di Silvia Di Frescoconcorso1.jpg

Sono oramai diversi mesi che devo fare i conti con la rabbia enorme dovuta non solo al bando di Concorso per insegnanti, ma anche alla presentazione di esso da parte della stampa e alla rassegnazione con cui molti colleghi vi hanno partecipato. Torno allora alla scrittura come mezzo apotropaico di riflessione. Iniziamo dalle parole.

«Il ministro dell’Istruzione annuncia le novità: la priorità è arruolare insegnanti giovani e lo “si può fare solo con i bandi pubblici”» [1].
«Io non sto facendo miracoli, sono solo riuscito a ripristinare il turnover dopo anni di blocco: tanti insegnanti vanno in pensione e tanti ne entrano. E ho riattivato un antico modo di reclutare personale che trovo modernissimo: il concorso» [2].

Arruolare e reclutare. Questi i due termini che, in una carrellata della stampa nazionale, non mancano mai quando si parla non di esercito, come si potrebbe ingenuamente pensare, bensì di insegnanti e di scuola. E il linguaggio non è innocente.

Ma partiamo dal principio. La scuola ha da tempo un annoso dramma interno: il precariato. I governi che negli anni si sono succeduti hanno trovato ricette e colpe da attribuire ad altri senza però mai risolvere il problema, il quale ha, nella scuola, un’origine precisa: il taglio di posti di lavoro, l’aumento di alunni per classe, il blocco del turnover. È bene essere chiari: il precariato non è un fenomeno a parte, il peggioramento che ha subito nell’ultimo periodo è strettamente connesso ai punti sopracitati. Invece tutti i ministri (e la stampa) hanno separato le due questioni, aumentando così anche in chi la condizione di precarietà la vive sulla propria pelle, una schizofrenia i cui risultati sono appunto visibili: accettazione delle trasformazione sociale in corso, interiorizzazione della gerarchia, auto-colpevolizzazione per il declino della pubblica istruzione.
concorso2.jpgCi sono però alcune sacche di resistenza. Qualcuno che in un collegio docenti alza la mano e si oppone all’inserimento della commissione di valutazione nel POF, ad esempio; qualcuno che si rifiuta di fare gli Open Day; qualcun altro che non vuole prestarsi alla logica della misurazione. Come fare a debellarle del tutto? Come ottenere la totale sottomissione di una categoria? Arruolando e reclutando, certamente. Forse nell’esercito si incentiva il pensiero critico? Non risulta. Prerogativa fondamentale è l’obbedienza, e questo da noi si vuole. Se leggiamo alcuni testi presenti nella bibliografia di preparazione per il concorso tale volontà è palese [3]:

«La scuola italiana ha conosciuto periodicamente gli effetti delle strumentalizzazioni politiche: le ultime pagine sono state scritte nella primavera del 2011 e in quella del 2012, quando alcuni sindacati minori, espressione di frange politiche estreme, hanno cercato di impedire l’effettuazione delle prove di rilevazioni nazionali […]. Al di là delle diverse motivazioni, è condivisa la convinzione che il Servizio nazionale di valutazione sia l’indispensabile complemento dell’autonomia delle scuole».

Qui appare evidente quanto detto da Fabio Bentivoglio in un suo recente articolo: è il sistema dell’autonomia il grande mostro da combattere, è per mantenere quello stesso sistema che le riforme succedutosi hanno implementato l’impianto di valutazione, il definanziamento, la precarizzazione. «Il fine della legge sull’autonomia scolastica è stato ed è lo scardinamento del carattere pubblico e nazionale del sistema dell’istruzione (in cui i diversi tipi di scuola e i singoli istituti scolastici erano articolazioni settoriali e locali, espressione di un progetto educativo nazionale), da sostituirsi con un sistema solo formalmente pubblico, organizzato con logica privatistica in cui ogni singolo istituto, posto nelle condizioni giuridiche di procacciarsi finanziamenti e risorse, progetta se stesso in competizione con altre scuole» [4]. E il concorso rientra proprio in quest’ottica. Non dobbiamo avere la memoria corta: non è infatti un caso che, a pochi mesi dal bando, in Lombardia si sia dato il via, a livello sperimentale, alla chiamata diretta dei presidi. «Al fine di realizzare l’incrocio diretto tra domanda delle istituzioni scolastiche autonome e l’offerta professionale dei docenti – si legge nel testo del provvedimento – le istituzioni scolastiche statali possono organizzare concorsi differenziati a seconda del ciclo di studi per reclutare il personale docente con incarico annuale. È ammesso a partecipare alla selezione il personale docente del comparto scuola iscritto nelle graduatorie provinciali fino ad esaurimento» [5]. In tale provvedimento a spiccare sono sia le nostre parole chiave concorso e reclutare, sia proprio le istituzioni scolastiche autonome. È quindi l’applicazione della legge Aprea in Lombardia che toglie ogni dubbio sui fini del Grande Concorso a cattedre organizzato da Profumo. Tra gli scenari futuri più probabili, infatti, emerge quello già contenuto nel suddetto PDL 953, in quello Pittoni (S997/2008) e in quello Goisis (PDL 3357/2010), ovvero un concorso tra reti di scuole, laddove il sostantivo concorso ha il compito di mascherare la privatizzazione della scuola giunta al suo apice. Siffatto mascheramento è palese. Qual è, infatti, la reale necessità di un dispendioso Concorso per insegnanti quando le graduatorie ad esaurimento, a costo zero per lo Stato, brulicano di personale docente iper-specializzato? A maggior ragione se consideriamo che a tale messinscena possono partecipare laureati entro il 2002/2003 privi di qualsiasi formazione didattica specifica [6].
È difatti molto più semplice reclutare ed arruolare per i propri scopi chi non ha alcuna esperienza nella Scuola Pubblica rispetto a chi, quantomeno come spettatore, ha osservato per anni il disfacimento del sistema pubblico d’istruzione. Aggiungendo, come incentivo, il miraggio del posto fisso, termine di ricatto non poco allettante anche per chi combatte da sempre le politiche di privatizzazione insite appunto nell’autonomia. Ecco allora che la precarizzazione, intesa come strategia governativa atta all’annullamento di qualsivoglia pressione dal basso nei confronti della classe dominante, ha funzionato pienamente. E perché i politici tutti e tutti i mezzi stampa continuano a ribadire che finalmente, dopo 13 anni, il ministro riesce nella grande impresa di assumere personale docente? Sappiamo benissimo che la Ssis aveva valore concorsuale, che hanno continuato ad immettere in ruolo, seppur poco, prendendo dalla doppia graduatoria (ex-concorso e ad esaurimento), che è una balla il fatto che si assuma di più attraverso questa modalità (i posti si sono ridotti ad 11452 invece del doppio previsto [7]) e che i giovani non potranno partecipare a questa prima tornata concorsuale visto che i TFA non sono ancora terminati. Perché allora chi avrebbe il dovere politico e morale di smentire il ministro tecnico avalla le sue menzogne? E noi, cosa possiamo fare?

Io credo che, prima di tutto, coloro che sono consapevoli di quanto detto debbano ancora una volta non collaborare, dire di no. In modo prima privato e poi pubblico. È vero, da perdere c’è molto, ma a ben guardarci nemmeno troppo. Il doppio canale è ancora in vigore e ciò significa che, attualmente, nessuno di noi ha l’obbligo, per continuare a insegnare, di partecipare al concorso.
«Tu suggerisci che per poter attuare una critica dell’attuale tendenza a privatizzare le istituzioni finanziarie dallo stato, si richiede una gran combinazione di qualità — coraggio, passione, tenacia e fiducia in se stessi. Queste qualità sono spesso associate a molti rischi — possiamo perdere il nostro lavoro, essere ostacolati nell’accesso a promozioni o contratti, o diventare estranei ai nostri colleghi. Possiamo aspettarci che insegnanti e altre professioni mettano in discussione la tendenza dominante, se la posta in gioco è così rischiosa nel breve periodo?»
È vero, non si dovrebbero sottostimare i costi. Ma, dagli standard comparativi, questi costi sono decisamente poca cosa. Noi non viviamo in una società dove questi sforzi conducono alla camera delle torture, o ad essere assassinati da squadre della morte. […] Il tipo di costi che noi affrontiamo, rispetto agli standard, sono decisamente marginali.
[…] Potrebbe essere moralmente obbligatorio, ma tu credi che queste siano delle aspettative realistiche?
Sono le responsabilità umane [8]. E poi bisogna continuare, come diceva Bertrand Russell, a dire la verità ed esporre le bugie. Forse le persone non cambieranno il proprio comportamento, forse gireranno la faccia e qualcos’altro di fronte alla verità, forse saremo ignorati.
Ma è l’unica speranza che ci rimane.

Note

[1] Scuola, Profumo: “Cattedre per concorso, basta graduatorie”, qui.

[2] Scuola, Profumo: “Basta graduatorie, concorsi ogni 2 anni”. Sindacati contro, qui.

[3] Mariani G, Pagano R. (a cura di), Il nuovo concorso a cattedre nella scuola secondaria di primo e di secondo grado, Napoli, Edises, 2012, p. 413.

[4] Sulla scuola: parliamoci chiaro, qui.

[5] «Con questa proposta si consentirebbe alle scuole statali di reclutare il personale docente con un concorso di istituto che realizza l’incrocio diretto fra domanda e offerta: si tratterebbe quindi di una forma di valorizzazione dell’autonomia scolastica legata al progetto didattico di ciascun istituto.» PDL 146, art 8, Regione Lombardia, qui.

[6] Vedi il decreto di indizione del concorso, scaricabile qui.

[7] Il Decreto Sviluppo 2011 programmava infatti un piano di assunzioni triennale per il comparto scuola: «Per ciascuno degli anni scolastici 2012/2013 e 2013/2014 si prevede l’assunzione del numero massimo […] di 22.000 unità di personale docente» (DM 3 agosto 2011 ). Il Ministro Profumo però, attraverso il Concorso, venendo meno a tale disposizione, ha spalmato per il 2013/2014 la cifra di immissioni in ruolo annuale su due anni, tagliando così della metà i posti previsti (vedi qui).

[8] N. Chomsky, Democrazia e istruzione, Edup, Roma, 2004, pp. 52-53.

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