delle dicotomie: individuale o collettiva?

Lasciando da parte questi problemi, il metodo del sondaggio Gallup con cui si rilevano i dati per elaborare la classifica WHR 2023, si basa sull’individuazione, cioè sull’estrapolazione della percezione individuale dell’essere felici e mostra – ancora una volta – un cluster profondamente etnocentrico, una sorta di bias cognitivo-collettivo degli analisti che induce a escludere come in moltissime culture, un singolo individuo sia incapace di dirsi “felice” al di fuori della comunità d’appartenenza, sentendosi cioè sempre parte di un gruppo umano, di un organismo più grande fondato sulla cooperazione e non già sulla competizione, com’è strutturale negli USA e nei Paesi nell’orbita della sfera cd. Atlantista, imposta dopo il secondo conflitto mondiale nel quadro della Guerra fredda, cui si aggiungono Canada e Oceania.

A questo punto, diventa istruttivo l’esame delle 14 nazioni in classifica subito dietro alla “vincente” Finlandia. Sulle oltre 150 nazioni sottoposte a sondaggio, nell’ordine – dal secondo posto in poi – esse sono: Danimarca, Islanda, Israele, Olanda, Svezia, Norvegia, Svizzera, Lussemburgo, Nuova Zelanda, Austria, Australia, Canada, Irlanda…e USA. Insieme alle questioni fin qui tratteggiate, si può notare un aspetto demografico dal sapore socioeconomico: quattordici su quindici (cioè esclusi gli USA) sono Paesi con un numero di abitanti compreso tra 375mila (Islanda) e 38 milioni (Canada) ma a superare i 20 milioni oltre al Canada c’è solo un altro gigante territoriale, l’Australia (26ml); esclusi questi ultimi due, la media tra i rimanenti è 6 milioni di ab. Questo dato demografico è indicatore di molteplici effetti, spesso “benefici”, sulle vite della popolazione, tuttavia, qui occorre solo segnalare la significativa relazione tra un numero basso di ab. e un alto reddito in $, dacché i primi 14 sono anche tra i cd. paesi più ricchi del mondo secondo il discusso standard del “PIL pro capite”. Con 332 milioni di ab. gli USA si trovano al quindicesimo posto dietro questa schiera di piccoli popoli “felici”. Viste le proporzioni si direbbe un successo, eppure, è forte il sospetto che siano un intruso. Quei parametri sembrano calibrati su misura da chi ha iscritto la parola “magica” nella propria costituzione.

Al di là di questa graduatoria, nel mondo gli USA scalano ben altre classifiche e detengono tristi primati. Quando si guarda alla “felicità”, alcuni diventano molto interessanti. Ecco, dunque, una sintetica ma significativa ricognizione: gli Stati Uniti hanno il più alto numero di detenuti del globo, oltre 2 milioni (davanti a Cina, Brasile, India e Russia) e il più alto tasso di incarcerazione, oltre 600 persone per 100mila ab. (davanti a Ruanda, Turkmenistan, El Salvador e Cuba); detengono il più alto numero di armi pro-capite al mondo, 120 ogni 100 ab. e il primo dei paesi “felici” a grande distanza è il selvaggio Canada con 34\100, segue la Finlandia con 32\100 (un mini-Canada europeo dal punto di vista naturalistico); vantano 7 omicidi volontari ogni 100mila ab. e sono in classifica tra Tanzania e Afghanistan, tra i quindici, il numero più basso lo registra la svizzera con 0,5\100, mentre la Finlandia è a 1,6\100; il 70% dei Mass Shootings[3] nel mondo avvengono negli USA; fra i quindici, sono primi nell’uso di psicofarmaci con l’impressionante 25% della popolazione, il tasso più basso lo segna l’Olanda con 4%; sul piano economico, nel gruppo dei quindici sono il paese con l’indice di disuguaglianza (GINI) più alto (0,38) dove la migliore è la Norvegia con 0,26; nei limiti della misurabilità del razzismo, in una lista di 78 paesi che valuta l’indice di uguaglianza, gli USA si classificano al 65° posto (tra Cina e Iran), prima è l’Olanda e 5^ la Finlandia; l’aspettativa di vita in USA è di 74,5 anni (tra Albania ed Estonia), in cima tra i paesi “felici” c’è la Norvegia con 81,6 (la Finlandia segna 79,4); al netto della spaventosa situazione della Sanità, gli USA sono al vertice del drammatico tasso di mortalità alla nascita con 18 bambini ogni 100mila ab. a fronte di 4\100mila della Svizzera.

Più complesso è il caso del suicidio. Le implicazioni culturali, in specie la religione, rendono difficile l’interpretazione dei grandi numeri, anche in considerazione della decisiva variabilità della componente soggettiva, resa ancor più sfumata dalle differenze in ordine al dato anagrafico (tendenzialmente più spesso si tolgono la vita gli anziani) e a quello di genere (mediamente si suicidano molto più gli uomini che le donne). Non è questa la sede per analizzare un fenomeno tanto multiforme. Si può solo accennare come nella cattolica e familistica Italia, si registrano 6,7 suicidi per 100mila ab. (dei quali 10,1 tra gli uomini e 3,5 fra le donne), non troppo diversamente dalla Grecia di tradizione ortodossa e anch’essa caratterizzata da forti legami famigliari[4] (5,1 ogni 100mila, di cui 8 uomini e 2 donne) e ovviamente, per analoghe ragioni, Israele (5,3\100 con 8,4 uomini e 2,3 donne). Di contro, culture lontane dal mondo mediterraneo e dalla tradizione giudaico-cristiana, mostrano dati assai diversi, come la Corea del Sud e il Giappone. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, il tasso di suicidi in Corea del Sud è il quarto più alto al mondo (28,7\100mila, di cui 40 uomini e 17 donne). Un fattore del suo alto numero di suicidi è dato dalla frequenza tra gli anziani, poiché se tradizionalmente, ci si aspettava che i figli si prendessero cura dei loro vecchi genitori, questo sistema è in gran parte scomparso sul finire del 900. Molti anziani scelgono perciò di suicidarsi, per non sentirsi un peso finanziario per le loro famiglie (costrette a pagare la casa di riposo o un\a badante). Un altro motivo per comprendere l’alto tasso di suicidio – superiore alla media – è il fenomeno tra gli studenti, causato dal forte (insopportabile) livello di pressione per avere successo negli studi, sicché, quando non raggiungono i loro obiettivi, possono pensare di aver disonorato le loro famiglie, scegliendo la (auto)punizione estrema. Incentivi, sono anche l’uso di alcol, la privazione del sonno, lo stress e le scarse relazioni sociali, situazioni che possono esporre gli studenti a un rischio crescente di suicidio. Nel caso del Giappone (16 ogni 100mila, di cui 22 uomini e 9,2 donne), il suicidio è la principale causa di morte nei maschi di età compresa tra 20 e 44 anni e nelle femmine di età compresa tra 15 e 34 anni. Anche in questo caso, la pressione culturale sui giovani (nello studio e il successo nel lavoro) genera livelli altissimi di stress. Gli uomini giapponesi hanno il doppio delle probabilità di suicidarsi, in particolare dopo un divorzio. Particolarmente preoccupante è pure il suicidio tra gli uomini che hanno recentemente perso il lavoro e non sono più in grado di provvedere alle proprie famiglie. Secondo la visione tradizionale, l’aspettativa è che le persone siano sposate con una sola persona e mantengano un solo lavoro per tutta la vita, perciò lo smentire tale attesa può far sembrare un fallimento il divorzio o la perdita del lavoro.

In questo quadro, il “paese più felice del mondo” offre un dato sicuramente contradditorio, in Finlandia si uccidono 16,5 persone ogni 100mila ab., di cui 23\100 sono uomini e 7,5\100 donne. Numeri sorprendentemente simili a quelli del Sol Levante. Ovviamente, un tale discordante aspetto, è da tempo oggetto di una vastissima letteratura scientifica difficile da riassumere, tuttavia, per una breve sintesi è possibile esporre alcuni aspetti essenziali. Sebbene i tassi annuali di suicidio siano diminuiti negli ultimi anni, restano superiori alla media dell’UE e in particolare, il suicidio in Finlandia rappresenta un terzo dei decessi nelle persone di età compresa tra 15 e 24 anni. Questi preoccupanti dati sono in genere ricondotti a recenti ricerche dove si scopre un Paese con il più alto tasso di malattie mentali d’Europa, fra le quali depressione e alcolismo risultano i problemi psichici più comuni. Sono stati chiamati in causa i motivi più diversi, ma oltre a uno “stress performativo” da impatto neoliberista che accentua il drammatico cortocircuito con le avite tradizioni di vita “in armonia con l’ambiente”, è verosimile sottolineare la presenza di un tabù culturale (insieme a quelli sulla Guerra civile, la Seconda guerra mondiale e la Guerra fredda). Infatti, a fronte di un’assistenza psichiatrica prontamente disponibile, il problema non può essere collegato alla mancanza di risorse, quanto piuttosto alla persistenza di una tabuizzazione della sofferenza psichica e della depressione che, secondo alcuni psichiatri, in Finlandia sono considerati una debolezza e un’umiliazione. Sugli stessi livelli sono anche i suicidi USA, con 16 casi ogni 100mila ab. (di cui 25\100 uomini e 7\100 donne). Sembra così aleggiare, l’inquietante spettro di una “felicità obbligatoria”.

La chiave di lettura di questo breve excursus sul primato finlandese in “felicità”, si trova nel Sustainable development network, dove balza allo sguardo l’ossimoro dello “sviluppo sostenibile”. Già nel 1973, in un articolo dal titolo Sviluppo e progresso, che non fu pubblicato dal «Corriere della Sera» per cui era editorialista, Pier Paolo Pasolini si chiedeva se le due parole fossero sinonimi e affermava che no, non lo erano: “Il progresso è […] una nozione ideale (sociale e politica), […] lo “sviluppo” è un fatto pragmatico ed economico”. Per lo scrittore, poeta e regista, lo sviluppo, è nient’altro che la crescita economica secondo la visione dell’industrialismo, del consumismo, del modello economico angloamericano, imposto attraverso il potere politico e la propaganda alle masse come origine del benessere e fonte della felicità. Pasolini, prendeva le mosse dal celebre rapporto I limiti dello sviluppo, pubblicato l’anno prima dal Club di Roma[5] in un libro divenuto best seller e tradotto in più di 30 lingue, che scatenò un acceso dibattito sul futuro dell’umanità.

Mezzo secolo dopo, i sostenitori dello “sviluppo” hanno prodotto l’ossimoro affiancando al loro totem il suadente termine “sostenibile”, sicché, ancora una volta come gattopardi[6], si fa credere che dalla crescita economica (infinita) dipenda il benessere dei popoli e la felicità. Ecco dunque, seppur dilaniati da enormi contraddizioni ben lungi dal garantire felicità, che attraverso il modello statistico generato dalla macchina ideologica statunitense, con la società come arena di competizione tra individui rivolti all’imperativo del guadagno in un mercato finanziario senza limiti spaziali e temporali, gli USA agguantano la quindicesima posizione dietro a un drappello di micro-nazioni, per lo più scandinave, e ai satelliti anglofoni dell’ex impero britannico, giganti geografici ma nani demografici. Il World happiness report 2023, è allora un documento neocoloniale, un prodotto dalla cultura tecno-scientifica angloamericana, innestata sul pensiero filosofico europeo emerso tra XVII e XVIII secolo e confluito sotto l’etichetta di “illuminismo”, uno strumento spettacolare per colonizzare l’immaginario globale.

Sorge il sospetto che con ben altro sguardo antropologico, probabilmente il popolo più felice del mondo potrebbe essere in realtà un gruppo di Masai dell’Africa orientale, dove gli etnografi registrano un indice di soddisfazione della vita (felicità) simile a quello dei 400 americani più ricchi nella lista di Forbes…

 

[1] “We hold these truths to be self-evident, that all men are created equal, that they are endowed by their Creator with certain unalienable Rights, that among these are Life, Liberty and the pursuit of Happiness.”.

[2] Perfino John Ford, un maestro del cinema USA e cantore dell’epopea western in chiave mitologica, tutt’altro che democratico e progressista, nel 1964 a fine carriera dopo 140 film gira un – seppur flebile – atto riparatore nei confronti dei nativi, è Cheyenne Autumn (Il grande sentiero).

[3] Il MS (sparatorie di massa) generalmente è un crimine in cui un aggressore uccide o ferisce più persone contemporaneamente utilizzando armi da fuoco. Inoltre, alcune definizioni includono un minimo di quattro vittime di una sparatoria in un breve periodo di tempo, escluso il tiratore. Le definizioni di “sparatorie di massa”, infine, escludono casi di violenza di gruppo, rapine a mano armata e familicidi. Gli USA, a causa del triste primato (solo dal 2009 al 2023 si contano 306 MS con 1710 morti e 1086 feriti) vantano anche un orribile “sottogenere” noto come “school shooting”, esaminato dal celebre documentario Bowling a Columbine (M. Moore, 2003). I numeri sugli assalti armati a una scuola o università, durante i quali sono vittime bambini, ragazzi e giovani (oltre ai docenti e al personale amministrativo o di servizio) sono agghiaccianti: 296 episodi nel XX sec. e 591 dal 2000 a oggi (aprile 2023).

[4] Come spunto di riferimento culturale, si può pensare a una celebre e spassosa commedia cinematografica di grande successo: My Big Fat Greek Wedding (J. Zwick, 2002).

[5] Associazione civile senza scopo di lucro, fondata (1968) e presieduta (fino alla morte, 1984) dal dirigente industriale Aurelio Peccei e poi dallo scienziato scozzese A. King, con sede a Parigi, successivamente trasferita ad Amburgo e, dal 2008, a Winterthur, con un ufficio satellite a Bruxelles; la denominazione deriva dal luogo in cui si è tenuta la sua prima riunione. Ha lo scopo di analizzare in un contesto globale i principali problemi dell’umanità, cercando soluzioni idonee.

[6] Deriva dal romanzo Il Gattopardo (G.T. di Lampedusa, 1958) dove Tancredi, il nipote del protagonista, nobile borbonico all’avvento dell’Unità d’Italia sotto i Savoia, dichiara: «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi».

Tagged with →