Magister – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 09 Sep 2026 21:40:15 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Contro Dracula oggi a Roma è Carmillafest https://www.carmillaonline.com/2026/04/18/contro-dracula-oggi-a-roma-e-carmillafest/ Fri, 17 Apr 2026 22:01:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=94145 Redazione

Dracula è la metafora dello sfruttamento, del morto che per continuare a esistere deve succhiare sangue ai vivi. Marx non a caso costruì intorno alla figura del vampiro la teoria del plusvalore: «Il capitale – diceva – è lavoro morto, che, come un vampiro, vive solo succhiando lavoro vivo, e vive tanto più, quanto più lavoro succhia». Valerio Evangelisti sosteneva che Carmilla, il personaggio creato dallo scrittore irlandese Sheridan Le Fanu, fosse invece completamente diverso: «Seducente e trasgressiva, non teme affatto la luce del sole e non ama dormire troppo a lungo nei sepolcri. Si muove tra prati e fanciulle in [...]]]> Redazione

Dracula è la metafora dello sfruttamento, del morto che per continuare a esistere deve succhiare sangue ai vivi. Marx non a caso costruì intorno alla figura del vampiro la teoria del plusvalore: «Il capitale – diceva – è lavoro morto, che, come un vampiro, vive solo succhiando lavoro vivo, e vive tanto più, quanto più lavoro succhia».
Valerio Evangelisti sosteneva che Carmilla, il personaggio creato dallo scrittore irlandese Sheridan Le Fanu, fosse invece completamente diverso: «Seducente e trasgressiva, non teme affatto la luce del sole e non ama dormire troppo a lungo nei sepolcri. Si muove tra prati e fanciulle in fiore, impegnata in una lotta per la sopravvivenza che dura da secoli, contro una morte a cui non si è mai rassegnata».
Valerio dubitava che potesse essere un Van Helsing qualsiasi a sconfiggere Dracula, restaurando lo status quo vittoriano. Sosteneva che «Solo un vampiro può sconfiggere un altro vampiro»: di fronte alle allucinazioni indotte dal mostro notturno, solo il morso di una vampira lunare e felina avrebbe potuto offrire un’adeguata risposta antagonista. Carmilla online nella contesa dell’immaginario (letterario, politico, culturale) ha sempre voluto essere questo tipo di vampira!

Incontriamoci alla Carmillafest 2026, contrastiamo la guerra e la morte del capitale, sogniamo e costruiamo un mondo migliore.

Appuntamento oggi, sabato 18 aprile,  a Roma, a partire dalle ore 17.00 (“vere!”). Il tema è “Valerio Evangelisti e l’arte delle insurrezioni immaginarie”. La location dell’evento è il Granma in via dei Lucani 11 nel quartiere di San Lorenzo.

Ecco il programma

17.00 –  Introduzione: Granma

17.15 – Modulo 1: Valerio
Moderazione: Granma
L’insurrezione immaginaria di Valerio Evangelisti (Sandro Moiso)
Carmilla: la figlia lunare di Valerio (Nico Maccentelli)
Nicolas Eymerich: la zona oscura dell’eroe (Fabio Ciabatti)

18.30 – Modulo 2: La guerra che viene
Dialogo tra Geraldina Colotti e Sandro Moiso

19.15 – Modulo 3 – Libri carmilli
Moderazione: Granma
Presentazione dei seguenti libri:
Domenico Gallo, L’ultima cordata e altri racconti degli anni Novanta e La patria del ribelle e altri racconti degli anni Duemila, Delos, 2025
Paolo Lago, Gioacchino Toni, Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg, Rogas, 2025
Franco Pezzini, Morte astrale,  Polidoro, 2025 e Le pirate, Tempesta, 2026.

Dalle 20.00 in poi: aperitivo sociale e dj set (a cura di Granma)

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Carmillafest 2026: il programma, dove e a che ora https://www.carmillaonline.com/2026/04/03/carmillafest-2026-il-programma-dove-e-a-che-ora/ Thu, 02 Apr 2026 22:01:07 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93989 Redazione

Carmillafest 2026 si terrà a Roma sabato 18 aprile prossimo a partire dalle ore 17.00 puntuali (o come dicono i romani: “vere!”). Il tema è “Valerio Evangelisti e l’arte delle insurrezioni immaginarie”. La location dell’evento è il Granma in via dei Lucani 11 nel quartiere di San Lorenzo.

Ecco il programma

17.00 –  Introduzione: Granma

17.15 – Modulo 1: Valerio Moderazione: Granma L’insurrezione immaginaria di Valerio Evangelisti (Sandro Moiso) Carmilla: la figlia lunare di Valerio (Nico Maccentelli) Nicolas Eymerich: la zona oscura dell’eroe (Fabio Ciabatti)

18.30 – Modulo 2: La guerra che viene Dialogo tra Geraldina Colotti e Sandro Moiso

19.15 [...]]]> Redazione

Carmillafest 2026 si terrà a Roma sabato 18 aprile prossimo a partire dalle ore 17.00 puntuali (o come dicono i romani: “vere!”). Il tema è “Valerio Evangelisti e l’arte delle insurrezioni immaginarie”. La location dell’evento è il Granma in via dei Lucani 11 nel quartiere di San Lorenzo.

Ecco il programma

17.00 –  Introduzione: Granma

17.15 – Modulo 1: Valerio
Moderazione: Granma
L’insurrezione immaginaria di Valerio Evangelisti (Sandro Moiso)
Carmilla: la figlia lunare di Valerio (Nico Maccentelli)
Nicolas Eymerich: la zona oscura dell’eroe (Fabio Ciabatti)

18.30 – Modulo 2: La guerra che viene
Dialogo tra Geraldina Colotti e Sandro Moiso

19.15 – Modulo 3 – Libri carmilli
Moderazione: Granma
Presentazione dei seguenti libri:
Domenico Gallo, L’ultima cordata e altri racconti degli anni Novanta e La patria del ribelle e altri racconti degli anni Duemila, Delos, 2025
Paolo Lago, Gioacchino Toni, Ibridazioni. Viaggio nell’immaginario tecnologico di David Cronenberg, Rogas, 2025
Franco Pezzini, Morte astrale,  Polidoro, 2025 e Le pirate, Tempesta, 2026.

Dalle 20.00 in poi: aperitivo sociale e dj set (a cura di Granma)

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Carmillafest 2026: Valerio Evangelisti e l’arte delle insurrezioni immaginarie https://www.carmillaonline.com/2026/03/18/carmillafest-2026-valerio-evangelisti-e-larte-delle-insurrezioni-immaginarie/ Tue, 17 Mar 2026 23:01:39 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93635 Redazione

A volte ritorniamo, anche in presenza, fuori da questi schermi. Il 18 aprile prossimo, a Roma, si svolgerà Carmillafest 2026. La data non è casuale perché quattro anni fa, proprio in quel giorno, veniva a mancare il fondatore della nostra testata: lo scrittore e militante rivoluzionario Valerio Evangelisti. Questa seconda edizione di Carmillafest – la prima si tenne a Bologna insieme a Valerio nel 2019 – sarà quindi dedicata alla poetica politica del nostro amico e compagno.

Da sempre chi lotta ha bisogno di miti, eroi, canzoni,  visioni di mondi migliori, avventure che possano essere d’ispirazione. Detto in una sola [...]]]> Redazione

A volte ritorniamo, anche in presenza, fuori da questi schermi. Il 18 aprile prossimo, a Roma, si svolgerà Carmillafest 2026. La data non è casuale perché quattro anni fa, proprio in quel giorno, veniva a mancare il fondatore della nostra testata: lo scrittore e militante rivoluzionario Valerio Evangelisti. Questa seconda edizione di Carmillafest – la prima si tenne a Bologna insieme a Valerio nel 2019 – sarà quindi dedicata alla poetica politica del nostro amico e compagno.

Da sempre chi lotta ha bisogno di miti, eroi, canzoni,  visioni di mondi migliori, avventure che possano essere d’ispirazione. Detto in una sola parola: un immaginario. Ma della stessa cosa ha bisogno anche chi domina, sfrutta e reprime. Valerio affermava che l’immaginario è un terreno di scontro: i ribelli devono liberarlo dalla colonizzazione reazionaria del Potere. Come alcuni nostri redattori scrivevano in una raccolta di saggi di alcuni anni fa (Immaginari alterati) «Occorre liberare l’immaginario dal ruolo falsamente sovrastrutturale che gli viene affidato nella società dello spettacolo per affermarne la dialettica appartenenza alla struttura stessa delle società umane e far sì che tutta la sua potenza creativa e innovativa diventi strumento di radicale cambiamento dello stato di cose presenti. I rappresentanti del potere e dello sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano immaginano e governano sulla base di assunti ritenuti immutabili, coloro che vogliono il cambiamento devono immaginarne e proporne altri.»
Pur nella sua estrema eterogeneità, se la nostra rivista, nei suoi 31 anni di vita prima cartacea e poi digitale, dovesse dichiarare il proprio fondamento teorico, questo appena enunciato ne costituisce una buona approssimazione.

Il 18 aprile i redattori di Carmilla racconteranno la figura umana, artistica e politica di Valerio Evangelisti, la storia di una testata ispirata a una vampira lunare e desiderante come la rivoluzione; analizzeranno il personaggio di Nicolas Eymerich, l’eroe più famoso uscito dalla penna dello scrittore bolognese; dialogheranno sugli orridi venti di guerra, già preannunciati in molti romanzi di Evangelisti; presenteranno le loro ultime novità editoriali. Al termine non mancherà il convivio con cibo, bevande e dj set. Nelle prossime settimane pubblicheremo il luogo dell’appuntamento e il programma, ma intanto segnatevi la data.

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Il futuro della Palestina https://www.carmillaonline.com/2025/10/24/il-futuro-della-palestina-2/ Fri, 24 Oct 2025 20:00:05 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=90936 di Valerio Evangelisti

[Pubblicato dall’autore su “Carmilla online” il 16 Marzo 2022. Il testo è uscito originariamente come postfazione a un’antologia di racconti di fantascienza di autori palestinesi: Basma Ghalayini, a cura di, Palestina 2048 – Racconti a un secolo dalla Nakba, Lorusso, Roma, 2021].

Dal 1948 una delle peggiori infamie che la storia ricordi si consuma sulle coste orientali del Mediterraneo. Un popolo perseguitato, in nome di un diritto ripescato in antiche mitologie, si è appropriato con la forza e col denaro di un territorio occupato da secoli da un’etnia diversa. Intenzionato non a fondersi con gli autoctoni, ma per scacciarli, [...]]]> di Valerio Evangelisti

[Pubblicato dall’autore su “Carmilla online” il 16 Marzo 2022. Il testo è uscito originariamente come postfazione a un’antologia di racconti di fantascienza di autori palestinesi: Basma Ghalayini, a cura di, Palestina 2048 – Racconti a un secolo dalla Nakba, Lorusso, Roma, 2021].

Dal 1948 una delle peggiori infamie che la storia ricordi si consuma sulle coste orientali del Mediterraneo. Un popolo perseguitato, in nome di un diritto ripescato in antiche mitologie, si è appropriato con la forza e col denaro di un territorio occupato da secoli da un’etnia diversa. Intenzionato non a fondersi con gli autoctoni, ma per scacciarli, piegarli e nel frattempo schiavizzarli.

Lo Stato di Israele è nato con la violenza, e con la violenza continua ancora oggi a espandersi a spese di genti arabe che abitavano quelle terre, di cui nega persino l’identità: palestinesi. Facenti parte, secondo i governanti israeliani presenti e passati, di un coacervo islamico indistinto in cui ricacciarli a furia di prepotenze e di stragi.

Nel 1948 le Nazioni Unite, nel riconoscere il sopruso iniziale, posero all’invasore dei confini. Inutile: Israele si gonfiò come un tumore, cosparse di metastasi le porzioni di suolo che ancora osavano chiamarsi Palestina. Scoppiò un conflitto mai sopito, con dubbi rigurgiti bellicosi del resto del mondo arabo. Si arrivò alla situazione odierna, in cui ai palestinesi ostinatamente affezionati alla loro terra natia e alla propria identità culturale sono riservate insignificanti frange geografiche divise tra loro, lembi di mare, aree impervie private di acqua.

Ogni volta che si manifesta qualche conato di resistenza, Israele lo punisce non solo con una brutale repressione armata, ma distruggendo case palestinesi, schiantando oliveti, devastando terreni coltivabili, impedendo la pesca, sabotando i commerci, bloccando i rifornimenti vitali. Nel deserto così creato sorgono le colonie (mai termine fu più azzeccato) di nuovi occupanti da sistemare, armati, arroganti, minacciosi, feroci. Se una Palestina unita, non confessionale e democratica non è più all’orizzonte, ancor meno lo è l’ipotesi “due popoli, due patrie”. I tentacoli israeliani, penetrati a fondo nel territorio da annettere, l’hanno resa impossibile. Spinta nel campo della fantasia.

Ed ecco che le possibili soluzioni sono affidate alla fantascienza. Una FS moderatamente utopica e pochissimo tecnologica, proiettata di poco nel futuro e basata su sviluppi attendibili di tecnologie correnti. Realtà virtuali, hackeraggi, inganni informatici. La Palestina del 2048 spesso così prende forma, con contorni onirici e provvisori. Non è un avvenire consolante. La maggior parte delle storie di questa antologia tende alla tristezza, alla perpetuazione del dolore.

Siamo mille miglia distanti dalla fantascienza anglosassone. L’elemento scientifico è tutto sommato marginale, mai descritto in dettaglio. Eppure, la forza espressa in questi racconti supera buona parte di quel che emerge dalla narrativa avveniristica americana o britannica. Contrariamente a quel che si sostiene in uno dei testi, una letteratura utopica esisteva in Medio Oriente fin dal tempo ottomano (L. Mignon, in Cycnos A. 22 n.2, Nizza 2005). Qui però parliamo non di utopia, bensì di distopia. Nulla, nel presente, allude a un rapido riscatto, a un trionfo della giustizia. Al contrario, quel che attende i palestinesi del futuro sono fatica e dolore, ulteriori sofferenze, inganni e false vie d’uscita.

Che c’è di autenticamente palestinese in ciò, di lontano dall’imitazione di prose occidentali? Metterei al primo posto una scrittura raffinata, elegante, che lascia trapelare una cultura antica mai soffocata interamente. E la costruzione di caratteri credibili, simpatetici, umani, molto più di quanto accade nella fantascienza corrente: brillante nelle idee, fragile nelle psicologie.

Cosa augurare a questo nucleo di scrittori palestinesi? Quello che nemmeno loro osano immaginare; una Palestina unita, laica, aconfessionale, in cui arabi ed ebrei possano convivere. E magari una Palestina socialista, perché no. Serviranno molti scontri e lutti per giungere allo scopo, ma chi sa scrivere così bene sa anche battersi bene.

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Il nemico siamo noi https://www.carmillaonline.com/2025/04/21/il-nemico-siamo-noi/ Sun, 20 Apr 2025 22:01:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87991 di Maurizio Marrone

Ήθος ανθρώπω δαίμων. Il daimon è per ciascuno il suo carattere. (Eraclito, fr. 119 D.-K.)

Oltre la costruzione identitaria del nemico Mai come in questi giorni cupi, in cui l’Antropocene sembra voler immortalare il proprio suicidio simbolico nell’istantanea di un corpo che annega nelle sue stesse deiezioni, la percezione del mondo è per lo più filtrata da una nozione di soggettività posticcia che, come mera appropriazione identitaria, si nutre di separazione; una divergenza progressiva che esaspera, fino a farla esplodere, non solo la dialettica amico/nemico, ma anche la nozione stessa d’identità dell’individuo in quanto tale, espungendone alla radice l’alterità [...]]]> di Maurizio Marrone

Ήθος ανθρώπω δαίμων.
Il daimon è per ciascuno il suo carattere.
(Eraclito, fr. 119 D.-K.)

Oltre la costruzione identitaria del nemico
Mai come in questi giorni cupi, in cui l’Antropocene sembra voler immortalare il proprio suicidio simbolico nell’istantanea di un corpo che annega nelle sue stesse deiezioni, la percezione del mondo è per lo più filtrata da una nozione di soggettività posticcia che, come mera appropriazione identitaria, si nutre di separazione; una divergenza progressiva che esaspera, fino a farla esplodere, non solo la dialettica amico/nemico, ma anche la nozione stessa d’identità dell’individuo in quanto tale, espungendone alla radice l’alterità intrinseca che la costituzione più intima del soggetto stesso reca in sé, come proprio fondamento inespresso. In forza di questo costante svuotamento di senso, entrambi i termini della relazione – io/altro, amico/nemico – si presentano spesso come significanti vuoti e, soprattutto la nozione di nemico, declinata a uso e consumo di una propaganda dissennata, rimane irrimediabilmente cristallizzata in una sterile costruzione identitaria ad escludendum in forza della quale dalla parte giusta della storia ci siamo noi e da quella sbagliata ci sono gli altri, i nemici, gli stranieri, gli usurpatori, da additare ed eliminare, come gli ultracorpi nel celebre remake del film di Don Siegel. Con buona pace di Edmond Jabès quando ci dice che «lo straniero ti permette di essere te stesso, facendo di te uno straniero»1.

Mai come in questi giorni cupi sarebbe invece opportuna una riflessione ponderata proprio sulla figura del nemico; un’analisi critica, depurata da ogni hybris etnocentrica, capace di restituirne la complessità proteiforme e di scardinare la logica tanatopoietica che, in forza di una fatwa perenne e di una separazione postulata ma fittizia, domina la costruzione del soggetto come mera appartenenza identitaria. Ma di tale riflessione non v’è traccia perché, si sa, la sfida della complessità è merce rara, mentre la semplificazione è in saldo in tutte le vetrine dell’impero. Ciò a cui si assiste, al contrario, è una saga del declino in forma di farsa, messa in scena da una grottesca schiera di saltimbanchi dell’apocalisse che, se non fosse drammaticamente reale, potrebbe a pieno diritto figurare come episodio pilota di una serie distopica di grande successo. Mentre a Gaza va in scena l’atto finale di uno sterminio annunciato e i tecnocrati del dominio giocano a dadi con il nostro futuro. Il vero è diventato un momento del falso, avrebbe detto Debord; e dato che il vero si presenta ormai come un deserto di senso, per trovarne traccia, come spesso accade, è utile volgere lo sguardo proprio al falso, alla finzione, ovvero al territorio dell’immaginario.

Nel vasto panorama della recente produzione fantastica – sia letteraria che cinematografica o seriale – vale la pena di citare almeno due esempi di indubbia originalità e acume. Il primo è il romanzo incompiuto di Valerio Evangelisti intitolato La fredda guerra dei mondi (Mondadori, 2023) che doveva essere composto da 45 capitoli di 5 pagine ciascuno e, nella volontà dell’autore, avrebbe dovuto rappresentare l’ampliamento dell’omonimo racconto uscito nel 2020 in un fascicolo Urania Millemondi chiamato Distopia, (Mondadori, 2020). Data la scomparsa prematura di Evangelisti, del libro, purtroppo, sono disponibili solo i primi 17 capitoli, con l’eccezione del capitolo 10 che il curatore Franco Forte non è mai riuscito a trovare nel lascito dello scrittore bolognese. Il secondo esempio è Scissione (Severance), la serie televisiva creata da Dan Erickson, la cui seconda stagione è da poco andata in onda su Apple Tv.

Valerio Evangelisti

La fredda guerra dei mondi
Nella Fredda guerra dei mondi Evangelisti mette in scena un conflitto globale che vede come protagonisti da una parte la Terra (o meglio le potenze occidentali) e dall’altra una presunta razza aliena dalle sembianze vagamente umanoidi. Una potenza «straniera» venuta dallo spazio profondo, dotata di tecnologie sofisticatissime che sta distruggendo, uno a uno, tutti i monumenti delle principali città impegnate nei combattimenti, senza però fare alcuna vittima, né tra i civili né tra i militari. L’esistenza degli alieni è nota ai governanti di turno da molti anni – da quando cioè alcuni di loro sono stati catturati – ma è stata tenuta nascosta alla popolazione civile, fino a quando «gli extraterrestri» individuano i loro compagni rapiti e scatenano l’attacco contro la Terra per riportarli a casa. Il conflitto è gestito da un’entità sovranazionale, composta da capi di stato, militari e tecnocrati che, senza alcun mandato, si sono intestati il diritto di condurre la parte sana dell’umanità alla vittoria, costi quel che costi; ed è lecito presumere che il tempo della narrazione, ambientata tra Parigi e Tolosa, sia più o meno quello del nostro presente. Le vicende legate alla guerra, però, intersecano anche quelle di una scalcinata accolita di malviventi dalla raffazzonata quanto traballante vocazione anarchica. Il capo, soprannominato «il Reverendo», durante una rapina a casa di un generale, assiste per caso a una videoconferenza tra i potenti della Terra, dalla quale apprende dell’invasione aliena. Seguendo le gesta del Reverendo e della sua banda di sodali, si scoprirà che in realtà gli invasori alieni non sono altro che gli umani di un lontano futuro che, grazie a un entanglement spazio-temporale, sono tornati a salvare i loro fratelli tenuti prigionieri. Per questa ragione non uccidono i propri presunti nemici: perché la morte di ciascun nemico nel presente eliminerebbe migliaia di loro nel futuro. La chiamata alle armi e la rivelazione della minaccia aliena – con il consueto corredo di fanatismo nazionalista e vaneggiamenti su una imminente sostituzione etnico-culturale – vengono annunciate a reti unificate, senza però svelare la reale provenienza degli invasori. Perché, dice Evangelisti per voce del segretario di Stato americano, «L’uomo del popolo deve individuare confusamente chi è il nemico e starsene al riparo a sostenere chi combatte, oppure arruolarsi e obbedire agli ordini». Lo stato di guerra contro un nemico di cui non si rivela mai il vero volto (perché è il nostro), consente al potere di perpetrare se stesso e di stroncare sul nascere ogni forma di dissenso, così come di giustificare impunito – in nome di una ragione superiore – qualsiasi ripugnante metodo repressivo. Ma la chiamata alle armi nasconde anche un duplice e più agghiacciante obbiettivo: in moltissime città, a contingenti di 20 mila per volta, i riservisti che si sono offerti volontari per combattere gli alieni, vengono sterminati col gas, come bestie da macello. Perché, annuncia tronfio un autorevole burocrate dello sterminio, il sacrificio di 20 mila dei nostri nel presente, annienterà all’istante milioni dei loro nel futuro dal quale provengono.
Il romanzo in sostanza si conclude qui. Purtroppo Evangelisti ci ha lasciati prima di poter comporre il puzzle ma, tenendo fede al finale dell’omonimo racconto del 2020 e avendo una qualche dimestichezza con l’universo narrativo dello scrittore bolognese, è lecito avanzare qualche ipotesi. Fatte salve le sorti, rimaste indecise, del Reverendo e della sua banda possiamo infatti immaginare che un entanglement spiraliforme travolga nel suo vortice il presente della narrazione, per proiettarlo in un tempo X dalla struttura ignota, nel quale però un altro gruppo di ladri e puttane deciderà che resistere non è mai inutile.

Rispetto alle questioni relative allo statuto del nemico/straniero sollevate nella nostra breve quanto sommaria premessa, è utile ribadire come Evangelisti, soprattutto nel ciclo di Eymerich, si sia confrontato principalmente con la natura del potere, che egli incarna nella figura dell’inquisitore catalano: una natura spietata, pervasiva ma, allo stesso tempo, estremamente seducente (tutti i lettori tifano per il Magister) e, per questo, ancor più subdola e pericolosa. Lo stesso personaggio di Eymerich, tuttavia, diventa anche un topos narrativo di sperimentazione nel quale soprattutto da un punto di vista archetipico, agisce proprio la questione del nemico come alterità consustanziale al soggetto. Perché se è vero, da una parte, che il Magister rappresenta il villain per eccellenza (spietato, determinato, feroce, astuto, implacabile e quasi sempre malvagio), dall’altra il lettore è portato a schierarsi sempre dalla sua parte e, in tutto il ciclo, sembra mancare un vero e proprio antagonista in senso narratologicamente codificato. Perché, in realtà, i vari avversari che Eymerich inesorabilmente sconfigge nel corso delle sue imprese e investigazioni (eretici, catari, giudei, alchimisti, falsi profeti e soprattutto donne, alle quali egli imputa il peccato originale dell’empatia e della carnalità), in virtù di un rovesciamento tanto intrigante quanto sofisticato, rappresentano il lato vitale di sé, che egli detesta e dal quale è terrorizzato. Corpus vs dogma, il volto lunare di Ecate e del femminile vs fede e ragione. Ogni forma di partecipazione emotiva e di contatto col corpo vivo del mondo, che Eymerich avverte dentro di sé, viene vissuta come l’azione strisciante del demonio, repressa e esternalizzata in una schiera di nemici da abbattere ad ogni costo.

Nella Fredda guerra dei mondi, per quanto è dato rilevare vista l’incompiutezza del romanzo, questo medesimo meccanismo di rifiuto e outsourcing del rimosso viene declinata in modo più esplicito e secondo uno schema più squisitamente politico e interno alle dinamiche di conservazione del potere. Non importa, infatti, che gli umani si facciano la guerra tra di loro perché, purtroppo, è cosa fin troppo comune; non importa neanche che siano disposti ad annientarsi come specie, perché anche questa, purtroppo, è un’ipotesi sul tavolo. Importa però in maniera cogente che gli umani del futuro, universalmente trattati come nemici da eliminare, vengano costantemente definiti e considerati «alieni», anche e soprattutto da chi è a conoscenza della loro vera natura, che è la nostra. Importa l’incapacità di accettare un corpo – e un volto – che il tempo ha trasformato e verso il quale non si nutre alcune curiosità o empatia, ma disgusto e derisione. Importa la reductio a semplice entità malevola (l’alieno da abbattere) di una specie – la nostra – che ha percorso milioni di anni di storia a ritroso nel tempo e nello spazio per salvare i propri fratelli. Per tornare a Jabès, importa la manifesta e patologica volontà di disconoscere lo straniero che è in noi. Ma, soprattutto, in chiave sociopolitica, importa l’arroganza del potere che, per affermare e salvaguardare se stesso, è disposto a cancellare con un gesto milioni di possibili storie future. E rileva importa che la vera natura degli invasori, tenuta sapientemente nascosta alla popolazione, sembra venir dimenticata anche da chi siede nella stanza dei bottoni. Perché, appunto, il nemico deve rimanere un significante vuoto, uno stereotipo strumentale che definisce per via negationis tanto il soggetto quanto la sua appartenenza ad una comunità di eletti che blinda il proprio perimetro al grido di «Morte all’invasore, morte al mostro!».

Scissione
Scissione (Severance) – il secondo dei nostri esempi – è una serie del 2022 targata Apple Tv, di cui per ora sono disponibili due stagioni, anche se è già stata annunciata la messa in onda della terza. Ideata da Dan Erickson e prodotta da Ben Stiller (che dirige magistralmente anche metà degli episodi) rappresenta un piccolo capolavoro, sia per quanto riguarda la scrittura che le scelte estetico-formali. La vicenda, situata in un tempo imprecisato, ma ragionevolmente prossimo tanto al nostro passato recente, quanto al nostro futuro imminente, è ambientata in parte nella desolata cittadina di Kier – nello stato di New York – e in parte negli uffici della Lumen Industries, un’azienda tanto misteriosa quanto potente, che ha brevettato una procedura neurologica in grado di scindere la coscienza dei propri impiegati in due entità completamente distinte e irrelate. I dipendenti che sono stati sottoposti al processo di scissione – gli interni – sono completamente ignari di quanto accade loro al di fuori dell’ambiente lavorativo, mentre i loro corrispettivi mondani – gli esterni – non sanno nulla di ciò che avviene negli uffici dell’azienda con la quale hanno sottoscritto il contratto di assunzione. L’unica differenza di consapevolezza tra le due parti del sé scisso è che gli esterni hanno scelto di sottoporsi alla procedura, mentre gli interni l’hanno subita. Oltre a ciò, ed è un distinguo di non poco conto nell’economia dell’impianto narrativo, solo gli esterni possono risolvere il contratto, a significare che gli interni sono, loro malgrado, imprigionati in una realtà che non hanno scelto e dalla quale, al contrario degli alter ego che gli hanno in qualche modo generati, non possono evadere se non al prezzo del loro stesso autodissolvimento. Quanto alle ragioni che hanno portato ciascuno dei protagonisti a sottoporsi alla procedura e ad avere – si fa per dire – una seconda vita ignara della prima, sono sia di carattere personale (l’incapacità di sopportare il dolore di una perdita, un’omosessualità repressa vissuta come colpa, il senso di fallimento per la mancanza di un lavoro stabile) che dettate da deliri di marketing aziendale (l’erede al trono della famiglia Eagan – proprietaria della Lumen – che decide di sottoporre se stessa al processo di scissione per santificarne la fulgida efficacia).
L’ambiente lavorativo è asettico, labirintico, claustrofobico, volutamente estraniante, dominato da un bianco privo di spessore e di tempo; mentre la vita lavorativa degli interni – che è l’unica di cui dispongono – è sempre identica a se stessa, se non per il fatto che, di tanto in tanto, è costellata da surreali siparietti fatti di recite, cappellini e premi produzione della portata di un dolcetto in più da consumare durante la pausa pranzo. Per il resto il loro lavoro consiste nell’individuare e rimuovere numeri «pericolosi» da enormi set di dati, senza sapere realmente quale sia il loro significato. Una surreale distopia dell’assurdo che però scompare dalla memoria una volta oltrepassata la soglia dell’azienda. Così come scompaiono lo sfruttamento, le vessazioni e le torture psicologiche a cui vengono sottoposti gli interni ogni volta che cercano di evadere dalla routine alienante.
Un dispositivo espropriante quasi perfetto che però si inceppa quando un ex collega di Mark (il personaggio principale della serie) viene ucciso dopo aver contattato il suo esterno e avergli fatto capire che è possibile la reintegrazione parziale delle due parti scisse e che la Lumen non è esattamente quello che sembra. È questo l’evento scatenante che, in una atmosfera cupa e straniante, nella quale si fondono noir, thriller, spy story e qualche venatura horror, mette in moto il meccanismo che porterà gli interni a voler accedere con la coscienza intatta al mondo dei propri esterni, per carpire le ragioni di un esilio che è tutt’uno con la loro nascita tardiva.

Oltre il rimosso
Come si evince da questa breve ricostruzione la trama, di cui non sveleremo altro, è molto sofisticata e si presta a molteplici livelli di lettura. Se in forma piuttosto esplicita l’idea centrale della serie allude a Freud e al rapporto tra Io e Es (anche se ovviamente in forma rovesciata, visto che la parte rimossa non è quella sofferente ma quella apparentemente felice che trova nel lavoro una distrazione dalla nevrosi del quotidiano), il modo in cui evolve il racconto intercetta una serie di riflessioni e di tematiche ognuna delle quali meriterebbe di essere trattata a parte. Alienazione (nel senso marxiano del termine), disumanizzazione, dominio, controllo, potere, memoria, identità; e, anche se in forma non immediata, ma non per questo meno stimolante, la questione del nemico posta in relazione proprio con il concetto di identità scissa e alterità rimossa. Perché dal momento in cui ciascuno degli interni, grazie a un breve episodio di reintegrazione, entra in contatto con la parte a lui sconosciuta della propria vita, si innesca un movimento a spirale che porterà le due metà della coscienza disgregata a diventare una nemica dell’altra; un processo di progressiva e sistematica ostilizzazione del rimosso che, se declinata in chiave politico-sociale, rischia di congelarsi in una frattura insanabile – quasi un nuovo nomos della Terra in forma di muro – che pone come inaggirabile e costituente del nostro stesso patto fondativo la distinzione fittizia tra «noi» – i buoni – e «loro» – i nemici. Dicevano Chamosieau e Glissant che «Ogni volta che una cultura o una civiltà non è riuscita a pensare l’altro, a pensarsi con l’altro, a pensare l’altro in sé, queste rigide difese di ferro, di filo spinato, di reti elettrificate o di ideologie chiuse si sono innalzate, sono crollate e ora ritornano con nuovi stridori»2. Perché se è vero che l’identità pensata come «muro» è presente in tutte le culture, è in Occidente che ha mostrato (e continua a mostrare) tutta la sua forza di devastazione.

Per ora non è dato sapere se l’umanità presente e futura della Fredda guerra dei mondi troverà un modo di convivere pacificamente o se i personaggi di Scissione riusciranno a ricomporre la lacerazione che, per loro stessa mano, ha precipitato parte della loro identità in territorio ostile. Certo è che solo accettando l’altro che è in noi riusciremo ad abbattere il muro da noi stessi edificato e forse, come auspicava il compianto Alessandro Leogrande, a farci testimoni dell’unicità di ogni ferita, compresa la nostra.


  1. Cfr. E. Jabès, Uno straniero con sotto il braccio un libro di piccolo formato, SE, Milano, 1991. 

  2. Cfr. P. Chamosieau-E. Glissant, Quando cadono i muri, Nottetempo, Roma 2008. 

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“Mi hanno detto che sono weird”: Evangelisti e il genere strano https://www.carmillaonline.com/2025/04/17/mi-hanno-detto-che-sono-weird-evangelisti-e-il-genere-strano/ Thu, 17 Apr 2025 20:00:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=87712 di Franco Pezzini

In uno degli ultimi incontri redazionali di questa testata cui si sia trovato a partecipare (2019), Valerio Evangelisti (20 giugno 1952 – 18 aprile 2022) comunicava ridendo di aver scoperto a quale tipo di filone narrativo andasse ascritta la sua produzione: “Mi hanno detto che sono weird”. Il dibattito sul weird ferveva su siti e riviste letterarie – in particolare tra il 2016 e il 2019 –, e tra entusiasmi e disprezzi sui social (“un’etichetta dei salotti letterari per rendere più chic ciò di cui noi ci occupiamo per anni” tuonava alla grossa qualcuno) iniziava la conta per [...]]]> di Franco Pezzini

In uno degli ultimi incontri redazionali di questa testata cui si sia trovato a partecipare (2019), Valerio Evangelisti (20 giugno 1952 – 18 aprile 2022) comunicava ridendo di aver scoperto a quale tipo di filone narrativo andasse ascritta la sua produzione: “Mi hanno detto che sono weird”. Il dibattito sul weird ferveva su siti e riviste letterarie – in particolare tra il 2016 e il 2019 –, e tra entusiasmi e disprezzi sui social (“un’etichetta dei salotti letterari per rendere più chic ciò di cui noi ci occupiamo per anni” tuonava alla grossa qualcuno) iniziava la conta per costruire una sorta di canone weird – anche italico. Il problema su cosa sia il weird restava oggetto di discussioni vivaci; e discussa era anche l’utilità di ricorrervi.

Testata la traduzione “strano” (come nel canone strano di cui parla Carlo Mazza Galanti) che però va in rotta di collisione con il concetto omonimo di Todorov, sono state dunque avanzate varie altre possibilità. Come il termine “insolito”, di successo negli anni Sessanta per indicare un certo magma coinvolgente stramberie fortiane, ipotesi parapsicologiche, archeologia misteriosa (Kolosimo & Co.), curiosità felliniane, ma insieme certi Buzzati, Landolfi, il Mino Milani di Fantasma d’amore, eccetera. O il più recente “sconcertante” (Novo Sconcertante Italico, proposto non senza ironia in contrapposizione a “new Italian weird” troppo anglesato); o, perché no, “straniante”… Del resto un’ulteriore chiave definitoria del weird è quella che lo risolve nella sua natura ibrida, in riferimento a un tipo altro di opere del fantastico al crocevia tra diversi generi canonizzati (fantascienza, fantasy, horror…): e proprio a proposito della saga di Eymerich di Evangelisti, si può essere senz’altro d’accordo con Alberto Sebastiani sull’interesse in fondo relativo di etichettarla in questo o quel genere specifico, ravvisando piuttosto una chiave connotante nella disinvolta ibridazione di diversi generi popolari e nella funzione politica della medesima (la decolonizzazione e liberazione dell’immaginario, visto che “Il contropotere della letteratura deriva dalla forza con cui evoca gli archetipi”).

Un elemento interessante, d’altronde, è offerto dalla stessa storia del termine in questione. Attestato fin dal 1400 da wierd, inglese antico wyrd, “fato, destino”, cfr. norreno urðr, “fato, una delle tre Norne”: un’origine cui richiama la nota definizione Weird Sisters per le streghe del Macbeth (appunto tre come le Norne: in realtà tramite le Chronicles di Holinshed, 1587, perché Shakespeare usa weyward e non weird) e che veicola un significato di “strano, disturbantemente diverso”. Sul tema, che però evidenzia anche una certa dimensione di fatalità di conseguenze, dovremo tornare.

Quel che possiamo semmai considerare acquisito è che il tipo di etichetta non sia congruo a una classificazione commerciale: i vecchi generi fantascienza, fantasy, horror, poliziesco sovvengono assai meglio alle necessità dei librai. Weird è piuttosto una classificazione su un rapporto interno di contenuti e approccio.

In ogni caso, proprio l’opera di Evangelisti può fornire alcune chiavi di estremo interesse per far capire – a posteriori? certo cogliendo meccanismi non scontati – in quale senso weird possa rivelarsi un concetto critico utile.

Proprio la scelta di sparigliare le sue storie su Eymerich tra tempi vertiginosamente lontani (in genere tre, cioè il “tempo base” dell’inquisitore, un “livello 1” tra il XX e XXI secolo, e un “livello 2” esteso anche molto oltre, nel futuro), evidenziando nessi di causa/effetto paradossali e destabilizzanti, ben illumina la prima e fondamentale delle caratteristiche delle storie considerate weird: riguardino ricadute storiche collettive o invece emotive/spettrali individuali, in scena è una causalità imprevista legata al tempo (un feticcio inquietante con un ruolo importante nella storia del fantastico: per un esempio, cfr. qui), al monstrum di conseguenze inattese come sassetti che diventano valanghe, alla sopravvivenza spiazzante e teratologica di effetti. In Evangelisti ciò è reso anche formalmente evidente tramite il passaggio continuo, improvviso, tra epoche diverse e la presenza di immagini fortemente oniriche atte a suggerire un brivido di destabilizzazione. Come insomma nel caso delle Weird Sisters, una certa componente fatale nel senso di nessi causali stranianti, di raggelanti profezie autoavverate e di conseguenze impensate ma ineluttabilmente radicate in concrete scelte storiche sembra connotare gran parte degli intrecci dei romanzi di Evangelisti. Quale che sia il valore classificatorio di un’etichetta descrittiva tanto ampia, weird suggerisce spesso l’idea di paradossi nella lettura storica e nella concatenazione causa/effetti attraverso il tempo, come appunto emblematicamente in Evangelisti.

Il che apre però a una seconda chiave: la presenza del paradosso e dello straniamento giocato nel modo di narrare, nel tipo di ambientazione e nelle attese “normali” del lettore dati un certo contenuto e un certo passo (per un precedente pur diverso, cfr. qui). Per esempio ci si attende un western e compaiono presenze raggelanti come gli onirici Cowboys from Hell di Metallo Urlante (1998). Di nuovo, ci sarà un nesso causale da evidenziare – per nulla scontato – ma lo spiazzamento è recato proprio dall’effetto stridente tra ciò che può attendersi e ciò che invece si verifica.

Ma c’è almeno una terza chiave, sui paradossali effetti causali legati all’identità. Eymerich non solo incontra un fantasma sua copia ma si proietta modularmente in tempi diversi fino a un remotissimo futuro un po’ come il Randolph Carter lovecraftiano proietta i suoi alter ego (“Vi erano «Carter» in scenari appartenenti a ogni conosciuta, o ipotizzata, era della storia della Terra e a ere più remote dell’entità terrestre, ere che trascendevano la conoscenza, il sospetto e la credibilità”, Al di là del portale della Chiave d’argento). Dove in fondo l’autore gioca consapevolmente col fatto che a sua volta Eymerich è un alter ego (sovvertito) proprio, la sua Ombra, e che qualunque operazione narrativa con un protagonista gioca su uno straniamento – un fenomeno che in altro senso potremmo pure definire weird – nel rapporto autore/personaggio. Una dose di weird è insita nell’autofiction, con un io modulare che è sempre un po’ più e un po’ meno del soggetto reale, attraverso il filtro straniante della narrativa. Ma in saghe come quella di Eymerich, questo sabba multiversale di proiezioni identitarie dice moltissimo, per il ruolo stesso che il cattivo protagonista è chiamato gnosticamente ad assumere nel cosmo.

“Mi hanno detto che sono weird”: senza banalizzazioni, proprio l’attenzione politica e ideale alle conseguenze storiche finisce col condurre alla contemplazione della loro spietata paradossalità, alla costruzione di una narrativa che la valorizzi criticamente, alla necessità di collocarci – di schierarci, anche – con percezione problematica delle nostre posizioni in uno sfondo o nell’altro. Attraverso un’operazione critica e autocritica che, fuor da ogni santino, l’uomo Evangelisti ha saputo portare avanti con rigore, ironia, umanità e straordinaria fantasia, nella sua vita di scrittore e militante. Qualcosa che, a distanza di tre anni dalla morte, fa sì che continui a mancarci tanto.

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Marte distruggerà la Terra / Guerre stellari preventive https://www.carmillaonline.com/2024/08/26/marte-distruggera-la-terra-guerre-stellari-preventive/ Sun, 25 Aug 2024 22:01:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83897 di Valerio Evangelisti

[Viene di seguito riproposto un racconto di Valerio Evangelisti pubblicato su “Carmilla online” il 26 Agosto 2003 (Marte distruggerà la Terra) ed uscito originariamente su “Il manifesto” il 17 agosto 2003 (Guerre stellari preventive)]

«Ci hanno ingannati sistematicamente, per quasi un cinquantennio. Sono riusciti a sfuggire alle nostre ricerche, hanno eluso le ispezioni, hanno fornito immagini artefatte.» Il segretario alla Difesa Burke era tutto sudato mentre, al termine di un discorso di un’ora e mezzo corredato da riprese satellitari, fotografie e mappe, menava di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’affondo decisivo. «Perché [...]]]> di Valerio Evangelisti

[Viene di seguito riproposto un racconto di Valerio Evangelisti pubblicato su “Carmilla online” il 26 Agosto 2003 (Marte distruggerà la Terra) ed uscito originariamente su “Il manifesto” il 17 agosto 2003 (Guerre stellari preventive)]

«Ci hanno ingannati sistematicamente, per quasi un cinquantennio. Sono riusciti a sfuggire alle nostre ricerche, hanno eluso le ispezioni, hanno fornito immagini artefatte.» Il segretario alla Difesa Burke era tutto sudato mentre, al termine di un discorso di un’ora e mezzo corredato da riprese satellitari, fotografie e mappe, menava di fronte al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’affondo decisivo. «Perché tanto accanimento nella menzogna? Perché una cortina fumogena così impressionante? Non c’è che una risposta logica. Non volevano farci sapere quale potenza avevano accumulato nelle loro grinfie. E a quale scopo?»
Il rappresentante della Russia guardò l’orologio. «Ce lo dica lei, signor Burke. Noi abbiamo pazientato abbastanza. Venga alle conclusioni.»
Burke trasse dal taschino un fazzoletto e se lo passò sul faccione nero. Oltre a essere affaticato, era incollerito dal palese scetticismo degli astanti. «Le conclusioni? Sono presto dette. Dobbiamo intervenire, e subito. Altrimenti Marte distruggerà la terra.»

Ci fu un lungo silenzio, mentre i consiglieri si guardavano increduli. Poi il rappresentante della Francia si alzò in piedi, afferrò il rapporto che aveva in mano e lo sbatté sul banco. «È pazzesco. Semplicemente pazzesco. Quell’uomo ci prende per idioti. Ma io ne ho abbastanza di questa farsa. Me ne vado.»
Burke fece una risatina sardonica, che però risentiva della fatica per la battaglia sostenuta. «Noto che il mio collega Rousselet non si convince nemmeno di fronte all’evidenza. Ha visto le foto e i filmati. Non riesco a capire perché metta in dubbio con tanta arroganza la buona fede degli Stati Uniti e la mia personale. Mi dia un buon motivo.»
Rousselet era già lontano dal proprio banco. Si chinò su quello del collega cinese e si servì del suo microfono. «Il motivo è uno solo. Su Marte non c’è vita. Proprio le sonde americane ce lo hanno dimostrato, e così le osservazioni al telescopio, più ogni altro dato scientifico disponibile. Dove sarebbero i marziani che dovremmo temere tanto?»
Vi fu un brusio che crebbe di intensità. Burke, ormai fradicio di sudore, afferrò il proprio microfono con due mani. «Si nascondono nei canali!» vi urlò dentro. «Marte è tutto solcato da canali!»
Scoppiò un putiferio. Rousselet alzò le spalle e lasciò la sala. Il rappresentante cinese si rivolse alla presidenza. «Prego il segretario Mubele di indagare se il signor Burke ci ha offerto questa recita assurda di iniziativa propria, o se parla per davvero a nome del presidente degli Stati Uniti. In quest’aula nessuno crede a una sola parola di quello che ci ha detto.»
«Io ci credo.» Era stato il posato sir Jeremy Rollins, incaricato degli affari esteri della Gran Bretagna, a pronunciare quella fase. Cadde un silenzio esterrefatto. «Il governo britannico ha prove del tutto analoghe a quelle illustrate dal signor Burke. I marziani esistono, e sono cattivi. O si agisce in fretta, o sono in grado di distruggere la terra in appena 45 minuti.»

Ne avevo abbastanza delle cautele e delle frasi elusive del professor Steven O’Bannion. Sono un uomo d’azione, e il solo vedere uno scienziato che se ne sta in poltrona tutto il santo giorno, a leggere rapporti o a guardare dentro un telescopio, mi fa prudere le mani. O’Bannion, poi, aveva occhialetti, pizzo, naso lungo e orecchie a sventola, per non dire delle spalle rachitiche e della posa da gobbo. Il più brutto e sgradevole dei nostri consulenti a Greenwich.
Poiché seguitava a tentennare, feci ricorso alla lealtà di partito. «Ascolti, professore. Lei sa che il Labour Party è in crisi profonda. La base si ribella, un terzo dei parlamentari non obbedisce più. Lei è laburista da sempre. Ha letto gli ultimi sondaggi? Guardi qua…»
Frugai in tasca alla ricerca di un articolo di giornale che sapevo di non avere. Stavo comunque dicendo la verità. La base laburista aveva mal digerito, ai tempi del governo Blair, la proposta di privatizzare le prigioni e gli orfanotrofi. Adesso che il nuovo premier Gideon suggeriva di unificare le due amministrazioni, mettendo gli orfani in prigione, era rivolta aperta in tutto il Regno Unito. I sondaggi gli attribuivano un grado di popolarità inferiore al 2%.
«Ora non trovo l’articolo» continuai, dopo avere frugato un poco «ma sono cose che sa anche lei. Vogliamo ritrovarci sotto un governo conservatore? E’ un destino che non vorrei per i miei figli, se ne avessi. Lei ne ha. Pensi a loro.»
O’Bannion torse le mani scheletriche, che gli avrei spezzato volentieri. Piagnucolò: «Mi chiedete una cosa impossibile! Quando ho sentito sir Rollins parlare al Consiglio di Sicurezza, ho pensato che si fondasse su prove che possedeva già. Poco verosimili, però con una qualche base documentaria. Mai avrei immaginato che vi sareste rivolti a me per fabbricarle!»
«”Fabbricarle” non è il termine giusto» lo corressi, severo. «Guardi che mi sono documentato. Di prove ne esistono a bizzeffe. Magari dimenticate, magari finite in un trafiletto secondario di una rivista di divulgazione scientifica. Del resto, le pare che il segretario alla Difesa della più grande potenza mondiale possa parlare a vanvera? Che si presenti davanti al Consiglio di Sicurezza e spari la prima balla che gli viene in mente? Via, non scherziamo. Quando parla un uomo così, lo fa davanti al mondo.»
«Infatti il mondo sta ancora ridendo.»
«Lei si sbaglia, professore. Già molti paesi, oltre al Regno Unito, reclamano una guerra preventiva contro Marte.» Elencai quelli che mi venivano in mente. «L’Estonia, la Liberia, l’Italia, il Sultanato del Brunei, la Repubblica di Aruba.»
O’Bannion strabuzzò quei suoi occhi vacui. «La Repubblica di Aruba? Che cosa sarebbe?»
«Fino all’anno scorso era un governatorato olandese. Adesso è uno Stato indipendente. Paese piccolo, ma importante per il turismo.»
Notai che lo scienziato rimaneva scettico. Era il momento di passare alle maniere forti. Lo feci con gusto. «Mi ascolti bene, professore. Lei lavora per l’MI6 già da quindici anni. Deve a noi la carriera e la posizione che ricopre ora. E’ tempo di ricambiare tutto ciò che abbiamo fatto per lei. Che cosa le chiediamo, in fondo? Solo di dimostrare che su Marte ci sono i marziani, a tramare nei loro canali la conquista della terra. Sarebbe un peccato se, dopo averla allevata nella bambagia, ci vedessimo costretti a toglierle tutto ciò che ha.»
Lo vidi impallidire. Buon segno. «Ma su Marte non ci sono né canali né forme di vita! Dove vado a trovare le prove che vi servono?»
«Glielo devo dire io?» Feci l’occhiolino. «Lei avrà pure dei colleghi americani che lavorano per il governo, no? Ecco, se fossi in lei non starei tanto a faticare. Le prove le chiederei a loro.»

Ralph Rupert, dell’osservatorio di Monte Palomar, stava sorseggiando una birra Colt 45, più alcolica di un bourbon, e intanto guardava la tv. Il presidente Bruce Maynard spiegava da quasi un’ora come distruggere i marziani fosse nell’interesse dei marziani stessi: per ciò che si sapeva della loro società, vivevano sotto un’orrenda dittatura colpevole di quotidiane violazioni dei diritti umani. Disse proprio così: “diritti umani”. Rupert ammirò la sottigliezza dello staff che scriveva i discorsi del presidente. Se avesse parlato di “diritti marziani”, l’impatto emotivo sui telespettatori sarebbe stato molto minore.
Il telefono prese a squillare, e Rupert si precipitò a sollevare la cornetta. Sperava che fosse la bella Astrid, la ricercatrice a cui faceva la corte da una settimana circa. Invece era quell’insopportabile lagnoso di O’Bannion, che lo chiamava da Greenwich. Pazienza: una volta detto il proprio nome, era impossibile riattaccare.
Per un poco, Rupert ascoltò il collega. Quindi disse: «Steven, so che tutta la questione sembra puro delirio. Però il presidente Maynard ha appena confermato le parole del segretario Burke, punto per punto. Ha anche aggiunto del suo. Il vostro premier può anche mentire in pubblico, ma il nostro presidente no. Sai cosa è capitato ai suoi predecessori che lo hanno fatto. Maynard è certo mezzo scemo, ma non è un disonesto e parla col cuore. Tutta l’America è con lui. Ciò significa una cosa sola: noi astronomi ci eravamo sbagliati. E così i nostri colleghi che si sono occupati di Marte.»
Rupert rimase in attesa per udire la replica dell’interlocutore, che fu lunga. Alla fine sbuffò. «Parliamoci chiaro, Steven. In fondo cosa sappiamo di Marte? Quanti metri quadrati hanno percorso le nostre sonde? Nota: parlo di metri quadrati! D’accordo, ci sono le foto dall’alto e non mostrano nessun canale. Be’, potrebbe trattarsi di canaletti. Credi che un qualche satellite sarebbe capace di fotografare il rigagnolo che irriga il tuo giardino di casa? Magari sì, ma non se ne prenderebbe la briga. La verità è che noi i canali non li abbiamo mai cercati sul serio, e nemmeno i marziani. Chi pensava che se ne stessero nascosti nei loro fiumiciattoli, con gli occhi avidi da insetto puntati sulla terra? Eppure, chissà da quanto tempo ci spiavano.»
Altra pausa, e nuova risposta di Rupert. «Mi ha contattato solo la National Security Agency, ai massimi livelli. Voleva sapere qual era l’aspetto presumibile dei marziani. Non ho la mia relazione sotto mano, ma ho detto che si poteva scartare tutta la fauna di John Carter di Marte, di Edgar Rice Burroughs. Giganti e bestie alti tre o quattro metri li avremmo visti. Meglio le creature piccole e ripugnanti de La guerra dei mondi, di H.G. Welles. Però hanno macchine enormi, e avremmo visto anche quelle. Più credibili le creature di Cronache marziane, di Ray Bradbury. Fantasmi di una razza perduta, che manipolano i ricordi degli uomini. Il problema è che robe così non sembrano una gran minaccia…»
Fu tanta la veemenza dell’obiezione che Rupert dovette staccare la cornetta dall’orecchio. Gli cadde persino la lattina di birra. Quando riuscì a parlare di nuovo, era ormai esasperato. «Lo so anch’io che quella è narrativa! Ma se mi chiedono una tipologia del marziano medio, dove la trovo? Solo nella fantascienza, libri e cinema. Meglio il cinema: da un certo momento in poi si è fatto strada il preconcetto che su Marte non ci fosse vita, e gli scrittori ne hanno parlato sempre meno. A chi potevano interessare quattro sassi sotto un cielo rosa? Per fortuna il cinema è andato avanti col tema qualche anno in più. Sai quanti film scadenti mi sono visto, nelle ultime settimane? Tutta l’idea che ancora ci facciamo di Marte come pianeta rosso e vivo viene da lì.»
Rupert ascoltò il commento di O’Bannion, e finalmente sorrise. «Vedo che capisci. Bene, per la tua relazione guardati tutti i film che puoi, eccetto Mars attacks, che è demistificante e induce al disfattismo. Dimentica invece ufo, rapimenti da parte di alieni e cerchi nel grano. Fanno riferimento a pianeti molto più lontani… Lo vuoi un consiglio da amico? Per la parte astronomica del rapporto, punta sulla cosiddetta Sfinge di Marte. E’ un viso femminile. Senz’altro un omaggio a una qualche regina tirannica. Sì, abbiamo detto che si trattava di un gioco di ombre e di luci su montagne di pietre e sabbia. Allora però non sapevamo che i marziani esistevano per davvero.»
Ultimo silenzio, mentre ci si avviava al congedo. «Sì, Steven. Anch’io ho pensato a una scena simile. La Sfinge che crolla, colpita dai nostri missili, mentre i marzianini fanno festa e celebrano la libertà ritrovata. Prima che altri missili arrivino. Una bella immagine per chiudere il tuo rapporto… Oh, non ringraziarmi. Tra colleghi ci si aiuta. A presto.»

Già provavo stima per il nostro primo ministro Gideon. Diventò ammirazione sconfinata quando, in tv, lo vidi additare alla Camera dei Comuni un immaginario corpo astrale rosso fuoco e scandire, solenne: «Lassù c’è Marte, il dio della guerra. Per me, uomo di lotta, ha sempre avuto un’attrazione irresistibile. Abbattere Marte, ci pensate? Quale compito più degno può unire il popolo britannico e il popolo americano? Ditemi voi: quale?»
Pochi riconobbero un passo del rapporto segreto di O’Bannion, a sua volta ricalcato sulle prime righe di John Carter di Marte. Gideon raccolse il primo applauso scrosciante dopo mesi di fischi ininterrotti. La sua proposta di privatizzare le amministrazioni municipali e di vendere la carica di sindaco al maggior offerente aveva scontentato molti, dentro e fuori il partito. Ma adesso, con la guerra ai marziani imminente, la popolarità del premier nei sondaggi stava risalendo. Aveva già superato il 6%, e continuava a crescere.
Come uomo dei servizi segreti non avevo più molto da fare, a parte scovare eventuali agenti filomarziani nei ranghi dell’esercito o nei ministeri (ne trovai pochissimi). L’unico incarico di rilievo fu spingere O’Bannion a impiccarsi, dopo la consegna del suo rapporto. Si temeva che potesse rivelare a qualche ficcanaso della BBC che aveva ricevuto l’imbeccata da noi e che si era basato su romanzi e film, sulla traccia di una bibliografia fornita da Monte Palomar. Poiché O’Bannion non collaborava lo impiccai io stesso, nel giardino di casa sua. Odio gli scienziati.
Forse fu inutile, perché la BBC si comportò assai bene, specie dopo che il governo Gideon l’ebbe venduta al gruppo Fox. Di continuo ritrasmetteva pellicole come La guerra dei mondi, Il vampiro del pianeta rosso e, soprattutto, Marte distruggerà la terra. Le immagini finali di quest’ultimo, in cui una specie di asparago con tre occhi bisbigliava truce “Attenti, terrestri, attenti. Siete spiritualmente ed emotivamente infantili. State lontani da noi, altrimenti…” era in coda a tutti i telegiornali. Anche Independence Day funzionava: poiché non si sapeva da dove venissero gli alieni, poteva benissimo trattarsi di Marte.
Intanto la battaglia del segretario Burke al Consiglio di Sicurezza volgeva al peggio. Mi telefonò il capo del MI6 in persona. «Ci sarebbe da fare pressione sulla Repubblica di Aruba. Pare che si sia pentita della propria adesione alla coalizione contro Marte. Gideon e il presidente Maynard stanno per andare là in visita ufficiale. Ti senti di accompagnare la nostra delegazione?»
«Certamente.»

In realtà, scoprii ad Aruba, si trattava di una semplice questione di quattrini, facile da risolvere. «E’ vero» sentii dire il presidente Maynard, stravaccato in una sedia a sdraio sulla spiaggia, sotto un ombrellone a stelle e strisce. «Il veicolo che abbiamo studiato per fare scoppiare Marte richiede una quantità spaventosa di combustibile. Ci siamo voluti ispirare ad H.G. Wells: per questo avrà la forma di un grande cilindro. Per sparare in aria una cosa così serve un bel po’ di carburante, e ancora di più ne occorre per mandarla sul bersaglio.»
Io ero in piedi dietro Gideon che, in costume da bagno, esponeva le costole al sole e sorseggiava una granita. Attorno c’erano una ventina di agenti della CIA, tutti in completo nero e camicia bianca. Invece nessuna guardia sorvegliava il presidente di Aruba: un ometto in canottiera, con un berretto da marinaio sulla testa calva.
Pareva molto preoccupato. «Io capisco il primo cilindro, ma non gli altri nove carichi di aiuti umanitari da lanciargli dietro. Per chi sono gli aiuti, visto che si prevede lo sterminio totale dei marziani? Se gli Stati della coalizione devono partecipare alle spese, Aruba rischia la rovina.»
Maynard e Gideon si guardarono e scoppiarono a ridere. Fu l’americano che rispose, appena riuscì a tornare serio: «Il ruolo di Aruba è un altro. Più cilindri spariamo, più soldi vi entreranno in tasca. Qual è la società petrolifera che ha qui il suo più grande deposito al mondo?»
L’arubiano spalancò la bocca, colto da folgorazione: «Volete dire la…»
«Esatto. Quella.» Maynard rise ancora, imitato da Gideon.
L’ometto si batté la mano sulla fronte. «Che stupido! Non ci avevo pensato!… E il consiglio di amministrazione della società è presieduto dal segretario alla Difesa Burke!»
Maynard e Gideon avevano le lacrime agli occhi dal gran ridere. «Bravo! Ci siete arrivato!» dissero quasi assieme.
Adesso anche il presidente di Aruba sghignazzava. «Comincio a pensare che tutta la storia dei marziani e dei canali sia una patacca.»
Maynard e Gideon non riuscirono nemmeno a rispondere, piegati in due com’erano.

Quando tornai nella mia camera d’albergo accesi subito il televisore, sintonizzato sulla BBC, per ascoltare un notiziario. Invece stavano trasmettendo ancora una volta Marte distruggerà la terra. Si era alle battute finali, e l’asparago gigante stava per pronunciare la sua arringa. Lasciai acceso e andai in bagno.
Solo là mi venne in mente che l’asparago che ricordavo io aveva tre occhi, di cui uno in mezzo alla fronte. Quello appena visto ne aveva due, ed era senza antenne. Inoltre nel film originale le scene su Marte erano colorate di rosso, non di verde scuro.
Tornai di corsa davanti al televisore, in tempo per ascoltare la minaccia: «Attenti, terrestri, attenti. Siete spiritualmente ed emotivamente infantili. State lontani da noi, altrimenti Marte distruggerà la terra!» Le parole successive non le avevo mai udite: «Sapete cosa potete fare con i vostri cilindri?»
Udii un coro di grida venire dall’esterno. Corsi sulla terrazza. La spiaggia era piena di gente che, angosciata, guardava il cielo.

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“Il nemico è di sopra, non di fianco a noi”. Valerio Evangelisti antimilitarista https://www.carmillaonline.com/2024/05/03/il-nemico-e-di-sopra-non-di-fianco-a-noi-valerio-evangelisti-antimilitarista/ Fri, 03 May 2024 10:35:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=81095 di Gioacchino Toni

“Non sono affatto pacifista, io sono personalmente antimilitarista, che è una cosa completamente differente. […] Mi fanno schifo non tutte le guerre, ma sicuramente le guerre di potere, non le guerre civili, che a volte sono sacrosante. […] La sostanza del discorso è questa: il nemico è di sopra. Il nemico non è di fianco a noi, per cui tutto quello che va a colpire le classi subalterne è un atto di guerra contro il proletariato. La risposta deve essere di guerra a chi fa la guerra, guerra alla guerra, si diceva un tempo”.

Con queste parole [...]]]> di Gioacchino Toni

“Non sono affatto pacifista, io sono personalmente antimilitarista, che è una cosa completamente differente. […] Mi fanno schifo non tutte le guerre, ma sicuramente le guerre di potere, non le guerre civili, che a volte sono sacrosante. […] La sostanza del discorso è questa: il nemico è di sopra. Il nemico non è di fianco a noi, per cui tutto quello che va a colpire le classi subalterne è un atto di guerra contro il proletariato. La risposta deve essere di guerra a chi fa la guerra, guerra alla guerra, si diceva un tempo”.

Con queste parole Valerio Evangelisti è intervenuto, il 9 aprile 2022, ad un’iniziativa bolognese intitolata Disarmiamo La Guerra1.

Di seguito si intende dare conto di come Evangelisti si è espresso sulla sua “Carmilla” a proposito della guerra in Iraq scoppiata nel 2003, anno in cui la testata è passata alla versione digitale tuttora in attività, nella certezza che quanto ha scritto allora su quella guerra specifica scriverebbe ancora oggi sulle guerre in corso e su quelle a venire.

Sin da prima dell’invasione del Paese ad opera di una coalizione multinazionale guidata dagli Stati Uniti d’America, Evangelisti, come del resto l’intera Redazione, prende posizione “contro l’omicidio di massa che George W. Bush e i suoi complici Blair, Berlusconi, Aznar ecc. stanno preparando”2. Nel criticare aspramente i “commenti degli editorialisti e dei timidi intellettuali di casa nostra”, Evangelisti mette in luce come in essi manchi totalmente “il punto di vista delle vittime” e come i servizi giornalistici si limitino cinicamente a catalogare “i morti in degni di compassione o in ‘perdite collaterali’ a seconda della loro collocazione geografica o del tipo di ‘civiltà’ in cui sono inseriti, si valuta l’utile (politico, economico, strategico, ecc.) corrispondente al loro strazio prima di decidere se meritino pietà”.

A risultare ripugnante sopra ogni altra cosa, scrive Evangelisti, è l’ipocrita “tendenza ad incolpare del sangue che scorrerà il demonio che non si è tolto di mezzo dall’Iraq, e ha pertanto costretto il ‘liberatore’ a lavorare di coltellaccio (o di missili)”: la “guerra preventiva” viene dunque preceduta da un’“assoluzione preventiva”.

Ad essere presi di mira dallo scrittore sono anche gli “esponenti di quella tendenza europea che vede ex leader dell’estremissima sinistra, un tempo incensatori dei regimi più aberranti, dall’Iran di Khomeini […] alla Cambogia di Pol Pot […], passare al campo opposto con la stessa sicumera, quasi non vi fosse rottura di continuità. Dove per ‘campo opposto’ deve intendersi la ‘difesa dell’Occidente’, anche quando l’Occidente ha il viso poco rassicurante di George W. Bush o del suo partner naturale in Medio Oriente, Ariel Sharon”3.

Per cogliere la natura intima del conflitto in atto, Evangelisti invita a riprendere I Proscritti, di Ernst von Salomon, opera che – nel rendere “la voluptas necandi di un’armata”, i Freikorps tedeschi dopo la prima guerra mondiale, “che non ha altro referente ideale che se stessa (con valori quali l’onore astratto e il cameratismo virile), e altro scopo che l’eccidio sistematico di chi la contrasti” – delinea “un paradigma quasi archetipico applicabile a ogni guerra priva di vero movente”4.

La figura emblematica del conflitto in atto, sostiene Evangelisti è ben rappresentata da “l’anziano contadino che, quando l’elicottero degli invasori, gonfio di potenza tecnologica, sorvola il campo, prende il fucile e gli spara (somiglia alla sequenza iniziale di V-Visitors, qualcuno la ricorderà)”. Indipendentemente dal sostegno o meno a Saddam Hussein, dall’essere sciita o sunnita, in quel preciso istante egli opera per difendere l’indipendenza del proprio Paese. “Il partigiano con la barba bianca non reagiva in nome dell’onore o della gloria, che sono valori militari. Reagiva in nome della dignità, che è un sentimento profondamente umano. La madre e il padre di tutti i sentimenti, amore compreso”5. Oppure, scrive in un altro pezzo, come immagine emblematica della guerra in atto si potrebbe prendere quella, mostrata dai media, di un giovane padre che tenta amorevolmente di distrarre dal dolore la figlioletta di pochi anni distesa su un lettino, tutta fasciata6.

Evangelisti dedica diversi interventi all’inaffidabilità delle notizie sulla guerra fornite dai media italiani prendendo di mira, in particolare, i servizi di alcuni giornalisti de “La Repubblica” accusati di redigere i reportage attingendo acriticamente da altri media7. Ad essere citata positivamente è invece l’efficace copertina del numero di aprile della rivista “Volontari per lo sviluppo” che su sfondo nero reca a lettere bianche una frase pronunciata, nel corso del processo di Norimberga, da Hermann Goering che potrebbe benissimo essere stata detta da qualche politico del momento a proposito della guerra in corso e che spiega come sia tutto sommato semplice convincere la popolazione, tanto di paesi democratici quando dittatoriali, dell’inevitabilità della guerra insistendo sia sul fatto di essere stati attaccati che nella denuncia della mancanza di patriottismo tra i pacificasti che si oppongono al conflitto bellico8.

Tra i tanti esempi riportati dai media occidentali utili a mostrare la barbarie del nemico, dunque la necessità dell’intervento militare, Evangelisti si sofferma sulla notizia del ritrovamento, nei sotterranei di Baghdad, di una Vergine di Norimberga, micidiale strumento di morte che trafigge il prigioniero con punte. Stando a quanto riportato dai giornalisti, vi faceva ricorso uno dei figli di Saddam Hussein per punire i calciatori della nazionale irachena rei di aver fornito cattive prestazioni in campo. Visto l’esito mortale prodotto dalla Vergine di Norimberga, ironizza amaramente Evangelisti, la formazione della nazionale sarà stata spesso da rifare. “Adesso che l’Iraq è stato liberato potrà avere, se non altro, una squadra di calcio dalla composizione stabile”. Tutto sommato, si potrebbe dire che tra i meriti della “guerra umanitaria” che ha amputato gli arti ai bambini, vi è stato quello di evitare loro di diventare calciatori con annesso rischio di essere richiusi in quello strumento di morte. “Perché noi siamo l’Occidente, vale a dire la Civiltà. E adesso venite avanti con la vostra scodella, ché vi diamo da mangiare. In ordine, però, e senza spingere, altrimenti vi frustiamo. Arabi di merda”9.

Evangelisti si sofferma anche sul linguaggio che prepara, accompagna e traina la guerra e lo fa a partire da un pezzo sul sito “Iraqui Whores” contenente scene di violenza carnale da parte di marines statunitensi su donne irachene. Pur trattandosi, probabilmente, di messe in scena, a colpire, sostiene Evangelisti, è il linguaggio utilizzato a partire dal nome stesso della testata (trad. “Puttane irachene”) e da altre didascalie che vi compaiono (es. “Sex Crazed Iraqi Bitches”, trad. “Puttane irachene affamate di sesso”).

Le donne irachene sono dunque disprezzate in assoluto, e la violenza che subiscono – sia pure a livello di fiction– è presentata in chiave di costrizione, sì, ma anche di desiderio recondito che i virili marines finalmente soddisfano. In effetti, ciò coincide con la maniera in cui numerosi commentatori, anche italiani, hanno presentato la guerra all’Iraq nel suo complesso: una violenza necessaria per sprigionare desideri sepolti, con una risposta, da parte delle vittime / beneficiarie, al tempo stesso riluttante e vogliosa10.

Varie didascalie insistono “sulla sottomissione, riferita alle donne, certo, ma anche all’Iraq tutto intero”. Probabilmente, nota Evangelisti, il sito è stato pensato per “un pubblico a suo modo patriottico, però poco convinto quando il suo governo parla di una ‘liberazione’ dell’Iraq”. Non possono che tornare alla mente le fotografie delle sevizie, in questo caso assolutamente vere e non messe in scena, dei militari italiani in Somalia – sempre e comunque brava gente, gli italiani – e chissà, continua Evangelisti, che il cineasta dilettante nostrano non abbia aperto un suo “Somali Whores” capace di battere in realismo e “umiliazione della femmina” gli americani. “Se lo trovo vedrò di segnalarlo, in modo che voi maschi occidentali, bianchi e democratici, possiate masturbarvi con patriottica voluttà”.

Evangelisti ricorda come l’Europa uscita dalla seconda guerra mondiale avesse costruito la sua identità alla luce di quel fenomeno denominato Resistenza indicante tanto la lotta popolare al fascismo quanto all’occupazione armata del suolo nazionale e, in diversi casi, alle disparità sociali. Da allora, e per diversi decenni, il termine “colonialismo” restò carico di negatività. “Nessun capo di Stato, nessun governo europeo od occidentale si sarebbe permesso di sostenere pubblicamente la liceità di un’invasione armata, anche quando ne conduceva o tentava di fatto”11. È stato necessario parecchio tempo per demolire quel tabù.

Desta scandalo che “misteriosi” guerriglieri iracheni prendano di mira i marines. Spesso indicati come nostalgici di Saddam Hussein o come integralisti islamici, in pochi sembrano disposti ad ammettere che si tratti in primo luogo di iracheni con alle spalle un certo consenso popolare e ancora in meno riescono ad ammettere “che hanno il sacrosanto diritto di fare quello che fanno”. Chi osa sparare su chi occupa militarmente il suo Paese è immancabilmente definito “terrorista”. “Oggi un film come La battaglia di Algeri verrebbe ribattezzato La battaglia dei terroristi. Anzi, non sarebbe nemmeno più girato, visto che il colonialismo è tornato in auge. Non è più chiamato così, ma, da tabù che era, è rientrato a fare parte dei valori universalmente condivisi”.

Affinché il tabù colonialista cadesse, scrive Evangelisti, occorreva un passaggio intermedio ed a questo si sono prestate “le forze socialdemocratiche, o comunque di matrice ‘progressista’” che, giunte al governo di numerosi paesi europei negli anni Novanta del Novecento, non hanno esitato a rivedere tutti i loro principi.

Aderirono al liberalismo in politica e al liberismo in economia, spostarono il loro referente dalle classi subalterne ai ceti medi, accantonarono le tematiche egualitarie, si riconobbero a fondo nell’Occidente quale assieme di valori inviolabili. Il socialismo privato dell’egualitarismo si riduce automaticamente a beneficenza; e la beneficenza non si esercita tra soggetti autonomi e di pari dignità, bensì tra un privilegiato e un inferiore da soccorrere. Ecco trovato il pretesto culturale per riportare d’attualità la guerra quale strumento principe di risoluzione delle contraddizioni, e restituirle silenziosamente le forme antiche.

Al di là dei pretesti volti a dare giustificazione morale all’intervento militare – dal burkha da togliere alle donne alle armi di distruzione di massa, dal ritorno della democrazia alla lotta al terrorismo – è evidente come sia in Afghanistan che, in maniera ancor maggiore, in Iraq, l’invasione sia stata preceduta da promesse di benefici economici destinati ai partecipanti. “In epoca di mercato trionfante e assurto al rango di ‘valore’, è al mercato che sono state affidate senza tanti giri di parole le motivazioni di due guerre”.

La Resistenza non compare più come momento fondante dell’Europa, non è più necessario rifiutare con sdegno la pratica colonialista e riconoscere il valore morale delle lotte di liberazione nazionale. “Accettata la nozione di guerra preventiva […], inseriti gli interessi economici tra le motivazioni valide di un conflitto, il campo è sgombro per la conquista e la sottomissione di qualsiasi paese male armato che si dimostri indocile o troppo geloso delle sue ricchezze”.

Il liberalismo, tanto come sistema politico che come dottrina economica, ha il colonialismo nel proprio patrimonio genetico. Ritiene che l’arricchimento di una minoranza, tanto su scala nazionale che su scala mondiale, diffonda a pioggia ricchezza su chi sta sotto. Crede, altresì, che perché ciò possa avvenire, la minoranza debba essere intralciata dal minor numero possibile di regole imposte dalla collettività. Pretende, infine, che a quella minoranza spetti la gestione del potere (il suffragio universale fu strappato ai liberali da lotte condotte dal basso, non ultima la Resistenza europea) e che l’unica democrazia concepibile sia quella che non ostacola l’applicazione della legge del più forte in campo economico.

Per denunciare la follia del concetto stesso di “guerra preventiva”, Evangelisti ricorre anche ad un breve racconto dal titolo Marte distruggerà la Terra, pubblicato originariamente su “il manifesto”12.

A pochi giorni dall’attentato del 12 novembre 2003 alla base italiana dei Carabinieri di Nassiriya, in cui persero la vita numerosi militari italiani, “Carmilla online” pubblica un editoriale firmato da Valerio Evangelisti in cui viene ricordato come, al di là delle tragedie che toccano i parenti delle vittime, occorra pur sempre ricordare come, al pari dei francesi in Algeria, dei belgi in Congo, dei portoghesi in Angola e così via, anche gli italiani in questione si trovassero a svolgere il ruolo di invasori in territori altrui. “Questa volta i patrioti sono gli altri. Noi siamo gli austriaci, i Radetzki, i Cecco Beppe. Gli occupanti, gli invasori: quell’“austriaca gallina” che l’Inno a Oberdan invitava a massacrare a suon di bombe e a colpi di pugnale”. Dunque, conclude perentoriamente il pezzo: “Sia maledetto chi ci ha messi in questa posizione del cazzo, ed espone giovani vite alla morte per quattro latte di petrolio”13.


  1. Affermazioni riportate nello scritto Guerra alla guerra. L’ultimo intervento di Valerio Evangelisti, Potere al Popolo Bologna, in “Contropiano”, 19 aprile 2023.  

  2. Valerio Evangelisti, Con gli occhi delle vittime, in “Carmilla online”, 24 Febbraio 2003.  

  3. Valerio Evangelisti, Giocare a Risiko in una pozza di sangue, in “Carmilla online”, 21 marzo 2003. Editoriale a firma Valerio Evangelisti.  

  4. Valerio Evangelisti, Pulsioni di morte, in “Carmilla online”, 21 marzo 2003. Editoriale a firma Valerio Evangelisti.  

  5. Valerio Evangelisti, Né onore né gloria, in “Carmilla online”, 25 Marzo 2003.  

  6. Cfr. Valerio Evangelisti, Uccidere un bambino, in “Carmilla online”, 2 aprile 2003. Editoriale firmato Valerio Evangelisti.  

  7. Ad essere presi di mira sono in particolare gli inviati Carlo Bonini e Giuseppe D’Avanzo, definiti ironicamente gli “Stanlio e Ollio” de “La Repubblica” e Magdi Allam del medesimo quotidiano. Cfr.: Valerio Evangelisti, La Repubblica delle patacche, in “Carmilla online”, 27 Marzo 2003; Valerio Evangelisti, Nuove avventure di Bonini & D’Avanzo, in “Carmilla online”, 30 Marzo 2003; Valerio Evangelisti, Il Pinocchio d’Egitto (Prima parte: i sosia), in “Carmilla online”, 7 aprile 2003; Valerio Evangelisti, Il Pinocchio d’Egitto (Seconda parte: i boia), in “Carmilla online”, 9 aprile 2003; Valerio Evangelisti, Il Pinocchio d’Egitto (Terza parte: San Remo), in “Carmilla online”, 14 aprile 2003; Valerio Evangelisti, Il Pinocchio d’Egitto (Quarta parte: Allam contro Allam), in “Carmilla online”, 21 aprile 2003; Valerio Evangelisti, Il Pinocchio d’Egitto (quinta parte: i parà), in “Carmilla online”, 7 maggio 2023.  

  8. Cfr. Valerio Evangelisti, Volontari coraggiosi, in “Carmilla online”, 18 aprile 2003.  

  9. Cfr. Valerio Evangelisti, La Vergine di Norimberga, in “Carmilla online”, 26 Aprile 2003.  

  10. Valerio Evangelisti, L’America laida, in “Carmilla online”, 6 maggio 2003.  

  11. Valerio Evangelisti, L’Iraq è un severo maestro, in “Carmilla online”, 13 agosto 2003.  

  12. Cfr. Valerio Evangelisti, Marte distruggerà la Terra, in “Carmilla online”, 26 agosto 2003. Pubblicato originariamente da “Il manifesto” del 17 agosto 2003 col titolo Guerre stellari preventive.  

  13. Valerio Evangelisti, Poche parole, in “Carmilla online”, 17 novembre 2003. Editoriale firmato Valerio Evangelisti.  

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Per Valerio (20 giugno 1952 – 18 aprile 2022) https://www.carmillaonline.com/2024/04/20/per-valerio-20-giugno-1952-18-aprile-2022/ Sat, 20 Apr 2024 05:00:25 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=82003 Caro Valerio,

sono passati due anni da quando hai scelto di ritirarti su un pianeta migliore di questo.

Due anni possono essere molto lunghi e allo stesso molto brevi: lunghi perché non c’è stato momento in cui la tua figura e le tue parole non ci siano mancate, brevi perché ci è sembrato sempre che tu fossi ancora qui, con noi.

Alla notizia della tua scomparsa, in redazione, il dolore si era subito sommato al timore. Il timore di non farcela a continuare il tuo lavoro, lo sconforto per non essere magari in grado di mantenere la barra salda e [...]]]> Caro Valerio,

sono passati due anni da quando hai scelto di ritirarti su un pianeta migliore di questo.

Due anni possono essere molto lunghi e allo stesso molto brevi: lunghi perché non c’è stato momento in cui la tua figura e le tue parole non ci siano mancate, brevi perché ci è sembrato sempre che tu fossi ancora qui, con noi.

Alla notizia della tua scomparsa, in redazione, il dolore si era subito sommato al timore.
Il timore di non farcela a continuare il tuo lavoro, lo sconforto per non essere magari in grado di mantenere la barra salda e rischiare, per questo motivo, di andare a sbattere contro scogli e demoni che tu sapevi sempre indicare e prevedere per tempo.

Con le gambe inizialmente molli siamo riusciti, però, ad andare avanti e a mantenere quella unità nella diversità che ha sempre contraddistinto Carmilla, la tua creatura.
L’abbiamo fatto continuando a scrivere, “ostinatamente in direzione contraria” come avrebbe detto De André; ad osservare il mondo, la cultura e la letteratura con strumenti sempre diversi per ognuno di noi, ma che tu ci hai insegnato ad affinare.

Alcuni di noi ti hanno dedicato un libro, sperando che altri, magari ad opera di studiosi più giovani, possano seguire, per sottolineare l’importanza della tua opera e dei tuoi scritti in un ambito letterario e culturale spesso asfittico, anche quando si pensa “altro” e di “opposizione”.

Abbiamo continuato ad immaginare e re-immaginare il mondo, conducendo la battaglia che forse ti stava più a cuore: quella contro la colonizzazione dell’immaginario collettivo ad opera del capitalismo e dei suoi servi e scherani.

Unico italiano a farlo e ad anticiparlo, insieme a James Ballard e Philip Dick, hai saputo cogliere nella continua rifondazione dell’immagine del mondo uno dei momenti e modi topici per combattere e controbattere il dominio reale instaurato dal capitale. Non solo sul terreno del valore e della sua costante accumulazione attraverso lo sfruttamento di ogni risorsa vivente, ma soprattutto su quello di ciò che davvero conta, oppure no, per la prosecuzione della vita su questo pianeta.

Una vita vera e piena che, per te e per noi tutti, non può essere sottomessa o ridotta alle esigenze del capitale morto. Quel capitale accumulato che si nutre di orari di lavoro e ricatti sullo stesso sempre più pesanti e dal quale occorre far di tutto per fuggire.

Abbiamo seguito le tue tracce sul cammino che porta alla capacità di resistere, comunque, al vampiro che ancora attanaglia il mondo dei viventi e che cerca, in modi sempre più abbietti, distruttivi, perversi e demoniaci di trasformarlo in un mondo di zombie, di morti viventi. Chiamando vita ciò che è morto e condannando tutto ciò che gli si oppone.
Chiamando pace la guerra ed esaltando quest’ultima come mezzo definitivo per affermare in eterno i propri, miserabili valori.
Travestendo da “diritto” ogni individualistica affermazione del povero e impotente “io” borghese contro il ben più importante interesse collettivo e la potenza della riflessione che può scaturirne.

Noi siamo ancora qui, al nostro posto e al tuo fianco: contro il nazionalismo, il fascismo, l’egoismo, la miseria economica e morale di un sempre più finto liberalismo.
No pasaran….anzi meglio Venceremos!

La Redazione
20 aprile 2024

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Mondi paralleli, tempo e rivoluzione in Auguste Blanqui (e nelle opere di Valerio Evangelisti) https://www.carmillaonline.com/2023/11/15/mondi-paralleli-tempo-e-rivoluzione-in-auguste-blanqui-con-uno-sguardo-a-valerio-evangelisti/ Wed, 15 Nov 2023 21:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79822 di Sandro Moiso

Auguste Blanqui, L’eternità viene dagli astri. Ipotesi astronomica, Traduzione di Raffaele Fragola, con una nota di Ottavio Fatica. Adelphi Edizioni, Milano 2023, Piccola Biblioteca 795, pagine 132, 13 euro .

Louis-Auguste Blanqui (1805-1881) è stato una delle figure principali dei movimenti rivoluzionari socialisti dell’Ottocento. Nato da una famiglia benestante, passò dal repubblicanesimo giovanile (cosa che già gli costò due anni di carcere per della polvere pirica ritrovata durante una perquisizione nella “Société des familles” da lui fondata nei primi anni Trenta del XIX secolo) al socialismo di carattere comunista proprio durante gli anni della prima detenzione. Che [...]]]> di Sandro Moiso

Auguste Blanqui, L’eternità viene dagli astri. Ipotesi astronomica, Traduzione di Raffaele Fragola, con una nota di Ottavio Fatica. Adelphi Edizioni, Milano 2023, Piccola Biblioteca 795, pagine 132, 13 euro .

Louis-Auguste Blanqui (1805-1881) è stato una delle figure principali dei movimenti rivoluzionari socialisti dell’Ottocento. Nato da una famiglia benestante, passò dal repubblicanesimo giovanile (cosa che già gli costò due anni di carcere per della polvere pirica ritrovata durante una perquisizione nella “Société des familles” da lui fondata nei primi anni Trenta del XIX secolo) al socialismo di carattere comunista proprio durante gli anni della prima detenzione. Che non fu l’unica, visto che avrebbe complessivamente trascorso, tra il 1831 e il 1879, trentasei anni e cinque mesi in prigione, motivo per cui ci si riferisce ancora oggi a lui come all'”Enfermé” (il Recluso).

Con l’amnistia del 1836 tornò in attività e fondò la “Société des saisons” con la quale, nel 1839, partecipò all’organizzazione di un’insurrezione che gli costò la condanna a morte, commutata in ergastolo, dal quale fu graziato otto anni dopo. Partecipò ai moti del 1848 e aderì alla “Société républicaine”, ma fu nuovamente arrestato e condannato alla deportazione in Africa, da dove tornò con l’amnistia del 1859 per essere ancora arrestato nel 1861. Dopo essersi sottratto alla legge andando in esilio in Belgio, continuò incessantemente la propria azione di propaganda politica, fondando i periodici «Candide» e «La patrie en danger». Per rientrare poi in Francia nel 1870 dopo la caduta di Napoleone III a seguito della sconfitta francese nella guerra franco-prussiana. Dopo un’ennesima incarcerazione, Blanqui avrebbe pubblicato, nel biennio 1880-81, il giornale «Ni Dieu ni maître» (“Né Dio né padrone”), titolo talmente programmatico da esser diventato un dei motti più conosciuti dell’anarchismo1.

Uomo d’azione più che elaboratore di teorie, egli fu sempre fermamente convinto che il proletariato avrebbe potuto creare da sé una società di liberi e di uguali soltanto mediante un’insurrezione armata guidata da una piccola minoranza ben organizzata e decisa ad imporre la dittatura del proletariato (di cui fu il primo ad elaborare il concetto, in anticipo sugli stessi Marx e Engels)2.

Blanqui con la sua opera e la sua azione fu fonte di ispirazione non solo per generazioni di rivoluzionari, ma anche per scrittori come Valerio Evangelisti, anche se il legame che esiste tra l’opera di Valerio Evangelisti e quella di Auguste Blanqui è molto più profondo di quanto possa suggerire il fatto che il primo abbia intitolato il secondo volume della trilogia del Sol dell’avvenire con una delle frasi più celebri del rivoluzionario francese: Chi ha del ferro ha del pane.

Infatti, al di là delle simpatie “politiche” blanquiste e per l’azione spontanea degli oppressi spesso presenti nelle riflessioni e negli scritti di Evangelisti, occorre qui ricordare l’autentica venerazione che l’autore bolognese aveva per un’opera meno conosciuta del rivoluzionario francese, scritta mentre quest’ultimo languiva in carcere per essere stato arrestato proprio il giorno prima della proclamazione della Comune, il 17 marzo 1871. A seguito di ciò era stato prima condannato alla deportazione, il 17 febbraio 1872, poi commutata in carcere a vita e per motivi di salute incarcerato a Clairvaux, da cui fu in seguito trasferito al Chateau d’If, da dove poté uscire nel 1879 in seguito ad un provvedimento di amnistia, che non riconobbe però il fatto che Blanqui fosse stato eletto deputato a Bordeaux.

Quest’opera, ora ripubblicata dalle edizioni Adelphi, intitolata L’éternité par les astres e uscita per la prima volta in Francia il 20 febbraio 1872, tre giorni dopo la sua condanna all’ergastolo, va considerata come un autentico livre de chevet per Valerio Evangelisti, tanto da averlo spinto ripetutamente a consigliarlo come utile lettura ad amici, compagni e redattori di «Carmillaonline», la webzine di cultura, letteratura e immaginario di opposizione da lui fondata nel 2003.

Come si è detto poco innanzi, nel 1871 Auguste Blanqui, «l’eterno cospiratore», stava scontando l’ennesima pena detentiva di una vita trascorsa per metà in carcere. In tale occasione, per impedirgli qualsiasi contatto con la Comune che stava infiammando Parigi, lo avevano trasferito nel remoto castello di Taureau, in Bretagna, dove fu sottoposto a una reclusione tra le più dure, in totale isolamento. E tuttavia, pur in condizioni estreme, Blanqui riescì a scrivere e a far arrivare all’esterno, eludendo la censura, il testo di quello che sarebbe stato il suo primo libro, pubblicato l’anno successivo a Parigi. Ci si aspetterebbe, dall’ormai vecchio rivoluzionario, un pamphlet politico. E invece quello che Blanqui aveva meticolosamente composto nella sua cella è un visionario trattato di «astronomia metafisica», uno scritto insieme scientifico, poetico e filosofico, che – ispirandosi all’edificio cosmologico di Laplace – avanzava un’ipotesi vertiginosa:

Ogni astro, qualunque esso sia, esiste dunque in numero infinito nel tempo e nello spazio, non soltanto sotto uno dei suoi aspetti, ma quale si trova in ognuno degli istanti della sua vita, dalla nascita sino alla morte. Tutti gli esseri distribuiti sulla sua superficie, grandi o piccoli, viventi o inanimati, condividono il privilegio di questa perennità.
La terra è uno di questi astri. Ogni essere umano è dunque eterno in ogni secondo della sua esistenza. Ciò che sto scrivendo in questo momento in una cella del Forte di Taureau l’ho scritto e lo scriverò per l’eternità, su di un tavolo, con una penna, degli abiti addosso, in circostanze del tutto analoghe. Questo vale per chiunque.
Tutte queste terre sprofondano, l’una dopo l’altra, nelle fiamme rinnovatrici, per rinascerne e ripiombarvi ancora, monotono fluire d’una clessidra che da sola si capovolge e si svuota eternamente. È un nuovo sempre vecchio, e un vecchio sempre nuovo3.

Queste righe comprese nel Riassunto, posto al termine dell’opera, suggeriscono il contenuto delle riflessioni di Blanqui sul cosmo, gli astri e il destino o il divenire di ogni singolo essere vivente, incluso l’uomo. Il tutto, però, inserito in un contesto in cui l’esistenza di infiniti mondi paralleli supera il mito dell’eterno ritorno, poi ripreso e rafforzato nel pensiero di Nietzsche, per aprirsi alle infinite possibilità che si offrono, seppur in mondi diversi, all’agire umano in direzione del cambiamento dell’esistente.

Il testo affronta il tema attraverso una visione che, però, non è suggerita dalla disperazione legata alla lunga prigionia prevista, inserita nel corso di una vita già segnata da decenni di detenzione, ma dalla speranza o addirittura dalla sicurezza che ciò che è stato sconfitto o non è possibile qui ed ora può risultare vincitore, e quindi essere possibile, in un altro momento, in un altro mondo. Massima espressione quindi della fiducia nel positivo esito della lotta contro lo sfruttamento e il dominio dell’uomo sull’uomo.

Il tema dei mondi e degli universi paralleli, oltre ad essere discusso come uno dei paradossi o delle possibili conferme della fisica più avanzata, ha certamente costituito un tema ricorrente della Fantascienza, dai fumetti di Brick Bradford ai romanzi e racconti di Murray Leinster, Jack Williamson, Philip K. Dick, Poul Anderson, Michael Moorcock e molti altri ancora.

Romanzi e racconti che immaginano possibilità diverse per l’evoluzione dell’uomo e della sua storia, di cui The Man in The High Castle di Dick (1962)4, che immagina un mondo in cui la seconda guerra mondiale è stata vinta dal Giappone e dalla Germania e gli Stati Uniti sono stati occupati e colonizzati per gran parte del loro territorio, costituisce ancora uno dei più validi esempi.

Mondi paralleli che assumono spesso il volto dell’ucronia e della distopia o anti-utopia come capita, soltanto per citarne ancora uno, nel mondo dominato dai vampiri, in cui Dracula ha sposato la regina Vittoria, del ciclo di romanzi e racconti di Kim Newman5. Ma in cui occorre intraveder la possibilità che, come aveva affermato Albert Einstein, in occasione della morte di un suo caro amico, “ciò che non è qui ora e adesso non è detto che non sia invece presente in un altro angolo dell’Universo”. Ovvero nel tempo e nello spazio o, se si preferisce, nello spazio-tempo intuito dallo steso ideatore della teoria della relatività.

Lasciamo per un momento da parte i sistemi stellari originali per occuparci più particolarmente della terra. La ricollegheremo fra poco a uno di essi, al nostro sistema solare, del quale fa parte e dal quale dipende il suo destino. Si capisce che nella nostra tesi l’uomo, così come gli animali e le cose, non ha uno specifico diritto all’infinito. Di per sé, egli non è che un essere effimero. È il globo di cui è figlio che lo rende partecipe della sua patente d’infinità nel tempo e nello spazio. Ognuno dei nostri sosia è figlio d’una terra sosia essa stessa della terra attuale. Noi facciamo parte del calco. La terra-sosia riproduce esattamente tutto ciò che si trova sulla nostra, e di conseguenza ogni individuo, con la sua famiglia, la sua casa, quando ne ha una, e tutti gli avvenimenti della sua vita. È un duplicato del nostro globo, contenente e contenuto. Non vi manca nulla6.

Ciò che anima lo scritto di Blanqui è, innazitutto, un materialismo inflessibile, in cui l’uomo, come tutti gli esseri viventi che lo circondano, deriva le sue caratteristiche da un ambiente dato e definito dalla materia e dalle sue infinite combinazioni che lo costituiscono, in tutte le loro possibili differenze e variazioni. Rilessione che gli fa aggiungere:

Supponiamo tuttavia alcune differenze che ne limitino l’accostamento a una semplice analogia. Si conteranno miliardi di terre di questo tipo prima di incontrare una somiglianza completa. Tutti questi globi avranno, come noi, terreni che digradano a terrazza, una flora, una fauna, dei mari, un’atmosfera, degli uomini. Ma la durata dei periodi geologici, la ripartizione delle acque, dei continenti, delle isole, delle razze animali e umane offriranno innumerevoli varietà. Andiamo avanti.
Una terra nasce, infine, con la nostra umanità, che dispiega le sue razze, le sue migrazioni, le sue lotte, i suoi imperi, le sue catastrofi. Tutte queste peripezie cambieranno i suoi destini, la getteranno su strade che non sono quelle del nostro globo. In ogni minuto in ogni secondo, migliaia di diverse direzioni si offrono a quel genere umano, che ne sceglie una e abbandona per sempre tutte le altre. Quanti scarti a destra o a sinistra modificano gli individui, modificano la storia! Ma non è ancora lì il nostro passato. Mettiamo da parte queste copie confuse. Non per questo non faranno la loro strada e non saranno dei mondi.
Ma alla fine ci arriviamo. Ecco un esemplare completo, cose e persone. Non un sasso, non un albero, non un ruscello, non un animale, non un uomo, non un incidente che non abbia trovato il suo posto e il suo momento nel duplicato. Si tratta d’una vera e propria terra-sosia… per lo meno fino a oggi. Perché domani gli avvenimenti e gli uomini proseguiranno il loro cammino. D’ora innanzi per noi è l’ignoto. Il futuro della nostra terra, così come il suo passato, cambierà strada milioni di volte. Il passato è un fatto compiuto; è il nostro passato. Il futuro si concluderà solo alla morte del globo. Da qui fino allora, ogni istante porterà la sua biforcazione, la strada che si prenderà e quella che si sarebbe potuta prendere. Qualunque sia, quella che dovrà completare l’esistenza propria del pianeta fino al suo ultimo giorno è già stata percorsa miliardi di volte. Non sarà che una copia impressa in anticipo dai secoli7.

Sono le scelte fatte dagli uomini, almeno sulla Terra che li riguarda, a determinare il loro destino. Definitiva affermazione dello spirito che animava Blanqui. Anche a costo di passare attraverso infinite sconfitte, carcerazioni e battaglie sanguinose.

Gli avvenimenti non creano da soli varianti umane. Quale uomo non si trova talvolta di fronte a due strade? Quella da cui egli si allontana gli procurerebbe una vita molto diversa, pur lasciandogli la medesima individualità. L’una conduce alla miseria, alla vergogna, alla schiavitù. L’altra portava alla gloria, alla libertà.
[…] Che si prenda una determinata strada a caso o per scelta, indifferentemente, non si sfugge alla fatalità. Ma la fatalità non trova appoggio nell’infinito, il quale ignora l’alternativa e ha posto per tutto. Esiste una terra dove un uomo segue la strada disdegnata dal suo sosia in un’altra. La sua esistenza si sdoppia, un globo per ciascuna, poi si biforca una seconda, una terza volta, migliaia di volte. Egli possiede così dei sosia completi e innumerevoli varianti di sosia, che moltiplicano e rappresentano sempre la sua persona, ma prendono solo dei frammenti del suo destino. Tutto ciò che si sarebbe potuto essere quaggiù lo si è in qualche altro luogo. Oltre alla propria intera esistenza, dalla nascita alla morte, che si vive su una moltitudine di terre, se ne vivono, su altre, diecimila edizioni differenti8.

L’enfermé, come lo aveva definito Gustave Geffroy, il primo autore di una biografia di Blanqui (L’enfermé, pubblicata in Francia nel 1897), aveva saputo, quindi, sollevarsi ben oltre le strette mura di una cella, ben oltre le condanne e le vicissitudini che lo avevano accompagnato per decenni, per librarsi, comunque libero di pensare e di immaginare, al di sopra dei limiti sociali, economici, fisici che sembravano limitare l’agire umano da tempi immemori. E tutto ciò non poteva certo dispiacere ad un autore come Valerio Evangelisti, non soltanto dal punto di vista scientifico e fantascientifico, ma anche filosofico e politico.

L’avventura o la ribellione, oppure la Rivoluzione e il cambiamento radicale sono resi possibili dai viaggi tra i mondi e le infinite possibilità sparse nell’Infinito e nel Tempo, sempre sorprendenti, ma sempre ferreamente definite da quei cento elementi fisico-chimici che, nel gioco ricombinatorio del Cosmo e della Natura, nell’opera di Blanqui rendevano possibile sia la varietà che l’uniformità degli universi o mondi paralleli.

Ecco allora che il “pensare cosmico” di Blanqui incrocia perfettamente la battaglia di Evangelisti per strappare l’immaginario alla sua colonizzazione da parte del capitale, per rifondarne un altro. Ovunque sia possibile. Una battaglia in cui spazio e tempo giocano un ruolo fondamentale, finendo spesso col coincidere come nello spazio-tempo della fisica successiva ad Einstein.

Tempo su cui oggi si gioca, nel tentativo di cancellare ogni memoria delle possibilità di cambiamento radicale che si son presentate agli uomini e alle loro strutture sociali nel corso della storia pregressa, soprattutto una partita fondamentale rappresentata dalla celebre affermazione sulla fine della storia di Francis Fukuyama. Affermazione arrogante e apodittica che nel negare la Storia finiva col negare non solo l’importanza e la presenza del passato per la comprensione dei problemi della società (e la loro possibile risoluzione sulla base di diverse prospettive e aspettative), ma anche il futuro. Riducendo tutto ad un eterno presente, immodificabile e in cui sono destinati a vigere perpetuandosi i valori della società liberale eretta dal dominio del capitale.

Ed ecco allora il perché della scelta di Valerio Evangelisti, proprio all’interno del ciclo di Eymerich, di non cogliere mai, nella tripartizione temporale di ogni romanzo, il momento attuale, il presente.
Nei romanzi gli avvenimenti si svolgono nel Medio Evo dell’inquisitore catalano, in un futuro sempre lontano, se non lontanissimo, e in un presente sempre rappresentato, però, per mezzo di uno scarto temporale che fa sì che l’azione non coincida con il tempo del lettore. Una sorta di presente parallelo e sfuggente, non inquadrabile in un ordine temporale e sociale definito una volta per tutte.

Un presente parallelo o anticipatorio che nega la solidità di quello “reale”, ancora determinato dal Capitale e dalle sue leggi e magari anche da un passato sanguinario e sanguinoso di sconfitte e illusioni, ma che non conferma affatto la stabilità e l’eternità dello stesso. Un presente fuggevole, quello reale, e insignificante rispetto a cui contano molto di più l’esperienza del passato, con i suoi crimini e le sue sconfitte, e le possibilità che si aprono ad ogni bivio per ogni uomo, donna o società in rivolta. Ci sarà sempre un nuovo inizio e una nuova partita da giocare, fino alla fine del globo su cui viviamo e da cui non possiamo separarci. Ed è proprio in questa prospettiva di superamento del miserabile presente che l’opera di Valerio Evangelisti e la visionarietà di Auguste Blanqui hanno finito col coincidere perfettamente.

E proprio quest’ultimo elemento può costituire un ulteriore motivo di interesse, nei confronti del trattato di “astronomia dell’immaginario politicato” appena ripubblicato da Adelphi, per i lettori delle opere dello scrittore bolognese scomparso da poco più di un anno.


  1. Per una più ampia ricostruzione della vita di Auguste Blanqui si rinvia a M. Dommaget, Blanqui, Erre emme edizioni, Roma 1990.  

  2. Per un primo sguardo antologico alle opere di Louis-Auguste Blanqui, si rinvia invece a L.A. Blanqui, Socialismo e azione rivoluzionaria, a cura di G.M. Bravo, Editori Riuniti, Roma 1969.  

  3. A. Blanqui, L’eternità viene dagli astri, Adelphi Edizioni, Milano 2023, Piccola Biblioteca 795, pp. 98-99.  

  4. P. K. Dick, La svastica sul sole, Science Fiction Book Club, Piacenza 1965.  

  5. K. Newman, Anno Dracula (1992), prima traduzione italiana Fanucci, Roma 1997; K. Newman, The Bloody Red Baron (1995), prima traduzione italiana come Il barone sanguinario, Fanucci, Roma 1998 e K. Newman, Dracula Cha Cha Cha (1998), prima traduzione italiana Urania n. 1538, Arnoldo Mondadori Editore, Milano settembre 2008.  

  6. A. Blanqui, op. cit., p. 74.  

  7. Ivi, pp. 75-76.  

  8. Ibidem, p. 77.  

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