di Jago Malteni

coperta9Ecco intanto, per chi se l’è perse, il riassunto delle puntate precedenti: Giobi è uno studente calabrese che vive da anni a Bologna. Appassionato di street art, è da tempo sulle tracce di improbabili connessioni tra i graffiti che tappezzano i muri del centro. Una notte, mentre è in stato di allucinazione, s’imbatte in qualcosa che impegna da un po’ (ma senza esito) le sue ricerche: un coniglio nero dipinto alla base di un muro, uguale ad altri due che, secondo i suoi strampalati calcoli, starebbero lì a tracciare percorsi segreti. La mattina dopo si rende conto che era solo un’allucinazione, ma trova uno strano biglietto in tasca, con sopra un indirizzo: Via dell’Inferno, 10. Ci va, e con sua grande sorpresa scopre un altro nero-coniglio, stavolta reale, all’interno del palazzo. Nota anche, prima di allontanarsene in punta di piedi, degli strani movimenti attorno a una porta blindata nel dismesso cortile interno. Incontra poi Luca, un amico che gli viene in aiuto mostrandogli una porta USB incastonata in un muro, dove Giobi rintraccia dei file che parlano di droghe “enteogene” e di una misteriosa Bologna sotterranea. Il giorno dopo, sfuggito a una carica degli sbirri durante un corteo per il diritto alla casa, incappa per caso in un suo vecchio amico, Mimmo, e con lui ripara in uno studentato occupato. Qui, al termine di una concitata assemblea, riesce a convincere Rachid, ragazzo palestinese, a scendere con lui nei sotterranei della città. Anche Mimmo è dei loro, e il mattino seguente, scesi di soppiatto nei bassifondi, i tre si trovano a spiare dei loschi armeggi con pacchetti di roba pescati dall’acqua e stipati dentro una cassaforte, all’altezza di quello che a Giobi pare proprio il palazzo al 10 di Via dell’Inferno. Il giorno dopo, vista la concreta possibilità di mettere le mani su quella roba, Giobi e Rachid si ridanno appuntamento per tentare il colpaccio… (Disegno di copertina di l’éparvier)

Capitolo 5a

Alle sette meno cinque, l’indomattina, Giobi è già in via de’ Musei, tra la Vita e la Morte.

Malgrado lo spiacevole incontro della sera passata, si è svegliato ottimista e carico, a pallettoni, con picchi di adrenalina a elettrizzare il sistema nervoso. Dopo due minuti era già per strada, i pugni serrati nelle tasche della felpa, sotto la spinta di un’insolita frenesia. Neanche s’è curato di calarsi il cappuccio per ripararsi dalla pioviggine leggera.

Rachid non c’è ancora. Meno male, sennò lo doveva aspettare pure stamattina. C’è invece, più inaspettato di una proposta di lavoro decente, quello sciroccato di Mimmo. Giobi gli lancia un’occhiata tra il lo-sapevo e l’ormai-sei-qui-ma-vedi-di-non-fare-altre-cazzate, e gli fa:

– Mi’, si può sapere che ci sei venuto a fare? Non avevi detto che…

– Ci ho ripensato, Gio’. Anzi, per farmi perdonare di ieri, stamattina sono venuto in orario e con la torcia carica. È già un’ora che sto qua…

– Un’ora?!

– Eh sì, mi ero scordato che stanotte c’era il cambio del coso, là, del fuso orario.

– Il solito tremone, come dite voi! Ma poi guarda che non è il fuso orario che è cambiato, quello mi sa che è un’altra cosa… Fuso ci sei tu, semmai!

– Sì, va buo’, quello che è… l’ora legale, solare… quella cosa là, insomma. Però quando me ne sono accorto, invece di starmene con le mani in mano sono andato a pigliare dei cornetti, qua dietro l’angolo. Tieni, uno è il tuo…

Giobi non ha fatto colazione, e un cornettazzo a quell’ora gli giunge come manna dal cielo. Non lo può rifiutare. Con un morso ne divora mezzo ed emette un mugugno a bocca piena, apposta incomprensibile, che vorrebbe dire “grazie”.

– Ah, senti Gio’, prima che me ne scordo, ho pensato di portare pure queste… – E Mimmo mostra tre maschere di Guy Fawkes, quelle di V per Vendetta che Giobi odia almeno quanto la birra analcolica.

– Nooo, di nuovo? Ma ti sei fissato co’ ‘ste cazzo di maschere? – e il cornetto quasi gli va di traverso.

– È per sicurezza, Gio’. Metti che quelli ci sgamano e ci sfilano appresso. Con le maschere non ci riconoscerebbero neppure…

– Vabbo’, vabbo’… – Stamattina Giobi non ci tiene proprio a guastarsi il buonumore.

Rachid è puntuale come i rintocchi del campanile. Guarda i due senza chiedere spiegazioni, trangugia il suo cornetto e tira fuori un grimaldello dalla saccoccia.

– Questo è ferro bulgaro, attrezzo professionale. Io prova con questo se non riesce con cazzo di porco.

– Graande! Ma dove l’hai preso?

– Questi affari miei.

Per fare contento Mimmo, i tre indossano le maschere, forzano la grata e si addentrano nel seminterrato del museo. Procedono quatti, come da copione, fino al punto in cui l’ultima volta si sono appostati per assistere alla scena dei quattro figuri alle prese con i panetti di roba…

Di fianco all’imbocco delle scale, come Giobi sospettava, c’è un tizio che presidia la cassaforte, forse il tipaccio africano che pure aveva visto l’altro giorno, durante il sopralluogo improvvisato al 10 di via dell’Inferno. Dunque, se i turni di guardia sono fissi, dopo di lui dovrebbe toccare al bestio biondo…

Giobi deglutisce. Il respiro è pesante dietro quella maschera del cazzo. Era dai tempi di Darth Vader che non si sentiva un fiato così rumoroso, altro che V per vendetta!

Una fifa strisciante gli attanaglia le caviglie: nel migliore dei casi ci sarà da squagliarsela a gambe levate, specie dopo l’incontro ravvicinato di ieri sera, con tutte le minacce e le male parole che sono volate. Meglio però non farne parola con gli altri due, servirebbe solo a far impennare la tensione. Che comunque c’è, è già alta e sale ogni momento di più, stuzzicata dai muggiti che il vento e le acque, oggi più irrequiete, dell’Aposa si trascinano appresso.

È come se cento e più fantasmi stessero loro col fiato sul collo.

Finché il momento non arriva.

Allo sparire del piantone, già intesi sul da farsi, i tre s’incamminano furtivi nell’oscurità. Il tempismo è perfetto: come appena piazzano il piede di porco sotto il portello della cassaforte arriva da sopra il segnale, uno-due-tre, uno-due-tre, a più riprese, seguito ogni volta da strepiti e clangori metallici. L’uno addosso all’altro, Giobi, Mimmo e Rachid, impugnano alla meglio l’attrezzo e mettono tutto lo sforzo possibile nel far leva contro il forziere, che però, spingi e spingi, non dà segni di cedimento. Il tempo stringe, e Rachid pensa bene di giocarsi la carta del più preciso e meno chiassoso grimaldello. Gli altri due gli fanno luce e lo guardano armeggiare col fiato sospeso. Non si accorgono che intanto l’uno-due-tre di sopra è cessato, e che ha fatto posto al tramestio di tre o più persone che si stanno scapicollando giù per le scale… Quando avvertono il pericolo hanno già una stroboscopia di torce puntate dritte negli occhi.

O-ccazzo!

Le tre maschere di Guy Fawkes coprono il terrore che s’incide in un lampo sulle altrettante facce. Ma se la fuga sincronizzata fosse sport olimpico, i tre meriterebbero il podio per come se la danno a gambe. Davanti hanno il buio, certo, ma finché le torce degli inseguitori puntano su di loro, riescono ancora a vedere dove mettono i piedi.

I quattro (o forse più) predatori grugniscono insulti irripetibili contro le prede in fuga, ma sono più lenti, arrancano, non gli stanno dietro. Se avessero armi da fuoco avrebbero già sparato dei colpi in aria. I tre fuggitivi lo sanno e, visto il vantaggio che già hanno preso, cominciano pure a illudersi di poterne uscire sani e salvi. Vivi, perlomeno. Quello che non sanno (e che nemmeno, del resto, potrebbero immaginare) è quanto sta lì lì per succedere…

Una luce in fondo al tunnel è di solito un buon presagio, soprattutto se si avvicina; nella fattispecie, vuol dire che c’è qualcun altro, laggiù, che sta correndo in direzione opposta. Per cui i casi sono due: se si tratta di rinforzi, di amici accorsi in loro aiuto (qualcuno del Katsim, magari), le possibilità di salvezza si raddoppiano; se invece si tratta di nemici le possibilità si azzerano del tutto, giacché si troverebbero schiacciati tra due forze avverse, uguali e contrarie. E quelli lì, a giudicare da come sbraitano, amici proprio non sono: sono sbirri in retata, altri nemici.

Ergo: sono fottuti! O meglio: con buona probabilità non sono loro quelli a cui la pula sta dando la caccia, ma come si fa a spiegarglielo? “No, signor commissario, noi volevamo solo… truffare dei fuorilegge! Per caso è reato truffare dei fuorilegge?”

sottobacheca2 (1)Ebbene sì: sono fottuti!

Il ragionamento non fa una grinza, ed è forse per questo che Mimmo, tratte al volo le dovute conseguenze, si getta di peso nell’acqua, forse nel disperato tentativo di raggiungere a nuoto l’altra sponda. Giobi e Rachid sono tentati di emularlo ma non se la sentono, hanno i piedi inchiodati alla banchina.

È in quel preciso frangente che i due s’accorgono che non c’è più nessuno, ora, a corrergli dietro, e che, come c’era da aspettarsi dopo l’arrivo della polizia, gli inseguitori di colpo sono diventati inseguiti. A far sempre la parte di questi ultimi sono invece loro, rimasti ora in due, che pigliano a scappare in direzione opposta.

I piedipiatti sono ancora ben lontani dal raggiungerli, forse per via delle goffe imbracature da speleologi di cui sono bardati. Quelli della cosca, invece, sono sempre più vicini, di poco innanzi a loro. Uno inciampa e casca a picco nel fiume:

– Booiaaddìooo!! Presto, scalzacàn, ciapatemi su!!

È il capoccia che si sgola, con quella sua voce roca, garrula, inequivocabile. La mente di Giobi è attraversata dal pensiero che sia stato Hulk a dargli lo sgambetto, come lui stesso gli aveva suggerito la sera prima. Fatto sta che nessuno dei tirapiedi si scomoda per fargli da bagnino, se ne fregano e tirano dritti a sgambarsela.

Nella foga della corsa, Giobi trova la lucidità di supporre che quei tizi sappiano già dove scappare. Una gang che gestisce traffici sotterranei deve per forza avere una via di fuga pronta ad ogni evenienza. Stargli dietro, pertanto, sarebbe la cosa migliore.

Sta per dirlo a Rachid, ma in un istante vede i gangster inforcare le scale a chiocciola e il suo compagno proseguire invece lungo la banchina, dritto per dritto. Tituba per qualche secondo, ma poi, giusto il ragionamento appena fatto, sceglie la via di sopra: si salvi chi può.

Senza volerlo, i tre sono stati capaci di svignarsela per altrettante strade: una mossa da manuale per chi si trova braccato. Gli sbirri ora avranno non poco filo da torcere per acciuffarli tutti. Ma chi di loro ha preso la strada giusta, questo non è dato saperlo.

È in affanno, Giobi, sale i gradini a quattro a quattro. Segue gli inseguiti e, come s’aspettava, rivede la luce del giorno nel dismesso cortile interno di via dell’Inferno, 10. Fortuna che la porta di metallo fosse già stata aperta prima.

I piedipiatti gli sono alle calcagna, gli scagnozzi lo precedono di poco. Ne sfrutta la scia e s’inerpica su per le scale del palazzo, fino all’ultimo piano. Stavolta non ha il tempo di risistemare lo zerbino cinese, scrauso e malmesso là in terra, ma riesce comunque a intrufolarsi nell’appartamento, in tempo per vedere i fuggiaschi arrampicarsi su una scala di legno che mena direttamente sul tetto. Ultimo è il colosso dei Balcani, che per via del tonnellaggio perde tempo a ficcarsi su per il pertugio, concedendone agli sbirri quel tanto che basta per sfondare la porta d’ingresso. Giobi non ha scelta: si lancia anche lui sulla scala, e con una spinta decisa dà la stura al gorilla e lo fa straboccare di sopra. Poi, rapidissimo, sale anche lui e ritappa veloce la botola.

Su, alla luce del sole, alza gli occhi e vede i gangster continuare la fuga tra le antenne e gli abbaini, su per i tetti del ghetto ebraico. Ma in quel preciso momento, fulmine a ciel sereno, un attacco di vertigine lo coglie su due piedi, brusco, alla sprovvista. Per arginarlo Giobi è costretto ad accasciarsi sulle tegole, strisciare fino a un comignolo e poggiarvisi contro. È solo allora che gli sbirri sfondano la botola per fare irruzione sul tetto. Giobi ha l’istinto di risollevarsi per darsela a gambe, ma si frena tempestivo nel rendersi conto che là accucciato gli agenti non possono vederlo.

Fermo immobile dov’è, vede il manipolo di poliziotti lanciarsi alla caccia dei malviventi, a distanza crescente da quel suo fortunoso appostamento.

Si porta una mano al volto per lo scampato pericolo, ed è solo toccandola che si ricorda di stare indossando ancora quella maschera del cazzo. Fastidiosa e insopportabile, sì, ma deve ammettere che gli ha appena salvato il culo! Senza, lo avrebbero di sicuro riconosciuto, identificato, schedato. Gli sbirri come gli sgherri. Così invece sa per certo di poterla passare liscia, di tornare alla vitaccia di prima come se niente fosse. Non gli resta che uscirsene indenne da quel palazzo. E dire che manco più ci sperava…

Tira un mezzo sospiro e rimira una Bologna inedita ai suoi occhi, fatta di torri che svettano aguzze sui tetti, ruvidi e scaleni, delle case, sopra lo sfondo grigio d’un ordinario cielo di mezz’autunno.

Si rialza in tutta calma e torna a scendere per le scalette di legno. Giù, indisturbato, approfitta dell’occasione per curiosare tra le stanze vuote di quell’appartamento a cui, giorni prima, gli era stato negato l’accesso. Ancora ne conserva l’indirizzo in tasca…

S’aggira tra i vani, fruga nei cassetti, passa al setaccio i ripiani della mobilia. Ma niente, nulla più di un normalissimo ambiente domestico. Chi ci abita ha già provveduto a far sparire ogni traccia d’attività criminosa. Ma Giobi non si dà per vinto e continua a rovistare in giro, finché non trova su una mensola delle bombolette spray con degli stencil per graffiti, tra cui uno, fresco ancora di vernice, con su la scritta: Giochi o non giochi? Ecco, lo sapeva: è la conferma che aspettava, la riprova che il suo ragionamento era corretto. Per averne una ulteriore e chiudere tutti i cerchi in via definitiva, cerca ancora tra i calchi e le sagome, ma niente che somigli a un roditore. La cosa più interessante, tra le altre, è la stampa di una bottiglia con dentro, invece che un messaggio da srotolare, l’intero mare in cui galleggia un’altra (o forse quella stessa?) bottiglia. Che non somigli un po’ a quella sua ricerca senza fine, il trovare dentro ogni risposta una domanda più grande che comprende in sé anche la precedente? E se tutto non fosse altro che un immenso frattale senza capo né coda?

Poco più in là, da non credersi, Giobi scova anche un paio di maschere di Guy Fawkes, identiche a quella che sta indossando. (“Pure qua! – è il pensiero che gli viene – Ma è un assillo, non se ne può più!”). Poi fissa lo sguardo su un orologio appeso alla parete: le sette e trentacinque. Minchia, prestissimo! Di solito a quest’ora dorme ancora come un ghiro in letargo. E ora invece si ritrova lì, a guardarsi intorno con occhi increduli, a pensare che sono successe più cose nell’ultima mezz’ora che, forse, in un anno qualsiasi della sua vita!

Torna a ravanare intorno e non crede ai suoi occhi quando, aperto un tiretto a caso, s’imbatte nella più insperata e piacevole delle sorprese: il suo fedele, inarraffabile accendino, con tanto di scritta Fight for your lighter e pieno di graffi sotto a furia di stappare birre. Lo afferra e, come se il contatto con l’oggetto potesse sprigionare il ricordo di quando lo aveva impugnato l’ultima volta, Giobi vede tornare a galla degli stralci rimossi di memoria…

Locale affollato, luci soffuse: una tipa, occhi a mandorla e movenze felpate, gli si para davanti chiedendogli se ha da accendere e se ne vuole dell’altra; lui, come ipnotizzato, risponde sì a entrambe le domande e lei gli fa segno di aspettare; lui invece le barcolla dietro, rapito da quel suo sculettare sinuoso e rotondo, fino a che non la vede entrare nel portone di un palazzo e poi accendere una luce all’ultimo piano; dopodiché lui entra in un bar, chiede biascicando un cicchetto, acchiappa una penna e strappa un foglio da un blocchetto; quindi, prende nota dell’indirizzo…

Poi più niente, il ricordo si ferma qua. Sulla grafia del foglietto che non s’è mai tolto di tasca, intanto, ci aveva preso: era veramente quella di uno sballato!

Giobi stringe l’accendino tra palmo e dita, si guarda intorno e decide che a ‘sto punto è meglio filarsela. Si scaraventa giù per le scale (non senza aver risistemato l’indecifrabile zerbino cinese), saluta il coniglio al pianterreno e in un secondo riguadagna, incolume, la strada.

S’ode lontano il frastuono di sirene spiegate, e un pensiero va a quegli altri due matti: chissà se sono riusciti a sfangarsela anche loro. Si porta intanto una mano al volto e, con gesto liberatorio, si caccia finalmente quella fottuta maschera di dosso.

Respira. Alza gli occhi, legge e annuisce: ‘u mpernu è nenti..!

E così, accendino in pugno e pugni in tasca, s’incammina verso non sa dove, di nuovo alla ricerca di qualcosa da cercare. Mezzo giro d’orologio e già il suo è un volto come un altro nel viavai frenetico di via Zamboni, risucchiato dai flussi e dai riflussi della Bologna di sopra…

– Ciao!

– Ehi, ciao!

– …

– Come stai?

– Ehm… bene. Tu?

– Anch’io. Ora però sto di corsa, scusami eh, devo andare. Ciao!!

– Ciao…

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