di Danilo Arona

Hunger

La Cosa di Matthijs van Heijningen Jr è un film del 2011, prodotto dalla Morgan Creek e prequel discreto dell’immortale, omonimo, film di John Carpenter di 31 anni fa. Nella scena iniziale tre norvegesi, a bordo di un gatto delle nevi, stanno compiendo un’esplorazione alla ricerca di un misterioso segnale radio sui ghiacci dell’Antartide e per ammazzare il tempo uno dei tre racconta agli altri la seguente barzelletta:

«Un uomo e una donna fanno l’amore e il figlioletto li sorprende. Il bambino è sconvolto ed esce dalla stanza piangendo, La madre dice: Santo cielo, cosa facciamo? Il padre risponde: Ci penso io. Esce dalla stanza, va in quella del figlio, e vede il piccolo Swen sopra la nonna mentre si dà da fare. Su e giù, su e giù. Il bambino si volta e dice al padre: Brutto quando si tratta di tua madre, vero?

Grasse risate generali per una tipica scena in levare che prelude a qualcosa di brutto perché i tre, da lì a poco, incontrano la Cosa e spariscono nel nulla dei ghiacci eterni.

Non fa neppure tanto ridere, la barzelletta. E allora perché ve la racconto? Procediamo.

Hunger è il film di esordio del 2008 firmato dall’acclamato regista Steve Mc Queen imperniato su Bobby Sands e il trattamento riservato agli attivisti dell’IRA nel carcere di Long Kesh dell’Irlanda del Nord. A cinque minuti dell’inizio la camera indugia su un gruppo di secondini intenti a bersi un caffè in un sala ritrovo. Uno di loro sta dicendo: Dopo un’ora si sente un grido in camera della nonna. Così il papà sale su in camera del figlio, apre la porta e vede il bambino che si sta ripassando la vecchia. Quello si gira e dice: Visto sì? Non è divertente quando si tratta di tua madre. Risate molto grasse e poi il film prosegue nella descrizione degli orrori consumati nella prigione lugubremente passata alla storia come The Maze.

È un caso? Una citazione (senza senso profilmico, peraltro) ? Il cinema, prima che un’industria o un locale di proiezione, è uno spazio della mente dove le suggestioni si depositano lungo un asse temporale che non sempre rispetta le coordinate della cronologia. Ma la curiosità nel caso in questione è forte: che ci azzecca la barzelletta di Hunger nell’incipit de La Cosa?

Temo di non poter fornire risposte a meno di non poter ipotizzare una sorta di clamoroso quanto casuale “effetto Mandela” che ha contagiato lo sceneggiatore – e la sceneggiatura – de La Cosa.

Ho invano scorso i credit dei due film onde trovare un elemento umano in comune (che so, un editor, uno di quelli che “aggiustano” i dialoghi o li aggiungono là dove servono), ma non non l’ho trovato. Né credo serva andare alla caccia di comuni elementi antropologici tra Irlanda del nord e Norvegia, data la nulla entità dell’argomento e tenendo pure conto che il regista è olandese e l’autore del soggetto è americano.

Peraltro forse questa faccenda incuriosisce solo me. Le sole note al riguardo del joke iniziale ne La Cosa le ho trovate scritte da Matteo Bittanti su Wired.com  e sono queste: «Un segnale perturbante ha luogo dopo i titoli di testa e assume la forma di una barzelletta oscena raccontata da uno dei norvegesi (…). L’analogia è chiara: nel buio della notte (la sala cinematografica) un ragazzino (La Cosa, 2011) si fotte la nonna (La Cosa, 1951) mente il padre assiste impotente alla scena (La Cosa, 1982).» Un’elucubrazione psicanalitica, tipica di una critica, cui spesso appartengo anch’io, che non si vergogna affatto di lanciarsi su qualche impervio sentiero freudiano.

Per dirla come va detta, con Bitanti il mistero però s’infittisce. Perciò non sono in grado di aggiungere altro. Ma uno straccio di spiegazione potrebbe esistere. La barzelletta in Hunger, nel tempo del film, viene raccontata nei primi mesi del 1981 mentre ne La Cosa in un imprecisato mese del 1982. Insomma, potrebbe essere la barzelletta “regina” che circolava in quegli anni nel Nord Europa. Un frammento popolare e certo greve che, però nel suo sottotesto “edipico”, potrebbe alludere alla materia “mostruosa” dei due film, certo per tematica e genere reciprocamente lontani anni luce, ma collegati in modo a dir poco curioso dal joke in questione e dal caos mutilante i corpi che invade la scena (in Hunger l’autodistruzione visivamente insopportabile di Sands e ne La Cosa le metamorfosi teratogenetiche indotte dall’alieno). Se così fosse, sarebbe geniale. Altrimenti, se così non è, perdonate il delirio ma nel reame della Luce Oscura tutto può diventare possibile. Però al cinema, come ricordano lo Shining di Kubrick e il bizzarro quanto affascinante documentario Room 237 di Rodney Ascher, nulla avviene (o dovrebbe avvenire) per caso.

Sennonché ogni tanto incidenti di percorso, a loro modo anche inquietanti, sono in grado di alterare percezioni sovraccaricando la sinossi di “significati”. Ricorderete tutti la faccenda del “fantasma bambino” che compariva nel film di Leonard “Spock” Nimoy, risalente al 1987, Tre scapoli e un bebè, quando, seminascosto da un tendaggio, si percepiva per alcuni secondi la sagoma spettrale di un ragazzino che si diceva fosse rimasto ucciso da un colpo partito accidentalmente dal fucile del padre alcuni anni prima nella casa trasformata in set dalla produzione. Una scena, vista e rivista mille volte e persino portata a qualche convegno sul paranormale, sino a quando dieci anni dopo un’intervista ai produttori svelò che la sagoma intravista era in realtà una silhouette fotografica raffigurante un protagonista del film e dimenticata in un angolo del set. Nella stessa intervista si precisò che quella scena era stata girata in uno studio di Toronto e non in vera casa.

Peraltro sono anche certo che Stephen King, ben legittimato a esprimersi su Shining e Room 237, se potesse leggere questo articolo, mi risponderebbe così:

«Non ho mai avuto una grande pazienza verso queste puttanate accademiche.»

La stessa risposta che il Re diede quando gli chiesero un parere su Room 237. Rifinita così:

«Ne ho guardato circa metà. Ho cominciato a provare una certa impazienza. Alla fine ho spento.»

Il cinema, però, è innegabile che a volte sia latore di una sua magia sinistra. Qualche mese fa rivedevo in TV il vecchio film di John Ford Il massacro di Fort Apache, immortale capolavoro western di John Ford risalente al 1948. A un certo punto, quando il personaggio neppure troppo secondario del sergente Beaufort attacca a parlare con la voce di Alberto Sordi, diventa impossibile restare seri… E il film diventa un’Altra Cosa.

Cose, Caos, Caso. Siamo sempre lì…

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