calligarich.jpgdi Giuseppe Genna

Riemerge prepotente dal passato, precisamente dal 1973: frecciabr.gif L’ultima estate in città di Gianfranco Calligarich (Aragno, € 16), se esistesse una società letteraria, sarebbe il caso dell’anno. E’ grazie alle cure dell’editore Aragno che questo straordinario esordio, lanciato ai tempi da Natalia Ginzburg, riappare per la gioia di chi, da un romanzo, si aspetta un’esperienza rivelatrice. In quest’epoca 2.0, perdutasi in una fitta nuvola di byte, il racconto di una bohème molto particolare, a fine Sessanta in una Roma irripetibile, sembra quasi preistorico (quanto lo è Proust, almeno per i giovani amanti delle tecnologie wii) — invece ci si trova di fronte a quell’oggetto strano e perturbante che è l’autentico romanzo.

A posteriori mi chiedo perché Gli indifferenti di Alberto Moravia sarebbero un libro migliore di quello di Calligarich (che nel frattempo è diventato uno degli autori più importanti della storia della tv e un uomo di teatro pluripremiato). Certo, Moravia dipingeva quella che è stata definita ignavia della borghesia (una classe sociale che gli amanti della playstation avranno orecchiato essere esistita tempo fa), mentre Calligarich compie un’altra operazione.
calligarich2.jpgI miei padri e le mie madri nobili, da Garboli alla Ginzburg, che hanno molto amato L’ultima estate in città, a mio parere non hanno intravvisto l’enorme potenza del tentativo di Calligarich (nella foto a fianco): che è, a mio avviso, fare in letteratura quanto La dolce vita di Fellini fece al cinema. E’ proprio una specie di Marcello l’eroe solitario che attraversa in questo libro loft lounge e alberghi scalcagnati, camminando su spiagge e salendo su utilitarie e girando in circolo una Roma calcarea e modernissima al tempo stesso. Leo Gazzarra, questo nullafacente che vive ai margini del giornalismo e dell’accattonaggio intellettuale, esperto nelle due arti dello “stare zitto e adattarmi alle situazioni”, sembra a suo agio in appartamenti arredati come la casa del “Quesito della Susi” nel settimanale che vanta più tentativi di imitazione. Questo ironico, saccente, cinicissimo ipocondriaco, che al solo bere un superalcolico crolla in attacchi di melanconia ipocondriaca, ha abbandonato la famiglia in maniera memorabile: la scena del padre, gigantesco e muto, che lo accompagna alla stazione, è davvero uno dei quadri memorabili del romanzo. Leo va a Roma, rimediato un lavoretto da nulla in un ufficio preso in affitto nella villa di un nobile in delicata decadenza. Dalla chiusura di quell’ufficio, il vagabondaggio esistenziale di Leo, questo autoironico e corrosivo lettore che cerca senza molto impegno di mettere insieme pranzo e cena, ne porterà il corpo esausto in una inverosimile duplice deriva. Da un lato la ninfetta che diventa inafferrabile dea, e cioè Arianna, incontrata a una festa che surclassa i devastanti party di Houellebecq. D’altro canto, il magistero esistenziale e alcolico del suo amico Graziano, tra scorribande sul lungomare ostiense o improvvise epifanie a piazza Navona.
Un romanzo che conquista chi oggi adora leggere Philip Roth o Jonathan Franzen — laddove la loro America è qui una capitale assoluta dell’esistenza, vasta e muta. Non ultima notazione: ci troviamo di fronte a un romanzo fregiato da uno degli incipit più belli della letteratura italiana dai Settanta in poi: “Del resto è sempre così. Uno fa di tutto per starsene in disparte e poi un bel giorno, senza sapere come, si trova dentro una storia che lo porta dritto alla fine”. Quale fine è uno dei piaceri confessabili di questa sorprendente lettura.

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