di Walter Catalano

Se è impensabile comprendere appieno Léo Malet, uno degli esponenti più rilevanti del polar classico, senza metterlo in relazione con la temperie del Surrealismo, analogamente non possiamo cogliere il rinnovamento che conduce al neo-polar, -dizione poi ripresa dai media e divenuta canonica ma inaugurata ironicamente da Jean-Patrick Manchette (Marsiglia, 19 dicembre 1942 – Parigi, 3 giugno 1995) negli anni ’70, – prescindendo dall’Internazionale Situazionista e dall’opera di Guy Debord  e di Raoul Vaneigem. Come ben sintetizza Peter Marshall nel suo libro Demanding the Impossible: A History of Anarchism: “I Situazionisti sostenevano che il capitalismo aveva ridotto ogni relazione ad una transazione e la vita a ‘spettacolo’, in cui i lavoratori erano divenuti meri consumatori”. Per combattere e sovvertire questo stato di cose proponevano “la costruzione di situazioni che infrangessero la dimensione ordinaria e prevedibile per scalzare via la gente dai propri modi abituali di pensare e agire. Al posto di una vita pietrificata, cercavano la deriva (col suo flusso di atti e incontri) e il détournement (deviazione o ‘distrazione’ di eventi e immagini). Sostenevano il vandalismo, lo sciopero selvaggio e il sabotaggio come mezzi per distruggere lo spettacolo prefabbricato e l’economia delle merci”.

Membro a tutti gli effetti della generazione radicale del ’68, Manchette, militò dapprima nell’UNEF, il Sindacato Studentesco Universitario di Francia, poi in una cellula marxista-leninista, immettendo nel polar – quando dal 1971 al 1982 praticò per la Série Noire di Gallimard, l’attività di romanziere, parallela a quella di sceneggiatore per il cinema e la televisione, giornalista, traduttore dall’inglese, e jazzista dilettante (suonava il sax-alto) – la strategia situazionista della deriva e del détournement, e trasformandolo così in neo-polar, attraverso una sottile sovversione del genere – secondo la definizione dell’autore stesso: “un romanzo di critica sociale che usi l’aneddotica delle storie criminali” – operata tramite l’immissione di elementi comici, sarcastici o assurdi, l’abbandono della fauna mitologica della mala romanticheggiante e sentimentalistica cara al vecchio polar e la pratica sistematica di una rappresentazione corrosiva del mondo borghese ridotto a pura unità di produzione e pertanto descritto in uno stile assolutamente oggettivo e antipsicologico che l’autore amava definire behaviorista, in omaggio a Hammett e al linguaggio visivo del cinema.

Nello spirito del Situazionismo è la meticolosità con cui vengono descritti gli oggetti, gli utensili, gli abiti dei personaggi, non  distinti dai personaggi stessi. E’ la messa in scena della merce: in un’economia capitalistica in cui l’essere umano è reificato, sono le cose a determinare la realtà, lunghi e precisi elenchi di cose. Fra le cose e gli utensili meglio precisati, le armi: il dettaglio di Manchette in proposito è quasi maniacale. “I mezzi giudicano il loro fine.  L’instrumentation  est une affaire de morale”. Non c’è mai spazio per i sentimenti e il sentimentalismo nei romanzi di Manchette, perfino il sesso viene liquidato in termini assolutamente imperturbabili (“Beviti lo scotch. Fatti una doccia. E vieni a scopare.  Gerfaut tacque, vuotò il bicchiere, andò a farsi la doccia, tornò e scopò.”- Piccolo Blues) o ironicamente quasi fenomenologici (“ L’orgasmo sopraggiunge tre minuti  dopo la penetrazione, che a sua volta è preceduta da un minuto di approcci e carezze “. – Posizione di Tiro. Oppure:  “ Le ragazze  di buona  famiglia stordite dall’alcool e dal kif si facevano scopare nella banlieue ovest, scimmiottando il piacere per combattere l’insoddisfazione. I barboni si trasmettevano malattie veneree sotto i ponti”. – Nada ).

La sua visione letteraria e politica aggiorna e ribadisce, o forse idealizza e ideologizza, quella del suo più grande ispiratore, Dashiell Hammett: “…Nel romanzo criminale violento e realista all’americana (il noir vero e proprio), l’ordine del Diritto non è equo, è transitorio e in contraddizione con se stesso. In altre parole, il Male domina storicamente. Il dominio del Male è sociale e politico. Il potere sociale e politico è in mano a delinquenti. Più precisamente, capitalisti senza scrupoli, alleati o identici ai gangster delle organizzazioni criminali, hanno assoldato politici, giornalisti e altri ideologi, come pure magistrati e poliziotti, senza dimenticare i sicari. Così avviene ovunque questa gente, divisa in clan, lotta con ogni mezzo per accaparrarsi mercati e profitti. Si riconosce qui un’immagine grossomodo analoga a quella che la critica rivoluzionaria ha della società capitalistica in genere…. Il giallo è la grande letteratura morale della nostra epoca. O, più esattamente,  dell’epoca che sta ormai volgendo al termine, quella della controrivoluzione che regna incontrastata”.

Il modello proposto da Manchette, quel neo-polar nato come divertita provocazione ma preso fin troppo sul serio dagli autori francesi, segnerà un’intera generazione di epigoni tra i contemporanei e i successori – tutti volenterosi allievi di tutto rispetto ma di meno dirompente potenza stilistica – dai coriaceamente politicizzati Didier Daeninckx o Serge Quadruppani, fino ai seri ma deideologizzati professionisti dell’intrattenimento di massa, come Fred Vargas. Solo il concittadino marsigliese Jean-Claude Izzo, saprà ergersi a suo pari, aprendo una strada autonoma e del tutto personale al neo-polar. Comunista anche lui, e come Manchette morto di cancro a poco più di cinquant’anni, Izzo è però portatore di una visione antitetica: mediterranea, sentimentale, ricca di sensualità ed erotismo, solidamente piantata nelle proprie radici, calda e molle, tanto quanto è sradicata, fredda e dura quella di Manchette.

La traiettoria di una carriera breve ma foriera di così ampie conseguenze inizia precocemente: amante della fantascienza e dei gialli americani, giocatore di scacchi e fumatore incallito di Gauloises, Celtiques e Gitanes senza filtro, esordisce fin dalla metà degli anni ’60, come sceneggiatore e dialoghista di film di tutti i generi, sexy compresi (vari soft-core diretti da Max Pécas), un serial televisivo e numerose novelization  di film di successo.  Per entrare nel cinema dalla porta principale, però, Manchette pensa che sia necessario scrivere un romanzo di qualche risonanza. Ci prova nel 1969 con Il caso N’Gustro (L’Affaire N’Gustro), ispirato ad un fatto di cronaca realmente accaduto nel 1965 – il rapimento e l’uccisione di Ben-Barka, leader del movimento di liberazione marocchina, perpetrati con la connivenza dei servizi segreti governativi. Il romanzo viene rifiutato dalle edizioni Albin-Michel e passa alla Série noire diretta da Marcel Duhamel per Gallimard, che lo accetta richiedendo però dei ritocchi e una riscrittura: l’uscita sarà così posposta fino al 1971.

Nel frattempo Manchette avrà esordito qualche mese prima con un altro romanzo, nato come sceneggiatura cinematografica, e scritto a quattro mani con il regista e sceneggiatore Jean-Pierre Bastid: Che i cadaveri si abbronzino (Laisser bronzer les cadavres). Una storia di azione dai ritmi concitati che mette in campo tutti gli ingredienti classici: rapine, gangsters, ostaggi, lotte per contendersi i lingotti d’oro del bottino, sparatorie, inganni. La situazione di stallo, quasi un Mexican standoff, e gli appostamenti tra le rovine di un villaggio abbandonato sotto un rovente sole estivo, evoca l’atmosfera di uno spaghetti western e anticipa per certi versi lo stile di Tarantino, specialmente in Le iene, e non è un caso che sia stato recentemente trasposto da Hélène Cattet e Bruno Forzani in un omonimo film del 2017: un ipertrofico omaggio, stilizzato fino alla caricatura, a Sergio Leone. Del tutto disattesi nel film surreale e feticistico, i punti forti del romanzo di Manchette: la tecnica behaviorista, esteriore e antipsicologica mutuata dall’amato Hammett, e la rappresentazione impietosa e grottesca dell’alta borghesia intellettuale francese, che segnano già compiutamente i modelli che lo scrittore continuerà a seguire nei suoi romanzi maggiori.

Con il successivo Il caso N’Gustro, finalmente uscito, il neo-polar può dirsi ormai nato: la storia di Henri Butron, fascistello sbruffone e dandy nietzschiano da due soldi divenuto un delinquente di basso rango dopo essersi fatto le ossa alla violenza durante la guerra d’Algeria e la successiva militanza nei gruppuscoli dell’estrema destra legata all’OAS, è raccontata in prima persona dallo stesso protagonista prima della sua morte, annunciata fin dalle prime righe del romanzo da una serie di testimonianze su di lui da parte di chi lo ha conosciuto(“Era un tipo piuttosto affascinante…Se fosse stato intelligente, avrebbe avuto qualcosa di stirneriano, se capite quello che voglio dire. Ma non era intelligente”). I numerosi successi erotici – con le “passerine”, come dice lui – lo annoiano come i piccoli furti e le aggressioni con cui si trastulla, e coglie l’occasione di passare all’azione vera con un gruppo di militanti dell’esercito di liberazione di un immaginario stato africano. Coinvolto nel traffico d’armi, si conquista la fiducia del leader africano N’Gustro, ma rimane stritolato nel meccanismo messo in piedi dai servizi segreti del governo africano contro cui N’Gustro combatte e dai maneggi della destra e dell’ intelligence deviata francese. Esattamente come lo stesso N’Gustro, il rivoluzionario che l’ ”utile idiota” Butron avrebbe dovuto proteggere. Oltre alla tematica dichiaratamente politica ma che respinge ogni apologo morale esplicito, è lo stile ad emergere prepotentemente: dialoghi secchi e brillanti, stacchi e passaggi di scena assolutamente cinematografici, una prosa dai ritmi che qualcuno, riferendosi agli interessi musicali di Manchette, ha definito jazzistici, be-bop, ecc.

Il successivo Nada del 1972 procede ancora oltre, sia per temi che per stile, prediligendo questa volta un andamento molto lineare e quasi prevedibile, più concentrato sull’aspetto riflessivo/politico, che sull’intreccio. Il romanzo racconta il rapimento dell’ambasciatore statunitense a Parigi da parte di uno sgangherato gruppo terroristico: l’acronimo Nada, ‘nulla’ in spagnolo, ben esprime il senso nihilistico e terminale dell’azione anarchica. Tutti i protagonisti della vicenda vengono fatti a pezzi dalla penna dell’autore: gli sbirri, gli esponenti del potere politico e le diverse anime dell’estremismo rivoluzionario, rappresentate dai cinque componenti del gruppo anarchico: l’intellettuale Treuffais, giovane e frustrato docente di filosofia, che si tira indietro all’ultimo momento dall’azione diretta ed è il primo ad essere beccato dagli sbirri ma anche l’unico che sopravvive (“È intellettuale. Continuerà per tutta la vita a mangiare merda e a dire grazie e a votare scheda bianca alle elezioni. Ma la storia moderna non sa che farsene dei mangia merda“); il navigato Epaulard, più vecchio di una venticinquina d’anni dei suoi compagni, ha combattuto nella Resistenza, agito da sicario nel dopoguerra, ha militato nel Pcf, fiancheggiato il Fln algerino, fatto mercato nero a Cuba e in Sud America sempre a metà strada fra militanza politica e delinquenza comune; Véronique Cash, la bella della banda, mantenuta d’alto bordo che per pura noia si unisce ai terroristi e tra tutti sceglie di andare a letto proprio con lo stagionato Epaulard (“Che vecchietto rimbambito! – esclamò Cash – Sarà un’avventura da far pietà, me lo sento”, e più tardi: “Non sono più buono a nulla, in nessun campo – disse Epaulard. – Vecchio idiota – fece Cash con tenerezza – E’ la tensione. E’ l’angoscia. Andrà meglio domani”. Ma conclude glaciale Manchette: “Cash si sbagliava, domani non sarebbe andata meglio. Domani sarebbero morti”.); il catalano Buenaventura Diaz, fulcro catalizzatore del gruppo intorno a cui ruotano tutti gli altri, sarà lui a registrare la testimonianza che postumamente svelerà i retroscena della versione ufficiale dei fatti (“Il terrorismo di sinistra e il terrorismo di stato, per quanto i loro moventi siano incomparabili, sono le due ganasce della stessa trappola per coglioni… Il desperado è una merce, un valore di scambio, un modello di comportamento come il poliziotto o la santa… E’ la trappola tesa ai ribelli, e io ci sono caduto. E non sarò il solo. E questo mi rompe proprio”) ma si leverà la soddisfazione di crepare sparando in faccia all’infame commissario Goémond; l’alcolizzato D’Arcy che ucciderà un poliziotto con un colpo di fionda durante il rapimento (“L’ho ucciso – ripetè D’Arcy con voce pacata – Vorrei sbronzarmi fino a perdere conoscenza”.), e il fragile Meyer, sposato con Annie, una schizofrenica che si taglierà la gola appena la polizia si presenterà alla sua porta per chiedere notizie del marito. Dal romanzo si ricavò già nel 1973 una trasposizione cinematografica, Sterminate Gruppo Zero (Nada), sceneggiata dallo stesso Manchette, diretta da Claude Chabrol, e interpretata da Fabio Testi (non del tutto credibile nei panni di un personaggio maturo e deciso come Bueneventura Diaz) e Mariangela Melato.

 

(CONTINUA)

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