di Luca Casarotti

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Harry Browne, The Frontman. Bono (Nel nome del potere), Alegre, Roma 2014, pp. 288, € 15

Paul David Hewson, in arte Bono Vox, è una delle rockstar più note degli ultimi trent’anni.
Paul David Hewson, in arte Bono Vox, ha fama di rockstar “impegnata”.
Essendo una notissima rockstar, e per di più “impegnata”, Paul David Hewson, in arte Bono Vox, non deve essere criticato. Sì, certo, c’è quella storiaccia dell’evasione fiscale milionaria, ma il suo impegno nel processo di pacificazione irlandese e a favore dei paesi africani no, quello non si discute.

Il libro di Harry Browne The Frontman. Bono (nel nome del potere) (edizione italiana a cura di Wu Ming 1 e Alberto Prunetti) si propone di smontare proprio questo paralogismo. Lo stesso che lo ha reso indigesto a parte della stampa, a giudicare da alcune delle recensioni uscite finora. Va detto che non sono solo (parte de) i media nostrani ad aver reagito scompostamente alla pubblicazione di The Frontman: nella sua prima intervista italiana, Browne descrive il clima suscitato in Irlanda e in particolare a Dublino dal pamphlet. Anche chi lo ha apprezzato non lo può scrivere apertamente, perché si esporrebbe a sua volta ad ogni sorta di critiche. È appena il caso di notare che, fatto un passo fuori dalle redazioni di tv e giornali, l’atmosfera cambia, come testimoniano i muri dublinesi, zeppi di scritte poco riverenti verso il leader degli U2, il suo ego ipertrofico e il suo rapporto disinvolto con il fisco.

In questo articolo proverò a fare una panoramica delle strategie argomentative che Harry Browne mette in campo per smontare il discorso (auto)celebrativo di/su Bono e la sua fama di immacolato benefattore, per poi spendere qualche parola sul modo in cui The Frontman è stato recepito in Italia.

Anzitutto, alla base del libro sta una precisa scelta metodologica e retorica. Al contrario di quanto sovente fanno alcuni dei critici di Bono più accaniti, Browne usa di rado l’ironia e l’invettiva: riesce invece a mettere in fila e raccontare una serie di fatti logicamente concatenati, di modo che l’argomentazione risulti difficile da confutare anche per chi muova da posizioni antitetiche alle sue. Bono in primis, che si guarda dall’attaccare e anche solo dal nominare direttamente The Frontman, ben sapendo che se lo facesse, si troverebbe a dover giustificare una cospicua mole di dati che Browne ha minuziosamente verificato. Ammesso che qualcuno gliene chieda conto, ciò che tarderà ad accadere, specie in patria. Inveire o ironizzare sull’ego e sulla spocchia del cantante, in fin dei conti, è la strategia più semplice. Ma è anche quella che fa il suo gioco. Con l’immensa visibilità e la tendenziale compiacenza di cui gode, gli è  facilissimo neutralizzare le critiche ironiche facendole passare per rancore nei suoi confronti, o invidia per il suo successo.

Consapevole di ciò, Browne sceglie di utilizzare a un tempo tecniche giornalistiche e narrative, nella tradizione del pamphlet sei e settecentesco [vedi l’intervista linkata sopra]. In retorica si direbbe che alla “istanza patetica” di Bono, l’autore contrappone una “istanza logica”.
Sul versante giornalistico, svolge un lavoro certosino di analisi delle fonti: atti costitutivi e bilanci delle società di Hewson e dei suoi familiari, articoli e pubblicazioni accademiche di diversi paesi. Su quello narrativo, non esita a raccontare lo stesso fatto anche più di una volta, quando è necessario inquadrarlo da angolature differenti. Il saggio è diviso in tre parti, dedicate rispettivamente alle attività di Bono in Irlanda, in Africa e nel mondo. Alcuni degli episodi della sua biografia compaiono in tutti e tre i capitoli, narrati ogni volta da una diversa prospettiva.

Se infatti Hewson ha costruito tutto il suo attivismo su un discorso che punta a suscitare compassione, o meglio sarebbe dire “compatimento” verso l’oggetto delle sue campagne, Browne ne considera i risultati: ragiona in termini di benefici realmente prodotti, di miglioramento delle condizioni di vita delle popolazioni interessate. Ho usato il termine “oggetto” non alla leggera: in tutta la sua attività filantropica, Bono non ha mai dato voce all’Africa, si è sempre fatto portatore di una prospettiva occidente-centrica, al punto da arrivare, in un’occasione, a zittire letteralmente uno studioso che aveva osato criticare la politica degli aiuti all’Africa. Ponendo il problema in termini fattivi, e non solamente emozionali, Browne può mostrare le aporie del “filantro-capitalismo”, parola molto esplicativa su cui torniamo tra poco.

La decostruzione del “discorso di Bono” non si ferma qui. The Frontman analizza anche le tecniche che il cantante ha usato e usa per erigere la sua reputazione di attivista. Il racconto che fa di se stesso è un misto di più o meno genuina autocritica, vittimismo ed egocentrismo (ognuno può fare facili confronti con i comunicatori presunti-brillanti di casa nostra). In questo modo intende suscitare simpatia in chi lo ascolta, per via della sua ingenuità (ecco allora l’autocommiserazione posticcia), ma soprattutto apparire sempre al centro della scena, accreditarsi come il motore dell’azione, l’eroe del racconto. Se c’è pure modo di definirsi allievo di un grande mentore, tutto di guadagnato. Come nel caso dell’incontro con Keith Richards: nel libro U2 by U2, Hewson spiega di aver ignorato totalmente il blues fino a quando il chitarrista degli Stones non gli ha aperto le orecchie e la mente, facendogli ascoltare John Lee Hooker e Robert Johnson. L’aneddoto gli serve evidentemente per legittimarsi quale apprendista del blues, mettendosi sotto l’ala protettiva di un maestro (bianco) del genere come Richards.

Ma l’esempio più clamoroso e sconcertante della sua autonarrazione lo ha dato attribuendosi un ruolo salvifico nella campagna referendaria a favore della ratifica dell’accordo del Venerdì Santo. La vittoria dei sì non fu mai messa in discussione da nessuno, eppure il leader degli U2 continua tutt’ora a descriversi come ago della bilancia. Il suo intervento fu talmente dirimente che i due uomini politici che chiama eroi della pacificazione e a cui stringe la mano in una photo opportunity – voluta soprattutto da lui – furono rapidamente relegati all’irrilevanza, al pari dei partiti di cui erano a capo.

P020206PM-0095.JPGSiamo alla tesi principale del saggio: con il suo debunking, Browne vuole mostrare che l’attivismo di Bono, ben lungi dall’essere apolitico, come lui si sforza di far credere, è profondamente, e ad ogni effetto, politico. Il suo discorso è tutto teso ad affermare un unico “effetto di verità”: The Frontman, allargando lo sguardo e dando voce agli “oggetti” delle campagne di Bono, ne scopre le diverse implicazioni, i lati in ombra, gli “effetti collaterali”, che collaterali non sono. Gli obiettivi di un’azione dipendono dalle persone, dalle forze politiche, dagli enti e dalle imprese che in quell’azione si decide di coinvolgere. Se lanci una campagna per contrastare  la diffusione dell’AIDS in Africa e ti prodighi perché tra i tuoi alleati ci sia la destra cristiana radicale, tutta la prassi e la retorica propagandistica punteranno sull’astinenza, a scapito dei contraccettivi: donne sposate e bambini (“gli innocenti”) verranno preferiti a soggetti ancora più esposti al contagio (omosessuali e prostitute), con buona pace del principio di eguaglianza.

Se lanci una campagna filantropica e vuoi che tra i tuoi alleati ci sia la fondazione Bill & Melinda Gates, devi accettare (e pare che Bono lo faccia di buon grado) che il “punto di vista del capitale” entri di prepotenza e influenzi la distribuzione degli aiuti. Di qui la definizione di “filantro-capitalismo” che ricorre più volte nel libro: essa descrive esattamente questo assetto di interessi.

Si dirà: e la musica? Hewson ha sempre dichiarato di concepirla come qualcosa di completamente separato dall’attivismo. The Frontman ci ricorda che i testi delle canzoni degli U2, con il loro vagheggiare di principi indefiniti, senza mai stringere il focus su un dettaglio o una vicenda in particolare, sono perfettamente funzionali al “discorso di Bono” di cui si è detto, apolitico solo all’apparenza. Nelle rare volte in cui la band si è occupata di un avvenimento specifico, non sono mancati gli errori storici, per non parlare dei rovesciamenti di senso intenzionali. Ad esempio, Martin Luther King viene assassinato alle sei di sera del 4 aprile ’68: non nel primo mattino, come Bono canta in Pride (In the Name of Love). La “Bloody Sunday” da cui prende il titolo uno degli anthem degli U2 è una strage di stato, ma il testo della canzone dice tutt’altro, specie nella prima e più esplicita stesura, poi accantonata proprio perché troppo esplicita e non abbastanza vaga, secondo i canoni del gruppo.

Venendo in fine al modo in cui l’inchiesta di Browne è stata accolta in italia, sembra si sia scatenata una corsa alla recensione sensazionalista. Segno da un lato che il libro tocca più di un nervo scoperto, e dall’altro che la smania di uscire con l’articolo polemico prevale su una certa correttezza, che imporrebbe, almeno, di leggerlo fino in fondo (leggerlo proprio, in qualche caso; imparare anche solo il nome dell’autore, in quelli più estremi). Servirebbe qualche tempo per ponderare una tale quantità di dati e materiale bibliografico. Invece di prenderselo, quel tempo, si preferisce straparlare di attacchi sconsiderati a Bono, mentre Browne si sforza di restituire la complessità e l’ambiguità del personaggio, non mancando di riconoscergli i suoi meriti, se e quando ne ha avuti. Di queste recensioni infastidisce, oltre al tono da lesa maestà con cui viene liquidato il pamphlet, un certo risolino di sufficienza che aleggia tra le righe: ma cosa vuole dimostrare ‘sto Browne?

Che The Frontman avrebbe fatto discutere ce lo si poteva attendere, e, tutto sommato, ce lo si augurava. Ci si poteva anche aspettare qualche accorata oratio pro Bono proveniente dall’establishment (mediatico, politico o dello spettacolo che sia): l’ambiente in cui Hewson si muove è quello, da decenni. Ma una recensione tutta schierata a favore del Frontman, pubblicata su un giornale diretto da Francesco Storace, beh, spiazza un tantino.

Non ho fatto una rassegna stampa estera prima di mettermi a scrivere, ma i camerati che difendono Bono, credo lo si possa dire con un certo margine di sicurezza, sono un primato tutto nostro.

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