Terza Internazionale – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 06 Feb 2026 21:00:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 A proposito di internazionalismo https://www.carmillaonline.com/2025/02/05/a-proposito-di-internazionalismo/ Wed, 05 Feb 2025 21:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=86703 di Sandro Moiso

Benedict Anderson, Anarchismo e immaginario anticoloniale, elèuthera 2024, pp. 446, 24,00 euro

Evviva la «zagaglia barbara» («Il Programma Comunista», 24 marzo 1961)

Mentre la centralità dell’ordine occidentale del mondo inizia a venir meno anche in quei settori, come quello ricollegabile allo sviluppo dell’AI, in cui si sentiva più sicuro e mentre la presidenza Trump 2.0 contribuisce a rendere più incerto il sistema delle alleanze che lo hanno garantito negli ultimi ottanta anni, la pubblicazione del testo di Bendict Anderson sulle origini dell’internazionalismo “rivoluzionario” attento ai popoli e alle nazioni estranee al contesto europeo e “biancocentrico” serve [...]]]> di Sandro Moiso

Benedict Anderson, Anarchismo e immaginario anticoloniale, elèuthera 2024, pp. 446, 24,00 euro

Evviva la «zagaglia barbara» («Il Programma Comunista», 24 marzo 1961)

Mentre la centralità dell’ordine occidentale del mondo inizia a venir meno anche in quei settori, come quello ricollegabile allo sviluppo dell’AI, in cui si sentiva più sicuro e mentre la presidenza Trump 2.0 contribuisce a rendere più incerto il sistema delle alleanze che lo hanno garantito negli ultimi ottanta anni, la pubblicazione del testo di Bendict Anderson sulle origini dell’internazionalismo “rivoluzionario” attento ai popoli e alle nazioni estranee al contesto europeo e “biancocentrico” serve da stimolo per una riflessione che, ancor troppo spesso, appare scontata nelle sue conclusioni.

Infatti, andando ad indagare un periodo in cui il socialismo era rappresentato dalle posizioni della Seconda Internazionale, la ricerca di Anderson rivela un’inaspettata e scarsamente studiata vicinanza tra le posizioni espresse dall’anarchismo e quelle proprie dei primi movimenti nazionalisti nati al di fuori del contesto europeo.

Un contesto in cui la Prima Internazionale o Associazione Internazionale dei lavoratori era nata e si era sviluppata a partire non soltanto dalla solidarietà tra i lavoratori dei vari paesi europei, ma anche da quella nei confronti degli insorti polacchi che proprio in quel periodo si battevano contro la repressione e il dominio zarista sulla loro nazione.

Non a caso un personaggio fortemente simbolico di quella stagione fu Giuseppe Garibaldi, l’”eroe dei due mondi”, guerrigliero e abile condottiero, ma scarsamente dotato dal punto di vista della visione e della capacità critica politica, così come lo ritenevano sia Marx che Engels. I quali, pur potendo essere considerati, insieme a Bakunin e altri esponenti dei movimenti politici dell’epoca come Giuseppe Mazzini, tra i “padri fondatori” di quella esperienza, sorta nel 1864 e destinata a concludersi nel 1876, ma già avviata alla sua fine a partire dall’espulsione di Michail Bakunin e di James Guillaume messa in atto al Congresso dell’Aja sulla base delle decisioni prese alla Conferenza di Londra nel 1871, ne furono contemporaneamente tra i maggiori promotori ed affossatori.

Nel 1889, sei anni dopo la scomparsa di Marx, sarebbe sorta una Seconda Internazionale sulle basi delle idee e delle pratiche socialiste espresse a partire dalla socialdemocrazia tedesca, già fortemente criticate dallo stesso filosofo di Treviri nella sua “critica al programma di Gotha”, scritta nel 1875, ma resa pubblica soltanto nel 1891.

Una seconda internazionale che avrebbe rivolto sempre e soltanto uno sguardo paternalistico, talvolta prossimo al razzismo, alle vicende dei popoli colonizzati e ai loro moti di rivolta. Una posizione che facendo propria, in chiave falsamente classista, il concetto del white man’s burden espresso da Rudyard Kipling in una sua poesia del 1899, spostava sulle spalle del proletariato bianco e occidentale e dei suoi partiti politici il fardello rappresentato dalla necessità di educare i popoli “altri”, ritenuti ancora incapaci di esprimere una propria critica teorica e pratica che, in questo caso davvero, ancora li affardellava.

Una posizione “educazionista” che più che in Marx, sempre attento alla novità rappresentate dalle lotte e dalle esigenze dei popoli posti fuori dai confini tradizionali dell’Europa e spesso schiavizzati per poter sostenere l’ineguale sviluppo economico su cui si era fondata la rivoluzione industriale e la nascita del moderno capitalismo1, aveva tratto spunto dalle considerazioni talvolta liquidatorie con cui il suo sodale Friedrich Engels aveva guardato ai popoli slavi e a tutti quelli che egli riteneva “popoli senza storia”2.

Una posizione che è possibile riscontrare ancora oggi in molte delle posizioni espresse a proposito della lotta del popolo palestinese e che, ammantandosi di classismo di maniera e ultra-sinistrismo, nei fatti nega ciò che invece costituì uno dei punti basilari della politica della Terza Internazionale o Internazionale Comunista: il diritto all’autodeterminazione dei popoli e il tentativo di integrare nella lotta del proletariato internazionale le lotte venutesi a determinare sulla base del primo, senza stravolgerne forme e contenuti specifici (Congresso di Baku – settembre 1920).

Benedict Anderson (1936-2015) è stato uno storico che ha saputo coniugare perfettamente la disciplina che ha insegnato lungamente alla Cornell University, International Studies e Storia dell’Asia orientale, con l’antropologia e ibridare la storia politica con la storia delle idee, cosa che lo ha spinto a studiare come si formi l’immaginario nazionalista e a perlustrarne le complesse vicende. Così, come afferma Stefano Boni nella sua prefazione all’edizione italiana di Anarchismo e immaginario anticoloniale:

Anderson tendeva a osservare i fenomeni non partendo dalle prospettive dominanti, spesso quelle emerse nel Nord Atlantico, ma perlustrando appieno le conseguenze della critica anticoloniale: il posizionamento prospettico a fianco dei colonizzati gli permetteva non solo di denunciare la violenza dell’occupazione europea ma anche di individuare i presupposti epistemologici del colonialismo, per scardinarli. […] La sua sensibilita e le sue conoscenze gli permettevano – e questo è forse il lascito piu importante di Anderson – di mettere in discussione assiomi eurocentrici, come l’origine propulsiva del nazionalismo nel vecchio continente, per dare spazio invece a voci neglette e soppresse3.

L’opera più conosciuta di Anderson è sicuramente Imagined Communities. Reflections on the Origin and Spread of Nationalism, pubblicato per la prima volta nel 1983 e ripubblicato in una versione più ampia nel 1991. Comunità immaginate è uscito in italiano nel 1996 ed è un testo che insiste sulla comunità e il suo immaginario come premessa della nascita stessa della nazione e del nazionalismo. Comunità è un termine che, come viene spiegato dall’autore, può anche tradursi nel corso del tempo in nazione, ma, se e quando accade, è per effetto di una serie di passaggi successivi, poiché nella “comunità immaginata” è implicita l’idea che il passaggio da una comunità immaginata a una comunità “istituzionalizzata”, cioè alla nazione, si venga costruendo, nel corso del tempo, con una serie di processi legati all’accelerarsi della comunicazione tra i soggetti appartenenti alla comunità (viaggi, stampa, mercati).

Per l’autore tale processo avvenne prima fuori dall’Europa e non all’interno della stessa come tanta storiografia continua a sostenere. La prima idea di “nazione” fu quella che si formò tra i pionieri creoli delle colonie europee del continente americano: che furono i primi sostenitori di una patria nazionale in conflitto con la madrepatria, con la quale, paradossalmente, condividevano sia la lingua che la religione.

È solo dopo questa prima esperienza che nascono, nei primi decenni dell’Ottocento, i nazionalismi europei, che avrebbero avuto come base le lingue nazionali e che si costruirono con la formazione di una burocrazia di funzionari. Dando vita a una comunità, non più fondata su fattori dinastici, ma sulla borghesia in quanto classe che aveva bisogno per le sue attività produttive di una “nazione”, con territorio e lingua comuni e ben delimitati ai fini dello sviluppo di leggi condivise e mercati “protetti”.

Un modello che tornerà, poi ancora, ad essere riportato nelle colonie attraverso gli stati coloniali, soprattutto in Asia e Africa, per il tramite della formazione e del mantenimento di rigide burocrazie e di una istruzione in grado di dare ai colonizzati una medesima lingua, spesso straniera, che avrebbe poi spinto questi a ritrovare le proprie radici originarie, linguistiche e culturali.

Benedict Anderson era contrario ad una visione eurocentrica della storia e a una tradizione che ignorava l’aspetto emozionale del nazionalismo. Il termine che fa la differenza nella sua opera è, come si è già detto, immaginate, un termine che secondo Anderson evoca emozione, appartenenza e che può far comprendere la mobilitazione per la “patria” cui si aspira. Una scelta spiazzante, che rovescia lo sguardo storico (e geografico!) tradizionale e fa dell’autore un maestro e un anticipatore di tante problematiche odierne.

Nello specifico del testo ora pubblicato da elèuthera occorre ricordare non solo che l’autore focalizza il suo interesse su quanto avvenne in Indonesia e nelle Filippine a cavallo tra XIX e XX secolo, ma anche sulla funzione che gli ideali anarchici ebbero nello spingere avanti le rivendicazioni politiche anticoloniali, oltre i limiti di un marxismo, di cui si è già detto, incapace di comprendere sia l’aspetto emozionale di tale genere di lotte che il risvolto necessariamente antimperialistico e non eurocentrico delle stesse.

Anarchismo e immaginario anticoloniale riprende una visione decentrata della storia, focalizzata sulla prospettiva dei colonizzati, aggiungendo un nuovo cruciale elemento: gli scambi tra i vari movimenti anticoloniali e tra questi e gli ambienti politici radicali europei. Si tratta di relazioni intellettuali, di sostegno economico e militare, di consigli strategici su come sottrarsi al giogo imperiale per inaugurare una nazione sovrana. Idee e persone circolano; si attivano coordinamenti e circuiti internazionali di mutuo aiuto che collegano lotte distanti in un sodalizio cosmopolita[…] La narrazione conseguentemente si snoda tra Madrid, Parigi e Londra, ma anche tra Cuba e Rio de Janeiro a ovest, e tra Giappone, Hong Kong, Singapore e Manila a est. I filippini guardavano con particolare interesse alle vicende cubane: nel 1895, l’inizio dell’ultima guerra di indipendenza latinoamericana per liberarsi del morente impero spagnolo annuncia infatti la prima insurrezione armata nazionalista in Asia, quella filippina del 18964.

Sulla copertina della prima edizione inglese (2005) del testo erano affiancate tre bandiere: quella delle lotte di indipendenza cubana (bandiera che diventerà quella nazionale), quella del Katipunan (l’organizzazione segreta anticoloniale filippina del 1894) e il vessillo anarchico e, non a caso, il titolo recitava Under Three Flags, Anarchists and the Anticolonial Imagination.

L’attrazione tra nazionalismo e anarchismo, orientamenti accomunati da una tensione per la
libertà sebbene per molti versi antitetici, in particolare per ciò che concerne la riduzione della comunità politica allo Stato, raggiunse il suo apice nel periodo delle lotte anticoloniali. Nonostante Anderson abbia simpatie marxiste, riconosce appieno l’apporto del movimento anarchico che «alla fine del diciannovesimo secolo divenne il principale veicolo per diffondere su scala globale la lotta al capitalismo industriale, all’autocrazia, al latifondismo e all’imperialismo»5.

Mentre le organizzazioni socialiste focalizzavano la loro attenzione sul proletariato industriale delle metropoli, la rete delle organizzazioni anarchiche agì con maggiore eclettismo interagendo con contadini, manovali agricoli, commercianti, artisti e artigiani. Con una flessibilità che rappresentò un indubbio vantaggio inclusivo, soprattutto in aree a bassa industrializzazione, come nelle colonie. Così un «anarchismo ormai globalizzato, grazie anche alle importanti ondate migratorie che fuoriuscivano dal vecchio continente, contribuì a offrire strumenti pratici e teorici alle lotte anticoloniali.»6 Come afferma l’autore nell’introduzione al testo:

Questo libro è un esperimento che prende le mosse in quell’ambito che Melville avrebbe definito «astronomia politica», poiché prova a tracciare una mappa della forza gravitazionale esercitata dall’anarchismo sui movimenti nazionalisti militanti sviluppatisi ai poli opposti del globo.[…] sebbene l’anarchismo avesse spesso attinto al torreggiante edificio del pensiero marxista, in un’epoca in cui l’emersione di un proletariato industriale, inteso in senso stretto, si limitava essenzialmente ai paesi dell’Europa del Nord, il movimento anarchico mirava a coinvolgere anche contadini e lavoratori agricoli. […] Per di piu, ostile quanto il marxismo all’imperialismo, l’anarchismo non nutriva pregiudizi teoretici nei confronti dei «piccoli» e «astorici» nazionalismi, inclusi quelli provenienti dal mondo coloniale. Gli anarchici furono, infine, piu rapidi a cogliere le potenzialità insite negli importanti flussi migratori transoceanici dell’epoca: Malatesta trascorse quattro anni a Buenos Aires, qualcosa di inconcepibile per Marx o Engels che non lasciarono mai l’Europa occidentale, e il Primo Maggio celebra la memoria dei migranti anarchici, e non marxisti, che furono giustiziati negli Stati Uniti nel 18877.

Per certi versi soltanto Lenin avrebbe saputo accogliere nella sua interpretazione del marxismo molti di questi elementi, ma per farlo avrebbe dovuto rompere radicalmente con la tradizione della Seconda internazionale, così come si è già detto all’inizio. Aprendo però una strada che sarebbe stata più significativa per la liberazione dell’Asia dal giogo coloniale che non per la classe operaia occidentale da quello del capitale.

Un libro quello di Anderson da leggere e meditare, ripercorrendo anche con un senso di stupore le vicende collettive e quelle personali di movimenti e personaggi che troppo spesso la tradizione eurocentrica della sinistra ha cancellato, insieme a quelle dei rivoluzionari asiatici che animano le pagine di un altro bel testo sulle rivoluzioni “altre”, Asia ribelle di Tim Harper (qui). Due testi, comunque, indispensabili per orientarsi ancora oggi tra le nebbie e le distorsioni di troppo facili interpretazioni del divenire storico e del ruolo dei rivoluzionari.


  1. Oltre che agli scritti più conosciuti dello stesso Marx sul colonialismo inglese in India e in Cina, si fa qui riferimento a: E. Cinnella, L’altro Marx. Una biografia, Della Porta Editori, Pisa- Cagliari 2014; K. Marx, Quaderni antropologici. Appunti da L.H. Morgan e H.S. Maine, Edizioni Unicopli, Milano 2009: H. Jaffe, Marx e il colonialismo, Edizioni Jaca Book, Milano 1977 e P.P. Poggio, Marx, Engels e la rivoluzione russa, «quaderni di Movimento operaio e socialista» n.1, Genova, luglio 1974.  

  2. Si veda: R. Rosdolsky, Friedrich Engels e il problema dei popoli «senza storia». La questione nazionale nella rivoluzione del 1848-49 secondo la visione della «Neue reinische zeitung», graphos edizioni, Genova 2005.  

  3. S. Boni, Prefazione a B. Anderson, Anarchismo e immaginario anticoloniale, elèuthera 2024, pp. 7-8.  

  4. S. Boni, cit. in B. Anderson, op.cit., p. 11.  

  5. Ibidem, p. 12.  

  6. ivi, p. 13.  

  7. B. Anderson, op.cit., pp. 20-21.  

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Classe universale o identitarismo nazionalistico? https://www.carmillaonline.com/2021/12/01/classe-universale-o-identitarismo-nazionalistico/ Wed, 01 Dec 2021 21:00:37 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69350 di Sandro Moiso

Calusca City Lights e radiocane.info (a cura di), RIOT! George Floyd Rebellion 2020. Fatti, testimonianze, riflessioni, Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 256, 17,00 euro

L’ultima fatica saggistica degli infaticabili compagni della Calusca City Light e delle Edizioni Colibrì di Renato Varani tocca, come al solito, un tema non soltanto d’attualità ma anche scottante, soprattutto se si considera l’assoluzione avvenuta, pochi giorni or sono, del diciottenne Kyle Rittenhouse, accusato di aver ucciso con il proprio fucile due manifestanti antirazzisti e averne ferito un terzo, a Kenosha (Wisconsin, USA), durante [...]]]> di Sandro Moiso

Calusca City Lights e radiocane.info (a cura di), RIOT! George Floyd Rebellion 2020. Fatti, testimonianze, riflessioni, Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 256, 17,00 euro

L’ultima fatica saggistica degli infaticabili compagni della Calusca City Light e delle Edizioni Colibrì di Renato Varani tocca, come al solito, un tema non soltanto d’attualità ma anche scottante, soprattutto se si considera l’assoluzione avvenuta, pochi giorni or sono, del diciottenne Kyle Rittenhouse, accusato di aver ucciso con il proprio fucile due manifestanti antirazzisti e averne ferito un terzo, a Kenosha (Wisconsin, USA), durante le proteste dell’estate del 2020 avvenute a seguito del grave ferimento del giovane afroamericano Jacob Blake, a cui la polizia aveva sparato nella stessa città, e che è ora paralizzato dalla vita in giù.

L’episodio si inserisce infatti nel clima venutosi a creare nell’America, all’epoca ancora trumpiana, infiammata dall’uccisione di George Perry Floyd, avvenuta il 25 maggio 2020 nella città di Minneapolis, in Minnesota, e dall’estendersi dell’epidemia da Covid -19 e dei contraddittori provvedimenti presi all’epoca dal governo in carica. Se, infatti, le proteste, sfociate spesso in vere e proprie rivolte urbane, avevano preso soprattutto avvio dal riproporsi in forme sempre più violente dell’oppressione razziale, è pur sempre vero che altre proteste, quasi sempre armate, si diffusero a partire da una middle class bianca delusa nelle sue aspettative di benessere e continuità dei privilegi economico-sociali cui un lungo trend imperialistico della Land of the Free l’aveva abituata per gran parte della seconda metà del secolo precedente.

Middle class spesso associabile ad una working class bianca che, negli ultimi decenni, ha visto scomparire posti di lavoro, sicurezza economica e la forte riduzione dei livelli salariali precedenti e delle forme di previdenza, per quanto anche quest’ultime legate alle forme dell’assicurazione privata. Una penetrazione finanziaria che ha scosso in profondità le certezze di settori sociali che si ritenevano precedentemente capaci di affrontare, con un certo margine di tranquillità, anche i momenti di difficoltà. E che a partire dalla crisi dei mutui subprime del 2008 ha dovuto fare i conti con scenari assolutamente imprevedibili per quello che a torto o ragione riteneva ancora lo standard dell’American Way of Life (soprattutto bianco).

La raccolta di saggi contenuta in Riot! affronta i problemi posti dalle rivolte americane del 2020 in una prospettiva molto ampia che, pur mantenendolo al centro dell’analisi come è giusto che sia, travalica i limiti discorsivi e politici del fin troppo abusato tema della rivolta razziale o antirazzista.
In quei mesi, negli Stati Uniti, sono venuti alla luce non solo i limiti della “democrazia bianca” statunitense, come il risultato del processo di cui si parlava all’inizio ha dimostrato in questi giorni semmai ce ne fosse ancora bisogno, ma anche i limiti di un’impostazione politica che non cogliendo gli aspetti essenziali del fascismo non riesce nemmeno a cogliere gli evidenti segni del fallimento e/o decadimento dell’ideale democratico borghese, così caro ai più che moderati teorici del politically correct.

Da questo punto di vista appare centrale, almeno per chi qui scrive, il saggio di Paul Mattick Jr., tratto da «The Brooklyn Rail» dell’8 novembre 20081, che, dando per inteso che la vera caratteristica dei regimi fascisti del passato fosse quella di fondarsi su un massiccio intervento statale nell’economia e su una ferrea organizzazione della vita sociale, afferma che:

la presidenza di Donald Trump non ha rappresentato, come molti temevano, l’avvento del fascismo negli Stati Uniti.
Trump non era interessato a costruire uno Stato forte o a preparare l’America a svolgere un ruolo imperialistico dinamico negli affari mondiali, né a mobilitare il patriottismo e il razzismo per schiacciare la classe operaia a beneficio della crescita economica. Lungi dal costituire una forza paramilitare di massa, si è accontentato di ispirare patetiche «milizie» – molto più avvezze alle birrerie che ai golpe […] In effetti, la sua amministrazione si è mossa nella direzione opposta rispetto alla crescita del controllo statale tipica del fascismo […] La stagnazione economica non ha spinto a realizzare investimenti per creare posti di lavoro, ma a effettuare semplici iniezioni di fondi nei circuiti della speculazione finanziaria.
Esultando per il trionfo della democrazia americana, «The New York Times», come tanti altri giornali americani, ha celebrato la promessa di Joe Biden di «ripristinare la normalità politica e uno spirito di unità nazionale per far fronte alle violente crisi sanitarie ed economiche». Non vale la pena di sottolineare che è stata proprio la normalità a produrre queste crisi e che l’unità nazionale può significare soltanto la subordinazione degli interssi di alcune persone a quelli di altre. […] E poiché l’approfondimento della crisi economica, esacerbata dalla pandemia, è soprattutto il prodotto del normale funzionamento del capitalismo come sistema, l’unico rimedio a questa crisi consiste nel deprimere ulteriormente il tenore di vita dei lavoratori di tutto il mondo […] favorendo una ulteriore concentrazione della proprietà del capitale nelle mani di un numero ancora minore di aziende. […]
Un’economia stagnante, con meno risorse da dividere tra quanti fanno parte dell’1% e tutti gli altri, significa che l’auspicata coalizione popolare per la socialdemocrazia è un sogno altrettanto chimerico che quello dei contadini nordamericani, espresso nel loro sostegno a Trump, che l’ininterrotta concentrazione dell’agricoltura, insieme col rapido degrado ambientale, possa essere frenata dai vecchi valori comunitari dei piccoli imprenditori bianchi2.

Fermiamoci qui, per ora, anche se più avanti riprenderemo ancora il saggio di Mattick, soltanto per mettere in evidenza come le proteste dell’estate del 2020, se lasciate sole e indirizzate alle rivendicazioni di maggior democrazia e antirazziste, non potessero portare ad altro che alla vittoria elettorale del candidato democratico. Quel Joe Biden che, riprendendo Mattick, non «intende ridurre le risorse della polizia, che senza alcun ritegno continua a uccidere, picchiare e incarcerare i cittadini. Già campioni dell’incarcerazione di massa, il nuovo presidente e la sua compare ex assistente procuratore sono profondamente consapevoli della necessità che la polizia e le carceri mantengano l’ordine sociale, particolarmente in un momento di crescenti difficoltà economiche»3.

Ecco allora che, tralasciando al momento la disamina dei tanti altri saggi contenuti nel testo curato da Calusca City Lights, sarebbe molto utile affiancare alla lettura degli stessi la visione del film Judas and the Black Messiah, diretto e prodotto da Shaka King che ha anche scritto la sceneggiatura insieme a Will Berson, in cui si parla del tradimento operato nei confronti di Fred Hampton, quando questi era il leader della sezione di Chicago del Black Panther Party, da parte di un altro afro-americano, William O’Neal, all’epoca informatore del Federal Bureau of Investigation, da cui era stato incastrato per il furto di una o più automobili.

Fredrick Allen Hampton (30 agosto 1948 – 4 dicembre 1969), nonostante la giovane età, era anche il vicepresidente della stessa organizzazione in cui rappresentava la componente più apertamente marxista. Proprio per questo motivo, e il film lo chiarisce perfettamente, egli operò per l’unità di tutti gli oppressi, al di là delle caratteristiche etniche e razziali. Cercò, per questo motivo, di creare un collegamento con le organizzazioni portoricane e di altre etnie e giunse anche a frequentare le riunioni dei “poveri bianchi” organizzati intorno ad associazioni di destra e razziste, nel tentativo di chiarire chi fosse il vero nemico contro cui lottare: il capitalismo statunitense ed internazionale.

In un primo tempo, nonostante le difficoltà iniziali, il tentativo riuscì e ciò lo spinse a profetizzare ai suoi compagni che quello sarebbe stato il vero motivo per cui sarebbe stato ucciso dagli agenti delle forze dell’ordine, locali e federali. Profezia fin troppo facile vista la furia con cui fu portata a termine la sua esecuzione, intorno alle 5 del mattino del 4 dicembre 1969.
Fred Hampton fu infatti ucciso con due colpi alla testa sparatigli da un agente, dopo l’irruzione nella casa in cui alloggiava e in cui dormiva acanto alla sua compagna, all’epoca incinta di nove mesi.

Era qui assolutamente necessario ricordare tali avvenimenti, non solo per ricordare ai lettori un film prodotto con la benedizione della famiglia Hampton, premiato al Sundance Film Festival il 1° febbraio 2021 e candidato nello stesso anno a sei premi Oscar, ma soprattutto per riportare alla memoria che se la questione razziale, sia in America che altrove, diventa una pura questione identitaria o di “giustizia”, si rischia di perdere di vista il fatto che questa è, prima di tutto, una questione di classe, e che soltanto in questo ambito potrà essere definitivamente risolta.

Se è vero infatti, e i saggi contenuti in Riot! lo dimostrano, che nelle proteste americane dell’estate di Floyd si son visti uniti giovani bianchi e afroamericani, latinos e di altre etnie, è anche vero che, soprattutto oggi nell’era post-Obamiana, non saper cogliere il fatto che il semplice identitarismo “del colore”, in un contesto in cui una parte, anche se piccola, di afro-americani fa ormai parte dell’establishment e della medio-alta borghesia statunitense, potrebbe rivelarsi un errore politico-ideologico utile soltanto a dividere ancor più un proletariato già sufficientemente frammentato e ancora troppo spesso nemico di se stesso al proprio interno.
Una replica, ancor più drammatica per le sue conseguenze sociali e conflittuali, di ciò che il movimento hollywoodiano Me Too ha effettivamente rappresentato nel voler conglobare intorno ad un unico fattore la questione femminile, dimenticando oppure volontariamente rimuovendo le enormi contraddizioni di classe che pure sussistono al suo interno.

L’assurdità di un’impostazione puramente identitaria e nazionalistica si manifestò pienamente, anche se questo travalica i limiti cronologici dei saggi contenuti nel testo, nel 1928 quando, nel corso del VI congresso di un’Internazionale Comunista in via di definitiva stalinizzazione, furono adottate le tesi proposte da Haywood e Charles Nasanov, del PCUSA, che sostenevano che i neri negli Stati Uniti erano un gruppo nazionale separato e che gli agricoltori neri nel sud erano una forza rivoluzionaria incipiente, a causa del loro essere oppressi dal sottosviluppo economico e dalla segregazione.

Nonostante questa teoria dividesse il partito americano, compresi i comunisti afroamericani – notevoli oppositori includevano il fratello di Haywood, Otto Hall, che riteneva che in tal modo si ignorassero le differenze di classe nella comunità nera e non che tale risoluzione non fosse appropriato per le condizioni americane, e James W. Ford, che credeva che il dibattito teorico sul fatto che i neri costituissero una nazione distinta era una distrazione dalla costruzione dell’appartenenza nera – il Comintern ordinò al partito di insistere sulla richiesta di una nazione separata per i neri all’interno di una fascia di contee con una popolazione a maggioranza nera che si estendeva dalla Virginia orientale e dalle Carolinas attraverso la Georgia centrale, l’Alabama, le regioni del delta del Mississippi e della Louisiana e di alcune zone del Texas. Questa linea politica, però, non trovò mai ampio sostegno tra gli stessi afroamericani, né nel nord urbano né nel sud, poiché avevano problemi più immediati e urgenti e il PCUSA aveva pochi punti d’appoggio tra gli stessi e in quelle aree.

Quella linea sostanzialmente ancora ghettizzante, ovvero quella dell’autodeterminazione nazionale degli afroamericani da delimitare in rigidi confini geografici, non ebbe mai molto peso ed oggi riposa come un relitto sul fondo del mare delle lotte che si sarebbero sviluppate in seguito, sia livello di diritti civili che di lotta di classe. Mentre furono invece le rivolte dei ghetti e delle città degli anni ’60 a risolvere parzialmente, ma in maniera dialetticamente efficace, la questione. Proprio a queste esperienze e ai giudizi che su di esse ebbe modo di dare gran parte della sinistra rivoluzionaria e antistalinista dell’epoca è dedicata la terza ed ultima parte della ricerca, intitolata Lo sguardo telescopico sul movimento del proletariato nero statunitense negli anni ’60. Una scelta di testi che rende ancor più indispensabile la lettura di un testo collettaneo già di per sé sicuramente utile e stimolante.

Lo dimostra, a solo titolo di esempio, un articolo tratto dalla prima pagina di «il programma comunista», n. 15 del 10 settembre 1965, riferito alla rivolta di Watts, avvenuta tra l’11 e il 16 agosto di quello stesso anno:

Prima che, passata la buriana della «rivolta negra» in California, il conformismo internazionale seppellisse il fatto «increscioso» sotto una spessa coltre di silenzio; quando ancora i borghesi «illuminati» cercavano ansiosamente di scoprire le «misteriose» cause che avevano inceppato laggiù il «pacifico e regolare» funzionamento del meccanismo democratico, qualche osservatore delle due sponde dell’Atlantico si consolò ricordando che, dopo t utto, le esplosioni di violenza collettiva degli uomini «di colore» non sono una novità in America, e che, per esempio, una altrettanto grave si verificò – senza seguito – a Detroit nel 1943.
Ma qualcosa di profondamente nuovo c’è stato, in questo fiammeggiante episodio di collera non solo vagamente popolare, ma proletaria, per chi l’abbia seguita non con fredda obiettività, ma con passione e speranza.
[…] La novità – per la storia delle lotte di emancipazione dei salariati e dei sottosalariati negri, non certo per la storia delle lotte di classe in generale – è la quasi puntuale coincidenza fra la pomposa e retorica promulgazione presidenziale dei diritti politici e civili, e lo scoppio di un’anonima collettiva, «incivile» furia sovvertitrice da parte dei «beneficati» dal «magnanimo» gesto; fra l’ennesimo tentativo di allettare lo schiavo martoriato con una misera carota, che non costava nulla, e l’istintivo, immediato rifiuto di questo schiavo di lasciarsi bendare gli occhi e curvare nuovamente la schiena.
Rudemente, non istruiti da nessuno -non dai loro leader […]; non dal «comunismo» di marca URSS che, come si è fatta premura di ricordare subito «l’Unità», respinge e condanna le violenze -, ma ammaestrati dalla dura lezione dei fatti della vita sociale, i negri di California hanno gridato al mondo, senza averne coscienza teorica, senza aver bisogna di esprimerla in un linguaggio articolato, ma dichiarandola col braccio e nell’azione, la semplice terribile verità che l’uguaglianza civile e politica non è nulla, finché vige la disuguaglianza economica, e che da questa si esce non attraverso leggi, decreti, prediche ed omelie, ma rovesciando con la forza le basi di una società divisa in classi. E’ questa brutale lacerazione del tessuto di finzioni giuridiche ed ipocrisie democratiche che ha sconcertato e non poteva non sconcertare i borghesi; è essa che ha riempito e non poteva non riempire di entusiasmo noi marxisti; è essa che deve far meditare i proletari assopiti nella falsa bambagia delle metropoli del capitalismo storicamente nato in pelle bianca4.

Come sottolineano in nota i curatori, Amadeo Bordiga, autore dell’articolo, non avrebbe più ripreso esplicitamente questa intuizione, che sarebbe stata completamente abbandonata in seguito dalle organizzazioni richiamantesi alla Sinistra Italiana, ma che, in compenso, la rivolta di Detroit del 1967 avrebbe invece pienamente confermato (qui e qui). Sarebbe poi stato Jacques Camatte, uscito dal Partito Comunista Internazionale – Programma Comunista nel 1966, a riprendere e approfondire la questione posta dall’articolo di Bordiga.

Affermando, a proposito del movimento del Maggio francese del 1968, che questo era «indietro rispetto al movimento proletario nero negli USA. In seno a quest’ultimo certuni elementi hanno compreso la necessità di respingere una volta per sempre la democrazia»5. Ancora nello stesso testo Camatte aveva affermato:

negli Stati Uniti dopo il 1963 si sviluppa un potente movimento nero che dichiara, attualmente, che il fine del movimento non è l’emancipazione del nero, ma quella dell’Uomo, che la società che esso desidera si “avvicina” a quella che Marx descrive sotto il nome di società senza classi. Per questo il movimento del Maggio-Giugno 1968 rappresenta lo straripare di un fenomeno dapprima limitato agli Stati Uniti dove il movimento ha già raggiunto un livello teorico che lo colloca in primo piano e che farà sì che sarà un elemento determinante della riunificazione della classe su scala mondiale6.

Mentre in un altro testo successivo può concludere che: «Il dato immediatamente più importante era che si aveva a che fare con un movimento rivoluzionario che non poneva una determinazione classista, che quindi esprimeva bene l’esigenza indicata in Origine e funzione della forma partito (qui): una rivoluzione a titolo umano»7. E poi a proposito delle lotte di liberazione nazionale avvenute in Africa nel corso degli anni ’60 e delle loro conseguenze politiche:

fummo portati a riconoscere che la lotta delle razze si rivelava talvolta molto più rivoluzionaria della lotta delle classi […] Inoltre non era possibile restare insensibili all’aspetto puramente umano della cosa: la fine di un assoggettamento; l’affermazione di una dignità umana acquisita grazie all’indipendenza e alla scoperta di un’umanità che era stata schernita, negata per secoli. […] Il movimento di liberazione fu molto importante per i neri che nel 1960 acquistarono l’indipendenza; certamente si trattò dell’emancipazione del nero e non dell’uomo, ma ciò ebbe notevoli conseguenze per esempio sul movimento rivoluzionario dei neri statunitensi […] L’essenziale è però che gli algerini, i neri, ecc. non siano più ridotti ad uno stadio peggiore di quello delle bestie8.

Ancora nel suo scritto Il KAPD e il movimento proletario (1971), Camatte sarebbe tornato a sottolineare il tema della «classe universale»: «La dissoluzione della società è ormai in atto negli Stati Uniti. L’unità del proletariato come classe universale non può rendersi manifesta che attraverso una lotta tenace, decisa, senza compromessi, contro il capitale e in un certo senso attraverso una lotta in seno alla classe universale stessa. Non si tratta di rivendicare la ristrutturazione del proletariato nella sua classica figura il che equivarrebbe a voler restaurare il passato come hanno compreso certi rivoluzionari neri americani (Boggs9 per esempio)»10. Questione già ribadita, in qualche modo, in un altro scritto del 1969:

Nelle azioni del proletariato nero degli USA possiamo vedere all’opera questa comunità d’azione non precostituita, spontaneamente strutturata sulla base di un vitale bisogno di superamento e di festa, e sulla immediata consapevolezza dell’identità di obbiettivi: l’unificazione , in una parola, del movimento reale della classe. Assistiamo, cioè, al prodursi di quelle condizioni che già Marx, all’epoca del formarsi della Prima Internazionale, aveva colto come momenti cruciali nella formazione del partito comunista mondiale, prodotto storico necessario delle contraddizioni della società del capitale. Il momento più importante di questa manifestazione del comunismo nella prassi è costituito dal superamento della democrazia, vale a dire dal rifiuto del proletariato – quando esso giunge a porre in primo piano le proprie necessità reali – di accettare una qualunque divisione fra decisione e azione, […] su cui si è fondato il meccanismo di rappresentanza democratico-dispotica nell’ambito della vecchia arte di organizzare la società, cioè della politica. […] Questa è l’essenza non stravolgibile di tutto cò che la rivoluzione ha affermato, a partire dalle metropoli del «capitalismo più avanzato»11.

Nonostante non si possano citare tutti gli altri saggi, attuali e passati, presenti nel testo edito da Colibrì, val la pena di citare ancora un breve passaggio, tratto da uno scritto di Guy Debord:

Gli abbozzi di nazionalismo nero, separatista o filo-africano, sono solo sogni incapaci di risponder all’oppressione reale. I neri americani non hanno patria, sono in America a casa propria e alienati, come gli altri americani, ma sanno di esserlo. Così non sono il settore arretrato della società americana, ma il suo settore più avanzato. Sono il negativo dell’opera. «E’ il lato cattivo a produrre il movimento che fa la storia determinando la lotta» (Karl Marx, Miseria della filosofia)12

E’ evidente la distanza, oggi assolutamente incolmabile, tra queste chiarissime riflessioni e ipotesi rivoluzionarie e la trappola democratica e politcally correct che con qualche usurato diritto e la rimozione di alcune statue e titoli di film o romanzi vorrebbe accontentare una fame di comunità e uguaglianza reale che, invece, rimarrà insaziabile fino a quando non saranno abbattute le basi della società capitalista divisa in classi. Così come sembra volerci ricordare Paul Mattick Jr. a conclusione dell’articolo già precedentemente citato:

La reazione collettiva all’assassinio di George Floyd ha dimostrato che a volte il vaso è troppo pieno, che basta un’altra goccia per farlo traboccare. Avendo visto che questa reazione potente e magnifica aveva prodotto poco più che un aumento nella rappresentazione dei neri nella pubblicità, la gente si è comprensibilmente stancata degli scontri quotidiani con la polizia; e in molti hanno sperato che un paio di politici facessero qualcosa di significativo per tutti noi. Di fronte a questo ulteriore fallimento, saremo costretti ancora una volta ad affrontare il vero problema: non un temporaneo allontanamento dalla norma americana, da correggere con un ritorno a qualche passato immaginario, ma la natura sociale della nostra stessa realtà sociale presente13.

Soltanto due cose sono ancora da segnalare, prima di chiudere la recensione di un testo vulcanico e profondo. La prima è la ricchezza di dati e di immagini che accompagna tutto il testo con schede e ampie cronologie degli avvenimenti. La seconda è l’uso della parola «negro» in tanti testi, anche del movimento anarchico, degli anni ’60. Forse, verrebbe da dire, meglio l’uso di quel termine che indica il nemico dell’ordine esistente e delle sue leggi e della sua morale che il tentativo di addolcire il presente, oltre che la storia, e suoi frutti, nel tentativo di addormentare la coscienza profonda di chi, comunque, è costretto a portarne le stimmate sulla propria pelle, attraverso la semplice rimozione di un aggettivo.


  1. Paul Mattick Jr., Happy Days ora in: Riot! (a cura di Calusca City Lights e radiocane.info), Edizioni Colibrì, Milano 2021, pp. 137-141  

  2. P. Mattick Jr., op. cit., pp. 137-139  

  3. Ibidem, p. 140  

  4. La collera «negra» ha fatto tremare i fradici pilastri della «civiltà» borghese e democratica, «il programma comunista», n. 15 del 10 settembre 1965, p.1, ora in Riot!, op. cit., pp.187-188  

  5. J. Camatte, Maggio-Giugno 1968: teoria e azione (1968) ora in J. Camatte, Verso la comunità umana. Scritti dal 1968 al 1977, (a cura di Pier Paolo Poggio), Cooperativa Edizioni Jaca Book, Milano 1978, pp. 109-116. cit. in Riot!, op. cit. p.242  

  6. J. Camatte, op.cit., ora in Riot!, pp. 241-242  

  7. J. Camatte, Verso la comunità umana (1976), ora in J. Camatte, Verso la comunità umana, op.cit., pp. 1-41, cit.in Riot!, p.241  

  8. J. Camatte, Verso la comunità umana, op. cit., ora in Riot!, p.242  

  9. James Boggs (1919-1993) operaio della Ford e attivista politico, è stato autore del prezioso Pagine dal block-notes di un lavoratore negro. La rivoluzione americana, edito in Italia da Jaca Book nel 1968  

  10. J. Camatte, Il KAPD e il movimento proletario (1971) ora in J. Camatte, Verso la comunità umana, op. cit., pp. 239-309, cit. in Riot!, p. 243  

  11. J. Camatte, Transizione (1969) cit. in Riot!, p. 243  

  12. Guy Debord, Il declino e la caduta dell’economia spettacolar-mercantile, «internationale situationniste», n. 10, marzo 1966, pp. 3-11, ora cit. in Riot!, p. 201  

  13. P. Mattick Jr., op.cit., in Riot!, p.141  

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L’anno degli anniversari /1921 – 2021 : Nascita del PCd’I https://www.carmillaonline.com/2021/09/01/lanno-degli-anniversari-1-1921-2021/ Wed, 01 Sep 2021 21:00:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=67842 di Sandro Moiso

AA.VV. (a cura della Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria), Livorno Ventuno. A cent’anni dalla scissione di Livorno. La nascita del Partito Comunista d’Italia, Milano, aprile 2021, pp. 270, 10 euro

Giangiacomo Cavicchioli, Emilio Gianni (a cura di), PCd’I 1921. 100 anni. 100 militanti del Partito Comunista d’Italia, edizioni Lotta Comunista, Milano, dicembre 2020, pp. 304, 10 euro

Degli anniversari che sono giunti a scadenza nel corso del 2021 quello del centenario della fondazione del Partito Comunista d’Italia, avvenuta a Livorno il 21 gennaio 1921, è stato forse uno dei meno ricordati [...]]]> di Sandro Moiso

AA.VV. (a cura della Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria), Livorno Ventuno. A cent’anni dalla scissione di Livorno. La nascita del Partito Comunista d’Italia, Milano, aprile 2021, pp. 270, 10 euro

Giangiacomo Cavicchioli, Emilio Gianni (a cura di), PCd’I 1921. 100 anni. 100 militanti del Partito Comunista d’Italia, edizioni Lotta Comunista, Milano, dicembre 2020, pp. 304, 10 euro

Degli anniversari che sono giunti a scadenza nel corso del 2021 quello del centenario della fondazione del Partito Comunista d’Italia, avvenuta a Livorno il 21 gennaio 1921, è stato forse uno dei meno ricordati e/o pubblicizzati, in un contesto in cui sempre più memoria e retorica pubblicitaria, ancor più che pubblica, sembrano coincidere, soprattutto tra i confini politico-culturali di un’italietta semper giolittiana. Così, come affermano i curatori di uno dei due testi dedicati all’argomento che si vogliono qui proporre all’attenzione dei lettori:

Il centenario della nascita del PCd’I, nonostante i “de profundis” sul comunismo cantati a più riprese da destra e da “sinistra”, ha comunque sollecitato sul tema iniziative editoriali ed articoli di vario genere.
“Il Fatto Quotidiano”, sponsor di una nuova “alleanza progressista” tra PD e M5S, ha colto l’occasione di riallacciarsi a quell’evento per incanalarlo subdolamente nel filone (interrotto) di un PCI “nazionale” e genuinamente “riformista”, che con la sua nascita avrebbe riscattato un riformismo socialista storicamente privo di “passione” e della “centralità delle masse”. Gli articoli di Giovanni De Luna (8/01/2021) e di Gad Lerner (15/01/2021) vanno esattamente in questa direzione. Livorno 1921 costituirebbe insomma una tappa fondamentale della opposizione coerente al fascismo, e la base della Resistenza armata ad esso; nonché la lontana fonte della Costituzione repubblicana (da difendere anche oggi) in nome dei diritti delle classi più povere. Su tale “patrimonio” si vorrebbe “rivitalizzare” qui in Italia un “nuovo riformismo” (senza riforme), adatto alla “gestione equa” di questa crisi epocale del capitalismo. E’ un togliattismo di “ritorno”, ad uso e consumo di politiche borghesi lontane mille miglia dai propositi dei comunisti del ’21; nonostante gli articolisti sopra citati si peritino di non cadere nelle infami “vulgate” secondo cui –ad esempio- la scissione comunista avrebbe “aperto la strada alla vittoria del fascismo”…
Non potendo in questa sede occuparci di una critica più dettagliata di queste ed altre “rivisitazioni” della nascita del PCDI, ci preme solo mettere in evidenza come la “fede rivoluzionaria che animò i fondatori” del partito –DI QUEL PARTITO, E NON DI QUELLO DI TOGLIATTI- fede che Gad Lerner dichiara di apprezzare, non diventerà mai un accessorio del riformismo (vecchio e nuovo).
Essa è un patrimonio esclusivo dei comunisti perché è legata alla lotta per rivoluzionare l’attuale sistema sociale. Su ciò le distanze tra riformisti e rivoluzionari rimangono incolmabili. Esattamente come a Livorno nel 19211.

Oggi, infatti, ricordare quell’evento non significa soltanto celebrare la nascita di un vecchio arnese partitico ormai morto, da molti anni a questa parte, a causa di un male incurabile. Significa piuttosto marcare la distanza che separò, e ancora separa, i giovani rivoluzionari internazionalisti che diedero vita alla scissione di Livorno2 da coloro che, tradendone origini e prospettive, riportarono quel giovane partito, tra le altre cose nato astensionista, sui binari del nazionalismo, del politicantismo elettoralistico e del riformismo borghese travestito da “comunismo”. Soprattutto significa ricordare quale autentico disastro abbiano rappresentato le successive svolte e giravolte della Terza Internazionale stalinizzata.

Il frutto delle rivoluzioni sorte dalla tradizione più avanzata del movimento operaio e del marxismo più genuino, oltre che delle feroci lotte di classe sviluppatesi prima, durante e subito dopo il primo grande macello imperialista, nell’arco di poco meno di un decennio, sostanzialmente tra il 1926 (Congresso di Lione, per quanto riguarda il PCd’I) e il 1936 (anno di inizio dei grandi processi di epurazione moscoviti), sarebbe stato soffocato e sottoposto ad una brutale e mostruosa trasformazione politica ed economica, repressiva e mortale per coloro che osarono coraggiosamente contrapporvisi, che avrebbe partorito, prima, l’allineamento di tutti i partiti comunisti alle direttive di Stalin e della burocrazia bolscevica e, dopo, la separazione nazionalistica di partiti non più “fratelli”, ma divenuti ormai espressione dei singoli interessi nazionali e borghesi.

Così la blasfema teoria del “socialismo in un solo paese” riuscì a spacciare lo sviluppo industriale ed economico di stampo capitalistico e, susseguentemente, imperialistico come socialismo, se non addirittura per comunismo, mentre i suoi tentacoli avvelenati si sono protesi fino ai nostri giorni, viste le numerose cantonate che vengono ancora prese, anche in ambienti non sospetti, nei confronti della Cina, del suo Partito dominate e della sua economia.

Un effetto mortifero che ha contribuito più di ogni altra reazione o controrivoluzione fascista alla sconfitta o, per lo meno, ad un radicale ridimensionamento dell’originale ideale comunista.
Nelle analisi contenute nei due testi è possibile ricostruire quelle lontane origini del partito che avrebbe dovuto essere della Rivoluzione e che, grazie alle svolte “tattiche” qui appena accennate, si sarebbe invece trasformato in uno dei principali strumenti della Reazione e della Controrivoluzione.

Entrambi i testi ricostruiscono, con ricchezza di dati e documenti (per questi soprattutto quello curato dai compagni della Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria), i percorsi collettivi, individuali e di classe (soprattutto) che portarono alla scissione di Livorno, ma quello che colpisce di più, in tutti e due, è la ricca raccolta di biografie di militanti, spesso sconosciuti o dimenticati, che diedero vita, forza e ragioni a quella esperienza.

Nei due testi è infatti possibile seguire le vicende personali e politiche di circa duecento militanti (soltanto le storie di 22 di essi coincidono tra le due ricerche) che alla causa dedicarono, e spesso sacrificarono, la propria vita. Vite spesso rapite dalle malattie, dal carcere, dalla miseria, dai fascisti, ma ancor di più dalla brutale repressione ed eliminazione fisica degli stessi operata dagli agenti dello stalinismo, sia in Russia (per quelli che lì avevano sperato di trovare rifugio contro la barbarie fascista o nazista) sia all’estero (per quelli che avevano magari preferito riparare in Francia e/o andare a combattere nelle fila dei militanti rivoluzionari in Spagna).

Militanti che il testo edito da Lotta Comunista trae da un campione più ampio, utilizzato per una dettagliata analisi della composizione sociale e di classe del partito originario, con tabelle che riguardano la provenienza regionale, le leve anagrafiche (età), lo stato sociale delle famiglie di provenienza, la scolarizzazione (scarsa), la professione, l’attività politica o sindacale svolta al 1921 e poi dal 1926 al 1945, l’emigrazione e la partecipazione alla guerra di Spagna e alla Resistenza e per finire l’attività politica svolta ancora dopo il 1945. Oltre che una drammatica ultima tabella in cui vengono elencati i numeri degli uccisi dal fascismo, dal nazismo, dal franchismo e dallo stalinismo.

Se il testo edito da Lotta Comunista è più attento al dettaglio sociologico e a sottolineare la giovane età dei protagonisti della scissione, ma più lineare nella ricostruzione e difesa di quella seminale esperienza, il testo edito nella collana collegata ai Quaderni di Pagine Marxiste, è un po’ più interessante dal punto di vista della riflessione politica attuale, contenendo apporti diversi (non secondario quello di Mirella Mingardo, tratto dal suo 1919-1921 Comunisti a Milano, dedicato alla Sinistra milanese di Bruno Fortichiari e Luigi Repossi) che focalizzano l’attenzione sulle principali esperienze che diedero vita al Partito, in primo luogo quella di Amadeo Bordiga e del gruppo collegato al giornale «Il Soviet» di Napoli. Non mancando di svolgere un’attenta riflessione su quanto ci sia ancora da valorizzare oppure ripensare dell’attività pratica e teorica svolta dal Pcd’I e dai suoi militanti in quell’epoca.

Due testi in qualche modo complementari che, anche per il costo contenuto, possono tranquillamente affiancarsi nella biblioteca di tutti quei militanti, soprattutto giovani, che non si vogliano accontentare della ripartenza da zero ad ogni occasione di cronaca o di dibattito e azione politica. Entrambi vivamente raccomandati da chi ha scritto queste note.


  1. Comunisti del ventuno, Introduzione a AA.VV. (a cura della Tendenza Internazionalista Rivoluzionaria), Livorno Ventuno. A cent’anni dalla scissione di Livorno. La nascita del Partito Comunista d’Italia, Milano, aprile 2021, p. 23  

  2. Sul tema si veda anche qui  

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Amadeo Bordiga e la passione del comunismo https://www.carmillaonline.com/2021/04/07/amadeo-bordiga-e-la-passione-del-comunismo/ Wed, 07 Apr 2021 21:00:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=65638 di Sandro Moiso

Pietro Basso, Amadeo Bordiga, una presentazione, Edizioni Punto Rosso, Milano 2021, pp. 158, 18 euro

Al contrario di quanto buona parte della cosiddetta Sinistra Comunista ha sperato per molto tempo, la catastrofe del socialismo reale e il declino e successiva scomparsa, inevitabili poiché collegati alla prima, dei partiti ex-stalinizzati del ‘900 non ha affatto contribuito a sollevare il velo di menzogne e distorsioni storico-politiche che ha ricoperto l’esperienza comunista, nei decenni intercorsi tra il 1926 e il 1989, grazie alla narrazione dei partiti e delle istituzioni che pensavano di essersi liberati di ogni serio avversario a “sinistra”.

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di Sandro Moiso

Pietro Basso, Amadeo Bordiga, una presentazione, Edizioni Punto Rosso, Milano 2021, pp. 158, 18 euro

Al contrario di quanto buona parte della cosiddetta Sinistra Comunista ha sperato per molto tempo, la catastrofe del socialismo reale e il declino e successiva scomparsa, inevitabili poiché collegati alla prima, dei partiti ex-stalinizzati del ‘900 non ha affatto contribuito a sollevare il velo di menzogne e distorsioni storico-politiche che ha ricoperto l’esperienza comunista, nei decenni intercorsi tra il 1926 e il 1989, grazie alla narrazione dei partiti e delle istituzioni che pensavano di essersi liberati di ogni serio avversario a “sinistra”.

Per questo motivo la figura di Amadeo Bordiga ha pagato due volte la sua irriducibile opposizione sia al capitalismo trionfante successivo alla seconda guerra imperialista e mondiale che al “marxismo” deviato e corrotto, spacciato come teoria della classe operaia, prodotto dagli stalinisti e dai loro successivi epigoni. Una figura, quella del primo segretario del Partito Comunista d’Italia fondato a Livorno nel 1921, rimossa per lunghi anni dalla storia dello stesso partito e mal riproposta, allo stesso tempo, dai suoi seguaci della seconda metà del ‘900 che alternativamente si sono dedicati alla riproposizione acritica, se non mitica, delle sue scelte e idee politiche oppure, in tempi più recenti, ad un autentico tiro al piccione nei suoi confronti, in una sorta di rivolta contro un padre con cui, troppo spesso, non si son fatti davvero i conti storicizzandone ruolo e personalità.

Motivo per cui giunge gradita, per chiunque non voglia vivere soltanto di miti e foscoliane illusioni oppure di menzogne, la presentazione di Bordiga proposta da Pietro Basso per le Edizioni Punto Rosso. Certo le 150 pagine e i dieci succinti capitoli in cui l’autore riassume gli aspetti principali dell’azione e della riflessione politica del comunista italiano costituiscono uno spazio ristretto per racchiudere un’esperienza che ha spaziato dal Partito Socialista, incrostato di opportunismo e massoneria, della Seconda Internazionale, alla Rivoluzione russa e alla nascita della Terza Internazionale e dei partiti comunisti, fino alla degenerazione staliniana di tutto ciò e alla necessità di riflettere su un modo diverso di intendere l’organizzazione e la teoria comunista, ma si può comunque dire che è un buon inizio.

Basta infatti dare una rapida scorsa alle pagine dedicate alla bibliografia su Amadeo Bordiga, poste alla fine del volume, per comprendere quanto siano state poche le opere a lui dedicate, soprattutto se si pensa al gran numero di quelle dedicate a Gramsci o, ancor peggio, a Togliatti e ai dirigenti del partito stalinizzato. Ma si sa, la pubblicità è l’anima del commercio e anche la corporazione degli storici, a parte alcune rarissime occasioni, si è adeguata, sia per intrinseca convinzione ideologica che per opportunistica necessità di vendita del proprio prodotto, favorendo una leggenda gramsciana che è servita, in realtà, troppo spesso a giustificare la storia di un partito che, dopo aver espulso a sua insaputa Bordiga nel 1929, ha congelato la memoria del comunista sardo relegandola ad un’esperienza carceraria sulla quale, in realtà, ci sarebbe ancora molto da dire e scrivere1.

Pietro Basso ha pubblicato saggi e libri sul tempo di lavoro, la disoccupazione, le migrazioni internazionali, il razzismo dottrinale e di stato, l’islamofobia, le lotte del proletariato, tradotti in molte lingue. Nel 2020 ha curato per l’editore Brill la prima antologia di scritti di Bordiga in lingua inglese, The Science and Passion of Communism. Selected Writings of Amadeo Bordiga (1912-1965), e scritto la voce Bordiga nel Routledge Handbook of Marxism and Post-marxism (2021). Collabora inoltre alla rivista «Il cuneo rosso» e al blog «Il pungolo rosso».

Proprio dall’introduzione al testo contenente la traduzione in inglese degli scritti del comunista napoletano è tratto il testo appena pubblicato in Italia, che si caratterizza per l’obiettività con cui è presentata l’opera (teorico-politica) dello stesso.
Come afferma lo stesso Basso nell’introduzione:

Questo scritto è una presentazione molto sintetica di Amadeo Bordiga. Del militante, organizzatore e propagandista politico di primissimo rango, quale fu nella prima fase della sua battaglia comunista (1912-1926); e del “restauratore” di alcuni aspetti della teoria marxista in contrapposizione al capitalismo e allo stalinismo trionfanti, quale fu in una seconda fase del suo impegno (1945-1966). Si tratta di due periodi storici pressoché agli antipodi. In quanto il primo vide esplodere, per entro la “grande guerra”, il più ardito assalto al cielo mai compiuto dal proletariato, mentre il secondo ha celebrato il pieno rilancio del capitalismo, dopo un trentennio di catastrofi, attraverso l’inaudita espansione mondiale dei rapporti sociali mercantili e monetari e dei connaturati valori culturali.
[…] Come si vedrà questa non è un’apologia bordighista di Bordiga. Perché il bilancio di questa grande esperienza è, necessariamente, in chiaroscuro2.

Il tentativo di Basso è quello di sottolineare come Bordiga abbia sempre operato in quanto militante più che come intellettuale, stravolgendo già in questo modo quella concezione tipicamente borghese dell’”intellettuale impegnato” oppure quella gramsciana dell’intellettuale “organico”.
Circolo Carlo Marx di Napoli, Federazione giovanile socialista, frazione intransigente rivoluzionaria, frazione comunista astensionista, Pcd’I-sezione italiana della Terza Internazionale, Partito comunista internazionalista e, infine, Partito comunista internazionale-Programma Comunista, sono stati i momenti che hanno segnato il suo percorso politico, organizzativo e teorico.

Bordiga, militante delle rivoluzioni a venire verrebbe da dire, non ha mai rinunciato all’integrità politica in nome del successo o dell’affermazione personale, anche se questo ha portato con sé due aspetti antitetici di cui Basso sa tenere conto.
L’ostinata difesa della radicalità della Rivoluzione e dell’azione e della teoria che devono per forza di cose accompagnarla gli ha permesso, anche nei periodi di quasi totale isolamento, di rinnovare, ancor più che restaurare soltanto come vorrebbero gli epigoni, il pensiero del movimento di classe rivoluzionario, trasmettendo ai posteri alcuni insegnamenti che nel ritorno della Grande Crisi, economica e pandemica e certamente portatrice di enormi disastri e guerre, odierna potrebbero rivelarsi estremamente utili se non addirittura dirimenti per i movimenti attuali di contestazione e negazione dell’ordinamento socio-politico attuale.
Cosa che ha fatto sì che la sua damnatio memoriae non cessasse mai di operare.

Per i narratori di stato il dato storico effettivo è irrilevante […] la sola aspirazione razionale che può nutrire la classe lavoratrice è quella di moderare un po’ gli effetti più estremi del meccanismo capitalistico. Altro non può. E se osa andare oltre? […] il contraccolpo sarà durissimo. Non solo per gli audaci. Lo sarà per tutti i proletari e perfino per l’intera società. Perché – parla Mauro3 per i suoi simili – «la fascinazione febbrile di un pensiero continuamente teso a ricostruire il mondo» non può che metter capo a «modellistica politica» tanto grandiosa quanto «ingenua, che proietterà nel futuro la tentazione tragica della comunità perfetta». Niente fascinazioni. Niente pensieri grandiosi. Niente modelli utopistici. Niente sogni di comunità perfette – salvo quelli da incubo, dell’industria 4.0 e del transumanesimo robotico […] Al lavoro, disciplinati! E vi passeranno i grilli per la testa. « La sinistra, o è riformista o perde». Solo questo è possibile4.

Ma le questioni poste da Bordiga non sono di dettaglio e non si possono facilmente rimuovere così come alcuni avrebbero voluto: «la sua battaglia contro le illusioni seminate dal riformismo, il suo anti-militarismo rigorosamente disfattista verso la “patria” borghese, la sua denuncia del cretinismo parlamentare» insieme alla sua capacità di «estrarre e mettere in luce la dimensione anti-produttivistica ed ecologica del marxismo […] che ne esalta l’antagonismo col capitalismo stramaturo che, nella sua folle ricerca di nuove fonti di produzione del plusvalore, si caratterizza più che mai per una feroce fame di catastrofe e di rovina»5.

Certo, a fronte di questa riscoperta del radicalismo ed attualità della proposta bordighiana rimangono le ombre. Ombre legate ad una concezione tattica semplificata fino all’osso e ad una concezione organizzativa di tipo partitico che spesso, e soprattutto nell’interpretazione ed applicazione di troppi epigoni, porta a rigide derive settaristiche. Costringendo il discorso in un alveo talvolta ermetico ed autoreferenziale (soprattutto nelle infinite polemiche e diatribe che hanno caratterizzato le separazioni, divisioni e scontri tra le differenti correnti “bordighiste”, già ben prima della sua morte avvenuta nel 1970).

Uomo d’altri tempi, per formazione, cultura ed esperienza Bordiga non comprese assolutamente la novità costituita dai movimenti del ’68, cui dedicò l’ultimo suo scritto pubblicato in vita sul «Programma Comunista». D’altra parte non avendo compreso la grande trasformazione sociale avvenuta con l’avvento della riforma della scuola media unica, Bordiga poteva rammentare soltanto le mobilitazioni a favore del primo conflitto mondiale portato avanti, all’epoca, da uno studentame che costituiva una sorta di jeunesse dorée borghese, mentre i figli dei proletari dovevano accontentarsi di seguire le orme dei padri (e delle madri) in fabbrica.

Certe estremizzazioni poi del suo pensiero, dopo il secondo conflitto mondiale, furono anche il prodotto di due altri fattori. In primo luogo una salutare reazione all’impostazione marxista-leninista che da lì a poco si sarebbe trasferita anche in tanti gruppi della cosiddetta “nuova sinistra”. E che si sarebbe trasferito ben presto (probabilmente con Bordiga ancora vivente) anche nella Sinistra Comunista sotto forma di culto del capo. Un culto della personalità cui il vecchio e irriducibile comunista si era da sempre opposto, fin dalla morte di Lenin e dall’avvento dello stalinismo, e che avrebbe osteggiato in ogni modo fino a quella rivendicazione di un totale anonimato autoriale, che invece avrebbe permesso, in seguito, ai vari manipoli di seguaci di fregiarsi degli stessi meriti, spesso senza avere davvero fatte proprie le sue posizioni.

L’altro fattore è da attribuire alla solitudine in cui Bordiga operò per lunghi periodi della sua vita e anche alla sfiducia che lo stesso nutrì nella formazione di uno strumento “partito” di cui non vedeva ancora le necessarie condizioni di sviluppo. Trascinatovi quasi per i capelli, finì col definire rigide norme destinate ad una sorta di “autodifesa” da quella sovracrescita di militanti poco preparati e dalle poche e confuse idee che aveva finito col caratterizzare i “partiti di massa” di origine stalinista, fascista o democratica.

Era ben chiaro a cavallo tra gli anni ’50 e ’60 nella testa del nostro (e un po’ tutta la sua opera di quegli anni lo dimostra) il disastro storico, politico, ideologico ed umano rappresentato dallo stalinismo come vero distruttore del movimento di classe internazionale. Oggi affermare ciò può essere scontato, ma credo che fosse cosa ben diversa vivere sulla propria pelle, in diretta per così dire, e nella propria testa il fallimento rappresentato dallo stalinismo per il movimento di classe e per gli uomini che avevano legato il proprio destino a quello della rivoluzione bolscevica e ai suoi strascichi nei primi trent’anni del secolo. Sicuramente, al confronto, fascismo e nazismo avevano costituito un problema minore, una conseguenza di quel fallimento, non certo una causa.

Per tutti questi motivi Bordiga, con il suo modo di pensare, operare e interpretare il marxismo, proprio come suggerisce Pietro Basso, va inquadrato sul piano storico e, quindi, anche umano ovvero soggettivo. Bordiga uomo storico intanto e non vate, gigante, maestro di misteri o condottiero rivoluzionario. E’ accademico ricordare tutto ciò ? No, soprattutto se questo ci può aiutare a capire alcuni “svarioni” ed alcune salutari anticipazioni egualmente espresse dal suo pensiero.

A settanta e più anni, nelle riunioni sulla conoscenza e la filosofia6, riprese la polemica anti-culturalista che lo aveva già caratterizzato in gioventù e lo fece con foga e passione, perché sapeva bene che proprio i deliri della “cultura proletaria” erano stati una delle armi retoriche dello stalinismo in patria e fuori.
Così pure la freddezza della ragione così vicina al calcolo politico (padre di ogni opportunismo) e l’esaltazione positivistica e trionfalistica della scienza (madre di ogni tradimento della teoria rivoluzionaria) lo spinsero ad allontanarsi da due capisaldi del pensiero borghese otto e novecentesco che si erano inseriti come un tarlo nella teoria comunista fino a stravolgerla, in nome, appunto, di nuove fasulle conquiste (la polemica sulla corsa allo spazio era prima di tutto, ancora una volta, una polemica antistalinista) sia nel campo della conoscenza e del rapporto uomo-natura che in quello dei rapporti di classe.

Bordiga restituiva l’intuizione, la religione e l’arte alle categorie della conoscenza; recuperando così anche la possessione7 ovvero la manifestazione negli uomini, sia presi individualmente che collettivamente, di forze e potenze che li trascinano, li dominano e li soggiogano ancor prima che essi possano pienamente comprenderle.

Ad esempio il comunismo, che a sua volta è figlio di necessità storiche, di potenze materiali che agiscono sulla società e sui singoli provocando di volta in volta una metamorfosi del sociale e delle forme della conoscenza (oltre che delle forme di lotta e di organizzazione). Solo dopo un impatto violento sugli uomini e sulle classi queste forze possono essere “formalizzate”, ridotte a teoria. Motivo per cui anche in Marx si parla del demone del comunismo ed è interessante constatare come per gli antichi greci (ovvero prima dell’età classica e della sistemazione dei canoni), in Omero per esempio, la parola daímones servisse indifferentemente a parlare degli dei come dei demoni.

L’intuizione, così vicina all’istinto, deve spesso guidare il rivoluzionario anticipandone le sistemazioni teoriche che seguiranno: l’esempio degli scritti giovanili di Marx (di cui non a caso Bordiga si stava occupando al tempo delle riunioni in questione) che anticipano gli scritti della maturità potrebbero costituire un esempio di ciò. Ma anche la spontanea sollevazione o ribellione delle classi formate o in formazione (ancora non a caso vengono recuperati i luddisti nel corso delle stesse riunioni) anticipa la teoria e le teorie che spiegano e accompagnano la lotta di classe.

L’arte segue un po’ lo stesso percorso poiché l’artista esprime più di quello che lui stesso vorrebbe, sia perché il suo prodotto non è mai individuale e soggettivo, sia perché spesso tende ad anticipare ciò che già è nell’aria (in questo caso anticipare sta anche per annunciare e si può annunciare solo ciò che già è deciso ovvero che già esiste anche se la moltitudine sembra ancora non esserne a conoscenza). D’altra parte il termine avanguardia, tra ‘800 e ‘900 non si è prestato forse all’uso sia politico che artistico? Nell’accezione bordighiana dell’arte (colta sempre nel momento in cui accompagna le grandi trasformazioni della società) quest’ultima non è forse sempre precorritrice di ciò che sta per avvenire?

Infine la religione: prima forma di conoscenza “teorica” del mondo e al contempo anticipatrice delle leggi destinate a governare le prime società di classe. Manifestazione dell’umano che si dà un proprio divenire, collegandolo a cicli più grandi della stessa forma sociale che l’ha prodotta. Manifestazione essa stessa di quelle potenze, di quelle forze che l’uomo subisce e allo stesso tempo cerca di spiegare e dominare. Perché insistere, come fa Bordiga, su questo aspetto della conoscenza umana, se non per rivoltarla contro gli stessi “atei” borghesi che hanno fatto del capitale, dello sviluppo e del progresso tecnico la propria nuova e disumana religione?

La domande da porsi quindi riguardano non tanto dove, quando, come e perché comincia la deriva bordighista, ma piuttosto, come il provocatorio e nuovo discorso bordighiano abbia fallito nell’incontrare quei movimenti che da lì a pochi anni, Bordiga ancora vivente, avrebbero cominciato a porsi problemi analoghi e come, allo stesso tempo, quelle affermazioni si siano trasformate nella caricatura di sé stesse nella spesso inconcludente e settaria pratica bordighista.

Ma, come al solito nel testo bordighiano, ci sono “intuizioni” che travalicano la miseria del momento (riunioni in cui bisognava chiedere insistentemente ai compagni presenti di non allontanarsi in massa e ridurre i macigni in salsicce) e degli epigoni.
Intanto la modestia dell’uomo: ne sono prova non solo gli scherzosi richiami ai disattenti, ma, soprattutto, il diniego di fronte a quei lavori “futuri” che si ritenevano importantissimi (sulla scienza e la conoscenza, sulla società futura, etc.), ma che allo stesso tempo si ritenevano al di sopra delle proprie forze intellettuali sia individuali che collettive. Per Bordiga nulla poteva esser dato per scontato a livello di conoscenza: tutto era, almeno fino all’affermarsi di una società comunista, in divenire. E spesso non vi erano nemmeno giganti sulle cui spalle poter salire. Tutto rimaneva nella dimensione degli uomini, per grandi che questi potessero essere, poiché gli “dei” si manifestano soltanto come forze dominanti e gli eroi esistono per quanto durano i cicli rivoluzionari. La polemica sul battilocchi ne è l’esempio più concreto e saldo.

Nel vecchio Bordiga, comunque, trionfava sempre la preoccupazione anti-staliniana e così sarebbe stato destinato a fermarsi sull’orlo di una nuova fase della lotta di classe, incapace di mettere pienamente a fuoco quegli elementi di novità compresi nel ruolo dei popoli non occidentali nella ripresa della stessa e allo stesso tempo quelli non “operaistici” già presenti nel corpo principale dei testi della Sinistra. Così, mentre all’inizio del secolo un certo spontaneismo aveva permesso al gruppo dei giovani socialisti, e poi del Soviet, di emanciparsi dai dettami della socialdemocrazia legata alla Seconda Internazionale, sul finire degli anni sessanta Bordiga preferisce chiudersi all’interno di una ferrea (e dannosa quando non ridicola) disciplina di partito che finirà con lo scimmiottare il bolscevismo più deleterio di marca stalinista. Quasi come se a forza di fissare o di lottare con il mostro avesse finito con l’assorbirne le caratteristiche peggiori.

Finiva così col perdere quell’attenzione per la metamorfosi necessaria del mondo e delle forme di lotta e di organizzazione (quindi delle tattiche e delle parole d’ordine) che avevano caratterizzato la parte più viva del suo discorso.
Per i fessi e i settari rimasero gli invarianti, il dogmatismo, la ferrea “rosa delle eventualità tattiche”, i sacri testi, ma non il metodo, quello stesso che aveva permesso a Marx di riconoscere la grandezza della Comune nonostante la direzione anarchica e populista della stessa, a Lenin di superare con un gigantesco colpo d’ala i pantani della Seconda Internazionale e a Bordiga di riconoscere il carattere capitalistico della Russia Sovietica e il carattere rivoluzionario delle lotte dei popoli colorati e ancora l’importanza della religione, dell’intuizione e dell’arte ovvero della passione nei processi cognitivi umani.

Sono personalmente convinto che da quel metodo i rivoluzionari debbano continuamente ripartire, in una sorta di fatica di Sisifo cui soltanto la fine dell’odiato sistema di classe potrà metter fine. Ogni scorciatoia, ogni certezza definitiva, ogni imbecille speranza nella forza del dogma o di un partito che per ora non c’è, ci è definitivamente preclusa, mentre la lettura proposta da Basso può costituire un primo e significativo passo in direzione di questa riscoperta della parte più vivace e attuale del pensiero del vecchio comunista; tralasciando quelle incongrue polemiche in cui i suoi seguaci od ex continuano a razzolare nel tentativo di spiegarne, sminuirne o ingigantirne le responsabilità, vere o presunte, nei confronti delle sconfitte subite dalla rivoluzione8. Incapaci anche di comprendere la sostanza delle sue Lezioni delle controrivoluzioni e, forse, ancor meno quanto affermò Rosa Luxemburg, all’indomani della sconfitta dell’insurrezione spartachista di Berlino, nel gennaio del 1919: «poggiamo i piedi proprio su quelle sconfitte, a nessuna delle quali possiamo rinunciare, ognuna delle quali è una parte della nostra forza e consapevolezza»9.


  1. Sull’argomento si vedano, almeno: Chiara Daniele (a cura di), Gramsci a Roma, Togliatti a Mosca. Il carteggio del 1926, Giulio Einaudi Editore, Torino 1999 e qui  

  2. P. Basso, Lezioni per l’oggi in Amadeo Bordiga, una presentazione, Edizioni Punto Rosso, Milano 2021, p. 7  

  3. Il riferimento è a Ezio Mauro e alla sua ricostruzione della nascita del Pcd’I, La dannazione. 1921. La sinistra divisa all’alba del fascismo, Feltrinelli, Milano 2021 – N.d. R.  

  4. P. Basso, op. cit., pp. 5-6  

  5. ibidem, pp. 9-10  

  6. Si veda in proposito: Critica della filosofia. Cinque testi inediti di Amadeo Bordiga, «N+1», n° 15-16, giugno-settembre 2004  

  7. «Quando si parla di possessione, il primo passo falso è quello di credere che si tratti di un fenomeno estremo, esotico e comunque torbido.[…] Per i Greci, la possessione fu innanzitutto una forma primaria della conoscenza, nata molto prima dei filosofi che la nominano.[…] Tutta la psicologia omerica, degli uomini e degli dei – questa mirabile costruzione che solo l’ingenuità dei moderni ha potuto giudicare rudimentale -, è attraversata da un capo all’altro dalla possessione, se possessione è in primo luogo il riconoscimento che la nostra vita mentale è abitata da potenze che la sovrastano e sfuggono a ogni controllo, ma possono avere nomi, forme e profili. Con queste potenze abbiamo a che fare in ogni istante, sono esse che ci trasformano e in cui noi ci trasformiamo.[…] E ogni metamorfosi era [è] un’acquisizione di conoscenza. Certo, non già di una conoscenza che rimane disponibile come un algoritmo.» in Roberto Calasso, La follia che viene dalle Ninfe, Adelphi, 2005, pp.26 –28  

  8. Un po’ come se oggi si continuasse a discutere del fatto che nel 1917, poco prima dell’esplodere della rivoluzione russa, Lenin, all’epoca in esilio, si soffermasse di più sul Partito socialdemocratico svedese e le sue vicende piuttosto che su quanto stava per avvenire in Russia. Si veda la lettera di Lenin ad Alessandra Kollontaj del 5 marzo 1917 cit. in Michael Voslensky, Nomenklatura. La classe dominante in Unione Sovietica, Longanesi & C., Milano 1980, p. 94  

  9. Rosa Luxemburg, L’ordine regna a Berlino, in R. Luxemburg, Scritti scelti, Einaudi , Torino 1975, p.680  

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Fascismo e capitalismo: una sola radice, una sola battaglia https://www.carmillaonline.com/2020/02/05/fascismo-e-capitalismo-una-sola-radice-una-sola-battaglia/ Wed, 05 Feb 2020 22:01:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=57875 di Sandro Moiso

Arthur Rosenberg, Il fascismo come movimento di massa. La sua ascesa e la sua decomposizione (1934), con un Appendice di Graziano Giusti: Anatomia del populismo fascista, Circolo Internazionalista Francesco Misiano – Pagine Marxiste 2019, pp. 176, 10,00 euro

“Se si vuole distruggere il proprio nemico è certamente necessario conoscerlo” (ArthurRosenberg)

Arthur Rosenberg (Berlino 1889 – New York 1943) ha rappresentato una figura complessa della militanza marxista tra la prima e la seconda guerra mondiale. Periodo dilaniato e tragico in cui alla sconfitta del movimento operaio e di classe da [...]]]> di Sandro Moiso

Arthur Rosenberg, Il fascismo come movimento di massa. La sua ascesa e la sua decomposizione (1934), con un Appendice di Graziano Giusti: Anatomia del populismo fascista, Circolo Internazionalista Francesco Misiano – Pagine Marxiste 2019, pp. 176, 10,00 euro

“Se si vuole distruggere il proprio nemico è certamente necessario conoscerlo” (ArthurRosenberg)

Arthur Rosenberg (Berlino 1889 – New York 1943) ha rappresentato una figura complessa della militanza marxista tra la prima e la seconda guerra mondiale. Periodo dilaniato e tragico in cui alla sconfitta del movimento operaio e di classe da parte del totalitarismo fascista si accompagnò il tradimento dell’ideale e delle pratiche comuniste e rivoluzionarie da parte dell’URSS e dei partiti aderenti alla Terza Internazionale, progressivamente stalinizzati. Sciagure sulle quali poté abbattersi la seconda carneficina mondiale, senza le resistenze classiste che avevano preceduto, accompagnato e seguito la prima. Con le conseguenze che tutti ben conoscono.

E’ pertanto in tale contesto che va inserito il percorso intellettuale e politico del socialista tedesco che fu, oltre che militante, anche importante storico della sua epoca. Infatti, mentre la sua passione politica e militanza attiva lo portò a militare prima nel Partito Socialista Indipendente tedesco (dal 1918) e successivamente, dal 1920, nel Partito Comunista Unificato (da cui si allontanò nel 1927 per le significative divergenze sulla direzione impressa dall’Internazionale stalinizzata ai partiti comunisti), la sua passione di storico, soprattutto per la Storia antica, lo accompagnò fin dalla gioventù1.

Le sue ricerche sulla storica antica, però, terminarono sostanzialmente nel 1921, a parte un saggio sulla Politica di Aristotele uscito nel 1933, proprio nel periodo in cui l’autore tedesco si dedicò maggiormente sia all’organizzazione della stampa comunista, soprattutto come esperto di politica estera per «Inprekorr» (Internationale Presse Korrespondenz) e «Die Internationale», che all’attività politica e parlamentare, essendo stato eletto come deputato al Reichstag nel 1924.

Nel 1928 avrebbe scritto Origini della Repubblica di Weimar (1871 – 1918) che avrebbe segnato l’inizio della sua attività di storico della contemporaneità, proseguita con una Storia del Bolscevismo (1932) che, nel 1933, lo costrinse poi ad emigrare, sia per evitare la persecuzione nazionalsocialista che quella, più sotterranea ma non meno pericolosa nella Germania dell’epoca, dello stalinismo che già lo aveva marchiato come “imperialista e monarchico” sulle pagine di «Rote Fahne», il 29 aprile 1927, dopo il suo abbandono del partito per le ragioni già esposte prima. Studi tutti, idelebilmente segnati dalla necessità di ricostruire, per meglio comprendere, le ragioni di una sconfitta (quella del movimento operaio organizzato) e, allo stesso tempo, quelle di un autentico trionfo della destra più estrema.
Sono infatti del 1934 sia la sua Storia della Repubblica di Weimar che Faschismus als Massenbewegung (Il fascismo come movimento di massa), qui preso in esame.

La presa di posizione di Rosenberg sulla questione è, fin dalle prime pagine, netta e chiara: non sono certo la piccola borghesia impaurita o i piccoli proprietari terrieri a produrre il pericolo fascista. Se mai ne sono i portatori una volta conquistati alle sue ragioni sia dall’abile propaganda dei partiti nazionalisti che dalle delusioni seguite al fallimento di una diversa ipotesi politica.
E’ invece il capitalismo a sottenderlo e a sostenerlo, usando il popolino e le frange deluse e/o impoverite ed abbrutite della classe operaia meno cosciente come massa di manovra acefala per sostenere le ragioni del nazionalismo e dell’imperialismo. Proprio per questo motivo non si potrà dire di aver sconfitto realmente il fascismo se non sconfiggendo prima di tutto il capitalismo stesso. Poiché costituisce di fatto la forma che il secondo assume nella sua fase imperialistica e più aggressiva.

Il fascismo non è altro che una forma moderna di controrivoluzione capitalistico-borghese sotto una maschera popolare. […] I capitalisti dominano lo Stato solo a condizione che i settori decisivi della popolazione si identifichino con il loro sistema, siano pronti a lavorare per loro, a votare per loro, a sparare su altri per loro conto, nella convinzione che i propri interessi richiedano la conservazione dell’ordine economico capitalistico2.

Non è affatto necessario che ad ogni momento l’intera classe dominante debba accettare le truppe d’assalto (fasciste) ed i loro metodi di lotta. Come regola generale, esisteranno delle differenze d’opinione.[…] Ma sarebbe un disastroso errore per la classe operaia lasciarsi ingannare da questi disaccordi. Nonostate tutte le differenze tattiche, le truppe d’assalto fasciste sono carne della carne dei capitalisti3.

L’autore, definito da Victor Serge «un intellettuale di gran classe», traccia una storia del fascismo dalle sue origini italiane agli sviluppi del nazismo tedesco, indicandone similitudini e differenze, ma senza mai omettere che è stata la stessa “democrazia liberale” ad averlo portato in seno, almeno fin dalla prima guerra mondiale.
Non è una sparata ideologica. Rosenberg, che aveva sempre dichiarato di «non aver appartenuto a nessun partito politico» fino al giorno della Rivoluzione tedesca del novembre 1918, nel corso del primo conflitto mondiale aveva fatto parte (fin dal 1915) dell’ufficio stampa di guerra del generale tedesco Erich Friedrich Wilhelm Ludendorff, nazionalista accanito, che divenne il principale collaboratore del generale Paul von Hindenburg e la vera personalità dominante dello stato maggiore tedesco4.

Proprio in tale contesto, fortemente segnato dagli junker5, il giovane Rosenberg aveva potuto osservare l’ideazione di quel Partito della Patria che avrebbe dovuto prendere il potere se la Germania fosse uscita vincitrice dal conflitto imperialista. Idea di partito autoritario, che non avrebbe avuto al suo interno rappresentanti del popolo, ma principalmente dell’aristocrazia terriera e industriale, teso all’instaurazione di un nuovo ordine germanico, all’interno e all’estero. Nato, comunque dagli ambienti liberali o ex-tali nel contesto della guerra e dell’iniziale espansione militare tedesca in Europa.

Era questa la dimostrazione dell’unità di intenti tra proposte autoritarie ed espansionistiche, di fatto fasciste, e interessi capitalistici e susseguenti manovre per la creazione di un movimento di massa che allargasse le basi del consenso al di fuori della ristretta cerchia dell’aristocrazia borghese dell’industria, della finanza e della terra.

Nel testo, scritto da Rosenberg quando era già all’estero, prima in Svizzera, poi a Liverpool e infine negli Stati Uniti dove continuò la sua opera di studioso e docente, non vi è riferimento all’esperienza diretta dell’autore in tali ambienti. Anche perché era stata proprio tale esperienza a permettere il fatto che egli fosse sostanzialmente accusato di essere stato in passato un agente dell’imperialismo e della monarchia. Ma la forza, la razionalità e la capacità di ricostruzione dei passi che conducono inevitabilmente il capitalismo a optare, se non fondare, la variante fascista del suo sistema di dominio e sfruttamento sono ancora di insegnamento per l’oggi. Soprattutto là dove l’antifascismo odierno non sa più separare e individuare i differenti interessi concreti che animano le richieste degli oppressi da quelle dell’ordine borghese e dei suoi vacui sostenitori.

L’odio innato della classe media contro gli operai, come leitmotiv di fondo del fascismo, è uno degli stereotipi di una sedicente sociologia. Esistono molti casi in cui gli strati intermedi si schierano politicamente con i lavoratori, e molti altri in cui si contrappongono ad essi come una forza ostile. Ma in tutti i casi il fattore decisivo è la situazione politica del momento, e non certo la tattica dei partiti politici interessati. Il dogma generale non chiarisce assolutamente nulla.
In periodi di profonda crisi sociale gli strati intermedi si schierano con il proletariato, se il partito socialista mostra risolutamente la via della salvezza e della costruzione di una nuova società. Se invece il movimento socialista oscilla e manca di sicurezza, e indietreggia di fronte ai compiti della rivoluzione e della ricostruzione sociale, è destinato a perdere il sostegno delle classi medie6.

(In Italia) I due anni1919 e 1920 (Biennio Rosso) passarono senza che i socialisti prendessero il potere o facessero qualcosa che avesse un qualsiasi significato. La rivoluzione, però, non è qualcosa che si possa mettere in ghiacciaia. Quando il proletariato lascia passare inutilmente il periodo più favorevole, diventa di fatto vittima del suo nemico7.

Grazie quindi a tutti coloro che, pur con le dovute considerazioni critiche sull’opera complessiva di Rosenberg, hanno voluto riportarlo alla luce e metterlo a disposizione dei lettori e dei militanti anti-capitalisti e antifascisti.


  1. Per un’attenta ricostruzione della vita e delle ricerche sulla Storia antica di Rosenberg, si consulti Luciano Canfora, Il comunista senza partito, seguito da Democrazia e lotta di classe nell’antichità dello stesso Rosenberg, Sellerio editore, Palermo 1984  

  2. A. Rosenberg, Il fascismo come movimento di massa, pp. 14-15  

  3. A. Rosenberg, op.cit., pp. 29-30  

  4. Ludendorff (nato nel 1865), sostenitore delle correnti pangermaniste, fu fautore e promotore, fino alla sconfitta finale della Germania, delle ambizioni imperialiste estremistiche e sostenne la necessità della guerra ad oltranza. Dopo la sconfitta teorizzò il concetto di guerra totale e sostenne inizialmente Adolf Hitler e il nascente nazismo, prima di ritirarsi dalla vita pubblica per abbracciare un misticismo antisemita e pagano, connesso all’epica germanica fino alla sua morte nel 1937  

  5. I rappresentanti dell’aristocrazia terriera tedesca che avrebbero poi, nel 1944, organizzato il complotto fallito contro Hitler  

  6. op.cit p. 51  

  7. cit. p. 45  

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Gli Arditi del popolo, il PCd’I e l’irrisolta questione dell’organizzazione militare di classe https://www.carmillaonline.com/2019/12/11/gli-arditi-del-popolo-il-pcdi-e-lirrisolta-questione-dellorganizzazione-militare-di-classe/ Wed, 11 Dec 2019 22:01:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=56642 di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Gli “Arditi del popolo”, il Partito Comunista d’Italia e la questione della lotta armata (1921-1922), Pagine Marxiste, 2019, pp. 184, 10,00 euro

Definitivo è il fallimento d’ogni programma di lotta costituzionale e morale (La catena, Emilio Lussu – 1929)

In tempi in cui le piazze “antifasciste” si riempiono di giovani inneggianti alla legalità, alla politica educata e non violenta e in cui la conflittualità di classe, ancora una volta, rischia di essere messa sott’olio e sigillata come le sardine che le promuovono, è sicuramente molto utile ripercorrere, [...]]]> di Sandro Moiso

Alessandro Mantovani, Gli “Arditi del popolo”, il Partito Comunista d’Italia e la questione della lotta armata (1921-1922), Pagine Marxiste, 2019, pp. 184, 10,00 euro

Definitivo è il fallimento d’ogni programma di lotta costituzionale e morale (La catena, Emilio Lussu – 1929)

In tempi in cui le piazze “antifasciste” si riempiono di giovani inneggianti alla legalità, alla politica educata e non violenta e in cui la conflittualità di classe, ancora una volta, rischia di essere messa sott’olio e sigillata come le sardine che le promuovono, è sicuramente molto utile ripercorrere, dal punto di vista storiografico e politico, le vicende che portarono ad una netta distinzione tra l’organizzazione illegale del Partito fondato a Livorno nel 1921 e quella spontanea e diffusa, soprattutto in ambito proletario, di chi cercava di opporsi armi alla mano alla nascente minaccia fascista.

Una lezione, indipendentemente dai risultati conseguiti e dalle motivazioni politiche che alimentarono le differenti strategie e tattiche assunte dai principali protagonisti, che potrebbe rivelarsi ancora oggi decisiva per distinguere comunque il reale antifascismo da quello di facciata finalizzato soltanto a protrarre oltre ogni possibile limite la sopravvivenza dell’attuale ordine economico e sociale basato sul sopruso e l’oppressione di classe.
All’interno di un conflitto sociale che si muove oggi in un’aura già di guerra civile, nelle diverse aree del globo in cui si va manifestando, ma in cui una parte dei contendenti sembra ancora tardare nel prendere coscienza delle difficoltà e delle responsabilità che l’attendono nel confronto con la violenza dispiegata dagli Stati e dai loro apparati militari e repressivi.

Tale non secondario problema, evidentemente, nel periodo intercorso tra il 1919 e il 1921, fu invece centrale per l’organizzazione di chi, tornato dalla guerra oppure rimasto in officina, doveva fare i conti con la crisi economica successiva alla fine del primo conflitto mondiale e, soprattutto qui in Italia, con l’organizzazione della violenza armata delle milizie che, come quelle fasciste, affiancarono l’opera di controrivoluzione preventiva messa in atto dallo Stato nei confronti dei lavoratori e del proletariato e delle loro iniziative ed organizzazioni politiche e sindacali.

Certo, a differenza di oggi, l’idea della violenza ineliminabile da qualsiasi discorso sullo scontro di classe non era ancora stata cancellata dalla memoria di chi si opponeva all’esistente e alle condizioni di vita e di lavoro che ne conseguivano. E a questo avevano certamente contribuito anni di guerra e di macelli interimperialisti, la leva di massa, le sofferenze di coloro che erano rimasti a casa e la delusione dei reduci e dei sopravvissuti di un conflitto che aveva causato in Europa circa dieci milioni di morti e un’innumerevole quantità di feriti e dispersi tra le file dei soldati di ogni nazionalità.

L’uso delle armi era diventato massiccio e abituale per chi era stato al fronte, ma anche il corso degli avvenimenti precedenti e contemporanei al periodo di guerra (la settimana rossa, l’insurrezione di Torino dell’agosto del 1917, le rivolte per il pane e la terra e le occupazioni delle fabbriche del cosiddetto Biennio rosso) aveva determinato tra i proletari, gli operai e i militanti più decisi delle varie tendenze politiche contrarie al capitalismo una pratica diffusa di detenzione o una più semplice propensione all’uso delle armi per far valere i propri diritti oppure per difendere la propria vita, le manifestazioni, gli scioperi e tutte le strutture connesse all’organizzazione delle lotte (tipografie, sedi sindacali e di partito, case private dei militanti) dall’assalto delle forze della controrivoluzione preventiva: sia che si trattasse di quelle dello Stato che di quelle inquadrate nelle milizie fasciste.

Un’azione militare proletaria che ebbe nell’azione degli Arditi del popolo un’autentica punta di diamante nella risposta al Fascismo e che finì con lo scontrarsi sia direttamente sul campo che giuridicamente con gli apparati repressivi e militari dello Stato Regio.
Stato che sempre e comunque, ben prima della sua completa fascistizzazione, intervenne a difesa delle milizie nere sia a supporto della loro azione repressiva che per soccorrerle in caso di probabile o evidente sconfitta. Ragion per cui gli appelli successivi alla pacificazione o l’invito al ritorno alla tradizione democratica del parlamento e del governo, ancora nel 1924 dopo il delitto Matteotti oppure vent’anni dopo con gli appelli ai “fratelli in camicia nera” del 1938 o la formazione del CLN dopo la caduta del regime, sempre risuonarono, e non avrebbe potuto essere diversamente, come autentici tradimenti dell’iniziativa autonoma proletaria e dello spirito rivoluzionario che l’aveva spontaneamente animata fin dagli anni del primo dopoguerra.

Mantovani prende in esame, nel suo sintetico testo, un problema importante e significativo del rapporto tra organizzazione politica (il partito o i partiti) e azione autonoma del proletariato: quello dell’avvicinamento alle formazioni militari degli Arditi del popolo e del contemporaneo allontanamento di molti militanti dalla disciplina e dalle direttive degli stessi partiti, in particolare da quel Partito Comunista d’Italia che era nato da una scissione a sinistra dell’ormai decotto Partito Socialista.

Proprio la giovane dirigenza del partito, nato rivoluzionario sulla base delle indicazioni della Internazionale Comunista o Terza Internazionale, fu quella che con più decisione si oppose teoricamente e organizzativamente all’unione militare tra militanti del Partito, proletari non ancora inquadrati politicamente e ex-combattenti antifascisti e avversi a quell’ordine socio-economico che li aveva mandati al macello.

Questi ultimi avevano una composizione socio-politica molto diversificata al proprio interno: ex-militari di prima linea, volontari fiumani, anarchici, socialisti, repubblicani, comunisti provenienti da classi sociali diverse (studenti, piccoli borghesi, disoccupati, sottoproletari, lavoratori), ma uniti nel rifiuto dell’esistente e attivi nel rispondere alla minaccia e alle aggressioni fasciste.
Certo non potevano essere portatori di un programma politico ben delineato e definito e proprio da qui nacque l’equivoco, se vogliamo definirlo con un eufemismo, che portò l’allora segretario del Partito Amadeo Bordiga e buona parte del direttivo dello stesso ad opporsi alla pratica di collaborazione militare e a proporre un inquadramento militare, destinato soltanto ai militanti riconosciuti del partito stesso, all’interno delle strutture illegali del Partito.

Molti militanti non diedero ascolto a tali indicazioni (lo dimostrano le cifre delle adesioni agli Arditi del popolo di militanti definiti come comunisti) e ciò naturalmente causò irritazione negli organi dirigenti da una parte e dall’altra una serrata polemica tra la direzione del Partito e la Direzione dell’Internazionale e lo stesso Lenin, favorevoli invece ad una collaborazione militare tra il Partito italiano e le formazioni militari spontanee rappresentate dagli Arditi.

Mentre la dotta introduzione di Marco Rossi, già autore di diversi testi sul teme degli Arditi e del rifiuto della guerra, serve a inquadrare più generalmente il periodo e le pratiche spontanee di resistenza e di organizzazione paramilitare di chi, nel primo dopoguerra oppure durante la guerra stessa, si opponeva allo Stato borghese, al capitalismo, al nazionalismo e al fascismo, la ricostruzione di Mantovani si basa principalmente sulla documentazione e sui testi prodotti all’epoca dal Partito Comunista a direzione bordighiana e dall’Internazionale relativi al medesimo argomento.

E’ un lavoro interessante e, fortunatamente, critico delle formulazioni e delle pratiche messe in atto dal PCd’I in quei frangenti, ma nell’opera quasi ostinata di antologizzazione dei testi (molto ricca è infatti l’Appendice in cui si raccolgono i documenti, gli articoli e gli accesi contrasti tra Partito e Internazionale) rischia di cadere nello stesso errore di schematismo in cui caddero Bordiga e gli altri dirigenti del Partito (fatto forse salvo il caso di Gramsci) che ebbero come unico faro i compiti e i programmi del Partito stesso, senza tener conto delle proposte e delle nuove modalità organizzative e operative che giungevano dal basso e dalla società. Un dibattito che, per forza di cose, era destinato e sarebbe destinato tutt’ora, a rimanere racchiuso nel confronto ideologico e politico interno ad una minima frazione di proletariato e di militanti compresi all’interno del Partito di allora o di quello puramente immaginario di adesso.

In questo, però, occorre anche vedere anche un prolungamento di quelle pratiche bolsceviche e bolscevizzanti messe in atto proprio sulla base delle indicazioni provenienti dall’Internazionale per la formazione dei nascenti partiti comunisti: partiti di quadri e militanti rivoluzionari che dovevano guidare le masse in nome di un chiaro e ben definito progetto di azione tattica e strategica.
Una concezione dell’azione politica militante che non solo avrebbe portato nel giro di pochi anni alla degenerazione staliniana nell’Urss e nei partiti “fratelli”, ma che era riuscita di ostacolo persino agli inizi della rivoluzione russa quando, a febbraio, i rappresntanti del partio presenti a Pietrogrado si erano inizialmente opposti alle iniziative dal basso, di operaie, operai e soldati, che avrebbero portato nel giro di una settimana alla caduta dello Zar.

Una concezione e una pratica militare, quella ereditata dal partito bolscevico, più adatta all’azione armata ristretta delle fasi di difficoltà di un movimento (come quella attraversata dal partito bolscevico dopo la rivoluzione del 1905) piuttosto che all’azione generale di classe in un momento di guerra civile oppure pre-insurrezionale e rivoluzionario. Concezione ristretta che si sarebbe drammaticamente riverberata anche nei cosiddetti ‘anni di piombo’ e nelle tragiche e perdenti scelte operate dalle organizzazioni maggioritarie della lotta armata italiana a cavallo tra gli anni ’70 e ’80.

Se non sbaglio, poi, l’autore dimentica una specie di autocritica che lo stesso Bordiga avrebbe poi fatto sulle pagine di Prometeo, la rivista teorica del Partito sopravvissuta pochi mesi all’azione fascista statalizzata, riconoscendo l’importanza che il movimento dannunziano e l’impresa di Fiume avrebbero potuto avere come momento di rottura all’interno della società italiana se questa fosse stata riconosciuta dai vertici della Sinistra come una possibile componente del movimento rivoluzionario. Ma questa “autocritica” in realtà tale non era poiché all’epoca del movimento dannunziano il Partito Comunista non esisteva ancora e, quindi, la responsabilità poteva essere rovesciata interamente sul Partito Socialista.

Il testo di Mantovani, edito da Pagine marxiste, è pertanto utile dal punto di vista della conoscenza e diffusione delle teorizzazioni, pro o contro, dell’epoca, ma pecca ancora di una mancata e approfondita analisi delle componenti sociali e degli immaginari che determinarono tali scelte. E questo non è poco in un momento in cui, a livello mondiale, torna a delinearsi uno scontro di classe variegato e contraddistinto dall’essere più guerra civile che non “rivoluzione pura” come alcuni vorrebbero, cosa che condannerà inevitabilmente questi ultimi a ripercorrere ancora le stesse orme lasciate da altre sconfitte nella neve insanguinata della Storia.

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Orgogliosamente rivoluzionari: per una storia dei GAAP https://www.carmillaonline.com/2018/03/08/orgogliosamente-rivoluzionari-storia-dei-gaap/ Wed, 07 Mar 2018 23:01:12 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=44080 di Sandro Moiso

Franco Bertolucci (a cura di), GRUPPI ANARCHICI D’AZIONE PROLETARIA. LE IDEE, I MILITANTI, L’ORGANIZZAZIONE. Vol.1 Dal Fronte Popolare alla “Legge Truffa”. La crisi politica e organizzativa dell’anarchismo, Quaderni della Rivista Storica dell’Anarchismo n° 7/2017, BFS Edizioni – PANTAREI, pp. 776, € 40,00

Uno degli aspetti positivi del recente tracollo elettorale dei Sinistrati, istituzionali e non, potrebbe essere costituito da un ritorno allo studio della Storia del movimento operaio oltre che da una riapertura della ricerca e da una maggiore attenzione nei confronti di tutte quelle espressioni dell’antagonismo di classe, anarchiche e comuniste, che per decenni la storiografia [...]]]> di Sandro Moiso

Franco Bertolucci (a cura di), GRUPPI ANARCHICI D’AZIONE PROLETARIA. LE IDEE, I MILITANTI, L’ORGANIZZAZIONE. Vol.1 Dal Fronte Popolare alla “Legge Truffa”. La crisi politica e organizzativa dell’anarchismo, Quaderni della Rivista Storica dell’Anarchismo n° 7/2017, BFS Edizioni – PANTAREI, pp. 776, € 40,00

Uno degli aspetti positivi del recente tracollo elettorale dei Sinistrati, istituzionali e non, potrebbe essere costituito da un ritorno allo studio della Storia del movimento operaio oltre che da una riapertura della ricerca e da una maggiore attenzione nei confronti di tutte quelle espressioni dell’antagonismo di classe, anarchiche e comuniste, che per decenni la storiografia italiana e il dibattito politico-ideologico, che ha nutrito e di cui si è nutrita, avevano drasticamente rimosso. Una ricerca di tal fatta, motivata e libera da impicci ideologici, potrebbe poi servire a rimuovere quell’idea, falsamente moderna, che gli appelli rivoluzionari alla lotta di classe e all’anticapitalismo radicale possano appartenere soltanto a un folklore e a una tradizione ormai superati.

Soprattutto in questo cinquantenario del ’68 diventa perciò utile e necessario far riscoprire ai giovani, ma anche a coloro che non lo sono più, l’immensa mole di esperienze e riflessioni che accompagnarono le numerose aggregazioni politiche che, tra la caduta del fascismo e la ripresa delle iniziative di classe degli anni sessanta, si svilupparono a sinistra del PCI e in netta polemica con lo stalinismo e la conduzione togliattiana del “più grande partito comunista dell’Occidente”.1

Ancora una volta è stato Franco Bertolucci, intrepido ricercatore, direttore della Biblioteca Franco Serantini di Pisa e responsabile editoriale della stessa casa editrice BFS, a curare un’opera che scava negli anni compresi il 1945 e la fine degli anni Cinquanta e costituisce la conseguenza del fatto che, nell’aprile del 1998, Pier Carlo Masini avesse fatto dono alla Biblioteca Serantini dell’archivio politico dei GAAP (Gruppi anarchici di azione proletaria) e delle sue carte personali. L’impegno era che alla sua scomparsa, dopo un periodo di dieci anni, quei materiali fossero riordinati e resi disponibili per le attività di studio e di ricostruzione storica.

Così questo volume, il primo di tre, testimonia il rispetto di quell’impegno e di vent’anni di lavoro, per riportare letteralmente alla luce, come un reperto sconosciuto ai più, la ricerca portata avanti da un ristretto ma deciso e significativo nucleo di compagni, prevalentemente di estrazione anarchica, di un comunismo consigliarista e libertario che superasse le disgraziate scelte messe in atto dai partiti e dalla Terza Internazionale stalinizzati e allo stesso tempo l’impasse in cui sembravano essere precipitati l’anarchismo e le opposizioni di Sinistra dopo le esperienze devastanti della guerra di Spagna, dei totalitarismi e del secondo conflitto mondiale. Come afferma G. Berti, citato da Bertolucci:

“La tragedia della rivoluzione spagnola fu veramente la tragedia e la fine del movimento anarchico nato a Saint-Imier. Questo infatti si trasformerà lentamente ma inesorabilmente in un corpo ideologico immobile e in questa scia obbligata, ma sterile, affronterà i devastanti effetti della seconda guerra mondiale. Gli anni che seguirono non portarono sostanziali mutamenti alla irrimediabile situazione emersa con la sconfitta della rivoluzione spagnola. L’anarchismo non ebbe un vero ricambio generazionale perché la condizione creatasi dopo il 1945 lo mise, in modo ancora maggiore, in una posizione di assoluto isolamento che lo poneva di fatto fuori dalla realtà”.2

Nel settembre del 1939 avrebbe poi avuto inizio

“il più grande conflitto armato della storia dell’umanità, nel quale vennero usate nuove armi di distruzione di massa mai utilizzate fino a quel momento. […] Il movimento operaio internazionale rimase, ancor più che nella Prima guerra mondiale, lacerato e immobilizzato. La guerra imperialista fra gli Stati ebbe il sopravvento e quasi tutti i partiti di sinistra si dichiararono favorevoli al conflitto con le potenze dell’Asse”.3

Gli stessi esponenti anarchici, in alcuni casi, finirono con l’appoggiare l’intervento bellico degli alleati interpretandolo in chiave esclusivamente antifascista, mentre le opposizioni di Sinistra, schiacciate tra nazi-fascismo e stalinismo, si ritrovarono a tacere oppure ad avere un’influenza quasi nulla sulle masse ormai diversamente nazionalizzate. Mentre gli agenti dell’Ovra, della Ghepeù e dei nazisti davano loro la caccia per eliminarli fisicamente o per internarli nelle carceri o nei lager o nei gulag, oppure ancora mentre gli stati “liberali” concorrevano ad internare nei campi di prigionia militanti anarchici e comunisti di sinistra insieme a filo-fascisti e filo-nazisti.
Qualche anno dopo le prime prese di posizione degli anarchici a favore della guerra, che lasciarono uno strascico di polemiche e di lacerazioni interne al movimento,

“un convegno organizzato a New York dai gruppi anarchici riuniti del Nord America (24 dicembre 1943) elaborò un lungo documento, pubblicato l’anno seguente, dal titolo Rivoluzione e controrivoluzione. Nel documento, uno dei pochi prodotti in questo periodo di guerra dal movimento libertario di lingua italiana, si fa una lunga disamina delle radici del conflitto, partendo da quello precedente e analizzando la nascita delle dittature, lo sviluppo del capitalismo, il ruolo della Russia sovietica e la politica contraddittoria delle democrazie occidentali di fronte al nazifascismo e alla sua politica aggressiva. La conclusione del documento ribadisce, con le parole usate a suo tempo da Luigi Galleani, l’atteggiamento degli anarchici: «contro la guerra, contro la pace, per la rivoluzione sociale»”.4

Questa posizione può costituire, per certi versi, il canto del cigno dell’opposizione anarchica al conflitto imperialista in atto e, allo stesso tempo, la base di quell’elaborazione politica e teorica che nel secondo dopoguerra, in un clima di controrivoluzione imperante, avrebbe portato al tentativo di riorganizzare tra di loro i militanti anarchici e della Sinistra Comunista che avevano tenuta ferma la barra nella direzione della lotta al capitalismo e all’imperialismo, qualsiasi fossero le forme sotto cui si presentavano le due idre.
Occorre qui ricordare

“che il numero dei militanti (anarchici – N.d.R.) sopravvissuti a vent’anni di regime, che non si erano piegati e non avevano accettato compromessi, si aggirava nell’estate del 1943 intorno ai 2/3.000 individui, nella stragrande maggioranza nati tra il 1880 e i primi del Novecento e formatisi politicamente prima dell’avvento al potere del fascismo. Praticamente sono pochi i ventenni, cioè la generazione di giovani nati sotto il fascismo e che possono rappresentare il futuro del movimento. Questa cesura, o vuoto, generazionale peserà fortemente nello sviluppo del movimento e soprattutto nella sua incapacità di riallacciare le file della propria presenza tra le classi subalterne. […] Altro dato importante è il fatto che il nucleo più consistente di militanti, circa 200/300, che si trovava assegnato nelle diverse carceri o in località di confino, in particolare a Ventotene, non viene immediatamente liberato come gli altri prigionieri politici al momento della caduta del fascismo. Ad esempio, su iniziativa del capo della colonia di Ventotene, Marcello Guida – nome che ritornerà prepotentemente nella storia del movimento libertario nell’autunno del 1969 quando, come questore di Milano, si troverà a gestire la «Strage di Piazza Fontana» e il caso di suicidio/omicidio del ferroviere anarchico ed ex partigiano Giuseppe Pinelli –, gli anarchici confinati vengono destinati al campo di concentramento di Renicci d’Anghiari in provincia di Arezzo insieme con alcune migliaia di slavi. Solo dopo l’8 settembre riusciranno a fuggire dal campo di prigionia prima dell’arrivo dei tedeschi”.5

L’euforia post-resistenziale e la fine della guerra oltre che del fascismo non avrebbero sviato l’attenzione di questi compagni da quello che era il reale fuoco e il reale motore dei drammi appena trascorsi. L’abbuffata democraticistica, in cui apparentemente Truman e Stalin, borghesi e proletari, nazioni e classi, capitalismo e sfruttati potevano darsi felicemente la mano, non li aveva minimamente toccati. Anche se nel frattempo la situazione politica internazionale e nazionale, la composizione di classe e la cultura che le accompagnava si era, per forza di cose, significativamente modificata.

Fu in questa situazione e in questo iato culturale venutosi a creare tra le avanguardie militanti più radicali e la società circostante che ebbe inizio l’avventura dei Gruppi anarchici di azione proletaria (GAAP). Il cui principale animatore si può individuare nella figura di Pier Carlo Masini (1923 -1998), straordinaria figura di intellettuale, ricercatore, storico del movimento anarchico ed operaio, che proprio nel 1949, su Volontà, aveva scritto: «A mio giudizio non è esatto affermare che nella storia tutti i moti di libertà o di giustizia o di umana affermazione, ieri o domani, possano avere una relazione di consanguineità con l’anarchismo». Affermazione in cui era evidente l’intenzione di Masini

“di contestare tutte quelle correnti e/o tendenze del movimento anarchico che interpretano l’anarchismo come un’idea generica di ribellismo o, viceversa, ogni forma di ribellismo sociale che si senta in qualche modo autorizzata a essere inclusa nell’alveo della grande famiglia libertaria. Questa posizione nasce, appunto, dalla considerazione di come il movimento anarchico nell’immediato Secondo dopoguerra, sull’onda della riconquistata libertà, abbia accolto nelle sue file militanti di ogni genere, che spesso hanno creato confusioni e contraddizioni. […] «La storia di ogni società esistita fino ad oggi è storia di lotte di classe», la lapidaria sentenza si trova, come è risaputo, nel Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels e secondo Masini non è necessario esser convinti adepti del materialismo storico per accettare l’essenza di verità racchiusa nella frase testé citata. Sebbene la storia umana non possa esser tutta spiegata con l’azione della lotta di classe, non si può negare che i conflitti sociali più o meno violenti ne siano stati uno dei motori principali.[…] Dell’elaborazione marxiana sulle classi, Masini condivideva l’individuazione nel proletariato e nella borghesia delle due classi emergenti, ma antagoniste, di quella fase storica – il secolo decimonono – e da ciò ne conseguiva la considerazione che nel momento in cui il proletariato avesse portato avanti i propri interessi all’interno del sistema capitalistico, essendone in quanto forza-lavoro prodotto e componente prima, ne avrebbe determinato la totale distruzione; e poiché alla proprietà dei mezzi di produzione avrebbe sostituito la proprietà comune, avrebbe conseguentemente eliminato anche le classi che sono a quella connesse. Era quindi evidente che le condizioni necessarie per la formazione della classe, riprendendo la riflessione del filosofo ed economista di Treviri, erano principalmente di ordine economico; esse potevano però soltanto delimitare quella che veniva definita dagli economisti e dai sociologi una «situazione di classe». Questa risulta dalla trasformazione della maggior parte dei membri della società in lavoratori, per i quali il capitalismo aveva creato una situazione comune”.6

Inoltre Masini scriveva ancora sulla classe e il proletariato

“che, illuso o tradito, non può mai venir meno a se stesso perché è sempre e ferreamente presupposto dalla classe nemica, dallo stato nemico: resta un conflitto di classe, sia pure deviato dai liquidatori o sfruttato dai demagoghi, una lotta implacabile di «quelli che stanno sotto» contro «quelli che stanno sopra»; resta soprattutto l’esigenza di dare a questo movimento di classe una ideologia che esso non esprime mitologicamente dal suo seno come un tempo sognarono i pontefici massimi dell’operaiolatria, ma che un secolo di lotte ci propone oggi come il prodotto delle sue dirette esperienze”.7

A fronte di un movimento anarchico che rivendicava, attraverso la redazione della stessa rivista Volontà, un ruolo più di testimonianza che di direzione politica, Masini opponeva l’idea che

“gli anarchici devono organizzarsi e attrezzarsi con un’ideologia che rivendichi la piena autonomia dei lavoratori nel definire e realizzare il proprio percorso di emancipazione, e questa è una condizione sine qua non per l’acquisizione di una coscienza politica che può condurre verso la conquista e l’avvento di una società liberata”.8

“Per Masini, come per il gruppo formatosi nel frattempo intorno a lui, non può esistere una rivoluzione senza un movimento rivoluzionario, di conseguenza è fondamentale per gli anarchici uscire dal loro isolamento e darsi una funzione di «avanguardia», proprio per insinuare nelle lotte sociali il germe dell’insurrezione: «È per questo che noi vogliamo agganciare al movimento della classe lavoratrice una rivendicazione di libertà che completa e trascende le limitate richieste a fondo politico ed economico». E la funzione dei gruppi anarchici specifici per Masini nel divenire sociale è ben precisa: «Allora non bisogna dimenticare che i gruppi anarchici nei luoghi di lavoro operano oggi in una situazione controrivoluzionaria e non possono avere che uno scopo: quello di illustrare, documentare, descrivere la crisi, dare la rappresentazione geometrica e puntuale di questa crisi fondando in tal modo le premesse della riscossa proletaria»”. 9

Su queste basi, che sottendono una situazione controrivoluzionaria che solo successivamente potrà essere superata e un confronto serrato con molte delle federazioni anarchiche diffuse sul territorio nazionale, Masini contribuirà a dare vita al periodico L’Impulso, che vedrà raccogliersi intorno alla sua redazione (composta nel primo anno e mezzo di vita quasi esclusivamente dal solo Masini) Augusto Boccone, fornaio e militante di vecchia e provata fede; due giovani della classe 1920 entrambi amici personali di Masini: Luciano Arrighetti operaio della Galilei e Sirio Del Nista impiegato ai Cantieri Orlando di Livorno. I liguri Arrigo Cervetto, Lorenzo Parodi, Agostino Sessarego e Aldo Vinazza – classi 1925-1927 – tutti di estrazione proletaria con esperienze nella Resistenza. I piemontesi, che rappresentano forse il gruppo più omogeneo dal punto di vista sociale essendo tutti di estrazione proletaria e inseriti nei principali stabilimenti industriali del capoluogo regionale con una grande esperienza sindacale alle spalle e anche internazionalista visto che tra loro ci sono volontari che hanno combattuto in Spagna come Aldo Demi – classe 1918 –, o che hanno un lungo excursus nel movimento, come Paolo Lico – classe 1903 –, tutti o quasi facenti parte di un gruppo storico dell’anarchismo torinese, quello del quartiere popolare di Barriera di Milano, insieme a numerosi altri provenienti da diverse regioni. I militanti che ruotano intorno al periodico hanno una prevalente estrazione proletaria, ma con una significativa presenza di giovani intellettuali, studenti e insegnanti, che poi svolgeranno una discreta influenza sullo sviluppo dell’organizzazione.

“Il primo obiettivo di questo nuovo impegno del gruppo è quello di iniziare alla base un paziente lavoro di restaurazione teorica allo scopo di rianimare i compagni disorientati o ideologicamente deboli; di qui la necessità di riassestare consolidare potenziare, sul piano locale, il tessuto associativo minacciato da un avanzato processo di lacerazione. Va altresì ricordato che questo gruppo, soprattutto i più giovani, è attraversato da un sentimento di inquietudine, di voglia di essere in qualche modo protagonista del proprio avvenire, ma nel contempo è incerto nelle scelte soprattutto teoriche. Masini li sprona allo studio, invia loro continuamente lettere nelle quali suggerisce letture di classici, sia politici che economici. Tra di loro c’è chi non ha una formazione prettamente anarchica, ma spesso è mutuata da elementi spuri derivati dalla cultura social-comunista, o repubblicana; Masini ne è ben cosciente e cerca con tutte le sue forze di costruire un cammino comune, ma l’impresa come vedremo non sarà priva di ostacoli e anche di delusioni. Tra i nomi dei giovani che sono tra i più irrequieti e in qualche maniera “problematici” c’è Cervetto”10

Che nell’immediato Secondo dopoguerra vive un’evoluzione politica e teorica che lo porterà ad essere da antifascista ribelle e comunista irregolare ad anarchico, come reazione alla svolta del «partito nuovo» di Togliatti.
E proprio in una lettera a Cervetto del 16 novembre 1949 che Masini delineerà in parte il programma dell’attività di quelli che diverranno i GAAP:

“Mi sembra che sul piano ideologico si possa andare d’accordo dichiarando il fallimento di socialdemocrazia-bolscevismo-sindacalismo-anarchismo tradizionale. […] Ora ecco la prospettiva che si disegna
a) dichiarare il fallimento di tutto il passato (anche nostro);
b) procedere alla formazione di un movimento (anarchico) nuovo.
Fin qui la prospettiva politica, di anni. Poi la prospettiva storica, di decenni.
c) Formare il movimento di classe.
Natura non facit saltus.
Sul terreno ideologico le nostre posizioni coincidono.
Sull’astensionismo siamo d’accordo.
Sul «partito» nessuno vuole il partito tradizionale della classe operaia, né l’azienda elettorale dei socialdemocratici né la superassociazione di amicizia italo-sovietica degli stalinisti, ma qualcosa di superiore di metapartitico.[…] se un presupposto della dissoluzione dello stato nella fase rivoluzionaria è la formazione particolare dei quadri rivoluzionari, risulta anti-pedagogico, controproducente parlare a questi quadri il linguaggio della «dittatura», della «egemonia», della «conquista del potere». Significa capitolare innanzi tempo di fronte all’ipotesi dello stato, ripiegare passivamente su posizioni di rinuncia, di pigrizia, di controrivoluzione preventiva.
Bisogna decisamente puntare sul non-stato, concentrare tutte le forze nel periodo rivoluzionario senza deroghe, senza proroghe dei problemi. Ci siamo?”11

Sarà sostanzialmente su queste basi, oltre che su una più vasta riflessione di carattere geo-politco sull’imperialismo e sull’opposizione alla guerra, che sarà formulato il documento politico della Conferenza nazionale convocata dal Gruppo d’iniziativa per un movimento «orientato e federato» svoltosi a Pontedecimo, in provincia di Genova, dal 24 al 25 febbraio 1951da cui avranno ufficialmente origine i GAAP. Le cui tesi principali saranno elaborate da Masini e da Cervetto.
Con il secondo ormai più orientato verso ipotesi di stampo leninista.

“Tra gli osservatori che partecipano alla Conferenza di Genova-Pontedecimo vanno segnalati Bruno Maffi, rappresentante del Partito comunista internazionalista; Livio Maitan e Sergio Guerrieri dei Gruppi comunisti rivoluzionari IV Internazionale. La presenza di queste organizzazioni a una riunione di anarchici rappresenta una novità. […] I bordighisti all’epoca rappresentano una delle «dissidenze» storiche del comunismo italiano, nel loro costituirsi in formazione politica distinta durante gli anni del Secondo conflitto mondiale, avevano sempre cercato di rivendicare la continuità con l’esperienza del Partito comunista d’Italia fondato a Livorno nel 1921. Questo richiamo alle radici non era casuale, e non riguardava solo anagraficamente la storia di alcuni dei principali militanti e teorici – tra cui lo stesso Amadeo Bordiga, primo segretario e fondatore del PCd’I –, ma soprattutto era di natura politico ideologica. La scelta nella propria denominazione dell’aggettivo «internazionalista», testimoniava la rivendicazione della vera essenza del comunismo rivoluzionario in contrapposizione al modello staliniano e togliattiano del partito, che faceva del nazionalismo la propria bandiera. La loro presenza alla Conferenza nazionale del gruppo de «L’Impulso» era dettata soprattutto dai buoni rapporti personali che negli anni Masini aveva mantenuto con quest’area politica e dalla quale traeva alcune riflessioni teoriche, specialmente quelle riguardanti l’analisi di Bordiga sullo Stato e la scelta internazionalista che l’intellettuale toscano stesso aveva condiviso durante l’ultima guerra”.12

La preoccupazione maggiore di Masini non fu però soltanto quella di costruire un’organizzazione che in una situazione controrivoluzionaria non avesse altro scopo che quello di illustrare, documentare e descrivere la crisi, non solo economica ma soprattutto politica del movimento proletario, dare la rappresentazione geometrica e puntuale di questa crisi fondando in tal modo le premesse della riscossa proletaria. Ma anche quella di chiarire che nel momento in cui il lavoro politico fosse venuto

“a combaciare con la realtà rivoluzionaria, in questa si dissolve e scompare come movimento. Guai se l’organizzazione politica sopravvivesse di un attimo! Guai se anche i gruppi anarchici di fabbrica non si bruciassero ipso facto nel nuovo spazio umano delle assemblee. Avremmo allora una mostruosa dittatura, chiusa e tirannica quanto altre mai. L’alba della rivoluzione deve coincidere col tramonto dei suoi annunziatori”13

Quell’avventura politica sarebbe durata fino al 1957, in uno dei periodi più burrascosi e difficili per il movimento operaio non soltanto italiano; segnato dalla fine apparente dello stalinismo, dalla rivolta operaia “rimossa” di Berlino Est del 1953 e dalla repressione sovietica dell’insurrezione dei consigli ungheresi del 1956. Nel mentre quei compagni sarebbero stati sempre attenti ai nuovi sviluppi della lotta di classe e all’evolversi della situazione internazionale e dei conflitti interimperialistici.

L’organizzazione sarebbe stata attraversata anche dolorosamente dalle contraddizioni esplosive che si manifesteranno nella seconda metà del decennio post-bellico, ma sempre quei compagni avrebbero cercato di non perdere la rotta e di mantenere un punto di vista adeguato sia alla situazione ancora ritenuta controrivoluzionaria che alle possibili evoluzioni future della lotta di classe e della rivoluzione.
Come esempio di tale attenzione e lucidità basti qui ricordare una risoluzione del Comitato nazionale dei GAAP sui moti di Berlino del giugno 1953:

“Il giorno 17 giugno le strade di Berlino, quelle stesse strade che nel primo dopoguerra rosso furono teatro della estrema resistenza spartachiana contro le truppe del traditore Noske, sono state invase da prorompenti turbe di lavoratori e di lavoratrici che dopo anni di silenzio, di reazione croce-uncinata, di guerra imperialista, di occupazione militare hanno levato la voce fremente ed angosciosa di una classe di schiavi in rivolta. Come anarchici e come rivoluzionari noi consideriamo questo avvenimento, insieme alle eroiche sollevazioni dei popoli coloniali, insieme alle dure lotte dei lavoratori europei contro l’imperialismo americano, come uno dei fatti più importanti e più significativi degli ultimi anni.
Il 17 giugno l’imperialismo sovietico ha rivelato le debolezze e le contraddizioni del suo sistema non più attraverso oscuri conflitti tra alti gerarchi di partito e di governo, facilmente risolvibili con l’impiccagione dei vinti, non più attraverso processi, sensazionali e clamorosi quanto privi di ogni significato sociale, di fronte ai quali le masse assistevano passive e attonite. No, questa volta le masse sono entrate nel processo come accusatrici ed hanno impostato la causa su chiari motivi di classe: di là lo Stato burocratico e poliziesco, l’esercito straniero, il partito di governo; di qua noi, popolo lavoratore, armato dei nostri diritti al pane ed alla libertà. Ancora una volta è stato dimostrato che né il peso opprimente di una dittatura, né l’illusione di un «socialismo» statalista e burocratico. Né il violento annientamento fisico di ogni qualificata opposizione rivoluzionaria sono sufficienti a garantire la classe egemone dall’incontenibile insurrezione delle forze di classe che sgorgano alla base della sua stessa egemonia e le si avventano contro”.14

L’enorme mole di documentazione e di testi riportati in questo primo volume andrebbe esaminata ancora più approfonditamente, cosa che lo spazio di una recensione non può permettere, ma sicuramente le pagine della coraggiosa e ampia opera di ricostruzione curata da Bertolucci, insieme a quelle dei due volumi che seguiranno15 e che ancora qui su Carmilla saranno recensiti, richiamano tutti allo studio della Storia e ci ricordano che il processo di formazione dei partiti e dei movimenti reali non è semplice né casuale né, tanto meno, volontaristico. Sorge invece da lunghe riflessioni sulle sconfitte passate e dalla dura esperienza delle lotte reali, condivise (non soltanto sulla base ideologica) e diffuse sui territori, non da un’urna elettorale e nemmeno dall’aggregazione di rappresentanti di formazioni politiche ormai defunte che come fantasmi si rifiutano semplicemente di accettare l’idea di esser già scadute da tempo.


  1. Come spesso si ricordava orgogliosamente, senza allo stesso tempo ricordare quale incredibile baluardo della restaurazione borghese questo avesse finito col rappresentare fin dalla svolta di Salerno e quale ostacolo avesse sempre costituito per la riorganizzazione di classe dal basso e per l’autonomia politica della stessa  

  2. G. Berti, Il pensiero anarchico: dal Settecento al Novecento, Lacaita, 1998, pp. 47-48 cit. in F.Berolucci, Per una storia dei Gaap, in GRUPPI ANARCHICI D’AZIONE PROLETARIA. LE IDEE, I MILITANTI, L’ORGANIZZAZIONE. Vol.1, pag. 56  

  3. F. Bertolucci, op.cit. pag. 56  

  4. Bertolucci, op.cit. pp.57-58  

  5. Bertolucci, pag. 61  

  6. op.cit. pp. 94-95  

  7. pag.96  

  8. pag.96  

  9. pag. 97  

  10. pag. 110  

  11. pag. 114  

  12. pp. 153-154  

  13. Cit. in Bertolucci, pag. 97  

  14. Le rosse giornate di Berlino est, Genova 15 luglio 1953, op.cit. pag. 475  

  15. Il secondo intitolato: Dalla rivolta di Berlino all’insurrezione di Budapest. Dall’organizzazione libertaria al partito di classe; mentre il terzo sarà dedicato alle biografie dei vari militanti  

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Rivoluzione e disillusione https://www.carmillaonline.com/2017/11/15/rivoluzione-e-disillusione/ Wed, 15 Nov 2017 22:00:30 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=41462 di Sandro Moiso

Franco Bertolucci, A ORIENTE SORGE IL SOL DELL’AVVENIRE. Gli anarchici italiani e la rivoluzione russa 1917-1922, BFS EDIZIONI 2017, pp. 120, € 12,00

La rivoluzione russa del 1917 ha costituito sicuramente uno dei momenti fondativi per la politica, la società, la geopolitica e, forse più semplicemente, per l’intera storia del ‘900. Le trasformazioni politiche, economiche e sociali avvenute nel grande paese eurasiatico tra quel fatidico anno e i due decenni successivi avrebbero suscitato speranze, paure, illusioni, odi, disillusioni e conflitti di classe, nazionali ed internazionali, le cui conseguenze avrebbero [...]]]> di Sandro Moiso

Franco Bertolucci, A ORIENTE SORGE IL SOL DELL’AVVENIRE. Gli anarchici italiani e la rivoluzione russa 1917-1922, BFS EDIZIONI 2017, pp. 120, € 12,00

La rivoluzione russa del 1917 ha costituito sicuramente uno dei momenti fondativi per la politica, la società, la geopolitica e, forse più semplicemente, per l’intera storia del ‘900.
Le trasformazioni politiche, economiche e sociali avvenute nel grande paese eurasiatico tra quel fatidico anno e i due decenni successivi avrebbero suscitato speranze, paure, illusioni, odi, disillusioni e conflitti di classe, nazionali ed internazionali, le cui conseguenze avrebbero trasformato definitivamente le concezioni ottocentesche del socialismo e, allo stesso tempo, la concezione borghese della funzione dei partiti.

Franco Bertolucci, direttore della Biblioteca Franco Serantini di Pisa, storico militante e ricercatore attento a tutte le manifestazioni del pensiero espresso tra Otto e Novecento dal movimento operaio e anarchico italiano ed internazionale, ha condensato in un agile e documentato volumetto, edito dalle edizioni BFS, le contraddittorie posizioni manifestate dal movimento anarchico italiano nei confronti di quella rivoluzione.

Posizioni la cui contraddittorietà non derivava dalla più generale concezione anarchica della trasformazione sociale, quanto piuttosto da quella che fondava la rivoluzione stessa.
Un moto enorme di soldati, operai, donne e contadini che nel giro di pochi giorni, nel febbraio del 1917, aveva di fatto cancellato dalla Storia un’autocrazia che da cinque secoli governava il territorio più grande al mondo: quei 24 milioni di km quadrati che costituivano l’impero zarista.

Un moto rivoluzionario, che avrebbe costituito, ad un primo giudizio storico e politico, l’evento più importante della guerra (la prima mondiale) come ebbe a dire Rosa Luxemburg nel suo scritto dedicato all’evento e scritto a caldo nel 1918 mentre si trovava in carcere.1
Il fatto più importante di un evento che a sua volta avrebbe contribuito in maniera decisiva a fondare le premesse e i percorsi politici e sociali del XX secolo.

Un moto che sembrava smentire le concezioni gradualistiche della socialdemocrazia, sia europea che russa, che fondava le proprie idee di trasformazione sociale su una concezione distorta del pensiero di Marx.2 Un processo rivoluzionario che partiva dalle masse esaurite da anni di guerra, morte, fame e miseria, in un contesto socio-economico e politico che poteva ben considerarsi come il più arretrato d’Europa, ma che si esprimeva in un contesto rappresentativo, i soviet, in cui era ancora forte la funzione dei partiti. Non sempre all’altezza del compito e non sempre, anzi quasi mai, in sintonia con le richieste provenienti dal basso.

Basti qui citare un estratto da una lettera al soviet di Pietrogrado proveniente da un gruppo di soldati al fronte alla fine di luglio del 1917 (quando il governo provvisorio era in carica già da cinque mesi):

Al congresso3
E’ l’ultima volta che vi chiamiamo compagni.
Noi credevamo che il congresso avrebbe portato, o se non altro avvicinato la pace, invece i discorsi vertono su tutt’altro: sugli arresti degli anarchici, sulla disputa con i bolscevichi a proposito dell’allontanamento degli anarchici dalla dacia di Durnovo, sull’esistenza della Duma di Stato, sugli ossequi a Rodzjanko e così via. Ricordate signori ministri e principali dirigenti: noi i partiti li capiamo poco, sappiamo solo che non è lontano nè il futuro nè il passato, lo zar vi ha confinati in Siberia e imprigionati, ma noi vi trafiggeremo con le baionette.
Perché voi menate la lingua come le vacche menano la coda.
A noi non servono le belle parole, a noi serve la pace.4

Testimonianza esplicita di una rivendicazione all’azione diretta ed efficace contro la guerra e le inutili cianfrusaglie ideologiche ed opportunistiche espresse dall’assemblea che avrebbe dovuto innanzitutto dare voce e corpo alle istanze di chi le aveva permesso di esistere e sopravvivere.
Voci e moti che fin da febbraio avevano costituito per il movimento anarchico, italiano e internazionale, un più che valido motivo di speranza nell’avvicinarsi di un più vasto sommovimento di classe internazionale.

Voci e moti che trovavano corrispondenza anche in Italia e sul fronte italiano. Bertolucci non dimentica infatti di ricordare che le speranze degli anarchici italiani si fondavano non soltanto sulla resistenza alla guerra manifestatasi nelle campagne e città italiane già nel 1914, ma anche nei moti insurrezionali di Torino nel corso del mese di agosto del 1917 e, soprattutto, nell’elevato numero di diserzioni e procedimenti contro i renitenti alla leva (circa 470.000). In una situazione in cui in una regione come la Sicilia il numero dei renitenti corrispose al 50% dei chiamati o richiamati al fronte.

«Fare come in Russia» diventa in breve il leitmotiv dei giornali sovversivi e libertari. Gli anarchici e i propri organi tra i quali «L’Avvenire anarchico» e «Guerra di classe», periodico dell’Unione Sindacale Italiana, seguono con trepidazione e crescente simpatia l’evolversi della situazione.
Ragioni politiche e storiche – considerando l’influenza esercitata dal movimento rivoluzionario russo in Italia – determinano questa spontanea ed entusiasta attenzione verso la Rivoluzione russa da parte degli anarchici italiani, che con una visione messianica attendono la rivoluzione sociale come risposta alla guerra imperialista. Le prime notizie dalla Russia confermano le loro attese e le loro previsioni. Gli anarchici, nel marzo-aprile 1917, sperano che l’affermazione di quella rivoluzione sia il prodromo dell’espandersi del moto agli altri paesi coinvolti nel conflitto mondiale.5

Tali speranze e previsioni erano poi ulteriormente alimentate dalla stampa borghese che, come nel caso del quotidiano «La Stampa» di Torino in un articolo del 21 aprile di quello stesso anno, definiva Lenin come un «anarchico russo». Ignorando completamente le differenze che correvano tra le concezioni politiche del leader bolscevico e quelle libertarie. E che di lì a poco si sarebbero pesantemente manifestate in entrambe le direzioni di marcia.

Paradossalmente l’ultima manifestazione pubblica degli anarchici in Russia corrispose ai funerali, nei primi giorni di febbraio del 1921, del vecchio nobile e anarchico Kropotkin che, sebbene criticato dal movimento libertario, sia in Russia che in Italia, per aver scritto e firmato, il 21 febbraio 1916 ma pubblicato sul quotidiano «La Bataille» soltanto il 14 aprile di quello stesso anno, il Manifesto dei sedici in cui si inneggiava alla guerra a fianco dell’Intesa contro l’imperialismo tedesco, proprio nel momento in cui centinaia di migliaia di soldati russi avevano cominciato a disertare,6 costituiva pur sempre un simbolo di continuità tra le vecchie e nuove generazioni del movimento libertario.

Di lì a poco, nel marzo del 1921, la distruzione e la dispersione, ad opera dell’Armata rossa diretta da Trockij e dal generale Michail Nikolaevič Tuchačevskij, della comune dei marinai, dei soldati e degli operai di Kronštadt, che aveva costituito una delle anime più generose e determinate della rivoluzione del ’17, avrebbe determinato la definitiva cesura tra movimento libertario e bolscevismo. Come ebbe ad osservare l’anarchica americana Emma Goldman all’epoca ancora presente sul territorio russo.

Cesura, tra movimento rivoluzionario autentico e politiche bolsceviche, che gli anarchici avevano già iniziato a denunciare precedentemente e che la convocazione del I Congresso della Terza Internazionale nel marzo del 1919, dopo un primo momento di partecipazione ideale e di positivo accoglimento dell’iniziativa, aveva portato, per esempio, ad affermare sulle pagine del giornale «Il Risveglio» di Ginevra:

Lenin ci ha fatto intendere chiaramente che non vuole di noi nella Terza Internazionale, a meno che fossimo disposti ad ammettere la conquista dei poteri pubblici e la dittatura cosiddetta del proletariato, ossia cessare d’essere anarchici.7

Dittatura del proletariato in cui gli anarchici non intravedevano altro che una sorta di dittatura di una minoranza di operai specializzati dell’industria, insieme agli intellettuali rivoluzionari e socialisti e ai nuovi proprietari terrieri, come scrivevano sulle pagine di «Umanità nova» nel novembre del 1920.

Delle tragiche conseguenze di quella rottura legata alla progressiva presa del potere da parte del partito bolscevico scrive ancora Bertolucci nel suo testo, così come altri hanno già fatto.
Ciò che occorre, però, qui individuare non sono soltanto le illusioni e le disillusioni che accompagnarono i movimenti reali e quelli sovversivi di quegli anni, ma anche il fatto che le difficili informazioni provenienti dalla Russia e le distorte interpretazioni ideologiche di quegli avvenimenti nascosero, allora come troppo spesso ancora oggi, il fatto che nel 1917 giunsero ad un fatale incrocio quattro treni lanciati in corsa: 1) quello del movimento reale dei soldati, degli operai, delle donne e dei contadini; 2) quello delle aspirazioni anarchiche e populiste attive in Russia fin dalla seconda metà dell’Ottocento; 3) quello dei partiti socialdemocratici, liberali e borghesi che intendevano approfittare di un rinnovamento in chiave capitalistica dell’assetto economico e sociale della Russia zarista e 4) quello della minoranza socialista bolscevica, sospesa tra marxismo ortodosso e rivoluzione. Il tutto in un contesto in cui l’imperialismo internazionale da subito fece di tutto per impedire e distruggere l’esperimento «sovietico» fin dai suoi primi e incerti passi.

Da quel cozzo di forze gigantesche emersero vincitori, ma soltanto per un breve periodo, i bolscevichi. Illusi essi stessi di poter guidare quel magma dopo averlo correttamente interpretato nei giorni di Ottobre. Illusi di essere in grado di rappresentare sempre e comunque le reali esigenze del proletariato, fino ad arrivare a distruggerne le avanguardie insieme agli avversari politici, anarchici e socialisti rivoluzionari. Prima di essere essi stessi divorati dallo stesso infernale e cieco meccanismo partitico e dittatoriale. Come dalle belle e pacate pagine scritte da Bertolucci è possibile correttamente intravedere.


  1. Rosa Luxemburg, La rivoluzione russa, (a cura di Massimo Cappitti), BFS Edizioni 2017  

  2. Si confrontino Ettore Cinnella, L’altro Marx, Della Porta Editori, Pisa – Cagliari 2014 e la sua recensione su Carmilla: https://www.carmillaonline.com/2014/09/03/marx-contro-marxismo/  

  3. dei Soviet  

  4. cit. in Alessandra Santin, Lettere di soldati russi al Soviet di Pietrogrado (marzo-novembre 1917) raccolte in Paolo Giovannini (a cura di ), Di fronte alla grande guerra. Militari e civili tra coercizione e rivolta, Istituto Regionale per la Storia del Movimento di Liberazione delle Marche, Il Lavoro Editoriale, Ancona 1997, pp.168-169  

  5. Franco Bertolucci, A ORIENTE SORGE IL SOL DELL’AVVENIRE, pag. 38  

  6. Si calcola che nel solo 1916 siano state un milione e mezzo le diserzioni nell’esercito zarista  

  7. Bertolucci, pag. 77  

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