di Marilù Oliva

VinicioVinicio Capossela, Il paese dei coppoloni, Feltrinelli, 2015, pp. 348, € 18

Difficilmente classificabile, Il paese dei coppoloni è un romanzo cantato (o incantato) ma soprattutto poema in prosa, che non si stanca di farsi accompagnare dalla lirica per le 348 pagine di cui è composto. Tra i 12 finalisti del Premio Strega 2015, è la quarta prova letteraria del cantore e compositore italiano Vinicio Capossela, dopo Non si muore tutte le mattine e In clandestinità – scritto con Vincenzo Costantino – entrambi editi da Feltrinelli, e Tefteri. Il libro dei conti in sospeso, uscito con Il Saggiatore.
La scelta di non dotare il libro di un’impalcatura tradizionale lo svincola da una banale catalogazione e induce il lettore accorto a capire che non c’è impalcatura perché impalcatura è il viaggio stesso o meglio: i viaggi. Il viaggio nel tempo che si diverte a pizzicare il passato e le radici irpine, a lasciarsi sfuggire il presente, ma anche ad anticipare quello che mancherà del futuro. Poi il cammino attraverso i luoghi che si dipanano immaginifici agli occhi del viandante narratore, che tutto ascolta, beve, ingurgita, in un susseguirsi di rivelazioni, scenari, orizzonti, rumori, bevute. Così Il paese dei coppoloni amplifica il detto che tutto il mondo è paese, perché nelle tante contrade in cui si imbatte il lettore trova le stesse altezze e le stesse meschinità che ci ingolfano le relazioni:
«Che qui ognuno per sollevare il suo nome deve abbassare quello dei confinanti… E i pregi si esaltano saltando in testa ai difetti degli altri, per cui si sfottono tutti e danno stortinomi non solo ai cristiani, ma pure ai paesi, e nominate agli abitanti loro…»

Il caos consegnato a chi legge è quello della vita, mai certa, fetente ma piena di meraviglie, imprevedibile, che colpisce a tradimento, stordisce, sferza, poi, però, regala i suoi frutti e le sue bellezze anche al più sciagurato. E si piega alla poesia così come ai bassifondi, in un continuo rimando – anche linguistico – che dalla carne rimbalza allo spirito, dalla terra al cielo. Qui ci si misura con antiche perle di saggezza, con paesaggi che si spalancano in attesa che qualcuno ci si tuffi dentro, con un patrimonio mitico che è mistura tra territorio, leggende, ancestralità e mondo greco – del resto non è una novità la passione di Capossela per il mito.
I personaggi si aggirano attraverso luoghi che circumnavigano e si ritorcono, senza dirlo, su Calitri, paese natio del padre di Capossela, emigrato ad Hannover: qui, appunto, ha visto i natali l’autore. Potrebbero, questi personaggi, far parte di un catalogo fiabesco dove principesse e stregoni si affiancano a nani o creature portentose. Ed ecco, ad esempio, sbucare Ottolino, alto un metro e trentotto, sempre piegato ad angolo retto, padrone di un orto dove si può entrare solo se inginocchiati. O la Marescialla o il Tenento Dum o ziàh Catarina, la più vecchia delle vecchie, col suo corteo di nonnine che sono tutto un bisbiglio. O Sollazzo, l’uomo dai baffi volpini o le Masciare dispettose e orgiastiche E come questi, innumerevoli altri. Accanto a loro, un bestiario notevole che va dal nibbio alla fucetola, alla calandra, alla monacella fino ai pavoni dalle code turchesi. Tutti carezzati dalla luce tenue o offensiva delle molteplici lune che si susseguono, cadenzando un tempo che, di fatto, in virtù di quella magia di cui parlavo sopra – coesistenza di presente, passato e futuro – resta sospeso. Il rimando all’immagine di copertina è d’obbligo: il quadro di Rocco Briuolo rappresenta un grande orologio con le lancette ferme alle otto meno venti che, come ha dichiarato lo stesso Vinicio, rappresentano «L’ora in cui finì un mondo, quello della civiltà contadina, che morì il 23 novembre 1980, col tremamento della terra».

Due sono i cardini su cui si muove questo lavoro, che lo rendono un unicum nel panorama attuale italiano. In primis la sostanza allegorica, che – per via della sua densità – potrebbe rallentare la lettura o costringere a una rilettura – il che non guasta – per capire – a volte indovinare, a volte indagare – il non detto che si cela dietro a queste pagine semanticamente ricchissime. Perché al di là di immagini curiose – rospi irriverenti, emigrati che ricompongono la loro Itaca, ciuchi occhilanguidi, un Hyrpos primigenio, cani mannari – si scorgono significati che varrebbe la pena di approfondire. Altri invece, sono disvelati senza l’ausilio della metafora, come quando si constata l’eterno divario tra classi sociali ancorate a un immobilismo senza rimedio:
«Che i ricchi, i possidenti, i padroni, mai si sono dovuti sporcare le mani. Il lavoro sporco l’hanno fatto fare a quelli di sotto, ai caporali, ai soprastanti. E quelli l’hanno fatto volentieri, che se a un miserabile dai un dito di potere, diventa la più carogna. La guerra fra poveri è la più feroce e c’è chi sa come approfittarne».

Il secondo cardine è la cifra stilistica, vero e proprio trait d’union tra l’artista musico e l’artista scrittore. Una generosità immaginativa alla Garcia Márquez sposata alle inclinazioni sperimentali di Calvino induce chi scrive a ricorrere a strumenti retorici quali anastrofe, ipallage, metaplasmo, iperbato, etc., si orchestra la sintassi con una variabilità che strizza l’occhio alla musicalità, si ricorre a un repertorio lessicale ricchissimo, filologicamente composito, con successioni inedite dove il suono la fa da padrone. Come nella rumorosa pagina 145, dove – proprio quando si parla della leggenda di Pan, inventore della musica – una z la fa da padrona in un’ammucchiata di parole che si succedono come il suono di un ehru, il violino cinese: tristezza, calzette, cannazze, sposalizi, canzoni, zampogna. Così le voci si riescono a percepire anche nel silenzio, dove la Storia si placa dove il tempo si posa. E dove la morte, questa sconosciuta, viene invitata alle danze:
«La gente non pensa alla morte, perché non la conosce, e così si appaura. […] Bisognerebbe passarsela insieme, la morte. Ma a ognuno è venuto più comodo lo stare da solo. Non si deve niente a nessuno. E così la separazione più grande si finisce per farla senza aver salutato».

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