di Dziga Cacace

MC0401.jpg162 – Celebrity di un irriconoscibile Woody Allen, USA 1998

Ennesimo pacco preso il giorno di Natale… Di un Prét-à-porter di Allen proprio non sentivamo bisogno, ma tant’è il Maestro deve dir la sua su tutto. Personaggi sfuocati e ripetitivi e uno humour che ormai verte esclusivamente sul sesso orale con 5 battute 5 in un’ora e quaranta. Le uniche però. Il tremendo Branagh è gonfio come una zampogna e poco credibile come alter ego alleniano; la Davis interpreta la parte dell’isterica per il terzo film consecutivo con caricatissimo repertorio di smorfie e gesticolamenti. Il bianco e nero è apprezzabile ma è quasi niente per salvare un film fiacco e imbarazzante fin dalle prime scene, senza ritmo, noioso, parodistico, ma involontariamente del grande cinema di Allen che fu.


Letture sociologiche? Il ruolo delle celebrità, la televisione, l’invadenza dei media, la superficialità della moda e bla bla… E c’era bisogno di questa cagata per saperlo? Vabbeh. Il 30 notte ho beccato su Retequattro Safari Express, visto a Champoluc negli anni Settanta con Pier Paolo e fratellanza assortita, film impreziosito da Ursula Andress, Guliano Gemma e Jack Palance. Una vaccata, ma la beata l’innocenza d’allora ci faceva apprezzare tutto. E al confronto con l’ultimo Allen siamo comunque dalle parti del capolavoro. (Cinema Ducale di Milano; 25/12/98)

167 – Tutti pazzi per Mary di due Pelandroni, USA 1998

Due appunti veloci: che il ricorso ad una comicità politicamente scorretta sia una scelta funzionale a delle logiche di mercato, piuttosto che a una reale cattiveria degli autori (registi i fratelli Bobby e Peter Farrelly) mi sembra lampante, anche perché di vera cattiveria ce n’è poca e sembra giustapposta all’impianto narrativo, senza essere accompagnata da un coerente sforzo stilistico (alla Waters, per intenderci). Comunque si ride, regredendo infantilmente, ma ciò che irrita di un film così è il cinismo con cui registi e produttori si sono bruciati tre scene pecorecce e sublimi (il testicolo zippato, il gel “organico” e la lotta col cagnolino) in un contesto che ha frequenti cadute di ritmo, pause narrative letargiche o gag assolutamente fiacche. Cinismo nell’accontentarsi della forza di quelle tre scene e costruirci sopra un film. O imbecillità (e non uso il termine a caso) nel non rendersi conto dell’altrimenti debolezza del film. (Cinema Rosetum di Milano; 24/1/99)

179 – Idioterne di Lars Von Trier, Danimarca 1998

Terreno minato e io son troppo bestia per azzardare giudizi seriosi. Per cui, di pancia, Gli idioti è un film gradevolmente sgradevole. Di testa ci devo pensare e non credo che sarò pronto prima del 2030. Vista la versione originale non censurata (cioè, a fare il rendiconto da macellaio: due peni in azione e uno eretto in più rispetto all’edizione uscita nelle sale italiane). Von Trier mette in scena quello che non vogliamo vedere e ci dice cose che non vogliamo sentire. C’è coraggio e provocazione, soprattutto dolore. A me sembra sincero, tanti lo hanno odiato. Non lascia indifferenti. (Vhs originale; 17/3/99)

184 – Sorgo rosso di Zhang Yimou, Cina 1987

Bellissimo, ma con un rammarico: adesso non potrò più dire “Sorgo rosso non avrai il mio scalpo”. Questa è la recensione più stronza che abbia mai scritto. (Vhs da Rai; 28/3/99)

186 – I duellanti di Ridley Scott, USA 1977

Cinque duelli in quindici anni tra Armand D’Hubert (Carradine) e Gabriel Feraud (Keitel). Un assurdo senso dell’onore, un diverso sopravvivere agli sconvolgimenti politici dell’inizio dell’Ottocento, una rivalità che sconfina nel bestiale e che mette in campo i lati oscuri dei due comprimari, rivelandogli che il loro avversario non è altro che una parte di loro stessi, quella che non vogliono accettare. Un film splendido, graziato da una fotografia di rara bellezza e da un’accurata composizione pittorica, con attori decisamente in parte (anche quelli secondari, tra cui l’adorabile Tom Conti, chirurgo musicista, e Albert Finney, Fouché). Bellissime scene di combattimento. Premiato a Cannes come migliore opera prima nel 1977: ottimo. Bravo Scott. (Vhs originale; 30/3/99)

187 – L’imperatrice Caterina di Josef von Sternberg, Usa 1934

La corte russa è piena di pazzi e di profittatori: il Granduca Pietro II è fuori come un poggiolo ed è a lui che la futura imperatrice Caterina la Grande deve andare in sposa. Ma il Granduca si balocca con i suoi soldatini, mentre Caterina cresce, figlia un erede da un amante e poi spodesta l’inetto imperatore. Brava Marlene Dietrich nella parte matura, in cui si atteggia a furba maliarda che conquista il potere, per nulla credibile quella in cui deve fare la teen-ager con gli occhi perennemente spalancati. Ma m’importa? No! Questo è un film godurioso dove Von Sternberg dispiega il suo delirante gusto visivo barocco, tra antri, scale, colonne, lampadari, luminarie che diffondono ombre, sovraffollamento di arredi, statue grottesche e deformi, costumi esagerati. Ha un rapporto plastico con le immagini, ci gioca, ti stupisce, nulla è mai scontato. Questo Von era pazzo come un cavallo, è chiaro, ma il cinema è e deve essere questo, mettere in scena quello che non sapresti raccontare in altro modo. Credo. O forse no, ma chissenefrega. (Vhs da TMC; 1/4/99)

MC0402.jpg191 – Violent Cop di un clamoroso Takeshi Kitano, Giappone 1989

Azuma è lo sbirro violento in questione, senza mezze misure nel combattere il crimine, indefesso nel suo incedere indomito e dondolante. Un noir violentissimo (con l’eccezionale “sequenza dei ceffoni”) di pochissime parole e molta musica: la rilettura elettrica delle Gymnopedie di Satie, semplicemente orgasmica. In due parole, film capolavoro. L’ho visto godendo e sgranocchiando qualche salatino e approfitto per dare risposta ad alcuni lettori stolti e dalle mie labbra pendenti. Mi chiedono, i ghiottoni: cosa mangiare durante una visione cinematografica? Cari amici, il menu da film dipende dal film e da dove lo si fruirà (il menu e il film, obviously). Di solito, al cinema, se la pellicola è lunghissima (Novecento, La maman et la putain, Hamlet, il Fassbinder più letargico, The Kingdom etc.) mi limito a portar dietro giusto una bevanda e qualche snack. Ma andiamo con ordine, partendo dalle bevande: consiglio vivamente una bevanda a base di caffeina e più precisamente la Coca Cola. La Pepsi è dolciastra e fa schifo, la Cola del GS — chi l’avrebbe mai detto — è invece un valido succedaneo. Ma, al di là di comprensibili rifiuti ideologici, la Coke originale è decisamente la migliore. Al cinema sconsiglio il caffè in thermos perché è molto odoroso e se m’arriva una zaffata dolciastra potrebbe tornarmi tutto su. Se il film è leggero sponsorizzo la fantastica Lemonsoda. Con le bevande gassate, ad ogni modo, occhio a sbadigli sovrappensiero con annesso roboante rutto fantozziano. Passiamo alle vivande: per quanto, di tanto in tanto, apprezzi una caramellina (ma in sala la carta non deve fare rumore, se no impazzisco dalla tensione), io sono decisamente per il salato. Ho una autentica venerazione per il pistacchio tostato (che però al cinema è molto scomodo, durante Heimat 2, Il matrimonio ne ho ingoiato per errore uno col guscio), difficile però da trovare fresco. I pistacchi che ti vendono in drogheria sono spesso ammosciati dall’umidità, mentre quelli nei sacchetti preconfezionati sono minuscoli. I migliori della mia vita li ho comprati al mercato di Uzés, in Provenza: enormi, croccanti e saporiti, ma dubito che la dritta abbia qualche utilità pratica. Da sgranocchiamento compulsivo sono i bastoncini salati alsaziani, passione che condivido con la cugina Alessandra. A casa, poi, ottime le olive, che vanno bene in tutte le forme e qualità: il massimo sono quelle verdi piccanti. Per quel che riguarda i pop corn, noto che quelli già pronti nel cestello che vendono da Blockbuster sono straporci ma costosissimi ed intrisi di burro. Poco male, potete farveli anche voi spendendo una miseria, ma ricordatevi: fuoco vivace e occhio alla padella. Al cinema, invece, andrebbero vietati o forse basterebbe spiegare che è buona educazione mangiare (qualsiasi cosa) con la bocca chiusa. Per concludere, una mou, una fantastica Selz Soda o una Rossana al miele. Ero partito con l’idea di compilare una esauriente guida valida per tutti gli spettatori ed invece mi sono ridotto ad elencare le mie debolezze gastronomiche senza costrutto alcuno: sto diventando un bertolucciano Piccolo Buddha. (Vhs originale; 4/4/99)

193 – Action del mestatore Tinto Brass, Italia 1979

Spinto da una recensione ambigua di Kezich vedo questa solenne stronzata che dimostra una volta di più quanto Brass sia un ipocrita e non dai tempi del recente Monella. Perché Brass dovrebbe avere il coraggio di affrontare la realtà e dedicarsi al cinema porno giacché è da vent’anni che lo sfiora per rifugiarsi dietro i falsi paraventi della satira, dell’ironia o dell’“artisticità”. Brass dimostra che la stoffa ce l’avrebbe quando inventa una scena onirica in cui gli uomini hanno nasi-cazzo e le donne bocche-fica. Raccapricciante, ma ricontestualizzando, forse… Vabbeh. La storia è l’odissea di Bruno Martel, un attore (Luc Merenda) che fugge da un set dove non accettano la sua libertà. Approda al mondo del porno e deve fuggire nuovamente con la sua partner, Doris Falce (Falce e Martel, capito?), una poveretta costretta a cagare in scena. I due vengono menati e violentati da una banda di punk da operetta e finiscono in un sanatorio (citazione a sproposito di Zero in condotta, con ralenti su cuscini e piume che volano) dove lei si butta giù dalla finestra. Martel, con un barbone detto Garibaldi, arriva a una stazione di servizio dove conosce Adriana Asti e Alberto Lupo. Amore tra Merenda e la Asti e finale tragico. Ma era un film nel film, tié. Due o tre trovate alle prime scene mi hanno fatto ben sperare, poi la supposta trasgressione di Brass ha preso il sopravvento: scoregge, minzioni, defecazioni, tanto nudo, grassoccio voyeurismo, umorismo da caserma, asserzioni patetiche su droga e politica, satira qualunquistica. Okay, ma almeno com’è girato? Coi piedi, anzi, vista la predilezione del regista, col culo. Action è un film di episodi squallidi, appesantiti da episodi ancora più squallidi. Brass, pagherai tutto e caro: non si fanno recitare alla Asti certe cose (e mi riferisco alla scena d’amore in cui la Asti e Merenda scorrazzano nudi in un prato, tra cavalli e mucche). Film allucinante: in una scala da uno a dieci, si piglia uno 0,5 secco. (Vhs originale; 5/5/99)

194 – Anni di piombo rivendicato da Silvio Bandinelli, Italia 1998

Tale è la rabbia nei confronti di Brass che, dopo aver ripescato una vecchia recensione che parlava di questo porno come di un interessante esperimento, vado in videoteca e ci provo. E si ghigna di brutto. Il sedicente regista Bandinelli vorrebbe raccontarci una storia di terrorismo dove i brigatisti sono i buoni, alle prese con ispettori di polizia scorretti e violentatori. Innanzitutto il film ambienta l’Italia degli anni Settanta nell’Ungheria del 2000 e poco importa se un’Alfa Romeo ha la targa ungherese e si aggira su strade zeppe di scritte in magiaro. E vabbeh. E come si mette in scena un comunista? Col Manifesto in tasca. Il covo dei terroristi? Una normale casa anni Novanta con un poster di Ho Chi Minh e una bandiera russa. Queste e altre piacevolezze in un capolavoro di faccia tosta, dove ogni scena di azione (quella azione) è ininfluente rispetto al godibile e delirante dialogo che, tra l’altro, fa dichiarare a un brigatista che la rivoluzione passa “per la punta del cazzo”, obliqua citazione maoista. Differenze tra le pratiche erotiche dell’estrema sinistra e dell’estrema destra? Beh, i poliziotti prediligono le violenze di gruppo e si eccitano con le scene dei manganellamenti rubate a Fragole e sangue, per il resto tutti praticano sodomie, cum-shot e altre piacevolezze, con le donne, consenzienti o meno, sempre pronte a ululare per l’inaspettato godimento anche quando torturate. Ultima notazione: forse non tutti lo sanno, ma queste brigatiste erano delle ninfomani con esotici tatuaggi e piercing ombelicali già negli anni Settanta. Il film si conclude con una Renault 4 in fiamme. A Budapest, ovviamente: questo Bandinelli è un genio incompreso. (Vhs originale; 5/5/99)

MC0403.jpg198 – Profondo rosso di Dario Argento, Italia 1975

In una Torino-Roma – tra piazze vuote dove si affacciano bar alla Hopper e ville liberty che nascondono atroci delitti – si dipana l’investigazione di un pianista jazz inglese che ha assistito alla furia omicida di un serial killer. Splendida fotografia del grande Kuveiller che grandangola spazi metafisici e inquietanti. Bellissima musica dei Goblin (è accreditato Giorgio Gaslini, ma le genialate non sono sue), scenografie azzeccate, cura del particolare certosina, parti di commedia a sciogliere la tensione iniziale: terrore puro e una continua sfigurazione del volto, ora deturpato, ora bollito, ora spaccato contro uno stipite, ora infilzato da un coltellaccio, infine mozzato. Grande. Rivisto con la cugina Alessandra, piacevolmente terrorizzati. Passando ad altro, momento di televisione sublime: a Predizioni, flop di Mediaset presentato da Papi, il mago Eder parla della sua personale tecnica respiratoria e della “ginnastica cerebrale” che gli permette di creare un vuoto mentale propedeutico al riconoscimento del possessore di particolari oggetti con cui viene a contatto. Sul vuoto mentale non ho dubbi, sul resto un po’. (Vhs da Tele+; 7/4/99)

202 – La polveriera di Goran Paskaljevic, Jugoslavia/Francia 1998

Giudicare questo film mentre si consuma il dramma dei bombardamenti sulla Serbia è difficile. Muta completamente la prospettiva dalla quale guardare La polveriera, il cui sottile humour ironico era stato esaltato dai critici a Venezia. Questa ironia non si percepisce più, al limite si prova compassione per le storie di umana follia dei molti disgraziati che attraversano lo schermo, in una Belgrado senza riferimenti politici, ideali e morali. In una nottata di ordinaria follia, la capitale è sul punto di esplodere: guerra civile, profughi della Krajna e della Bosnia, un dittatore che ha cooptato le opposizioni, i nuovi ricchi, la fine di un regime che si trascina tragicamente, gli intellettuali che si defilano, l’occidente che se ne frega… Paskaljevic fa dire a più riprese ai suoi personaggi che la Serbia di oggi è un “paese di merda”, “il buco del culo di questo pianeta”. La gente dimentica in fretta e non sa a chi dare la colpa (ne vuole prendersela) per ciò che sta accadendo. La disgregazione della Federazione ha lasciato in eredità un frustrante senso di sconfitta e d’isolamento rispetto all’Occidente, accompagnat0 a voglia di rivalsa. I risultati, uniti alla scellerata politica occidentale che culmina nella decisione di bombardare la Serbia, sono davanti a tutti: altri pezzi di Jugoslavia se ne vanno e sempre più sanguinosamente. Questo è quello che ci dice Paskaljevic: accecati dalla guerra, ognuno ha i suoi buoni motivi, tutti ritengono normale difendersi e reagire con la violenza e provare a risolvere così le cose. Un tranquillo borghese diventa una furia se gli tamponano il Maggiolino, due amici si scannano rivelandosi i rispettivi tradimenti, un conduttore di autobus spacca la testa a un occasionale sequestratore… tutto con allarmante immediatezza: stanno rubando la benzina dalle auto, grida un tassista che di suo ha già sfasciato un altro tizio, e tutti escono dalle case pronti a linciare un ragazzo che fugge per altri motivi: siamo tutti su una polveriera e non ce ne rendiamo conto. Gran bel film: probabilmente l’opera più matura del regista, senza la nostalgia un po’ oleografica che affiora in altre sue opere. E se alcune scene possiedono una clamorosa comicità dell’assurdo, è sbagliato prendere La polveriera per una commedia grottesca come certa scorretta pubblicità vuol far credere. Uno dei personaggi, l’attore del Balkan Café, ci ricorda che “per voi è divertente, per me è tragico” e non vedo come si possano avere dubbi di fronte a un film così doloroso e disperante. E aggiungo, la scena che tutti hanno preso per un omaggio a Kusturica, mi sembra più che altro uno sberleffo: come fanno quei due sposini inseguiti dalla banda musicale di zingari a non accorgersi della situazione esplosiva che li attornia? Curiosità da rimbambiti: nel film appaiono centinaia di facce conosciute. Sergej Trifunovic, il reduce (presunto) che sequestra l’autobus, era in Someone Else’s America, Mirjana Jokovic, la ragazza dell’autobus, era ne Il tempo dei miracoli e completava il triangolo di Underground formato da Lazar Ristovski e Miki Manojlovic, anche loro qui presenti. Danil Bata Stojkovic, qui padre di Alex il tamponatore, era anche il “padre” ne Il bagnino d’inverno, Il cane che amava i treni, L’illusoria estate del ’68, era uno dei matti di Trattamento speciale e partecipava pure a Il tempo dei miracoli. Milena Dravic (signora dell’autobus) e Ljuba Taudic (direttore d’orchestra) erano amanti in Trattamento speciale, con lui psichiatra aggressivo. Mirjana Karanovic, qui ex donna di Manojlovic, era in Underground la moglie di Nero… La più bella, però, la vedo per la prima volta: è la splendida Ana Sofrenovic, la ragazza disperata del treno. Questo florilegio di nomi slavi per vantarmi di essere uno dei pochi italiani ad aver visto tutti i film di Goran Paskaljevic, un grande, veramente. (President di Milano; 23/4/99)

206 – Casablanca di Michael Curtiz, USA 1942

Lo vedo con Ferro in un cinema zeppo di cinéphiles barbosi e giovani ignoranti. Il mascherino è palesemente errato, ma di fronte al mito poco importa: questo film non ha un fotogramma di troppo, né una battuta. In sala qualcuno si diverte troppo e commenta ad alta voce, scoppia pure una lite, finché uno spettatore più scocciato degli altri urla un severissimo “ci avete rotto i coglioni!” che chiude la faccenda. Comunque, splendida Ingrid, splendido Bogey e tenerissimo Claude Rains. Molto funzionale tutto il resto, non una sbavatura, scene memorabili a profusione. Per nulla credibile e incredibilmente emozionante. Ma ero piuttosto sentimentale e mi sentivo come il protagonista di Provaci ancora Sam, completamente rapito dallo schermo baluginante, con gli occhi costantemente lucidi per gioia e commozione. In altre parole sono un po’ rincoglionito pure io, ecco. (Ducale di Milano; 18/5/99)

207 – Touch of Evil di Orson Welles, USA 1958

Con Max, Fabbrì ed Elena, all’Anteo di Milano. Di fianco a me una coppia di chiacchieroni che, a giudicare dalle zaffate pestilenziali, è evidentemente reduce da una bruschetta letale. Nonostante una messa a fuoco precaria (urlo di disperazione dalla platea e correzione che dura pochi minuti) il film è sempre bellissimo: concitato, inquietante, barocco, con un Welles cattivo a fin di bene sconfitto dalla mediocrità di un poliziotto integerrimo, bello, pulito e assolutamente insapore. Finisce che l’imponente Hank Quinlan (Tanya/Dietrich: “You’re a mess, honey. You’ve been eating too much candies”) viene ucciso, colpito alle spalle, dal suo ex braccio destro: il suo corpo galleggia nella mondezza di un fiumiciattolo. La Dietrich commenta: “He was some kind of man”. Indubbiamente. Grande Welles, che sceglie sempre punti di ripresa non convenzionali, usa espressivamente il potere deformante del grandangolo, monta il materiale in maniera frenetica oppure distesa, a seconda delle esigenze del copione, in un film che cova tensione in ogni momento. Francamente non ricordo i cambiamenti avvenuti grazie al nuovo montaggio filologico: l’edizione andata in onda su RaiTre anni fa era già vicina alle intenzioni del Maestro. Molto bello. (Cinema Anteo di Milano; 19/5/99)

210 – Face della dilettante Antonia Bird, Gran Bretagna 1997

Mi capita tra le mani e, siccome ne ho letto benino, lo vedo. Ed è l’ennesimo pacco britannico che la critica non ha il coraggio di stroncare come si meriterebbe. La regista si affanna a mostrare locandine di film di Loach per attribuirsi riferimento ideologici e stilistici, poi appiccica un passato movimentista a Carlysle e gli affibbia una storia d’amore di cui noi vediamo solo scambi salivari. Quindi, costruzione psicologica e atmosfera assolutamente false e irritanti. Va bene, ma per raccontare cosa? Di una banda di ladri che si arrabatta nel gelido Regno Unito degli anni Novanta. Ah, bella lì. Estetizzante, furbetto (tra gli attori c’è Damon Albarn, cantante – o così dicono — dei Blur), condito con musica supergiovane che non c’entra nulla, piagato da vistose pause narrative, confuso… almeno Loach ha l’alibi ideologico: è un pasticcione, ma a fin di bene e sa quali messaggi portare allo spettatore. ‘Sta Bird è una cialtrona e Face è un inconsistente esercizio di confezione. Una porcata, insomma. Alcuni fedeli lettori — dope aver letto la recensione di Violent Cop – mi chiedono quale sia il menu prima di andare al cinema. Beh, posso solo dare qualche veloce consiglio perché la digestione, il gusto culinario, i problemi di linea, la dieta ideologica e le eventuali disponibilità casalinghe sono cose troppo personali per intervenire esaustivamente. Ma voglio rivelarvi un segreto: c’è un modo per sentirsi satolli, non ingrassare e poi risultare freschi e lucidi durante la visione del vostro film. Fatevi un brodino: non impegna e riempie, non ingrassa e se dopo il film avete di nuovo fame, in fondo era solo acqua sporca. In fondo il problema è: mangiare qualcosa che non intralci la visione. Cioè qualcosa che non vi faccia pensare alla cena piuttosto che al film. Durante, non bisogna aver fame, né sete, né sentirsi appesantiti. Lasciamo perdere poi reazioni un po’ più distruttive (tecnicamente: lo squaraus). Se poi il film è eccezionale, beh, potreste aver mangiato un montone al peperoncino guatemalteco e non ne risentireste affatto. Se invece il film è una cazzata o è noiosissimo, allora tutte le precauzioni saranno vane: penserete solo a cosa mangiare dopo o a cosa avete mangiato prima. Perché non c’è nulla da fare: la comprensione e l’apprezzamento del cinema passano dall’apparato digerente. (Vhs originale; 29/5/99)

MC0404.jpg212 – Il mucchio selvaggio di Sam Peckinpah, USA 1969

Beh, il film è bellissimo: eroismo, solidarietà virile, viltà, idealismo e poi incursioni nel burlesco, nel sentimentale, riferimenti alle lotte del terzo mondo, impudica misoginia… Peckinpah non è appesantito da convinzioni ideologiche: è spontaneo, sincero e credibile nella confusione che viene fuori. E soprattutto è umano: ritrae con affezione i suoi protagonisti, li asseconda anche quando hanno torto, li apprezza perché sa che sono destinati alla sconfitta. Visivamente, poi, il film è potentissimo: ottimo montaggio, uso espressivo del rallenti e dello zoom, abbondanza di ottiche diverse con un interessante lavoro sulla sgranatura. Gory e io usciamo dal Ducale per cercare i nostri cavalli e veniamo abbordati da due tardone che gli scroccano due sigarette. Fanno un patetico tentativo per attaccare bottone (“Potente il film, eh?”) ma siamo inflessibili e rimaniamo ammutoliti davanti a cotanta sfacciataggine. Ma questo è razzismo estetico perché poco dopo, senza alcun motivo logico, si fa avanti una ventenne che già avevo notato in sala, molto alternativa. E diciamo anche molto gnocca. Si avvicina e guardandomi fisso negli occhi mi chiede di accenderle la paglia che le pende dalle labbra. Eseguo come ipnotizzato mentre lei mi incenerisce con uno sguardo “scopami sul posto”. Vagamente imbarazzato, mi limito a strizzarle l’occhio come un pessimo playboy, balbettando un incoerente “ecco, accesa…” e perdo l’occasione cultural-erotico-guevarista della vita. (Cinema Ducale di Milano; 1/6/99)

(Continua — 4)

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