social – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sun, 15 Mar 2026 21:00:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Il Joker e il suo doppio. Note a proposito di un film incompreso https://www.carmillaonline.com/2026/02/27/il-joker-e-il-suo-doppio-note-a-proposito-di-un-film-incompreso/ Fri, 27 Feb 2026 21:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90476 di Sandro Moiso

Mentre il primo Joker di Todd Phillips (2019) aveva riscosso un più che meritato successo di critica e di pubblico vincendo anche il Leone d’oro alla 76ª Mostra del cinema di Venezia, il secondo, Joker: Folie à Deux (2024), dello stesso regista e con lo stesso straordinario interprete (Joaquin Phoenix), cui si è aggiunta la presenza di Lady Gaga, non ha suscitato la stessa attenzione ed è stato troppo spesso liquidato come film non riuscito o, peggio ancora, come musical noioso o irrisolto. Eppure, eppure…

Todd Phillips, prima del film dedicato al miglior (o peggior?) “villain” prodotto [...]]]> di Sandro Moiso

Mentre il primo Joker di Todd Phillips (2019) aveva riscosso un più che meritato successo di critica e di pubblico vincendo anche il Leone d’oro alla 76ª Mostra del cinema di Venezia, il secondo, Joker: Folie à Deux (2024), dello stesso regista e con lo stesso straordinario interprete (Joaquin Phoenix), cui si è aggiunta la presenza di Lady Gaga, non ha suscitato la stessa attenzione ed è stato troppo spesso liquidato come film non riuscito o, peggio ancora, come musical noioso o irrisolto. Eppure, eppure…

Todd Phillips, prima del film dedicato al miglior (o peggior?) “villain” prodotto dall’immaginario della DC Comics, si era dedicato quasi esclusivamente al genere commedia, con cui aveva raggiunto una certa dose di celebrità e successo di cassetta con film quali Una notte da leoni (The Hangover, 2009) e i successivi Una notte da leoni 2 e 3 (2011 e 2013), oppure Parto con il folle (Due Date, 2010), anche se alcune sue sceneggiature – come ad esempio quella di Borat: studio culturale sull’America a beneficio della gloriosa nazione del Kazakistan (Borat: Cultural Learnings of America for Make Benefit Glorious Nation of Kazakhstan), per la regia di Larry Charles nel 2006 – avevano già fatto intravedere una certa sua attenzione alla critica sociale e culturale della nazione americana e dei suoi valori.

Con il successivo Trafficanti (War Dogs, 2016) Phillips tinge di nero e realismo una commedia basata su una storia vera pubblicata sulla rivista «Rolling Stone» a proposito dei contratti, e delle susseguenti truffe, di due trafficanti d’armi, David Packouz e Efraim Diveroli, incaricati di rifornire le truppe statunitensi in Iraq. Dalla critica ironica del commercio illegale di armi e delle politiche americane in Medio Oriente alla rivisitazione del personaggio di Arthur Fleck, alias il Joker, il passo sarà breve e così il regista e sceneggiatore, nato a New York nel 1970, trasforma l’originale nemico di Batman in un individuo solitario, tartassato dalla madre e abusato durante l’infanzia dagli amanti violenti della stessa, che non ha certo bisogno di un antagonista in armatura e calzamaglia nera per scatenare la propria furia omicida e il proprio malessere esistenziale.

Già questo passaggio, contenuto nel primo film, rimette seriamente in discussione un personaggio precedentemente rivisitato da Tim Burton nel suo primo Batman, interpretato da Jack Nicholson nel 1989, e da Christopher Nolan nel suo Il cavaliere oscuro (The Dark Knight, 2008) in cui il ruolo del Joker era interpretato da un buio e tossico Heath Ledger (1979-2008), che sarebbe deceduto prima ancora dell’uscita del film.

Un Joker oscuro, si diceva prima, ben lontano da quello interpretato da Nicholson, ancora legato ad una interpretazione irridente e irriverente del personaggio, e che per questo motivo sarebbe stato sempre critico nei confronti del film di Nolan. Ma non ancora così oscuro e malato quanto quello portato sugli schermi da Joaquin Phoenix. In entrambi i casi, anzi in tutti e tre, fino al primo Joker di Phillips, però, il villain dalla maschera clownesca ha qualcosa del ribelle e del trascinatore di folle. Capace di scatenare il Caos poiché, come afferma quello interpretato da Heath Ledger, sa di essere egli stesso “il Caos”.

Così, non a caso, nelle rivolte reali e successive all’uscita del film del 2019 non fu difficile individuare manifestanti che, in occasioni e aree diverse del pianeta, vestivano i panni del Joker phoenixiano per partecipare alle stesse. Trasformando un Mito in Realtà o, almeno, cercando di riprodurre il Mito nella Realtà1.

Ecco, la novità di Joker: Folie à Deux consiste proprio nel rompere con tutto questo, riportando la maschera al volto reale che da quella è celato, mostrando Arthur Fleck per quello che è, nel suo disagio esistenziale, nella sua follia e nel suo tentativo (impossibile) di ritorno o accesso ad una affettività che gli è stata sempre negata in quanto essere, semplicemente, umano.

Ma per raggiunger e il risultato voluto, il regista deve anche rivisitare la figura di Harleen Quinzel alias Harley Quinn, l’eterna innamorata e complice del Joker già portata più volte sullo schermo, in particolare da Margot Robbie in Suicide Squad di David Ayes (2016), Birds of Prey di Cathy Yan (2020) e The Suicide Squad – Missione suicida di James Gunn (2021).

In Folie à Deux rimane soltanto Harleen Quinzel, ragazza ricca e viziata, che non diventerà mai Harley Quinn, per il semplice fatto che se non esiste davvero il Joker anche la mitomane e intraprendente Harley non può esistere. Lady Gaga dà così vita e volto a una giovane donna che non comprende la realtà e che, anzi, vorrebbe trasformarla secondo le logiche di un film, quello sul Joker che ha visto, a suo dire, prima «venti volte», ma in realtà, messa alle strette da Arthur, «quattro o cinque».

Il Mito, nel secondo film sul Joker di Phillips, esce di scena e non lascia altro spazio se non alla pietà per chi è rinchiuso in un circuito carcerario e manicomiale, l’orrido Arkham Asylum di lovecraftiana memoria, che non serve a curare o redimere, ma soltanto ad umiliare, torturare psicologicamente e fisicamente, fino ad uccidere, chi vi è rinchiuso. Soprattutto quando costui, in questo caso Arthur Fleck, cerca di ritrovare un senso e una minima dignità nella propria vita, che non sia soltanto frutto di una maschera carnevalesca e dei suoi crimini efferati.

Arthur Fleck, illuso e allo stesso tempo risvegliato dal rapporto con la solo apparentemente folle Harleen, scopre, poco per volta e soprattutto attraverso l’inganno, il bambino impaurito che ancora si cela nel suo corpo scheletrico. Corpo che di per sé diventa simbolo di ogni sofferenza umana e infantile legata alla fame, non soltanto di affetto, alla violenza o alla reclusione nei differenti aspetti che l’universo concentrazionario può assumere: dal carcere al manicomio fino ai campi di concentramento o alle rovine di Gaza.

Ma corpo reale ed origine dello stesso non interessano nemmeno agli estimatori del Joker che vedono in lui solo il potenziale simbolo di una rivolta che non può, però, essere soltanto sinonimo di violenza. Anche Harleen non vede e non vuole Arthur, vuole il Joker e, proprio per questo, prima di consumare l’unico, frettoloso e insoddisfacente rapporto sessuale che avrà con lui dovrà prima truccarlo con i colori del clown.

I secondini vogliono un uomo sconfitto che, illuso nell’infanzia di essere destinato a portare l’allegria nel mondo, non sa far altro che raccontare barzellette che non fanno ridere. Harleen vuole il criminale spietato e ferocemente ludico; gli ammiratori, che giungeranno ad un eccesso di violenza per liberarlo e risvegliarlo al fasullo se stesso, vogliono il capopopolo, il leader, il volto di cui trasmettere e condividere l’immagine sui social.

E’ un film crudele e spietato quello di Phillips che una critica rinchiusa nei suoi banali moduli interpretativi (commedia, serialità, comics) e un pubblico affamato di superficiali avventure superomistiche (anche se ammantate, come ormai si usa da anni sia in ambito Marvel che DC, di problematicità) non hanno compreso. Troppo lungo per il pubblico del sabato sera e della domenica pomeriggio, troppo intenso per una critica addormentata dai moduli cinematografici del perbenismo in cui van bene le teste mozze e le cascate di sangue oppure la violenza priva di sacralità di Tarantino, ma non la sacralità della sofferenza dell’individuo in cerca di riscatto.

Arthur Fleck cerca infatti il riscatto, non sociale, ma personale e se per far questo dovrà difendersi da solo sapendo che in quel modo gli si apriranno davanti soltanto i corridoi percorsi dai condannati a morte, ben vengano le conseguenze giudiziarie. Arthur, forse per la prima volta cosciente della necessità di una guarigione, cerca di liberare il bambino ferito che è in lui, cerca l’amore che mai nessuno gli ha dato. E che mai nessuno, tanto meno Harleen o i suoi ammiratori, gli daranno, scontando così non tanto i suoi peccati quanto il rifiuto di fornire il modello di un Eroe negativo.

Un film davvero troppo bello quello di Phillps, a partire dal magnifico cartoon iniziale, ricalcato su quelli della serie Looney Tunes già prodotta e distribuita dalla Warner Bros, la stessa società che ha prodotto il film attuale, tra il 1930 e il 1969. Un film dove le scene musicate e cantate rappresentano i sogni di Arthur e in cui, come spesso accade, solo la musica popolare sa dare voce a chi non ha modo di esprimere altrimenti i propri sentimenti. Mentre un immaginario collettivo troppo spesso influenzato dal gioco dei media e dei social, nella ricerca di improbabili modelli esistenziali e “politici”, viene messo irrimediabilmente alla gogna.


  1. Si veda in proposito qui  

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Il sociale scisso dal reale https://www.carmillaonline.com/2025/07/03/il-sociale-scisso-dal-reale/ Thu, 03 Jul 2025 20:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=88804 di Gioacchino Toni

Nicholas Carr, Superbloom. Le tecnologie di connessione ci separano?, traduzione di Francesco Peri, Raffaello Cortina Editore, Milano 2025, pp. 378, € 24,00

Passando in rassegna la storia dei principali mezzi di comunicazione, Nicholas Carr ne mette in luce la funzione politica, il loro agire sulla società e sugli individui incentrando la sua analisi su come, superato un certo livello, la comunicazione attuata attraverso di essi tenda ad alimentare conflittualità piuttosto che dispensare armonia.

L’avvento del telegrafo, che aveva un suo precedente nel sistema postale, è stato salutato come una rivoluzione, ma ad essere realmente tale è stata piuttosto [...]]]> di Gioacchino Toni

Nicholas Carr, Superbloom. Le tecnologie di connessione ci separano?, traduzione di Francesco Peri, Raffaello Cortina Editore, Milano 2025, pp. 378, € 24,00

Passando in rassegna la storia dei principali mezzi di comunicazione, Nicholas Carr ne mette in luce la funzione politica, il loro agire sulla società e sugli individui incentrando la sua analisi su come, superato un certo livello, la comunicazione attuata attraverso di essi tenda ad alimentare conflittualità piuttosto che dispensare armonia.

L’avvento del telegrafo, che aveva un suo precedente nel sistema postale, è stato salutato come una rivoluzione, ma ad essere realmente tale è stata piuttosto la comparsa della radio con il suo offrire a un pubblico disperso geograficamente la possibilità di captare quanto trasmesso dall’emittente nello stesso momento e azzerando il tempo di latenza.

Se a lungo la comunicazione si è data attraverso una pluralità di mezzi distinti, la convergenza permessa dalle nuove tecnologie non ha soltanto spazzato via la settorializzazione normativa e comunicativa, ma anche

ogni discrimine tra le diverse forme di informazione (diverse rispetto alla forma, al registro, al senso, al valore posizionale): una varietà che la vecchia architettura epistemica invalsa nel mondo analogico tendeva a conservare, anzi, accentuava addirittura. I contenuti subiscono un collasso gravitazionale: convergono, tendono all’indistinzione, come attesta peraltro lo stesso utilizzo di un termine generico e vago come “contenuto” (p. 87).

Se in un primo tempo l’universo online resta ancora legato a metafore rinvianti ai mezzi di comunicazione fisici tradizionali (pagina, dominio, sito…), con il nuovo millennio le cose cambiano, tanto che le nuove metafore insistono sull’immaginario della fluidità (erogazione, ciclo, flusso, scorrimento…). «Non c’è nulla che dura, sembrano dire. L’interesse è effimero per definizione» (p. 88). Non a caso, l’architettura del News Feed – la selezione algoritmica delle notizie veicolata tramite social – è fondata su una logica algoritmica che seleziona le informazioni in base alla probabilità che hanno di catturare e trattenere l’attenzione degli utenti. «A ogni contenuto è assegnato lo stesso peso semantico, cioè nessun peso. Ciascun elemento è inquadrato dallo stesso contesto semantico, cioè da nessun contesto» (p. 89).

Per il sistema News Feed l’ordine di importanza tra la notizia di un genocidio in atto e una lite all’interno di una coppia di personaggi noti è dato dalla possibilità che hanno queste notizie di catturare l’attenzione dell’utente trattenendolo il più a lungo possibile1. A decidere cosa sia o debba essere di “pubblico interesse” sono i grandi network commerciali che guardano al pubblico non come cittadini ma come clienti.

Nell’ambito dei sistemi di comunicazione, la posta elettronica si è rivelata un fenomeno transizionale, afferma Carr, un raccordo tra la comunicazione analogica e quella digitale. Ben presto, soprattutto tra i più giovani, si è guardato a programmi si messaggistica più spicci e meno formali, incuranti della punteggiatura, disseminati di acronimi e di puntini di sospensione utilizzati per simulare l’informalità della comunicazione verbale tra amici ecc.

Grazie soprattutto ai più giovani, in apertura di millennio la messaggistica da computer è stata soppiantata dagli SMS. Il nuovo stile linguistico introdotto dai messaggini, sostiene Carr, non deriva da ragioni di spazio ma di tempo. È la ricerca dell’efficienza espressiva a creare il nuovo linguaggio e si può dire che la diffusione dello smartphone a partire dagli anni Dieci del nuovo millennio «ha ulteriormente accelerato l’evoluzione simbiotica delle tecnologie, dei linguaggi e del business» (p. 127).

Gli emoij hanno sostituito le emoticon e le app hanno introdotto intuitive funzionalità che permettono di inserire senza “perdere tempo” immagini e video. Con Internet, l’efficienza comunicativa non è più soltanto un obiettivo di ordine tecnologico, ma diviene un «obiettivo sociale» anche quando si tratta di un messaggio intimo.

Agli occhi delle nuove generazioni cresciute comunicando con un linguaggio stringato, la posta elettronica appare non solo un sistema obsoleto ma persino ansiogeno perché presuppone un momentaneo distacco dal flusso comunicativo in cui gli individui si sentono immersi e da cui faticano a sottrarsi. La sintassi, la ricercatezza lessicale e gli stili specifici necessari alla corrispondenza scritta hanno lasciato il posto ad una comunicazione a flusso costante, non meditata né filtrata in quanto l’efficacia comunicativa sembra ormai misurarsi esclusivamente in termini di tempo.

I contenuti hanno subito un collasso gravitazionale, scrive Carr, «ogni cosa si è appiattita sul comune denominatore dello smartphone, anche il discrimine tra comunicazione privata e comunicazione pubblica ha finito per cancellarsi. Lo stile compatto, informale, spesso anche crudo dei messaggini è diventato il paradigma di riferimento del discorso che circola sui social. […] Lo spirito dei messaggini ha permeato la sfera pubblica» (p. 131).

Se tale tipo di comunicazione è necessario per non soccombere al flusso ininterrotto entro cui si gravita, il prezzo da pagare, scrive l’autore, «è la rinuncia alla profondità ed al rigore. Quando il linguaggio è costantemente rivolto all’esterno smette di essere uno strumento per riordinare i pensieri, per ragionare in modo autonomo, e si riduce a un sistema di reazione al pensiero altrui» (p. 132). Dunque si procede per giudizi immediati dettati soprattutto dall’emotività, non essendoci tempo (né desiderio) di meditare e rispondere in maniera più ponderata ed argomentata. Se il pensiero rapido/emotivo rappresenta il lubrificante per la macchina delle reti di comunicazione, quello lento/ponderato ne rappresenta l’attrito, dunque deve essere evitato.

Per quanto si tenda a credere che l’incremento della condivisione comporti una maggiore cordialità tra gli esseri umani, diversi studi dimostrano che non è proprio così. Si tende a cercare rifugio in una bolla omogenea che non contraddice i convincimenti che già si hanno, una bolla composta da soggetti che superficialmente si apprezzano, ma più questi si conoscono davvero più aumenta il rischio di vedere svanire l’apprezzamento.

La spinta a cercare informazioni sui social a proposito di un individuo appena conosciuto suggerisce la tendenza a interpretare le persone «come assemblaggi di tratti caratteriali, come configurazione di dati» (p. 141). Se in un contesto in cui si valorizzano le misure quantitative del prestigio social a risultare maggiormente attrattivi tendono ad essere coloro che comunicano senza interruzione mettendo in vetrina la vita privata e le opinioni, non di rado la quantità di informazioni possono però comportare l’effetto opposto. «Trasformandoci tutti in personalità mediatiche, i social media hanno fatto di noi dei rivali a tutto campo» (p. 143).

Secondo alcuni studi riportati da Carr, negli ambienti in cui non si è tenuti a incrociare e mantenere lo sguardo, come i social, è più difficile che si crei empatia e quando la frequentazione di questi ambienti tende a divenire sostitutiva delle relazioni interpersonali in presenza ecco che la possibilità di strutturare relazioni empatiche tende a scemare. Non è un caso che i più assidui frequentatori dei social siano anche quelli che hanno maggiori difficoltà a confrontarsi con le emozioni umane, comprese le proprie.

«Le tecnologie di comunicazione sono strumenti di penetrazione sociale. Ce ne serviamo per rivelarci e per sondare il Sé altrui […] I social sono tutti spada e niente scudo» (p. 149) La rete è stata osannata sin dalla sua comparsa come un modello di trasparenza ma, sottolinea Carr, nei rapporti sociali e in quelli interpersonali occorre anche una dose di opacità, altrimenti si pongono le basi per la discordia.

Se i social media non mancano di dispensare effetti benefici sugli utenti, la psiche umana pare però essere inadeguata al nuovo ambiente mediatico.

A mano a mano che le connessioni si moltiplicano e i messaggi proliferano, la nostra capacità relazionale, sempre più distribuita, si va rarefacendo. La diffidenza dilaga. Le antipatie si aggravano. È la tragedia dei beni comunicativi. Quando al comunicazione è troppa, le valenze si rovesciano, finendo per erodere quelle stesse qualità sociali e personali che proprio grazie alla comunicazione cercavano di promuovere (p. 151).

I contenuti collassano nel flusso indifferenziato e, dismesso il ruolo di vettori, le tecnologie mediatiche assumono quello curatoriale, editoriale, automatizzando i giudizi sulla pertinenza e sulla qualità delle informazioni. In un tale contesto gli utenti, ottimizzando la loro comunicazione, si fanno snodi telematici, ricetrasmittenti di messaggi ad alta velocità, mentre i social che incentivano l’autoespressione sembrano indurre all’ostilità e all’isolamento.

Nonostante, soprattutto ai suoi esordi, si sia voluto celebrare Internet per aver liberato la diffusione dei contenuti dalle scelte di un numero ristretto di individui (redazioni, editori e sponsor dei media tradizinali), nei fatti a muovere i flussi importanti di informazioni nella rete non è certo una comunità orizzontale. Con l’avvento del News Feed, a occuparsi della valutazione, del filtraggio e della diffusione dei contenuti sono gli «algoritmi informatici, tenuti da soggetti economici privati e centralisti nell’impianto» (p. 165).

Secondo Carr, nel contesto attuale della rete, gli utenti sono tenuti: ad operare come creatori e rifornitori a getto continuo di contenuti capaci di massimizzare il coinvolgimento di altri utenti; ad operare come ripetitori ed amplificatori dei messaggi; a svolgere il ruolo di fruitori finali del meccanismo a cui vengono somministrati materiali in linea con i gusti e i preconcetti posseduti.

Ricerche pubblicate da «Science» nel 2018 mostrano come su Twitter le informazioni erronee o fuorvianti vantino il 70% di possibilità in più di essere riproposte dagli utenti rispetto a quelle fattualmente corrette, soprattutto nel caso di notizie politiche. Le notizie false tendono a propagarsi più facilmente e più velocemente di quelle vere. «Lungi dal promuovere il pluralismo, paradossalmente, la democratizzazione dei media ha creato un ecosistema informativo favorevole ai movimenti autoritari e al culto della personalità. Un leader populista forte assurge a totem di un’identità di gruppo, diventa un meme umano la cui immagine e le cui parole si possono condividere per mezzo dei social» (p. 187).

Gli algoritmi non fabbricano dal nulla la polarizzazione identitaria, ma amplificano tendenze già presenti tra gli utenti. Se la polarizzazione non è un fenomeno nuovo nato con la rete, quest’ultima, sostiene Carr, propone però un’inedita piazza virtuale in cui gli individui sembrano perdere ogni inibizione ed ogni controllo manifestando anche gli aspetti più brutali che covano nel profondo scatenandoli su di un qualche nemico.

Tra i dirigenti e gli architetti dei grandi social network che hanno manifestato pentimenti (tardivi e comunque non di rado a conto in banca sistemato) circa il loro operato, c’è chi ha ammesso esplicitamente che l’unico scopo delle piattaforme è quello «di consumare tutto il tempo e tutta l’attenzione consapevole che si potevano estrarre dall’utente» (p. 188). Nei nostalgici dell’Internet dei pionieri Carr coglie il vecchio mito della frontiera tanto caro agli statunitensi.

Ci era stato concesso un territorio vergine, uno spazio dalle possibilità pure, e noi ce lo siamo lasciato soffiare dall’avidità dei latifondisti […] Ma Internet non è mai stata un territorio vergine […] Le reti telematiche esistono per massimizzare la velocità di trasferimento ed elaborazione dei dati, per abbreviare al massimo lo scarto tra l’input e l’output […] Più ci sforziamo di accelerare le nostre capacità di elaborazione e l’efficienza delle nostre risposte decisionali, meno ponderati e razionali diventiamo. Prevalgono invece l’impulsività e i meccanismi affettivi, che paradossalmente nuocciono alla qualità dei processi decisionali. Una volta innestati su reti informatiche, il pensiero e l’espressione si trasformano in beni virtuali, ottimizzati in vista di uno scambio il più possibile rapido. Internet […] ha sempre fatto, né più né meno, le cose per cui è stata inventata. È risuscita a realizzare davvero il nostro sogno di una comunicazione perfetta: efficiente, immersiva, scevra di vincoli e limiti. Solo che al tempo stesso ha smascherato la natura illusoria di quel sogno (p. 191).

Da questo punto di vista il lockdown attuato nel corso della recente pandemia non deve essere visto come momento di svolta ma come momento di rivelazione del livello di adattamento ai media digitali raggiunto. Se ad inizio millennio ancora si parlava di “collegarsi”, “andare su Internet”, come se si trattasse di un luogo a parte rispetto alla quotidianità materiale, improvvisamente ci si è resi conto di essere sempre online, con i social che mantengono gli utenti in uno stato di attesa permanete.

Prima del News Feed le reti sociali online rispecchiavano gli schemi di socializzazione tradizionale: occupavano un luogo, un sito ben preciso, in cui occorreva trasferirsi per far visita a qualcuno o qualcosa. Gli aggiornamenti rispettavano un ordine cronologico così come i pensieri e le esperienze facevano tradizionalmente.

L’avvento del feed ha sostituito alla vecchia struttura del mondo sociale la logica del computer. Ha cancellato le suddivisioni, sconvolto le sequenze, strappato le interazioni sociali ai loro vincoli spaziotemporali per ricollocarle in un ambiente senza attrito fatto di istantaneità e simultaneità. Socializzare all’interno di questa nuova sfera è un’attività nuova, sganciata dagli schemi familiari, dai modelli umani che consociamo: le sue vibrazioni caotiche sono intonate ai ritmi di un altro mondo, quello del calcolo algoritmico. Il sociale ha finito per scindersi dal reale. […] La digitalizzazione ha il potere di agire come un solvente universale: smaterializza tutto ciò che, in una civiltà, era tangibile (pp. 205-206).

Nel corso degli anni Dieci del nuovo millennio i più giovani si sono allontanati dalle vecchie piattaforme social aperte e, quasi a volersi sottrarre dal mostrarsi ad un pubblico indistinto, sono andati alla ricerca di social più intimi e riservati, preferendo «incarnare personaggi diversi su scene diverse per pubblici diversi» (p. 209), come del resto gli esseri umani hanno sempre fatto nel grande teatro che è il mondo. Il proliferare di piattaforme specializzate consente di riacquistare un maggior controllo sulla visibilità.

Se i media tradizionali imponevano una programmazione che raggiungeva i sensi degli utenti dall’esterno, i media contemporanei, come ha colto Jean Baudrillard (Le crime parfait, 1995), lavorano dall’interno.

Questo trasferimento de Sé, trapiantato dai corpi fisici ai sistemi di comunicazione, non si è verificato all’improvviso. È un processo in corso da tempo, anche se prima non ce ne accorgevamo. Quando abbiamo adattato i nostri siti di vita alle esigenze del moderno Stato burocratico, ai meccanismi di società strutturate come reti intessute con i fili di informazioni ultratrasformate, ci siamo abituati anche a esprimere il nostro essere e a vederci riflessi in documenti e fotografie, registrazioni audio e film, incartamenti e registri (p. 211).

Con l’avvento dei social media e dello smartphone l’inscrizione del Sé cessa di assumere una forma materiale; si assiste alla separazione dell’essere dal corpo, all’inscrizione dell’individuo sullo schermo in tempo reale che così da consentirgli di reimmaginarsi come flusso di testi e immagini.

Quando il Sé collassa, confondendosi con i contenuti, si viene anche restringendo per prendere la forma del medium che funge da vettore. Al pari di tutti gli altri contenuti insieme ai quali viaggia e con i quali si trova in competizione, deve risultare riconoscibile e decifrabile a prima vista. Deve comportarsi come un meme […] Nel mondo virtuale l’identità funge da contenitore del Sé, e perciò da surrogato del corpo. E come il corpo faceva un tempo in altri ambiti, fornisce i mezzi necessari per entrare a far parte di una società, per innestare l’“Io” su un “Noi”. Sennonché l’identità, a differenza del corpo, sottintende un processo di affiliazione esplicita (per autocategorizzazione): cosa ben diversa dai vecchi accumuli di comprensioni simpatetiche dai confini sempre un po’ labili e indefiniti. Le frequentazioni che l’identità produce sono una compagnia esclusiva, non inclusiva (pp. 213-214).

Stando ai dati relativi alla generazione cresciuta disponendo di Internet, si ha la l’impressione che quanti sono stati socializzati e informati sin dall’infanzia principalmente in rete vivano da reclusi, cioè tendano a preferire i rapporti sui social piuttosto che di persona abbandonando quell’impazienza di uscire di casa tipica dei giovani. Numerosi studi rivelano come molti statunitensi passino una parte sempre più consistente della loro gioventù in condizioni di isolamento sociale, con tutte le ricadute che ciò comporterà sulla loro vita adulta. Stando ai dati forniti da alcune agenzie del governo statunitense, tra il 2010 ed i 2019, il tempo medio dedicato alla socializzazione da parte dei giovani statunitensi tra i 15 e i 20 anni si è praticamente dimezzato e tutto ciò si è dato lungo il decennio che ha preceduto il lockdown.

«Più tempo dedichiamo alle tecnologie di connessione, più ci sentiamo disconnessi» (p. 216). Circa l’impatto che la prolungata frequentazione dei social comporta sulla personalità e sulle salute degli individui esistono opinioni molto differenziate che spaziano dai mini effetti agli esisti disastrosi, ma, scrive Carr, stando ai dati a disposizione, è difficile negare il ruolo dei social media nell’incrementare la depressione e l’ansia nei giovani.

Insomma, quando si è iniziato a parlare di Metaverso come di una rivoluzione in procinto di avvenire, in realtà si viveva già in esso. Quello che si stava andando ad aprire era piuttosto il mondo dell’intelligenza artificiale. Nell’universo della comunicazione, un momento di transizione importante si ha con il passaggio da una fase in cui le macchine avevano un ruolo di trasporto dei contenuti ad una in cui le piattaforme social sono state sottoposte al controllo algoritmico così da sostituire gli umani in mansioni redazionali, curatoriali e di selezione dei contenuti da trasmettere a ciascun pubblico. Ora, le macchine di intelligenza artificiale generativa producono contenuti in proprio e stabiliscono a chi debbono essere erogati.

Se il medium televisivo ha saputo appagare «l’istinto di ricerca» inondando i salotti di casa di stimoli audiovisivi, questo lasciava ancora la possibilità di alzarsi dal divano e staccarsi da esso. «Solo la rete è riuscita a risucchiarci nella simulazione, a fare di noi stessi un aspetto dello show. Con l’avvento dei social siamo diventati comprimari attivi del meccanismo produttivo dei media, smettendo i panni dei meri osservatori. Quindi è arrivato lo smartphone che ci ha intimato di non uscire mai dalla simulazione» (p. 273).

Paragonato al mondo virtuale, quello reale appare ora lento, noioso e, paradossalmente, privo di vita. Il flusso travolgente di stimoli nuovi e la crescente esagerazione di ogni sensazione psichica dell’iperreale di cui parlava Baudrillard, cioè il mondo transustanziato in informazioni e comunicazione, finisce per sembrare più vero del vero.


  1. Stando ad una recente indagine del Parlamento europeo, il 42 per cento degli europei di età compresa tra i 16 e i 30 anni accede a notizie di carattere politico e sociale principalmente attraverso piattaforme come TikTok, Instagram e YouTube. Cfr. Eurobarometer website: Youth survey 2024 – European Union. I dati relativi all’Italia sono consultabili qua

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Cronaca giudiziaria e diritto all’informazione https://www.carmillaonline.com/2024/03/22/cronaca-giudiziaria-e-diritto-allinformazione/ Fri, 22 Mar 2024 21:00:29 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81522 di Pietro Garbarino

Molto spesso ci capita di assistere a giornali-radio, telegiornali, e notiziari vari, per la verità più simili a bollettini di cronaca giudiziaria che non a rubriche di aggiornamento del pubblico, fatti di carattere giudiziario che si ritiene interessino o riguardino il vasto pubblico.

Anche numerosi programmi di intrattenimento televisivi sono spesso incentrati su discussioni e commenti che riguardano vicende giudiziarie. La stampa, i media, i social si manifestano come avidissimi raccoglitori di casi giudiziari riguardanti fatti o personaggi di pubblica rilevanza, e divengono a loro volta propalatori di notizie che riguardano indagini giudiziarie processi in corso.

Non [...]]]> di Pietro Garbarino

Molto spesso ci capita di assistere a giornali-radio, telegiornali, e notiziari vari, per la verità più simili a bollettini di cronaca giudiziaria che non a rubriche di aggiornamento del pubblico, fatti di carattere giudiziario che si ritiene interessino o riguardino il vasto pubblico.

Anche numerosi programmi di intrattenimento televisivi sono spesso incentrati su discussioni e commenti che riguardano vicende giudiziarie. La stampa, i media, i social si manifestano come avidissimi raccoglitori di casi giudiziari riguardanti fatti o personaggi di pubblica rilevanza, e divengono a loro volta propalatori di notizie che riguardano indagini giudiziarie processi in corso.

Non si tratta certo di una novità che il cosiddetto mondo dell’informazione si occupi di tali argomenti; anche in un lontano passato il caso Bruneri / Cannella (meglio conosciuto come lo “smemorato di Collegno”) il caso Montesi, il delitto Maria Martirano e, per avvicinarci al nostro tempo, numerosi casi di omicidi in famiglia e femminicidi, hanno invaso le pagine dei giornali e i servizi radio televisivi. Ma perché?

Qualcuno potrebbe fornire una lapidaria spiegazione liquidatoria ricorrendo alla famosissima battuta di Humphrey Bogart in un celebre film degli anni ’50 (del ‘900): “E’ la stampa, bellezza, e tu non puoi farci niente!”; ma tuttavia bisogna farsi delle domande.

Perché proprio i processi? Perché tanto crescente interesse? Quale è il motivo di voler conoscere i dettagli di situazioni così particolari? C’è un interesse pubblico qualificato in tutto ciò? Ma, ancor più, esiste una privacy che tutela le persone sotto indagine o sotto processo? Non è scritto nella Costituzione che ciascuno è da ritenersi innocente sino a sentenza definitiva?
Rispondendo a ciascuna di queste domande, o almeno tentando di dare una spiegazione ai quesiti posti, ci si addentra in una materia assai delicata e spinosa, che ci porta subito ad individuare le parti del problema, intese come soggetti attivi, i loro interessi, le loro finalità.

Si tratta dunque di analizzare quelle risposte, quanto meno per tracciare il quadro di una “vexata quaestio” che ormai da lungo tempo coinvolge organi di giustizia e organi di stampa, estendendosi però anche al mondo dello spettacolo e dell’intrattenimento, alla politica e anche alle discussioni nei luoghi pubblici, bar e parrucchieri compresi.

La curiosità che da tempo alimenta chi lavora nel settore della stampa e dell’informazione confligge tuttavia con chi, sottoposto a indagine o giudizio, auspica che non si parli affatto di lui.

Si tratta dunque di interessi contrapposti che tutti gli ordinamenti giuridici democratici tendono a tutelare in entrambi i sensi.
Ma come, concretamente, sarà ciò possibile?

Per un approccio al tema sarà necessario individuare quali siano i caratteri, i tempi, le modalità di quanto avviene invece nel mondo esterno agli uffici giudiziari, come le radio e le televisioni, i set cinematografici e i teatri di posa, gli studi di registrazione, i teatri, e ogni luogo ove si possa svolgere una pubblica riunione, nei quali si ritenga di parlare di inchieste giudiziarie o di veri e propri procedimenti giudiziari.

Si tratta, in buona sostanza, di mettere a confronto il procedimento giudiziario e quello che, al passo coi tempi, possiamo chiamare “processo mediatico”.

Non è molto il caso di disquisire, in particolare con Avvocati che praticano il diritto penale, di quanto siano definiti, al limite della rigidità, i termini e contorni del processo penale.

Tutti noi sappiamo che vi sono tempi tecnici “morti”, a cominciare dalla iscrizione a ruolo generale del fascicolo e alle sue vicende interne all’Ufficio della Procura della Repubblica. Ma sappiamo anche che vi sono valutazioni da svolgere e conseguenti decisioni da assumere circa gli atti di indagine da espletare. Talvolta tali valutazioni sono semplici e rapide e le successive attività quasi automatiche; però, talvolta, la delicatezza delle circostanze e la labilità degli elementi probatori o indiziari induce a scelte più ponderate e meno tempestive. In simili circostanze appare utile tenere il massimo riserbo da parte di chi indaga.

Tutto ciò determina situazioni di assenza di attività percepibili all’esterno e non conoscibili, per cui ogni notizia in merito è da considerarsi una congettura. Il che, dal punto di vista di chi fa informazione pubblica, può considerarsi come mero pettegolezzo (o gossip, come si dice oggi), se non come falsa notizia. Ma anche il prosieguo delle indagini può essere solo oggetto di notizia circa gli atti da svolgere o da compiere, ma non sui loro contenuti.

Cioè, in teoria, il processo svela le proprie carte al termine delle indagini, allorché quello che potrà, o potrebbe, tradursi in materiale probatorio, viene reso noto alla o alle parti indagate. Ma anche nella fase successiva alla “scopertura delle carte”, possono essere svolti nuovi atti di indagine, e ciò anche da parte della difesa, e non è da escludere che essi vengano giocati solo a dibattimento avviato o nell’udienza preliminare, se prevista e richiesta.

Dunque la prima pubblicità degli atti, intesa come disponibilità delle parti processuali per la loro divulgazione al pubblico, dovrebbe in linea di principio avvenire solo quando inizia il vero e proprio processo.
Va tuttavia tenuto conto che vi possono ostare delle evidenti e notevoli riserve da parte dei protagonisti del processo; infatti mentre l’imputato (divenuto ormai tale, da indagato quale era) non ha certamente piacere di rendere di pubblico dominio le accuse che gli si muovono, anche il Pubblico Ministero può avere interesse a mantenere, per quanto possibile, le proprio carte coperte, onde evitare, ad esempio, che testimoni di accusa possano essere intimiditi, o che prove documentali possano essere alterate o rese meno probanti.

A questo punto, si potrebbe dire che il meccanismo processuale ha già in sé gli elementi per poter tutelare uniformemente sia la solidità dell’ipotesi di accusa e degli elementi a sostegno, sia la doverosa tutela della sfera privata dell’imputato che, ricordiamolo, deve essere considerato innocente sino a sentenza definitiva. Tuttavia, sappiamo bene che, assai spesso, le cose non procedono in tal modo.

Tutto dipende dal fatto che la giurisprudenza, e in particolare quella della giustizia europea, riconosce come alto valore il cosiddetto diritto di cronaca, ritenendo la funzione della stampa come quella di “cane da guardia”, in senso democratico, della funzione giudiziaria.

Il principio è sicuramente nobile, ma è la sua concreta applicazione che lascia perplessi e dubbiosi in quanto, se è vero che la stampa, rendendo pubblici particolari fatti e atti di cronaca giudiziaria, dà alla collettività un servizio di informazione che ha la rilevanza di un interesse pubblico; è altrettanto vero che diritti e libertà fondamentali dell’individuo sono chiaramente enunciati nella Costituzione e che va sempre tutelata la possibilità di poterli concretamente e pienamente esercitare.
Nonostante ciò non si può dire, nella realtà dei fatti, che quella funzione, del tutto legittima e perfino auspicabile, venga realizzata in modo ineccepibile e corretto.

Innanzitutto perché spesso la fonte (Magistratura o Forze di Polizia, per lo più) è unilaterale e non ha contraddittorio, almeno nell’immediato, ma anche perché l’interesse dell’operatore della stampa non si appunta sulla sola fondatezza della notizia relativa al procedimento giudiziario, bensì sul clamore che la notizia stessa riscontra nell’opinione pubblica; vale a dire, la qualità della persona coinvolta; la particolarità, spesso truculenta, del fatto; la curiosità pubblica rispetto a persone che rivestono ruoli sociali politici ed economici di elevato rango; i risvolti che la situazione resa nota può avere su altri aspetti e fatti di natura politica ed economica.

Senza contare che, per la natura dell’odierno processo penale, la fase che dà inizio al processo è di mera acquisizione degli elementi di indagine e non dà luogo, salvo alcune eccezioni ben definite, e specifiche situazioni previste, a immediate conseguenze sanzionatorie.

Ma l’esposizione mediatica non è mai una vicenda senza conseguenze, nel senso che chi vi si trova esposto o subisce un giudizio pubblico, molto spesso approssimativo e affrettato, e talvolta perfino reagisce con tutti i mezzi possibili, non esclusi quelli giudiziari. Dunque si crea una non certo utile, né edificante, concorrenza tra il processo giudiziario e quello mediatico, che raramente sono di complemento l’uno all’altro, ma più spesso, diffondendo notizie poco vagliate, non proposte in situazione di neutrale contraddittorio e spesso riferite in modo e con linguaggio non tecnici, tendono a formare un’opinione già definita nel pubblico, ignorando tutti i particolari e gli aspetti dell’indagine, che inevitabilmente creano, in modo anche subdolo, opinioni generalizzate, e spesso anche contrapposte, sulla singola vicenda. Così facendo di certo non si contribuisce né agli accertamenti di giustizia, né alla serenità di chi si trova indagato, o anche imputato.

Dunque la concorrenza di un processo celebrato negli uffici e nelle aule giudiziarie con un processo celebrato pubblicamente su giornali, televisioni, spettacoli di intrattenimento e social forum si traduce, rovinosamente, nella mancanza di una rigida e ben orientata disciplina del cronista, del conduttore o dell’anchor-man, contribuendo invece alla formazione di fronti di opinione non ben informati, e spesso neppure del tutto coscienti di quanto è in gioco.

Di sovente le questioni giuridiche sottese alle vicende trattate dal cronista vengono pretermesse o ignorate (anche perché molto tecniche e spesso noiose e incomprensibili per il pubblico non esperto), trasformandosi in banali argomenti per aprioristiche prese di posizione, anche dipendenti dai profili accattivanti dei protagonisti.

In definitiva, vicende giudiziarie del tutto serie rischiano di diventare oggetto di tifo di stampo calcistico, influenzati da sentimenti superficiali e pulsioni non del tutto razionali, là dove invece razionalità, logica e spirito obiettivo sono essenziali per fare giustizia.

In tali vicende e circostanze non è agevolato neppure l’imputato o indagato, in quanto non solo la sua privatezza, ma anche la sua reputazione vengono inevitabilmente compromesse; e tutto ciò alla faccia della presunzione di innocenza!
Dunque, alla luce di quanto osservato, occorre allineare, in uno sforzo in positivo di rilevanti proporzioni il tema della necessaria riservatezza delle indagini e degli accertamenti processuali con il diritto della opinione pubblica ad essere informati, non tanto e non solo sul fatto che quella nota persona è sotto indagine o giudizio, ma anche sul fatto che la giustizia rispetti i suoi diritti e, specialmente, che lo consideri innocente sino a prova contraria.

Quindi, che fare? Come operare?

Per tentare di arrivare ad un qualche risultato sarà necessario che la cultura e la professionalità degli operatori della giustizia e di quelli della informazione si avvicinino e si omogeneizzino quanto più possibile; il che significa che l’investigatore ed il requirente debbano prendere il considerazione l’ormai ampiamente riconosciuto diritto dell’opinione pubblica di conoscere i fatti relativi a casi di cronaca giudiziaria che possano suscitare l’attenzione di un vasto pubblico; ma anche i giornalisti devono ben conoscere l’entità e lo spessore dei diritti degli inquisiti e la presunzione della loro innocenza, anche di fronte a circostanze apparentemente già chiare e di presumibile facile interpretazione.

Vi deve dunque essere un’area di cultura e professionalità comuni tra l’operatore giudiziario ed il cronista o conduttore o opinionista, in quanto tale territorio comune di professionalità è quello che garantisce il reciproco rispetto, ma anche l’utilità collettiva delle rispettive funzioni.

In altri termini il magistrato e il cronista devono individuare un terreno dove due diverse, ed apparentemente opposte esigente, rappresentative entrambe di interessi rilevanti e giuridicamente qualificati, si incontrino.
E allora, per conseguenza, si devono considerare le seguenti proposte:

a) In primo luogo, occorre che possano essere rese pubbliche e accessibili quelle parti di indagine che si ritengono completate e tali di costituire compiuto materiale probatorio o indiziario da offrire al dibattimento. A tale fine servirebbe anche un front-desk presso Questure, Comandi dell’Arma e Palazzi di Giustizia.

b) Occorre altresì che gli esiti di tali indagini vengano sottoposti a contraddittorio con la parte inquisita, in modo da rendere note altresì le eventuali motivazioni di contrasto.

c) Tutto ciò deve essere svolto da personale che abbia una specifica istruzione professionale sulle regole processuali vigenti, al fine di non confondere situazioni e circostanze che nuocciano alla situazione dell’inquisito o non creino superficiali impressioni fuorvianti nel pubblico.

Insomma, la progressiva “giurisdizionalizzazione” della professione giornalistica, e in generale del settore della comunicazione informativa, e anche talvolta culturale, si deve svolgere tra attori corretti e che parlino lo stesso linguaggio; e ciò al fine di correttamente informare l’opinione pubblica.

Infine, un capitolo a parte lo meriterebbe il cosiddetto “giornalismo d’inchiesta”.
In questo caso però il suo ruolo è di denunzia, ma ciò, più che interessare il processo in senso stretto, riguarda la fase di avvio delle indagini; tuttavia questo è un aspetto che andrebbe sottoposto ad una revisione normativa per quanto concerne la disciplina della tutela delle fonti. Appare però evidente che, in tale evenienza, il rapporto precedentemente descritto si capovolge.
Infatti in tal caso sarà il Magistrato a dovere cogliere gli stimoli e gli spunti investigativi che gli provengono dal mondo dell’informazione assolvendo così lui stesso al ruolo di valorizzazione dell’attività mediatica.

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Semplificazioni digitali e complessità contemporanea https://www.carmillaonline.com/2024/02/12/semplificazioni-digitali-e-complessita-contemporanea/ Mon, 12 Feb 2024 21:00:45 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=80678 di Gioacchino Toni

Luciano Di Gregorio, Le catene dello smartphone. Rischi e implicazioni psicologiche della rivoluzione digitale, Mimesis, Milano-Udine 2023, pp. 196, € 18,00

Quando si pensa al processo di ibridazione tra esseri umani e macchine si tende a porre l’accento su quanto queste ultime si stiano umanizzando perdendo di vista quanto gli umani, sottoposti a un processo di “aumentazione” e “correzione”, si stiano rendendo sempre più simili agli apparati tecnologici. Insomma, ci si preoccupa scarsamente di quanto l’essere umano tenda ad assumere le modalità di funzionamento delle macchine digitali e delle logiche strutturanti l’universo social che indirizzano «a un pensiero [...]]]> di Gioacchino Toni

Luciano Di Gregorio, Le catene dello smartphone. Rischi e implicazioni psicologiche della rivoluzione digitale, Mimesis, Milano-Udine 2023, pp. 196, € 18,00

Quando si pensa al processo di ibridazione tra esseri umani e macchine si tende a porre l’accento su quanto queste ultime si stiano umanizzando perdendo di vista quanto gli umani, sottoposti a un processo di “aumentazione” e “correzione”, si stiano rendendo sempre più simili agli apparati tecnologici. Insomma, ci si preoccupa scarsamente di quanto l’essere umano tenda ad assumere le modalità di funzionamento delle macchine digitali e delle logiche strutturanti l’universo social che indirizzano «a un pensiero calcolante e binario, meccanicistico, tipico del mondo della tecnica, che riduce le cose del mondo, le relazioni e finanche le persone stesse, a qualcosa che può funzionare o non funzionare per noi, che può sfavorire o incrementare un potenziale risultato, che ci può permettere di raggiungere un obiettivo con il minimo dispendio di risorse e il massimo della soddisfazione» (p. 39).

Ricorrere ad una app di incontri sentimentali, ad esempio, significa rimettersi alle capacità di calcolo e prevedibilità dei risultati di un algoritmo. Più in generale, lo strumento digitale tende a sostituire il rapporto diretto con la realtà, suggerendo/imponendo correttivi o sostituendosi agli umani nella valutazione di una situazione o di altri esseri umani.

Si tende a cercare nell’apparato digitale, nello smartphone, nello specifico affrontato da Di Gregorio, uno “scudo protettivo” per difendersi dalla complessità del mondo e delle relazioni con altri umani quando queste vengono percepite come troppo impegnative e coinvolgenti. Di fronte a un rapporto richiedente un coinvolgimento emotivo importante, sempre più spesso si preferisce rifugiarsi nelle relazioni fittizie a distanza proprie di un universo social che, con le sue amicizie e relazioni interpersonali surrogate, si rivela meno faticoso e impegnativo.

Quando la realtà, percepita come sempre più incomprensibile nella sua complessità – che in questa fase storica può assumere la forma di un conflitto armato di cui fatichiamo a capire le motivazioni, di un disastro ambientale di cui preferiamo celare le cause, di una pandemia e così via –, genera angoscia, le immagini e i video veicolati dall’universo dei social possono rappresentare una comoda via di fuga dal confronto diretto con la realtà.

È come se dallo schermo dello smartphone si venisse proiettati attraverso i social in mondi altri fatti «di amenità, di oggetti di consumo, di ricette di cucina, di felicità e di successo» in cui si celebra la banalità quotidiana fatta «di azioni ripetute e ordinarie ma vendute sul Web come straordinarie» (p. 41). Il display dello smartphone può venire in soccorso per stemperare lo stato di allarme e di ansia generato magari dalla visione di immagini di una realtà cruda in cui ci siamo imbattuti involontariamente e fuggevolmente tramite altri media.

Di Gregorio prende in considerazione alcune delle funzioni psicologiche che svolge lo smartphone in determinate circostanze tentando di comprendere come questo influenzi il pensiero e la cognizione del mondo e della realtà, come possa «limitare l’orizzonte cognitivo riducendolo a una dimensione sociale domestica che possiamo immaginare di padroneggiare a nostro piacimento» (p. 42).

Attraverso qualche post condiviso sui social, con tanto di raffica dopaminica di gratificanti like, il soggetto tende a vivere l’illusione di sentirsi al centro di eventi collettivi, anche sovranazionali, di poter condizionare attivamente problematiche politiche e sociali su cui, in realtà, non ha modo di incidere realmente. Lo smartphone e lo scambio di opinioni sui social sembrano poter ridimensionare e semplificare la complessità del mondo rendendolo non solo apparentemente più comprensibile, ma anche influenzabile dalle posizioni critiche condivise. «Il consumo in comune di immagini del mondo, in realtà, non significa che noi abbiamo fatto esperienza di quel mondo, ma se mai che abbiamo fatto solo la conoscenza, attraverso opinioni condivise con altri, di un mondo che il più delle volte non riusciamo a comprendere e tanto meno a padroneggiare» (p. 42).

Al di là dell’illusoria sensazione di poter padroneggiare gli eventi più o meno catastrofici attraverso i social, questi ultimi possono anche servire al soggetto per parlare di sé, mettendo le sue problematiche al centro del mondo (social) celando tutto ciò che non sembra riguardare la dimensione personale. Rifugiarsi in un universo ridotto alla parzialità personale, giusto allargato a vite simili, come si trattasse dell’intera realtà sociale abitata, rappresenta secondo Di Gregorio «un’altra di quelle funzioni psicologiche di negazione/alterazione della realtà che ci offre lo smartphone e che può servire a separarsi occasionalmente, o per tempi molto prolungati, da una realtà circostante che appare troppo angosciante e distopica, per essere osservata e compresa» (p. 43).

Tale funzione psicologica di negazione/alterazione della realtà attivata dall’uso social dello smartphone non solo tende ad escludere ciò che circonda il soggetto, ma crea anche l’illusione della padronanza di una realtà ridimensionata e aggiustata a piacimento sulla Rete. «Agiamo come se avessimo noi il potere mediatico di selezionare i contenuti che ci possono dare soddisfazione ed eliminare quelli negativi che ci possono deprimere o amareggiare» (p. 43).

La trasformazione digitale della società, non solo sta eliminando i contatti fisici tra le persone e sta riducendo una parte dei nostri rapporti diretti di lavoro, […] non solo cancella i rapporti con funzionari di servizi pubblici e privati […], ma sembra che voglia portare ciascuno di noi a poter svolgere la maggior parte delle attività, a stabilire delle relazioni interpersonali mediate, più o meno importanti che siano, in qualunque luogo ci troviamo, cioè mentre siamo in mobilità. Non credo che saremmo tanto in errore, o peggio ancora considerati paranoici, se avanzassimo il sospetto che ci sia in atto, ormai già da alcuni anni, un processo di colonizzazione e di standardizzazione degli umani in modo tale che i loro comportamenti interpersonali e sociali, registrati e categorizzati dalle macchine digitali in base agli orientamenti al consumo, i gusti e le passioni, vadano pur se personalizzati tutti in un’unica direzione, un solo uni-verso governato da macchine portatili che ci accompagnano a ogni passo che facciamo, con le quali interagiamo in media ogni cinque minuti. A breve, tutti noi guarderemo il mondo da un’unica cornice panoramica che coinciderà con il display di un cellulare o con lo schermo di un tablet (pp. 14-15).

Senza giungere a demonizzare l’uso della tecnologia, dalla sua prospettiva di psicologo, psicoterapeuta e gruppoanalista, lo studioso indaga le problematiche psicologiche che si affiancano alla diffusione dell’universo digitale e alle semplificazioni che questo offre. Quanto è diffuso, quanto è sistematico e in quali fasce di popolazione – sociali, anagrafiche, culturali e di genere – il ricorso allo smartphone ed ai social sopra tratteggiato? Quanto la scelta di un determinato social è compiuta per seguire il gruppo sociale di riferimento e quanto si è condizionati dai creatori di questi network che intercettano sistematicamente i gusti, le passioni, le tendenze al consumo indirizzando le scelte di vita? Di tutto ciò si occupa Le catene dello smartphone di Luciano Di Gregorio.

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Il governo delle piattaforme digitali https://www.carmillaonline.com/2023/01/18/il-governo-delle-piattaforme-digitali/ Wed, 18 Jan 2023 21:00:16 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75328 di Gioacchino Toni

Nei confronti della “Quarta rivoluzione industriale” – modellata da informatica, telematica, robotica, Intelligenza Artificiale ecc… –, con notevole semplificazione, si tendono a contrapporre una posizione cyber-apocalittica, propria di inguaribili nostalgici del mondo analogico inclini, almeno a parole, al rifiuto se non al luddismo digitale, e una cyber-integrata, riferita a quanti sono convinti che la tecnologia risolverà ogni tipo di problemi, compresi quelli scaturiti dal suo utilizzo. Trattandosi di una polarizzazione del tutto semplicistica, utile più per ritrarre in maniera stereotipata chi manifesta nei confronti delle tecnologie posizioni ritenute distanti dalle [...]]]> di Gioacchino Toni

Nei confronti della “Quarta rivoluzione industriale” – modellata da informatica, telematica, robotica, Intelligenza Artificiale ecc… –, con notevole semplificazione, si tendono a contrapporre una posizione cyber-apocalittica, propria di inguaribili nostalgici del mondo analogico inclini, almeno a parole, al rifiuto se non al luddismo digitale, e una cyber-integrata, riferita a quanti sono convinti che la tecnologia risolverà ogni tipo di problemi, compresi quelli scaturiti dal suo utilizzo. Trattandosi di una polarizzazione del tutto semplicistica, utile più per ritrarre in maniera stereotipata chi manifesta nei confronti delle tecnologie posizioni ritenute distanti dalle proprie, varrebbe la pena prendere in esame la percezione che i tanti utilizzatori di Internet e dei social hanno del contesto tecnologico con cui si rapportano quotidianamente.

In un panorama come quello italiano, in cui si stima che siano oltre l’ottanta per cento coloro che navigano su Internet e accedono ai social almeno una volta al giorno, a partire da alcune delle questioni più dibattute in ambito accademico e specialistico, il volume Il governo delle piattaforme. I media digitali visti dagli italiani (Meltemi, 2022) di Alex Buriani e Gabriele Giacomini ha approfondito, su un campione rappresentativo della popolazione, cosa pensa chi vive in questo Paese a proposito di «dieta mediale, nuove forme di intermediazione e di comunicazione, fake news, profilazione, personalizzazione dei contenuti, disinformazione, polarizzazione, raccolta dei dati personali, echo chambers, rapporto tra ICT [Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione] e democrazia, ruolo dello Stato nei confronti di Internet e delle piattaforme, legislazione, politiche pubbliche nei confronti delle ICT, educazione e formazione» (p. 22).

Dall’indagine demoscopica condotta dai due studiosi nel periodo compreso tra il 2020 e il 2021 emerge come nonostante si critichino spesso le piattaforme digitali, soprattutto i social, non si rinunci a ricorrervi quotidianamente, ci si informa soprattutto attraverso i social media ma si teme che tale informazione sia viziata da fake news, si caricano immagini, video e pensieri personali ma si vorrebbe al tempo stesso poterli cancellare a piacimento, si accetta di concedere i propri dati alle piattaforme online pur auspicando un maggior controllo su di essi, si permette la personalizzazione dei contenuti trovando persino utile la profilazione a fini commerciali ma si desidera un universo digitale maggiormente diversificato ove poter incontrare contenuti e utenti non in linea con le proprie posizioni, si è consapevoli che con la propria presenza online si concorre a incrementare i profitti delle big tech ma si vorrebbe almeno l’imposizione nei loro confronti di una tassazione più giusta.

Secondo gli autori del volume tali posizioni manifestano come a fianco di un convinto riconoscimento dell’imprescindibilità dell’universo Internet vi sia una ferma consapevolezza della necessità di un suo miglioramento. Insomma, dall’indagine emergerebbe, secondo Buriani e Giacomini, un’estesa e trasversale volontà “riformatrice” dell’universo mediatico digitale che però non torva uno sbocco politicamente organizzato e definito.

La maggior parte dei pareri emersi dal campione interpellato non è riconducibile né a posizioni cyber-apocalittiche, né a quelle cyber-integrate, ma sembra piuttosto collocarsi tra tali due estremi; una sorta di “terza via” in cui non si intende fare a meno delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione ma piuttosto le si vorrebbe migliorarle evitando di delegare alla tecnologia le soluzioni e rivendicando, piuttosto, il diritto di partecipare a indirizzare il cambiamento verso quanto desiderato.

Tali auspici, sostengono i due studiosi, non andrebbero sottostimati leggendoli come frutto di una sorta di “ingenuità popolare”; dopotutto, ricordano Buriani e Giacomini, tutte le rivoluzioni tecnologiche hanno necessitato di essere ripensate, riformate e ricalibrate anche in funzione dei desideri, dei valori e degli interessi degli individui e delle società in cui si sono manifestate.

Le tecnologie non si sviluppano meramente assecondando le architetture pianificate da qualche oscura centrale di potere dalle idee chiare; il loro percorso è costellato di ripensamenti, ripiegamenti e variazioni improvvise derivate non solo da interessi contrastanti all’interno del sistema politico ed economico ma anche da parte dei “fruitori” che si sono rivelati “attori”, forse inattesi, del mutamento.

Buriani e Giacomini sottolineano come molte questioni poste dal campione interpellato risultano dibattute a livello politico e legislativo soprattutto a livello di Unione Europea, forse perché, a differenza degli Stati Uniti, non ospita al proprio interno le GAFAM (Google, Apple, Facebook, Amazon, Microsoft).

La storia di Internet e delle tecnologie digitali ha vissuto una prima fase prevalentemente pubblica; le infrastrutture e il linguaggio di Internet sono nati negli Stati Uniti ove il settore ha goduto di una massiccia politica di investimenti pubblici diretti o di supporto indiretto, attraverso politiche fiscali, commerciali e tecnologiche a beneficio delle aziende. Una seconda fase digitale, coincidente con gli ultimi tre decenni, ha come protagoniste le GAFAM non a caso cresciute sul terreno fertile reso disponibile dalla precedente fase pubblica statunitense. Come da tradizione, del resto, ricordano i due studiosi, il capitale privato è disposto a investire e rischiare soltanto quando si palesano le possibilità di profitto.

La “capitalizzazione” privata degli investimenti pubblici nel settore digitale corrisponde, storicamente, all’ondata neoliberista […] caratterizzata da vari processi connessi tra loro: la globalizzazione della produzione, del commercio e dei servizi pubblici, la finanziarizzazione dell’economia. Soprattutto, i governi (da destra a sinistra, da Reagan a Thatcher a Clinton, Blair e Schröder), con l’obiettivo di rafforzare le imprese private, hanno perseguito una politica di deregolamentazione, ispirata dal settecentesco principio del laissez faire, secondo cui bisognerebbe abolire ogni vincolo all’attività economica e all’iniziativa privata. Di questo approccio ha beneficiato certamente il rampante settore digitale (pp. 258-259)

Ciò ha consentito agli Stati Uniti di generare le imprese delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione più potenti al mondo. L’imposizione fiscale di favore applicata al settore digitale e le responsabilità delle sue grande piattaforme sulla sfera pubblica e sui singoli individui in termini di controllo rappresentano, secondo i due studiosi, “effetti collaterali” della deregolamentazione. «Il punto è che deregolamentare un settore significa, di fatto, regolamentarlo a favore di un gruppo di attori (nel nostro caso, le grandi piattaforme digitali) che preferiscono essere liberi da vincoli esterni. Dal punto di vista politico, le istituzioni pubbliche, pur continuando a esercitare il lor ruolo legislativo e di governo in maniera formalmente legittima, “arretrano” effettivamente a favore di altre organizzazioni » (p. 260).

Il laissez faire libertario permesso alle piattaforme nella seconda fase della diffusione del digitale sembrerebbe trasformarsi nel suo opposto. Altro che fervore concorrenziale, le gradi piattaforme stanno sfruttando la libertà loro concessa a proprio unico interesse; d’altra parte agli apologeti della libera concorrenza i monopoli non sono affatto sgraditi, basta non siano di origine pubblica. «I presupposti del laissez faire, nell’attuale fase digitale, sembrano ribaltarsi nel loro contrario. [Il] capitalismo delle piattaforme, basato sulla registrazione dei dati, afferma una forma di vita che, sotto molti aspetti, appare più vicina alla pianificazione che al libertarismo» (p. 261)

L’eterogenesi dei fini del laissez faire, suggeriscono gli autori del volume riprendendo Marco Delmastro e Antonio Nicita, Big data. Come stanno cambiando il nostro mondo (Il Mulino, 2019), «potrebbe essere stata innescata da almeno due elementi principali, presenti nell’attuale assetto dell’Internet delle piattaforme: in primo luogo, dalla “privatizzazione della mano invisibile” (effetto della posizione di gatekeeping delle big tech), in secondo luogo, dal “sostegno tecnologico alla pianificazione”» (pp. 261-262).

Nonostante le apparenze, la rivoluzione digitale non sembra andare nella «direzione di potenziare la mano invisibile di Smith e la rivelazione delle informazioni di Hayek» (p. 262), vista l’asimmetria informativa imperante nell’universo digitale. La conoscenza dei gusti e degli interessi degli individui, derivati dall’elaborazione dei dati digitali che li riguardano, avvicinano il capitalismo delle piattaforme al paradigma della pianificazione. Una pianificazione in effetti sempre più tecnicamente praticabile e capace di scavalcare l’ideale del mercato concorrenziale e trasparente.

La conoscenza del mercato non sembra più essere un bene pubblico come ai tempi della “mano invisibile” teorizzata dai liberali classici (ad esempio attraverso il sistema dei prezzi), ma resta soprattutto al servizio di un’oligarchia di enormi piattaforme, dotate degli strumenti infrastrutturali e cognitivi necessari per gestire un tale genere di conoscenza e di valore. Così, la “mano invisibile” si “nasconde”, viene privatizzata e al tempo stesso è sempre più fattibile pianificare, dando linfa al potere degli neointermediari digitali. Il paradigma del mercato “libero da vincoli” viene sfidato dall’Internet delle piattaforme sia internamente, attraverso la privatizzazione della “mano invisibile”, sia esternamente, dalla novità della praticabilità della pianificazione (pp. 264-265).

Potrebbe dunque prospettarsi, sostengono Buriani e Giacomini, una terza era digitale contraddistinta dal superamento del laissez faire precedente, una nuova fase in cui le autorità pubbliche si propongono di temperare, attraverso un’opera di regolamentazione, il capitalismo delle piattaforme. E ciò parrebbe essere in linea con la richiesta diffusa, come testimonia l’indagine svolta sul campione italiano esaminato, di una maggiore attenzione a proposito dei diritti digitali e di una più decisa regolamentazione pubblica del settore.

Il futuro “governo di Internet”, però, dipenderà anche da come i desiderata della popolazione si tradurranno in “politica effettiva”. La spinta popolare, sostengono gli autori del volume, potrebbe essere interpretata in senso “liberale classico” (es. difesa della privacy e antitrust), in senso “repubblicano” (es. tassazione a fini ridistribuivi), “autoritario” (es. eliminazione del dissenso in nome della lotta alle fake news) e “conservatore” (nel senso stretto del termine, ad es. consentendo alle piattaforme di conservare, appunto, la loro propensione espansiva senza interventi pubblici).

Per chi non si accontenta delle opzioni sopraelencate non resta che interrogarsi, anche alla luce dello scemare degli “entusiasmi alternativi” della prima ora, circa la possibilità di pensare a un “governo di Internet” in termini radicalmente altri.

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La perdita della presenza https://www.carmillaonline.com/2023/01/07/la-perdita-della-presenza/ Sat, 07 Jan 2023 21:00:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75240 di Gioacchino Toni

Dal momento che «la dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, è vista, agita e proposta come frutto di una continua interazione tra realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva», Eugenio Mazzarella, Contro Metaverso. Salvare la presenza (Mimesis 2022), si chiede se «in nome delle “magnifiche sorti e progressive” della realtà virtuale, della realtà aumentata […] gestita dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale», non si stia sradicando la vita dell’essere umano, il suo «esserci, dall’essere-nel mondo di presenza fin qui abitato, promettendo un ampliamento degli spazi “vitali” [...]]]> di Gioacchino Toni

Dal momento che «la dimensione vitale, relazionale, sociale e comunicativa, lavorativa ed economica, è vista, agita e proposta come frutto di una continua interazione tra realtà materiale e analogica e la realtà virtuale e interattiva», Eugenio Mazzarella, Contro Metaverso. Salvare la presenza (Mimesis 2022), si chiede se «in nome delle “magnifiche sorti e progressive” della realtà virtuale, della realtà aumentata […] gestita dagli algoritmi dell’intelligenza artificiale», non si stia sradicando la vita dell’essere umano, il suo «esserci, dall’essere-nel mondo di presenza fin qui abitato, promettendo un ampliamento degli spazi “vitali” accessibili all’esperienza individuale» (pp. 11 e 15).

Nel corso di una conferenza tenutasi il 28 ottobre del 2021, Mark Zuckerberg ha annunciato l’intenzione di voler superare il social network da lui creato costruendo un ambiente capace di fondere offline e online. Nonostante il progetto Metaverso sia stato presentato come novità volta a sostituirsi all’esistente, in esso è forse piuttosto individuabile uno sviluppo di un processo di ibridazione tra online e offline in corso da tempo e che sarebbe semplicistico ridurre ad aggiornamento del sistema di produzione-consumo pianificato a tavolino da qualche diabolica corporation, affondando le radici in una serie di innovazioni tecnologico-comunicative – dalle pretese ontologiche foto-cinematografiche, passando dalla televisione per poi giungere alla svolta digitale che, con i suoi sviluppi interattivi, plasma la contemporaneità – non per forza di cose progettate da qualche Grande Fratello ma, piuttosto, abilmente sfruttate e indirizzate a scopi profittevoli.

Rivoluzione o evoluzione che sia, sarebbe, dunque, riduttivo vedere nel progetto Metaverso una mera trovata commerciale, visto che, almeno nelle intenzioni di chi lo ha presentato, per quanto fumosamente, sembrerebbe piuttosto ambire a diventare una sorta di «“sistema operativo” delle nostre vite e della nostra società» (p. 17) risultando ben più invasivo di quanto le tecnologie siano sin qua state.

A quale ansia da “prestazione”, se vuole essere all’altezza di questo “mondo” digitale, sarà sospinto [l’essere umano] che conosciamo […]? Per tacere della già classica domanda nietzscheana strutturante il nostro rapporto con il passato, su quanta memoria, nei termini dell’onlife, della realtà ri-ontologizzata dal digitale, dalle ICT (cioè su quanti data, ovvero informazioni già date, quante tracce mnestico-cognitive magari affluenti in tempo reale, quello di una digitazione informativa) sia in sé capace di reggere l’hardware psico-biologico umano conosciuto; quello almeno che l’evoluzione fin qui ci ha consegnato nelle mani. Dietro una tale, inedita promesse de bonheur sembra celarsi una pulsione neo-gnostica (tecno-gnostica) che è vero e proprio disprezzo per il corpo, odio per la carne (p. 21).

Secondo lo studioso risulta quanto mai importante riflettere sul processo di dismissione del reale, sul transito nell’onlife innescato dai più tradizionali social web, con le sempre più evidenti degenerazioni in termini di alienazione sociale, esistenziale e percettiva «in obbedienza a un esse est percipi ormai declinato sempre più grazie al web in senso mediale-passivo come un essere percepiti che rimbalza e costruisce non solo il nostro percepire ma il nostro stesso percepirci. Il web essendo per comune ammissione la più potente tecnologia di manipolazione del sé sociale – individuale e collettivo – che si sia mai conosciuta» (p. 25).

Mazzarella individua dunque nel web «la nuova gleba a cui siamo asserviti […] racchiusa nel fazzoletto di terra di uno schermo che ci viene fornito a “casa”», uno stato di  gleba che entrerebbe a regime nel momento in cui il connubio tra AI (Intelligenza Artificiale) e ICT (Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione) realizza «il transito definitivo dall’attuale struttura sintattica dell’AI al suo farsi struttura semantica autonoma (significante, significativa, e produttiva di senso). Non più semplice “intelligenza” computazionale in senso ingegneristico, capace di riprodurre l’agere, il fare che è stato programmato, ma intelligenza para-umana in senso proprio, produttiva cioè del senso che, per quanto efficiente computazione, ancora non è capace di filare da sé al pari di quella particolare macchina biologica che siamo […] e che la macchina vorrebbe imitare» (pp. 26-27).

Se il processo di dissolvimento della presenza, di relazione sociale offline, non può dirsi “derivato” dalle misure di distanziamento messe in atto per contenere la recente pandemia, è innegabile che queste hanno comportato un’accelerazione in tale direzione conducendo a un livello di onlife da cui sembra difficile poter tornare agevolmente indietro proprio perché non di “svolta improvvisa” si è trattato ma di un più “lungo” sviluppo che, innovazione dopo innovazione, senza per forza essere stato progettato da una “centrale di comando”, si è costituito in immaginario largamente condiviso del quale non solo si preferisce non guardare gli effetti negativi ma da cui non si intende rinunciare.

Occorre, sostiene Mazzarella, prendere atto che «la “quarta rivoluzione” dell’infosfera è un passaggio epocale nella storia dell’alienazione intrinseca all’umano nel rapporto con i suoi mezzi, con l’ambiente – che lo con-costituiscedella sua strumentalità: l’esteriorizzazione essenziale al suo esserci, il suo ontologicamente costitutivo portarsi fuori da sé (il suo trascendersi) che gli ritorna addosso determinandolo (codeterminandolo con la sua base biologiconaturale) nel suo Sé» (p. 60).

Se non è attraverso il “luddismo digitale” che si potranno cambiare le cose – non di meno questo, come tutti i luddismi, avrebbe le sue ragioni, ammette lo studioso – occorre almeno porsi politicamente contro un’ulteriore riduzione dell’umano a protesi della tecnica e «difendere l’essenziale del “mondo di ieri”, il carattere di presenza dell’individualità umana non surrogabile dalla sua digitalizzazione, dalla sua implementazione virtuale quanto a definirne la “realtà”» (p. 98).

Di certo con questo intrecciarsi di prodigi digitali si è giunti a un punto di svolta circa il carattere presenziale della natura umana, il suo essere.

Un passaggio epocale che riguarda il modo in cui l’esserci umano ci-è a sé stesso, agli altri e al mondo, e cioè vincolato alla realtà come presenza di sé e delle cose; un modo sempre più sospinto nella presenza atona del digitale intesa come virtualità, che non è irrealtà ineffettuale, bensì una potenza, una forza, una virtus, estranea al qualcosa in cui si mette in atto […]. Virtus che quindi, implementando questo qualcosa, ne muta la natura, l’essenza nelle sue potenzialità, facendo del qualcosa implementato, quando non lo annichili in un’altra cosa, una protesi della sua autoattuazione come realtà. Che è lo scenario di rischio di quel qualcosa che siamo noi, il qualcuno. […]
È difficile pensare che una virtualità così invasiva del nostro esserci quotidiano possa essere gestita con la riserva mentale autoconsolatoria che possiamo sempre premere il pulsante dell’on/off in modo reversibile, riassorbendo i tempi brevi dell’esposizione del nostro sistema, della nostra “energia iniziale”, alle particelle virtuali che noi stessi avremo generato, per altro immaginando un’AI che possa anche generarle autonomamente.
È questo l’orizzonte di rischio antropologico che in un mondo intramato di reti artificiali e di AI abbiamo davanti. Con in aggiunta un altro potente strumento di disabilitazione della presenza come “presenza a noi stessi” in capo alla padronanza di noi come abilità innanzi tutto deliberativa e morale; e cioè le neuroscienze, già attrezzate a venire in soccorso dello stress di questa distopia dell’umano nell’universo digitale, di questa dislocazione dalla presenza finora abitata dal nostro esser-ci. A stupefarci con una farmacologia che da riparativa si propone da tempo ampiamente come possibilità di riprogrammare la stessa psichicità umana (pp. 109-112).

A rivelare la portata dell’incidenza delle tecnologie digitali sull’identità stessa dell’essere umano può essere, ad esempio, quel senso di disagio prodotto dall’uso continuativo di piattaforme per il lavoro o la formazione a distanza accresciuto in maniera esponenziale durante la fase di distanziamento adottato in risposta alla recente pandemia. Secondo le neuroscienze, ricorda Mazzarella, tale malessere è determinato dallo “spiazzamento” subito da una serie di neuroni (place cell e border cell) che si attivano quando si occupa una posizione nell’ambiente permettendo di orientarsi nello spazio. L’individuo costruisce la sua identità attraverso il ricordo degli accadimenti e delle persone presenti nei luoghi frequentati; quando si vivono “luoghi multipli” – si è contemporaneamente in una stanza e sullo schermo in videoconferenza – il cervello umano, sempre stando alle neuroscienze, non riesce a identificare le piattaforme di presenza digitale come luoghi, dunque non collega le esperienze vissute sullo schermo con la memoria autobiografica e ciò fa vivere una sensazione di “eterno presente digitale” che non lascia segni, dunque non sviluppa identità.

Sarebbe, in definitiva, tale cancellazione della presenza, con i suoi riflessi sull’identità, a procurare il senso di disagio vissuto nell’overdose digitale contemporanea. Le ricerche relative allo “stress da lavoro correlato” andrebbero aggiornate tenendo conto che questa, a maggior ragione dovesse andare in porto il Metaverso fantasticato da Zuckerberg, potrebbe presto diventare una fonte importante di malessere legato alle condizioni di lavoro.

Se da un lato la sparizione dei corpi, della loro comunione quotidiana, della carnalità del nostro spirito, sembra consegnarci a «una relazionalità di pura ragione, magari produttiva», dall’altro

è proprio per come siamo “incarnati” che possiamo contare sul fatto che non andrà così, e non deve andare così. Perché sarà proprio la nostra costitutiva “anima bassa”, sensitiva, volitiva, quella che ogni progetto di “vita buona” ha sempre voluto e dovuto domesticare, a salvarci come lo spirito che siamo. Saremo salvati – questo è il felice paradosso di questa congiuntura del distanziamento sociale – dai sensi bassi, come sensi della prossimità, di una prossimità insopprimibile: dall’olfatto, dal gusto, dal tatto. Da quanto della nostra cinestesi corporea non è “viralizzabile”, dislocabile sul virtuale-reale della relazione di distanza (la vista e l’udito). E che ci trattiene presso noi stessi, nello stesso dialogo con noi che la storia del genere ci ha approntato. Perché “io” è una costruzione conquistata alla coscienza, nella coscienza; perché “io” non ho solo relazioni, ma sono relazione, anche però con me stesso, il me stesso dell’intimità, del foro interno della coscienza (di cui l’invocazione della privacy oggi nell’infosfera è un ben debole schermo di difesa) che ho costruito e che il decentramento nel virtuale sta tacitando, facendo sempre più parlare il sé omologato e controllato costruito dalle ICT e dall’AI come tecnologie del Sé.
La nostra umanità relazionale sarà salvata dall’incomprimibilità espressiva dei corpi, dell’anima bassa (pp. 66-67).

Mazzarella invita a cercare la possibile salvezza da questa deriva che riduce l’umano a protesi della tecnica proprio in quella fisicità che se storicamente il potere ha preteso di addomesticare, ora le tecnologie potrebbero letteralmente cancellare.

Contro Metaverso ha il merito di tracciare sinteticamente la portata del cambiamento in atto evidenziando come questo stia nei fatti, già da tempo, lavorando alla cancellazione della presenza, dunque della centralità che vengono ad assumere i corpi in una lotta che più che di resistenza assume il carattere di una vera e propria lotta per la sopravvivenza dell’essere umano. E non sarà sufficiente cambiar di segno all’impianto o sostituire la bandiera sul palazzo.

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Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale https://www.carmillaonline.com/2022/05/11/pratiche-e-immaginari-di-sorveglianza-digitale/ Wed, 11 May 2022 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71738 di Gioacchino Toni

[Di seguito una breve presentazione del volume in uscita in questi giorni – Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Prefazione di Sandro Moiso, Il Galeone, Roma, 2022, pp. 220, € 15.00 – Disponibile in pre ordine direttamente presso l’editore e presto in tutte le librerie on line e di fiducia – ght]

Ad un certo momento la finzione cessò di preoccuparsi di imitare la realtà mentre quest’ultima sembrò sempre più voler riprodurre la finzione, tanto che si iniziò ad avere la sensazione che le immagini si stessero sostituendo al reale. Ciò che abitualmente [...]]]> di Gioacchino Toni

[Di seguito una breve presentazione del volume in uscita in questi giorni – Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Prefazione di Sandro Moiso, Il Galeone, Roma, 2022, pp. 220, € 15.00 – Disponibile in pre ordine direttamente presso l’editore e presto in tutte le librerie on line e di fiducia – ght]

Ad un certo momento la finzione cessò di preoccuparsi di imitare la realtà mentre quest’ultima sembrò sempre più voler riprodurre la finzione, tanto che si iniziò ad avere la sensazione che le immagini si stessero sostituendo al reale. Ciò che abitualmente si chiamava realtà, sembrò divenire una fantasia creata dai mass media, dai film, dalla televisione e dalla pubblicità. L’impressione era quella di vivere ormai all’interno di un grande racconto in cui i personaggi che popolavano la fiction hollywoodiana sembravano ormai più reali dei vicini di casa. La finzione giunse così ad affliggere la vita sociale, a contaminarla e a penetrarla al punto da far dubitare di essa, della sua realtà e del suo senso. La televisione continuava a raccontare la sua storia come si trattasse della storia di chi stava di fronte allo schermo; d’altra parte gli spettatori sembravano ormai da tempo vivere per e attraverso le sue immagini. Le stesse guerre smisero di essere viste per quello che erano e assunsero l’aspetto di un videogioco, così da risultare meglio sopportabili da chi ancora poteva viverle dal divano di casa.

I nuovi media digitali permisero agli esseri umani di farsi produttori e distributori di immagini, consentendo loro di costruirsi testimonianze di esistenza e così le metropoli iniziarono a essere attraversate da zombie dall’aspetto ben curato dotati di potenti attrezzature tecnologiche tascabili sempre più disinteressati della realtà che si trovavano di fronte intenti a immagazzinare senza sosta immagini da condividere sui social con comunità digitali composte da persone pressoché sconosciute. Il mondo, con i suoi parchi di divertimento, i club vacanze, le aree residenziali, le catene alberghiere, i centri commerciali riproducenti il medesimo ambiente, venne dunque organizzato per essere distrattamente filmato e condiviso, più ancora che visitato e vissuto.

La visione umana si era ormai assoggettata a una visione tecnologica capace di riscrivere le modalità di comprensione del mondo filtrandola attraverso schermi di computer, bancomat, smartphone e smart-tv che offrivano procedure operative già pronte, cui non restava che adeguarsi. Questa nuova visione guidava ormai i percorsi di soggettivazione, determinando le modalità con cui gli esseri umani si rapportavano nei confronti degli oggetti e degli altri individui fruiti quasi esclusivamente attraverso una visuale inorganica dell’occhio tecnologico.

Nei dibattiti, ormai svolti quasi esclusivamente attraverso sistemi digitali, raramente gli interlocutori entravano nel merito di ciò che commentavano, solitamente si limitavano a sfruttare l’occasione per ribadire fugacemente punti di vista e credenze già posseduti: l’importante era restare aggrappati alla bolla comunitaria in cui si era inseriti. La logica della spettacolarizzazione e dell’esibizione merceologica finì con l’estendersi dalle vetrine dei negozi agli individui obbligandoli a creare e gestire la propria identità al fine di catturare l’attenzione altrui adeguandosi agli standard di rappresentazione sociale prevalenti. I processi di digitalizzazione sembrarono disattendere le promesse di potenziare le capacità umane dispensando libertà, informazione e una generale propensione al bene comune per trasformarsi in amplificatori di fragilità, isolamento e alienazione sociale.

Le pratiche di sorveglianza raggiunsero livelli prima impensabili. Alcune corporation iniziano a tradurre l’esperienza privata umana in dati comportamentali da cui derivare previsioni su di loro. A molti tale trasformazione dell’esperienza umana in materia prima gratuita per le imprese commerciali, capace di rendere obsoleta qualsiasi distinzione tra mercato e società, tra mercato e persona, sembrò non procurare grandi fastidi. Si diceva che tutto ciò fosse potuto accadere anche grazie a una certa propensione alla servitù volontaria scambiata volentieri dagli individui con qualche servizio offerto dal Web e dai social, ma la carenza di rapporti sociali fuori dagli schermi e la dipendenza dalla Rete derivavano in buon parte dallo smantellamento delle comunità e dei rapporti sociali tradizionali operato da un sistema che aveva fatto dell’individualismo più cinico e spietato il suo filo conduttore e l’asservimento digitale sembrava piuttosto la logica conseguenza di quella ricerca spasmodica di nuovi ambiti di sfruttamento giunti a coinvolgere anche gli aspetti più privati dell’individuo.

Questo sistema economico fondato sulla sorveglianza iniziò a incidere sul reale attraverso le applicazioni, le piattaforme digitali e gli oggetti tecnologici utilizzati quotidianamente sfruttando i tempi ristretti imposti agli individui dalla società della prestazione, la propensione a ricorrere a comodi sistemi intuitivi e pronti all’uso, l’accesso selettivo alle informazioni utili a esigenze immediate di relazione, il desiderio di aderire a una visione certa di futuro pianificata a tavolino dagli elaboratori aziendali. Insomma ci si trovò di fronte al più sofisticato sistema di monitoraggio, predizione e incidenza comportamentale mai visto all’opera nella storia e tali pratiche di controllo e manipolazione sociale erano nelle mani di grandi corporation private che sembravano ormai divenute le nuove superpotenze.

Il confine tra fisico e non fisico, tra online e offline parve annullarsi: Internet divenne lo sfondo invisibile della vita quotidiana trasformando la connettività degli esseri umani da una modalità circoscritta all’uso degli schermi a una modalità diffusa nel quotidiano. Ci si ritrovò online anche senza volerlo o saperlo. Si diceva che tutto ciò serviva per migliorare la vita umana, ma molti di questi miglioramenti riguardavano i tempi e i fini imposti dalla società della prestazione, della mercificazione e del controllo.

La cultura della sorveglianza reciproca venne presto percepita come parte integrante di uno stile di vita, un modo naturale con cui rapportarsi al mondo e agli altri. A differenza delle ansiogene forme di sorveglianza tradizionali, deputate alla sicurezza nazionale e alle attività di polizia, le nuove seppero rendersi desiderabili e farsi percepire come poco invasive, inducendo così ad accettare con estrema disinvoltura di farsi contemporaneamente sorvegliati e sorveglianti. Si diffuse una vera e propria ossessione per la trasparenza e una propensione all’esibizionismo. In cambio di un rassicurante riconoscimento pubblico, sancito dal consenso digitale, si iniziò a mostrarsi e condividersi costruendosi identità adeguate agli standard graditi ai più.

In un tale panorama, invocare libertà impugnando un cellulare mossi dall’urgenza di postare al più presto sulle piattaforme social quel che restava del desiderio di libertà si scontrava con l’impossibilità di liberarsi da quei gratificanti intrattenimenti digitali di cui si continuava, nei fatti, a essere prigionieri nel timore di subire la morte sociale e perdere l’occasione di esprimere dissenso in un contesto che sembrava però ormai irrimediabilmente viziato.

Tutto ciò può sembrare la trama di una fiction distopica ma la realtà in cui viviamo non sembra essere molto diversa. Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale intende dar conto di ciò tratteggiando le trasformazioni in atto senza alzare per forza bandiera bianca e lo fa riprendendo: l’idea di messa in finzione della realtà di Marc Augé; le riflessioni sul visuale contemporaneo di Horst Bredekamp, Nicholas Mirzoeff e Andrea Rabbito; il palesarsi di relazioni sempre più strette tra guerra, media e tecnologie del visibile messe in luce da Paul Virilio, Jean Baudrillard e Ruggero Eugeni; i rapporti tra l’universo videoludico e quello militare suggeriti da Matteo Bittanti; le annotazioni di André Gunthert sull’avvento dell’immagine fotografica digitale e sulla pratica della sua condivisione; il fenomeno della vetrinizzazione e del narcisismo digitale approfonditi rispettivamente da Vanni Codeluppi e Pablo Calzeroni; il capitalismo e le culture della sorveglianza ricostruiti da Shoshana Zuboff e David Lyon; l’affievolirsi della distinzione tra online e offline tratteggiata da Laura DeNardis e Stefano Za a partire dall’internet delle cose; la diffusione dell’intelligenza artificiale, della dittatura degli algoritmi e delle piattaforme digitali di cui si sono occupati Carlo Carboni, Massimo Chiariatti, Dunia Astrologo, Kate Crawford, Luca Balestrieri e il gruppo Ippolita; la privacy digitale e le pratiche di profilazione che coinvolgono gli individui sin da prima della nascita indagate da Veronica Barassi…

Questo volume è dedicato a Valerio Evangelisti

 

 

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Il nuovo disordine mondiale / 5: guerra, informazione e realtà verosimile https://www.carmillaonline.com/2022/03/09/il-nuovo-disordine-mondiale-5-guerra-informazione-e-realta-verosimile/ Wed, 09 Mar 2022 21:01:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=70791 di Gioacchino Toni

Recentemente circolava sul Web quella che veniva presentata come la registrazione di una telefonata a un redattore del Tg2 incalzato circa il fatto che qualche giorno prima, in un servizio del telegiornale sulla guerra in Ucraina, erano state inserite brevi sequenze del videogame War Thunder come se si trattasse di riprese di fatti reali.

In tale telefonata, nel ribattere all’accusa di disinformazione, il giornalista ha più volte alternato l’ammissione di aver commesso “un errore” nel mandarle in onda come fossero immagini di fatti veri con la scusante che, tutto sommato, [...]]]> di Gioacchino Toni

Recentemente circolava sul Web quella che veniva presentata come la registrazione di una telefonata a un redattore del Tg2 incalzato circa il fatto che qualche giorno prima, in un servizio del telegiornale sulla guerra in Ucraina, erano state inserite brevi sequenze del videogame War Thunder come se si trattasse di riprese di fatti reali.

In tale telefonata, nel ribattere all’accusa di disinformazione, il giornalista ha più volte alternato l’ammissione di aver commesso “un errore” nel mandarle in onda come fossero immagini di fatti veri con la scusante che, tutto sommato, conoscendo bene le guerre contemporanee, quelle sequenze del videogioco erano in fin dei conti del tutto “verosimili”. Insomma, in base a tale ragionamento, se la messa in scena ha caratteristiche di verosimiglianza questa può benissimo essere utilizzata come sequenza di immagini di fatti reali.

Benvenuti nell’era del verosimile, era in cui, il più delle volte, non essendoci il tempo necessario per verificare la veridicità dell’informazione, si finisce per accontentarsi del fatto che ciò che questa riporta risulti verosimile.

Con tali premesse, nulla può essere dato per scontato, dunque, allo stupore indignato derivato dal sentire che erano state spacciate da un telegiornale immagini di un videogioco per fatti di guerra reale dovrebbe accompagnarsi il dubbio circa la veridicità della telefonata. La notizia della presenza di frammenti di War Thunder in un servizio del Tg2 la si ritrova non solo sui social, ove è indubbiamente difficile verificare l’attendibilità delle notizie, ma anche su alcune testate giornalistiche tradizionali che però, al di là di eventuali torsioni volontarie dei fatti riportati, derivando sempre più frequentemente notizie dal Web, potrebbero aver dato credito a una telefonata messa in scena semplicemente per screditare la testata giornalistica televisiva insinuando dubbi su ciò che viene raccontato circa la guerra in corso.

Occorrerebbe pertanto risalire al servizio del Tg2 e verificare la presenza o meno dei frammenti di videogioco – ammesso di conoscerlo – per togliersi i dubbi residui. Nel frattempo altre ondate di informazioni, immagini e notizie rendono obsoleta la questione: risolto il dubbio circa l’autenticità della telefonata e della presenza o meno di frammenti di un videogame tra le immagini reali della guerra, in un modo o nell’altro, sarebbe già troppo tardi anche solo per commentare conoscendo i fatti anziché, come sempre più d’uso, farlo emotivamente, senza verificare nulla.

Intanto sul Web imperversano discussioni  circa la credibilità o meno di notizie e video relativi alla guerra in Ucraina e non mancano, ovviamente, mirabolanti collegamenti smascheranti complotti orditi contro l’umanità credulona e serva, ça va sans dire, che nemmeno una serie distopica giunta alla decima e trascinata stagione si azzarderebbe a propinare, mentre negli studi televisivi e sulle pagine dei quotidiani, tra una pubblicità e l’altra, gli “esperti militari” si sostituiscono ai “virologi” nel dare la linea con cui interpretare l’attualità e prevedere il futuro aggiornandola, per mantenerla verosimile, a ritmi sempre più frenetici.

Diviene difficile dire cosa si conosce davvero (anche) di questa (ennesima) tragica e infame guerra nonostante la valanga di servizi giornalistici e di testimonianze, più o meno dirette, più o meno in favore di telecamera, circolanti tanto sui media tradizionali quanto sul Web.

Non si tratta soltanto dell’estrema facilità con cui vengono create e diffuse fake news e di come queste possano far presa facilmente sulla gente, ma anche di come l’informazione si sia sempre più ibridata con l’intrattenimento divenendo così una sorta di inserto – a suon di ospitate di esperti – che attraversa l’intero palinsesto mediatico modificandolo e restandone a sua volta modificata desumendone le logiche dello spettacolo a caccia di facile audience.

Spalmata all’interno di programmi di cucina o sportivi in tv o tra un selfie-aperitivo e un crazy-video sui social, l’informazione non può che farsi veloce, sloganistica, iperbolica e sufficientemente versosimile. A rendere sostanzialmente inutile la mole di informazione  disponibile concorre anche la mancanza di una solida griglia interpretativa d’insieme: tra gli esiti dell’epocale fine delle grandi narrazioni vi è forse anche questo tipo di informazione postmoderna.

Con l’affermazione di Internet i media informativi tradizionali hanno indubbiamente diminuito la loro capacità di indirizzare i cittadini. Questi ultimi risultano piuttosto attratti delle promesse partecipative dalla Rete, che in realtà, il più delle volte, si risolvono in dibattiti in cui gli interlocutori non entrano nel merito di ciò che commentano, limitandosi a sfruttare l’occasione per ribadire fugacemente punti di vista e credenze già posseduti.

L’utente digitale pare insomma spesso essere alla ricerca di un pretesto per ribadire, frequentemente in maniera iperbolica, le proprie credenze in maniera tangenziale rispetto alla questione specifica su cui dovrebbe ragionare. E di ciò, occorre dirlo, non sono immuni nemmeno i network più critici.

I media tradizionali, gerarchici e unidirezionali, necessitano della fiducia dei fruitori e di una realtà sociale il più possibile omogenea. Al diminuire della loro credibilità e all’aumentare della frammentazione sociale, tali tipi di media faticano a rispondere a interessi e necessità a loro volta frammentate e differenziate.

Secondo una ricerca del Reuters Institute il ricorso ai social come fonte di informazione è passato in Italia dal 27% del 2013 al 50% del 2020 (tra i più giovani la percentuale sale ulteriormente). Negli ultimi due anni, segnati dagli allarmi sindemici, il ricorso ai social come fonte di informazione è aumentato ulteriormente ma questa “emancipazione” dai canali e dalle logiche dell’informazione cosiddetta mainstream lungi dall’essere garanzia di veridicità come tanti desiderano credere sentendosi cooprotagonisti all’interno dei network.

L’informazione via social risulta più attraente rispetto a quella dei media tradizionali perché più in linea con la frammentazione sociale e tende a essere percepita come più credibile rispetto a quella diffusa dai media istituzionali in quanto veicolata da “parigrado”. Nel suo complesso la Rete viene ritenuta capace di rappresentare equamente la pluralità dei punti di vista anche se, in realtà, la percentuale di utenti attivi sul Web nel produrre contenuto è molto bassa rispetto a quella dei semplici fruitori che spesso si limitano a fare da amplificatori/diffusori.

Se in generale la valutazione della veridicità dell’informazione dipende dalla credibilità della fonte di provenienza, nelle reti sociali facilmente si condividono informazioni senza alcuna verifica semplicemente perché si ritiene che lo abbia fatto qualcuno degli altri appartenenti al network di cui si è parte. Più la fonte di informazione è ritenuta “vicina”, maggiore è la credibilità che si è disposti a concederle. Non a caso i principali operatori tecnologici della Rete da tempo operano filtrando il flusso di informazioni ritenute rilevanti per i singoli utenti costringendoli all’interno di vere e proprie bolle in cui circolano quasi esclusivamente informazioni che confermano e rafforzano ciò in cui credono i partecipanti. La bolla, inoltre, tende a rafforzare il ricorso dell’individuo a quelle scorciatoie mentali proprie del cosiddetto “pensiero veloce” fortemente dipendente dalle emozioni.

Diversi studi hanno dimostrato come nei social si condividano materiali senza prestare grande attenzione alla loro veridicità. Contenuti affidabili e inaffidabili hanno la medesima probabilità di essere condivisi sul Web, tanto che la vita media di un’argomentazione scientifica e di una teoria complottista online sono del tutto equivalenti; si concentrano in un arco temporale estremamente breve anche a riprova della limitata capacità di attenzione che contraddistingue l’universo online e dello scarso tempo a disposizione per verificare l’accuratezza delle informazioni condivise.

La comunicazione online tende ad essere vissuta come se si trattasse di una forma di interazione offline: nell’interagire con individui specifici si ha l’impressione di conoscere gli interlocutori e quanto viene diffuso sui social tende ad essere considerato come una rappresentazione genuina della comunità da cui proviene. Rispetto a ciò che avviene con i media tradizionali, le voci veicolate dai social le si considera rappresentative delle opinioni di una intera comunità. Una scarsa fiducia in qualche singolo non intacca la fiducia nel collettivo in quanto ogni membro della comunità online viene considerato come indipendente, dunque non condizionato dai singoli privi di credibilità.

Sulla Rete hanno maggiore possibilità di condivisione contenuti di natura emotiva, umoristica e che toccano interessi e aspetti ritenuti importanti in quel particolare frangente. L’illusione dell’orizzontalità della comunicazione online, ossia che esistano le medesime opportunità per i singoli di diffondere informazioni, si infrange di fronte ai dati che mostrano come mentre pochi individui risultano in grado di raggiungere sui social milioni di soggetti, i più devono accontentarsi di fare da ricettori, da cassa di risonanza o di trasmettere i propri contenuti ad un numero davvero esiguo di altri individui. In altre parole la possibilità che un contenuto diventi “virale” è decisamente più asimmetrica di quel che si crede.

La percezione di autenticità (e democraticità) trasmessa dalla Rete, tende a trasformare qualsiasi notizia in notizia vera almeno finché non viene provato il contrario, ammesso che quando ciò avviene interessi ancora. Nell’universo di Internet, una notizia sembrerebbe corrispondere a un fatto reale solo per il fatto di circolare ed a partire dal suo entrare nei meccanismi della diffusione online, può farsi virale, dunque vera, o almeno verosimile e ciò sembra oggi poter bastare.

L’influenza del Web non si esercita però soltanto sui suoi destinatari diretti; come detto in precedenza, dalla Rete attinge ampiamente anche l’informazione tradizionale. Internet è infatti individuato sia come “luogo”, al pari di altri, in cui accadono eventi che possono diventare notizie sui media tradizionali che come spazio da cui captare gli umori dell’opinione pubblica senza dover affrontare dispendiose inchieste sul campo. Il Web diviene così una sorta di simulacro dell’opinione pubblica su cui si imbastiscono ragionamenti quanto mai campati per aria. É il caso di dire che al nuovo (dis)ordine mondiale pare corrispondere un nuovo (dis)ordine mediale.

In un tale contesto è sempre più diffusa la sensazione che tante cose che sembrano vere possano non esserlo, o almeno non esserlo del tutto. La realtà appare verosimile come quella messa in scena dalla fiction che ambisce a ricreare scenari e situazioni verosimili. Dopo averla introdotta nel suo Magia nera. Il fascino pericoloso della tecnologia (Luiss University Press, 2020) [su Carmilla] la questione del verosimile è al centro del nuovo saggio di Carlo Carboni, La vita verosimile (Luiss University Press, 2022), ruotante attorno alla convinzione che nelle rappresentazioni mentali contemporanee ormai la realtà sia divenuta soltanto una compia del verosimile.

Se è pur vero che il tema del verosimile è antico, di questi tempi, contraddistinti da un’idea di futuro assi incerta in cui evidenza e ragione sembrano collassare, viene a galla, sostiene Carboni, una realtà verosimile ormai fuori controllo. «Nel verosimile ci sono più artefatti che fatti, vero e falso perdono la loro importanza rispetto alla dimensione cruciale narrativa, quella che fa leva sull’emotività dei pubblici e sull’esistenza di un profondo knowledge gap tra gli uomini: è la riprova di come il potere riesca a manipolare le persone» (p. 15).

Secondo l’autore nel verosimile le percezioni degli esseri umani si discostano dalla cosiddetta “realtà dei fatti” soprattutto per tre cause: le culture neoliberiste che hanno determinato un ripiegamento del sociale in senso sempre più individualista-narcisista; i media che hanno reso sempre più indistricabile il confine tra reale e messa in scena; l’irruzione improvvisa del reale (come nel caso della guerra) in quel verosimile vissuto ormai come realtà.

La vita verosimile è il frutto della relazionlaità sociale costruita in ambienti sempre più tecnologici dove scorrazzano percezioni, bias cognitivi e significati di riconoscimento identitario. È il risultato di una disinformazione che, a differenza della censura nel passato, si basa su un effluvio eccessivo quanto intenzionale di informazioni irrilevanti, di bassa qualità e spesso distorte e false: in breve, sembra che l’ignoranza sia intenzionalmente indotta (p. 64).

In una società altamente tecnologizzata come l’attuale,

l’overload informativo che intenzionalmente crea disinformazione e violenza simbolica […] implica la creazione di immagini visuali che amplificano la realtà virtuale, dando un connotato verosimile alla nostra realtà sociale di riferimento. È il regno del non sapere di non sapere, dei bias cognitivi accecanti, uno pseudo-ambiente in cui mancano sempre più conoscenze dirette dei fatti. […] L’era del verosimile è la nuova vita di percezioni della realtà fisica e sociale, che gira, sempre più velocemente con quella virtuale. Tanto veloce e meticcia da ignorare l’incertezza e, in definitiva, la direzione di corsa: anestetizzata da un presentismo tanto programmato razionalmente quanto verosimilmente distorto. Si vive la presente attingendo alla massa enorme di informazioni che ci vengono propinate nelle ventiquattro ore. Questo overload informativo non solo indebolisce la nostra attenzione e la nostra memoria […] ma ci affatica al punto di privarci dell’immaginazione del domani (pp. 66-68).

In tale contesto l’Olimpo di Internet, con il suo “metaverso”, un’idea dei monopoli della conoscenza edificati dal capitalismo della sorveglianza, sostiene Carboni, si fa inventore e garante di un’architettura alternativa alla realtà promettendo attraenti esperienze tridimensionali.

La necessità di non accontentarsi di un surrogato di alternativa artificiale, ma di determinare un cambiamento radicale, inevitabilmente indigesto agli interessi dell’establishment, si fa sempre più urgente. Per certi versi nell’irruzione del reale (sindemico o bellico) nel verosimile contemporaneo potrebbe essere vista un’occasione per tentare almeno di recuperare quelle capacità relazionali senza le quali non è possibile una vita socialmente condivisa. «La verità si manifesta come comunità, una vita altra, un mondo differente [davvero] da reimmaginare» (p. 157).


Sulle caratteristiche dell’informazione online si veda Giuseppe A. Veltri, Giuseppe Di Caterino, Fuori dalla bolla. Politica e vita quotidiana nell’era della post-verità (Mimesis, 2017) [Su Carmilla].

Circa il rapporto tra immagini e conflitti bellici si veda Maurizio Guerri (a cura di), Le immagini delle guerre contemporanee (Meltemi, 2018), libro in cui vengono indagate la modalità con cui si guarda alle guerre nell’era della manipolazione domestica delle immagini e delle notizie, della loro produzione e condivisione sui social. A come i media contribuiscono a mutare il modo di guardare gli eventi bellici è dedicata la serie di scritti Guerrevisioni su Carmilla.

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Culture e pratiche di sorveglianza. In balia dell’Incoscienza Artificiale e dell’algocrazia https://www.carmillaonline.com/2022/01/24/culture-e-pratiche-di-sorveglianza-in-balia-dellincoscienza-artificiale-e-dellalgocrazia/ Mon, 24 Jan 2022 21:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=70200 di Gioacchino Toni

«Il punto è che non esiste una protesi cerebrale artificiale che sia intelligente; il calcolo senza significato può al massimo esprimere l’ossimoro dell’“intelligenza incosciente” […] La perdita di conoscenza e di autonomia fanno parte di un processo iniziato nel Ventunesimo secolo, nel corso del quale stiamo invertendo il rapporto gerarchico tra noi e le macchine. Oggi siamo sempre più portati a mettere in dubbio la risposta a una nostra domanda dataci da una persona, oppure quella di un assistente virtuale?» Massimo Chiariatti

«gli algoritmi sono pur sempre progettati da esseri umani, sono opachi, ossia poco trasparenti, e perseguono [...]]]> di Gioacchino Toni

«Il punto è che non esiste una protesi cerebrale artificiale che sia intelligente; il calcolo senza significato può al massimo esprimere l’ossimoro dell’“intelligenza incosciente” […] La perdita di conoscenza e di autonomia fanno parte di un processo iniziato nel Ventunesimo secolo, nel corso del quale stiamo invertendo il rapporto gerarchico tra noi e le macchine. Oggi siamo sempre più portati a mettere in dubbio la risposta a una nostra domanda dataci da una persona, oppure quella di un assistente virtuale?» Massimo Chiariatti

«gli algoritmi sono pur sempre progettati da esseri umani, sono opachi, ossia poco trasparenti, e perseguono non solo obiettivi di efficienza, ma ancor più di profitto. Quando imparano dall’esperienza, poi, tendono a replicare i pregiudizi umani» Mauro Barberis

Nonostante si tenda a pensare all’Intelligenza Artificiale antropomorfizzandola, come se si trattasse di una macchina in grado di prendere “sue” decisioni ponderate, questa si “limita” a elaborare una mole di dati non governabile dagli esseri umani e a farlo con una velocità altrettanto al di sopra dalle loro possibilità. Per gestire le informazioni disponibili l’essere umano ha sempre teso a esternalizzare alcune funzioni del suo cervello estendendole nello spazio e nel tempo; sin dalla notte dei tempi l’umanità ha fatto ricorso a protesi tecnologiche per superare i suoi limiti fisici e cognitivi ma giunti alla digitalizzazione delle informazioni queste sono talmente aumentate che per la loro gestione si è resa necessaria una tecnologia sempre più sofisticata e performante soprattutto in termini di velocità di elaborazione.

La sempre più frenetica società della prestazione tende a vedere nella lentezza umana un limite a cui necessariamente sopperire attraverso la tecnologia ma occorre chiedersi se davvero questa lentezza debba per forza essere intesa come un limite dell’umano rispetto alla macchina o non piuttosto come un valore che lo distingue irriducibilmente da essa. Se la lentezza umana viene vista come il tempo della coscienza, della possibilità di porsi delle domande, allora la velocità di elaborazione della macchina non è per forza di cose un valore sminuente l’umano.

Anziché pensare all’intelligenza artificiale come a macchine “intelligenti” capaci di decidere al posto dell’essere umano, conviene prendere atto di come queste non siano altro che esecutrici di istruzioni e pregiudizi umani sotto forma di numeri e formule che lavorano sui dati loro forniti senza prendere in considerazione facoltà tipicamente umane come le emozioni, la responsabilità o l’immaginazione. Le macchine cosiddette intelligenti, infatti, si limitano ad “apprendere” in maniera decontestualizzata dai dati derivando da questi anche, come detto, i pregiudizi umani, dunque occorrerebbe una certa cautela nel permettere loro di prendere decisioni capaci di influire sulla nostra vita e quella del Pianeta.

Una macchina che sta imparando dai dati, si usa dire che “apprende” ma in realtà sarebbe meglio essere consapevoli che nell’elaborare dati in fin dei conti in maniera statistica questa “prende decisioni” che però non sono affatto “intelligenti”, tanto che è sempre più difficile comprendere i motivi da cui derivano particolari decisioni. Occorre inoltre tenere presente che i dati non vengono lasciati alle macchine in sé ma ai soggetti che le possiedono e che hanno precisi interessi.

È attorno a questioni di tale portata che riflette il volume di Massimo Chiariatti, Incoscienza artificiale. Come fanno le macchine a prevedere per noi (Luiss University Press, 2021), analizzando la natura dell’intelligenza artificiale e le implicazioni della sua interazione con l’essere umano.

Lo studioso ricorda come il concetto stesso di Intelligenza Artificiale – introdotto attorno alla metà degli anni Cinquanta del secolo scorso – sia sempre stato assai dibattuto all’interno della comunità scientifica; se già di per sé è difficile definire in maniera univoca il concetto di “intelligenza”, non di meno anche l’aggettivo “artificiale” crea qualche problema implicando che «a monte rispetto al lavoro delle macchine ci sono sempre operazioni umane, dunque basate sulla biologia», pertanto, suggerisce Chiariatti, sarebbe il caso di «sostituire “intelligenza”, che ha un’accezione positiva, con “incoscienza”, poiché gli algoritmi, eseguendo regole che imparano autonomamente dai dati, producono risultati senza alcuna comprensione e coscienza di ciò che stanno facendo»1.

Le macchine, anche le più sofisticate, possono certamente essere confrontate all’essere umano in termini di abilità, non certo di intelligenza se si ritiene che questa abbia a che fare con la comprensione e la coscienza di quanto si sta facendo. Ma, nota lo studioso, il sogno umano di «poter essere creatori si esplicita nel linguaggio quando si assegnano i nomi agli oggetti, come se, per esempio, il termine “apprendimento” (learning) in machine learning avesse lo stesso significato che ha per noi»2.

Nel relazionarsi con le macchine l’essere umano non ha a disposizione un vocabolario neutrale con cui descrivere i fenomeni artificiali. Se per gli umani apprendere significa «modificare perennemente la mappa neuronale del cervello, e nel caso del linguaggio, aggiungere un significato simbolico»3, per la macchina “apprendere” significa far ricorso all’inferenza statistica, «ossia prendendo dalle coppie di dati per cui la relazione dell’input e dell’output è conosciuta (es. gli animali con le strisce sono zebre). Dando continuamente in pasto alle macchine queste coppie (input e output) possiamo fare in modo che fornendo solo l’input (strisce) sia possibile ottenere dalla macchina l’output probabilmente corretto (zebre)»4. Probabilmente, appunto, in quanto si tratta pur sempre di un risultato di ordine statistico derivato dalla regola appresa dalla macchina “allenandosi” sulle coppie di dati forniti.

Mancando alla macchina la capacità astrattiva necessaria nella realizzazione di un processo analitico e inferenziale diventa difficile parlare davvero di apprendimento. Se il mero apprendimento dai dati si sostituisce a una programmazione esplicita, ossia al fornire all’elaboratore tutte le istruzioni relative al lavoro che deve compire, l’essere umano finisce per perdere il controllo sulle decisioni non essendo nemmeno in grado di comprendere come queste siano state prese dalla macchina: all’aumentare della complessità del mondo e al delegare alle macchine la costruzione di modelli corrisponde l’associare l’intelligenza alla mera ottimizzazione statistica che fa a meno del porsi domande.

Quello che è certo ora è che la nostra cultura ha generato la natura delle macchine, che diventa la loro “conoscenza innata artificiale”. In altre parole, tutto quello che noi abbiamo espresso manualmente, verbalmente e in forma scritta, e che abbiamo trascritto in database, è entrato nella formazione delle macchine. […] Cosa ha ereditato la macchina? I dati, comprensivi dei nostri pregiudizi. E cosa sta imparando? A fare previsioni, al posto nostro5.

Tutto ciò, sottolinea Chiariatti, deve indurre a riflettere circa le conseguenze in una società algoritmica sia a proposito delle modalità con cui le macchine, con la loro “Incoscienza Artificiale”, giungono alle loro conclusioni/decisioni che a come rapportarsi nei loro confronti.

Si è soliti tipizzare diversi livelli di IA. Nella IA Debole, che è il livello attuale dell’evoluzione informatica, in cui l’elaboratore è dotato di competenze specifiche ma non comprende le operazioni che compie: si tratta di una IA orientata agli obiettivi, progettata per apprendere o imparare a completare compiti specifici come il riconoscimento facciale o vocale, guidare un veicolo o svolgere una ricerca in Internet. Si tratta di un sistema che può operare in maniera reattiva, senza avvalersi di un’esperienza precedente, o sfruttando una memoria di archiviazione dati, per quanto limitata, in modo da poter ricorrere a dati storici per prendere decisioni. Occorre fornirgli regole e dati in quantità per simulare processi ma non vi è alcuna riproduzione del pensiero umano. Nella IA Forte si sfruttano invece strumenti come l’apprendimento profondo (deep learning) al fine di affrontare i compiti del cosiddetto Sistema 2 (ragionamento, pianificazione, comprensione della causalità). L’obiettivo in questo caso è avvicinarsi all’intelligenza umana simulando il ragionamento causa-effetto anche se resta l’incapacità della macchina di porsi dubbi e domande circa il suo operare. L’IA Generale, invece, resta la visione per così dire fantascientifica che pretende di trasferire il contenuto del cervello umano nella macchina così che questa possa comportarsi al pari dell’umano.

Sempre più industrie manifatturiere dipendono dalle piattaforme digitali affiancando all’inevitabile uso di Internet il ricorso all’intelligenza artificiale, tanto che colossi come Predix (General Electric) e MindSphere (Siemens) si contendono il monopolio delle piattaforme industriali indispensabili anche per lo sviluppo dell’IA.

A tal proposito, nel volume di Mauro Barberis, Ecologia della rete. Come usare internet e vivere felici (Mimesis, 2021), viene evidenziato come la pandemia abbia accelerato tali processi soprattutto nell’ambito della logistica e nella diffusione dello smart working che ha assunto sempre più le sembianze del lavoro a cottimo deregolamentato a vantaggio di “padroni impersonali”.

Secondo lo studioso il punto di passaggio fra Internet e IA potrebbe essere indicato nell’Internet delle cose (Internet of things, IoT) [su Carmilla 1 e 2], cioè nel momento in cui a comunicare fra loro in wireless sono oggetti identificati da protocolli Internet. Scrive a tal proposito Barberis:

Dagli oggetti che funzionano in assenza dei padroni di casa o che si accendono da soli al loro arrivo (domotica), agli edifici e alle città intelligenti (smart), dai robot, dispositivi non necessariamente somiglianti agli umani, che svolgono gran parte delle operazioni di montaggio e assemblaggio nell’industria manifatturiera, sino alle auto senza guidatore sperimentate dalle industrie californiane, le applicazioni dell’internet delle cose sono ormai tante e così invasive da aver prodotto anche reazioni di rifiuto. In effetti, tutte queste applicazioni dell’IA presentano due somiglianze importanti e anche inquietanti. La prima è essere collegate tramite internet a un server centrale, al quale cedono dati da analizzare e poi da usare su utenti e consumatori. […] La seconda somiglianza è che il funzionamento dell’internet delle cose, e più in generale dell’IA ristretta, limitata ad applicazioni come domotica e robotica, è regolato da algoritmi: modelli matematici tramite i quali i progettisti possono non solo regolare il funzionamento di elettrodomestici o macchine industriali, ma permettere loro di imparare dell’esperienza, autonomizzandosi. Dall’internet delle cose, d’altra parte, l’uso degli algoritmi si è presto esteso ad altri settori dell’IA che coprono ormai interi settori della vita umana6.

Se da un lato il ricorso ad algoritmi permette di potenziare la razionalità umana a livello decisionale grazie a modelli matematici apparentemente imparziali che dispongono di una maggiore conoscenza dei dati, dall’altro resta il fatto che gli algoritmi sono pur sempre progettati dagli esseri umani, sono poco trasparenti, e perseguono, replicando i pregiudizi umani, esclusivamente obiettivi di efficienza e, soprattutto, di profitto. Ragionare sull’IA, sostiene Barberis, porta a domandarsi

dove stia il criterio distintivo fra l’uomo e la macchina, e se per caso questo non consista – invece che nella razionalità strumentale, replicabile da computer o algoritmi – nella sensibilità, prima animale e poi umana. Questa sensibilità non s’esaurisce negli organi di senso, riproducibili anch’essi da sensori artificiali. […] Semmai, consiste nell’empatia: la capacità di provare compassione. Oppure, sta nel dubbio che a volte ci sfiora già oggi, e che ingegneri robotici chiamano uncanny valley: quelli che ci circondano sono ancora umani, oppure loro repliche imperfette?7.

Sempre a proposito di algoritmi, Chiariatti puntalizza come questi si limitino ad analizzare

le relazioni nei dati – non i valori o il significato che rappresentano. Perciò l’algoritmo non “predice” e non “pensa”, ma si limita a costruire modelli seguendo le nostre orme. In altri termini, l’algoritmo è un meccanismo produttivo che usa i nostri dati come materia prima: scova le correlazioni ed estrae le regole. L’IA è quindi una creatrice di regole, seguendo le quali costruisce una sua rappresentazione del mondo. Ma lo fa in modo irresponsabile. Tutto il lavoro di apprendimento culmina in un risultato che ha del misterioso8.

Se di per sé nell’atto di automatizzare non si può che vedere una forma di delega, nel contesto tecnologico contemporaneo ciò comporta problematiche quanto mai inquietanti alla luce del fatto che

in rete si diffondono fatti non spiegabili scientificamente, rilanciati da macchine autonome (bot) basate su algoritmi che prevedono il comportamento umano. Definiamo fake news queste notizie prive di alcuna valenza scientifica, come facilmente possiamo verificare provando a risalire alle loro fonti. Ma come faremmo a riconoscere le fonti, se a generarle fossero macchine autonome? Questa è un’altra ragione per cui non ci possiamo fidare della conoscenza empirica su quello che accade alla macchina, non è corretto parlare di Intelligenza Artificiale, perché si tratta solo di un poderoso calcolo numerico9.

A questo si aggiunga la faciloneria che domina su social e blog, da cui non di rado si alimenta la stessa “informazione orientata” ufficiale che, più che pianificata a tavolino da qualche diabolico stratega, pare frequentemente generarsi dalla superficialità imposta dai tempi ristretti dettati dalla società della prestazione in cui i momenti di necessaria riflessione risultano nella pratica banditi.

Mentre diviene impossibile comprendere come la macchina sia giunta a prendere decisioni, il business delle piattaforme online derivato proprio dal ricorso all’IA e da chi ha saputo utilizzarla in maniera profittevole, sembra avanzare in maniera inarrestabile. Sappiamo però, a volte anche per esperienza diretta, quanto le correlazioni ottenute dalle macchine possano essere del tutto casuali. Le macchine possono infatti individuare correlazioni tra fatti del tutto privi di cause comuni. La correlazione non implica causalità: una correlazione statistica, da sola, non dimostra un rapporto di causa-effetto; spiegare correlazioni richiede teorie e conoscenze approfondite del contesto sociale e culturale.

Grazie alle deleghe sempre maggiori che vi si accordano, i sistemi di IA stanno assumendo, una loro autonomia. «Quando un oggetto fa esperienza del mondo in autonomia e interagisce tramite il linguaggio, il divario che lo separa da un soggetto sta per colmarsi. La soggettivazione algoritmica non prevede più la dicotomia “noi o loro”»10. Mentre l’essere umano ricorre a un oggetto per potenziare la creatività, ora sembra proprio che l’oggetto utilizzi la creatività umana espressa nei dati in forma scritta, orale e visiva per potenziare le sue previsioni. Ed è proprio grazie alla capacità predittivia che prosperano e dominano le grandi piattaforme della Rete analizzate da Luca Balestrieri [su Carmilla].

Le piattaforme online si sono trasformate in soggetti che operano nella politica, dotati di micidiali armi economiche. Sono quasi diventati “Stati privati”, tanto grande è il loro potere. Ma come si sostentano? Con i dati, anzi, con i loro produttori. Cioè noi. Vediamo Stati che cooptano aziende per colpire altri Stati e aziende che si alleano tra loro controllando Stati interi. […] Sono entità che ricordano fortificazioni medievali e che definiamo più prosaicamente walled garden (“giardini recintati”), ossia piattaforme chiuse, ma la cui chiusura non ha lo scopo di ostacolare tanto l’accesso, quanto l’uscita […] All’interno di questi giardini non ci sono più cittadini eguali di fronte alla legge, ma sudditi che temono di essere esclusi dall’accesso alle informazioni, cosa che oggi equivale alla morte sociale. Questi muri non servono per difendersi, ma per evitare che i sudditi, i produttori di dati fuggano. I proprietari hanno già dalla loro parte milioni di persiane in giro per il mondo, evangelizzatori a titolo gratuito che professano la fede nei servizi free. Gli agognati virtual badge (come il badge blu per gli account di interesse pubblico su Twitter) sono i corrispettivi dei titoli nobiliari, perché danno sostanza a una gerarchizzazione in cui la posizione si basa sulla vittoria al gioco dei follower e sul rispetto delle regole del sistema11.

Questi “nuovi Stati”, sottolinea Chiariatti, pur essendo spersonalizzati e smaterializzati non sono affatto depoliticizzati, in quanto dotati di un potere che esercitano in tutto il mondo: «il loro non è un business model, ma uno State model, di successo e, al momento, a prova di futuro»12. Tali piattaforme potrebbero presto tentare di farsi anche banche centrali emettendo le loro forme di denaro e nel caso le loro valute globali e scalabili si sganciassero dai sistemi monetari classici, le piattaforme potrebbero davvero dirsi Stati a tutti gli effetti. Non si tratta più di cogliere la minaccia esercitata dal potere economico nei confronti della democrazia: «ora il rischio maggiore è un regime di omologazione algoritmica globale in cui i cittadini, non potendo più prendere decisioni, avranno perso il controllo sui loro dati, la loro attenzione e il loro denaro»13. Si potrà parlare in tale caso di “algocrazia”; ossia di un sistema in cui a decidere saranno gli algoritmi.

I sistemi di AI derivano buona parte dei dati di cui necessitano dagli smartphone e chi tra le grandi aziende saprà raccogliere più dati setacciando quelli di miglior qualità o produrre algoritmi più efficienti ed efficaci dominerà sulle altre e sugli individui. Si tratta di una guerra tra grandi corporation che coinvolge con le sue conseguenze gli esseri umani sin da prima di nascere, come ha spiegato fornendo esempi in quantià Veronica Barassi [su Carmilla 1 e 2].

Invocare libertà impugnando un cellulare con la preoccupazione di postare al più presto sulle piattaforme social tutta la sete di libertà posseduta tradisce l’impossibilità di liberarsi da quei graziosi walled garden di cui si continua, nei fatti, ad essere prigionieri nel timore non solo di essere altrimenti esclusi dall’accesso alle informazioni, cosa che, come detto, equivale di questi tempi alla morte sociale, ma anche dall’occasione di trasmetterne a propria volta in un contesto però, come visto, profondamente viziato. Un cortocircuito da cui è indubbiamente difficile difendersi.


Su Carmilla – Serie completa Culture e pratiche di sorveglianza


  1. Massimo Chiariatti, Incoscienza artificiale. Come fanno le macchine a prevedere per noi, Luiss University Press, Roma, 2021, p. 19. 

  2. Ivi, p. 21. 

  3. Ivi, p. 21. 

  4. Ivi, p. 22. 

  5. Ivi, p. 24-25. 

  6. Mauro Barberis, Ecologia della rete. Come usare internet e vivere felici, Mimesis, Milano-Udine, 2021, pp. 41. 

  7. Ivi, pp. 51-52. 

  8. Massimo Chiariatti, Incoscienza artificiale, op. cit, p. 57. 

  9. Ivi, p. 62. 

  10. Ivi, p. 81. 

  11. Ivi, pp. 84-85. 

  12. Ivi, p. 86. 

  13. Ivi, p. 87. 

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Culture e pratiche di sorveglianza. Il nuovo ordine mediale delle piattaforme-mondo https://www.carmillaonline.com/2022/01/12/culture-e-pratiche-di-sorveglianza-il-nuovo-ordine-mediale-delle-piattaforme-mondo/ Wed, 12 Jan 2022 21:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=70009 di Gioacchino Toni

Attorno alla metà degli anni Dieci del nuovo millennio è emersa con forza l’importanza che nell’odierna economia globale sta assumendo il cosiddetto Platform Capitalism – analizzato pionieristicamente da studiosi come Nick Srnicek1 –, cioè quella particolare forma di business ruotante attorno al modello delle piattaforme web rivelatosi il paradigma organizzativo emergente dell’industria e del mercato grazie alla sua abilità nello sfruttare pienamente le potenzialità della cosiddetta quarta rivoluzione industriale.

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di Gioacchino Toni

Attorno alla metà degli anni Dieci del nuovo millennio è emersa con forza l’importanza che nell’odierna economia globale sta assumendo il cosiddetto Platform Capitalism – analizzato pionieristicamente da studiosi come Nick Srnicek1 –, cioè quella particolare forma di business ruotante attorno al modello delle piattaforme web rivelatosi il paradigma organizzativo emergente dell’industria e del mercato grazie alla sua abilità nello sfruttare pienamente le potenzialità della cosiddetta quarta rivoluzione industriale.

Se c’è un settore in cui emerge con chiarezza l’importanza assunta da tale modello questo è il comparto dei media ed è proprio a questo che si riferisce il volume di Luca Balestrieri, Le piattaforme mondo. L’egemonia dei nuovi signori dei media (Luiss University Press, 2021), in cui vengono descritte le trasformazioni culturali e industriali dei media che il “centro del mondo” – che, attenzione, significa certo Stati Uniti ma anche Cina – sta imponendo alle sue periferie.

In generale, quando si parala di “piattaforma” si fa riferimento a «uno spazio per transizioni o interazioni digitali che crea valore attraverso l’effetto network, il quale si manifesta tramite la produzione di esternalità positive» (p. 14). Visto che la creazione di valore deriva soprattutto dalla conoscenza dei clienti e del mercato, diventa fondamentale la capacità di estrazione e di interpretazione dei dati comportamentali dei consumatori.

Essendo la piattaforma a organizzare i flussi di informazione all’interno del network, la sua forza risiede proprio in questa sua capacità di connettere e ottimizzare gli scambi di informazioni tra gli elementi che coinvolge che prima erano invece disseminati lungo una filiera lineare. Si tratta pertanto di una forma organizzativa meglio capace di sfruttare le potenzialità offerte dall’intrecciarsi di intelligenza artificiale, cloud computing e connessioni ultraveloci e che, strada facendo, ha dato luogo a quelle che l’autore definisce come vere e proprie “piattaforme-mondo”:

ecosistemi che organizzano in rete produzione e consumi, sviluppano e gestiscono la tecnologia con cui governano i mercati e tendono a espandersi attraverso il controllo dei dati. La piattaforma diventa mondo, tende a dilatare sena limiti i suoi servizi e le opportunità che offre. È la versione dell’one stop shop sviluppata, con il massimo di rigore e coerenza, per le prime dalle grandi piattaforme cinesi. Una sorta di paese dei balocchi nel quale il consumatore, idealmente, non deve cercare altrove per soddisfare digitalmente ogni suo bisogno (p. 19).

Si sta parlando di colossi statunitensi come Alphabet (gruppo Google), Amazon, Facebook, Apple e Microsoft e cinesi come Baidu, Alibaba e Tencent. A un livello inferiore in questa gerarchia di potenza si collocano invece piattaforme come Netflix e Spotify in quanto impegnate in un segmento di mercato limitato, audiovisivo la prima e musicale la seconda. Per dare un’idea della potenza di fuoco di cui dispongono tali colossi si pensi che nel 2021 tra le dieci imprese a maggior capitalizzazione mondiale figuravano ben sette piattaforme-mondo.

Per comprendere come le piattaforme si siano evolute da semplici sistemi informatici nell’infrastruttura chiave dell’economia globale in grado di erodere le sovranità nazionali, sfruttando la capacità di ottenere ed elaborare dati, lo studioso ritiene sia necessario partire dalle “guerre dello streaming” per il controllo dell’industria audiovisiva statunitense che si sono scatenate negli anni Dieci del nuovo millennio. A una prima fase in cui le piattaforme S-VOD (sevizi video-on-demand richiedenti un abbonamento per una visione senza limiti dei contenuti) sferrano il loro attacco alla televisione multicanale uscendone vincitrici, succede una seconda fase in cui queste piattaforme si scontrano tra di loro per il dominio del mercato in una competizione giocata sul volume di dati raccolti e sull’ampiezza dei servizi che tali dati permettono di proporre in maniera profilata ai consumatori.

Per oltre un trentennio, a partire dagli anni Novanta del Novecento, il sistema della tv via cavo statunitense ha regnato sul sistema mondiale dei media grazie soprattutto alla sua indubbia capacità creativa (che ha portato a fare della serialità la narrazione privilegiata della contemporaneità e del suo immaginario) e all’aver messo in piedi un efficace sistema produttivo e di aggregazione di media company capace di integrare il comparto hollywoodiano tanto a livello creativo che organizzativo. Ne corso degli  anni Dieci le piattaforme streaming hanno dunque saputo assimilare e prendere il controllo tanto della creatività seriale che della base produttiva sviluppata nel frattempo dal sistema della tv via cavo.

A risultare vincente, scrive Balestrieri, non è dunque il prodotto in sé (la serialità), che le piattaforme hanno trovato già strutturato dalle cable tv, ma il rapporto con il consumatore, che nello specifico significa la fruizione on demand e la valorizzazione della libertà di scelta. Quando compare Netflix, ad esempio, la cosiddetta complex tv2– la tv della complessità narrativa – era già un dato di fatto così come, almeno parzialmente, le sue innovative modalità produttive. Si potrebbe dire che Netflix arriva quando HBO ha già cambiato la serialità.

Esiste dunque una contiguità ideativa e realizzativa a livello di prodotto; ciò che le piattaforme on demand hanno innovato è la modalità di fruizione e la rapidità con cui il pubblico statunitense si è convertito a questa sembra essere derivata dalla possibilità di controllare autonomamente il tempo di consumo svincolandosi così dal flusso imposto dai palinsesti: «è lo stesso bisogno di differenziare e personalizzare il consumo audiovisivo che, due decenni prima, aveva determinato la rivoluzione creativa e la diversificazione produttiva della tv via cavo e che, negli stessi anni, aveva portato al boom prima dei videoregistratori e poi del Dvr» (pp. 27-28).

A risultare vincenti sono le piattaforme che rinunciano a richiedere il pagamento per ogni singolo atto di consumo – come avveniva nelle prime sperimentazioni on demand – e che propongono invece all’utente, tramite abbonamento, l’esperienza di consumare senza vincoli e senza limiti: «la bulimia di esperienze fictional, di universi narrativi e di immagini che ne deriva è l’atto fondante di un nuovo tipo di consumatore mediale» (p. 29). Nell’offrire allo spettatore immediatamente tutti gli episodi di una serie si sollecita un cambiamento radicale delle abitudini di fruizione allontanandolo ulteriormente dalle proposte delle tv a palinsesto tradizionali, broadcast o cavo/satellite.

Oltre alla possibilità di consumare un’intera serie nei tempi preferiti, il consumatore si trova a poter disporre di una sorta di luna park all’interno del quale può attingere liberamente vivendo un’esperienza di assoluta libertà nella scelta. Si tratta di un’offerta che ha fatto breccia sopratutto tra le generazioni più giovani, e non è forse un caso che gli stessi sistemi educativi, da qualche tempo, siano sempre più inclini a sostituire un’istruzione pianificata in maniera strutturata a “palinsesto”, con una proposta sempre più a “buffet”, ove lo studente vive la sensazione di poter scegliere liberamente tra una molteplicità di offerte formative sempre meno strutturate e bilanciate tra di loro.

Le piattaforme hanno vinto perché, sostiene lo studioso, sono state abili nel creare il consumatore a loro più funzionale.

La piattaforma non mette astrattamente in contatto i soggetti che vi partecipano, ma li plasma e li ridefinisce in funzione dell’ottimizzazione delle loro interdipendenze – in termini di valore per i partecipanti e, soprattutto, per la piattaforma stessa. L’innovazione investe il prodotto, il soggetto che lo offre e il consumatore, educato a scoprire e apprezzare un’esperienza di fruizione diversa. La piattaforma, insomma, è al contempo il legislatore e l’educatore del mondo nuovo che costruisce (pp. 66-67).

Essendo che le piattaforme estraggono valore dall’offerta di servizi regolati dalla profilazione e dall’elaborazione dei dati derivati dal consumatore, quest’ultimo deve essere educato alla fruizione del maggior numero di servizi possibile all’interno di uno spazio digitale unico e alfabetizzato celermente alle regole della piattaforma in maniera che le viva come del tutto naturali inducendolo a comportamenti automatici vissuti come spontanei.

Il consumatore deve essere progressivamente portato a ricercare all’interno di quello spazio il soddisfacimento di bisogni originariamente eterogenei, quali l’informazione e la creazione di comunità, l’esplorazione ludica e l’autoaffermazione, il contratto di vicinanza e lo sguardo sul mondo. I social propongono una user experience facile, immersiva, senza strappi: facilità e immersività apparentemente simili a quelle del flusso televisivo, ma in realtà con un rovesciamento del rapporto tra soggettività e flusso, perché la passività dello spettatore televisivo è trasfigurata in (apparente) protagonismo e l’esperienza sembra ruotare attorno a continue scelte del fruitore attivo (p. 69).

Al di là della percezione del consumatore, modi e forme della partecipazione attiva alla creazione dell’esperienza immersiva sono in buona parte diretti dalle strutture logico-tecnologiche della piattaforma; «quello che sembra un percorso di naturale espansione degli interessi e della socialità del singolo segue un tracciato di messa a valore dei dati estratti e analizzati nell’insieme dello spazio digitale della piattaforma» (pp. 69-70) che lavora incessantemente per ottenere una vera e propria bulimia di contatti e di consumo. Le piattaforme social, in particolare, educano il loro fruitore a una particolare centralità visuale che lo lusinga di essere lui l’oggetto della cultura visiva:

i selfie che intasano i social mostrano i fruitori al centro di spiagge, di montagne, di luoghi di socialità, a riprova che – mentre la televisioni parlava di altro, al più, poteva suggerire un’identificazione con altri, come nei reality – adesso le piattaforme parlano del fruitore stesso, del consumatore che si specchia nell’immagine di sé. Si ottiene così l’effetto network da cui la piattaforma estrae valore. Per questo, l’autoreferenzialità dell’immagine deve essere condivisa e il narcisismo deve diventare contenuto di comunicazione attraverso i like o i retweet (p. 72)

Balestrieri si sofferma particolarmente nell’evidenziare l’asimmetria di potere esistente tra le piattaforme-mondo e i sistemi mediali nazionali.

Il flusso televisivo, nel Novecento e nel passaggio al nuovo secolo, ha svolto una fondamentale funzione costitutiva della socialità e dei percorsi identitari, contribuendo a disegnarne le forme espressive e i valori comunicativi, sostituiti dalle ideologie nella mappatura dello spazio politico e generatrici di rappresentazioni del contemporaneo e del suo significato. Anche nella sua banalità quotidiana, e forse proprio grazie a questa, il flusso televisivo raccontava una grande storia di appartenenza e di identità. Adesso questa capacità di racconto si è logorata, e solo in occasioni eccezionali riesce a trovare nuova potenza emotiva e forza aggregante. La società segue in generale percorsi di soggettività plurime, sempre più estranei alla cultura di massa ereditata dal Novecento, di cui la televisione era elemento costitutivo (pp. 58-59).

Per certi versi, sostiene lo studioso, l’indebolimento della tv broadcasting spodesta la televisione dal ruolo di cerniera e organizzatrice della creatività mediale che aveva assunto; «la crisi della televisione costituisce il segno più evidente della disarticolazione della centralità nazionali della cultura e della creatività» (p. 91). Dunque, il particolare processo di globalizzazione mediale imposto dalle piattaforme-mondo, secondo Balestrieri, pone una pietra tombale sulla «possibilità di esercitare, attraverso un autonomo sistema dei media, una consapevole, trasparente ed efficace gestione dello spazio in cui si forma i discorso pubblico e si producono dinamiche culturali che in una comunità creano identità (al plurale)» (p. 93).

Se le realtà locali non sembrano davvero più in grado di dare forma alla cultura di massa creando o adattando contenuti pensati quasi esclusivamente in funzione di un consumo interno, soppiantate come sono dalle piattaforme-mondo capaci di assimilare tratti culturali locali per poi manipolarli in maniera da renderli appetibili al mercato mondiale, non sono mancati casi di “resistenza” locali che, per qualche tempo, hanno saputo anche oltrepassare i confini nazionali.

Balestrieri ricordata ad esempio la capacità in America Latina di dar vita a un prodotto originale come la telenovela capace di insinuarsi nel mercato internazionale; si pensi a come la telenovela brasiliana negli anni Sessanta abbia saputo trasfigurare in modalità melodrammatiche la quotidianità e il senso di appartenenza e di comunità all’interno di un contesto autoritario sapendo trasformarsi nel corso del decennio successivo al pari della società che stava faticosamente uscendo dalla dittatura.

Nei decenni finali del vecchio millennio e nell’inizio del nuovo permane una certa dialettica tra sistemi nazionali e circuiti internazionali, tra centro e periferie a riprova di ciò si pensi al successo del fenomeno “format” soprattutto negli anni Novanta: «formidabile sintesi di globalizzazione del prodotto audiovisivo e di persistenza del mercato nazionale: si prende un’idea che ha avuto successo da qualche parte nel mondo e la si traduce in un contenuto vicino alla cultura del pubblico di un altro Paese» (p. 107). Ebbene, continua lo studioso, le piattaforme operano in maniera inversa: trasformano contenuti locali in prodotti globali e lo fanno forti dell’incredibile potenza di fuoco economica di cui dispongono nell’operare investimenti.

L’era del trionfo delle piattaforme-mondo ridisegna l’universo mediale riconfigurando anche le modalità di globalizzazione sia a livello di organizzazione industriale delle filiere e dei consumi che delle ibridazioni cultuali. Alla centralità dei flussi internazionali di capitali e prodotti propria della prima fase del processo di globalizzazione si sovrappone l’internazionalizzazione dei servizi al consumatore e delle infrastrutture tecnologiche. Il servizio è venduto direttamente al consumatore di ogni angolo del pianeta «disintermediando le filiere che si articolano nei sistemi nazionali dei media. La raccolta delle risorse e le decisioni strategiche sul loro reimpiego passano di mano e saltano il livello locale, lasciando a quest’ultimo magari il ruolo subalterno di fucina creativa a comando. Benvenuti nella globalizzazione mediale 4.0» (p. 109).

Se è pur vero che l’offerta audiovisiva di colossi come Netflix (che nel 2021 vantava oltre 200 milioni di abbonamenti disseminati in ben 190 paesi) o come Amazon è in buona parte fatta di contenuti statunitensi, sarebbe errato secondo Balestrieri vedere in queste piattaforme una semplice prosecuzione del processo di americanizzazione culturale del mondo iniziato con Hollywood.

Nella fase attuale, nella quale l’internazionalizzazione riguarda i sevizi diretti all’utente, lo scopo di un soggetto che opera globalmente come Netflix o Google non è vendere prodotti statunitensi sugli altri mercati, ma vendere il proprio servizio, che può benissimo prevedere anche la valorizzazione dei prodotti locali. Le piattaforme non vogliono americanizzare il consumatore globale, ma creare una nuova specie di consumatore mediale, impegnato nell’ibridazione dei propri linguaggi, valori estetici, strutture narrative all’interno delle interazioni e transazioni governate dalle piattaforme stesse (p. 124).

Attenzione, avverte lo studioso, ciò non significa affermare che le multinazionali non hanno nazionalità; tutt’altro, rispetto alle piattaforme di inizio millennio, nelle odierne il «governo dello sviluppo industriale e dei flussi culturali è ancora più localizzato negli Stati Uniti» ma non si tratta più di un controllo di tipo novecentesco dei mercati contraddistinto da merci culturali vendute e investimenti per acquisire la proprietà dei media, bensì di un controllo delle piattaforme-mondo che «innovano i flussi culturali e creano i propri consumatori attraverso la vendita diretta di servizi, personalizzati sul profilo di fruizione dei singoli individui» (p. 125). Queste piattaforme non necessitano per forza di acquistare media; spesso è sufficiente svuotarli e riconfigurarli all’interno dei propri ecosistemi reindirizzando le catene di distribuzione economiche e culturali in direzione transazionale.

Gli Stati Uniti non sono soli nella creazione di piattaforme-mondo; ad essi si aggiunge la Cina, Paese che ha saputo sfruttare le economie di scopo offerte dalla datification. Si tenga presente, sostiene Balestrieri, che in Cina le piattaforme-mondo non hanno dovuto ingaggiare una battaglia interna nei confronti del vecchio mercato dei media; in buona parte lo hanno creato. Nel paese asiatico si può dire che il sistema dei media sia nato con la digitalizzazione e l’industria audiovisiva con le piattaforme. In Cina lo streaming è infatti giunto diffusamente alla popolazione prima ancora delle sale cinematografiche: nel 2010 si contavano nel paese di un miliardo e trecento milioni di persone poco più di seimila schermi in duemila sale concentrate nei grandi agglomerati urbani. Il cinema nelle sale è arrivato praticamente insieme alle piattaforme strizzando l’occhio a una popolazione giovane nativa digitale che nel primo decennio del nuovo millennio ha imparato a consumare audiovisivi soprattutto attraverso queste piattaforme.

La densità di servizi offerti dagli ecosistemi delle piattaforme-mondo cinesi si traduce anche in un accelerato sviluppo della base produttiva e delle industrie creative che alimentano questa totalizzante user experience. Senza l’ingombro d un robusto sistema dei media preesistente, le piattaforme hanno potuto costruire secondo le proprie esigenze le fabbriche dei contenuti e i bacini di professionalità necessari, sfruttando al massimo le sinergie offerte dalla crescente complessità e articolazione degli ecosistemi (p. 136).

In generale, statunitensi o cinesi che siano, le piattaforme-mondo vivono della conoscenza del consumatore in modo non solo da poter estendere la gamma di sevizi da offrirgli ma anche di poter anticipare e guidare le decisioni dell’utente sia nell’ambito del consumo/acquisto che nelle connessioni sociali. L’obiettivo è dunque quello di plasmare il consumatore.

In chiusura di volume, Balestrieri si concentra sul potere acquisito dalle piattaforme-mondo a proposito del controllo delle tecnologie che alimentano la quarta rivoluzione industriale. In un panorama in cui la capacità di incidere su economia, società e cultura di queste piattaforme sembrerebbe ormai essere sfuggita al controllo statale, quest’ultimo sembra del tutto intenzionato a rifare capolino dopo decenni di inerzia più o meno pianificata. Si pensi che Amazon fornisce servizi cloud a ben 6500 agenzie governative che vanno dal settore della difesa a quello dell’educazione fino ai tanti apparati governativi.

Le tecnologie che in misura significativa cadono sotto il controllo delle piattaforme-mondo costituiscono il nucleo essenziale della sovranità digitale e politico-istituzionale» (p. 163) e quando ciò si è “improvvisamente” palesato, il potere statuale è sembrato svegliarsi dal torpore con l’intenzione di imporre una rinegoziazione del livello di autonomia concedibile. Insomma, la questione geopolitica è sembrata voler riguadagnare il primato che ritiene le aspetti rispetto alla mera efficienza di mercato. Una delle conseguenze di questa volontà di riallineamento delle piattaforme alle esigenze geopolitiche sembra essere «la fine dell’ideologia della globalizzazione neutrale: le piattaforme sono americane o cinesi, al massimo le prime si vestono del ruolo di campioni dell’occidente, o campioni delle autodefinite tecno-democrazie contro le cosiddette tecno-autocrazie (p. 163).

Se in Cina, dopo un decennio di deregolamentazione che ha riguardato tanto l’ambito finanziario quanto quello delle piattaforme, lo Stato ha potuto ribadire la propria supremazia celermente, negli Stati Uniti, dopo diversi decenni di neoliberismo spinto, il confronto tra piattaforme e Stato appare più travagliato. Resta il fatto che dalla negoziazione anche aspra tra piattaforme-mondo, preoccupate a non perdere competitività sui mercati internazionali, e Stati, con annessi interessi geopolitici, sembrerebbe derivare la presa d’atto che interessi economici e sovranità possono andare di pari passo: i primi hanno necessità di accedere ai dati di cui è in possesso lo Stato (sanità, istruzione ecc.) mentre i secondi necessitano degli efficientissimi oligopoli tecnologici che consentono la sovranità digitale.


Su Carmilla – Serie completa Culture e pratiche di sorveglianza


  1. Cfr. Nick Srnicek, Capitalismo digitale. Google, Facebook, Amazon e la nuova economia del web, Luiss University Press, Roma 2017. 

  2. Cfr. Jason Mittel, Complex TV. Teoria e tecnica dello Storytelling televisivo, Minimum fax, Roma 2017. 

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