di Franco Pezzini

Un dandy nella rete

Hanns Heinz Ewers, Il Ragno e altri Brividi, trad. dal tedesco di Marie Odazio, pp. 187, € 10, Meridiano Zero, Bologna 2017.

La nostra storia (attenzione, contiene spoiler) inizia a Parigi in un anno che potrebbe essere il 1908. “All’epoca in cui lo studente di medicina Richard Bracquemont decise di stabilirsi nella camera 7 del modesto albergo Stevens, situato al n. 6 della strada dallo stesso nome, tre persone si erano impiccate, tre venerdì consecutivi, all’intelaiatura della finestra di quella stessa stanza”: tre suicidi molto strani, a partire da quello di un viaggiatore di commercio svizzero senza motivi apparenti per farla finita. Il secondo era stato un giovane artista del circo Medrano, e il terzo lo stesso agente di polizia – oltretutto un coriaceo veterano reduce dell’esercito coloniale – piazzato lì apposta a indagare dal commissario del IX Arrondissement.

Ovviamente il caso scatena il fuggifuggi dei clienti dell’albergo (a parte l’acquisto del sinistro cordone da parte di una famosa cantante come feticcio portafortuna); e insomma la povera proprietaria, M.me Dubonnet, non sa più che pesci prendere. Ma iniziano a fioccare offerte di passare un periodo nella stanza maledetta da parte di gente attratta dalla possibilità di un soggiorno spesato: e tra questi lo studente Bracquemont venuto con pochi soldi da Verdun, cui il soggiorno permetterebbe di studiare senza spese e che conta per sovrapprezzo di risolvere il caso. Nel proporsi al commissario, non sa neppure lui come gli sia venuta in mente una storia fumosa che in effetti permette di sbaragliare i concorrenti:

 

Gli ho detto che, di tutte le ore della settimana, ce n’è una che esercita un’influenza misteriosa, ovvero l’ora in cui il Cristo scomparve dalla sua tomba: la sesta ora vespertina della settimana ebraica. Gli ho detto di tener presente che era proprio a quell’ora, il venerdì tra le cinque e le sei, che erano avvenuti i tre suicidi. Non potevo dirgli di più per il momento, ma gli ho suggerito di leggere l’Apocalisse di San Giovanni.

 

D’altra parte il giovane ignora un dettaglio considerato talmente irrilevante da venir taciuto ai giornalisti: e cioè che dalla bocca aperta della terza vittima era uscito un grosso ragno nero, e un altro in precedenza era stato trovato addosso al primo suicida…

Poi il narrante, avvertito di sfuggita il lettore sulla tragica conclusione dell’avventura di Bracquemont, ne apre il diario in data 28 febbraio: e scopriamo il giovane tutto contento, servito e coccolato nella stanza.

Passano i giorni. Lo studente raccoglie le (implausibili) ipotesi di M.me Dubonnet sui suicidi, riceve costanti telefonate di controllo dal commissario, mangia e beve in abbondanza… e la prima settimana è conclusa senza danni. Ma dal diario del 9 marzo apprendiamo l’esistenza di una ragazza la cui finestra è dirimpetto a quella del giovane. Lui la chiama Clarimonde (“perché la chiamo così? Non ho la minima idea della sua identità, ma debbo chiamarla così. Ci scommetterei che è il suo vero nome, se glielo chiedessi”), l’ha notata fin dai primi giorni, o meglio lei ha notato lui. Gli piace: passa tutto il tempo alla finestra continuando a filare.

 

Del suo aspetto non ho un’idea precisa. I suoi lunghi capelli neri sono ondulati, sembra pallida. Il naso è piccolo e affilato, le narici molto mobili. Anche le labbra sono pallide e mi sembra che i suoi dentini siano aguzzi come quelli degli animali da preda. Le palpebre nascondono per lo più il suo sguardo, ma quando le solleva i grandi occhi scuri scintillano.

Più che averne veramente coscienza, intuisco tutto questo. È difficile vedere esattamente attraverso una tenda.

Un’altra cosa: porta sempre un vestito nero accollato, picchiettato di macchie lilla. E inoltre lunghi guanti neri, certo per non rovinarsi le mani lavorando. È strano vedere come le lunghe dita nere prendono e tirano rapidamente i fili, apparentemente senza metodo, facendo pensare agli inconsulti movimenti delle zampe di un insetto.

 

I due prendono a sorridersi, poi a salutarsi a gesti, quindi a ridere assieme, a guardarsi sempre più a lungo… e lasciandoli intenti a questa sorta di blando corteggiamento che distoglie Richard dallo studio, prendiamoci una pausa nel racconto.

Spesso degli autori, in particolar modo quelli di letteratura fantastica, si afferma una visione sincronica che poco fa capire di uno sviluppo caratteriale, e soprattutto ideale e tematico. Per esempio di Poe si ha in genere un’idea impressionista dove tutti i temi di una vita sarebbero frullati assieme: per dire, in certa vulgata le sue Donne-che-tornano a visitare ossessionati partner sarebbero tutte immagini della moglie bambina morta di tisi… che in realtà all’epoca dei maggiori racconti sul tema sta ancora benissimo. Certo la produzione di Poe presenta significative riprese e suggestioni forti che ricorrono, ma seguendo il flusso dell’opera si coglie una varietà di stagioni e un’evoluzione della filosofia dell’autore. Così pure di Lovecraft tende ad affermarsi l’idea di un feticcio senza tempo, che manterrebbe immutabili le stesse idee e le stesse fantasie: mentre palesemente non è così, e di nuovo per notarlo basta percorrere in forma ordinata gli scritti collocandoli sul percorso di una vita.

Ma un caso in fondo analogo è quello di Hanns Heinz Ewers, autore maledetto per le sue compromissioni con il nazismo, e su cui in Italia finisce per gravare una sorta di damnatio memoriae. Certo sulla questione potrebbe impattare anche un’altra spiegazione più banale, di tipo editoriale: come per certo fantastico francese (il dimenticatissimo orizzonte del feuilleton, di cui vengono proposti sempre gli stessi pochi titoli) o di altre lingue diverse dall’inglese, il minor numero di traduttori disponibili li fa impegnare su opere mainstream o almeno più promettenti sul piano della risposta del pubblico. Ma in realtà il nesso col nazismo è a monte anche delle scarse proposte di Ewers sia nei paesi anglosassoni (il numero di edizioni è vertiginosamente basso rispetto al panorama sconfinato dell’offerta in lingua inglese) che nella stessa Germania.

Ora, al di là del rischio italicissimo che il manipolatore di turno ne faccia un feticcio ideologico, torniamo in primis alla necessità di distinguere l’opera dall’autore, l’interesse critico dalla pelosa strumentalizzazione. Nei fatti Ewers (1871-1943), scrittore non eccelso ma importante e dalla ricchissima produzione, vanta un ruolo-chiave per lo sviluppo dell’espressionismo cinematografico e in generale dell’immaginario di Weimar, delle febbri e delle ossessioni di un periodo. Un personaggio senz’altro spiacevole da vari punti di vista, senz’altro ideologicamente equivoco, ma di straordinario interesse anche nelle sue contraddizioni: impregna lo spirito di Weimar ma non ne capisce dimensioni fondamentali, aderisce al nazismo ma simpatizza per ebrei e omosessuali, rischiando di fatto la pelle…

E torniamo, in secundis, al tema delle stagioni di un autore: le collusioni di Ewers col nazismo riguardano – appunto in modo tormentato – solo l’ultimo ventennio di vita, in cui peraltro la sua produzione letteraria si dirada e tende a perdere originalità. C’è tutto un Ewers precedente e più interessante che, per quanto ambiguo, non si esaurisce in quell’etichetta abusata. Eppure, per liberarcene una buona volta, può essere bene partire proprio di lì.

Come tanti in Germania tra fine Otto e inizio Novecento, Ewers è nazionalista, militarista e nutrito dei loschi miti romantici neoteutonici ai quali Furio Jesi dedicherà pagine fondamentali. Il che fa capire come possa restare affascinato dal carisma di Hitler (che peraltro ammira i suoi romanzi) e dalla sua lotta per l’anima del popolo tedesco: lo incontra nel novembre 1931 e – tra l’ostilità degli intellettuali che han già fatto il salto della quaglia e si trovano ora a fianco un simile provocatore – si iscrive al Partito Nazista.

I guai comunque iniziano subito, visto che Ewers ha accettato la commissione di un romanzo biografico sulla vita di Horst Wessel, giovanissimo autore dell’inno nazista poi noto come Horst-Wessel-Lied ucciso da avversari politici (forse per motivi privati, ma al regime il martire fa terribilmente comodo). E la stesura si rivela un campo minato: prima per i controlli ossessivi della famiglia Wessel sul testo, poi per la difficoltà di trovare un editore disposto a pubblicare pagando i diritti, e nel comprensibile sprezzo della stampa non-nazista verso un’opera considerata (non a torto) di propaganda. Finalmente edito nel 1931 tra mille modifiche, il romanzo troverà un passaggio persino più difficile al cinema. Infatti il film tratto da quella che resta l’ultima sceneggiatura di Ewers – che manterrebbe come nel romanzo i connotati non ideali del protagonista e la violenza degli scontri coi comunisti – sarà giudicato da Goebbels impresentabile rispetto all’immagine rassicurante che il regime vuole offrire. Massacrata dunque dalle censure e trasformata in tutt’altro, la pellicola arriverà infine in sala con il titolo alterato, Hans Westmar. Einer von vielen, nel dicembre 1933.

D’altra parte nel maggio dello stesso 1933, per volontà dello stesso Goebbels – assai più freddo di altri gerarchi nei confronti delle istanze dell’occulto care a Ewers – le opere dello scrittore sono state giudicate contrarie allo spirito tedesco per i loro connotati decadenti e di impotenza verso fato & forze sovrannaturali, e dunque censurate e bruciate. Nel 1932, del resto, Ewers aveva votato Hindenburg e non Hitler, la sua vicinanza al regime è considerata tiepida e insufficiente: per non parlare del suo filosemitismo, delle posizioni non allineate in materia sessuale (sul suo personalissimo orientamento si discute, ma certo fin dagli anni Venti si è schierato per abolire la punibilità dell’omosessualità maschile) e del profilo di dandy eccentrico che disturba i gerarchi. Il ritratto disgustato offerto di lui da Martha Eccles Dodd, figlia dell’ambasciatore americano in Germania, nel suo libro di memorie del soggiorno berlinese 1933-37 Through Embassy Eyes, mostra un vecchio ripugnante e mellifluo intento a celebrare il nazismo tra i fiumi di alcolici di un party: ma la sua situazione è più critica di quanto forse ami mostrare.

Una sentenza di morte segreta dovrebbe trovare attuazione durante la Notte dei Lunghi Coltelli fra il 30 giugno e il 1º luglio del 1934, quando vengono spazzate via le SA di cui l’eroe Wessel faceva parte: compreso il loro capo Ernst Röhm, estimatore del romanzo di Ewers e notoriamente omosessuale, come altri ufficiali di spicco dello stesso battaglione. Lo scrittore viene avvertito in tempo e riesce a defilarsi, anche se dopo l’assassinio di Röhm la repressione dell’omosessualità in Germania conosce un’impennata. D’altra parte a porre in rotta di collisione col regime è lo stesso filosemitismo di Ewers, e su quel fronte il suo grande oppositore è Alfred Rosenberg.

Si dice sia Hitler stesso a impedire che lo scrittore in caduta libera venga definitivamente schiacciato. Lasciato il partito (1935) e in condizioni declinanti di salute (dal 1938), Ewers ottiene nel 1940 la parziale revoca delle censure, con l’appoggio di Hess e Bormann; anche se alla pubblicazione nel 1943 di Die schönsten Hände der Welt, una raccolta con un paio di racconti ironici verso il regime, il volume subisce il sequestro da parte dalla Gestapo.

Avviato nel 1939 un rapporto con la ventisettenne Rita Grabowsky per metà ebrea, il Nostro aiuta ebrei – e la stessa Rita – a fuggire dalla Germania. Ormai logoro, fiaccato da alcolismo e tabagismo e coi polmoni sfondati dalla tubercolosi, il vecchio dandy muore il 12 giugno dello stesso 1943, in tempo per non finire assassinato dai gerarchi a lui avversi o travolto nell’apocalittico rogo della Germania nazista.

Fin qui sugli anni responsabili della damnatio pubblica, e sulla complessità di un profilo umano e autorale; ma c’è appunto tutto un Ewers precedente, assai più significativo per la letteratura. Anche perché nei settantadue anni della sua vita scrive di tutto, da racconti (i più noti in Italia) e romanzi a poesie, da testi per teatro e cabaret alle sceneggiature per il cinema, da saggistica a travelogue sui suoi celebri viaggi, a una quantità di articoli sui temi più vari, per non parlare delle traduzioni. Lovecraft, con cui condivide alcune ambiguità ideologiche, lo celebra come voce eminente del fantastico tedesco: e tra i suoi testi capitali cita il racconto Die Spinne – appunto Il ragno, 1908, dalla cui vicenda siamo partiti e a cui è tempo di tornare. E dove già il lettore che abbia una qualche frequentazione di autori gotici e romantici ha titolo per notare qualcosa.

Cioè il fatto che Ewers riesca a giocare l’originalità delle sue storie – spesso torbide, morbose, nerissime – nel richiamo ammiccante alle letture amate. A parte la suggestione di un ragno come immagine del demoniaco che rimanda plausibilmente a Il ragno nero di Jeremias Gotthelf, non sembra un caso che lo studente a Parigi s’improvvisi investigatore dilettante: il richiamo è probabilmente alla Rue Morgue. Pare non casuale anche il fatto che nella stanza solitaria delle misteriose impiccagioni vada un giovane deciso a studiare, come il protagonista de La casa del giudice di Bram Stoker: Richard, già lo intuiamo, finirà male come lui. Che a incombere non sia però un hanging judge ma una dominatrix simbolista era tema in scena già ne Il gran dio Pan di Machen: e la terribile antieroina Helen Vaughan è anzi un’eccellente prefigurazione di un po’ tutte le vamp di Ewers, compresa la protagonista di Alraune. Quanto alla compulsione a nomare Clarimonde la strana giovane dai dentini aguzzi, è chiaro il richiamo a La morta innamorata di Gautier e alla bella vampira che spinge il protagonista a una vita scissa tra il sonno e la veglia: anche qui la situazione dentro la stanza comporta – lo vedremo presto – una condizione peculiare di straniamento. In effetti lo svizzero Gotthelf, l’americano Poe, l’irlandese Stoker, il gallese Machen, il francese Gautier sono alcuni dei grandi ispiratori di Ewers: che degli spunti di un intero panorama narrativo del fantastico e del visionario fa tesoro in chiave – si ripete – estremamente originale, attraverso un giocare coi topoi già prefigurante quello delle sue sceneggiature per il cinema. Quanto poi la dorata claustrofobia in cui si sta cullando Richard finisca col risultare sinistramente evocativa di quella dell’autore, molti anni dopo, nella ragnatela del nazismo, non si può che trattenere la suggestione.

Comunque lo studente è ormai incantato a fissare la bella dirimpettaia, al punto da non riuscire a studiare: prende anzi a provare “un bisogno quasi irresistibile di andare alla finestra: non naturalmente per impiccarmi, ma per contemplare Clarimonde” e fissarla gli reca “un’inspiegabile sensazione di benessere non disgiunta da una leggera ansietà”. Le telefonate del commissario prendono a irritarlo, gli fanno perdere tempo prezioso di contemplazione. D’altra parte per la proprietaria è motivo di grande soddisfazione che lui occupi la stanza da due settimane e sia ancora vivo. Però Richard non riesce a pensare ad altro che a Clarimonde e, per inciso, non l’ha mai vista scendere in strada: come se lei esistesse (riflette il lettore, non lo studente) solo nello spazio della finestra dirimpetto. Uno spazio come rifratto, speculare, nel segno di uno specchio oscuro: a svelare una misura di narcisismo del compiaciuto protagonista come in fondo dell’autore?

In ogni caso, il Nostro nota una scena che potrebbe farlo riflettere, l’unione tra due ragni, con tentativo poi di fuga del maschio e attacco vampiresco della femmina: “ha affondato le sue robuste tenaglie nel corpo di quello che poco prima era stato il suo amante, e a lunghi sorsi ne ha succhiato il sangue. L’ho vista poi staccare e spingere con disprezzo fuori dal nido un minuscolo mucchietto irriconoscibile: zampe, pelle e fili”. Lo studente si compiace di non essere un ragno: ma ormai schiavo del contatto visivo con la bella dirimpettaia, avvia con lei uno strano gioco silenzioso. Basato sull’imitazione, lui fa un gesto e lei velocissima lo riproduce con stupefacente fedeltà: torniamo insomma all’ottica della rifrazione. Certo, lui potrebbe attraversare la strada e andare a incontrarla, ma per quanto riesce a immaginare troverebbe là solo una stanza buia e vuota…

 

Mi sembra talvolta che non esista altra Clarimonde se non quella che scorgo alla finestra. Non riesco a immaginare che aspetto avrebbe Clarimonde con un cappello o vestita di un abito diverso da quello nero picchiettato di grosse macchie lilla; non posso neanche figurarmela senza guanti.

 

A volte si domanda se ciò che lui prova è amore; ma forse ad attrarlo è soltanto quel gioco, e del resto l’attrazione nasconde paura o piuttosto una voluttà mista a timore. E intanto lei fila, i “suoi fili sono lunghi, sottili, diafani” e anche se Richard non riesce a scorgere le immagini dell’ordito, chiudendo gli occhi ha la percezione di “una grande tela formicolante di esseri fantastici e di strane figure ghignanti”. Così come il finale è in fondo annunciato fin dall’inizio del racconto, lo sviluppo è (almeno alla grossa) già chiaro a questo punto. Eppure il lettore legge affascinato, prigioniero della pagina, com’è lo studente davanti alla finestra.

Le sue condizioni alternano ora esaltazione febbrile – l’unico desiderio è di sedersi alla finestra e giocare con Clarimonde – e terrore: terrore di Clarimonde, perché già gli par di vedere se stesso appeso accanto agli altri, pur non provandone affatto la pulsione. E si trova in questo stato, il 18 marzo, quando allo squillo del telefono del commissario, Richard gli grida di venire subito. Poi certo, dopo un’occhiata e un saluto con lei alla finestra, all’arrivo del commissario riprende a far la recita annunciando per il futuro sorprendenti rivelazioni: ma l’altro lo invita a uscire a svagarsi quella sera, e Richard restio deve accettare. Il giorno dopo gli pare di cogliere un rimprovero di Clarimonde per il tradimento di tale uscita… ma poi tornano a sorridere e riprendono a giocare. Per giorni.

Lasciamoli intenti a questo gioco pericoloso – imitazioni, parole mute, labbra posate contro il vetro – e torniamo a Ewers, alla prima e più importante porzione della sua vita cui si deve il racconto in questione.

Hanns Heinz Ewers nasce a Düsseldorf il 3 novembre 1871: è l’anno in cui, con la proclamazione a imperatore in gennaio di Guglielmo I di Prussia, sorge ufficialmente l’Impero tedesco (1871-1918), primo di quei tre Reich dei quali il Nostro vedrà quasi l’intera durata. Non è questa la sede per ripercorrere minuziosamente gli anni della sua formazione in una famiglia colta e cultrice d’arte: il padre Heinz Ewers è pittore al servizio del Granducato di Mecklenberg-Schwerin, e utilizza il bambino come modello nei suoi quadri storici; la madre Maria aus’m Weerth, traduttrice dal francese, sarà un’interlocutrice onnivora per tutta la vita sui più vari temi. Ma certe affabulazioni di lei, a proposito per esempio del desiderio di incontrare fisicamente il diavolo, potrebbero spiegare qualcosa delle fantasie del futuro scrittore… Hanns Heinz si misura in prime prove liriche a diciassette anni nello stile di Heine, votandole al defunto Kaiser Federico III e a Bismarck (1888); sviluppa un culto patriottico per il folklore tedesco; inizia ad avvicinarsi ai classici di lingua inglese e francese che influiranno potentemente sulla sua futura opera; e s’innamora per la prima volta, di Helene “Lili” Schleifenbaum (1888-1891). Arruolatosi volontario sull’onda del suo patriottismo nel primo Kaiser-Alexander-Gardegrenadier-Regiment, finisce congedato molto presto per miopia (1891).

Ma inizia a farsi strada la sua vocazione di cattivo soggetto. Il periodo universitario degli studi di giurisprudenza imposti dalla famiglia è agitato da bevute e duelli, frequentazione di bordelli e droghe, con espulsione per indisciplina dall’università di Berlino: continua gli studi a Bonn e Ginevra e li conclude nel 1894. Si guadagna l’antipatia dei magistrati, negli uffici giudiziari che frequenta, per il suo atteggiamento provocatorio; si guadagna però anche il titolo d’avvocato e persino una figlia, di cui peraltro scoprirà l’esistenza solo a distanza d’anni. Affascinato dall’occulto e lui stesso presuntamente dotato di virtù medianiche, viene condannato a varie settimane di reclusione nel carcere-fortezza di Ehrenbreitstein per l’illegalissima sfida a duello di tre spiritisti (1895). La cicatrice che gli traversa il viso – nelle foto spesso atteggiato a un’espressione ironica, torbida e sensuale – e che con l’abbigliamento dandy rappresenta uno dei suoi tratti esteriori connotanti, deriva probabilmente da uno dei frequenti duelli di questa sua gioventù inquieta.

Aureolato dalla fama di provocatore ingestibile, anarchico e libertino, Hanns Heinz s’imbeve di filosofia (Spinoza, Nietzsche, Stirner), legge e traduce autori fantastici e decadenti; ma soprattutto scrive per varie riviste, spesso con la firma “Nazi” che prima del 1926 e in particolare in questi anni tra i due secoli richiama ancora soltanto, provocatoriamente, una persona goffa (da Ignatz, nome comune in Baviera, a richiamare contadini un po’ rozzi). Non immagina ancora la terribile carica di profezia cifrata in quel nome.

Nel 1898 durante un viaggio a Capri Ewers conosce un suo modello ideale, Oscar Wilde, cui dedicherà il racconto Il ghigno (1903, in originale C.3.3, dall’indicazione della cella in cui questi era stato rinchiuso a Reading). Per Ewers la giustizia non è non dev’essere uguale per tutti: un genio come Wilde non può essere condannato da bottegai.

Gettati alle ortiche gli studi legali, nel periodo 1898-1900 campa con il sostegno della madre come scrittore e traduttore, finendo multato per aver pubblicato poesie hard nella rivista Der Eigene. Inizia una prima relazione con la scrittrice Margarete Susman, ma a mettere temporaneamente un freno alle sue intemperanze è il rapporto con Caroline Elisabeth Illna Wunderwald (1875-1957), pittrice e appassionata d’arte, che sposa nel 1901. La moglie è una buona interlocutrice, illustrerà con eleganza gran parte delle prime opere di lui. Partono così per l’Italia, prima Venezia e poi Capri, covo di artisti e intellettuali dove tra gite, nudismo, fantasie esoteriche e scrittura restano nel periodo 1902-1904. Poi inizia a subentrare una crisi, anche se il legame formalmente tiene fino al 1912 quando i due divorziano; ma sicuramente si tratta di un periodo fertilissimo per Ewers, che vara opere importanti.

Lo vediamo pubblicare liriche, fiabe e poesiole satiriche (Fabelbuch assieme a Theodor Etzel, 1901, il suo primo successo, e Der gekreuzigte Tannhäuser che unisce prosa e poesia, entrambi 1901); testi teatrali e per il cabaret, in particolare il berlinese Überbrettl di Ernst von Wolzogen (il primo in Germania ispirato al francese Grand Guignol), prima del varo per breve tempo di una compagnia in proprio. Il Nostro conosce così esponenti importanti di quella stagione culturale, e di alcuni diventa amico: Maximilian Harden, Marc Henry, Else Lasker-Schüler, Stanislaw Przybyszewski, Max Reinhardt, Herwarth Walden, Frank Wedekind…  Scrive anche saggi (Edgar Allan Poe, 1905, che occorrerebbe assolutamente tradurre); e soprattutto le novelle nerissime, torbide, delle raccolte Das Grauen (1907, un enorme successo) e Die Besessenen (1908, con copertina di Illna e frontespizio di Klimt, con cui ha fatto amicizia), entrambe sottotitolate Seltsame Geschichten, “Storie strane”. Storie torbide, morbose, che dipingono situazioni ripugnanti… Ed è appunto in questa seconda raccolta che figura Il ragno, cui è tempo di tornare per la conclusione.

Richard è ora certo di amare la strana dirimpettaia, anche se si tratta di un amore venato d’angoscia. Salvo scoprire improvvisamente e traumaticamente (24 marzo) che non è lui a giocare con Clarimonde, ma il contrario: la prodigiosa capacità di lei di riprodurre i movimenti che Richard crede di decidere si spiega col fatto che in realtà è lui a obbedire alla volontà muta della giovane.

 

Venerdì 25 marzo

Ho tagliato i fili del telefono. Ne ho fin sopra i capelli di essere continuamente disturbato da quello sciocco di un commissario, proprio nel momento in cui s’annuncia l’ora fatidica.

Dio mio, perché scrivo questo? È assolutamente falso; si direbbe che qualcuno guidi la mia penna.

Voglio, voglio scrivere quello che veramente è. Mi costa uno sforzo tremendo. Eppure, ancora una volta, voglio fare quello che voglio io.

Sì: ho tagliato i fili del telefono perché dovevo farlo. Ecco, finalmente l’ho scritto! Perché dovevo…

 

Lei infatti è apparsa alla finestra reggendo un telefono e tagliandone il cavo. Ma poi eccola di nuovo a staccare il cordone della tenda, ad annodare un cappio, a fissarlo al rampino in alto… e sorride. Il Nostro cerca di resistere ma poi non può che imitarla. Scoprendo di differire il momento definitivo per ritardare una sofferenza pervasa di piacere, e spaventato non tanto dalla morte – che arriverà all’ora sesta del penultimo giorno della settimana, come credeva di aver inventato a beneficio del buon commissario – ma da qualcosa di orribile che deve succedere dopo

E in effetti, quando la polizia trova Richard impiccato, nella bocca serrata del suo viso inorridito si può notare “schiacciato e frantumato, un enorme ragno nero, coperto di macchie violette”. La casa dirimpetto, si scoprirà, è naturalmente disabitata da mesi.

Considerato tra i più grandi horror psicologici mai scritti, venato di voyeurismo e narcisismo, Il ragno mette in scena la prima e forse la più disturbante delle vamp di Ewers. Attraverso un quadro in realtà più sfuggente di quanto possa percepirsi in prima battuta: tutto in Clarimonde sembra finto e resta vago, ma fatichiamo a definire una dinamica degli eventi.

Che non può esaurirsi nelle più ovvie soluzioni razionalistiche (ossessione, follia, raptus suicida) e non è immediato spiegare con le sovrannaturalistiche (magia nera o presenza di una strega/vampira). Erede degradata della Grande Dea-ragno del filo e del cappio, Arianna/Aracne, Clarimonde sembra essere una vampira come il nome suggerisce, ma di cosa si nutre? Certo risucchia la volontà delle prede, ma mira davvero alla loro vitalità? Potrebbe farlo attraverso il ragno, famiglio chiamato a sottrarre la fatale, definitiva goccia di vita (come lo sperma dell’impiccato di Alraune) o più credibilmente forma/proiezione della vampira stessa per nutrirsi lentamente dall’interno. O lei cerca qualcos’altro? Consideriamo che si manifesta in quella coatta imitazione come rifrazione oscura (come Carmilla, in fondo) che salda – appunto in chiave di opposizione speculare – attrazione e angoscia. Potrebbe allora godere delle pulsioni delle vittime: la finestra sarebbe cioè una sorta di specchio, e l’amore per Clarimonde si consumerebbe proprio in un’attrazione venata d’orrore, qualcosa come una pratica erotica estrema dove Eros incontri ineluttabilmente Thanatos. In altra sede, a proposito del mito degli hanging judge che vede in scena incomprensibili suicidi per impiccagione in spazi solitari o comunque “riservati”, si è suggerito che la cifra fantastica possa richiamare (anche) il mistero delle accidentali morti per autoerotismo documentate fin dal primo XVII secolo: almeno da Il gran dio Pan il tema sostituisce una fatale figura femminile a quella del sadico giudice del folklore popolare, e il binomio eros/impiccagione avrà successo nell’immaginario torbido di Weimar.

Insomma, un ruolo fondamentale l’avrebbero il ragno e la finestra: si noti però che la strana spiegazione misticheggiante fornita da Richard al commissario per guadagnarsi la postazione nella stanza gli viene suggerita ben prima di porvi piede. Non si tratta cioè di un fenomeno consumato tra quelle quattro mura, ma di una sorta di oscuro centro di attrazione.

Anche grazie a un altro specchio ma stavolta nel segno del logos, il diario, Richard riesce però a vedersi mentre lotta contro l’influenza di Clarimonde: dura più degli altri occupanti della stanza e alla fine schiaccia il ragno-strega tra le mascelle. L’orrore successivo alla morte da lui citato in precedenza sembra insomma proprio quello, e nutrito – attraverso il gioco di rifrazioni – dall’angoscia profetica della stessa Clarimonde. Ma si tratta di semplici ipotesi interpretative: e lo straordinario fascino di questa storia sta anche nell’incertezza e nell’impossibilità di sciogliere completamente la dinamica dell’enigma.

[1 – Segue]

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