di Francisco Soriano

Negli anni fra la metà dell’Ottocento e i primi del Novecento, dagli Stati Uniti all’Europa fino all’Estremo Oriente, i movimenti anarchici subirono evoluzioni e mutazioni profondissime. In Italia furono davvero rilevanti le novità proprio nel campo del multiforme movimento anarchico: sia per l’originalità delle idee che si svilupparono, sia per la credibilità di quelle teorie che si imponevano grazie allo studio dei nuovi equilibri sociali ed economici generatisi in una società sempre più complessa. Quell’idea che vedeva la soluzione insurrezionale come praticabile al fine di realizzare un progresso sociale finalmente basato su istanze di eguaglianza e libertà si evolveva, ineluttabilmente, dal teorema dello scontro unico e generalizzato fra popolo e Stato a una diversa concezione e interpretazione della società in conflitto: si tentava anche la rilettura di alcune delle strategie di lotta. La novità del pensiero mutato traeva linfa vitale dalle istanze di quei movimenti che erano di ispirazione libertaria: si avanzavano non solo tesi antimilitariste e antiautoritarie, ma si riteneva necessaria soprattutto una capillare diffusione delle idee, una massiccia opera di propagazione del sindacalismo e di altre forme rinnovate di rivendicazione di diritti contro gli oppressori. Le strategie di opposizione ai governi autoritari e conservatori inneggiavano non solo alle battaglie per il miglioramento delle condizioni di vita degli operai e delle popolazioni, bensì anche il diritto alla manifestazione delle proprie aspirazioni sentimentali e artistiche, la lotta contro il condizionamento alla salute fisica grazie a una nuova consapevolezza e sensibilità verso ciò che riguardava la qualità della vita delle persone. Si sviluppava pertanto una interessante dialettica contro il neo-malthusianesimo e si perseguivano obiettivi che avrebbero fatto nascere e consolidare il cooperativismo e il comunitarismo fra i lavoratori non solo negli spazi riservati alle fabbriche. Infatti, come sostenne il Berti, vennero alla luce le variegate correnti di pensiero e di azione tendenti a trasbordare su altri piani, anche se mantennero una relazione continua con i punti di partenza. Fu così che il movimento anarchico di quegli anni subì una duplice e contraddittoria tensione: da un lato si dilatava fino a coniugarsi con altre espressioni di ribellismo sociale […], dall’altro si settorializzava, impoverendo la compattezza del suo nucleo originario, essendo la concezione anarchica un’idea sincretica. Avvenne pertanto che la tanto cara rappresentazione teorica della volontà rivoluzionaria del popolo subì verosimilmente una profonda erosione: le classi subalterne definite genericamente sotto la voce “popolo” divennero pian piano meno omogenee nella loro conformazione antropologica e culturale e risultarono essere animate da una eterogeneità ideologica più articolata e, per certi versi, stemperata.

Nel variegato panorama di movimenti, riviste e personaggi di rilievo dell’opposizione al regime di quegli anni, fu Leda Rafanelli a tracciare un personalissimo profilo dell’anarchica Nella Giacomelli, figura di spicco del movimento anarchico individualista e antiorganizzatore, in una sua opera chiamata Donne e femmine del 1922: Ella è la figlia ignota di qualche corrente ed ha in sé qualche cosa che ricorda le Sirene, le Najadi, le Ondine. Il colore dei suoi occhi vale tutta una espressione di bellezza ed è un colore che varia dal turchino chiaro del cielo al verde scuro del mare irritato, fino a divenire grigio, di pietra, quando il volto le si indurisce in una fissità di Sfinge. È allora che io vedo, di quella donna non bella, un aspetto imprevisto che forse io sola ho osservato: è allora che io sento che passerà fra i suoi simili sconosciuta, poco amata, incompresa. Rafanelli ebbe il merito di prevedere quello che sarebbe accaduto alla Giacomelli dopo la sua scomparsa: cioè l’immediata cancellazione dei suoi importantissimi contributi alla causa anarchica, al dibattito politico e sociale di quei tempi e la mancanza di interesse nell’approfondire, da parte di storiografi e studiosi, il significato del suo complesso credo politico. Nessuna sorpresa inoltre in quella dinamica chiaramente sessista laddove, già negli anni in cui la donna era ancora in vita, l’anarchico Paolo Schicchi ebbe a definirla come l’isterica Nella Giacomelli, apostrofandola con altri epiteti ben più gravi anche in libelli di riprovevole fattura. Negli studi sul movimento anarchico italiano la figura della Giacomelli è stata per un lungo periodo sempre e sistematicamente accostata a quella del famoso chimico Ettore Molinari, legato alla donna da un sodalizio amoroso e dalla fede anarchica. Grazie agli studi attualissimi di Ettore Ongaro ed Elena Bignami, è possibile riportare la figura della Giacomelli nella sua legittima dimensione e non in una mera comparsa riconoscibile solo nel cono d’ombra di Ettore Molinari che rappresenterebbe un grave falso storico e, tristemente, una discutibile qualità degli studi sugli accadimenti e i protagonisti soprattutto femminili di quegli anni.

Nella Giacomelli nacque a Lodi il 2 luglio del 1873. Giovanissima crebbe in un ambiente familiare molto conflittuale per le idee diametralmente divergenti dei suoi genitori, che ben incarnavano le tendenze del tempo: la madre era monarchica e cattolica, mentre il padre aveva un fervente spirito mazziniano che lo portava a lottare per una Repubblica laica e democratica. In Lombardia Giacomelli assisté fin da bambina alle convulse fasi di una trasformazione sociale e politica senza precedenti: un contesto pregno di nuove istanze e rivendicazioni in cui si produsse, nella maggior parte dei casi, quella conversione dei gruppi repubblicani e radicali verso il socialismo. Non è un caso che venisse stampato dal 1868 l’importantissimo periodico La plebe, di esplicito indirizzo repubblicano e socialista, molto seguito dal pubblico e ben redatto da Enrico Bignami. L’esperienza di questo giornale nacque in un momento storico in cui l’Italia viveva in uno stato di tremendo disagio dovuto al fallimento di Custoza, nonché alla disastrosa sconfitta subita da Giuseppe Garibaldi a Mentana. Il clima sociale inoltre soffriva degli insuccessi della sinistra risorgimentale che non era stata capace di sconfiggere le forze più tradizionali e autoritarie degli apparati di potere di stampo conservatore. Nella Giacomelli fu chiaramente sensibile alle idee tipiche delle rivendicazioni democratiche risorgimentali, in cui si palesavano forti le iniziative per il suffragio universale (che era una pregiudiziale prettamente repubblicana), la libertà di stampa, di associazione e di insegnamento gratuito. Oltre a queste rivendicazioni che vanno inquadrate nel contesto storico dei tempi, Giacomelli si sentì attratta dalla “questione sociale” intesa nella sua complessa ed eterogenea problematica che necessitava di studio, interpretazione, proposizione di strategie di lotta alternative in una società che si sviluppava fortemente secondo i dettami del più sferzante capitalismo.

La vita familiare fu connotata da litigi continui che conducevano a un deterioramento relazionale irreversibile, al punto che i genitori della Giacomelli furono costretti a una separazione traumatica. Con ogni probabilità, il disagio e la esasperata conflittualità condussero il padre di Nella a un tragico epilogo, compiutosi nel suicidio dell’uomo. Le tre donne rimaste a casa (Nella aveva una sorella che, a differenza sua, avrebbe seguito la madre nella sua educazione austera e religiosa), vivevano in uno stato di disagi, un ambiente pieno di rancori e recriminazioni. Negli studi Nella fu ben lontana dal trovare una serenità e un equilibrio e non mostrava né concentrazione né impegno, con l’aggravante di isolarsi sempre di più dalle amiche e dai conoscenti. Tuttavia fu amica della grande poetessa Ada Negri che, nel futuro della Giacomelli, avrà un ruolo importantissimo soprattutto durante il periodo fascista. Come accadde anche per l’anarchica Virgilia d’Andrea qualche anno più tardi e la mazziniana Linda Malnati sua contemporanea, Nella si diplomò e intraprese la carriera di insegnante in varie città lombarde: da Maslianico nel comasco a Cocquio, in provincia di Varese. Anche Giacomelli come la Malnati confluì nel giovane partito socialista. La figura professionale delle insegnanti denoterà molte delle donne che, in quei tempi, militavano in partiti di opposizione o addirittura in movimenti anarchici. A differenza di quanto avrebbero desiderato le autorità (cioè il rafforzamento dello schema di potere autoritario e regolamentare dello Stato anche attraverso la didattica nelle scuole), queste donne assumevano sistematicamente una presa di posizione ribelle e alternativa alle politiche dei governi di stampo conservatore. Il ruolo sociale ed educativo di queste insegnanti smentiva la retorica riservata alle donne-insegnanti che, “con spirito materno”, dovevano essere dedite a conseguire la propria naturale vocazione: occuparsi dell’educazione dei figli.

È nel 1892 che Nella, appena diciannovenne, entrava convintamente nell’agone politico in quei territori del nord Italia dove, nella sola Milano, si contavano dieci sezioni della Camera del Lavoro con oltre diecimila iscritti. I giornali si moltiplicavano e si definivano nelle loro tendenze ideologiche come nel caso di Lotta di classe e Critica sociale, La vita internazionale, il socialista lodigiano Sorgete!, L’Eco del popolo di Cremona, La plebe di Pavia e il Popolo di Bergamo. Giacomelli stessa raccontava autobiograficamente quel periodo, entusiasta del soffio ideale del cambiamento: M’ero interessata al problema sociale e leggevo con avida passione quanto si stampava sul movimento sociale del tempo e mi sentivo portata irresistibilmente verso il Partito socialista che allora aveva esponenti d’alto intelletto e purissima fede che ai miei occhi romantici e pieni di sogni apparivano baldi e forti come i cavalieri antichi. La letteratura di quel tempo era tutta pervasa da un soffio di idealismo che trovava piena rispondenza in me. Le sue frequentazioni consentivano intanto di consolidare i rapporti umani e soprattutto politici con personaggi di spicco del socialismo: Carlo dell’Avalle redattore di Lotta di classe; Giovanni Suzzani segretario della Camera del Lavoro di Lodi; Camillo Prampolini scrittore per La Plebe e deputato socialista; Ettore Molinari uomo di assoluto rilievo nel panorama scientifico e, successivamente, compagno di vita di Nella. Con Molinari, Nella condividerà quell’idea razionalista e scientifica tipica del positivismo che intravedeva nel socialismo uno spazio politico e teorico in cui era possibile trovare gli strumenti per una definitiva emancipazione dai dogmi della borghesia italiana conservatrice e con spiccate vocazioni autoritarie. Proprio quella autorità incarnata dalla madre che rendeva difficile la vita di Nella, ormai votata alla “deriva socialista”. Secondo l’anziana donna il partito socialista era un movimento composto da delinquenti comuni tanto che, nelle narrazioni della Giacomelli, si evince quanto fosse piena di rancore nei suoi confronti per questo motivo: i primi giornali che mi arrivavano furono ugualmente gettati nel fuoco e della sua prepotenza mia madre era abbastanza sicura per permettersi ogni dileggio. Fu in questo frangente doloroso che Giacomelli ebbe al suo fianco Francesco Bozzini, un socialista fervente che la amò con passione senza essere tuttavia corrisposto: caduto in una sorta di depressione tentò addirittura il suicidio. La giovane socialista fu però addolorata e sensibile al dramma dell’uomo, tanto che si autoaccusò di aver procurato un indicibile disagio in Bozzini con tutte le male arti di una donna che non sente né capisce l’amore, che ha la freddezza più glaciale nelle vene. Anche Giacomelli non visse tempi migliori: nel 1897 dovette licenziarsi perché le autorità municipali di Cocquio interferivano e ostacolavano le attività della donna. Si trasferì pertanto a Milano dove finalmente potè soddisfare le sue passioni e le sue aspirazioni politiche. Questa passione presto deflagrava in tutta la sua incontenibile sete di giustizia, tanto che la Giacomelli ormai conosciuta negli ambienti dell’opposizione e nelle diatribe politiche grazie alla sua dote oratoria si convertì all’anarchismo, compiendo un percorso che l’avrebbe differenziata da molti altri esponenti politici come Andrea Costa che approdavano al socialismo dopo aver militato sotto la bandiera dell’anarchia. Dal 1892 il PSI si parlamentarizzava anche a causa della dilatazione del diritto di voto che aveva finalmente dato una identità a partiti che erano rimasti fuori dalle istituzioni. Al contrario l’anarchismo viveva uno stato di divisioni e di crisi abbastanza profonde, la cui causa va intravista nelle trasformazioni e nell’endemica composizione variegata dei movimenti e dei loro massimi esponenti. Negli anni ’90 dell’Ottocento, soprattutto nel biennio 1893-94, una serie di attentati e violenze connotarono le azioni degli anarchici con esplosioni di ordigni dinamitardi e attentati ai regnanti, fino a quello dell’italiano Sante Caserio nei confronti del Presidente della repubblica francese Sadi Carnot. Come da casistica storica, in questi frangenti le autorità fanno valere una massiccia opera di repressione senza esclusione di colpi, distinguendosi spesso nell’uso di una violenza inusitata, anche con modalità terroristiche nei confronti di oppositori e soprattutto anarchici. Nel 1894 il governo Crispi si adoperava per una serie di misure restrittive, con tre provvedimenti che possono essere definiti nella cornice della difesa dell’ordine pubblico: limitazioni alla libertà di stampa, di associazione, arresto preventivo e domicilio coatto, senza escludere come “modalità normali” le pratiche della tortura e della vessazione al fine di estorcere confessioni e delazioni. Il peggio arrivò con il governo Rudinì che riuscì a reprimere la famosa protesta, avvenuta a Milano nel 1898 contro il caroviveri con la proclamazione di uno stato d’assedio dal generale Bava Beccaris, che prese addirittura a cannonate la folla. Dopo questi fatti fu proprio Errico Malatesta a fornirci, in quel periodo, profonde riflessioni sugli stadi intermedi di lotta e sul concetto di rivoluzione come atto violento e finale. Nella Giacomelli fu protagonista assoluta, nel tentativo non completamente riuscito, di ricomposizione del movimento proprio in un momento in cui, anche nell’opinione pubblica, non godeva certo di grossa considerazione per via delle derive violente e terroristiche.

Fu Giuseppe Ciancabilla a risultare come uno dei riferimenti più apprezzati da Nella in questo suo percorso politico e rifondatore del pensiero anarchico. L’uomo era una personalità di rilievo perché aveva partecipato alle battaglie con i socialisti rivoluzionari in Grecia prestando aiuto all’insurrezione antiturca sull’isola di Creta. Anche lui iscritto al PSI e redattore dell’Avanti! Ciancabilla ripudiava il socialismo e, come la Giacomelli, approdava all’anarchismo. In un primo momento sposò le tesi di Malatesta per poi allontanarsene, sostenendo un’azione individuale contro l’autorità e spostandosi freneticamente i vari Paesi sino a quando, insieme a Ersilia Cadevagni si trasferiva a Paterson, negli Stati Uniti dove già risiedeva una nutrita schiera di anarchici italiani. Ersilia Cadevagni bolognese di nascita fu un’attivista indefessa fra le più seguite dai servizi segreti nostrani e statunitensi, temuta per le sue qualità di attivista e movimentista anarchica. Cadevagni insieme a Ciancabilla finanziavano attivamente con sostanziose somme dagli Stati Uniti i compagni italiani. Fu la stessa Giacomelli a raccontarlo nei suoi scritti, riconoscendo la dedizione della coppia alla causa anarchica: a incoraggiamento della nostra resistenza, a conforto dei nostri sacrifici. Nel luglio del 1900 il re Umberto I cadeva sotto i colpi di Gaetano Bresci, giunto dall’America e, soprattutto, da Paterson.

Nella Giacomelli si trasferì definitivamente a Milano. Finalmente integrata nel contesto cittadino divenne istitutrice dei figli di Ettore Molinari. L’uomo era una personalità molto in vista: figlio di ricchi possidenti terrieri e scienziato di fama internazionale era stato espulso agli esordi della sua carriera professionale dalla scuola enologica di Conegliano per aver preso parte a uno sciopero in favore degli studenti repubblicani di Torino. Fu soprattutto noto per le sue idee di opposizione al regime e le sue prese di posizione in ambienti della sinistra italiana. Da Cremona si trasferì a Milano dopo aver seguito gli studi a Zurigo, dove ebbe la possibilità di conoscere esponenti di primo piano del mondo socialista, anarchico e marxista. Come Kropotkin anche Molinari concepiva il solidarismo e il societarismo come dei veri e propri istinti naturali dell’uomo. Un’idea che trovava conforto nelle tesi razionalistiche dei tempi, una certezza per molti intellettuali e scienziati che presumevano questo schema come basato su fondamenta scientifiche: erano certi che all’eliminazione della diseguaglianza e dell’autorità, l’uomo non avrebbe più alimentato la sua sete di dominio. In Italia Molinari finanziava il movimento anarchico milanese che si ricostruiva faticosamente proprio intorno a lui e a Nella Giacomelli. Vi prenderanno parte anarchici con diverse tendenze all’interno del movimento: Oberdan Gigli e Giuseppe Manfredi, Giovanni Gavilli, i fratelli Ludovico e Attilio Corbella, Giovanni Baldazzi e Massimo Rocca. Diverse erano le loro posizioni che ben si evincevano su Il grido della folla, periodico creato e finanziato della coppia Giacomelli-Molinari. Dal Casellario Politico Centrale dell’8 giugno 1902, si leggono verbali e relazioni biografiche redatte sulla Giacomelli che provavano l’attenzione degli organi dei servizi segreti sulla donna: ad esempio, nella parte dedicata ai connotati, Giacomelli venne definita nell’abbigliamento come decente e dal punto di vista caratteriale come altera. Maestra elementare, nubile. Pseudonimo Ireos. Anarchica. Riscuote buona fama, discretamente educata, molto intelligente ed abbastanza colta. Ha la patente di maestra di grado superiore e come tale insegnò dal 1892 al 1897 a Maslianico ed a Cocquio da dove si licenziò per divergenze col municipio. Non ha titoli accademici. È lavoratrice fiacca e ritrae i mezzi di sostentamento dal lavoro od altrimenti ricorrendo alla madre od alla sorella Fede pure maestra. Fa vita ritirata, ma ama la compagnia di affiliati a partiti sovversivi. Nei suoi doveri verso la famiglia si comporta mediocremente essendo stata causa di dispiaceri specialmente per avere nel maggio 1898 qui tentato di suicidarsi ed avendo sempre preferito vivere lontana dai suoi. Non consta abbia coperto cariche amministrative o politiche. È anarchica convinta e precedentemente appartenne al partito socialista tenendosi in corrispondenza coll’On. Prampolini, col Dell’Avalle Carlo, col Suzzani Giò Batta di Lodi, col quale ebbe una lunga relazione amorosa, ed altri. Per la sua coltura ed intelligenza si è acquistata una certa influenza sugli affiliati alla setta limitatamente però nel Regno e più precisamente a Milano. È qui in relazione coi principali settari e col cieco Gavilli Giovanni da Firenze, ma non risulta appartenga od abbia appartenuto ad associazioni di sorta. È collaboratrice della rivista letteraria “La vita internazionale” del giornale socialista “Sorgete” di Lodi ove ultimamente venne pubblicato un suo articolo “pro anarchici”, e fa parte della redazione del giornale anarchico che qui si pubblica “il Grido della Folla”. Era abbonata ai giornali “La Lotta” di Milano e l’Avanti di Roma e riceve giornali ed opuscoli repubblicani socialisti ed anarchici. È propagandista efficace e ne ritrae discreto profitto nella classe operaia. Sa tenere conferenze e ne tenne nel febbraio 98 al Circolo Socialista di via Prina “sul lavoro delle donne e dei fanciulli” ed in un esercizio di Foro Bonaparte 47 ai ferrovieri, nonché in diverse epoche a Lodi. Verso le Autorità si mantiene indifferente. Assiste a riunioni socialiste ed anarchiche e specialmente ultimamente alle conferenze del Gavilli. Da poco si è stabilita in questa città nella speranza di trovare occupazione. Con sentenza 3 maggio 1898 del Tribunale di Varese fu assolta per non provata reità dal delitto d’ingiurie in riparazione di altra sentenza di quella Pretura in data 16 marzo stesso anno. Non fu proposta per la giudiziale ammonizione, né pel domicilio coatto.

Il grido della folla era un titolo scelto da Gavilli e si componeva di quattro fogli che davano spazio anche a fatti di cronaca sociale. Si occupava soprattutto dell’analisi delle fasi dello sviluppo del socialismo in tutta Europa e si soffermava su questioni teoriche e dottrinarie che tanto stavano a cuore alla coppia Giacomelli-Molinari. Fu una fase in cui l’anarchica, anche grazie all’inizio della storia sentimentale con Molinari, trovò una stabilità affettiva e una serenità nel quotidiano che le consentirono di dedicarsi alla causa politica con più incisività. Trentenne, passionale nella vita politica ma irrequieta e distante nella vita affettiva, scriveva una lettera nel 1903 al giornalista Oberdan Gigli con il quale, dopo una relazione, instaurò un rapporto di amicizia duraturo e leale: Io, malata di noia, inquieta di mille inquietudini d’anima, di aspirazioni, sorda di emozioni che mi dicessero il sapore della vita, io smaniosa di lavoro e di lotta, entusiasta e appassionata, vissi sempre avidamente, struggendomi però nella ricerca del qualcosa che mi rendesse felice o mi interessasse. Fui molto amata, io non amai nessuno. Fu una fatalità: cento volte avrei forse potuto essere felice, e cento volte il silenzio che ostinato si manteneva in me, me lo impedì (…) Così, brancolando nelle tenebre più fitte, dando il capo ora in muro, ora in uno scoglio, cammino io. Il contributo de Il grido della folla fu davvero importante perché con le sue istanze ideologiche si insinuava in quel ripensamento teorico frutto di una profonda crisi valoriale che aveva imposto a diversi anarchici anche una rilettura delle modalità di lotta, soprattutto dopo la fase intensa di attentati dinamitardi e uccisioni. In pratica molti anarchici volevano affrancarsi dalla violenza intesa come soluzione o strumento decisivo per il raggiungimento di una ineluttabile vittoria finale. In questa mutazione rimaneva comunque forte il vincolo al boicottaggio delle elezioni e del voto e si condividevano alcune rivendicazioni proprie dei socialisti e di altri movimenti di opposizione radicali. Nei tre anni di durata di questa esperienza giornalistica, cioè dal 1902 al 1905, si impose la linea e l’idea di una corrente anarchica definibile come individualista e antiorganizzatrice propugnata soprattutto dalla Giacomelli. Tale tendenza muoveva dal paradigma dell’assoluto rispetto verso la massima autonomia della persona e dell’autonomismo dei gruppi intesi come movimenti; inoltre poneva l’accento sulla strategia della ribellione come esplosione popolare, frutto della vera carica rivoluzionaria. Non a caso nel periodo topico di trasformazione del movimento si svilupparono variegate correnti: fra tutte quella dell’anarco-socialismo da cui si formarono due indirizzi definiti come anarchismo d’azione (che non ripudiava azioni violente riproponendosi come fine ultimo una società fondata su valori comunisti); e un’altra che venne denominata come anarchismo etico (avulsa da qualsiasi forma di violenza: l’orientamento era quello di un liberismo solidarista di tipo stirnerita). E proprio in quest’ultima tendenza si definiva maggiormente il credo della Giacomelli, cioè quella di un’idea di società che esaltava l’individualità della persona e rispondeva alla sua visione di contrarietà a ogni forma organizzativa. Il Grido della folla rappresentò in qualche modo il manifesto di questo ideale anarchico all’interno del panorama italiano, probabilmente un orientamento originale che rimase tuttavia abbastanza isolato. Al contrario di quanto la Giacomelli sosteneva nei suoi ragionamenti teorici venne percepita e contrastata dalla polizia proprio per le sue doti organizzative: infatti è quello che si evince dai verbali della Questura sempre puntuale ad aggiornare tempestivamente le azioni e gli spostamenti della donna. Il Casellario Politico Centrale, il 22 febbraio 1904, così riportava: Nella Giacomelli risiede in Viale Vittoria n. 14 presso il correligionario Molinari Ettore, che prende parte attiva al movimento anarchico, continua a scrivere su Il Grido della Folla ed è in intime relazioni con i più irosi gregari della setta. Il 5 agosto 1905 la questura milanese annotò che la Giacomelli era partita unitamente all’amante e correligionario Molinari Ettore per recarsi all’estero in villeggiatura, per cui erano state diramate adeguate ricerche; era sempre fanatica delle teorie libertarie, esplicando la sua azione sovvertitrice tutte le volte che le capita il destro. Il 10 agosto fu intercettata a Liegi e dopo appena un mese, il 10 settembre, era già di ritorno a Milano. La stessa Questura sequestrò i primi sei numeri de Il grido della folla e ne censurò diversi altri. Addirittura furono diciotto i collaboratori che subirono arresti e fermi.

(Continua)

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