di Gioacchino Toni

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Blues per l’uomo bianco di James Baldwin e Paura di Richard Wright consentono a Vincenzo Ruggiero di affrontare il modo in cui l’analisi criminologica affronta le minoranze etniche, denunciando chiaramente la sproporzione esistente tra gli studi che affrontano tali comunità in quanto “produttrici di reati”, rispetto al loro ruolo di vittime. La pièce teatrale Blues per l’uomo bianco di James Baldwin mette in scena l’assassinio di un afroamericano da parte di un bianco in una città rigidamente divisa in due mondi paralleli e distinti: Whitetown e Blacktown. L’opera di Baldwin ha il merito di indagare la mentalità che porta all’omicidio e all’assoluzione del colpevole che, appunto, non è percepito dalla comunità bianca in quanto tale.

Sull’onda delle riflessioni consentite da tale pièce teatrale, Ruggiero indaga alcune nozioni della criminologia che si occupa di minoranze etniche. Nella definizione di “violenza razzista” è implicita l’idea che le vittime siano percepite non tanto come individui, quanto piuttosto come rappresentanti di una comunità specifica ben distinta da quella a cui appartengono coloro che commettono tale violenza. La violenza razzista si presenta come parte di un processo di esclusione che vede contrapporsi un “Noi” e un “Loro”.
Dal concetto di violenza razzista deriva, per espansione, la nozione di “crimine d’odio” indicando, in questo caso, quel tipo di conflitti basato principalmente su questioni razziste ed esteso anche a ostilità omofobiche o nei confronti di specifiche confessioni religiose. Alcuni studiosi aggiungono a tale lista anche motivazioni politiche e condotte fondamentaliste derivate da una conflittualità identitaria. Ruggiero segnala, tra i crimini d’odio, quei reati violenti incoraggiati dallo Stato: una sorta di prolungamento illegale di valori propagandati a livello istituzionale. In questo caso risultano davvero gravi le responsabilità “istituzionali” in episodi violenti spesso presentati dai mass media in maniera del tutto isolata dal contesto (e dalle colpe) di chi li ha fomentati.
Nel caso di violenze commesse da gruppi organizzati nei confronti dei migranti, sottolinea l’autore, tali crimini «non vanno attribuiti alla disorganizzazione sociale o alle carenze di legami solidali tra gli individui, ma sono espressione proprio di organizzazione e solidarietà, e si manifestano come risentimento collettivo, anche se perpetrate da minoranze violente, protette, investite nella loro funzione dalla comunità virtuosa che li sostiene». La reazione delle vittime di crimini d’odio può sfociare in un’esasperazione del senso di esclusione in perfetta continuità con gli intenti dei carnefici. Ruggiero sottolinea come l’ampliamento del concetto di crimine d’odio anche a reati commessi da parti socialmente più deboli rispetto alle vittime comporti, rispetto al classico concetto di violenza razzista che implica una certa sproporzione di vulnerabilità tra le due componenti, una sorta di rimozione delle caratteristiche sociali degli attori in causa.
Paura di Richard Wright narra le vicende del giovane afroamericano Bigger. Il protagonista vive la privazione delle merci e dei privilegi dei bianchi come una prigione che lo tiene lontano da tutto ciò ma la sua condotta oscilla tra repressione ed esplosione di impulsi di rivalsa che si traducono in paura. Ed è la paura a renderlo prima un assassino involontario di una ragazza bianca, poi omicida volontario della propria ragazza quando questa si sottrae dall’aiutarlo nel trasformare il primo omicidio in rapimento (che intende poi far ricadere sui “rossi”, altro nemico pubblico della comunità bianca perbene). È pertanto di nuovo la paura (di essere denunciato) che lo spinge al secondo omicidio e questa spirale di violenza che non riesce più a controllare lo porta in tribunale ove l’avvocato che lo difende tenta disperatamente di far emergere come a essere processato, più che il suo cliente, dovrebbe essere quel sistema di ineguaglianza che ha fomentato l’odio e la paura che stanno alla base dei suoi crimini.
Il romanzo di Wright permette a Ruggiero di esporre come la criminologia offra diverse spiegazioni circa i motivi che portano alcuni gruppi etnici ad avere a che fare con la giustizia in maniera decisamente superiore ad altri: una maggior propensione delle vittime di reati a denunciare gli appartenenti alle minoranze etniche, l’informazione dei mass media che tende a ingigantire i reati commessi dalle minoranze, legislazioni decisamente orientate dal punto di vista “razziale”.
Alcuni studiosi tendono a leggere l’alto tasso di criminalità presso le minoranze come conseguenza del loro abitare “luoghi devianti” caratterizzati da una forte densità abitativa, da povertà e precarietà. Altri studiosi sostengono che le ragioni dell’alto livello delinquenziale vadano piuttosto individuate nell’esclusione strutturale e nel grado di oppressione percepita.
Ruggiero sottolinea l’esistenza di una vera e propria gerarchia nei costi che il ricorso al crimine comporta: l’attività illecita degli appartenenti a fasce particolarmente disagiate comporta infatti un rischio maggiore rispetto a quello di fasce sociali più benestanti. In altre parole, la violenza a cui possono accedere migranti e minoranze contiene in sé una maggior potenziale autodistruttivo e ciò risulta evidente anche nel romanzo di Richard Wright. Il protagonista afroamericano non può sperare che il suo far ricorso a forme di violenza solitamente patite determini un analoga percezione sociale: la sua “violenza imitativa” produce infatti intensificazione della violenza subita. La vicenda narrata da Wright sembra esplicitare come la “violenza dei violati”, anziché produrre emancipazione, sia autodistruttiva.
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Nell’analizzare Moby Dick di Herman Melville, Ruggiero intende verificare il pensiero dell’autore circa l’impresa economica, i rapporti di potere che la strutturano e la distinzione tra impresa legittima e criminalità dell’economia. Passando in rassegna sommariamente la fortuna critica del romanzo, il saggio si sofferma su alcune interpretazioni che mettono in risalto la posizione di Melville nei confronti dell’impresa economica: alcuni commentatori insistono nel vedere nell’opera una vera e propria apologia dell’individualismo insito nel mito americano della frontiera, altri scorgono invece nel testo una critica a tale logica, un palesare i limiti di tale ossessione per il successo.
A cavallo tra lecito e illecito, le scelte del capitano e dell’equipaggio permettono a Ruggiero di individuare nel romanzo tre distinti concetti di criminalità dell’economia: intrinseco, estrinseco e organizzativo. Nel primo caso il romanzo viene letto come metafora del mercato e del suo contenere intrinsecamente il crimine: le condotte prive di scrupoli dei protagonisti sarebbero dunque dettate dalle caratteristiche intrinseche all’impresa. Il crimine economico non si presenta pertanto come manifestazione di devianza: la violazione delle norme appare come “norma generale” dell’economia.
La presenza in Moby Dick di un “doppio eroe”, il perfido Achab – «il potere nudo della gerarchia» – e l’umano Ismaele — fedele ai «principi della cooperazione e dell’onestà attiva comune» – permette una proiezione del male fuori da se stessi: l’opera di Melville sembrerebbe pertanto riconoscere la necessità della violenza nell’economia e, al tempo stesso, l’esigenza di rimuoverla, celandola attraverso il meccanismo del doppio eroe.
Nel terzo “strato di significato” riscontrabile nell’opera Ruggiero individua riferimenti al “crimine di organizzazione”: l’organizzazione che compie l’impresa descritta dal romanzo vede coesistere propositi ufficiali (normativi) e altri di natura illegittima (operativi). La conflittualità tra “finalità nominale” e “condotta illegale” parrebbe risolversi per le imprese e le organizzazioni in meccanismo di innovazione.
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Nel caso delle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull di Thomas Mann, la disamina parte dalla constatazione di come Felix Krull e i Buddenbrook, del romanzo giovanile dello stesso autore, rappresentino aspetti complementari e fondanti dell’individualismo capitalista descritto da Max Weber: il primo ne incarna l’opportunismo e i secondi il convenzionalismo. «I ciarlatani e gli uomini d’affari posseggono simili caratteristiche picaresche, e Thomas Mann sembra suggerire che, oltre a ‘lavoro, preghiera e risparmio’, il successo necessita anche di piacere, inventiva e pazzia». Felix stesso è comunque un personaggio ambivalente, irriverente e allo stesso tempo rispettoso delle convenzioni borghesi, ed è proprio tale “doppiezza” a permettergli di sviluppare innovazioni affaristiche del tutto in linea con l’idea che negli affari, leciti od illeciti che siano, convivono calcolo materiale e desiderio di azzardo, razionalità e capriccio, “tecnologia della ragione” e “tecnologia dell’insensatezza”, per dirlo con la sociologia delle organizzazioni.
La morale del nostro Felix, ma anche quella della “sua gente”, non è scossa dai suoi comportamenti illeciti: tali condotte non vengono nemmeno sanzionate in quanto appartenenti a quella che Edwin Sutherlan definisce “criminalità dal colletto bianco”. Ruggiero sottolinea anche come il protagonista ricorra a quelle che la sociologia della devianza definisce “tecniche di razionalizzazione”: ad esempio, negando l’esistenza della vittima, il reo assolve la propria condotta.
L’uomo che corruppe Hadleyburg di Mark Twain narra di come un’idilliaca cittadina, Hadleyburg, che si vuole fondata sull’onestà di tutti i suoi cittadini, venga messa in crisi da un forestiero che decide di svelare ai cittadini come la corruzione non manchi affatto, ma sia stata soltanto tacitamente celata ad arte. La caduta della pietra angolare che “tutto teneva” svela improvvisamente come i comportamenti illeciti non fossero percepiti come tali in quanto ritenuti vantaggiosi per l’intera comunità e, nel momento in cui si offre l’occasione di un’azione immorale che offre un vantaggio individuale, o ristretto, ecco il crollo del castello menzognero e con esso di quella rete di interessi incrociati che stabilizzava l’intera società.
L’evento introdotto dal forestiero sancisce il passaggio da una “corruzione endemica” ad una “corruzione distruttiva”. Al contrario delle ipotesi sociologiche che legano la scomparsa della corruzione allo sviluppo, nel racconto di Twain emerge come sia lo sviluppo a necessitare di corruzione. Dal romanzo emerge anche come la corruzione sia un comportamento illegale socialmente differenziato: i più abbienti hanno maggiori possibilità di «neutralizzare gli effetti negativi della loro condotta». L’analisi di Ruggiero si sofferma poi sull’articolazione e sulla quantificazione dello “scambio corrotto” introducendo le tesi di diversi studiosi.
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Negli ultimi capitoli del saggio, l’autore offre un’analisi critica della pena detentiva e della giustizia criminale. La trattazione prende il via con una breve rassegna di come le carceri siano state al centro di diversi classici della letteratura e delle posizioni, circa il sistema penale, dei rispettivi autori. Ruggiero sottolinea come in diversi classici della letteratura la descrizione del sistema carcerario oscilli tra una sua ferrea condanna e uno scorgervi un luogo che permette al detenuto di sognare, di «generare effetti spirituali positivi».
Le carceri narrate in tanti classici sarebbero al contempo luoghi di sofferenza e di ascesi. In Dostoevskij, ad esempio, il tormento del carcerato non è dovuto tanto agli orrori della vita carceraria, quanto piuttosto alla difficoltà nel provare rimorso: il carcere, per quanto tremendo, mette il detenuto nella condizione cercare la luce, il pentimento. In Stendhal il ricorso a luoghi quieti e austeri, come le carceri, appare addirittura indispensabile al raggiungimento della felicità più piena. In tali casi il sistema carcerario non appare tanto come vendetta attuata dalla giustizia nei confronti dei rei, quanto piuttosto viene letto come possibilità di redenzione.
In Victor Hugo il carcere è inteso come idea e non come luogo: è la condanna all’eterno presente, alla mancanza di sviluppo temporale. Nell’Ultimo giorno di un condannato, Hugo «dimostra come l’ossessione del carcere si trasformi nel carcere dell’ossessione, come la cella diventi un pensiero, e come i detenuti rinchiudano il carcere in sé piuttosto che essere da questi rinchiusi». Nei Miserabili si palesa come l’autore si scagli contro ogni tipo di punizione detentiva ritenuta fonte di perpetuazione del delitto stesso e non certo sua risoluzione. I reati dei recidivi sono pertanto, secondo il romanziere, da addebitare alla stessa società che, attraverso il sistema penale, li ha in realtà fomentati. Ruggiero indaga come il protagonista del romanzo, Jean Valjean, consapevole della sproporzione della pena rispetto al reato a cui è stato “indotto”, debba ricorrere a forme di neutralizzazione della degradazione a cui mira la detenzione.
Sull’onda degli studi di Gresham M. Sykes, uno dei padri della sociologia del carcere, è possibile notare come il personaggio descritto da Hugo, per autodifesa, tenda a “rifiutare chi lo rifiuta”, dunque, pian piano, inizi a maturare un sentimento di odio nei confronti dell’intera società. La pena detentiva non solo, secondo il romanziere, non ha alcun successo negli scopi di riabilitazione e rieducazione che si propone, ma sortisce l’effetto opposto: il carcere viene esplicitamente accusato di essere in realtà uno strumento di formazione del crimine. Inoltre, nel romanzo viene esplicitato come delinquenza e pena abbiano connotazioni sociali. Insomma, Hugo, suggerisce Ruggiero, sembra davvero anticipare i riduzionisti e gli abolizionisti in materia penale e pare «aderire a un’idea conflittuale dell’istituzione penitenziaria e a una nozione simile di criminalità».
Nel Giardino dei supplizi di Octave Mirbeau, Ruggiero individua invece elementi che rimandano a principi durkheimiani: la detenzione appare come strumento volto a rafforzare la coscienza collettiva. Le nefandezze del carcere, in altre parole, non servono a redimere i detenuti, quanto piuttosto a confermare l’ordine morale degli spettatori, cioè la restante parte della società. Dall’analisi dell’opera-denuncia di Mirbeau emerge come la pena detentiva, oltre al rafforzamento del senso di comunità tra i non carcerati, svolga la funzione di rivestire «di modalità legittime il nostro desiderio di infliggere sofferenza».
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Nell’ultimissimo capitolo, l’analisi delle posizioni espresse da Alessandro Manzoni, nel suo Storia della colonna infame, permette a Vincenzo Ruggiero di affrontare tematiche che toccano da vicino anche i giorni nostri: la creazione del capro espiatorio, il ricorso alla tortura, i crimini di Stato ecc. Nella sua opera, Alessandro Manzoni, pur riprendendo buona parte del suo apparato documentario da Osservazioni sulla tortura di Pietro Verri, adotta, nei confronti dell’apparato giudiziario, posizioni differenti rispetto a quelle dell’intellettuale settecentesco. Osserva Ruggiero che mentre Verri, da illuminista, si scaglia contro l’intero apparato penale, Manzoni tende a concentrare la sua critica soltanto sulla “disinvoltura” investigativa e sul ricorso “a sproposito” a metodi particolarmente crudeli e “innovativi”, ma evita di contestare nel complesso il sistema giudiziario. È la “verità” ricostruita maldestramente e cinicamente dai giudici a essere criticata, non certo «la loro legittimità a perseguirla attraverso l’uso della tortura».
La questione dell’“errore giudiziario” riguarda assai da vicino anche la contemporaneità; gli organi investigativi non mancano di ricorrere a meccanismi di falsificazione allo scopo di avvalorare ricostruzione tanto aprioristiche quanto arbitrarie e tutto ciò incide notevolmente sulla condotta degli interrogatori e sulle eventuali confessioni rese. «Tuttavia, la deroga dai principi etici viene spesso giustificata da chi ne è artefice, segnatamente investigatori e giudici, con accuse oblique rivolte ai legislatori, i quali vengono ritenuti incapaci di comprendere i problemi concreti (…) Trasfigurare l’etica professionale, insomma, diventa prerequisito dell’efficacia». La vaghezza o l’ambiguità della giurisprudenza sembrerebbero essere alla base del “diritto all’arbitrarietà” rivendicato dai giudici di cui narra Manzoni e di epoca ben più recente.
L’analisi del ruolo della confessione nell’opera manzoniana permette poi a Ruggiero, sull’onda di quanto sostenuto dallo stesso Verri, di sottolineare come i sistemi di giustizia criminale fatichino ad abbandonare «l’odio teologico sul quale si costruiscono»: superstizione, oscurantismo e violenza risultano davvero duri a morire e forse, conclude Ruggiero riprendendo Franco Cordero, allargando il ragionamento ai crimini di stato, la discrezionalità e il suo corollario di “disposizioni speciali d’emergenza”, «rappresentano il prezzo che stiamo ancora pagando per la trasformazione della “Chiesa della speranza” in “Chiesa del diritto”».

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