di Jago Malteni

13 marzo 1977Ecco intanto, per chi se l’è perse, il riassunto delle puntate precedenti: Giovanni Biglia – Giobi per gli amici – studia Scienze politiche all’Università di Bologna. Calabrese, appassionato di street art e dedito alla viandanza urbana, è da tempo sulle tracce di improbabili connessioni tra i graffiti che tappezzano i muri del centro. Una notte, nel tornare barcollante verso casa, s’imbatte in qualcosa che da un po’ impegna (senza esito) le sue ricerche: un coniglio nero dipinto alla base di un muro, uguale ad altri due che, per sua convinzione, starebbero là a tracciare segreti percorsi. Fa per avvicinarsi ma il nero-coniglio prende vita e scappa. E Giobi lo segue, salvo poi rendersi conto, la mattina dopo, che si trattava di allucinazione. Frugandosi nelle tasche ritrova però uno strano biglietto, con sopra un indirizzo: Via dell’Inferno, 10. Ci va e, con sua grande sorpresa, scopre un altro nero-coniglio (stavolta reale!) all’interno del palazzo. Nota anche dei loschi movimenti attorno a una porta blindata nel dismesso cortile interno. S’incuriosisce, ma per non destare sospetti se ne allontana in punta di piedi. Racconta tutto a Luca, un suo compagno che, per aiutarlo a vederci più chiaro in quella faccenda, gli indica un ingresso USB incastonata in un muro nei pressi del Guasto, dove Giobi trova dei file che fanno proprio al caso suo. Una cartella su tutte, in cui si parla di droghe “enteogene” e sotterranei della città, e al cui interno è anche compreso un file nascosto, un virus dal nome piuttosto intrigante: followtheblackrabbit

Capitolo 3a

Never as tired as when I’m waking up.

È un pezzo degli Lcd Soundsystem quello che gli ronza per la testa un istante prima di aprire gli occhi.

Mai così stanco come quando mi sto svegliando.

È come si sente Giobi stamane, mentr’è ancora in dormiveglia. Fiacco, giù di corda, parzialmente stremato. A nulla gli è valsa un’intera notte a voltarsi e rivoltolarsi nel letto. Meno che mai a rassettare i pensieri, soppesare i pochi indizi, riordinare le mille informazioni clandestine. Ha i muscoli indolenziti, neanche avesse sognato di spaccare pietre, e la testa è messa pure peggio. Più stanco, insomma, e più confuso di quando, una decina d’ore prima, s’è addormentato. La troppa stanchezza, si sa, non concilia mai il sonno.

E poi c’è qualcosa che lo disturba, che fa interferenza. Uno sconquasso che proviene da vicino, vicinissimo, come uno stuolo di martelli pneumatici che gli sforacchiano le tempie e mettono a dura prova i timpani, quello destro soprattutto…

I muratori! È vero, porcamiseria! Nel profondo del sonno s’era scordato che da quattro giorni filati sono là che trivellano il cesso adiacente a camera sua, alla ricerca di una fantomatica perdita che, a quanto pare, non dev’essere che un parto mentale della vipera incartapecorita (o della pecora incartaviperita) che abita al piano di sotto. La sadica frangicoglioni proverà persino un certo piacere nel sapere che Giobi e coinquilini non possono lavarsi né pisciare né, ancora meno, cagare in santa pace.

È nella disperazione di momenti simili che si prendono le decisioni più avventate. E Giobi ne piglia una che mai altrimenti avrebbe preso: andare a lezione. Stamattina, se non ricorda male, dovrebbe esserci Sociologia del Lavoro in un’aula al 45 di Strada Maggiore. Sarà un anno che non mette piede all’università, ma almeno là ci stanno i cessi. Zozzi, luridi e fetenti, ma pur sempre cessi.

Capitombola giù dalla branda, si stiracchia e si stropiccia e si scrocchia le nocche, si veste in furia e fretta – un calzino oculatamente diverso dall’altro – e in un attimo è in sella alla sua bici, senza aver preso il caffè e senza nemmanco essersi dato una sbirciata allo specchio: a occhio, deve avere un gran bell’aspetto di merda.

Alla rotonda di San Donato, immancabile come un ladro di biciclette o uno spacciatore di puzzone sotto i portici di Piazza Verdi, incoccia quel tossico che ha un conto aperto con la gravità terrestre: per strafatto che sia, riesce a mantenersi all’erta contro qualsiasi legge fisica, funambolo in equilibrio su se stesso e contro tutte le forze immaginarie che lo sbrindellano da ogni lato. Un giorno verrà commemorato come la sola variabile vivente che ha permesso alla relatività quantistica di scalzare la meccanica newtoniana. Quel giorno, la teoria del tutto sarà niente al suo confronto!

Taglia corto per Zanolini e in due pedalate è a Porta San Vitale, dove due camionette di sbirri e tre pattuglie della municipale bloccano l’accesso al centro. Rinuncia a capire i motivi del massiccio spiegamento di forze e imbocca lo stargate di via Torleone (per dirla come la direbbe Jacopo, suo coinquilino), che in un attimo lo catapulta su Strada Maggiore.

Sepolto vivo nella portineria del 45 (che per darsi un tono ha mutato nome in Ufficio Relazioni con il Pubblico), un signore dall’aria floscia, intento a sputare fumo fasullo da una sigaretta elettronica, l’avverte che il corso che sta cercando è stato spostato – senza un cazzo di motivo al mondo! – al 36 di via Zamboni.

È già in ritardissimo, ma tanto vale a ‘sto punto farci una capata.

Arriva trafelato, entra in aula e piglia posto in cima alle gradinate.

Hanno tutti un’insolita aria attenta, al punto che nessuno dei compagni di corso pare essersi accorto della sua prodigiosa ricomparsa. Chiede il nome del prof alla tipa che gli sta di fianco: Grani. Tenta di seguirlo per qualche minuto, conscio che mancano solo tre lezioni alla fine del corso.

Parla di cose piuttosto interessanti, questo Grani, e Giobi si trova a maledire la pigrizia che da un anno a ‘sta parte lo tiene inchiavicato in casa, a vegetare come una betulla finta in un vaso di plastica cinese.

Fa giusto in tempo a racimolare una manciata di appunti sopra un foglio svolazzante…

La creazione di divisioni tra i lavoratori su base nazionale costituisce una necessità strutturale per la classe imprenditrice. Tali divisioni facilitano l’innesco di gerarchie e di meccanismi di concorrenza in seno alla classe subalterna, così da incrementarne le potenzialità di sfruttamento e ridurne al minimo quelle associative, ostacolando perciò l’insorgere di rivendicazioni salariali o, peggio, di rivolte collettive.

Gli duole il polso. Fortuna che il prof concede l’intervallo. La vescica, a questo punto, minaccia un’esplosione imminente. (Se non sbaglia, era lo Zulù che cantava: Senti la tensione come cresce, basta niente: l’esplosione è imminente! Senti la tensione come sale, sta per scoppiare, e nun he visto ancora niente!)

I cessi del 36, quelli al piano interrato (-1), hanno sempre esercitato su di lui una certa attrazione: quelle luci blu-psichedeliche lo riportano ogni volta in un centro sociale di Berlino dov’era stato anni prima… Stavolta ci lascia una pisciata memorabile, una cosa che manco Fiabeschi! N’approfitta per perlustrare in lungo e in largo le pareti, fitte straborde di disegnini, scarabocchi e graffitacci assortiti. Uno a caso tra i tanti: Sarò un punto immobile al centro di un universo in pieno movimento. Questa l’avrà scritta uno studente tibetano in Erasmus!

Arca della fattanzaPoi l’occhio gli cade sull’adesivo di un animale. Ma non è un roditore: è il cane a sei zampe dell’Eni, e pare conciato piuttosto male. Ha il capo ricurvo, staccato dal corpo, e sputa sangue anziché fiammate di idrocarburi. A fargli compagnia, sul muro opposto, un’altra testa mozza: quella del coniglio bianco che tappezza ogni angolo della città. Sembra messo lì apposta per confonderlo. Fuckthewhiterabbit, pensa. Roba da hipster, come #TheRabbitProject… Roba che no, non fa al caso suo.

Se non vuole perdersi anche la seconda metà della lezione, Giobi farebbe bene a darsi una mossa, invece di starsene rinchiuso in quello stambugio di cesso. Per cui si sgrulla, riabbottona la patta e se ne torna, concluso il flash berlinese, su a Bologna. Da dove s’ode provenire un fracasso, un’agitazione che stuzzica Giobi e lo porta a risalire le scale a tre a tre: l’atrio è deserto, tutti sono in strada. Si butta fuori anche lui, e lo scenario che gli s’apre davanti è di quelli che un tiggì definirebbe di guerriglia urbana: un’entità genericamente riconosciuta come “studenti” da un lato, agenti in tenuta antisommossa dall’altro.

La tensione è palpabile. Il che di solito, a prescindere da eufemismi e mezzi termini, vuol dire mazzate! Gli sbirri sono tanti, troppi, salivanti come belve fameliche.

D’impeto, Giobi va a schierarsi tra i ranghi a cui, almeno per esclusione, si sente d’appartenere. Chiede che cazzo succede: è il corteo per il diritto alla casa, lo informa una compagna di corso, una di quelle che in ‘ste faccende la trovi sempre in prima linea. La manifestazione era incominciata benone, dice, fin quando poi gli sbirri, giunto il corteo in Piazza Verdi, non hanno preso a tampinarlo e spintonarlo verso via Zamboni.

Ma la folla dei manifestanti non s’è dispersa. Le loro file, anzi, sono state appena rimpolpate dagli studenti or ora usciti dall’aula. Alcuni dei quali, però, se la stanno leggermente facendo sotto, un po’ perché non preparati all’evenienza, un po’ per il fatto che restano sprovvisti, oltretutto, di quelle che sono le barricate urbane per eccellenza: i cassonetti dell’immondizia, che – guarda caso – una direttiva comunale ha appena fatto sparire dalla circolazione in tutta la zona universitaria.

Giobi, inghiottito dalla calca, se ne lascia trascinare finché a un certo punto non si vede circondato da una torma di maschere di Guy Fawkes, quelle disegnate da coso (no Alan Moore, quell’altro…) e rese poi celebri dal film V per Vendetta. Lui non lo ammetterebbe mai, tanto più in un’occasione come questa, ma quelle maschere gli stanno tanticchia sui coglioni.

“Dov’è che mi trovo, – è la domanda che si pone legittima, – a una manifestazione di piazza o a una festa erasmus a tema? Saranno forse le prove generali per Halloween…”

La sbirraglia intanto, intruppata dietro la falange degli scudi, rincomincia di nuovo a caricare, stavolta più decisa e compatta di prima. Qualcuno nel mucchio prova a reagire lanciando bottiglie vuote da 66cl; qualcun altro prende a mulinare catene per le bici; altri ancora, muniti di casco, fanno cordone e quasi improvvisano un black bloc per respingere l’offensiva sbirresca. Ma è subito chiaro ai più che, per scampare al peggio e fare in modo che nessuno finisca sotto i manganelli della pula, non c’è che una cosa da fare, e di préssa: darsela a gambe, sciogliere i ranghi, battere in ritirata!

Giobi è colto alla sprovvista, rotea il capo da una parte all’altra, sconfuso, sbussolato. È una voce che lo striglia:

– Gio’ Bigliaa!! Ma che minchia fai là? Scaappa, corrii!!

Sembra provenire da una di quelle maschere idiote, ma nel tumulto non riesce a indovinare dietro quale delle tante si nasconda il tale che l’ha appena chiamato.

– Si può sapere chi cazzo sei?

– Sbrigati, cretino! Vieni appresso a me, invece di startene là ‘nghiommato com’a un ciròcero spento!

Stavolta il tale si fa vedere sventolando una mano, Giobi si fida e, come mosso da atavico istinto calabro, prende a corrergli dietro. Non che abbia molte scelte, per la verità, però gli sembra una voce familiare, quella…

Sgomitando nel fuggifuggi generale, i due s’infilano in via del Guasto e sbucano a grandi falcate su Belle Arti, dove il delirio è già quasi peggio di quello che si sono lasciati alle spalle.

Solo tre cose da fare: correre, correre, correre.

Chiedi al ‘77 se non sai come si fa, gli consiglia di sfuggita un muro sulla sinistra.

Gli agenti, che intanto non hanno smesso di tallonare i fuggitivi, sganciano gragnole di fumogeni in loro direzione, gettando scompiglio ulteriore per la via. Gli stanno alle calcagna, gli mordono il sedere…

Malgrado la nebbia artificiale che si va alzando intorno, Giobi nota una tipa in passamontagna che, armata di bomboletta spray, sta lì per scrivere qualcosa su un muro inspiegabilmente pulito, riverniciato fresco di un giallo canarino tanto acceso da esserle parso provocatorio e, a ragion veduta, invitante. La curiosità di Giobi è troppo forte, più dell’istinto di salvarsi la pelle…

– Aspe’! – urla all’anonimo compagno.

– Ma che ti piglia mo? ‘uarda che quelli arrivano!! Ti vuoi fa’ massacrare??

Ma le urla di quell’altro hanno il solo effetto di allertare la tipa in passamontagna, che piglia e se la svigna pure lei, all’istante, lasciando la scritta incompiuta e Giobi a guardarla impalato, mentre la nebbia si dirada appena. Non è il capolavoro che s’aspettava, ma trattasi pur sempre di piccola e involontaria opera d’arte: Non fermerete mai la nostr

Ecco, appunto.

– Gioobbiii!! Ma che ti sei rincoglionito? Coorri, cazzo, corrriiii!!

Gai Fòcs si sbraccia all’imbocco di una stradetta laterale che pare condurre, e stavolta sul serio, lontano dai casini. Vi s’infrocchiano e dopo pochi secondi sono su via Irnerio, quasi all’altezza dell’orto botanico. Ed è qui che il fastasma dell’opera, l’eroe mascherato che ha tratto in salvo l’amico calabro, può svelare alfine l’arcano della sua misteriosa identità. Giobi non crede ai suoi occhi:

– Mimmo!! Porcadiun’eva! Tu eri? Chi t’a murt, cuggiè!!

Giobi lo insulta scherzosamente, imitando male il dialetto pugliese (che è poi quello di Mimmo), e i due s’abbracciano alla maniera di vecchi amici che non si vedevano dall’anteguerra.

– Ne’ ‘uagliò, ma si può sapere prima che t’è pigliato? Quasi non c’acchiappavano per colpa tua!

– Mh… Niente Mi’, lascia perdere…

– Dài, mo vieni insiem’a me, dobbiamo vedere se gli altri ci stanno tutti…

– Ma dove, undi mi porti?

– Cammina e statti zitto! Ti sei fidato fino a mo che manco m’avevi riconosciuto, e adesso che t’ho salvato il culo ti metti pure a fare storie?

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