di Lucio Dalla

LucioDalla.jpg[Da Lucio Dalla, Marco Alemanno, Gli occhi di Lucio (Bompiani, 2008), riportiamo un capitolo in assonanza con le tematiche trattate da Carmilla. Ringraziamo l’amico Lucio per averci gentilmente fatto avere il testo.]

Perché un cantautore come me, dopo aver fatto, scritto tante canzoni che parlano di “domani” e del “futuro”, ha immediatamente accettato di riscrivere Tosca, un’opera pensata e rappresentata in tutti i Paesi del mondo da più di cento anni? Il perché è presto detto: quel “domani” e quel “futuro” che vedo nelle mie canzoni non è mai solo il mio, ma è una storia, una sceneggiatura, un quasi film cantato dove, al posto degli attori, ci siamo tutti noi.
E’ inevitabile che chi scrive canzoni, prima o poi, sogni di scrivere il suo “capolavoro” e se anch’io inciampassi nell’umile presunzione di farlo, comincerei subito a cercare le desiderate parole, le lucide celesti armonie o le acuminate e “stelliche” note, già sapendo però che verrebbe fuori l’ennesima canzone che parla del futuro; solo che per questa ho già il titolo pronto da anni e sarebbe: Il Futuro è un ritardo infinito.

Ve lo traduco in inglese “maccheronico-esperantico” adatto per essere messo sulla copertina e per essere sognato: The Future is an infinitibol delay, e vi dico perché: negli anni ’70, in tutti gli studi di registrazione, si usava uno strumento primordiale chiamato eco che serviva ad allungare le voci e i suoni; oggi è diventato un aggeggio enormemente più evoluto che si è rimpicciolito, tanto da sembrare un virus e che viene chiamato da chi lo usa delay (ritardo, appunto) ma che ha sempre la stessa funzione, quella di allungare teoricamente all’infinito ogni fonte sonora che lo metta in funzione.
Nella patologia della mia immaginazione, io ho sempre trasognato e annusato il futuro così, come se fosse una fortissima eco del passato, un’onda inarrestabile creata dal suono delle cose, i pensieri, le storie, le idee, i fatti e misfatti prodotti al momento della loro comparsa o della loro creazione.
Il palcoscenico di tutto questo potrebbe essere uno strano universo, un qualcosa di creato, acceso e illuminato nello stesso istante e che viene pensato, vissuto e continuato dall’alchimia prodotta dalla somma di tutte le esperienze, le sapienze, o anche dalla chimica di tutti i sentimenti.
Ora, grazie a Tosca di Puccini e al romanzo di Sardou, ma anche grazie a Matrix o a Spielberg, posso immaginare di guidare un’astronave o una qualsiasi macchina del tempo che oltre a trasportarmi qua e là, avanti e indietro negli anni, mi permette di annullare le distanze e i secoli, di ospitare il pubblico, la gente di oggi (un po’ stordita e confusa) che viene a vedere lo spettacolo e di metterla davanti al paradosso di un Napoleone ex rivoluzionario destinato a diventare imperatore mentre tenta di schiacciare una Chiesa che, per difendere il suo dominio sul popolo, non esitava a fare impiccare la gente per le strade e le piazze di Roma.
Ma soprattutto posso immaginare e sentire lo stesso pubblico fremere, commuoversi e indignarsi di fronte a un potere che quando invade i sentimenti, distrugge tutto e tutti gli esseri umani, anche quelli che lo rappresentano, come Scarpia, o quelli che ancora oggi vivono e operano come lui, così, senza pietà per nessuno, neanche per loro stessi e nemmeno per quelli che, come me, sognano il trionfo dell’unico potere che non sarà mai potere ma che è regalo di Dio. L’amore.

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