asce_thumb.jpgIl 3 maggio torna in libreria, aggiornato con una Premessa 2005 e una lunga postfazione, un libro che, rispetto ai conati revisionisti di questi anni, equivale a un antiemetico: Asce di guerra, il romanzo scritto da Wu Ming insieme a Vitaliano Ravagli, è trasmigrato in Einaudi e tra pochi giorni sarà sugli scaffali di tutte le librerie italiane. Qui la sezione del sito di Wu Ming dedicata ad Asce di guerra, ricca di extra e materiali complementari al testo. Dal quale estraiamo e pubblichiamo il secondo prologo, che si intitola

COLUI CHE RIMANE SVEGLIO QUANDO TUTTI DORMONO

Quanti nomi ha avuto? E quante vite?

Nasce Nguyen Sinh Cung, nella provincia di Nghe Tinh, Vietnam centrale, Indocina francese. E’ l’anno 1890.
La sua è una terra arida, povera e sovrappopolata, in balìa di tempeste e tifoni. Sui suoi abitanti circola una storiella, quella del “pesce di legno”: quando un uomo dello Nghe Tinh si mette in viaggio per cercare lavoro, porta con sé un pesce finto. Nelle locande può permettersi appena una ciotola di riso e una scodella di salsa nuoc-mam, e per non sembrare troppo povero infila il pesce nel condimento. Inoltre, il legno si impregna di salamoia, e durante la marcia lo si può succhiare per placare la fame.

Il padre di Cung, Nguyen Sinh Huy, è una strana figura di scapigliato indocinese: fa innumerevoli mestieri, dal guardiano di bufali al garzone di fattoria, finché non supera un concorso e diventa maestro di scuola. Nel 1905 diventa segretario al ministero dei riti, al palazzo imperiale di Hué. Più tardi viene promosso a sottoprefetto di Binh Khe, ma odia entrambi gli incarichi. E’ frequente sentirlo inveire contro i Mandarini. Ostenta un tale disprezzo per la classe dei notabili che i francesi decidono di destituirlo.
Trascorrerà il resto della vita vagabondando per l’Indocina, tornerà a fare il supplente, ma s’improvviserà anche medico e scrivano pubblico. Un uomo libero e rispettato. In tarda età, gli amici più giovani lo chiameranno “Zio”. Morirà nel 1930, in una pagoda della Cocincina occidentale.
Ci sono cose che passano di padre in figlio come per un magico travaso. L’uomo dai mille nomi eredita il carisma, la propensione alla vita errabonda, l’odio per colonialisti e collaborazionisti e, non ultimo, un soprannome.

Al compimento del decimo anno, Huy ribattezza il proprio figlio “Nguyen Tat Thanh”. E’ un’usanza comune, in Vietnam.
Thanh compie gli studi in un clima di rancore e tensione: sono gli anni delle corvées obbligatorie, gli uomini vengono prelevati a forza dai villaggi per lavorare alla strada Hué-Vinh. Molti disertano, la sua famiglia ne nasconde parecchi. Sono anche anni di rivolte nazionaliste represse nel sangue.
A ventun anni Thanh è a Saigon, dove s’imbarca come fuochista e cuciniere su una nave da carico francese, la Latouche Tréville. Dice di chiamarsi “Van Ba”. Nei due anni di servizio, fa scalo a Orano, Dakar, Diego Suarez, Porto Said, Alessandria… In tutte queste città, i colonialisti si comportano come in Indocina. Per la prima volta, Ba percepisce i limiti del nazionalismo e la “dimensione globale” (si direbbe oggi) del problema.
Nel 1913 fa scalo a San Francisco, poi a Boston. A Brooklyn si ferma per quasi un anno. Constata che agli immigrati cinesi di Harlem, con cui discute in cantonese, sono garantiti gli stessi diritti degli altri cittadini americani. Fino alla morte, proverà un sentimento ambivalente nei confronti degli States, paese di grandi tradizioni democratiche eppure potenza militarista e imperialista.
Alla vigilia della prima guerra mondiale è a Le Havre, dove abbandona per sempre la vita marittima. Perde un po’ di tempo bighellonando e facendo il giardiniere, poi attraversa la Manica e si stabilisce a Londra.

Nella nebbiosa metropoli in cui fu esule Marx, Thanh frequenta socialisti e nazionalisti irlandesi. Aderisce al Lao Dong Hoi Ngai (“lavoratori d’oltremare”), un’organizzazione clandestina di radicali asiatici. Fa lo spalaneve, poi lo sguattero, infine l’aiuto-cuoco all’Hotel Carlton. Lo chef, il grande Georges Auguste Escoffier, lo promuove al rango di pasticcere.
Presto si accorge che se rimane a Londra non può far niente per il proprio paese. Deve entrare nel ventre della bestia, dove vivono più di centomila immigrati vietnamiti.
Nel 1917, pochi giorni prima della Rivoluzione d’Ottobre, il figlio dell’ex-guardiano di bufali arriva a Parigi col nome di Nguyen Ai Quoc (“Nguyen il patriota”).
La sua vita sta per cambiare per sempre. Lavorando come ritoccatore di fotografie campa a stento, ma che importa? Si trova nella Parigi dei dadaisti, capitale culturale dell’occidente, dove va scoprendo le tradizioni umaniste, socialiste e rivoluzionarie del popolo che credeva suo nemico. Dunque i francesi non sono tutti capetti e gendarmi! Legge i libri di Hugo e Zola, frequenta socialisti e radicali, diventa amico del futuro premier Léon Blum.

giovaneho.jpgNel 1920 nasce il Partito Comunista Francese: Quoc vi aderisce. Ha intuìto che dall’Unione Sovietica va partendo un’onda sismica, quella che in poco più di quarant’anni travolgerà gli imperi coloniali.
Su L’Humanité del 28 dicembre 1920, compare la fotografia di un orientale glabro e spettinato, costretto in un abito scuro, garrotato dal nodo della cravatta su un colletto troppo inamidato. E’ una scena del congresso di Tours, dove si è consumata la scissione tra socialisti e comunisti. Quoc è l’unico in piedi. Intorno a lui tutti, ma proprio tutti, hanno barba e baffi. Come per schernire l’uomo dai molti nomi, il giornale lo chiama “Nguyen Ai Quai”! Il resoconto stenografico del congresso lo indica semplicemente come “il delegato dall’Indocina”.

Nei sei anni che trascorre a Parigi, Quoc diventa un formidabile libellista e propagandista. Scrive per L’Humanité (quotidiano del PCF) e con altri comunisti d’origine asiatica e africana pubblica il mensile Le Paria — Tribune du prolétariat colonial.
I suoi aforismi e paradossi fulminano il lettore: «La figura della giustizia ha avuto un viaggio tanto difficile dalla Francia all’Indocina che ha perso tutto ad eccezione della spada.»
Ovviamente, Le Paria attira l’attenzione della polizia, più precisamente dell’ispettore Louis Arnoux, dell’appena istituito servizio di vigilanza degli immigrati indocinesi. Quando i due si incontrano in un piccolo caffè vicino all’Opéra, Nguyen Ai Quoc è già una figura semi-mitologica, sfuggente: il suo nome è sulle labbra di tutti gli immigrati dalle colonie. Arnoux, che nutre una profonda ammirazione per quel trentenne magro dai modi gentili, chiede al ministro delle colonie Albert Sarraut di concedergli un’udienza. Sarraut si rifiuta e si dice convinto che Nguyen Ai Quoc non esista.

«Negli anni 1926, 1927, le imprese di Nguyen Ai Quoc, che passavano da bocca a orecchio, costituivano per la nostra avida giovinezza i più bei soggetti di esaltazione […] Alcuni amici parlavano con un entusiasmo senza limiti del nostro eroe che stampava a Parigi il giornale ‘Il Paria’ e viveva una vita disseminata di tranelli in qualche altro paese straniero. »
Questo scriverà il generale Vo Nguyen Giap, comandante-in-capo delle forze rivoluzionarie vietnamite. Negli anni a cui si riferisce, il suo eroe si trova tra Cina e Unione Sovietica. Arriva a Mosca alla fine del 1923. Sono le ultime settimane di vita di Lenin. Qui incontra Stalin, Trotzkij, Bukharin, Radek, Zinoviev, Dimitrov, Thälmann… A tutti rimprovera scarsa sensibilità per i problemi delle colonie, e in particolare del sud-est asiatico. Si fa chiamare Linh, l’ennesimo pseudonimo.
Linh ha il suo momento di gloria partecipando al quinto congresso dell’Internazionale Comunista (giugno-luglio 1924). E’ forse l’ultima volta in cui il “Komintern” ha piena libertà di opinione. Lo stalinismo è dietro l’angolo, ma i delegati non possono saperlo e discutono del futuro con passione.
Nei suoi due interventi, Linh è molto polemico col suo stesso partito, il PCF, che “non fa assolutamente niente in campo coloniale” e il cui organo ufficiale presta maggiore attenzione alle imprese sportive che a denunciare le condizioni dei contadini nelle colonie. Dopo alcune stoccate sarcastiche, cifre alla mano, lancia accuse contro l’espropriazione dei contadini e la complicità dei missionari cattolici con gli imperialisti. Conclude dando per “imminente” la sollevazione delle masse rurali nelle colonie, a cui “mancano solo l’organizzazione e i dirigenti”. E’ compito dell’Internazionale Comunista fornire loro l’una e gli altri.
Un discorso di impressionante lungimiranza: manca ancora un quarto di secolo alla vittoria di Mao Zedong in Cina, e sono lontanissimi i discorsi sulle “campagne del mondo” che devono “accerchiare le città”. Forse proprio grazie a questo intervento, alla fine dell’anno lo mandano in Cina come interprete e segretario personale di Mikhail Borodin, consigliere sovietico del leader nazionalista Chiang Kai Shek, il cui Guomindang (“Partito Nazionale”) è ancora alleato dei comunisti nella guerra contro i signori feudali.

Nel gennaio 1925 Linh arriva a Canton col nuovo nome di “Ly Thui”. Fa anche il corrispondente per un’agenzia di stampa sovietica. I suoi dispacci sono firmati “Lou Rosta”.
A Canton vivono molti esuli politici vietnamiti, alcuni molto giovani e affascinati da metodi terroristici. Pochi mesi prima dell’arrivo di Ly Thui, un giovane rivoluzionario ha attentato alla vita del governatore generale dell’Indocina, in visita diplomatica a Canton, scagliando una bomba contro la sua auto. L’uomo dai mille nomi contatta questi cospiratori, tiene loro corsi di marxismo e inizia a pubblicare il giornale Thanh Nien (“Gioventù rivoluzionaria”).
E’ forse il primo, vero passo verso la fondazione del Partito Comunista Indocinese.
Ma la gamba che lo ha compiuto inciampa nel tradimento: è la primavera del 1927 quando Chiang Kai Shek rompe l’alleanza coi comunisti e soffoca nel sangue lo sciopero generale di Shanghai.
Ly Thui si precipita a Mosca, ma il Komintern non ha grossi incarichi da affidargli. Trascorre un anno girando per l’Europa, lo avvistano a Berlino, in Svizzera, addirittura in Italia. Rimette anche piede a Parigi col nome di “Duong”.

Alla fine del 1928, l’uomo dai mille nomi si trova a Bangkok. Ha la testa rasata e veste la tunica gialla dei monaci buddisti. Fa proselitismo tra i bonzi con una sintesi di buddismo e nazionalismo pan-asiatico. Nei templi diffonde una visione del mondo dialettica, una totalità armoniosa che rigetta un solo corpo estraneo: il potere colonialista. Forse risale a questa spinta l’effetto-valanga dell’opposizione buddista ai governi-fantoccio dell’area, che avrà il suo più alto momento simbolico nel 1963, coi roghi di monaci a Saigon.
Qualche mese più tardi, nelle province nordorientali del Siam, si sente parlare di un certo “padre Chin”, un comunista vietnamita che si spaccia per monaco proveniente dalla Cina. Padre Chin contatta la comunità degli espatriati vietnamiti e riprende i fili della cospirazione.

A partire dal 1929 il Vietnam è scosso da scioperi operai, insurrezioni, repressione. L’aviazione francese arriva a bombardare interi villaggi. L’uomo dai mille nomi capisce che è tempo di fondare un partito comunista unitario, riconciliando i diversi gruppi marxisti clandestini. Il Partito Comunista Indocinese viene fondato sugli spalti di uno stadio di calcio a Hong Kong, durante una partita. E’ il febbraio 1930. L’uomo dai mille nomi resta nella colonia britannica col nome di “Tong Van So”.
Nel 1932 la polizia di Hong Kong arresta “il noto agitatore Nguyen Ai Quoc”. A segnalarne la presenza in città sono stati i servizi segreti francesi nella persona di Louis Arnoux, l’uomo che da anni ne segue le tracce e un giorno si sentì dire che aveva parlato a un fantasma.
Un avvocato locale ottiene il rilascio su cauzione. Quoc fugge in Cina e fa diffondere la notizia della propria morte per tubercolosi. L’annuncio viene dato dalla stampa sovietica e ripreso dai giornali francesi. Le autorità francesi chiudono la pratica per decesso del sorvegliato. A Mosca gli studenti indocinesi tengono una veglia funebre.

Per buona parte degli anni Trenta l’uomo che danno per morto vaga tra URSS e Cina, usando tutti i mezzi di locomozione immaginabili. Si dice che abbia relazioni con donne russe e cinesi, ma il suo chiodo fisso rimane l’indipendenza del Vietnam.
I viaggi di questi anni intaccano la sua salute: i polmoni perforati dalla tisi, l’intestino squassato da una dissenteria amebica, il corpo tremante a causa della malaria.

Nel 1939 la repressione decapita il Partito Comunista Indocinese. I dirigenti, tra cui Vo Nguyen Giap e Pham Van Dong, devono riparare in Cina, dove la pressione popolare ha costretto Chiang Kai Shek a una nuova alleanza coi comunisti.
Scrive Giap: «Si era in giugno, il mese della piena estate a Kunming. [Un compagno] mi invitò a una passeggiata verso il lago di Thun Ho […] Noi camminavamo a passi lenti lungo la riva, quando un uomo d’età matura, vestito all’europea, con un cappello di feltro grigio si avvicinò a noi. [Il compagno] fece le presentazioni: “Il compagno Vuong.”. Era lui, Nguyen Ai Quoc. Confrontandolo con la famosa fotografia di vent’anni prima, mi sembrò più vivace, più all’erta, benché sempre così magro. S’era lasciato crescere la barba […] Un dettaglio mi colpì, e non l’ho mai dimenticato: parlava con l’accento del Vietnam centrale. Non avrei mai creduto che potesse conservare tale accento dopo una così lunga assenza. »

Nel 1940 i tedeschi occupano la Francia. I loro alleati giapponesi fanno lo stesso con l’Indocina. Non solo: spazzano via gli inglesi dalla Malesia e gli olandesi dall’Indonesia. Annientano le forze statunitensi nelle Filippine. Una potenza asiatica travolge i colonialisti occidentali.
L’uomo che danno per morto evita l’errore ideologico di molti nazionalisti dell’area, e si guarda bene dall’appoggiare i giapponesi, che sono sì asiatici ma pur sempre fascisti: guarda invece con attenzione agli Alleati, che nell’estate del 1941 sottoscrivono la Carta Atlantica, con l’impegno di “ristabilire i diritti sovrani e l’autogoverno dei popoli che ne sono stati privati con la forza”.
E’ ovvio che Churchill e Roosevelt si riferiscono solo ai popoli bianchi d’Europa, ma è comunque una pezza d’appoggio.

Nel frattempo, spacciandosi per il giornalista cinese Ho Quang, l’uomo che danno per morto rientra in Vietnam dopo trent’anni di assenza. Chissà se pensa a quel giorno del 1911, il porto di Saigon che s’allontana, e il cuoco della Latouche Tréville che lo mette a pelare patate.
Si ferma a Pac Bo, nella regione Nung, a ridosso della frontiera con la Cina, dove i comunisti hanno deciso di fare base. Ci sono anche Giap e Pham Van Dong. Tutti vivono in capanne e caverne. L’ex-pasticcere del Carlton ne sceglie una scavata in una montagna di roccia calcarea. Proprio di fronte, scorre un ruscello. Ribattezza la montagna “Karl Marx” e il ruscello “Lenin”.
Per un anno indosserà l’abito azzurro dei montanari Nung, lavorando senza sosta alla propaganda anti-giapponese e anti-colonialista.
Su queste montagne nasce la Lega per l’Indipendenza del Vietnam, con lo scopo di riunire “patrioti di tutte le età e di tutte le classi: contadini, operai, commercianti e soldati.”
Il nome originale è: “Viet Nam Doc Lap Dong Minh”.
Passerà alla storia col nome abbreviato di Vietminh.

Nel luglio del 1942 l’uomo che danno per morto decide di tornare in Cina, per ottenere l’appoggio di Chiang Kai Shek contro gli invasori giapponesi, e per riallacciare i legami col partito comunista cinese e, attraverso di esso, con Mosca.
Appena varcata la frontiera, viene arrestato insieme alla sua guida. Seguono tredici mesi di durissima prigionia, con marce forzate da un carcere all’altro, quaranta-cinquanta chilometri al giorno con le catene ai piedi, tormentato dalla scabbia, nello stomaco solo una manciata di riso. Nelle pause scrive un diario in versi, in tutto un centinaio di poemetti nel mandarino classico dell’epoca Tang (VI-IX sec. d.C.): «Le guardie mi trascinavano / portando in spalla un maiale. / Il maiale si porta, / l’uomo si tira al guinzaglio. »
Nel frattempo i compagni lo credono morto. Una morte dentro l’altra.

Giap: «Qualche mese dopo, ricevemmo un giornale spedito dalla Cina. Sulla fascia, i caratteri d’una scrittura che conoscevamo bene: “Ai miei cari amici. Buona salute e coraggio nel lavoro. Sono in buona salute.” Seguivano questi pochi versi:
“Le nubi abbracciano i monti, / i monti stringono le nubi. / Come uno specchio / che nulla offusca, / il fiume scorre con acqua limpida. / Sulla cresta dei monti / vento dell’ovest. / Io vado solo / col cuore che palpita. / Scrutando il cielo lontano / penso ai miei compagni.”
Eravamo ebbri di gioia, ma non per questo meno sbalorditi. Ci guardavamo in volto, ci chiedevamo l’un l’altro: “Che vuol dire? Com’è possibile?” e assillavamo di domande il compagno Cap, che ci aveva portato la triste notizia. “Non ci capisco niente nemmeno io”, ci rispose lui. “Il governatore cinese mi aveva detto testualmente che era morto.” “Cerca di ricordare esattamente quel che ti ha detto.”
Ho_Chi_Minh.jpgCap ripeté le parole precise del governatore e tutto ci divenne chiaro. Il nostro compagno aveva confuso gli accenti tonici e aveva scambiato le parole “Chu leu, chu leu” (bene, bene) per “su leu, su leu” (già morto, già morto).
Ma quali lunghi mesi d’angoscia e di dolore ci aveva causato quel maledetto equivoco!»

Alla fine del 1943, uscito di galera, l’uomo scampato all’inferno adotta un nome cinese.
E’ l’ultimo nome della sua vita. Quello con cui lo conosceranno in tutto il mondo.
Significa “portatore di luce”.
Quando, nel 1945, un ufficiale del servizio informazioni di Cao Bang telegraferà a Parigi che il “portatore di luce” altri non è che il famigerato Nguyen Ai Quoc, un funzionario di rue Oudinot s’affretterà a rispondere: «Chi è quel pazzo che ci manda una simile informazione? Lo sanno tutti che Nguyen Ai Quoc è morto a Hong Kong tra il 1931 e il 1935!»

Uno spettro.

Ho Chi Minh.