di Simone Scaffidi

M. Gastoni, N. Gobbi, Il buco nella rete, Tunué, 2017, pp. 123, 14.90 €

Qualche anno fa in occasione di un incontro nazionale della REL-Rete Educazione Libertaria ho partecipato a un tavolo di discussione nel quale educatori ed educatrici (che da qui in avanti chiameremo accompagnatori e accompagnatrici), ragazzi e ragazze che avevano frequentato le scuole libertarie e persone interessate all’argomento ragionavano e si domandavano se le scuole libertarie fossero elitarie o meno. Se si potessero considerare esperienze davvero aperte a tutti e a tutte. E se la contraddizione tra libertà e accesso a esperienze di educazione alternativa esista davvero oppure no.

Un’accompagnatrice, partendo dalla sua esperienza personale, è intervenuta e ha raccontato di una bambina araba che incrociava ogni giorno alla fermata dell’autobus e degli interrogativi che quell’incontro mattutino le stimolava. Come può entrare quella bambina in contatto con la nostra scuola? Come possiamo farle conoscere, senza forzature da Testimoni di Geova, la nostra esperienza?

Il buco nella rete, il lavoro pubblicato per Tunué da Marco Gastoni e Nicola Gobbi risponde, almeno in parte e almeno in un caso, all’interrogativo di questa ragazza. La palla va oltre la rete. Doriano le corre dietro infilandosi in un buco e inseguendo le sue libertà. Ma oltre il bosco un’altra rete lo aspetta. Con lei Miro, un bambino rom, che fa l’equilibrista su una palla colorata, molto più grande della sua. I ragazzi si conoscono e iniziano a giocare. Sopraggiunge Mauro, accompagnatore della scuola libertaria frequentata da Doriano, che non sgrida il ragazzino per essersi allontanato senza avvisare – ribaltando una narrazione di per sé egemonica – ma lo lascia libero di trascorrere il pomeriggio con Miro.

Il giorno successivo l’assemblea dei bambini e delle bambine, degli accompagnatori e delle accompagnatrici, stimolata da Doriano, decide di coinvolgere Miro nel progetto della scuola libertaria. Il papà di Miro però non si può permettere di mandare il figlio a scuola e allora l’assemblea gli propone di organizzare corsi di circo e giocoleria per coprire così, con la condivisione del suo sapere circense, il contributo previsto per accedere al percorso di formazione alternativo. La curiosità dei bambini e delle bambine verso una cultura diversa fa sì che anche la nonna di Miro, affascinante custode della sua tradizione nomade (restituita dal disegno onirico e a tratti toppiano di Nicola Gobbi), venga coinvolta nel progetto condividendo le storie del suo popolo.

È grazie al caso, a una palla oltre la rete, a una falla nella rete, che Miro, il bambino rom, inizia a frequentare la scuola libertaria. È una storia verosimile. Può accadere. Accade. Accadrà. Vivendo un territorio, avendo un po’ di fortuna, inseguendo una libertà. Ma forse il caso non basta. Forse, ed è stato l’argomento che si è provato a dibattere all’incontro della REL-Rete Educazione Libertaria, è necessario continuare a interrogarsi sul libero accesso – nell’accezione più ampia e complessa del termine, non banalmente semplificabile in un debole “volere è potere” – a questo genere di percorsi di formazione. Al netto, ovviamente: degli ingenti sforzi fisici, economici, burocratici e di ricerca che caratterizzano le esperienze alternative e orizzontali delle scuole libertari; e della passione che accompagnatrici e accompagnatori, bambini e bambine, regalano con generosità e dedizione a questi percorsi.

Affinché i buchi nelle reti diventino sempre più grandi e il vento possa raggiungere con la stessa intensità Miro, la bambina araba alla fermata del bus, adulti e genitori. Non abbracciandoli ma regalando loro la libertà di scegliere se accogliere quell’abbraccio.


Per un approfondimento a fumetti della storia del popolo rom e della provincia italiana si consiglia la lettura del capolavoro di Davide Reviati, Sputa tre volte, edito nel 2016 da Coconino.