di Giacomo Marchetti

Nella giornata del 24 novembre, in cui il centro di Parigi è stato il teatro degli scontri tra i Gilets Jaunes e i CRS e numerose città hanno visto la mobilitazione de-centrata di questo movimento, è stato lanciato su Facebook l’appello per un Terzo Atto della protesta – di nuovo nei “Campi Elisi” della capitale francese – per sabato 1 dicembre.

Il lancio di lacrimogeni, l’uso degli idranti ad alta pressione, dei proiettili di gomma e le manganellate non sembrano avere intimorito la volontà di continuare la mobilitazione, d’altro canto non si possono azzardare previsioni sullo sviluppo.

Il primo atto della mobilitazione – incipit del movimento – sono stati i blocchi e i rallentamenti in tutto il territorio dell’Esagono – oltre che nel Territorio d’Oltre-Mare dell’isola della Reunion – a cui, secondo le cifre fornite dal governo, hanno partecipato poco meno di 300.000 persone in più di 2.000 punti per ciò che concerne la Francia Metropolitana.

Il detonatore di questa protesta, che ha riguardato per lo più la Francia peri-urbana e rurale, è stato il previsto aumento delle accise sui carburanti il 1 gennaio dell’anno prossimo: 6 centesimi per il Diesel, 2 per l’essence.
Da uno appello su FB a livello individuale – che è diventato virale – è nato un movimento in continua trasformazione rispetto a pratiche ed obbiettivi che alcuni hanno definito “jacquerie 2.0”

L’ aumento, prima tappa di un serie di incrementi annuali del carburante fino alla fine della Presidenza di Emmauel Macron, è una modalità di far pagare la transizione ecologica alle classi meno abbienti, nel mentre la fiscalità generale sta avvantaggiando gli strati più ricchi della popolazione ed è notevolmente aumentata la percezione dell’ingiustizia fiscale, anche tra l’elettorato di En Marche!, la creatura politica macroniana perno dell’attuale maggioranza governativa.

Prima di sabato, il bilancio delle varie forme di mobilitazione dai blocchi “generalizzati” a quelli più mirati dei giorni successivi, che sebbene hanno conosciuto una diminuzione di siti e di partecipanti, hanno riguardato piattaforme logistiche, centri commerciali o reso gratuito il passaggio autostradale, è quello di due persone che hanno perso la vita per ragioni legate ai blocchi, 600 sono state ferite – di cui 18 gravi – 850 persone sono state “interpellate” e 700 sono state messe in stato di fermo.
Non sono mancati gli episodi di sgombero violento e di resistenza da parte dei manifestanti ai blocchi, di cui forse il più eclatante è il lancio delle bocce della Petanque contro le forze dell’ordine intervenute in un blocco.
All’isola della Reunion, il movimento ha raggiunto il suo picco più alto, con cinque giorni consecutivi di blocchi delle maggiori arterie, scontri notturni con le forze della polizia e saccheggi di esercizi commerciali, che hanno paralizzato l’attività economica.

Contro la resistenza della popolazione di quest’isola dell’emisfero meridionale dell’Oceano Indiano che per il circa il 40% vive sotto la soglia della povertà e che vede il prezzo di alcuni beni di molto superiore a quello della Francia Metropolitana, Macron ha deciso la scorsa settimana di mobilitare l’esercito, dopo avere inutilmente sceto di “congelare” l’aumenti del carburante sull’Isola per tutto l’arco della sua Presidenza.

Questo movimento eterogeneo contro il carovita è riuscito a coagulare differenti strati sociali dal ceto medio impoverito agli strati più bassi della classe lavoratrice, passando per i pensionati ed alle fasce della popolazione – soprattutto giovanili – in bilico tra la precarietà lavorativa e la disoccupazione.
È la Francia dei piccoli centri urbani, costretta agli spostamenti con l’automobile, che ha visto depauperato il proprio territorio dei servizi di base, del piccolo commercio di contiguità, della possibilità di spostarsi con mezzi differenti.

“Siamo tutti nella merda” ha dichiarato un partecipante ai Gilets Jaunes, mostrando la percezione di una condizione che li accomuna al di là delle differenze politiche.

Quali sono le maggiori preoccupazioni che emergono quando i media vecchi e nuovi danno voce ai GJ o quando questi prendono parola, al di là del fatto che una piattaforma rivendicativa classica non è emersa se non attraverso gli appelli sui socials, in cui in cima alle richieste informali sta emergendo con forza la richiesta di dimissioni di Macron?

La vulnerabilità sociale, l’incertezza rispetto al destino dei figli e dei nipoti, il marcato disagio abitativo causato dalla speculazione edilizia, la precarietà lavorativa: più di un decimo della popolazione lavorativa infati non ha un contratto a tempo indeterminato, e i ¾ dei nuovi contratti firmati nel privato sono contratti a tempo determinato, di cui molti a breve durata…

Questa fetta della popolazione ha visto aumentare la sua sensibilità riguardo alla questione ambientale negli ultimi anni, ma non vuole che le scelte riguardanti la transizione ecologica pesino solo su di loro, e senza che alcune reali alternative vengano messe sul tappeto da parte dei governanti che drenano risorse economiche dalle tasche dei ceti popolari verso uno stato che non garantisce una adeguata ridistribuzione della ricchezza.

Come ha dichiarato un manifestante di un piccolo centro abitato vicino al confine Svizzero, le élites parigine: parlando della fine del mondo quando noi parliamo della fine del mese.

Di fronte ad un Presidente in drastico calo di consensi e che quest’estate, nella maldestra gestione del primo vero scandalo dell’Era Macron – l’affaire Benalla – ha dichiarato: “che mi vengano a cercare”, non ci può lamentare se poi una parte di quel popolo, sfidando i divieti di polizia e la militarizzazione della capitale, cerchi di andare verso l’Eliseo, cioè materialmente “a cercarlo”.

Quale che sia il giudizio complessivo sul movimento, è chiaro che ha innescato un processo in grado di rendere fluida una situazione stagnante e di mettere in moto altre parti della società, dagli studenti delle medie-superiori a parte del mondo sindacale, e fare interrogare una parte dell’establishment culturale, nonché la maggioranza dei “francesi”, sulla profonda frattura tra una parte rilevante della società e le élites lungo la catena dello sviluppo ineguale imposto dalla valorizzazione capitalista.

Soprattutto i JG hanno fatto girare pagina rispetto alla rassegnazione imperante di fronte alla capacità di incidere sulle scelte dell’esecutivo, riuscendo a mobilitare una porzione della popolazione che le varie lotte che si sono succedute contro le scelte del “Presidente dei Ricchi”, nonostante i tentativi generosi, non era riuscito ad agglutinare.

Un governo in difficoltà, soprattutto dopo gli scontri parigini, attribuisce la direzione che sta assumendo il movimento all’estrema destra, nel gioco di costruzione di un “falso nemico” funzionale alle strategie macroniane, in previsioni delle elezioni europee, nel tentativo di riproporre un “fronte repubblicano” fuori tempo massimo.

Che la destra, dalla LR passando per il RN (ex-FN) fino ai gruppi identitari della galassia neo-fascista cerchino di utilizzare la mobilitazione, e tentano di costruirsi una internità in questo movimento eterogeneo, proteiforme e differenziato è innegabile, così come il fatto che la France Insoumise lo abbia appoggiato ben prima del 17 novembre partecipandoci organicamente con i propri esponenti ed aderenti.

Resta il fatto che il movimento sembra essere piuttosto allergico nel suo insieme al “recupero” delle forze politiche, condanna gli episodi circoscritti in cui sono avvenuti fatti deprecabili di natura omofobica e razzista, sembra muoversi “giorno per giorno” senza che sia emersa una leadership, una struttura organizzativa chiara, un lista di rivendicazioni con cui avviare un tavolo di trattativa con la contro-parte governativa.

Innegabilmente la “marea gialla” è una delle forme per cui passa il conflitto di classe in Francia e pone una pietra tombale su tutti i tentativi del “macronismo” di reinventare una narrazione efficace con cui giustificare la propria governance delle contraddizioni sociali.
Se altre porzioni sociali, come sembra, entreranno in movimento il solco tra “dominanti” e “dominati” potrebbe ulteriormente approfondirsi.

Mentre costituisce proprio notizia recentissima il fatto che in questi giorni sono emersi otto portavoce dei GJ da un gruppo di una trentina di organizzatori locali ed è stata resa pubblica una piattaforma rivendicativa del movimento, elaborata on-line, con il fine di stabilire un confronto con l’attuale esecutivo sulle sette aree tematiche di cui sono composte le richieste. Nessuno dei portavoce – portavoce e non rappresentanti, come sottolineano – ha un profilo politico pregresso rilevante ma, in alcuni casi, sono emersi già come figure di spicco del movimento.

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