CIA – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Vite brevi ed esemplari delle spie / 3 https://www.carmillaonline.com/2023/08/21/vite-brevi-ed-esemplari-delle-spie-3/ Mon, 21 Aug 2023 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78014 di Diego Gabutti

Willy Fisher

1957. Un gruppo di cacciatori di spie dell’FBI fa irruzione in una stanza dell’Hotel Latham, Manhattan, puntando le pistole sull’uomo nudo, sdraiato sul letto, che fuma una sigaretta e contempla le crepe del soffitto. «Lei è in arresto, colonnello! Siamo al corrente delle sue attività spionistiche!» Sono circa le sette del mattino. Ci siamo, pensa lui mentre si mette in piedi. Con una mano si copre la pudenda, con l’altra afferra la dentiera sul comodino e se la caccia in bocca. Con la sigaretta che gli ciondola tra [...]]]> di Diego Gabutti

Willy Fisher

1957. Un gruppo di cacciatori di spie dell’FBI fa irruzione in una stanza dell’Hotel Latham, Manhattan, puntando le pistole sull’uomo nudo, sdraiato sul letto, che fuma una sigaretta e contempla le crepe del soffitto. «Lei è in arresto, colonnello! Siamo al corrente delle sue attività spionistiche!» Sono circa le sette del mattino. Ci siamo, pensa lui mentre si mette in piedi. Con una mano si copre la pudenda, con l’altra afferra la dentiera sul comodino e se la caccia in bocca. Con la sigaretta che gli ciondola tra le labbra, dichiara con voce indignata di chiamarsi Emil Goldfus e protesta contro la violazione dei suoi diritti costituzionali. Pensa (strano pensiero) che da allora in poi dovrà tenere d’occhio Orlov lo Svedese. «Un agente segreto», dirà più tardi al suo avvocato, «si prepara a questo momento per tutta la vita».

«Goldfus», cinque giorni dopo l’arresto, rivela di chiamarsi Rudof Ivanovič Abel, colonnello dei servizi segreti sovietici. Dichiara d’essere stato personalmente istruito da Vjačeslav Michajlovič Molotov (che Stalin chiamava familiarmente «deretano di piombo») durante un’ultima cena al Cremlino, nel 1948, la sera prima di lasciare Mosca per New York. In quanto Abel, agente sovietico confesso, sarà scambiato anni dopo col pilota americano Gary Powers, abbattuto nei cieli dell’Urss durante una ricognizione aerea. Ma il fatto è che Abel non è affatto Abel. È Willy Fischer, nato in Inghilterra nel 1902 da un rivoluzionario di professione bolscevico, nello spionaggio sovietico praticamente fin da bambino.

Il vero Abel è morto l’anno prima a Mosca. Entrambi maestri di guerra segreta, lui e Fischer erano sempre stati inseparabili, come Gianni e Pinotto. Lo racconta Kirtill Chenkin in un memorabile libro di memorie, Il cacciatore capovolto. Il caso Abel, Adelphi 1982, dove spiega che Fischer assume l’identità di Abel, il suo vecchio compagno, per lanciare un segnale alla centrale moscovita: la copertura regge, non sto collaborando, la missione continua.

«Elemento antisovietico», transfuga in Israele dai primi settanta, Chenkin è amico e ammiratore di Fischer, che insieme a Rudolf Abel era stato suo istruttore alla scuola di spionaggio durante la seconda guerra mondiale, quando il Kgb lo aveva reclutato. «Willy», scrive, «mi aveva insegnato a guardare la realtà in modo che ne risalti il lato nascosto. Quando tu hai afferrato l’essenza d’un disegno criptico, non puoi fare a meno di vedere – in mezzo ai rami, o tra le corna d’un cervo – il cacciatore capovolto, non poi tanto abilmente nascosto». Chenkin, che vuole lasciare la scuola di spionaggio perché non gli piace il clima, chiese consiglio a Fischer e questi gli dice, scuotendo la testa, che «una volta spie, si è spie fino alla morte. Ma un ragazzo sveglio», aggiunge poi sottovoce, «può sempre mostrare, volendo, la propria assoluta inettitudine al servizio segreto».

Mangiata la foglia, Chenkin comincia a infastidire i superiori con proposte bislacche. Suggerisce d’istituire strette di mano segrete per riconoscersi tra agenti sul campo. Telefona ai colleghi per informarsi se la ricezione dei messaggi in codice è stata abbastanza chiara. Finché un bel giorno non gli dicono che per il momento la sua collaborazione non è necessaria (non ci richiami, richiamiamo noi). Fischer, insomma, era nel suo mestiere un’autorità indiscussa.

E veniamo allo Svedese, che al momento dell’arresto occupa tutti i pensieri del «colonnello». Aleksandr Michajlovič Orlov, altrimenti detto «lo Svedese» oppure «Nikolskij», è un vecchio bolscevico, capo dello spionaggio sovietico in Europa fino al 1938, epoca di purghe sanguinose, quando declina l’invito di tornare a Mosca da Parigi per conferire con i grandi capi e s’invola dalla capitale francese dopo aver svuotato la cassaforte dell’ufficio. Ormai da vent’anni Orlov vive negli Stati Uniti, vezzeggiato dalla CIA, per conto della quale istruisce le reclute sui metodi e le magie del Kgb. Orlov e Fischer sono vecchi amici.

Perché lo Svedese non smaschera il falso Abel rivelando che il suo vero nome è Fisher? E Willy, ulteriore mistero, che cosa sta esattamente spiando a New York? Segreti atomici americani non ce ne sono mai stati, non per i russi, ai quali fior di scienziati occidentali passano sottobanco tutte le informazioni utili. Ma nessuno di questi informatori, neppure Ethel e Julius Rosemberg, finiti sulla sedia elettrica per spionaggio atomico, passa attraverso la rete di Fischer. Altra stranezza: i Rosenberg morirono sempre negando d’essere spie, mentre lui lo ammise subito, senza essere per questo trattato da traditore e anzi guadagnandosi uno sproposito di medaglie al suo ritorno in Urss, dopo lo scambio con Gary Powers sul «ponte delle spie» di Berlino.

Come fu scoperto? Fu tradito da un maramaldissimo: il tenente colonnello «Heihannen», tra i migliori elementi del Kgb, braccio destro di Willy a Brooklyn. Strana spia, questo Heihannen. Gli agenti segreti praticano l’arte dell’invisibilità affinchè nessuno li noti, mentre lui è sempre ubriaco, picchia la moglie in pubblico, litiga con i vicini di casa, ruba, insulta i poliziotti e si fa arrestare. Una spia che non ha niente da spiare, un disertore da decenni al servizio della Cia che lo può smascherare ma non lo fa, un braccio destro che fa di tutto per farsi notare. Che storia è? Chenkin non ha dubbi: da qualche parte, in questo disegno, c’è un cacciatore capovolto. È possibile, secondo Chelkin, che una falsa rete di spie sia stata offerta a Cia e Fbi per coprire la rete vera, rimasta ignota. È possibile, certo, ma non si saprà mai.

Willy, dice ancora Chenkin, era un fan di Dashiell Hammett, l’autore del Falcone maltese, comunista ed ex detective dell’Agenzia Pinkerton. Negli anni quaranta, alla scuola di spionaggio, Fisher amava raccontare ai suoi allievi la parabola hammettiana di quell’uomo che abbandona tutto per farsi una nuova vita, stanco della moglie chiacchierona e dei figli urlanti, dell’automobile da quattro soldi, del lavoro malpagato e della squalllida villetta di periferia dove abita ormai da troppo tempo, finché non viene ripescato anni dopo alla guida di un’automobile scassata, diretto a una squallida villetta di periferia, dove lo aspettano una moglie chiacchierona e un paio di figli urlanti (vedi Dashiell Hammett, Continental Op. Tutti i racconti, Mondadori 2021). Era la copertura perfetta, il perfetto cacciatore capovolto.

Willy è un Eroe dell’Unione Sovietica quando muore di tumore nel 1971. Istruttore fino all’ultimo del Kgb, il suo migliore amico è il giovane Chenkin, un dissidente. Crede nel socialismo come in una catastrofe inevitabile, dice Chenkin. Ma non molla, e continua a spiare. «Il radioso futuro si è definitivamente rovesciato in notte dei tempi? Che ci vuoi fare? Il mestiere è mestiere».

Bruno Maksimovic Pontecorvo

Fisico delle particelle e storico della scienza, Frank Close ha scritto libri sull’antimateria, sull’epopea della fisica moderna fino alla scoperta del Bosone di Higgs e sulla caccia al neutrino. Proprio il neutrino è la particella a lungo sfuggente di cui segue la pista, tra gli altri, anche il fisico italiano Bruno Pontecorvo, uno dei «ragazzi di Via Panisperna», più tardi noto nella sua seconda patria, l’Urss, come «Bruno Maksimovič Pontekorvo».

Pontecorvo (ma anche un po’ Pontekorvo, il cittadino sovietico membro del Pcus) è l’idolo di Close, che in Vita divisa (Einaudi, 2016) ne racconta la biografia politica e scientifica. Due i Pontecorvo, come due erano anche i Fuchs: il fisico teorico e il comunista. Come scienziato, Pontecorvo fu certamente ammirevole, un pioniere della fisica sperimentale, uno studioso brillante e originale, ma come uomo del suo tempo, devoto per (quasi) tutta la vita alla più grottesca ideologia del secolo breve, fu un disastro.

Nel 1950 fugge con moglie e figli piccoli in Urss, dove per anni non gli è consentito neppure di scrivere ai suoi fratelli (tra cui Gillo, il regista di film comunisti) e ai suoi genitori; dove non lo lasciano mai nemmeno avvicinarsi a un acceleratore di particelle; dove gli tocca vivere per una vita intera in una città che non può lasciare nemmeno per fare un giro a Mosca o a Leningrado; dove non riceve mai una visita dagli scienziati suoi vicini di casa e dove due poliziotti lo scortano ogni giorno da casa al lavoro e dal lavoro a casa.

Intorno alla città segreta e ultrasorvegliata in cui vive da galeotto di lusso, i lavori pesanti sono affidati a prigionieri, gente vestita di stracci, la testa rasata, tutti magri come acciughe, puro Gulag, e «Pontekorvo» pensa che siano lavoratori volontari, giusto un po’ male in arnese (be’, dice di pensarlo, anche se naturalmente non sono pensieri degni del suo QI). Miriam Mafai, nel 1982, intervista lo scienziato ormai ottantenne per un libro-intervista nostalgico e sospiroso; quando Close, molti anni dopo, chiede alla giornalista italiana perché Pontecorvo, secondo lei, ha lasciato la libera Inghilterra per trasferirsi all’inferno, lei risponde con tipica (e ridicola) alterigia togliattiana che «ci sono cose che puoi capire solo se sei comunista».

Pontecorvo aveva un’altra risposta (stavolta degna del suo QI): «Sono stato un cretino». È quel che dice dopo la caduta del comunismo, un’era geologica troppo tardi, «parlando con un giornalista inglese», a beneficio del quale «giudica con franchezza e senza mezzi termini le sue convinzioni del passato». Dice anche di più: «Per molti anni ho creduto che il comunismo fosse una scienza; mi accorgo ora che non è una scienza, ma una religione».

È Kim Philby, a mettere in allarme Pontecorvo, lo scienziato, e Pontekorvo, l’agente segreto, dopo che altre spie atomiche sono state smascherate dall’FBI e una pista di briciole di pane porta fino a lui. Pontecorvo, a quel punto, può soltanto fuggire in Urss, dove da perfetto trinariciuto porta con sé anche i tre figli bambini e una moglie che soffre di crisi depressive. A organizzare la fuga è Emilio Sereni, cugino dello scienziato e pezzo grosso del Partito comunista italiano. Pontekorvo crede nei Processi di Mosca, nel materialismo storico e dialettico; crede persino nel complotto dei medici ebrei (col quale Stalin si gingilla prima di morire). Pontekorvo si beve tutto, ogni sciocchezza, ogni superstizione. È il secolo breve. Alegher.

H.A.R. Philby, in arte «Kim»

Sua moglie, Eleanor Philby: «Lo ricordo come un marito affettuoso, intelligente e sentimentale. Credo che possegga ancora qualcuna di queste qualità. Ha tradito molte persone, me tra le altre. Non gli piace la musica pop, ma qualche tempo fa gli ho spedito un disco dei Beatles, Help».
 
«Non sono un patito dello spionaggio. Della vita di Kim Philby conosco solo i dati basilari. Non ho mai letto una sua biografia, in inglese o in russo, né prevedo che ne leggerò mai una. Tra le alternative che si offrono a un essere umano egli scelse la più aberrante: tradire un gruppo di persone a favore d’un altro», scrive il poeta russo Iosif Brodskij in Un cimelio, un saggio memorabile che trovate in Profilo di Clio, Adelphi 2003.
 
Lui stesso, Philby, fatuo e snob, nella sua autobiografia: «Come, perché e quando sono diventato membro del servizio segreto sovietico è una questione che riguarda solo me e i miei compagni. Dirò solo che, quando mi venne fatta questa proposta, non esitai. Non si discute l’offerta di far parte d’una forza d’élite».
 
Gelido, dopo aver dedicato i suoi libri migliori (perdoniamogli i peggiori, e sono stati tanti) allo studio d’una sorta di metafisica del tradimento, John le Carré si chiedeva, nel 1968, «come passerà Philby il resto dei suoi giorni? Bevendo? Aspettando l’olocausto dell’Inghilterra? Oggi si trincera in una sdegnosa solitudine. Tra dieci anni fermerà i turisti inglesi per le strade di Mosca. Immaginate quell’occhio lacrimoso e quella voce arrochita dal whisky, quel suo charme insinuante. “L’Inghilterra è un paese fascista” dirà. “non potevo non farlo”».

«Ma siamo proprio sicuri che lo fece?» si chiede il logico statunitense Daniel C. Dennett. Figlio del residente Cia a Beirut negli anni cinquanta, studioso degli stati di coscienza, padre della teoria dei «memi», Dennett spiega che «quando Philby si presentò a Mosca per la prima volta, egli era (apparentemente) sospettato dal Kgb d’essere un infiltrato britannico – un triplo agente, se preferite. Per anni è circolata una storia nei circoli dell’intelligence, che sosteneva questa tesi. L’idea è che quando il SIS “esonerò” Philby nel 1951, fu trovato un modo brillante di sistemare il delicato problema della fiducia. “Congratulazioni, Kim, vecchio mio. Abbiamo sempre saputo che eri leale. E come prossimo incarico vogliamo che tu finga di rassegnare le dimissioni dal SIS e che ti trasferisca a Beirut, dove la tua copertura sarà quella di giornalista in esilio”. […] Una volta che il SIS ebbe dato a Philby questo nuovo incarico, le sue preoccupazioni svanirono. Non aveva nessuna importanza se Kim fosse davvero un patriota britannico leale che fingeva d’essere un agente scontento o se fosse veramente un agente sovietico leale che fingeva d’essere un agente britannico leale. Si sarebbe comportato nello stesso modo in entrambi i casi; le sue attività sarebbero state interpretabili e prevedibili da entrambe le prospettive intenzionali speculari».
 
«La smania di presentare Andropov [generalissimo, ex capo del Kgb] come un occidentale in tutto e per tutto non conosce limiti», scrive Kirill Chenkin nel suo pamphlet del 1983 su Jurij Vladimirovič Andropov, che all’epoca era appena salito sul trono di tutte le Russie. «I dettagli più pittoreschi che finora si conoscono sulla vita e le abitudini del nuovo Segretario Generale del Pcus li ha forniti alla stampa, per la maggior parte, un giovane diplomatico sovietico passato in Occidente nel luglio del 1971, Vladimir Sacharov.

Nel 1971 Sacharov aveva appena 26 anni. Qualche mese fa, tredici anni dopo la sua fuga all’ovest, Sacharov, in una intervista a Penthouse, ha aggiunto un altro particolare piccante al ritratto di Andropov. Pare, sostiene Sacharov, che Andropov sia debitore del suo successo, in gran parte, a Kim Philby, ex collaboratore dei servizi di spionaggio inglesi e, per più di vent’anni, spia sovietica, fuggito via Beirut in Urss nel 1963. Stando a Sacharov, Philby, divenuto uno stretto collaboratore di Andropov, avrebbe trasformato il Kgb da una “banda di straccioni” in una organizzazione di altissima efficienza copiata esattamente sull’Intelligence Service britannico.

Il nocciolo della storia, ahimè, è un altro. È difficile, forse, trovare un servizio di spionaggio e controspionaggio che sia stato tanto infiltrato, per decenni, da agenti sovietici come quello britannico. Lo stesso Philby occupava un posto di rilievo nel MI5. E persino il capo da anni dell’intero controspionaggio inglese, sir Roger Hollis, sembra sia stato un agente sovietico, anche se le accuse non furono mai provate. Su sir Roger rimane qualche incertezza. Ma per altri collaboratori dei servizi inglesi, e tutti di rango piuttosto alto, come George Blake, Maclean, Anthony Blunt, i fatti addebitati loro sono stati confermati e ammessi. Eppure tutti si facevano fare gli abiti a Londra. In che senso allora avrebbe potuto prestare i lumi della sua esperienza un Kim Philby alla riorganizzazione del Kgb? Non è chiaro. Sbaglio, o lavorava anche lui per l’organizzazione quand’era ancora una “banda di straccioni”?».

«[Il lavoro di Graham Greene] si svolge a stretto contatto con Kim Philby», scrive Paolo Bertinetti nella cronologia in apertura di Romanzi 1936-1955, il primo volume delle opere di Greene. Con Philby «si instaura un rapporto di reciproca stima durato tutta la vita (negli anni Ottanta Greene s’incontrerà ancora con Philby in Urss). […] Nel maggio 1944, poco dopo una promozione accordata a Philby, che a sua volta gli offriva una promozione, Greene dà le dimissioni dal servizio, per trasferirsi presso un altro organismo, in qualche modo sempre connesso con l’intelligence, che si occupa di propaganda. Perché Greene si sia dimesso in un momento cruciale della guerra, poco prima dello sbarco in Normandia, rimane misterioso e le sue spiegazioni per nulla convincenti, benché sia stata avanzata l’ipotesi che Greene avesse avuto il sospetto che Philby facesse il doppio gioco e che questo fosse il motivo delle dimissioni».

(Fine)

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Sulla linea d’ombra dove Storia e storie si fondono e confondono https://www.carmillaonline.com/2023/07/09/sulla-linea-dombra-dove-storia-e-storie-si-fondono-e-confondono/ Sun, 09 Jul 2023 20:00:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77993 di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Segretissimo. Una storia del Novecento da Kim a Le Carré, Gruppo Editoriale Magog, Roma 2023, pp. 316, euro 22,00

In un recente articolo sul “fallito golpe” russo del giugno di quest’anno, il giornalista Domenico Quirico ha scritto: «Non si sa mai quando la Storia cessa di essere un romanzo». Ed è proprio da una considerazione del genere che occorre partire nell’affrontare l’ultima fatica editoriale di Diego Gabutti, ispirata almeno nel titolo, ma non solo, alla più famosa collana italiana di “spy stories” da edicola.

Edita da Arnoldo [...]]]> di Sandro Moiso

Diego Gabutti, Segretissimo. Una storia del Novecento da Kim a Le Carré, Gruppo Editoriale Magog, Roma 2023, pp. 316, euro 22,00

In un recente articolo sul “fallito golpe” russo del giugno di quest’anno, il giornalista Domenico Quirico ha scritto: «Non si sa mai quando la Storia cessa di essere un romanzo».
Ed è proprio da una considerazione del genere che occorre partire nell’affrontare l’ultima fatica editoriale di Diego Gabutti, ispirata almeno nel titolo, ma non solo, alla più famosa collana italiana di “spy stories” da edicola.

Edita da Arnoldo Mondadori editore, «Segretissimo» vide il suo primo numero uscire nell’ottobre del 1960. Il numero 12, nel settembre del 1961, chiuse la prima serie della collana. Dal numero 13, il mese successivo, la collana cambiò veste grafica e scelta di autori. Mentre infatti i primi 12 romanzi erano tutti di Jean Bruce, la seconda serie vide l’arrivo di vari autori del genere. Anche se il primo, non a caso esaminato con attenzione nel quindicesimo capitolo dell’opera di Gabutti, è stato forse uno dei più conosciuti e prolifici autori del genere spionistico.

Al secolo Jean Brochet, classe 1921, membro attivo del «maquis» durante l’occupazione tedesca, per un po’ fu conosciuto (fonte lui stesso) come l’«agente 11173» dell’Oss (per esteso Office of Strategic Service, l’agenzia segreta che sarebbe poi diventata la Cia). Nel dopoguerra, come si legge su Wikipedia, fu «dipendente del municipio, agente d’una rete d’intelligence, ispettore della sicurezza, impresario, attore in una troupe itinerante, gioielliere e segretario d’un maharajah». Nel 1949, la metamorfosi: Jean Brochet si trasforma in Jean Bruce. È infatti con questo nom de plume che l’ex agente OSS 11173 firma il suo primo romanzo, un polar spionistico intitolato Tu parles d’une ingénue, la prima avventura di Hubert Bonisseur de la Bath, agente segreto americano con antenati francesi e domicilio aristocratico a Baton Rouge, Louisiana. In codice OSS 117, Hubert Bonisseur de la Bath non mena le mani né punta la pistola contro gli agenti nemici o seduce fanciulle a raffica per conto della Cia ma è al servizio d’un secondo Oss: l’Organizzazione Speciale per la Sicurezza – «un’associazione pacifista», scrive Giuseppe Lippi nella prefazione a un’antologia di storie di OSS 117, «formata dalle più potenti madri di famiglia del mondo che si preoccupano per l’escalation dei conflitti nei cinque continenti». Ciò all’inizio, per lo meno. Poi passa alla Cia vera e propria (è diretta da «Mister Smith», una specie di Grande Incognito). O forse è la Cia che, per venirgli incontro, passa al pacifismo. Fermare le guerre, impedire che siano anche solo minacciate, è un lavoro da professionisti e da supereroi1.

Al primo romanzo ne seguiranno altri ottantotto, tutti quanti contenenti nel titolo il nome di qualche località geografica che, in tempi in cui i voli low cost per qualsiasi angolo del mondo ancora non esistevano, era in grado di far sognare i lettori. Novello Salgari delle storie di spionaggio a buon mercato, Jean Bruce, indefessamente fa compiere ai suoi lettori voli di fantasia tra complotti, armi spianate e spesso usate, belle ragazze (spesso poco vestite) e località celebrate nei depliant turistici.

OSS 117 a Tokio, a Manila, a Karachi, in Birmania, in Libano, in Iran, a Mosca, al Pireo e sull’Acropoli, nel Kashmir, a Singapore, a Las Vegas, in Patagonia, a Caracas, a Calcutta, a Formosa, a New York e al Bosforo, a Bangkok, a Vienna e in Messico, alle Bahamas, Finlandia, le Bermudas. Quando, per trascuratezza o altro, il nome della località esotica non compare in copertina, allora lo trovate immancabilmente nel risvolto: Roma, il Cairo, Odessa, l’Avana, Londra, Damasco, Buenos Aires, Washington, Calcutta, Nicosia, New Orleans, l’Angola, Cape Canaveral, Dakar, Rio, Montreal, Ibiza, il Perù, la vecchia Jugoslavia, Rangoon.
[…] Non sembra vero, ma c’è anche un’avventura extraplanetaria di Hubert Bonisseur de la Bath (da noi OSS 117 Missione dischi volanti, in originale Arizone zone A, 1959). Brutta gente, gli alieni. Niente smancerie tipo E.T. o Incontri ravvicinati. Gli alieni di Jean Bruce sono pacifisti, che orrore le armi, ma di scuola machiavellica.

Intendiamo installarci su questo pianeta. La natura stessa degli uomini che abitano questo pianeta e la loro intolleranza ci autorizzano a pensare che non accetteranno di buon grado la nostra sistemazione e che, come minoranza, subiremo tutte le angherie e vessazioni riservate sulla Terra alle minoranze… Poiché i nostri principi ci proibiscono l’uso della forza, dobbiamo usare l’astuzia, ossia servirci della nostra intelligenza per spingere gli abitanti di questo pianeta a distruggersi da soli. Il nostro piano, come sapete, è convincere il governo degli Stati Uniti che i russi hanno deciso di attaccare. Se ci riusciamo, gli americani lanceranno i loro missili un quarto d’ora prima dell’ora H e devasteranno la Russia. Attaccati, i russi reagiranno, e gli americani, convinti da noi di non aver nulla da temere, non ricorreranno alle necessarie misure di protezione. Noi non avremo che da contare i colpi e aspettare che sia tutto finito.

OSS 117 riesce a raggiungere la loro base segreta (altro viaggio guidato, stavolta in una riserva navajo dell’Arizona) dove il nostro finisce subito a letto con una bella aliena («drappeggiata in una stupenda vestaglia trasparente che sembrava uscita fresca fresca da Rue de la Paix, la bellissima Allalila» si dice «molto curiosa», sfilandosi la vestaglia, di conoscere meglio «le usanze terrestri»). Nonostante questa manifestazione di simpatia reciproca tra aliens e umani, tutti gli extraterrestri del romanzo – che sono detti gl’Intrusi, e che al pari di OSS 117 apprezzano l’inguacchio extraspecie e pertanto rapiscono allo scopo donne umane – vengono eliminati dal primo all’ultimo senza esitare. «È stato un atto abominevole, lo so benissimo…» dice il capo della Cia (pacifista machiavellico anche lui) senza dare alcun segno del «profondo disgusto» che dovrebbe provare secondo le regole della casa. «Ma è stata legittima difesa, vecchio pirata, ed è stato comunque meglio di Hiroshima e Nagasaki»2.

Frutto di tempi in cui la guerra fredda lasciava lentamente il campo alla coesistenza pacifica, ma in cui i cattivi (di vario colore, anche politico) continuavano a minacciare il genere umano anche dall’outer space, le opere di Jean Bruce-Brochet oggi farebbero sorridere i lettori più smaliziati, ma ciò non toglie che anche se l’autore morì in un incidente stradale dopo l’ottantottesimo romanzo, il 26 marzo 1963, la sua opera (stesso personaggio, stesso taglio turistico-spionistico) fosse continuata, prima dalla

vedova, Josépha Pyrzbil, polacca, che per una ventina d’anni, dal 1966 alla metà degli anni ottanta firma come «Josette Bruce» oltre un centinaio di nuove avventure dell’agente segreto. Che torna così, dopo un breve intervallo, a rimbalzare come una pallina nel flipper da un capo all’altro del mondo, pistola sotto l’ascella, tutte le donne (d’ora in poi soltanto terrestri) ai suoi piedi: Los Angeles, il Congo, Bucarest, Tangeri, Madrid, Amburgo e Francoforte, Malta, Costa d’Avorio, Tirana, Libia, Brasile, Santo Domingo, Portorico, Pechino, Portogallo e Malesia, Mykonos, il Gabon, Bombay, Pretoria, Bahrein, Nepal e Thailandia, Hanoi, Mauritius, l’Isola di Pasqua e l’isola di Wight, il Camerun, l’Alaska, Venezia, Osaka, la Danimarca, il Sahara, San Diego, Varsavia, Dublino, il Siam (c’era ancora il Siam) e Ceylon, Miami, il Senegal, Teheran, Reunion, Giava, il Marocco, l’Armenia, il Venezuela e via così, un’etichetta d’hotel dopo l’altra. Josette Bruce muore nel 1996. OSS 117 sopravvive anche a lei: il testimone delle sue storie passa alla figlia e al nipote, Martine e François Broche, nom de plume «François e Martine Bruce», che a partire dal 1985, e fino al 1992, firmano un’ulteriore trentina di nuove avventure dell’agente Cia di Baton Rouge, Louisiana3.

E’ valsa la pena di dedicare spazio ad un autore “minore” come Jean Bruce proprio perché con il suo primo romanzo aveva battuto tutti sul tempo: Ian Fleming, John Le Carré e tutti gli autori che si sono occupati di spy stories (a diversi livelli di complessità e di credibilità) nella seconda metà del ‘900, secolo delle spie e dei complotti (veri, ma quasi sempre presunti) per antonomasia. Padre di tutti gli agenti seriali da 007 a George Smiley, Jean Bruce con OSS 117 anticipa l’avventura moderna e, nonostante tutto, costituisce ancora una lettura divertente.

Certo il testo di Gabutti parte da ben più lontano con un romanzo come Kim di Rudyard Kipling, che è il primo a trasportare sulle pagine gli avvenimenti, gli intrighi, le guerre legate al Grande Gioco ovvero alla competizione tra Russia e Regno Unito per il controllo dell’Asia Centrale e del sub-continente indiano. Poi verranno altri autori e altri protagonisti, ma nelle vicende narrate poi da Conrad e infiniti altri non verrà mai a mancare l’ombra minacciosa della Russia, prima zarista, poi bolscevica, leniniana o staliniana sul destino del mondo occidentale.

Anche se il 1989, che ha lasciato apparentemente orfani del villain principale gli scrittori di storie e avventure di spionaggio occidentali, non ha fatto altro che aprire le porte di quelle vicende ad altri “avversari” più subdoli e folli (principalmente per il motivo di essere difficili da inquadrare in un canone riconosciuto, come ad esempio poteva essere quello del comunismo russo d’antan), di cui, forse, soltanto Alan D. Altieri, compianto autore e curatore della collana “Segretissimo”, ha saputo talvolta anticipare o immaginare le mosse, insieme a quelle delle corporation, ormai senza volto e senza nazionalità, e delle zaibatsu dell’immaginario cyberpunk che hanno iniziato a giocare la loro partita a Risiko sia nel mondo reale che in quello virtuale della rete.

Gli autori di spy stories, che avevano così bene illustrato e interpretato il mondo nei giorni del Grande Gioco, dell’equilibrio nucleare, delle guerre tra superpotenze combattute per procura nel terzo e quarto mondo, non sanno affatto che cosa sta succedendo adesso e qui. Fingono di saperlo, si danno un tono navigato da competenti saccheggiando Wikipedia, ma i risultati sono per lo più imbarazzanti. Sono passati trent’anni dal fallimento in diretta tv del golpe moscovita, quando le truppe corazzate del Kgb tentarono di sbalzare Él’cin dal trono. A New York sono crollate le Torri Gemelle; la jihad islamista ha soffiato il posto alle satrapie nazionalsocialiste arabe e mediorientali; da un pezzo non si parla più d’«imperialismo americano» ma di «Grande Satana»; già colonia inglese, Hong Kong è passata ai «musi gialli» (come direbbe Nayland Smith, l’arcinemico di Fu Manchu) e Vladimir Putin ha invaso l’Ucraina. Ma loro, gli autori di spy stories, niente, il vuoto. Sono passati trent’anni e ancora non si è letta una sola spy story memorabile.
Spaesate, perplesse, le firme per lo più ignote che appaiono sulla copertina delle ultime spy stories, si guardano intorno cercando paesaggi e figure noti. Invano. Non c’è più niente di riconoscibile. Tutto è un enigma. Per quanto si sforzino, inventando trame sempre più elaborate e smargiasse, non c’è una delle loro storie che dica qualcosa di utile, di sensato o di verificabile sullo stato di cose presente. Vale per i romanzi come per il cinema d’azione, dove i buoni sono improbabili quanto i cattivi, le circostanze ridicole e le sceneggiature, peggio che zoppicare, inciampano su se stesse, come gli ubriachi nelle comiche finali. Chi c’è dietro? Cui prodest? Mafia russa? Al Qaeda? QAnon? Fratellanze ariane? Muslim? Multinazionali? Tycoon della Silicon Valley? Vai a capire che roba è, che storie sono, cosa c’è in ballo. Gli autori di spy stories e i registi di serie tivù non ne sanno niente, zero […]
Ian Fleming aveva raccontato le fantasie voodoo di Mr. Big, la bramosia per l’oro di Auric Goldfinger, il debole per i calamari giganti del Dottor No, la smania di distruggere Londra con un missile (per di più finanziato dalla Corona) di Hugo Drax in Moonraker. Già questi erano bei fenomeni da baraccone. Renderli credibili e allegorici era roba da grandi narratori. Ma come raccontare Donald Trump, per metà palazzinaro, per metà ringhioso intrattenitore televisivo, che prima conquista la Casa Bianca, poi tenta d’espugnare il Campidoglio con i forconi e che infine, mai pago, imbosca scartoffie top secret in cassaforte? Ian Fleming non si sarebbe mai spinto così lontano con la caratterizzazione. Impossibile, avrebbe pensato, rendere credibile e allegorico un villain così iperbolico. […] Da «Donnie» Trump – dal suo parrucchino, dai suoi pretoriani e sciamani e survivalisti che tirano su una forca all’ingresso del Congresso per impiccarci i deputati democratici, dal loro amour fou per le armi d’assalto, dalle loro fantasie ufologiche sull’Area 51 e sulla presenza di microchip per il controllo mentale nei vaccini – non c’è da spremere nulla. Peggio: c’è da spremerci troppo. Difficile, anche per un romanziere à sensation, ricavarne qualcosa di buono, o anche solo di ragionevole.
Qui – tocca ammetterlo – la fine della storia evocata da Francis Fukuyama un po’ vacilla: l’aristocrazia delle metafore spionistiche è definitivamente uscita di scena insieme alla lotta di classe, diventata un fenomeno sociologicamente vintage. Al suo posto, «piccola e brutta» come la teologia secondo Walter Benjamin, una parata di seguaci di qualche piccolo Hitler slavo e di tifosi della cancel culture, di fanatici del gender, d’antiabortisti, di leader carismatici senza un filo di carisma. Tutti costoro occupano lo stesso spazio. Sono abitanti d’una Terra ucronica capitati qui attraverso qualche falla dimensionale da videogame. Di questi Visitors gli autori moderni di spy stories non hanno ancora carpito i segreti. Forse perché non ci sono segreti da carpire, e senz’altro perché, a differenza delle vecchie obbedienze, queste nuove sette apocalittiche non hanno nemmeno l’ombra d’una plausibile dimensione metafisica da cui ricavare un normale repertorio romanzesco di tradimenti, vocazioni e fedeltà. Sta di fatto che gli autori di spy stories stentano a cucire una qualunque trama intorno alle guerre palesi e segrete del nuovo millennio. Stanno lì, come pugili suonati, trasformati da romanzieri e registi – eredi di Kipling, di Eric Ambler, di Alfred Hitchcock, di Le Carré e di Len Deighton, di Fritz Lang e di Don Siegel, di Peter O’Donnell e di Jean Bruce – in gazzettieri e moralisti abbacchiati e perplessi. Oggi il Gioco, riflesso d’un mondo pericoloso e comatoso insieme, non è più una Grande Avventura, come all’origine, ma un Lungo Impasse: il Novecento dietro le spalle, il Deserto dei Tartari davanti a sé4.

Il sipario cala dunque sullo scenario del ‘900, sul liberalismo come sul comunismo. Il grande romanzo della Storia e delle sue storie vacilla, con tutte le categorie che ne giustificavano le scientifiche ancorché rigide certezze narrative. Rileggere nelle pagine di Gabutti le vicende vere o immaginarie che hanno nutrito fantasie, complotti e scrittori di serie A, B e Z, potrebbe però stimolare l’immaginazione a ritrovare un filo che, per quanto mai realmente esistito, potrebbe tornare a srotolarsi nelle fantasie dei lettori e degli scrittori (o presunti tali) di oggi e domani. Buona lettura.

N. B.
Il libro, pubblicato nella collana Dissipatio, non è reperibile presso le librerie, ma può essere acquistato online o presso il sito dello stesso editore.


  1. D. Gabutti, Segretissimo, Gruppo Editoriale Magog, Roma 2023, pp. 224-225  

  2. D. Gabutti, op. cit., pp. 226-227  

  3. ivi, p. 228  

  4. ivi, pp. 310-313  

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Traditori di tutti, traditi del tutto https://www.carmillaonline.com/2022/11/15/traditori-di-tutti-traditi-da-tutto/ Tue, 15 Nov 2022 21:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74689 di Sandro Moiso

Jorge Semprún, La seconda morte di Ramón Mercader, Edizioni Settecolori, Milano 2022, pp. 462, 28,00 euro

Le storie non iniziano mai dove sembrano essere iniziate. Hanno origini oscure e un giorno ti ritrovi buttato nel bel mezzo di una storia. (Jorge Semprún)

I romanzi di John le Carré, già sulla scia di Graham Greene, ci hanno da tempo insegnato che il lavoro delle spie non consiste affatto negli esercizi circensi resi celebri dallo 007 di ian Fleming ma, piuttosto, nella pratica costante del tradimento, dell’inganno e dell’architettare tranelli, [...]]]> di Sandro Moiso

Jorge Semprún, La seconda morte di Ramón Mercader, Edizioni Settecolori, Milano 2022, pp. 462, 28,00 euro

Le storie non iniziano mai dove sembrano essere iniziate. Hanno origini oscure e un giorno ti ritrovi buttato nel bel mezzo di una storia. (Jorge Semprún)

I romanzi di John le Carré, già sulla scia di Graham Greene, ci hanno da tempo insegnato che il lavoro delle spie non consiste affatto negli esercizi circensi resi celebri dallo 007 di ian Fleming ma, piuttosto, nella pratica costante del tradimento, dell’inganno e dell’architettare tranelli, troppo spesso, fine a se stessi (o quasi.) Basta leggere, infatti, le pagine di romanzi quali La talpa, La spia venuta dal freddo, Tutti gli uomini di Smiley o La tamburina per entrare in un mondo di servizi segreti occidentali (MI6, CIA o Mossad) in cui a dominare sono l’astuzia, la spietatezza, il calcolo (spesso personale) e la disillusione,

Il romanzo di Jorge Semprún (1923- 2011), appena pubblicato in Italia da Settecolori, nonostante la sua edizione originale risalga al 1969, ci introduce nello stesso mondo, però visto dal “fronte orientale”, speculare avversario dei protagonisti dei romanzi di le Carré. Qui gli agenti operano per il KGB (siamo ancora in piena guerra fredda, e gli avversari (?) sono quelli della CIA. Il tutto complicato da un elemento che per i difensori dell’ordine liberale non esisteva: il sentirsi, o meno, rappresentanti di una Rivoluzione che avrebbe dovuto rovesciare il mondo, ma che invece non lo ha fatto.

Oltre a ciò, nel romanzo si affaccia in continuazione la storia collettiva e personale della Guerra Civile spagnola. Anch’essa caratterizzata da tradimenti, violenze, soprusi che non hanno lasciato certo immacolata la sua immagine. Anche sul fronte repubblicano.
E vi è molto di autobiografico nel romanzo, visto che l’autore, spagnolo di origine e francese per vocazione letteraria, aveva dovuto abbandonare la Spagna appena tredicenne, al seguito della famiglia di un diplomatico della Repubblica, riparata in Francia agli inizi della guerra nel 1936.

Non solo, l’autore, pur appartenente ad una famiglia borghese di rango, democratica e cattolica, aveva in seguito aderito al Partito comunista spagnolo di Santiago Carrillo ed era diventato agente dei servizi segreti dello stesso e dei paesi dell’Est. Un percorso non dissimile, anche se con motivazioni estremamente diverse, a quello di le Carré che, prima di diventare scrittore, era stato agente dei servizi inglesi del MI6.

Ancor prima, però, il futuro scrittore spagnolo era entrato nella resistenza francese contro i tedeschi ed era finito prigioniero a Buchenwald. Così, come racconta nella bella postfazione al testo Romain Cortés:

Nell’aprile del 1945, tre ufficiali con la divisa britannica, ma in forza all’esercito del generale americano Patton, fissarono con uno sguardo spaventato il ventenne che li osservava all’ingresso del campo di concentramento di Buchenwald, da poco liberato. Capelli rasati a zero, una magrezza estrema, il ragazzo indossava degli stivali di cuoio dell’esercito russo, aveva a tracolla una mitraglietta tedesca sotto cui, a strati, l’uniforme del carcerato si mischiava con ritocchi civili e militari. Jorge Semprún era il nome di quell’apparizione. […] A Buchenwald Semprún era arrivato un anno prima, dopo che la Gestapo lo aveva arrestato in un rastrellamento di provincia, sorpreso nel sonno in uno dei tanti rifugi clandestini della Resistenza. Il risultato di quell’anno, in quello che non era un campo di sterminio, ma i cui forni crematori tramutavano in fumo i corpi di chi vi moriva per fame, stenti, fatica, spandendo nell’aria l’odore dolciastro della carne umana bruciata, era ciò che si stagliava davanti agli occhi come pietrificati dei tre ufficiali. Un fantasma, più che un sopravvissuto, si sorprese a pensare il diretto interessato. «I fantasmi fanno sempre paura. Io non ero veramente sopravvissuto alla morte, non l’avevo evitata. Non le ero sfuggito. Piuttosto, l’avevo percorsa da un capo all’altro. Ne avevo percorso i sentieri, mi ero perduto e ritrovato, immenso territorio dove scorre l’assenza. Un fantasma, appunto». Dietro questa constatazione, Semprún sentiva però premere qualcos’altro, sempre più forte nei diciotto giorni che passarono dalla liberazione di Buchenwald al suo ritorno a Parigi, in un convoglio di rimpatriati organizzato da una associazione religiosa. «Ero convinto di essere immortale. Fuori pericolo, in ogni caso. Mi era successo tutto, niente poteva più accadermi. Nient’altro che la vita, da mordere con denti voraci. È con questa sicurezza che ho attraversato, più tardi, dieci anni di clandestinità in Spagna» 1.

Clandestinità e azione politica durante le quali si rese progressivamente conto di quante menzogne occorresse sostenere oppure contribuire a diffondere, anche nei confronti di amici e compagni “innocenti”, purché la grande macchina partitica ed organizzativa, oltre che propagandistica, di una rivoluzione da tempo spentasi potesse continuare a rappresentarsi come l’erede delle tradizione rivoluzionaria e proletaria.

Sono le stesse domande che sembra porsi il protagonista del romanzo. Un agente trentatreenne che, durante una missione ad Amsterdam, nel 1966, si rende conto di essere stato tradito e venduto agli agenti della CIA.

Qual era l’uomo incaricato di seguirlo? Uno qualunque. Quelli della CIA, aveva pensato, stanno diventando irriconoscibili, ultimamente: assomigliano a degli universitari, a dei ricercatori della Rand Corporation, oppure a dei seduttori con le tempie brizzolate. A chiunque. Alcuni non sembrano nemmeno americani, hanno una faccia umana. È lo stile Kennedy, forse2.

Ma il vero problema si nasconde tra le file del KGB, forse ai livelli più alti. Forse proprio tra quei vecchi agenti e compagni che per il Partito avevano già sopportato tutto. Anche il Gulag, prima di essere riabilitati ed inseriti nuovamente nelle fila e ai vertici dei servizi operativi.

«Che cosa siamo noi, esattamente? Può dirmelo, Georgij Nikolaevič?». […]
A Zurigo, due anni prima, in Froschaugasse, aveva fatto una domanda a Georgij Nikolaevič Užakov, e questi aveva riso, con gli occhi celesti che gli brillavano.
«La storia si ripete come una farsa, vero?» aveva detto Užakov. «Siamo la ripetizione farsesca e beffarda di una storia del passato».
«Quale storia?».
«Ma quella della rivoluzione, ovviamente» diceva Georgij Nikolaevič.
«Una storia mancata» diceva lui.
«Ma via! Se non fosse mancata, non si ripeterebbe come una farsa. Anzi, non si ripeterebbe in alcun modo».
Lui, però, insisteva. «E il nostro ruolo qual è, in questa farsa?».
Užakov lo stava fissando. Non sembrava vederlo. Lo stava fissando, senza vederlo. Stava fissando altrove, nel proprio passato.
«Un ruolo tragico» diceva alla fine. «Tragico e beffardo. Siamo solo la caricatura dei funzionari della rivoluzione. Non ci sono più professionisti della rivoluzione mondiale, ci sono solo agenti infiltrati, funzionari dei servizi speciali»3.

Ecco, il rivoluzionario o preteso tale. si era trasformato, o era stato trasformato, in un funzionario, in un burocrate, un grigio esecutore di ordini. Magari dell’assassinio e del tradimento. Come in ogni dittatura che si rispetti, come per un altro fronte aveva già spiegato già Hannah Arendt nel suo La banalità del male (1963).
Non a caso il protagonista porta lo stesso, pesantissimo nome di un personaggio simbolicamente importante del tortuoso percorso della rivoluzione dall’Ottobre allo stalinismo e al Gulag: Ramón Mercader, l’assassino di Leone Trotzkij in Messico, nel 1940.

Figura tragica e dannata, degna forse di figurare nel romanzo Il demone meschino di Fëdor Sologub, scritto tra il 1892 e il 1902 e apparso a puntate nel 1905. Condannato a vent’anni di carcere in Messico come esecutore dell’assassinio, Mercader scontò tutto il periodo della condanna, senza mai parlare o confessare, in attesa di tornare in Russia a ritirare la medaglia d’oro che Stalin gli aveva assegnato per il compito svolto e gli onori che avrebbero dovuto essergli tributati. Ma Stalin era morto nel 1953 e quando Mercader era ritornato in URSS erano già passati quattro anni da quel congresso, voluto da Nikita Kruscev (segretario generale del Partito dal 1954 al 1964), che ne aveva rivelato i crimini. E per questo motivo, ignorato ed evitato da tutti, aveva dovuto accontentarsi di una dacia e di una pensione assegnategli dallo Stato, come unica ricompensa dei suoi “servizi”. Dopo aver vissuto nelle vicinanze di Mosca per un decennio si sarebbe trasferito a Cuba nel 1970, dove morì nel 1978 a 65 anni. Ecco il destino dell’”eroe” socialista.

Walter Wetter alzava il suo boccale di birra, quasi vuoto.
«Sai?» diceva. «Adesso brindiamo alla salute di Ramón Mercader».
Wettlich lo guardava. «Perché? È in pericolo?».
Walter Wetter sorrideva malignamente. «Ma no, non quello. Alla salute dell’altro, il vero Ramón Mercader».
Herbert Wettlich, visibilmente, non apprezzava lo scherzo. «E perché, se posso?» chiedeva, con una voce che voleva essere di biasimo.
«Ma perché è un militante esemplare, via!».
E Walter Wetter rideva sinceramente, una grande risata cupa, e a Herbert Wettlich quello scherzo piaceva sempre meno, ed ecco il nostro eroe positivo, pensava Walter Wetter, con una risata sempre più violenta, c’è da chiedersi perché i critici e i teorici della letteratura socialista si siano scervellati così a lungo, eccolo l’eroe positivo, Ramón Mercader del Río, ammesso che sia il suo vero nome, il militante che ha sacrificato tutto alla Causa, e quando dico tutto è tutto, non è una metafora, tutto, sé stesso, e la Causa stessa, tutto sacrificato nel silenzio e nel pubblico ludibrio, e non vale la pena di cercare altrove, signore e signori, eccolo l’eroe positivo, non vale la pena tentare di spingere in primo piano sulla scena letteraria – fedele riflesso socialista di una realtà radiosa – spingere avanti tutti quei trattoristi, quelle esemplari mungitrici di mucche da latte, quei tecnici che nella gioia del pensiero corretto inventano il metodo migliore per fondere i pezzi di una nuova macchina, non vale davvero la pena, parlateci piuttosto di Ramón Mercader del Río, il nostro eroe positivo4.

Per i suoi dubbi e le sue critiche Semprún era stato espulso dal partito spagnolo nel 1965 e, pur continuando a dichiararsi comunista per anni, aveva deciso di non più tacere e trasformare in letteratura ciò che apparentemente avrebbe dovuto appartenere soltanto alla Storia con la s maiuscola. Ricevendo, inevitabilmente, l’ostracismo dall’«Humanité», il quotidiano del Partito comunista francese, al momento dell’uscita di La seconda morte di Ramón Mercader in Francia.

Nel 1979, su insistenza di Leonardo Sciascia, altra splendida figura di intellettuale eretico, sarebbe stata pubblicata in Italia, da Sellerio, l’opera autobiografica che ripercorreva il cammino dell’autore tra le rovine e le menzogne del socialismo reale (e di Santiago Carrillo, storico segretario rigidamente allineato all’URSS del Partito comunista spagnolo): Autobiografia di Federico Sánchez, uscita l’anno prima per le Editions du Seuil, in Francia.

E proprio nelle pagine della Postfazione, Romain Cortés ci aiuta a disvelare il “segreto” della mancata pubblicazione fino ad ora del romanzo di cui si è fin qui parlato, anche se di Semprún in Italia erano già state pubblicate, da Einaudi, altre opere.

In Francia, l’unica critica astiosa al libro venne dal quotidiano «L’Humanité», organo del PCF, il Partito comunista francese […] Si tratta di una posizione minoritaria, come del resto è sempre più calante, come appeal e come voti, il peso culturale e politico di quel partito, sorpreso dal «maggio francese» come dall’invasione della Cecoslovacchia, ancora egemone nella classe operaia, ma non più in quella borghese e intellettuale, costretto di lì a non molto a ritrovarsi come competitor quel François Mitterrand che di fatto rifonda il Partito socialista e lo mette alla guida della sinistra…
Ma in Italia? In Italia il ruolo e il peso del Pci sono ben diversi e la situazione sociale, economica e politica molto più turbolenta di quella francese, dove la contestazione dura appena un mese e per un de Gaulle che se ne va c’è un Pompidou che arriva… Dopo aver espulso, proprio in quel 1969, per «frazionismo» il gruppo del Manifesto, nel 1973 Berlinguer proporrà il «compromesso storico», l’anno prima è saltato per aria l’editore Feltrinelli, c’è già stata piazza Fontana, hanno già fatto la loro comparsa le Brigate rosse, fra «strategia della tensione» e «autunno caldo», hanno insomma preso il via gli «anni di piombo». Il decennio dei Settanta è dunque il meno ideale per un libro che al fondo sostiene che tutto il comunismo non è stato altro che un gigantesco, sanguinoso inganno, che il Partito, con la p maiuscola, è la Burocrazia, non la Rivoluzione, che l’abitudine al bis-pensiero e alla neolingua di orwelliana memoria (anche di questo, criticamente, si parla nel romanzo), è una camicia di Nesso destinata bruciare chi la indossa… E che a dirlo sia uno che continua a definirsi comunista non migliora le cose, ma le peggiora5.

Agli estimatori della buona letteratura, lontana dal mainstream modaiolo e poco interessata alle verità preconfezionate, non resta allora che ringraziare l’editore milanese che, seppur ideologicamente distante dalle posizioni espresse da chi scrive e da Carmilla più in generale, sta però conducendo un ottimo lavoro di riscoperta, traduzione e pubblicazione di testi fino ad ora sconosciuti, o quasi, ai lettori italiani.


  1. R. Cortés, La scrittura e la vita, postfazione a J. Semprún, La seconda morte di Ramón Mercader, Settecolori, Milano 2022, pp. 454-455  

  2. J. Semprún, op. cit., p. 31  

  3. pp. 273-275  

  4. pp. 271-272  

  5. R. Cortés, op. cit., pp.450-451  

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“Sistema americano”, fascismo e guerra civile https://www.carmillaonline.com/2020/10/21/sistema-america-populismo-e-neo-fascismo/ Wed, 21 Oct 2020 21:00:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63147 di Sandro Moiso

Andrew Spannaus, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, con una Prefazione di Giulio Sapelli, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 190, 15,00 euro

“Per troppo tempo il nostro governo ha abbandonato il Sistema americano” (Donald Trump, 20 marzo 2017)

Andrew Spannaus, giornalista e saggista statunitense che da diversi anni vive in Italia, si è già distinto in passato per un’attenta e precisa disamina anticipata dei motivi che avrebbero portato Trump alla vittoria nella corsa alle presidenziali del 2016 (qui) e delle ragioni del diffondersi del neo-populismo tra gli [...]]]> di Sandro Moiso

Andrew Spannaus, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, con una Prefazione di Giulio Sapelli, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 190, 15,00 euro

“Per troppo tempo il nostro governo ha abbandonato il Sistema americano” (Donald Trump, 20 marzo 2017)

Andrew Spannaus, giornalista e saggista statunitense che da diversi anni vive in Italia, si è già distinto in passato per un’attenta e precisa disamina anticipata dei motivi che avrebbero portato Trump alla vittoria nella corsa alle presidenziali del 2016 (qui) e delle ragioni del diffondersi del neo-populismo tra gli elettori in Occidente (qui). Ancora una volta, nel testo appena pubblicato da Mimesis nella collana «Il caffè dei filosofi», le sue considerazioni e i dati che egli porta a loro sostegno si rivelano sicuramente interessanti, anche se non sempre pienamente condivisibili da parte di tutti i lettori.

Quello che è certo è che, nell’attuale turbillon mediatico riguardante le elezioni presidenziali americane di quest’anno e le conseguenze socio-economiche della pandemia da Coronavirus, il libro del giornalista americano si pone tra i più utili. Almeno per stimolare un dibattito troppo spesso asfittico, scontato e accecato dalle ideologie e dal politically correct. Un dibattito che, per essere considerato tale, dovrebbe avvertire la presenza di più voci e non soltanto quella della vulgata dominante ovvero delle Sinistre liberal e delle Destre più scontate.

Tre sono i punti principali che il saggio tocca: il primo è quello dello scontro istituzionale (più o meno velato) che si è svolto tra Donald Trump e il deep state rappresentato dalle agenzia per la sicurezza e i funzionari dell’amministrazione fin dagli esordi della sua presidenza. Tema cui si ricollega direttamente il suo tentativo, scarsamente riuscito, di modificare alcune delle linee guida seguite dai governi precedenti in tema di politica estera.

Il secondo è quello della ricomposizione sociale e dell’impoverimento delle classi medie americane causato dai processi di globalizzazione e di outsourcing produttivo e il contemporaneo insorgere, o risorgere, delle idee populiste e nazionaliste; mentre il terzo, come annuncia lo stesso titolo, è quello delle conseguenze che l’epidemia da Covid-19 ha avuto e potrà avere su tutto ciò. Comprese le rivolte di strada avvenute in quasi tutte le città americane a partire dall’assassinio, da parte degli agenti di polizia di Minneapolis, di George Floyd. A proposito delle quali l’autore non può fare a meno di notare che

La prima constatazione fondamentale in merito alle proteste è la loro ampiezza, a livello sia geografico che culturale: oltre la metà dei manifestanti erano bianchi, e si sono tenute manifestazioni in tutto il paese, anche in cittadine piccole di stati rurali con popolazione quasi interamente bianca come il Nebraska e il Wyoming. Si è trattato di un salto di qualità rispetto alle proteste del passato, che riflette un senso diffuso di ingiustizia nei confronti dei neri: tra agosto 2017 e giugno 2020 il numero di americani che avevano un’opinione positiva del movimento Black Lives Matter è aumentato dal 42 al 72%, con un cambiamento significativo in ogni segmento della popolazione1.

Il primo tema si rivela essere uno dei più significativi del testo, poiché contribuisce a spostare l’attenzione, ormai canonica, da ciò che l’azione di Trump starebbe comportando in termini di sviluppo della estrema destra americana e di una possibile guerra civile a come si sono mossi, fin da prima della sua elezione, gli apparati profondi dello Stato, ovvero le agenzia di intelligence, nei suoi confronti. In questo senso lo sguardo si sposta dalla realtà del Russiagate, ovvero l’accusa sostanzialmente di tradimento condotta nei confronti del presidente statunitense per aver usato l’aiuto della Russia di Putin per la propria vittoria elettorale contraccambiandone i favori, alle infondate ricostruzioni che, in particolare dal Federal Bureau of Investigation, di questo presunto reato sarebbero state fatte.

Ci rammenta infatti l’autore che il fardello di accuse, su cui si sarebbe dovuto basare anche il procedimento di impeachment del Presidente, si è rivelato alla fine indimostrabile. Anche se inizialmente

presa come verità assoluta e promossa vigorosamente da parte dei media più importanti del paese come il “Washington Post”, il “New York Times”, e l’emittente televisiva CNN, secondo cui la Russia di Vladimir Putin sarebbe intervenuta nelle elezioni presidenziali del 2016 con l’obiettivo di aiutare Donald Trump a sconfiggere Hillary Clinton. Sulla base di valutazioni d’intelligence, una lunga indagine condotta dal procuratore speciale Robert Mueller dal 2017 al 2019, e numerose inchieste giornalistiche, si sarebbe arrivato a stabilire senza ombra di dubbio questo teorema. Le implicazioni sono state importanti, e pesanti: ancora prima che Trump diventasse presidente, in molti volevano tarpargli le ali. Inoltre, ogni mossa politica di Trump è stata analizzata attraverso la lente del suo presunto legame e affinità con la Russia, dipingendolo come un traditore che non faceva gli interessi americani, ma quelli del suo amico dittatore Vladimir Putin. C’è un solo problema con questa versione dei fatti: non c’è alcu­na prova che sia vera. Per chi non ha studiato i dettagli, questa potrà sembrare un’affermazione sorprendente, di parte, o forse addirittura complottistica, contro le evidenze. Ma è vero il contrario, dichiarare che il governo russo sia responsabile dell’operazione di pirateria informatica contro il partito democratico, oppure che abbia volu­to influenzare il voto americano attraverso le operazioni sui social network, o anche che i consiglieri Trump abbiano cercato l’aiuto dei russi, non è dimostrato dai fatti, come vedremo.

Un esempio basterà per iniziare, prima di esaminare alcuni dei punti più sorprendenti di manipolazione delle informazioni e di scorrettezze compiute da rappresentanti delle istituzioni americane: il giorno 1° luglio del 2019, il giudice federale Dabney Friedrich emise un’ordinanza nel processo tra il governo degli Stati Uniti e la Concord Management and Consulting, società accusata di aver finanziato le operazioni della Internet Research Agency (IRA) per sostenere la campagna elettorale di Donald Trump. La IRA è quella “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo che secondo i resoconti di stampa avrebbe speso milioni di dollari per impiegare centinaia di operatori per diffondere notizie false e “appoggiare la candidatura a presidente di Donald Trump”. Dopo l’atto d’accusa emesso dal Dipartimento di Giustizia Usa, a sorpresa gli avvocati della Concord si presentarono a Washington per difendersi, chiedendo di visionare le prove. Mueller e la sua squadra negarono, però, trincerandosi dietro motivi di sicurezza nazionale.
Dunque nel luglio 2019 il giudice prende una decisione clamorosa: concorda con l’imputato che non è corretto dire che il Cremlino fosse dietro la campagna sui social, in quanto non è stata presentata alcuna prova in quella direzione! Ammonisce il procuratore speciale Mueller, dicendo che fare affermazioni di questo tipo lede i diritti dell’imputato, precludendo la possibilità di un processo equo. Con questa ordinanza, un giudice federale americano sembra smontare buona parte dell’impalcatura del Russiagate: non ci sono prove di interferenze nella campagna elettorale da parte del governo russo. Ma il procuratore dice che le prove sono state trattenute per motivi di sicurezza nazionale. Insomma, le prove ci sono ma non si possono dare, perché si dovrebbero svelare dettagli in merito alle fonti e ai metodi utilizzati dal governo USA. Alla fine, il 16 marzo 2020 il Dipartimento di Giustizia decide di ritirare le accuse contro Concord, valutando che non vale la pena rivelare i segreti e agire contro una società che comunque non può essere punita essendo in Russia.

Cosa significa tutto questo? Che la IRA non interviene sui social network? Lo farà, ed è possibilissimo che cerchi di influenzare l’opinione pubblica americana. Ma si sono costruiti innumerevoli articoli e analisi sulla base di un assunto senza alcuna prova, l’assunto centrale per tutte le indagini del Russiagate. Non solo l’informazione, ma la politica di intere nazioni si basa su una versione dei fatti che è senza fatti. E non è certamente l’unico caso, come vedremo. A questo punto, senza avere alcuna simpatia particolare per Vladimir Putin o gli hacker, va detto che l’onere della prova non è stato assolto; la conclusione non è che dobbiamo essere tutti amici della Russia, ma occorre chiedersi a quale scopo le istituzioni d’intelligence americane sono intervenute in modo così prepotente, e se il loro obiettivo non andasse ben oltre la semplice scoperta della verità2.

Questa lunga citazione serve per comprendere come un clima da scontro interno, tra due diversi intendimenti della ragion di Stato e delle sue prerogative si sia sviluppato da subito, immediatamente dopo un’elezione presidenziale che nel novembre del 2016 «scioccò l’America, e il mondo. Fu una vittoria strettissima, con un voto popolare di minoranza, conquistata principalmente grazie al margine di appena 77 mila voti totali tra tre stati chiave: Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, parte della cosiddetta “Rust Belt” (la cintura arrugginita), cioè gli stati altamente industrializzati che negli ultimi decenni hanno perso tanti posti di lavoro nelle manifatture»3.

Nonostante il fallimento delle accuse per il Russiagate, le stesse e le ragioni che le accompagnavano hanno finito così col plasmare un dibattito pubblico che ha finito troppo spesso col ridursi al pro o contro Trump.

Un esempio particolarmente ironico di questo fenomeno è avvenuto nelle varie manifestazioni contro il presidente già a partire dal giorno della sua inaugurazione: ha fatto specie vedere dimostranti femministe, e comunque rappresentanti di un mondo antagonista di sinistra, alla Marcia delle donne, portare cartelli con dichiarazioni come “Credo nell’intelligence”. Da quando la gente scende in strada per appoggiare l’FBI e la CIA, agenzie da decenni oggetto di scetticismo tra la popolazione in generale, ma anche sospettati di complotti e operazioni nefaste tra chi contesta le istituzioni? Non è lontano il 2003, quando le agenzie d’intelligence svolsero un ruolo fondamentale nella manipolazione delle informazioni per giustifi­care la guerra in Iraq; per non parlare dei siti ‘neri’ e della tortura negli anni successivi, e anche della sorveglianza della popolazione americana nel nome del contrasto alla guerra al Terrorismo. Nel 2016, però, molte persone che si erano giustamente indignate per questi abusi decisero che quando si trattava di combattere Donald Trump, tutto era lecito, anche se significava appoggiare la CIA4.

Sono proprio queste osservazioni di Spannaus a suggerire che occorre ragionare sulle cause profonde, non solo sociali, dell’attuale discussione sulla possibilità di una guerra civile negli Stati Uniti. C’è infatti da chiedersi chi stia spingendo di più su quel pedale: Trump con le sue parole provocatorie e i suoi appelli al “tenersi pronti” rivolti alle milizie che lo sostengono e ai suprematisti bianchi o il seme della rivolta ormai diffusosi ovunque oppure, ancora, un deep state rappresentante di ipotesi politiche e finanziarie che non hanno mai gradito l’ascesa del “rozzo e populista” Trump al potere? Non si tratta di fare del complottismo, ma piuttosto di imparare a vagliare con estrema attenzione la narrazione mainstream “democratica” che ad ogni piè sospinto viene fatta qui in Italia dai media e dalla sinistra istituzionale e non, prigioniere, soprattutto la seconda, di una visione di una lettura troppo semplificata della realtà politica e sociale americana (e non solo). Tenendo conto che lo scontro interno tra le maggiori istituzioni, di cui si parlava prima, non è certo tra Democrazia e Fascismo, ma tra interessi finanziari globalizzati e una gestione politica ed economica “nazionalista” che vorrebbe riportare a casa una parte degli investimenti produttivi fatti all’estero.

Certo, come era prevedibile fin dall’inizio, Trump ha mantenuto poco o nulla della sua promessa elettorale, sia sul piano della politica estera (come ben spiega il testo di Spannaus) che su quella della politica economica rivolta a dare respiro a una working class bianca fortemente provata dalla globalizzazione e ad una lower middle class che ha visto erodere i suoi margini di risparmio e benessere nel corso degli ultimi decenni. Entrambe ormai costrette a fare i conti con una severa ri-proletarizzazione che spinge i suoi rappresentanti a frequentare lavori e sussidi un tempo principalmente riservati agli afro-americani, ai latinos e alle altre minoranza etniche. E qui è d’uopo riportare ancora una sintetica annotazione del giornalista americano:

Come aveva capito Martin Luther King Jr., già negli anni Sessanta, senza battersi per la giustizia economica e contro le disuguaglianze in generale, non è possibile ottenere appieno i diritti civili.
È su questo tema che si vede una interessante confluenza tra la battaglia per la giustizia razziale e quella economica. Le proteste per la morte di George Floyd sono avvenute in un momento già difficile per il paese, quando una grossa fetta della popolazione soffriva degli effetti di un’economia sbilanciata, facendo intravedere la possibilità di un ampio movimento contro la manifestazione dell’ingiustizia in più forme5.

Sul piano della politica estera Trump ha raggiunto, e solo parzialmente, due obiettivi: sganciarsi dalla politica di Obama in Medio Oriente, da un lato, raggiungendo un accordo tra Israele e stati del golfo che non potrà portare che altra tensione nell’area e una politica più aggressiva nei confronti della Cina e del suo commercio. Questa seconda, occorre dirlo, pienamente condivisa da Biden e dal Partito Democratico (oltre che da quello repubblicano).

Tutte politiche, ad esempio anche quella nei confronti della Corea del Nord, giocate sul filo del rasoio, tra minacce e trattative che in alcuni casi potrebbero facilmente sfuggire di mano e dare inizio ad autentici conflitti. Oppure a compromettere i rapporti interni alla stessa Alleanza Atlantica, con la conseguente moltiplicazione di situazioni di crisi. Pensare però, anche in questo caso, che il rimescolamento, anche parziale, delle carte sul piano internazionale sia soltanto frutto dell’ingegno o della stoltezza del Presidente dal ciuffo tinto potrebbe però rivelarsi fuorviante, impedendo di cogliere in questo alternarsi di tentennamenti e fughe in avanti, la crisi di una super potenza che deve decidere il proprio riposizionamento internazionale in un momento di crisi della globalizzazione e del suo ruolo egemonico all’interno di quest’ultima.

Sul piano economico interno, è stato chiaro fin dagli inizi, la presidenza Trump ha puntato su una politica di tipo mercantilistico basata sul mantenimento e la difesa della produzione nazionale (Buy American!) attraverso il protezionismo doganale e la rinegoziazione degli accordi commerciali internazionali, non solo con la Cina, ma anche con gli (ex?) alleati europei. Politica che fino ad ora non ha migliorato molto le condizioni di lavoro e salariali degli operai dell’industria e nemmeno ne ha causato un significativo aumento in termini occupazionali.

La crescita occupazionale, esattamente come durante la presidenza Obama, si è basata sulla diffusione di impieghi e lavoretti non garantiti, soprattutto nel settore dei servizi al consumo e nella distribuzione6, mal pagati, non garantiti e, soprattutto, con orari settimanali inferiori alle 29 ore. La questione dell’orario “ridotto” non è secondaria poiché nel sistema americano soltanto a partire da o al di sopra delle 30 ore i datori di lavoro devono fornire ai dipendenti un minimo di assicurazione sanitaria. Le belle parole di Trump sul Make America Great Again, rivolte soprattutto ad un elettorato bianco legato al lavoro produttivo, in realtà, sono soltanto servite a coinvolgere i lavoratori nelle politiche economiche nazionali senza garantire loro alcuna garanzia o miglioramento, come la pandemia e la crisi che ne è conseguita hanno chiaramente dimostrato.

Spannaus, con abbondanza di dati ed argomentazioni, parla di tutto ciò, ma sembra voler tracciare, con troppa convinzione ideologica, una netta linea di demarcazione tra il “Sistema americano”, così come si è delineato nelle politiche protezionistiche e di intervento statale che hanno caratterizzato la storia economica degli Stati Uniti dall’Ottocento al XX secolo, dal Ministero del Tesoro retto da A. Hamilton fino alla presidenza di F.D. Roosvelt , e il fascismo. Nel negare questa definizione per il personaggio Trump, il giornalista, che cerca di ridurre il fascismo ad una politica sostanzialmente autoritaria e razzista, dimentica infatti che la prima caratteristica del fascismo, che occorre sempre ricordare scaturì dal socialismo partecipativo della Seconda Internazionale, è quella di convincere oppure costringere i lavoratori alla condivisione degli interessi dell’economia e della produzione nazionale, alleandosi con le imprese e con lo Stato (concertazione, Carta del Lavoro o New Deal che sia). Finendo col sottomettersi completamente agli stessi. Certo il Fascismo usa anche il razzismo, l’autoritarismo e la violenza, tutti e tre strumenti pratici ed ideologici più antichi, che raggiungono però il pieno del loro vigore e della loro pericolosità in un contesto in cui una parte significativa dei lavoratori, schiavizzati dal capitale, ne interiorizzi individualmente e ne sussuma completamente, in quanto classe, gli interessi e le prospettive.

Ma Spannaus appare troppo affascinato dalle virtù terapeutiche dell’intervento economico dello Stato, soprattutto per quanto riguarda la monetizzazione del debito e l’occupazione, per comprendere o, almeno, per ricordare ciò. Anche se, occorre dirlo, nella sua analisi storica del Sistema americano la sintetica ricostruzione della storia del Partito Repubblicano e della sua componente radicale ottocentesca (quella di Lincoln per intenderci) serve sicuramente ad aprire gli occhi dei lettori anche sulle origini e la storia del Partito Democratico. Un tempo rappresentante degli interessi delle élite degli stati del Sud e oggi di una parte significativa di quelle attuali.

Una delle lezioni da trarre, da un libro di cui si consiglia comunque la lettura, potrebbe infine essere la seguente: una guerra civile val la pena di essere combattuta solo per gli interessi di classe e per un reale avanzamento di tutta la società e per questo sia Black Lives Matter e Antifa che le varie organizzazioni dal basso degli afro-americani e dei lavoratori bianchi e latinos impoveriti, dovranno ben valutare le spinte in quella direzione, su cui soffiano sia Trump che i suoi avversari istituzionali, entrambi grandi produttori e manipolatori di fake news. Pena il vedere stritolate in un autentico wargame di interessi contrapposti e lontani le spinte insurrezionali causate dalla crisi e dalle conseguenze della pandemia, oltre che dalle violenze razziste della polizia. Un gioco pericoloso in cui, chiunque sia il vincitore, a trionfare potrebbero essere ancora una volta soltanto gli interessi del capitale, dei suoi detentori e dei suoi grigi funzionari.


  1. A. Spannaus, L’America post-globale, pp. 150-151  

  2. A. Spannaus, op. cit., pp. 30 – 32  

  3. op. cit. p. 27  

  4. op. cit. pp. 32-33  

  5. op.cit. p. 153  

  6. «Il più grande datore di lavoro negli Stati Uniti è Walmart, con circa 1,5 milioni di dipendenti. Il secondo è Amazon con oltre 400 mila. La classifica dei primi dieci contiene anche dei supermercati, fast-food e altre società di consegne e trasporto. Gli americani lavorano, ma i settori che assumono di più sono quelli dove gli stipendi sono bassi e gli impieghi sono spesso precari». op. cit., p.118  

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Joca. La storia di un ribelle calabrese in Brasile https://www.carmillaonline.com/2018/03/16/44243/ Thu, 15 Mar 2018 23:01:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44243 di Gioacchino Toni

Alfredo Sprovieri, Joca, Il “Che” dimenticato. La vera storia del ribelle italiano che sfidò il regime dei Gorillas, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 146, € 12,00

Nella vita bisogna fare una scelta. Lo so che questo non è il mio paese, ma c’è la libertà da difendere e se nessuno ci prova le cose non cambieranno mai. (Joca)

Il libro di Alfredo Sprovieri, autore che si occupa di giornalismo d’inchiesta e reportage, ricostruisce la storia di Libero Giancarlo Castiglia, calabrese di San Lucido, emigrato in Brasile alla metà degli anni Cinquanta [...]]]> di Gioacchino Toni

Alfredo Sprovieri, Joca, Il “Che” dimenticato. La vera storia del ribelle italiano che sfidò il regime dei Gorillas, Mimesis, Milano-Udine, 2018, pp. 146, € 12,00

Nella vita bisogna fare una scelta. Lo so che questo non è il mio paese, ma c’è la libertà da difendere e se nessuno ci prova le cose non cambieranno mai. (Joca)

Il libro di Alfredo Sprovieri, autore che si occupa di giornalismo d’inchiesta e reportage, ricostruisce la storia di Libero Giancarlo Castiglia, calabrese di San Lucido, emigrato in Brasile alla metà degli anni Cinquanta che, durante la dittatura militare, da operaio a Rio De Janeiro inizia a collaborare con il giornale comunista «A Classe Operaria» per poi decidere di unirsi alla guerriglia. Quando i militari prendono il potere in Brasile vengono messe fuori legge le formazioni politiche d’opposizione e vietati gli scioperi. Per molti militanti il passaggio alla clandestinità diviene necessario. Dopo un perdio di addestramento in Cina, rientrato in Brasile, l’emigrante italiano, con il nome di battaglia di “Joca”, si mette alla guida di un distaccamento della guerriglia rurale in Amazzonia composto da una settantina di uomini e donne. Il gruppo viene annientato dall’esercito brasiliano tra il 1973 ed il 1974. Sparito nel nulla, insieme a diversi suoi compagni e compagne, i resti di Joca ricompaiono all’inizio del nuovo millennio quando in una fossa comune vicina al fiume Araguaia viene ritrovato uno scheletro con le mani mozzate ritenuto dal governo brasiliano quello dell’italiano.

Sprovieri ricostruisce la storia di Libero Giancarlo Castiglia raccontando le vicende ambientate nelle città e nelle foreste brasiliane che lo vedono combattere in prima linea contro i complici locali di quello che sarebbe poi stato formalizzato dal famigerato e criminale “Plan Condor” ordito a metà degli anni Settanta dalla Cia e dall’allora Segretario di Stato statunitense Henry Kissinger in collaborazione con le forze militari di Cile, Argentina, Uruguay, Bolivia, Brasile, Paraguay ed Ecuador, volto ad estirpare ogni forma di dissenso.

«Quando la giustizia non sa più dare alcuna memoria, la memoria può dare un po’ di giustizia: l’incredibile caso Castiglia comincia 20 anni dopo la guerriglia in Araguaia ed è ancora lontano dall’essere chiuso. Un mistero lungo 42 anni e largo 9 mila chilometri. Il tempo è quello passato dalla sua scomparsa, la distanza quella che un alto rappresentante del governo brasiliano ha deciso di ricomporre fino al Sud dell’Italia. Lì, a San Lucido, bussano alla porta di Elena Gibertini nel luglio del 1997 con la tremenda notizia che ha temuto di ricevere ogni giorno per 24 anni: un certificato di morte rilasciato dalla quinta circoscrizione giudiziaria di Rio de Janeiro riporta che suo figlio è rimasto ucciso il 25 dicembre del 1973. Tutto qui, senza spiegare dove si trovasse il corpo, senza specificare perché o come fosse avvenuta la scomparsa» (p. 119).

Sul caso scende nuovamente il silenzio per altri dieci anni, fino a quando alla famiglia giunge una nuova comunicazione da parte dell’Ufficio di Presidenza della Camera dei deputati italiana che annuncia l’arrivo in Calabria del segretario speciale per i diritti umani del governo brasiliano per raccogliere campioni di materiale genetico al fine di procedere all’identificazione del corpo ritrovato. Servono altri sette interminabili anni per ottenere nuove informazioni. Durante il secondo governo Dilma Rousseff viene reso pubblico un dossier di più di tremila pagine che, oltre a riportare i nomi di oltre trecento responsabili di torture, omicidi e sequestri, elenca 434 vittime accertate. Tra i nomi c’è anche quello di Libero Giancarlo Castiglia. In questi ed altri documenti sono presenti però numerose discrepanze che complicano la ricerca della verità.

Myrian Luiz Alves è la prima giornalista e ricercatrice ad indagare la sparizione di Joca: «Ci sono molte cose strane che accadono sulla vicenda “desaparecidos” qui in Brasile […] Per ora, il governo ha ancora voglia di fornire una sua “lettura” del passato, a mio avviso, per cercare di distogliere l’attenzione dalle accuse politiche attuali. Tornando a Joca, per quanto ne so i militari conoscono il suo nome solo dopo l’uccisione, approssimativamente intorno a marzo del 1974. Le coincidenza della storia di Libero Giancarlo con le cose politiche che accadono oggi in Brasile sono enormi, compresi i nomi coinvolti nel piano denominato Mensalao» (p. 121). Con “Mensalao” (il salario mensile) la stampa è solita indicare una sorta di Tangentopoli brasiliana. I silenzi, le omissioni, le riscritture risentono delle intricate vicende del Brasile di epoca recente e finiscono col coinvolgere anche il mondo politico italiano che, nonostante i tentativi di ottenere verità dal Brasile da parte di alcuni suoi esponenti, nei suoi uomini di governo si palesa quantomeno uno scarso interesse per le vicende degli anni della dittatura a cui si aggiunge il raffreddamento dei rapporti diplomatici tra i due paesi a causa della mancata estradizione di Cesare Battisti ai tempi di Lula.

A quella che in Brasile definiscono “a conspiracao do silencio” ha continuato ad opporsi con coraggio e determinazione Elena Gibertini, la madre di Joca, al fine di poter finalmente recuperare i resti del figlio per darne una degna sepoltura; «il suo ultimo desiderio era un funerale per il suo bambino, ma quando bussano di nuovo alla sua porta è ancora e solo la morte» (p. 124).

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Le false verità su Piazza Fontana https://www.carmillaonline.com/2017/12/12/le-false-verita/ Mon, 11 Dec 2017 23:01:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=42087 di Fiorenzo Angoscini

Andrea Sceresini, Nicola Palma, Maria Elena Scandaliato, Piazza Fontana, noi sapevamo. Golpe e stragi di stato. La verità del generale Maletti, Prefazione di Paolo Biondani, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, ottobre 2017, pag. 215, € 18,00

Nella raccolta di saggi e discorsi del più eminente scrittore cinese di inizio ‘900, simpatizzante del Partito Comunista, fondatore della Lega degli scrittori di sinistra, Lu Hsun un intervento si intitola ‘Ricordo per dimenticare’, che può essere, leggermente modificato in ‘Ricordo per offuscare’, per inquadrare l’intervista, condotta a sei mani, all’ ex capo dell’ufficio ‘D’ del Sid, militare di professione, per tradizione di [...]]]> di Fiorenzo Angoscini

Andrea Sceresini, Nicola Palma, Maria Elena Scandaliato, Piazza Fontana, noi sapevamo. Golpe e stragi di stato. La verità del generale Maletti, Prefazione di Paolo Biondani, Mimesis Edizioni, Milano-Udine, ottobre 2017, pag. 215, € 18,00

Nella raccolta di saggi e discorsi del più eminente scrittore cinese di inizio ‘900, simpatizzante del Partito Comunista, fondatore della Lega degli scrittori di sinistra, Lu Hsun un intervento si intitola ‘Ricordo per dimenticare’, che può essere, leggermente modificato in ‘Ricordo per offuscare’, per inquadrare l’intervista, condotta a sei mani, all’ ex capo dell’ufficio ‘D’ del Sid, militare di professione, per tradizione di famiglia e vocazione giovanile.
Per evitare scorciatoie intellettualistiche, abbiniamo (con un paio di nostre ‘arbitrarie’ aggiunte) anche quanto letto recentemente in un servizio pubblicato sul settimanale di uno dei due più diffusi quotidiani nazionali, dedicato al rapper canadese Aubrey Drake Graham che, citando Albert Einstein, inizia così: “Il mondo non è minacciato (solo, nda) dalle persone che fanno il male ma (soprattutto, nda) da quelle che lo tollerrano”. Perchè, naturalmente, se non ci fossero i ‘malvagi’ non ci sarebbe bisogno degli ‘gnorri’.

Il ‘Capitano’ Maletti concede parzialmente la sua memoria, i suoi intermittenti ricordi ma, soprattutto, le sue reticenze ed omertosi silenzi. Quando non addirittura una spudorata sfacciataggine: “Generale, ma lei ha una memoria prodigiosa…Ci osserva uno a uno. Poi sorride: ‘Sì, certo. E’ chiaro. Ma solo quando mi fa comodo‘” (pag. 30, il neretto è nostro). Più volte, in termini simili, anche se con parole diverse, ma senza modificarne la sostanza, l’agente segreto ribadisce tale concetto. Oppure, indicando come sicuri testimoni ben informati, individui ormai morti.

La verità pilotata, già pubblicata la prima volta nell’aprile 2010 dall’editore Aliberti di Reggio Emilia, aveva subito sollevato entusiasti consensi,1 ma anche esplicite critiche.2
La rilettura, avvenuta dopo sette anni dalla prima uscita, permette di cogliere, ed evidenziare, pregi (ci sono) e difetti, sviste, dimenticanze, confuse frammistioni e contraddizioni esplicite presenti nel testo, ottenuto e trascritto, sostanzialmente, dalla sbobinatura di una lunga video intervista durata tre giorni, condotta nel novembre 2009 in Sudafrica, dai tre giornalisti italiani al latitante d’oro, emigrato di lusso.

L’elaborato di Sceresini, Palma e Scandaliato, ci permette di inquadrare e ricordare chi è, cosa ha fatto, perché e per quali reati è stato condannato (in via definitiva) l’ex numero due del Sid, e a capo dal 1971 al 1975, dell’ufficio “D”, quello che si occupava di controspionaggio.
L’Africa, per i Maletti (il padre Pietro e il figlio Gianadelio) è come una ‘seconda casa’, usata ed abusata.

Il generale Pietro “trascorse in questo continente gli anni più ruggenti della sua vita. Nel 1917, giovane maggiore reduce dal Carso, fu inviato nel deserto libico…Poi, nel 1935, finì in Somalia: combatté alla testa di un raggruppamento di ascari. Partecipò a numerosi scontri…Nel maggio 1937, fu proprio lui, il generale Pietro Maletti, a guidare le sue truppe all’assalto del monastero di Debra Libanos, poco lontano dalla capitale”. Eseguendo alla lettera gli ordini del vicerè d’Etiopia, Rodolfo Graziani, il teorico dello sterminio ed utilizzatore di gas tossici contro le popolazioni etiopi ed abissine, il militare italiano Maletti, passò per le armi 449 monaci.3 Mentre percorrono i circa 150 chilometri che separano Addis Abeba dalla città santa della chiesa copta di Debrà Libanòs, le truppe agli ordini del regio generale incendiano 115.422 tucul e tre chiese e ‘giustiziano’ 2523 ribelli. Secondo Angelo Del Boca “la pagina più odiosa del colonialismo italiano”. Per i suoi servigi, e criminali attività africane, il regime fascista gli ha conferito una medaglia d’oro, tre d’argento, due di bronzo: un eroe littorio, autentico colonialista.

Il figlio Gianadelio, sin dalla più giovane età, respira e cresce in un’atmosfera intrisa di grigio-verde e camicie nere. Mentre il padre, figlio di un militare, lo vorrebbe artigliere, il futuro agente segreto sceglie la fanteria, nei cui reparti rimarrà sempre fino a raggiungere il grado di generale. Nonostante la dichiarata allergia fisica alla stoffa delle uniformi. Allievo in Accademia, nelle scuole militari -suoi commilitoni: Vito Miceli ed Eugenio Cefis – e di guerra (Cesano, Modena, Civitavecchia, Milano, e Car di Como), distaccato in Val Camonica durante i primi mesi del secondo conflitto mondiale. Poi, Sicilia nel Reggimento fanteria della Divisione Aosta, già ‘comandata’ dal padre, e posto a capo della Compagnia arditi reggimentali.

Catturato il 26 luglio 1943, giorno successivo alla caduta del regime dopo le decisioni assunte dal Gran Consiglio del fascismo, viene internato in campi di prigionia gestiti da statunitensi.
Dopo la cattura nei pressi di Petrosino, mi condussero nei campi di concentramento americani, passai gli ultimi mesi di guerra in prigionia. A volte mi trovai davanti gli inglesi, altre i francesi, soprattutto durante i trasferimenti. Ma la gran parte del tempo la trascorsi sotto il controllo americano, in Tunisia, Algeria e Marocco”. E’ rimesso in libertà, da Camp Liotei di Casablanca, nell’agosto 1945.

E, forse, come spesso sostengono psico-sociologi moderni, il ‘recluso’ Maletti viene colpito da una sorte di Sindrome di Stoccolma e ‘prova un sentimento positivo nei confronti del proprio aggressore che può spingersi fino all’amore e alla totale sottomissione volontaria, instaurando in questo modo una sorta di alleanza e solidarietà tra vittima e carnefice’. Statunitense.
Conseguentemente, “vi posso raccontare di due esperienze formative, diciamo così, negli Stati Uniti. Nella prima occasione, fui assegnato alla Scuola di fanteria di Fort Benning, in Georgia, dove presi parte al cosiddetto corso avanzato di fanteria, durato circa un anno, dal 1949 al 1950. Ritornai negli States sette anni dopo, nel 1957, per frequentare la Scuola di Stato maggiore di Fort Leavenworth, in Kansas: ero insieme a un altro ufficiale italiano, e facevamo parte di un gruppo di settanta elementi provenienti da tutti i paesi del blocco occidentale…Poi, nel 1963, fui nominato addetto militare all’ambasciata italiana in Grecia”.

Anche in questo ‘estratto’ si può notare l’abilità oratoria ed omertosa dell’intervistato: ammette, rivela, la presenza di un altro ufficiale addestrato dagli amerikani senza indicarne il nome. Perché? Un agente da nascondere, coprire, occultare?
E dopo l’addestramento politico militare a casa dello Zio Sam, la trasferta nella penisola ellenica.
Nel periodo della sua permanenza presso l’ambasciata d’Italia ad Atene, i Colonnelli (aprile 1967) rovesciano il legittimo governo ed instaurano la dittatura militare. Un anno dopo (16 aprile 1968) un gruppo di studenti fascisti (gli stessi che gridano: Ankara, Atene, adesso Roma viene) , tra cui Mario Merlino, ospiti del Kyp, il servizio segreto greco, agenzia d’oltremare della Cia, in occasione del primo anniversario del putch partecipa ad un viaggio-premio (con contributo economico del Sid) e di studio delle strategie poliziesche repressive del regime.

Alcuni dei partecipanti alla gita oltremare, avevano preso parte (come uditori) al famigerato convegno dell’Hotel Parco dei Principi (maggio 1965) dedicato alla ‘Guerra Rivoluzionaria’, la cui seconda parte del titolo, che in moltissimi tendono a dimenticare, è: “Il terzo conflitto mondiale è già cominciato”.4 Che fosse stata dichiarata ‘la guerra’, e che fascisti, militari e ‘servizi’ la stessero conducendo (ognuno con le proprie armi, mezzi e strumenti) sono a dimostrarlo gli attentati dell’aprile alla Fiera di Milano e stazione Centrale, di agosto sui treni e dicembre 1969 alla Banca dell’Agricoltura, i tentativi di golpe (dicembre 1970) e tutte le altre iniziative (Freccia del Sud-Treno del Sole: luglio 1970, Peteano, Questura di Milano, Piazza della Loggia, golpe bianco, Italicus, stazione di Bologna, loggia Propaganda 2) per fermare l’avanzata Bolscevica. Con ogni mezzo necessario5 e con la scia di morti che hanno provocato.

Nel settembre dello stesso anno del golpe, colui che “si adoperò, a partire dal 1972, per sottrarre agli inquirenti le persone inquisite” (Istruttoria Salvini) rientra in Italia ed assume “il comando del Ventiduesimo reggimento fanteria Cremona” con “un battaglione dotato di carri armati americani M47 e di veicoli corazzati per fanteria M113, anch’essi americani ma prodotti dalla Oto Melara”. Maletti può dimostrare quanto appreso negli stage formativi seguiti in America a fine anni cinquanta-inizio sessanta.

Dal novembre 1968 al novembre 1970, direttore dell’ufficio addestramento dell’esercito. Nello stesso periodo compie viaggi ‘turistici’ in Jugoslavia “per rendermi conto delle bellezze naturali del paese, delle sue diversità etniche e delle condizioni di strade e ponti”. Un turista particolare, verrebbe da pensare… ”Niente di ufficiale”, puntualizza immediatamente.
Sempre nel novembre 1970 inizia il corso annuale, presso il Centro Alti Studi Militari, con viaggi di istruzione a Parigi, Normandia, Londra e Tunisia (auspice l’Eni). Non può partecipare ad un altro viaggio-studio in Svezia “perché su richiesta del generale Miceli, allora capo del Sid, il Ministero mi trasferì presso quel servizio prima che il corso del Casm fosse concluso”.

Così, il 15 giugno 1971 viene nominato responsabile dell’ufficio “D” (Controspionaggio) del Servizio Informazioni Difesa, e ci rimane fino al 30 ottobre 1975. Ed è qui, che compie il suo ‘magistero’, inteso come opera di maestria. Ed è per queste opere che viene, prima arrestato (28 febbraio 1976) per falso ideologico in atto pubblico e favoreggiamento personale (organizzazione e realizzazione fuga) nei confronti di due imputati per la strage alla Banca dell’Agricoltura, Guido Giannettini (Agente ‘Z’) e Marco Pozzan (l’uomo di Freda a Padova) quindi condannato, in via definitiva ad un anno con la condizionale, interamente condonato.

Un’altra condanna definitiva, a 9 anni di reclusione, la ‘merita’ nel 2003 per sottrazione di documenti riservati appartenenti al dossier (redatto nel 1974-75) Mi.Fo.Biali (Miceli, Foligni, Libia) relativo ad un traffico di petrolio con la Libia.6 Documenti finiti misteriosamente nelle mani di Carmine Mino Pecorelli (prima ‘nemico’, poi ‘sopportato’ di Maletti), piduista, fondatore dell’agenzia di stampa Osservatorio Politico Internazionale, poi spregiudicato ed ambiguo giornalista-editore-proprietario del settimanale, in odore di finanziamenti da parte del ‘Servizio’, Osservatorio Politico che ne pubblica ampi stralci. Pecorelli viene ucciso con quattro colpi di pistola la sera di martedì 20 marzo 1979. Curiosamente, Maletti che non è più, ufficialmente, un effettivo del ‘servizio’, viene ‘casualmente’ informato dell’omicidio Pecorelli, da un agente in servizio, il ‘suo’ capitano Labruna.

Il giovedì successivo il settimanale ‘spazzatura’ doveva proporre ai lettori un servizio esplosivo contro Giulio Andreotti. Maletti sostiene che Pecorelli gli confidò di come Licio Gelli, per conto di Andreotti, gli offerse una ‘mancia’ per non far uscire quel numero della rivista. Che, per la sopraggiunta scomparsa dell’autore, non venne provvidenzialmente stampato. Giulio Andreotti, condannato in primo grado all’ergastolo, quale mandante dell’omicidio, viene assolto in Appello.

Nel mese di aprile del 1980 Maletti inizia la sua latitanza-trasferimento-esilio in Sudafrica. Dal ‘paese dei diamanti’, rientrò in Italia solo una volta, marzo 2001, per testimoniare al quinto processo per la strage di Milano: “Dietro la strage c’era l’ombra della Cia…Gli americani sapevano tutto. Conoscevano i neofascisti e li incoraggiavano. Furono loro a fornire l’esplosivo…Sono qui perché amo la patria”. Dopodiché, indisturbato, grazie ad uno speciale salvacondotto (rilasciato da chi?) secondo il quale nessuno avrebbe potuto arrestarlo nonostante le condanne, tornò nel paese dell’Africa meridionale, dove tutt’ora si gode il suo personale buen retiro.

La ricostruzione dei tre giornalisti ricorda (oltre a quanto già riportato) alcune situazioni delicate: la vicenda dell’aereo ‘Argo 16’, il taxi di Gladio. Nome in codice di un aereo Douglas C 47 dell’Aeronautica Militare italiana precipitato a Marghera il 23 novembre 1973, causando la morte dei quattro membri dell’equipaggio e sfiorando un disastro ambientale (la caduta si verificò molto vicino ad un bunker per lo stoccaggio del fosgene nel polo petrolchimico). Secondo fonti giornalistiche e l’opinione di Francesco Cossiga, abbattuto per vendetta dai ‘servizi’ Israeliani.

E poi: lo svuotamento, da parte del padre del neofascista Gianni Casalini (per il Sid, fonte “Turco”) del deposito di Venezia – pieno di esplosivo di origine americana proveniente dalla Germania, quasi sicuramente utilizzato per il massacro del 12 dicembre 1969 – grazie all’imbeccata di un capitano dell’arma, Manlio Del Gaudio.
L’ammissione, ermetica e semi-omertosa, nonché deviante dell’ex capo dell’ufficio ‘D’ che in Piazza Fontana “erano in quattro”, senza naturalmente specificare chi fossero quei quattro.

La quasi inutile intervista ad Ivano Toniolo, ‘rintracciato’ dai tre autori in Angola dopo la loro missione sudafricana, fascista della cellula padovana di Ordine Nuovo e che, secondo Casalini, era stato il suo complice nel posizionare gli ordigni sui treni (8-9 agosto 1969).
Il ruolo dell’Ufficio Affari Riservati del Ministero degli Interni, soprattutto del suo numero due (come Maletti) braccio destro del ‘capo’ Federico Umberto D’Amato, Silvano Russomanno, “Aveva militato nelle SS italiane, credo”.
La sera del 12 dicembre 1969, Russomanno venne mandato a Milano: il suo compito era quello di gestire le prime indagini. E forse, ha ipotizzato qualcuno, i primi depistaggi” .7

La ricostruzione del falso arsenale comunista di Camerino. Allestito dai carabinieri…
Ma…in ordine sparso, sono da ricordare anche certe sviste, dimenticanze e affermazioni, non proprio minori e non sempre ‘neutrali’. Ne evidenzieremo alcune.
Già in prefazione (non degli autori) un’affermazione stonata quando si paragona il 12 dicembre 1969 all’11 settembre 2001.

Un ‘altra sottolineatura fuori luogo è indicare “servizi segreti deviati” portando come testimonianza anche quella di Vincenzo Vinciguerra8 il quale precisa: “La linea terroristica veniva eseguita da infiltrati, da persone che stavano all’interno degli apparati di sicurezza dello Stato. Dico che ogni singolo scandalo, a partire dal 1969, ben si adattava a una matrice organizzata: non parliamo di elementi deviati, ma dello Stato e dell’Alleanza atlantica”.
Sempre a supporto di ‘deviazione statale’, quando ricordano gli avvenimenti terroristici (pag. 22) del periodo 1969 (Piazza Fontana) – 1980 (Stazione Bologna) ‘dimenticano’ i sei morti e i 66 feriti dell’attentato compiuto contro la ‘Freccia del Sud-Treno del sole’ (22 luglio 1970) e la strage del treno Italicus (4 agosto 1974, due mesi dopo Piazza della Loggia) che provocò la morte di 12 viaggiatori e il ferimento di un’altra cinquantina.

Un’altra ‘giustificazione a posteriori’ che, ‘servizi’, fascisti, complici e conniventi, nonché utili idioti e furbastri di ogni specie, tentano di spacciare (lo fa anche Maletti nell’amichevole colloquio), è quella relativa al non prevedibile esito dello scoppio e non volontarietà di provocare morti, cercando di accreditare la scopo dimostrativo della bomba, perché la banca, solitamente, a quell’ora è chiusa. “Milano, piazza Fontana. Il 12 dicembre è un venerdì. La Banca Nazionale dell’Agricoltura, a pochi passi dal Duomo, quel giorno resta aperta più del solito” (pag. 71) “La strage è avvenuta per caso” . (pag. 82)

Un volgare, e poco intelligente tentativo di ribaltare la realtà delle cose. Il venerdì pomeriggio la BNA resta sempre aperta per il mercatino degli agricoltori:9 lavoratori della terra, allevatori, produttori di sementi, materie prime e mangimi bilanciati, mediatori, agronomi, periti agrari e veterinari si incontrano nella sala della banca per partecipare alla borsa merci dei prodotti agricolo-zootecnici. L’allegato articolo del 13 dicembre 1969 del Corrierone lo certifica e conferma. 10
Così come stupefacente è la motivazione per cui né Giannettini, né Pozzan (i due esfoliati da Maletti) non possono essere gli autori del posizionamento della bomba. Alla sua tesi, ribattono:“Come fa ad esserne sicuro? La strabiliante risposta: “Entrambi erano dei pavidi” . (pag. 80)

Altre affermazioni ‘sensazionali’ sono quelle relative alla fede anarchica di Mario Merlino: “…gli anarchici Mario Merlino…” (pag. 177) e al filosovietismo di Giangiacomo Feltrinelli.
I sovietici, ai quali Feltrinelli stava a cuore…” (pag. 169).
Che il Circolo 22 Marzo di Roma fosse un organismo anarchico è una ‘verità’ assoluta, che fosse infiltrato da fascisti (Merlino) e poliziotti (Salvatore Ippolito) è, purtroppo, un altro reale dato di fatto. Questo non promuove Merlino a militante anarchico.
Sulla appartenenza ‘terzomondista’ e, quindi, non ‘sovietista’ di Feltrinelli, c’è abbondante materiale (e il suo curriculum) che lo certifica.

Ma quello che andava sicuramente evitato è quanto riportato a pag. 199. “Ha scritto qualcuno: ‘La giustizia è come un timone. Dove lo giri, va‘”.
La definizione è di Lao Tze, filosofo e scrittore cinese ma, soprattutto, utilizzata come titolo di uno dei primi contributi ‘rumorosi e teorici’ (anche se firmato Fronte Popolare Rivoluzionario) di Franco Freda ritenuto dall’ultimo processo, anche se non più punibile perché già precedentemente assolto, tra gli autori della strage di Piazza Fontana.

E Marco Nozza ricorda: “Nello scatolone del Viminale numero 19 (nero) e 51 (rosso) c’erano molti ritagli di giornale…e la cosa più sbalorditiva era che su quei pezzetti di carta un pennarello nero aveva tracciato, vistosamente e vibratamente, il segno inconfondibile di quelle tre lettere Fpr…mentre noi pistaroli avevamo scarsa dimestichezza con quella sigla, gli Affari riservati mostravano di averne molta, fin troppa…parlavamo sempre di pista veneta, pista nera, di neofascisti padovani e trevigiani, mai parlavamo di Fpr, ossia Fronte Popolare Rivoluzionario”.11
In poche righe, è svelato un arcano. Chi doveva e poteva sapere, sapeva. Faceva, o aveva fatto.

Al termine di queste note, riflettendo sui modi, scopi ed esiti della lunga intervista, ci ritorna un ammonimento di Bertolt Brecht: “Chi ai nostri giorni voglia combattere la menzogna e l’ignoranza e scrivere la verità, deve superare almeno cinque difficoltà. Deve avere il coraggio di scrivere la verità, benché essa venga ovunque soffocata; l’accortezza di riconoscerla, benché venga ovunque travisata; l’arte di renderla maneggevole come un’arma; l’avvedutezza di saper scegliere coloro nelle cui mani essa diventa efficace; l’astuzia di divulgarla fra questi ultimi. Tali difficoltà sono grandi per coloro che scrivono sotto il fascismo, ma esistono anche per coloro che sono stati cacciati o sono fuggiti, anzi addirittura per coloro che scrivono nei paesi della libertà borghese”.12 .
Infine poche considerazioni ‘editoriali’. Ci ha stupito non trovare nessun rimando alla prima edizione. Così come ci è sembrato strano che si sia eliminato l’indice ragionato dei nomi principali e
l’indice dei nomi (sempre utilissimo) ed è stata ridotta ad una paginetta scarsa (termina al 26 ottobre 1962 con la morte di Enrico Mattei) la cronologia, prima ricca di ben 10 pagine.
Misteri di un libro sui…misteri?

Per cercare di comprendere meglio la situazione, le dinamiche precedenti e conseguenti che hanno portato alla strage di Piazza Fontana, il contesto politico in cui è maturata, da chi è stata compiuta, chi e come ha favorito e coperto gli organizzatori ed esecutori, suggeriamo la lettura (o rilettura) di una serie di opuscoli, dossier, inchieste condotte da collettivi o comitati politici a ridosso di quell’avvenimento. Evidenziando, esclusi i primi due, quelli di G.C. Feltrinelli, e gli ultimi due, la data di pubblicazione. Praticamente da subito, erano stati individuati e si sapeva chi erano i responsabili. Negli anni e nei decenni, successivi, grazie soprattutto all’intelligente, meticoloso e preciso lavoro di alcuni giornalisti d’inchiesta: Marco Nozza (Il Giorno), Camilla Cederna (L’Espresso), Giulio Obici (Paese Sera), Marcella Andreoli (L’Avanti!), Mauro Brutto (L’Unità), Corrado Stajano (Il Mondo e Tempo Illustrato) e tutto il collettivo che animava e partecipava all’attività del ‘bollettino di controinformazione democratica’ del movimento dei ‘giornalisti democratici’ di Milano, si sono potuti aggiungere particolari e nuovi elementi, ma la sostanza era quella subito individuata.
Molti altri contributi: articoli, inchieste, pubblicazioni a stampa di case editrici prestigiose e di giornalisti ufficiali, sono più facilmente reperibili e, forse, più conosciuti di quelli sotto ricordati. Solo per questo non li elenchiamo.

Giangiacomo Feltrinelli, La politica al primo posto. “Persiste la minaccia di un colpo di Stato in Italia!”, Libreria Feltrinelli, Milano, 1968;

Giangiacomo Feltrinelli, La politica al primo posto. “Estate 1969: la minaccia incombente di una svolta radicale e autoritaria a destra, di un colpo di Stato all’italiana. Le ragioni e i modi con cui si tenterà di imporre un regime autoritario in Italia, Libreria Feltrinelli, Milano, 1969;

La strage di stato. Controinchiesta, La nuova Sinistra-Samonà e Savelli, Roma, giugno 1970

Crocenera Anarchica, Le bombe dei padroni. Processo popolare allo stato italiano nelle persone degli inquirenti per la strage di Milano, Biblioteca delle collane ‘Anteo’ e ‘La Rivolta’, La Fiaccola edizioni, Ragusa, agosto 1970;

Vincenzo Nardella, Noi accusiamo! Contro requisitoria per la strage di stato, Jaca Book, Milano, 1971;

Milano e Roma-12 dicembre 1969. La strage di stato voluta dai padroni. Pinelli assassinato, Umanità Nova, 20 ottobre 1971;

Fotostoria 1969-1972 . Dalla strage alle elezioni. Da Valpreda a Feltrinelli. Il fascista, sicario della strage, è certamente tra queste foto. Giochi di potere intorno a un processo pericoloso: 16 assassinati-2 suicidati-5 provocatori-4 ammazzati-634 testimoni-180 giornalisti-21 fotografi-Inoltre: spie, commissari, presidenti, generali, fascisti, ministri, sicari, maggioranze silenziose e loquaci, Sapere Edizioni, Milano, Anno I, n° 1- marzo 1972;

Valpreda è innocente: la strage è di stato. Giustizia proletaria contro la strage dei padroni. Guida al processo a cura del Soccorso Rosso. Numero unico edito dal Comitato Nazionale di Lotta sulla strage di stato-Soccorso Rosso-presso LIDU, piazza Santi Apostoli, 49 Roma, senza data (ma 1972);

Chi è nella Cia. Who’s who in Cia. L’elenco completo dei 3.000 agenti militari e civili del Servizio Segreto americano operante in oltre 120 stati, Napoleone Editore, Roma, 1972

Padova: Comitato di Documentazione Antifascista, Il silenzio di stato, Edizioni Sapere, Milano, febbraio 1973;

Maquis, mensile d’informazione politica militare internazionale, Chi farà il vero colpo di stato? La strage della guerra psicologica, n.1 giugno 1974, Milano;


  1. http://ilblogdinandomainardi.blogspot.it/2011/05/recensione-di-piazza-fontana-noi.html  

  2. http://www.nuovaalabarda.org/leggi-articolo-piazza_fontana_noi_sapevamo..php  

  3. Studi recenti, condotti all’inizio degli anni novanta, indicano in 1.400-2.000 i morti della strage  

  4. E. Beltrametti (a cura di) La guerra rivoluzionaria. Il terzo conflitto mondiale è già cominciato, Atti del primo convegno organizzato dall’ Istituto Pollio, Giovanni Volpe Editore, Roma, 1965  

  5. Elio Franzin, Mario Quaranta, Gli attentati e lo scioglimento del parlamento, Pamphlets-Diffusione sbl, Padova-Roma, 1970  

  6. Mario Foligni, fondatore di un Nuovo Partito Popolare, voleva contrastare, da destra, la Democrazia Cristiana  

  7. Gabriele Fuga, Enrico Maltini, Pinelli. La finestra è ancora aperta, Colibrì Edizioni, Paderno Dugnano (Mi) dicembre 2016  

  8. ‘Soldato politico’, come ama definirsi, già militante di Ordine Nuovo ed Avanguardia Nazionale, autore reo confesso dell’azione di Peteano-Frazione Sagrado (Go) del 31 maggio 1972, quando, in seguito all’esplosione di un’auto bomba, persero la vita tre carabinieri, oltre a due feriti  

  9. https://www.ildeposito.org/archivio/canti/piazza-fontana-luna-rossa  

  10. http://cinquantamila.corriere.it/storyTellerArticolo.php?storyId=4d9f21347a581  

  11. Marco Nozza, Il pistarolo,. Da Piazza Fontana, trent’anni di storia raccontati da un grande cronista, Introduzione di Corrado Stajano, il Saggiatore, Milano, novembre 2006  

  12. Bertolt Brecht, Scritti sulla letteratura e sull’arte, Einaudi, Torino, 1973  

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Oscar Arnulfo Romero: un martire civile / prima parte https://www.carmillaonline.com/2017/08/15/oscar-arnulfo-romero-un-martire-civile-parte/ Mon, 14 Aug 2017 22:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=39106 di Paolo Bruschi

Oggi, 15 agosto 2017, cade il centenario della nascita dell’Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, ucciso a San Salvador il 24 marzo 1980 dagli squadroni della morte. Ai suoi concittadini aveva promesso: “Se sarò ucciso, risorgerò nel mio popolo”.

Il National Security Archive (Nsa1 ) è un ente non governativo che negli Stati Uniti si occupa di pubblicare documenti politici desecretati, inclusi quelli della Cia e dell’Fbi. Uno di questi atti, declassificato nel 1992, è [...]]]> di Paolo Bruschi

Oggi, 15 agosto 2017, cade il centenario della nascita dell’Arcivescovo salvadoregno Oscar Romero, ucciso a San Salvador il 24 marzo 1980 dagli squadroni della morte. Ai suoi concittadini aveva promesso: “Se sarò ucciso, risorgerò nel mio popolo”.

Il National Security Archive (Nsa1 ) è un ente non governativo che negli Stati Uniti si occupa di pubblicare documenti politici desecretati, inclusi quelli della Cia e dell’Fbi.
Uno di questi atti, declassificato nel 1992, è un telegramma ricevuto dal Dipartimento di Stato, datato 21 dicembre 1981, proveniente dalla propria ambasciata in El Salvador. Il titolo recita “Assassinio dell’arcivescovo Romero” e si tratta di una delazione fatta da un membro dei servizi segreti salvadoregni a un pari ruolo americano: “L’omicidio di monsignor Romero fu pianificato in una riunione presieduta dal maggiore Roberto D’Aubuisson. Durante l’incontro venne estratto a sorte, tra alcuni partecipanti, il privilegiato che avrebbe ammazzato l’arcivescovo.”

Roberto D’Aubuisson Arrieta, classe 1943, era uno dei tanti militari salvadoregni che, dopo essersi diplomato nell’accademia del suo Paese, a partire dal 1965 studiò alla School of the Americas (Soa2 ). Uno dei tanti, ma probabilmente un prediletto e un predestinato, se è vero che fu istruito a Washington, Fort Gulick (Panama) e Taiwan, e tornato in patria fece una rapida carriera all’interno dell’Ansesal (Agencia Nacional de Seguridad Salvadoreña – i servizi segreti salvadoregni), di cui negli anni settanta divenne capo.

La School of the Americas è un collegio militare nato nel 1946 a Panama per volere del Dipartimento di Stato Usa, trasferitosi poi a Fort Benning, in Georgia, nel 1984.
Questa strana istituzione possiede almeno un paio di caratteristiche distintive: la prima è che non addestra (salvo rarissime eccezioni) soldati statunitensi, ma soltanto ufficiali stranieri appartenenti a forze armate e di polizia latinoamericane. Molti allievi, al termine della preparazione, vengono iscritti direttamente sul libro paga della Cia.

La seconda si deduce dagli atti delle commissioni d’inchiesta nazionali e internazionali istituite in diversi Paesi dopo le relative dittature e stragi del secondo dopoguerra, e dai processi conclusi o in corso: sono milioni le denunce, sporte soprattutto attraverso la mediazione di organizzazioni per i diritti umani, in relazione a cittadini torturati, violentati, assassinati, fatti sparire o costretti all’esilio come risultato delle azioni compiute da ufficiali formati alla Soa.

Da queste fonti emerge con chiarezza come l’istituzione sia stata, e in qualche modo sia ancora oggi, una scuola di coercizione, dittatura e terrorismo: uno degli strumenti più potenti utilizzati dagli Usa per garantirsi una duratura ingerenza politica ed economica in America Latina.

Nel 1996 l’Nsa portò alla luce alcuni manuali in uso alla Cia e all’esercito all’interno del collegio. In quei testi si giustificava l’opportunità dell’estorsione mediante tortura e addirittura delle esecuzioni extragiudiziali (omicidi arbitrari, per essere chiari). Il fatto è ben noto allo stesso Congresso americano: ormai da diversi anni, molti deputati si battono perché la Soa chiuda i battenti, non esitando a definirla una vergogna nazionale.

Durante la sua attività, la School of the Americas ha addestrato circa 65.000 militari latinoamericani a tattiche di comando e tecniche di combattimento, compresa la guerriglia urbana e la guerra psicologica. Dal Messico, scendendo per tutto il continente fino a Capo Horn, non esiste nessun governo che dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi non abbia usufruito di professionisti formati da tal collegio. E non si tratta di soldati semplici, ma di ufficiali e generali che hanno ricoperto ruoli chiave nelle rispettive forze armate, forze di polizia, unità speciali e sevizi segreti, compresi dittatori e capi di Stato. Solo per citare alcuni di questi ultimi: Rioss Mont in Guatemala, Leopoldo Galtieri e Roberto Eduardo Viola in Argentina, Hugo Banzer Suárez in Bolivia, Juan Velasco Alvarado in Perù, Guillermo Rodriguez in Ecuador. Tutti presidenti golpisti dei loro relativi Paesi, protagonisti di dittature talvolta spietate e delitti accertati.

La Commissione per la Verità, istituita dall’Onu nel corso degli accordi di pace avuti luogo dopo la guerra civile in El Salvador (1980-1992), ha stabilito che due terzi dei militari coinvolti nei crimini perpetrati durante il conflitto fratricida fossero usciti dalla Soa. Il piccolissimo Stato centroamericano, nonostante le dimensioni e il trascurabile ruolo geopolitico, risulta incredibilmente secondo, dopo la Colombia, nella classifica degli ufficiali formati dal collegio (quasi 7.000).

Per il governo di Washington, giustificare tale ingerenza e tale prassi della violenza è sempre passato da un’unica, confortevole argomentazione: la lotta al comunismo, la cosiddetta politica del containment. Una spiegazione ritrita e ormai non più plausibile.

Gli Stati Uniti uscirono dal secondo conflitto mondiale in una condizione assai privilegiata: oltre alle immense aree di influenza stabilite a tavolino a partire da Yalta, gli Usa da soli esprimevano circa la metà della ricchezza del pianeta, mentre tutte le altre maggiori nazioni, sia vincitori che vinti, avevano subito distruzioni dei loro apparati produttivi talvolta esiziali.

Già durante il conflitto, analisti politici ed economici americani misero le mani avanti, cercando di progettare il mondo del dopoguerra e pensandolo in funzione del mantenimento dei loro interessi. Nel nuovo organigramma ogni contesto geopolitico avrebbe dovuto assumere un ruolo e un compito specifico. Non stiamo parlando di chiacchiere o ricostruzioni fantasiose, ma di studi, circolari e memorandum espressi in particolare dal Dipartimento di Stato, messi nero su bianco e assai articolati: e puntualmente, fatta la giusta sintesi, portati a compimento.

Da quei documenti si evince come il destino pensato per il Terzo Mondo (di cui l’America Latina era considerata parte) fosse adempiere alla sua “naturale” funzione di fonte di materie prime e avamposto delle imprese multinazionali statunitensi, che inoltre vi avrebbero aperto i loro mercati e imposto i propri prodotti.

Il problema maggiore nel garantirsi questo tipo di subordinazione era rappresentato dal fastidioso anelito di certe nazioni alla democratizzazione: un Paese sottosviluppato che si emancipa e ridistribuisce diritti e ricchezze al suo interno, magari nazionalizzando alcuni settori produttivi, sarebbe stato un ostacolo al “padrinato” americano, ai suoi investimenti e ai suoi profitti.

L’azione migliore, dunque, era soffocare sul nascere i venti di cambiamento: senza esporsi troppo in prima persona, venne ritenuto vantaggioso stringere alleanze con le zelanti oligarchie locali e con politici corrotti, reazionari e possibilmente violenti, formando all’uopo generali, milizie e paramilizie, appoggiandole e finanziandole. Sarebbero state loro a sporcarsi le mani agli occhi del mondo.

Da questa logica non era esclusa nessuna nazione, per quanto irrilevante sulla carta geografica: la sua emancipazione avrebbe insinuato in America Latina il seme malato del paragone e dell’emulazione, diventando un pericoloso esempio da seguire. Perché in democrazia tutto sommato non si sta male, e il miglioramento delle condizioni di vita si sarebbe potuto trasformare in un’epidemia.

Quando l’insofferenza della popolazione cominciò a traboccare, il destino del Pulgarcito de America (Pollicino, come è chiamato dalla sua gente El Salvador), uno Stato povero, arretrato e grande come la nostra Emilia Romagna, che apparentemente a nessuno poteva nuocere, fu dunque pesantemente indirizzato al prezzo di decine di migliaia di vite umane. Sorte non dissimile è toccata al Nicaragua e più in generale un po’ a tutta l’America Centrale, che ha dovuto soffrire per decenni le vessazioni di governi corrotti e pilotati come burattini.

Ma torniamo a D’Aubuisson.
In El Salvador gli “squadroni della morte” cominciarono a svilupparsi negli anni sessanta proprio in seno all’Ansesal. La loro attività divenne sistematica e spietata a partire dagli ultimi anni settanta fino al termine della guerra civile (1992).
È stato appurato che una volta entrato nei servizi segreti, D’Aubuisson fu il grande riorganizzatore e collante di tali gruppi: bande paramilitari formate da agenti dei servizi o di polizia in borghese, esponenti dell’esercito e civili, questi ultimi emanazione del latifondismo più reazionario.

Il loro scopo era identificare, intimidire, torturare e all’occorrenza eliminare chi veniva considerato (anche a fronte di un semplice sospetto) sovversivo o comunista. Quasi ogni unità regolare dell’esercito o della polizia ne aveva a disposizione una con la quale si divideva i compiti più repressivi.

Tali organizzazioni avevano la cifra stilistica della tortura eccentrica, che portava nella maggior parte dei casi alla morte: tagliavano ai maschi i genitali e glieli infilavano in bocca, violentavano le donne e terminato il divertimento strappavano loro i feti, se incinte. Spesso infierivano poi sui cadaveri, decapitandoli ed esponendo le teste a qualche metro di distanza in bella mostra. Quando questi animali agivano, non guardavano in faccia nessuno: non risparmiavano neppure i bambini. Evidentemente comunisti lo si inizia a diventare molto presto.

Nel periodo in cui gli squadroni si affacciarono nel panorama politico, El Salvador era un Paese arretrato e depresso. Per dare un’idea di quale fosse la situazione: secondo il censimento del 1961, il 73 per cento della popolazione era senza acqua potabile, il 99 per cento senza energia elettrica, il 57 per cento analfabeta. La maggioranza dei cittadini conduceva una vita di sussistenza e i tre quarti delle terre risultavano in mano al 2 per cento dei salvadoregni, nemmeno dieci famiglie.

Negli anni ’70, dopo quasi 40 anni ininterrotti di dittature, golpe militari e governi fantoccio, ce n’era abbastanza perché l’indignazione e il desiderio di una riscossa iniziassero a formarsi e organizzarsi: nacquero così sindacati, associazioni di contadini, comunità di base cattoliche e fecero la loro comparsa anche le prime formazioni di guerriglia rivoluzionaria. Voci critiche verso il governo si levarono anche da parte di esponenti della Chiesa cattolica e in particolare dai gesuiti. Stava emergendo, insomma, una coscienza sociale.

Il triennio 1977-1979 fu segnato da una costante escalation delle violenze, che non risparmiò neppure la parte più progressista dello stesso clero, accusato di simpatizzare con la guerriglia e come tale perseguitato. Emblematico, a questo proposito, uno dei motti preferiti degli squadroni della morte: “Sii patriota, ammazza un prete”.
El Salvador precipitò nel caos, nella violenza, nel terrore. E infine nella guerra civile.

(Fine della prima parte – la seconda sarà pubblicata domani 16 agosto)


  1. Da non confondersi con l’altra e più nota Nsa: la National Security Agency, organismo governativo che si occupa della sicurezza nazionale 

  2. Dal 2001 il suo nome è cambiato in Western hemisphere institute for security cooperation (Whinsec). 

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Da quell'”incidente” nessuno uscì incolume https://www.carmillaonline.com/2017/04/07/quellincidente-nessuno-uscito-incolume/ Thu, 06 Apr 2017 22:01:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=37295 di Fabrizio Salmoni

pinelli Gabriele Fuga, Enrico Maltini, Pinelli. La finestra è ancora aperta, ed. Colibrì 2016, pp. 272, € 14

Non lo hanno mai fatto magistratura e commissioni di inchiesta, sono stati gli autori (un docente universitario e un avvocato) di questa formidabile definitiva inchiesta su Pinelli e la strategia della tensione a completare lo scenario storico e politico, delineato nell’immediato di quei lontani giorni del 1969 nel famoso La Strage di Stato, entro cui quei fatti si svolsero. Ora si può dire che la verità è stabilita con solo pochi dettagli, probabilmente impossibili da recuperare ormai per ragioni anagrafiche, [...]]]> di Fabrizio Salmoni

pinelli Gabriele Fuga, Enrico Maltini, Pinelli. La finestra è ancora aperta, ed. Colibrì 2016, pp. 272, € 14

Non lo hanno mai fatto magistratura e commissioni di inchiesta, sono stati gli autori (un docente universitario e un avvocato) di questa formidabile definitiva inchiesta su Pinelli e la strategia della tensione a completare lo scenario storico e politico, delineato nell’immediato di quei lontani giorni del 1969 nel famoso La Strage di Stato, entro cui quei fatti si svolsero. Ora si può dire che la verità è stabilita con solo pochi dettagli, probabilmente impossibili da recuperare ormai per ragioni anagrafiche, ancora da chiarire.

Va detto subito che tutto quello che si legge è ampiamente documentato con tanto di riproduzioni in copia dei documenti. Persino le note e le schede, dovute principalmente alla meticolosa collaborazione di Fiorenzo Angoscini e Elda Necchi, rivelano il puntiglio virtuoso con cui si è valutato ogni dettaglio dell’intricata vicenda. Ma ora possiamo dire che finalmente SAPPIAMO .

Una premessa: l’inchiesta riparte dall’acquisizione di nuove fonti documentarie indiscutibili, “ufficiali”, un incidente in cui lo Stato si è fatto male da solo ma che nessuno ha mai voluto divulgare: nell’ottobre 1996, i giudici milanesi Massimo Meroni e Maria Grazia Pradella che indagano su piazza Fontana rinvengono in un deposito del Ministero dell’Interno sulla circonvallazione Appia a Roma l’archivio segreto del famigerato Ufficio Affari Riservati, circa 150 mila fascicoli non catalogati. Erano malamente accatastati all’aperto dentro scatoloni che sembravano solo aspettare il macero. I due giudici indagano, convocano testimoni “eccellenti”, verbalizzano, allegano documenti tratti dall’archivio segreto ma poi ancora una volta tutto si ferma con l’archiviazione decretata dalla Procura di Milano nell’ottobre 2013. E’ stata l’Associazione Casa della Memoria di Brescia ad intraprendere la digitalizzazione degli atti giudiziari fornendo cosi il materiale di indagine ai ricercatori indipendenti.

In quel “tesoro” si trovava tutto il necessario per giungere finalmente alla verità: fatti, persone, descrizione dei meccanismi politico-polizieschi che hanno predeterminato e realizzato la strategia della tensione. Solo alcuni dei personaggi “rivelati” furono ascoltati subito dopo il reperimento della
documentazione, nel 1997 ma nessun organo di informazione ne diede notizia e molti altri testimoni eccellenti non furono mai neanche convocati. Quei molti non erano mai stati neanche nominati nei precedenti procedimenti giudiziari.

Leggendo il libro, non si fa fatica a capire il perchè: nessuno ne esce incolume. Né le più alte autorità politiche del tempo, né i partiti, né gli apparati, né i media, né la magistratura, né i singoli protagonisti, Calabresi compreso, per intenderci. Niente finte-verità che tengono, come le usurate, reiterate, comode espressioni “servizi deviati”, “pezzi dello Stato”: no, TUTTO lo Stato, intimorito dal montare impetuoso della protesta sociale e marcato stretto dall’alleato americano in preda alla paranoia da guerra fredda, era coinvolto nella pianificazione della strategia della tensione, nella premeditazione dello sbocco autoritario (esautorazione del Parlamento, leggi di emergenza, carta bianca alle bande fasciste, arresti e repressione estesa) che doveva seguire il caos causato dalle bombe. Aveva ragione la sinistra extraparlamentare che lo disse subito: la strage era di Stato. Aveva ragione ad attrezzarsi per difendersi da ciò che doveva seguire alle bombe. La tragedia del golpe fu evitata per un soffio e grazie proprio alla reazione dell’ opinione pubblica, della società civile, dei militanti della sinistra e di alcuni giornalisti intraprendenti e coraggiosi. Questa nuova inchiesta getta nel totale discredito tutto il sistema politico di allora e, di conseguenza, per continuità e diritto ereditario, anche quello attuale che si è ben guardato dal cercare la verità.

E’ rivelato il ruolo fondamentale dell’Ufficio Affari Riservati condotto da Federico D’Amato con la sua corte di sbirri fascistoidi che quella notte del 15 Dicembre “comandavano” alla Questura milanese e dettavano persino il testo della conferenza stampa in cui Guida, Allegra e Calabresi dovevano affermare che Pinelli si era suicidato perchè colpevole.
Della presenza di quel manipolo dell’UAR non si è mai saputo nulla fino alla scoperta dell’archivio segreto.

Anche dalle nuove evidenze Calabresi esce molto male. E su questo niente da stupirsi. Malgrado le contrastanti versioni sulla sua presenza nella stanza che gli hanno sempre lasciato il beneficio del (minimo) dubbio, le sue responsabilità secondo l’inchiesta sono gravi e decisive. Sono diversi i motivi elencati “per ritenerlo responsabile della morte di Pinelli e dell’offesa continuata alla sua memoria“.

C’è poi il capitolo, fondamentale per novità, delle spie che contribuiscono a preparare la trappola per gli anarchici, concertando la strategia con l’UAR. Un nome su tutti che vale la pena fare e divulgare e su cui si concentrano le peggiori responsabilità: quell’Enrico Rovelli che a Milano è conosciuto per aver aperto e gestito noti locali per concerti come il Carta Vetrata di Bollate, il Rolling Stone e l’Alcatraz. Il suo nome era già stato fatto dal foglio anarchico Umanità Nuova nel 1975 ma vista la fonte nessun organo di informazione vi aveva dato peso. Con lui vengono poste le basi della montatura che porterà a incastrare Valpreda e al tentativo di coinvolgere Pinelli. Rovelli è ancora vivo e residente nel milanese. Dicono che abbia avuto fortune alterne nella sua carriera di promoter, alti e bassi economici, ma è riuscito a nascondere il suo passato. Chissà se almeno soffre di incubi notturni.

Un discorso specifico è dedicato alla magistratura. Oltre alla prima inchiesta sulla morte di Pinelli condotta prima dal Pm Caizzi e archiviata subito dal G.I. Amati con la motivazione del suicidio, e alle vicissitudini del processo Calbresi-Baldelli (Lc), il dato politico più significativo proviene dall’inchiesta successiva del giudice D’Ambrosio generata nel 1971, dopo la sospensione del processo, dall’esposto della signora Pinelli per omicidio volontario, violenze private, sequestro di persona, abuso d’ufficio e abuso di autorità nei confronti di tutti i poliziotti coinvolti. L’inchiesta si chiude nel 1975 con la nota conclusione detta del “malore attivo” che proscioglie i querelati e lascia la materia nella più profonda ambiguità. D’Ambrosio cosi sentenziando si sfila dalle responsabilità, eppure è un magistrato “democratico” che nelle dichiarazioni fa capire di aver capito il grande gioco e i suoi protagonisti, che porta in fondo l’indagine su Freda e Ventura, che addirittura accusa i colleghi magistrati della prima indagine di essere stati “condotti per mano dalla polizia“.

D’Ambrosio però era anche “in forte sintonia” con il Pci ed è opinione degli autori che “per denunciare o perseguire i responsabili diretti e indiretti (Dc, Psdi, le destre) e le forze oscure della vicenda (UARR, Sid, Gladio, Nato, Cia, ecc.) che a quei partiti o settori erano legate, occorreva una forza che sia lui che il Pci non potevano o non volevano avere…tanto più che la richiesta di legittimazione politica cui quel partito ambiva era rivolta a quelle stesse forze“. Quindi, “meglio non vedere, non sentire, non parlare e nel caso specifico non indagare…“.
Naturalmente gli autori si addentrano nell’anomalia D’Ambrosio, ma la sostanza è che D’Ambrosio ha verosimilmente abdicato ai propri doveri negando la verità al Paese e facendo scelte “coerenti con la logica del compromesso storico“.

Ipotesi che fa ricordare altri pm, altri giudici “democratici” che da allora a oggi hanno operato favorendo più o meno direttamente il Pci e i suoi derivati. Pensiamo al Catalanotti bolognese che si impegna a stroncare il movimento del ’77 nella città-modello del Pci e manda impunito il carabiniere Tramontani assassino di Francesco Lorusso; pensiamo al Calogero dell’inchiesta “7 Aprile” che solo quattro anni dopo (1979) portò in carcere tutti i vertici ideologici dell’Autonomia Operaia con il Pci in piena dirittura di arrivo al governo; pensiamo ai Violante e Caselli che un Partito rabbioso per aver perso il treno del governo scatena contro le organizzazioni combattenti, e arriviamo all’attualità con il Caselli che dal 2012 si dedica a perseguire i valsusini che ostacolano la realizzazione dell’inutile Tav su cui il Pd è il primo ad avere forti interessi.
E’ una finestra drammatica e inquietante quella che questo libro apre su questo nostro disgraziato Paese che non riesce ancora a liberarsi di una classe politica legata e sopravvissuta al filo lungo delle stragi e della strategia della tensione.

Dobbiamo tutti grande riconoscenza agli autori di questo libro (Maltini è deceduto proprio durante la lavorazione finale) e all’editore per aver ripreso e concluso il lavoro iniziato con l’edizione precedente dello stesso testo1 e dalla la prima inchiesta (La Strage di Stato) e per mantenere viva la memoria di Giuseppe Pinelli. E’ un libro “eversivo” perchè la Verità è tale, anche a distanza di 47 anni, e perchè scopre il verminaio che è stata la classe politica che ha retto il Paese nella sua continuità fino ad oggi e l’intreccio infame delle complicità tra tutti i poteri dello Stato, media compresi. Meriterebbe di essere divulgato, presentato e commentato su ampia scala. Non avremo mai la verità giudiziaria ma quella storica è più che sufficiente.


  1. Gabriele Fuga, Enrico Maltini, E a finestra c’è la morti. Pinelli: chi c’era quella notte, Zero in Condotta 2013, già recensito su Carmilla da Gianfranco Marelli: https://www.carmillaonline.com/2013/08/10/gabriele-fuga-enrico-maltini-e-a-finestra-ce-la-morti-pinelli-chi-cera-quella-notte/  

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La strategia della tensione e i mezzi di informazione. “Guerra psicologica” e controinformazione https://www.carmillaonline.com/2016/08/24/la-strategia-della-tensione-mezzi-informazione-guerra-psicologica-controinformazione/ Wed, 24 Aug 2016 21:30:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=32570 di Alberto Molinari

eco_del_boato_coverMirco Dondi, L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974, Laterza, Roma-Bari, 2015, pp. 445, € 28,00.

Sei stragi che provocarono 50 morti e 346 feriti (dalle bombe di Piazza Fontana a Milano, 12 dicembre 1969, a quelle sul treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974), diverse minacce o tentativi di colpo di Stato, uno stillicidio di attentati e atti di violenza segnarono quella trama eversiva definita per la prima volta dal quotidiano inglese “The Observer”, all’indomani di Piazza Fontana, come “strategia della tensione”: è [...]]]> di Alberto Molinari

eco_del_boato_coverMirco Dondi, L’eco del boato. Storia della strategia della tensione 1965-1974, Laterza, Roma-Bari, 2015, pp. 445, € 28,00.

Sei stragi che provocarono 50 morti e 346 feriti (dalle bombe di Piazza Fontana a Milano, 12 dicembre 1969, a quelle sul treno Italicus a San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974), diverse minacce o tentativi di colpo di Stato, uno stillicidio di attentati e atti di violenza segnarono quella trama eversiva definita per la prima volta dal quotidiano inglese “The Observer”, all’indomani di Piazza Fontana, come “strategia della tensione”: è questo l’oggetto della ricerca di Mirco Dondi, docente di Storia contemporanea e direttore del Master di comunicazione storica all’Università di Bologna. L’”eco del boato”, richiamato nel titolo, è «tutto ciò che lascia l’esplosione dopo il suo scoppio». «Un rilevante atto terroristico – scrive Dondi – proietta il suo peso sui principali eventi dell’agenda politica, caricandoli dei significati generati dall’atto criminale. L’attentato produce un effetto domino sulla scena pubblica che ne esce completamente reinterpretata» (p. 3). L’”eco del boato” è quindi il cuore della strategia della tensione che l’autore ricostruisce nei suoi risvolti teorici, nelle sue pratiche e nei suoi obiettivi lungo il decennio 1965-1974. Attraverso il ricorso ad un’ampia bibliografia e l’intreccio di numerose fonti – atti delle commissioni di inchiesta, documenti giudiziari, rapporti di polizia, stampa nazionale e internazionale, memorialistica e saggistica coeva – la ricerca analizza il comportamento dei diversi attori coinvolti nell’elaborazione e nella realizzazione delle strategia della tensione, dai soggetti politici e istituzionali, agli apparati militari e alle organizzazioni neofasciste. Attori che si mossero con disegni a volte diversi, ma con una comune volontà di condizionare o modificare radicalmente lo scenario politico, minando in senso antidemocratico l’assetto politico repubblicano.

La prima parte del volume è dedicata alle origini e ai presupposti teorici della strategia della tensione, maturati nel clima della guerra fredda quando l’Italia divenne di fatto un paese a sovranità limitata, condizionato dalla strategia anticomunista promossa dagli Stati Uniti tramite la Cia e strutture occulte come la rete militare Stay behind. Nella parte più corposa del testo (cinque capitoli) Dondi analizza la strategia della tensione in atto, tra il 1969 e il 1974, ricondotta in un quadro di insieme grazie ad un solido filo narrativo che riordina una materia estremamente complessa, individuandone le linee di fondo, l’evoluzione, le diverse articolazioni, contraddizioni e sfumature, poste in relazione ai mutamenti delle dinamiche politiche e del contesto sociale. Nella densa trattazione di Dondi, tra i numerosi temi e spunti interpretativi che meriterebbero di essere segnalati, ci soffermiamo sull’analisi del ruolo dell’informazione, un aspetto centrale e innovativo della ricerca, rivolto soprattutto all’ambito della carta stampata (sono oltre cento le testate, nazionali e internazionali, citate dall’autore).

I mezzi di informazione svolsero un ruolo rilevante nella guerra psicologica, fondamentale strumento, insieme alla guerra non ortodossa, della strategia della tensione. Messe a punto negli anni Cinquanta dal Pentagono, le caratteristiche della guerra non ortodossa (definita anche guerra rivoluzionaria) e della guerra psicologica furono al centro del convegno organizzato a Roma nel maggio 1965 dall’istituto Pollio – considerato l’«atto fondativo della strategia della tensione» (p. 49) – al quale parteciparono numerosi protagonisti della stagione eversiva: estremisti neri come Pino Rauti e Stefano Delle Chiaie, militari come il generale Giuseppe Aloia e il colonnello Amos Spiazzi, uomini dei servizi come Guido Giannettini.
La guerra non ortodossa prevedeva la pianificazione di strutture paramilitari e la realizzazione di azioni “coperte” «decise da una selezionata cerchia di èlites militari e politiche, al di fuori delle procedure istituzionali e all’oscuro del parlamento» (p. 7). Pensata inizialmente in funzione difensiva rispetto a un ipotetico attacco dell’Urss, negli anni Sessanta la guerra non ortodossa venne concepita come uno strumento rivolto anzitutto contro il “nemico interno” (le sinistre, in primo luogo il Pci). Il suo scopo era destabilizzare il quadro politico attraverso azioni terroristiche attribuite, secondo il meccanismo della provocazione, al “nemico”, per poi stabilizzare, modificando gli equilibri politici in senso conservatore o autoritario, se necessario anche attraverso azioni golpiste.

Nella strategia della tensione, la guerra non ortodossa rappresentava il momento dell’azione, quella psicologica il resoconto dell’azione inteso come una forma di condizionamento e di persuasione attuata attraverso la strumentalizzazione della paura e del senso di insicurezza generati dall’atto terroristico. Un compito decisivo spettava ai mezzi di informazione che dovevano diffondere l’allarme per il disordine, imporre una versione “ufficiale” degli eventi funzionale alle demonizzazione del “nemico” additato come responsabile del caos, spingere l’opinione pubblica verso una richiesta di ordine.
All’interno della guerra psicologica, nota Dondi, la narrazione pubblica dell’evento assume un ruolo fondamentale: «la notizia sovrasta l’attentato perché l’andamento del “conflitto” dipende dal significato che si attribuisce all’atto violento: l’informazione è responsabile dell’esito finale. […] La guerra psicologica giunge al suo esito quando la prefabbricata costruzione degli eventi permea il senso comune. Se le versioni di un evento entrano in forte conflitto tra loro, sia per le dinamiche della ricostruzione sia per il peso bilanciato delle testate che le sostengono, l’obiettivo rischia di non essere raggiunto» (p. 63). Risultava perciò indispensabile pianificare il flusso delle informazioni, a partire dalle agenzie di stampa – spesso legate agli ambienti di estrema destra e ai servizi segreti nazionali e statunitensi – in grado di realizzare la prima «trasformazione del fatto accaduto in notizia» (p. 76) attraverso la selezione e la manipolazione delle informazioni da veicolare alle testate giornalistiche.

Secondo le indicazioni scaturite dal convegno romano, i mezzi di informazione avrebbero dovuto «additare il nemico all’opinione pubblica, denunciandone la permanente minaccia» e costruendone «una visione ossessiva e unidimensionale»; in linea con l’impostazione teorica della guerra psicologica, dalla trasformazione dell’avversario politico in nemico assoluto discendeva «la sua criminalizzazione e l’invenzione di un suo progetto cospirativo» (p.70).
Analizzando la composizione dei convegnisti presenti al Pollio appare con evidenza la connessione tra ispiratori delle trame eversive e sistema informativo. Oltre a giornalisti di esplicita tendenza neofascista (come Mario Tedeschi, direttore de “Il Borghese”), al convegno parteciparono i direttori di sei quotidiani (“Il Messaggero”, “Il Tempo”, “La Nazione”, “Roma”, “Il Giornale d’Italia”, “Il Corriere lombardo”) rilevanti per la loro complessiva diffusione, per la dipendenza da poteri economici “forti”, per i rapporti che legavano alcuni organi di stampa ai servizi segreti. Nel 1969, l’anno di Piazza Fontana, saranno queste ed altre testate, che Dondi definisce edotte, al corrente delle strategie, oltre a quelle consenzienti (come il “Corriere della Sera”) – portate ad accettare acriticamente la versione ufficiale degli eventi, per conformismo o convenienza – a convogliare la guerra psicologica diffondendo le notizie pianificate dalle autorità politiche e militari.

2. Il-Corriere-della-Sera_13-dicembe1969La stagione stragista matura in contrapposizione ai movimenti sorti nel biennio 1968/’69, culminato nelle lotte dell’”autunno caldo”. Subito dopo la strage di Piazza Fontana la stampa amplifica il messaggio del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat che suggerisce un nesso tra manifestazioni di piazza, disordine e terrorismo per indirizzare l’opinione pubblica su una linea di ritorno all’ordine. Il Quirinale individua i precedenti della strage negli attentati di aprile a Milano, nelle bombe sui treni di agosto, nella morte dell’agente Annarumma, una «tragica catena», secondo le parole di Saragat, che funge da «elemento di raccordo dotato di funzione persuasiva» (p. 162). Diversi quotidiani riprendono l’intervento presidenziale descrivendo un paese in preda al caos, invocando provvedimenti di emergenza e rafforzando la linea narrativa del Quirinale attraverso allusioni alla pista anarchica che si tenta di avvalorare con un posticcio riferimento storico, l’attentato al teatro Diana di Milano del 23 marzo 1921, che aveva provocato 21 morti (si trattava di un gruppo di anarchici individualisti – estranei all’Unione anarchica italiana – che miravano a colpire il questore). La “tragica catena” «si arricchisce così di un nuovo contundente anello che si pone come presupposto di colpevolezza e serve a conferire credibilità alla pista anarchica prima ancora che siano gli inquirenti a rivelarla» (p. 163).
Oltre alle categorie interpretative, all’indomani della strage la stampa fa leva sull’emozione suscitata dall’evento. Titoli cubitali, immagini raccapriccianti, aggettivi ricorrenti (bestiale, orrendo, mostruoso, già presenti nel messaggio di Saragat) «rinfocolano una fenomenologia delle passioni utile a scuotere il panorama politico» (p. 172). Come nota Dondi, la strage è indiscutibilmente orrenda, ma il comune ricorso a quegli aggettivi, in luogo di altre possibili varianti, rimanda all’interpretazione dell’evento veicolata dal discorso presidenziale.

3. FOTO VALPREDANei giorni successivi l’arresto di Valpreda e la morte di Pinelli offrono altri due anelli alla “tragica catena”: alla matrice politica a cui si allude dal 13 dicembre, si aggiungono un “colpevole” e un “suicida”, secondo la versione della questura che presenta la morte dell’anarchico come un’”autoaccusa”.
La morte di Pinelli viene comunicata il 16 dicembre dalla Tv di Stato, senza avanzare alcun dubbio sulla tesi della questura. In serata arriva in diretta, nel momento di massimo ascolto, l’annuncio dell’arresto di Valpreda, attraverso il servizio dell’inviato Bruno Vespa che apre la strada alla «lapidazione» dell’anarchico sulla stampa (p. 189). Dondi analizza in modo puntuale la costruzione del “mostro” anarchico, a partire dal ricorso alle immagini. L’istantanea più utilizzata dai giornali ritrae Valpreda mentre protesta davanti al palazzo di Giustizia di Roma. Valpreda appare «seduto con un giubbotto sportivo, un po’ spettinato, indossa pantaloni bianchi, ha un medaglione in petto in stile beat con la “a” di anarchia mentre saluta con il pugno chiuso: un uomo agli antipodi del comune borghese». Poiché è additato come certamente “colpevole”, «in quell’immagine così efficace e sovrabbondante di simboli c’è la firma inequivocabile. Il ritratto di militanza cambia significato diventando contesto di crimine. Da qui si va per estensione: […] l’estremismo o l’essere fuori dagli schemi diviene marchio di delinquenza. Valpreda con il pugno chiuso è la più potente schedatura mediatica mai realizzata» (p. 192). La strumentalizzazione di Valpreda avviene anche attraverso altre immagini, come quella pubblicata su “Il Tempo”: alla fotografia scattata in ospedale del bambino Enrico Pizzamiglio, che a causa della strage ha perso una gamba, è affiancata, in taglio fototessera, l’immagine di Valpreda: «L’effetto è notevole. L’anarchico è raffigurato con un viso torvo, i capelli sempre scompigliati, la poca luce tra il collo e il mento – oltre al fondo scuro – ne accentuano la ruvidezza, mettendo in risalto la barba appena incolta. A fianco il volto candido, innocente e sofferente del piccolo Enrico» (p. 194).

4. valpredapress2Per distruggere la dignità di Valpreda la stampa scava nella sua vita privata, enfatizza, come marchio di derisione, la sua breve esperienza come “ballerino” (“il ballerino dinamitardo”, titola “Il Giornale d’Italia”) e insiste sulla precarietà dei suoi impieghi per farlo apparire come un velleitario, un fallito. Viene evidenziato anche il suo soprannome (“Cobra”) per delineare «un ritratto da fumetto di avventura», come nella prosa del “Tempo”: «cobra per la sua capacità mimetica, per l’abilità con cui camuffava il suo credo estremista» (p. 199).

A ridosso della strage di Milano poche testate (come “Il Giorno”, “La Stampa”, “Il Mondo”) mantengono un margine di autonomia, cercando di offrire una propria interpretazione dei fatti, e solo la stampa di opposizione (“l’Unità”, “Lotta Continua”, “il Manifesto”, “L’Espresso” e altri giornali legati alla sinistra) contrasta, per ragioni diverse, le versioni ufficiali. In breve tempo però l’attentato del 12 dicembre, l’arresto di Valpreda e la morte di Pinelli producono mutamenti anche nel mondo dell’informazione.
Dondi dedica diverse pagine all’analisi della controinformazione, primo ed efficace tentativo di contrastare la guerra psicologica (per una storia dettagliata della controinformazione negli anni Settanta, si veda A. Giannuli, Bombe ad inchiostro, Milano, Rizzoli, 2008). A Milano e a Roma nascono i comitati dei giornalisti democratici, che si propongono di ripensare e rinnovare la professione, restituendole autonomia e valore civile. Gli eventi milanesi sono l’occasione per una «ridefinizione del concetto di informazione» (p. 220) che cambia radicalmente il modo di concepire il giornalismo. I comitati, che contano su numerose adesioni tra i giornalisti professionisti, in gran parte collocati a sinistra, e su un proprio organo di riferimento (“Bcd”, Bollettino di controinformazione democratica), avviano un importante lavoro di inchiesta, di ricerca della verità sullo stragismo e di denuncia dei meccanismi di manipolazione della notizia, con l’intento di rovesciare il senso comune presente nell’opinione pubblica.

5C strage di stato cInsieme alla controinformazione democratica, nasce la controinformazione militante promossa da giornalisti professionisti e esponenti delle formazioni di estrema sinistra che, richiamandosi ai principi del ’68, svolgono un lavoro di raccolta di informazioni dal basso, utilizzano fonti alternative e contano sulla raccolta di notizie che proviene da un ampio bacino di militanti. In questo contesto prende forma il collettivo che produrrà il volume La strage di Stato, il libro simbolo della controinformazione, uscito il 13 giugno 1970. Il gruppo che realizza il lavoro, incrociandosi con l’inchiesta sulla morta di Pinelli condotta da “Lotta continua”, svolge un capillare lavoro di raccolta e di elaborazione di notizie che provengono da semplici militanti, sindacalisti, docenti universitari, avvocati e magistrati democratici, si avvalgono di informazioni raccolte nelle carceri, di indiscrezioni provenienti da diversi ambienti ai quali i militanti riescono ad avere accesso. Informazioni sulle relazioni tra l’Ufficio affari riservati (Uaarr), il servizio segreto civile, e il gruppo neofascista Avanguardia nazionale giungono dal Sid, il servizio segreto militare. Si tratta però di un’operazione di depistaggio – nell’ambito della rivalità tra servizi, resa più acuta dalla strage di Milano – realizzata per coprire Ordine nuovo, la formazione neofascista legata al Sid da cui provengono gli autori della strage di Milano, e scaricare le responsabilità sull’Uaarr, che intrattiene rapporti privilegiati con Avanguardia nazionale.
Anche se la pista Uaar-An seguita dalla redazione di La strage di Stato impedisce al gruppo di individuare i reali esecutori della strage, il lavoro di inchiesta raggiunge importanti risultati nella decostruzione della pista anarchica e della versione ufficiale sulla morte di Pinelli. Come sottolinea Dondi, grazie al successo politico ed editoriale del libro la controinformazione militante, insieme a quella democratica, inizia a produrre nell’opinione pubblica un mutamento rispetto all’interpretazione dominante. Le tesi della controinformazione vengono riprese e approfondite da altre testate della sinistra tradizionale e di opinione e stimolano la diffusione di libri-inchiesta, film, documentari, spettacoli teatrali, canzoni che contribuiscono ad incrinare ulteriormente la versione dei fatti veicolata attraverso la guerra psicologica.

Nelle successive fasi della stagione stragistica muta progressivamente il ruolo dei mezzi di informazione. Dopo la strage di Peteano, eseguita dagli ordinovisti contro i carabinieri il 31 maggio 1972, «i quotidiani conservatori cercano la strumentalizzazione politica del caso, ma in forma minore rispetto al 1969. Manca il peso del “Corriere della Sera” che dal marzo 1972, con la direzione di Piero Ottone, comincia a percorrere una linea più autonoma dal governo» (p. 293).
Lo sviluppo impressionante delle azioni violente ad opera dello squadrismo neofascista, la diffusione delle tesi della controinformazione che alimentano la mobilitazione antifascista, l’avvio dell’inchiesta della magistratura milanese che orienta le indagini su Piazza Fontana verso il neofascismo contribuiscono a far crescere anche nella stampa di opinione l’allarme nei confronti delle minacce eversive che provengono da destra. «Dalla metà del 1972 all’estate del 1974 – scrive Dondi – la minaccia nera viene progressivamente percepita, nella sua reale pericolosità, da larga parte dell’opinione pubblica. Da questo momento in poi le azioni di marca terroristica dell’estrema destra divengono aperte, chiaramente attribuibili, e processi di mascheramento e di inversione di responsabilità sempre meno credibili» (p. 303).
Nell’aprile 1973 fallisce l’attentato al treno Torino–Roma (viene arrestato il neofascista Nico Azzi, rimasto ferito nel tentativo di far esplodere la bomba che doveva essere attribuita all’estrema sinistra). Il mese successivo l’attentato alla questura di Milano non suscita l’ampio schieramento di stampa confluito sulla linea desiderata dagli strateghi della tensione dopo Piazza Fontana. Nonostante il tentativo di alcuni giornali, come “Il Resto del Carlino”, “Il Tempo e “Il Secolo d’Italia”, di sostenere la tesi dell’anarchismo di Bertoli, l’autore della strage, la fede anarchica dell’attentatore appare subito dubbia: «Gli eventi stragisti e il loro lungo strascico hanno cambiato in maniera sensibile la stampa d’opinione» (p. 320).

6A STRAGE brescia xL’attentato alla questura è l’ultima strage costruita secondo il copione di Piazza Fontana (regia istituzionale, esecutori “neri”, responsabilità da rovesciare sull’estrema sinistra). Cessate le «stragi di provocazione», finalizzate allo scambio di attribuzione dei responsabili, il 1974 si caratterizza per le «stragi di intimidazione dove l’esecuzione nera, anche se non apertamente rivendicata, appare incontrovertibile». L’obiettivo finale rimane il medesimo (modificare i tratti istituzionali del sistema), ma si è passati «da un tentativo di spostare il consenso attraverso la manipolazione degli eventi e la riproduzione del suo effetto distorto sui mezzi di informazione a un attacco frontale, con l’esibizione della propria forza d’urto. E’ saltato il passaggio intermedio nel quale i media dovevano convincere i cittadini sulla necessità di un intervento militare di fronte alla minaccia rossa. Da questo punto di vista la strage della questura ha dimostrato, soprattutto all’ambiente nero, l’inefficacia del travestimento» (p. 335).
In questo quadro si inscrivono le stragi del 1974 (piazza della Loggia a Brescia, 28 maggio; treno Italicus, 4 agosto). In entrambi i casi la straordinaria risposta antifascista, unita alla denuncia della matrice fascista degli attentati da parte dei principali mezzi di informazione, indicano che il clima è profondamente mutato: «La reazione politica e mediatica di condanna a piazza della Loggia dà l’impressione di assistere a un’inversione del codice ideologico da sempre prevalente nella storia dell’Italia repubblicana. Dopo la strage di Brescia, per la prima volta, l’antifascismo appare prioritario rispetto all’anticomunismo» (p. 361). Il meccanismo della strategia della tensione, così come era stato pensato a partire da metà anni Sessanta e messo in atto tra il 1969 e il 1974, è inceppato e lo stragismo nero «in declino per l’affievolirsi del sostegno internazionale, ma soprattutto – come […] Aldo Moro nota durante la sua prigionia – per la “vigilanza delle masse popolari”, il cui riorientamento rende infruttuosi e nocivi i nuovi atti della strategia della tensione» (p. 411).

Le stragi di Brescia e dell’Italicus segnano la chiusura della strategia della tensione, ma la conclusione è solo «apparente» e non mette al riparo la democrazia da nuove minacce eversive: «Il mancato smembramento degli apparati golpisti condizionerà, seppure in altro modo rispetto al quinquennio 1969-74, anche gli anni successivi» (p. 415). I principali responsabili della stagione stragista resteranno impuniti o sconteranno pene irrisorie. «La verità storica» – sostiene a ragione Dondi – «colma solo parzialmente le falle dell’omertà politica e dell’evasione giudiziaria, lasciando dietro di sé una memoria inquieta» (p. 404).

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Le tre sepolture di Giulio Regeni https://www.carmillaonline.com/2016/03/01/le-tre-sepolture-di-giulio-regeni/ Mon, 29 Feb 2016 23:01:15 +0000 http://www.carmillaonline.com/?p=28772 di Sandro Moiso

sepoltura 1 Se, pur nel dramma rappresentato dalla sua morte, Giulio Regeni avesse avuto come unica sepoltura quella avvenuta a Fiumicello sarebbe stato, per così dire, fortunato. Accompagnato dall’affetto dei suoi cari e dei numerosi amici o anche soltanto di coloro che hanno avuto modo di conoscerlo di persona o di apprezzare il suo lavoro di ricerca, avrebbe avuto una sola, ma dignitosissima e commovente cerimonia funebre.

Purtroppo altre due orrende, macabre e tutt’altro che dignitose, per coloro che le hanno messe in atto, sepolture sono seguite al suo tragico decesso. La prima è stata rappresentata dai servizi [...]]]> di Sandro Moiso

sepoltura 1 Se, pur nel dramma rappresentato dalla sua morte, Giulio Regeni avesse avuto come unica sepoltura quella avvenuta a Fiumicello sarebbe stato, per così dire, fortunato. Accompagnato dall’affetto dei suoi cari e dei numerosi amici o anche soltanto di coloro che hanno avuto modo di conoscerlo di persona o di apprezzare il suo lavoro di ricerca, avrebbe avuto una sola, ma dignitosissima e commovente cerimonia funebre.

Purtroppo altre due orrende, macabre e tutt’altro che dignitose, per coloro che le hanno messe in atto, sepolture sono seguite al suo tragico decesso.
La prima è stata rappresentata dai servizi egiziani fin dal primo momento della sua scomparsa e delle prime ricerche messe in atto per ritrovarlo. Secondo quanto riferito in un’intervista rilasciata al quotidiano filo governativo egiziano AlYoum7, il titolare delle indagini, il generale Khaled Shalabi, ha parlato di un incidente stradale sostenendo che la polizia avrebbe ritrovato il cadavere dopo la segnalazione di un passante.

Ma sul luogo dove la polizia aveva sostenuto di aver ritrovato il cadavere di Giulio Regeni nove giorni dopo la sua sparizione, sulla parte superiore di un cavalcavia dell’autostrada che collega Il Cairo ad Alessandria d’Egitto, non ci sono mai state tracce “né di brusche frenate, né di vetri, né di sangue, né di ripulitura nello spesso strato di polvere mista a rifiuti che ricopre tutto”.1 In compenso come altri hanno già riportato vi sono significative tracce di pratica di torture messe in atto dal generale Khaled Shalabi, che “venne condannato nel 2003 per aver falsificato rapporti di polizia e per aver torturato – fino a ucciderlo – un uomo, insieme ad altri due poliziotti”,2 anche se la sentenza fu poi sospesa.

La terza ed ultima sepoltura però, ed anche la più blasfema, è quella messa in atto dalle autorità governative e da vari media italiani che, pur fingendo di voler ottenere giustizia e pur facendo, come al solito e così come piace al nostro Presidente del Consiglio, la voce grossa, in realtà tardano a denunciare con certezza e sicurezza che gli autori del barbaro assassinio potranno essere soltanto individuati tra gli agenti dei servizi, nemmeno tanto segreti, del sanguinario regime di Al Sisi.

Così si sta letteralmente prendendo e perdendo tempo, in attesa che lo scorrere dei giorni, delle settimane, dei mesi finisca con il fare levigare la memoria dell’omicidio politico dalle sabbie millenarie del deserto egiziano. Fino a farne scomparire ogni traccia, quasi si trattasse del naso della Sfinge o di qualche altra decorazione delle antiche piramidi ormai erose dal vento e svuotate più dai tombaroli secolari che non dagli archeologi.

Un autentico sepolcro di menzogne e depistaggi, dalla diffusione di notizie riguardanti una presunta collaborazione di Giulio con agenzie di intelligence oppure un rapimento dovuto ai Fratelli Mussulmani3 fino all’ipotesi di una vendetta personale avvallata negli ultimi giorni dalle autorità egiziane,4 viene ormai quotidianamente costruito al fine di ostruire ogni possibile accesso alla più semplice delle verità. Anzi la sponda che l’informazione nazionale presta, in gran parte, alle notizie rilanciate dai giornali filo-governativi egiziani, come il sopracitato AlYoum7 oppure Al Ahram, permette al regime di Al Sisi di presentarsi come vittima di un possibile complotto.

Così, mentre il macellaio si traveste da agnello, le indagini brancolano in un buio, più che voluto, desiderato. Soprattutto dalle stesse autorità italiane che, denunciando la scarsa collaborazione di quelle egiziane, sembrano non veder l’ora di poter archiviare il tutto come delitto irrisolto. Che volete che sia, in fondo, un ricercatore scomparso, magari di sinistra, ai margini di un deserto immenso in cui sono scomparse culture millenarie, faraoni, templi e armate?

Contro le illazioni su una sua possibile collaborazione con qualche forma di intelligence Oxford Analytica, il think tank britannico col quale aveva collaborato Giulio Regeni, ha fatto sapere “di non voler parlare in questo momento coi media italiani sulla vicenda del ricercatore ucciso in Egitto. Fonti in contatto col centro studi hanno riferito che si respira un’aria di irritazione fra i responsabili dell’organizzazione, che negano di essere legati a qualunque agenzia di intelligence e lamentano inesattezze sulle ricostruzioni della loro attività”.5 Mentre “invece, al Department of Politics and International Studies (Polis), l’istituto che Regeni frequentava nel campus di Sidwick Site, trapela un misto di dolore e irritazione. Glen Rangwala, un docente esperto di questioni mediorientali, si limita a dire di non voler fare commenti dopo “le inesattezze” – deplora – comparse su alcuni media italiani”.6

Un balletto così vergognoso quello inscenato tra Mukhabarat (la centrale dei servizi segreti egiziani7 ), governo e media italiani da spingere il mondo accademico inglese a formulare un appello “affinché il Parlamento britannico chieda e ottenga sulla morte di Regeni ‘un’indagine indipendente e imparziale’. Quale evidentemente non è ritenuta quella italo-egiziana”.8

Ma cosa spinge ad un comportamento tanto vile il nostro governo e buona parte dei nostri media? Soltanto gli interessi economici oppure anche qualcosa d’altro? “Non fosse altro perché sul tavolo delle relazioni tra i due Paesi, oltre al cruciale ruolo strategico svolto dal Cairo in chiave antiterrorismo, ci sono commesse per 10 miliardi di dollari (7 soltanto dell’Eni per lo sfruttamento del giacimento di gas Zohr, il più grande mai scoperto nel Mediterraneo9 ). Può il destino di un ventottenne “comunista” valere di più di quel fiume di denaro?10 E già soltanto su questo il regime di Al Sisi potrebbe ampiamente scommettere che l’Italia non vorrà fare di questo assassinio una questione capitale.

abu omarMa anche un’altra risposta è arrivata in questi giorni proprio da Strasburgo. La Corte europea dei diritti umani ha infatti condannato l’Italia per il rapimento e la detenzione illegale dell’ex imam Abu Omar, avvenuto a Milano il 17 febbraio 2003 con la decisiva collaborazione del Sismi, servizio segreto militare. Collaborazione, guarda caso con la CIA e i servizi segreti egiziani. “Tenuto conto delle prove, la Corte ha stabilito che le autorità italiane erano a conoscenza che Abu Omar era stato vittima di un’operazione di ‘extraordinary rendition’ cominciata con il suo rapimento in Italia e continuata con il suo trasferimento all’estero“, afferma la Corte di Strasburgo e prosegue: “L’Italia ha applicato il legittimo principio del segreto di Stato in modo improprio e tale da assicurare che i responsabili per il rapimento, la detenzione illegale e i maltrattamenti ad Abu Omar non dovessero rispondere delle loro azioni”. Concludendo poi che: “nonostante gli sforzi degli inquirenti e giudici italiani, che hanno identificato le persone responsabili e assicurato la loro condanna, questa è rimasta lettera morta a causa del comportamento dell’esecutivo”.11

Ci sono segreti, e la storia d’Italia almeno da piazza Fontana in avanti lo dimostra tristemente, che non possono essere rivelati. A qualsiasi costo. Perché ne nascondono altri. Asservimenti che non possono essere rifiutati, come le rivelazioni degli ultimi giorni, a proposito dei controlli esercitati dai servizi di sicurezza americani sui governi “amici” e anche su quello italiano, ben dimostrano. Al massimo possono produrre un abbaiare di cani, come quando di notte siamo risvegliati da un breve latrato che, una volta interrotto, ci lascia tornare ai nostri sogni.

Le proteste di alcuni membri del governo e le indagini di questi giorni sembrano infatti ricordare l’abbaiar dei cani, spesso inutile e soltanto molesto. Perché mentre la guerra si delinea sempre più come unico orizzonte possibile, gli alleati possono chiedere ed ottenere dal governo italiano tutto ciò che vogliono. E falsificare la verità di un delitto non sarà certo la sola richiesta o la peggiore.

sepoltura 2 Il governo del pifferaio magico ci aveva garantito, qualche giorno fa, che i droni americani della base di Sigonella sarebbero stati usati soltanto per azioni di risposta a pericoli immediati e che, in sé, non avrebbero rappresentato un preludio ad una escalation militare. Peccato che, successivamente, sia stato riunito il Consiglio supremo di Difesa che “ha valutato ‘la situazione in Libia, con riferimento sia al travagliato percorso di formazione del governo di accordo nazionale sia alle predisposizioni per una eventuale missione militare di supporto’“.12 Mentre è stata rivelata, ad esempio dal quotidiano Le Monde, la presenza di truppe francesi in Libia, così come quella di corpi speciali americani e britannici.

Così sebbene lo si neghi, si è discusso del fatto che “Gli specialisti del Cosubin e del Col Moschin ma anche i parà della Folgore potranno agire grazie alle stesse garanzie funzionali degli 007 che la legge ha concesso loro con il provvedimento varato larga maggioranza proprio in previsione di un possibile intervento in Libia“. Potrebbero essere circa 3000 i soldati italiani “impiegati a protezione dei siti sensibili come gli impianti energetici, i giacimenti, gli oleodotti13 che ancora forniscono l’ENI, mentre “la macchina dei raid è già in azione. C’è una ricognizione aerea continua, condotta dai droni americani e italiani che decollano da Sigonella; da quelli francesi che perlustrano l’area desertica del Fezzan e da quelli britannici che partono da Cipro. Altri velivoli spia, inclusi i nostri Amx schierati a Trapani, scattano foto e monitorano le comunicazioni radio grazie ad apparati a lungo raggio, che gli permettono di restare fuori dallo spazio aereo libico. Una sorveglianza che avrebbe permesso di selezionare circa duecento potenziali bersagli […] Ma nessuno si illude: una manciata di bombardamenti e colpi di mano isolati non riuscirà a fermare la crescita del Califfato. Per sconfiggerlo servono truppe di terra: soldati libici con un sostegno occidentale. E bisogna trovare un governo riconosciuto che legittimi questo “sostegno” […] l’ipotesi che sta rapidamente prendendo piede tra Roma e Washington è quella di abbandonare il parlamento di Tobruk e l’armata del generale Haftar – che stanno soffocando anche il secondo tentativo dell’Onu – per puntare sull’altra compagine, quella di Tripoli. Al momento è una sorta di “ultima minaccia”, per cercare di sbloccare le resistenze di Tobruk, ma potrebbe trasformarsi in fretta in un’opzione concreta. Con un ribaltamento di fronti: mentre a Tripoli il potere è in mano a formazioni islamiche più o meno moderate, il governo rivale aveva ispirazione laica e supporto occidentale. E con la prospettiva di dividere il paese in tre entità principali, che ricalcano l’antica organizzazione amministrativa ottomana: Tripolitania, Cirenaica e Fezzan. Una soluzione che potrebbe placare anche le potenze regionali, come Egitto, Turchia, Qatar ed Emirati14.

Un balzo indietro di oltre cento anni senza consultare, nemmeno per conoscenza, i libri di storia […] un “piano B” per la Libia che troppo assomiglia a vecchi progetti coloniali europei”.15 Confermato dallo odierne dichiarazioni del Segretario alla Difesa statunitense Ash Carter che ha dichiarato: “L’Italia, essendo così vicina, ha offerto di prendere la guida in Libia. E noi abbiamo già promesso che li appoggeremo con forza16

Piano, ormai tutt’altro che “segreto”, che va in direzione totalmente contraria al comunicato congiunto pubblicato dopo la riunione ministeriale per la Libia del 13 dicembre 2015 in cui veniva affermato “il nostro pieno appoggio al popolo libico per il mantenimento dell’unità della Libia e delle sue istituzioni che operano per il bene del paese“.

Menzogne, nient’altro che menzogne: la guerra al terrorismo, la difesa della democrazia, la fedeltà e l’affidabilità degli alleati, l’azione umanitaria a favore dei profughi, la collaborazione tra stati e polizie per stabilire la verità sul caso Regeni. Vittima, come noi tutti, i vivi e i morti, di una macchina di oppressione, violenza, sfruttamento e falsificazione che solo la lotta per la liberazione dell’umano che è ancora in noi potrà un giorno ribaltare e distruggere.
migranti


  1. http://www.corriere.it/video-articoli/2016/02/07/egitto-luogo-dove-stato-trovato-corpo-giulio-regeni/5049aef8-cdaa-11e5-9bb8-c57cba20e8ac.shtml?refresh_ce-cp  

  2. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/10/news/regeni_informativa_da_egitto_nessun_elemento_riconduce_a_rapina_-133135353/  

  3. http://www.panorama.it/news/esteri/morte-di-giulio-regeni-legitto-rifiuta-le-accuse/  

  4. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/24/news/regeni_egitto_non_escludiamo_nessuna_pista_-134137778/?ref=HREA-1  

  5. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/16/news/regeni_famiglia_non_era_uomo_dei_servizi_segreti_-133551437/?ref=HREC1-8  

  6. ancora http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/16/news/regeni_famiglia_non_era_uomo_dei_servizi_segreti_-133551437/?ref=HREC1-8  

  7. che si dividono rispettivamente in Gihāz al-Mukhābarāt al-ʿĀmma (Apparato d’informazioni generali), Idārat al-Mukhābarāt al-Harbiyya wa al-Istiṭlāʿ (Direzione dei servizi militari e d’indagine) e Gihāz Mabāḥith Amn al-Dawla (Apparato d’informazioni per la sicurezza dello Stato)  

  8. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/15/news/giulio_tradito_dai_suoi_report_sui_gruppi_di_opposizione_intercettati_dagli_apparati_-133450148/?ref=HREA-1  

  9. con riserve stimate in 850 miliardi di metri cubi di metano  

  10. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/12/news/giulio_i_giorni_della_paura_e_la_verita_del_testimone_preso_da_agenti_in_borghese_proprio_davanti_alla_metro_-133248679/  

  11. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/12/news/giulio_i_giorni_della_paura_e_la_verita_del_testimone_preso_da_agenti_in_borghese_proprio_davanti_alla_metro_-133248679/  

  12. http://www.huffingtonpost.it/2016/02/25/libia-_n_9318500.html?1456431239&utm_hp_ref=italy  

  13. Fiorenzo Sarzanini, Intervento in Libia. Ok a missioni segrete dei nostri corpi speciali, Corriere della sera, Venerdì 26 febbraio 2016  

  14. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/24/news/l_allarme_la_casa_bianca_agiremo_ogni_volta_che_verra_individuata_una_minaccia_diretta_renzi_roma_fara_la_sua_parte_-134100071/  

  15. libia-divisione-in-tre-sconfitta_n_9306502.html  

  16. http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/29/news/libia_usa_appoggeremo_con_forza_ruolo_guida_dell_italia_in_intervento_militare_-134513426/?ref=HRER1-1  

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