di Shi Heng Wu

In un un paio di recensioni i lettori hanno evidenziato una corrispondenza tra il mio primo romanzo Lo specialista e le opere di Barry Eisler, che veniva definito “il sommo”. Ammetto che non conoscevo questo scrittore. E’ una delle mie lacune, ho pensato, e come tale devo cercare di superarla.

Così mi sono documentato sull’autore americano e ho cercato qualche suo libro in biblioteca. Ho scelto Rain Storm, anche per il sottotitolo: Pagato per uccidere. Due killer dunque, lo Specialista e il nippo-americano John Rain. Confronto e ricerca di corrispondenze mi sembravano ideali.

Devo dire che l’inizio non è stato dei migliori. La scrittura “bassa” mi sembrava un po’ troppo tale. Va fatta una premessa: bassa non significa inferiore allo stile “alto”. Anche perché la scrittura alta, o elevata, offre il fianco all’autoreferenzialià, all’esibizionismo, che risulta stucchevole. La bassa è diffusa nel genere thriller perché è semplice, senza sbavature, si presta a veicolare le storie, gli intrighi, i colpi di scena. Tecnicamente è indicata per accompagnare il lettore nelle avventure, per tenerlo incollato alla pagina. In un certo senso è una lingua da favole, favole nere, criminali.

Però un’espressione come “C’era poca gente in giro” mi sembrava un luogo comune linguistico, una battuta da bar. Ma mi sono imposto di andare avanti, perché conosco il mio approccio critico a priori, la mia tendenza iniziale a respingere.

Poi la storia decolla. Lo stile è preciso, zeppo di specifiche tecniche, non pedante, ma necessario nel thriller. I lettori thrilleristi amano le armi, i calibri, i tipi di pallottole, i tiri utili, i mirini laser, e in questo anche lo Specialista fa la sua parte usando le armi alla moda, pistole, esplosivi, mitragliette. Forse è una specificità tipicamente maschile, quando giocavamo con le pistole e i fucili. Anche gli ambienti sono rappresentati in modo esatto, e qui emerge una differenza rispetto allo Specialista. John Rain se ne intende di tutto, e apprezza tutto: hotel e ristoranti di lusso, di cui conosce i piatti prelibati, le marche di vini costosi, i whisky, i cocktail; se viaggia ama la prima classe, dove servono lo champagne. I locali sono sempre descritti con dovizia di particolari, gli arredi, il servizio.

Lo Specialista è indifferente a tutto questo. E’ un monaco, non beve alcol se non per esigenze di lavoro, è vegetariano e non si dilunga in descrizioni. Per lui gli ambienti sono scenari che lo riguardano solo in funzione del suo lavoro: eliminare i soggetti ostili.

E qui c’è una corrispondenza: entrambi i killer uccidono altri criminali. Entrambi sono distaccati, privi di scrupoli, anche se John Rain ogni tanto si abbandona a sentimentalismi che fanno un po’ sorridere in un assassino che spezza il collo di una vittima con una mossa di arti marziali.

Ed ecco l’affinità elettiva principale tra i due: lo Specialista è un campione di kung fu, John Rain di Judo. Ma non mancano le differenze. Il kung fu dello Specialista è acrobatico, come in certi film cino-coreani, spettacolare quanto basta per renderlo favolistico, da super eroe. Il judo di John Rain è più tecnico, più “umano”; richiede descrizioni di prese, di posizioni complesse. Il kung fu è imbattibile, può abbattere un numero imprecisato di nemici, come in Kill Bill, o in Zatoichi, il capolavoro di Takeshi Kitano. Il judo è più verosimile, più vulnerabile, da eroe non “super”. Lo Specialista è un TQ nel pieno delle proprie forze, John Rain un cinquantenne che inizia a perdere colpi. Il lettore partecipa ai suoi limiti, condivide le sue debolezze, mentre con l’efficienza aliena dello Specialista sogna e si esalta, combatte le proprie paure.

La storia di John Rain tiene, l’autore riesce a non impantanarsi nelle complicanze e nei grovigli che spesso diventano inestricabili. Ci sono gli ingredienti della spy story, la CIA ambigua e letale, i doppi e i tripli giochi, il sospetto perenne, il tradimento sempre latente. Barry Eisler ha fatto ricerche sterminate, tecniche, geografiche: una imponente task force di collaboratori e consulenti lo ha assistito nelle arti marziali, le indagini, lo spionaggio digitale, la sorveglianza, l’autodifesa, addirittura la moda e la gastronomia. La definizione “Il più grande autore di thriller americano” mi sembra adeguata.

La storia dello Specialista è più semplice, perché l’intreccio non è il vero elemento portante. L’avventura, i colpi di scena, la violenza gli servono soprattutto per un fine: scoprire chi è, quali sono le origini del male, dei luoghi oscuri che si porta dentro, nonostante il suo animo apparentemente gelido e iper funzionale.

Il finale è il punto più delicato. Come li terminiamo questi mercenari, questi assassini? Li facciamo redimere? Barry Eisler si è posto il problema. In una intervista ha detto di John Rain: “Anche se agisce male ha un senso dell’onore, è buono con gli amici, è leale, e attorno a lui ci sono queste persone corrotte e false, e in paragone a loro lui è un personaggio positivo”. Positivo: può esserlo un assassino prezzolato? Ma se li facciamo redimere poi come la mettiamo con la serialità, le nuove avventure?

Barry Eisler se la cava sbandando un po’ di qua, un po’ di là. La vicenda si è conclusa con successo e arriva il momento del meritato riposo del guerriero. E anche della riflessione. Il classico “tirare le somme”. Emerge qualche scrupoletto sulla vita e la morte, ma niente di che; persino una folata di sentimentalismo passa e va. Non manca neanche lei, la strafiga misteriosa e, forse, pericolosa: “Era bellissima. Semplicemente… bellissima.” Ma poi che farà John Rain? Ovvio, continuerà con l’onesto mestiere di killer, ma chissà, il flusso del destino, l’ignoto…

E’ un finale abbastanza deludente, ma davvero non si sa quale altra soluzione si sarebbe potuta studiare per uno che ammazza la gente e tale deve rimanere. Forse avrebbe potuto essere tipo I’m proud? Io sono un assassino e sono fiero di esserlo, non me ne frega niente del mondo. Un eroe negativo fino in fondo, come gli assassini onesti di Suburra; o, per tornare all’antica epica patinata americana, Il Padrino.

Io, per me, ho fatto de lo Specialista un assassino totale, puro come un cristallo. Uccide in modo scientifico, senza dubbi o rimorsi. Ma non mi è possibile scrivere senza etica, o evocarla tanto per disimpegnarmi quanto basta. Per cui niente spiagge tropicali col cocktail e la coguar al fianco, ma un viaggio abbastanza spaventoso nell’antico, alla ricerca della propria origine.

Il thriller muta in thriller storico, quando tutto ebbe inizio, alla ricerca di una luce nel mondo morto, di una nuova consapevolezza. Forse persino della redenzione.

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