psichiatria – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Thu, 12 Mar 2026 05:30:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Fotografia e psichiatria https://www.carmillaonline.com/2025/12/04/fotografia-e-psichiatria/ Thu, 04 Dec 2025 21:00:06 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91365 di Gioacchino Toni

Francesca Orsi, La nuova alleanza tra fotografia e psichiatria. Da Basaglia a oggi, Interviste a Luciano D’Alessandro, Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Claudio Ernè, Paola Mattioli, Emilio Tremolada, Uliano Lucas, Dario Coletti, Ilaria Turba, Joan Fontcuberta, Javier Viver, Christian Fogarolli, Prefazione di Vanessa Roghi, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 234, € 25,00

In chiusura degli anni Sessanta del secolo scorso vengono pubblicati due volumi destinati a rivelare, attraverso immagini fotografiche, l’universo rinchiuso entro le mura dei manicomi, prima che questi fossero smantellati dalla caparbia lotta di Franco Basaglia e da un turbolento contesto italiano che seppe infrangere la cappa conservatrice [...]]]> di Gioacchino Toni

Francesca Orsi, La nuova alleanza tra fotografia e psichiatria. Da Basaglia a oggi, Interviste a Luciano D’Alessandro, Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Claudio Ernè, Paola Mattioli, Emilio Tremolada, Uliano Lucas, Dario Coletti, Ilaria Turba, Joan Fontcuberta, Javier Viver, Christian Fogarolli, Prefazione di Vanessa Roghi, Mimesis, Milano-Udine 2025, pp. 234, € 25,00

In chiusura degli anni Sessanta del secolo scorso vengono pubblicati due volumi destinati a rivelare, attraverso immagini fotografiche, l’universo rinchiuso entro le mura dei manicomi, prima che questi fossero smantellati dalla caparbia lotta di Franco Basaglia e da un turbolento contesto italiano che seppe infrangere la cappa conservatrice che gravava sul Paese sorprendentemente disponible a sperimentare cambiamenti radicali.

Si tratta del volume curato da Franco Basaglia e Franca Ongaro, Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin (Einaudi, 1969) e del libro di Luciano D’Alessandro, Gli esclusi. Fotoreportage da un’istituzione totale (Il Diaframma, 1969). Individuando in queste due pubblicazioni le fondamenta di una nuova iconografia della malattia mentale Francesca Orsi indaga il rapporto tra fotografia e psichiatria che si è sviluppato tra la fine degli anni Sessanta e oggi.

In linea con l’idea benjaminiana che individua nel frammento, nel suo interrompe la narrazione lineare della storia, un potenziale critico utile a svelare le contraddizioni della modernità aprendola a nuove e inedite prospettive, con La nuova alleanza tra fotografia e psichiatria Orsi ha inteso modellare «un nuovo atlante visivo della “follia” per accostamenti di tasselli che messi insieme creano significati inediti, tesi a definire un percorso alternativo verso un’iconografia destigmatizzante della malattia mentale e, contemporaneamente, a creare un senso collettivo di giustizia, di espressività artistica, di storia e di pensiero critico» (p. 228).

L’autrice sottolinea come le fotografie di Morire di classe abbiano avuto un ruolo importate non soltanto nel far conoscere le condizioni dei pazienti rinchiusi nei manicomi, ma anche nel rompere il sodalizio di estrazione positivista tra fotografia e psichiatria. Gli scatti di Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin hanno istituito «un nuovo alfabeto visivo della salute mentale, che affonda le sue radici nelle finalità politiche di Morire di classe, nella sua intrinseca urgenza civile e sociale» (p. 15), un alfabeto che si è evoluto nel corso del tempo rapportandosi con i cambiamenti occorsi non solo in ambito psichiatrico, sociale e politico, ma anche a livello di comunicazione visiva. Nel ricostruire quelle nuove visioni su malattia mentale, devianza e alterità, Orsi si è avvalsa delle testimonianze dirette di chi le ha prodotte. Nel volume si trovano interviste raccolte tra il 2008 e i giorni nostri a: Luciano D’Alessandro, Carla Cerati, Gianni Berengo Gardin, Claudio Ernè, Paola Mattioli, Emilio Tremolada, Uliano Lucas, Dario Coletti, Ilaria Turba, Joan Fontcuberta, Javier Viver e Christian Fogarolli.

Se tanto gli scatti di D’Alessandro, realizzati presso l’ospedale psichiatrico Materdomini di Nocera Superiore, ove operava il dottor Sergio Piro, pubblicati nel volume Gli esclusi, quanto quelli di Cerati e Berengo, effettuati nei manicomi di Colorno, Gorizia e Firenze, diffusi da Morire di classe, hanno messo la società italiana di fronte a una realtà sino ad allora sconosciuta attraverso la crudezza delle immagini, sono state soprattutto le fotografie di questi ultimi a sconvolgere l’opinione pubblica e ciò, probabilmente, è dovuto al fatto che queste hanno saputo trasmettere l’urgenza da cui erano mossi i fotografi di mostrare, denunciare e rivelare la violenza dell’istituzione psichiatrica in linea con la battaglia basagliana. È probabilmente la mancanza di questo senso di urgenza ad aver reso all’epoca meno dirompenti gli scatti di D’Alessandro, mossi invece da premesse di ordine estetico-autoriale e intenzionati a riflettere la solitudine dell’essere umano. Mentre le fotografie di Cerati e Berengo agiscono da «urlo», quelle di D’Alessandro, mosse più da uno sguardo autoriale che non reportagistico, sono riconducibili «al silenzio esistenziale», al «mondo interiore». Gli esclusi, afferma lo stesso D’Alessandro, ha preso il via come una riflessione sull’esistenza umana, da cui, soltanto dopo, è derivata la denuncia sociale.

Mentre Morire di classe fu voluto da Franco Basaglia e Franca Ongaro come un atto d’accusa all’istituzione psichiatrica, usando il libro come ponte verso l’esterno, verso la società, verso la politica e verso l’opinione pubblica, Gli esclusi fu voluto da Sergio Piro partendo dalla stessa tensione nei confronti della psichiatria, ma procedendo a una sua “demolizione” dall’interno, usando la propria esperienza e la propria visione come primo tassello da abbattere (p. 31).

Se Gli esclusi si è presentato come un libro fotografico elegante, Morire di classe, ricorda Berengo, si è proposto esplicitamente come «un manifesto politico di protesta, fatto con urgenza e con delle modalità che permettessero un costo molto basso, per arrivare a un pubblico più ampio» (p. 57). L’incidenza esercitata sulla società italiana dalle fotografie di Morire di classe non può che essere messa in relazione con l’importanza che, come ricorda la stessa Cerati, aveva la fotografia negli anni Sessanta nell’ambito della denuncia sociale, della divulgazione e della comunicazione. Due libri mossi da progettualità differenti ma altrettanto importanti nel rinnovamento della fotografia psichiatrica: Morire di classe per l’adozione di una strategia comunicativa efficace nel fare irrompere nella società italiana il tema della malattia mentale, Gli esclusi per la sua capacità di aprire una riflessione sull’istituzionalizzazione psichiatrica, sul ruolo del fotografo e sulla natura dell’immagine che intende raccontarla.

Se gli scatti di Morire di classe e de Gli esclusi hanno inteso denunciare l’istituzione psichiatrica, più che raccontare il cambiamento al suo interno, le fotografie realizzate negli anni Settanta presso l’ospedale psichiatrico triestino allora diretto da Basaglia di autori come Claudio Ernè, Paola Mattioli, Gian Butturini, Emilio Tremolada, Neva Gasparo e Mark Smith rappresentano un nuovo modo di guardare ai pazienti, ora considerati indissociabili dalla loro storia e dalla loro identità, in linea con il passaggio nella psichiatria basagliana dall’utopia goriziana degli anni Sessanta alle pratiche sperimentate nel decennio successivo.

Se in precedenza, dalla fine dell’Ottocento, la fotografia aveva assunto, rispetto all’istituzione psichiatrica, un ruolo di “strumento scientifico” per definire la malattia mentale e alla fine degli anni Sessanta era stata l’arma di denuncia della condizione manicomiale, negli anni Settanta i fotografi arrivati, per motivi diversi, a Trieste si resero parte loro stessi dell’ingranaggio del cambiamento in atto e testimoniandolo lo vivevano in prima persona (p. 71).

Le fotografie degli anni Settanta, insomma, tendevano a restituire ciò che gli stessi fotografi stavano vivendo nel loro rapportarsi con chi era affetto da malattia mentale.

Per i fotografi giunti nella città friulana, la realtà manicomiale, oltre a essere diventata una storia personale, data la prossimità fisica e umana, era anche una questione politica, un battersi per degli ideali in cui si credeva, un momento condiviso di forte critica al sistema. Il fotografo, nel suo essere coinvolto, perdeva la sua tecnicità e si mescolava agli altri volti e alle altre miriadi di storie che punteggiavano il parco del San Giovanni (p. 73).

Ernè ricorda come per i fotografi che, come lui, si confrontarono con la struttura triestina negli anni Settanta, lo scopo non fosse quello di denunciare, bensì quello di «fotografare una rinascita» di cui si sentivano parte. La stessa Mattioli conferma il clima di partecipazione e condivisione umana in cui si trovano immersi quanti e quante si erano presentati con la macchina fotografica nella struttura triestina.

Orsi si concentra poi su tre fotografi – Emilio Tremolada, Uliano Lucas e Dario Coletti – che «hanno espresso un ruolo di raccordo storico ma anche narrativo e meta fotografico. Il loro lavoro ha avuto il merito di documentare l’evoluzione di un movimento nel suo fluire temporale, ma anche di mostrare come tale evoluzione politica e ideologica fosse accompagnata da quella del linguaggio fotografico e del loro personale sentire estetico e compositivo» (p. 103). Tre autori che, per quanto differenti per stile e concezione della fotografia, sono riusciti «a raccontare tre momenti in cui la fotografia, procedendo nel suo percorso storico e formale, si è messa in dialogo con il suo passato per mostrare un concetto di cambiamento che riguardava la sua natura, il panorama psichiatrico e la società stessa» (p. 104).

Tremolada ribalta l’intento classificatorio e regolatore della fotografia positivista sui corpi dei pazienti proponendosi di guardare alla «personalizzazione degli oggetti che tornano ad assumere la loro funzione identitaria, che tornano a raccontare la specificità delle storie di vita, simboli di un cambiamento che ha fatto sì che il corpo del paziente non fosse più un “suppellettile assimilabile agli arredi del manicomio”» (p. 108). Oltre al soggetto delle immagini, il fotografo cambia la tecnica narrativa basandola su «inquadrature che stringevano, isolavano, facevano diventare gli oggetti dei concetti, delle astrazioni, degli spazi di riflessione» (p. 111).

Lucas affronta, invece, la malattia mentale allontanandosi dalla sua abituale narrazione reportagistica militante, proponendosi una una nuova iconografia attenta a non stigmatizzante la malattia mentale. Nel corso degli anni Ottanta e Novanta, egli si è focalizzato sull’essere umano, sulla sua riconquistata fisicità, sulle sue piccole storie vissute al di fuori delle mura delle strutture psichiatriche, sulle esperienze di integrazione sociale sperimentate dai nuovi indirizzi psichiatrici. «Se la fotografia psichiatrica di fine XIX secolo era servita a classificare la malattia mentale e a renderla visibile, quello che produsse Uliano Lucas fu un atlante di immagini teso a raccontare le sfaccettature dell’umano, senza che la fotografia fosse usata al servizio, ma a favore di qualcosa, di un pensiero che non stigmatizzasse più i “volti della follia”» (p. 114).

Mentre la fotografia di Cerati, Berengo e D’Alessandro raccontava la reclusione e la disperazione dell’essere umano, gli scatti di Lucas, per sua stessa ammissione, «rappresentano l’inizio della lotta, seguono l’impegno civile nel suo evolversi, rispecchiano la trasformazione del panorama psichiatrico dopo la riforma» (p. 137). Se con la fotografia, fino agli anni Settanta, ci si proponeva di suscitare un sentimento di pietà, successivamente, sostiene Lucas, si è voluto raccontare la riconquista della libertà dei soggetti, la loro vita, i loro affetti e la loro consapevolezza. «Le fotografie in ambito psichiatrico, con il tempo, hanno iniziato a raccontare il fluire di quella che una volta veniva definita “follia” nella normalità, la complessità della condizione umana» (p. 137). A partire dalla seconda metà degli anni Settanta, sostiene Lucas, la fotografia rivolta ai malati di mente ha smesso di documentare preferendo comunicare; se prima «il focus era il malato e la sua condizione, dopo, è diventato il suo confondersi nella società, di cui diventò parte» (p. 137).

Dalla sua esperienza partecipativa all’interno di una struttura mentale romana, Coletti ha voluto estrarre un racconto delle nuove forme di assistenza psichiatrica territoriale guardando ai volti e ai corpi degli assistiti in maniera autoriale, riprendendo, per certi versi, l’immaginario artistico adottato da D’Alessandro negli anni Sessanta.

Se D’Alessandro aveva intessuto il suo lavoro della semanticità del corpo, delle mani soprattutto, e i fotografi degli anni Settanta avevano raccontato, invece, la sua dinamicità figurativa, Coletti, con il suo lavoro, si pone, precisamente, al centro; raccordo tra iconografie passate ed espressione, però, di qualcosa che prima non era mai stato visto insieme e per questo nuovo (p. 117).

L’ultima parte del volume si concentra su alcuni casi recenti in cui l’arte e la fotografia si occupano di disagio mentale guardando in particolare a Ilaria Turba, Joan Fontcuberta, Javier Viver e Christian Fogarolli, in un contesto mutato, contraddistinto da una sovrastimolazione visiva che ha profondamene modificato l’immaginario visivo e le modalità di comunicazione.

La pratica artistica di Turba, che Orsi annovera tra gli artisti contemporanei che stanno dando vita a un nuovo alfabeto visivo della malattia mentale, si manifesta spesso come un processo collettivo di cui la fotografia offre testimonianza. «In un certo modo, le sue immagini sono documento di un qualcosa che si plasma per creare una connessione identitaria» (p. 166). Si tratta di un metodo generativo incentrato sulla condivisione; come per altri fotografi, anche per Turba il tempo trascorso nella comunità o con l’individuo di cui intende raccontare rappresenta un elemento imprescindibile nella produzioni di immagini.

A partire dalla sua riflessione sullo stato della fotografia contemporanea, nel rapportarsi all’iconografia della malattia mentale, Fontcuberta giunge a elaborare un metodo di “creazione visiva” in cui vecchie e nuove fotografie vengono elaborate digitalmente, ricorrendo anche all’intelligenza artificiale, dando luogo a particolari contaminazioni postfotografiche. Risulta interessante, scrive Orsi, notare come l’artista catalano, «attento più al processo rispetto al risultato e alla specificità del tema, riesca a sollevare in maniera critica il concetto di “anormalità”, applicato sia alle nuove espressività contemporanee sia, parallelamente, ai vecchi dogmi psichiatrici, creando una continuità tra la dimensione artificiale e quella umana» (p. 175).

Nell’affrontare la malattia mentale, Viver lavora spesso sul patrimonio visivo ottocentesco rimodellandone esclusivamente la narrazione, la sequenza, l’interazione tra le immagini dando luogo a una struttura aperta in cui le fotografie cessano di presentarsi come semplice simulacro dell’istituzione psichiatrica prestandosi a un’indagine attenta della condizione umana.

Infine, Fogarolli, «per riflettere sull’immaginario non solo della malattia mentale, ma, più diffusamente, della devianza e dell’alterità, utilizza l’arte nella sua accezione più vasta, non riconducendola esclusivamente alla natura dell’immagine, ma estendendola alle sue materializzazioni installative, scultoree e performative» (p. 180).

Orsi domanda ai fotografi interpellati come pensano sia cambiato nel corso del tempo il rapporto tra fotografia e disagio mentale. Rispetto alla fotografia degli anni Sessanta, da cui tutto è partito, quella attuale, sostiene Berengo, mostra maggiore aggressività, «una tendenza a drammatizzare, a confezionare un’immagine da “pugno nello stomaco”» (p. 60), sia nel momento dello scatto che in quello della stampa, le immagini sembrano volere a tutti i costi generare angoscia. D’Alessandro sottolinea come mentre la sua generazione era stata espressione di un’identità collettiva desiderosa di partecipare alla ricostruzione fisica, sociale e culturale del Paese uscito da poco dalla guerra, la generazione attuale di fotografi sembra mancare di un’identità collettiva, di un orizzonte comune. «Il mio, quello di Berengo e Cerati, era un progetto d’intervento, un contributo alla consapevolezza sociale e civile. Con i fotografi che raccontarono quello che successe dopo è come se avessimo fatto un unico lavoro a più mani, ognuno ha fatto un pezzo» (p. 40).

Come D’Alessandro, anche Lucas, pur facendo riferimento nel suo caso alla generazione di fotografi che si è occupata dei malati di mente negli anni Settanta, mette in luce l’aspetto collettivo e partecipativo che animava la loro pratica. «Molti artisti ai giorni nostri trattano il tema della salute mentale, da un punto di vista scientifico, storico, anche concettuale, ma il loro sguardo è uno sguardo spesso intellettualistico, che non rispecchia un sentire politico e sociale comune, come invece successe per la nostra generazione» (p. 141). Dalla metà degli anni Settanta, secondo Coletti, nel rapportarsi con la malattia mentale, la fotografia ha spostato il suo focus «verso una resa dinamica della realtà, che andava a simboleggiare il processo di riacquisizione identitaria dei pazienti. I loro corpi non erano più colti nella loro immobilità, suscitando un sentimento di pietà nello sguardo di chi vedeva le immagini» (p. 153). Difficile dire, sostiene il fotografo, «se questo cambio di registro dipenda dall’evoluzione del linguaggio in sé o dal percorso intrapreso dalla “nuova psichiatria”» (p. 153). Venendo poi alla stretta attualità, a parere di Coletti, la fotografia sembra avere ormai perso il suo valore di denuncia e dovendo immaginare un lavoro fotografico su tali tematiche sarebbe meglio concentrarsi sulle storie intime dei pazienti seguendo da vicino il loro percorso quotidiano.

Terminata l’epopea in cui si pensava e si agiva credendo nella possibilità di grandi e radicali trasformazioni, gli artisti e i fotografi contemporanei, sostiene Turba, si trovano a pensare e agire in “scala ridotta” rispetto alla prospettiva basagliana, concentrandosi su comunità e contesti specifici. Circa gli indirizzi assunti negli ultimi tempi dall’iconografia mentale nelle arti visuali e nella fotografia, che ha condotto diversi autori a lavorare sugli archivi fotografici, Viver ritiene che, in generale, questi sembrano caratterizzati da una propensione a sperimentare liberamente percorsi di ricerca della realtà più profonda in reazione ad un periodo eccessivamente caratterizzato da un approccio razionalista, empirico e materialista.

Una volta abbandonato il manicomio concentrazionario, la psichiatria istituzionale ha introdotto nuovi metodi di gestione dei devianti basati sulle etichette diagnostiche e sulla prescrizione di psicofarmaci, trasferendo così il manicomio dalle mura direttamente alla testa degli individui. Viene così introdotto un nuovo tipo di manicomio basato sulla diagnostica, sulla catalogazione e sull’etichettatura identitaria applicata ad ampio raggio a chiunque risulti affetto da un disturbo o da una malattia mentale. A partire dalla ricostruzione dell’iconografia della malattia mentale proposta da Francesca Orsi, vale ora la pena di domandarsi quali strade prenderà in futuro il rapporto tra fotografia e psichiatria alla luce delle profonde trasformazioni che hanno toccato entrambe.


Sul rapporto fotografia/psichiatria:

Senza distogliere lo sguardo: Carla Cerati, La classe è morta. Storia di un’evidenza negata, Prefazione di John Foot. A cura di Pietro Barbetta. Postfazione di Silvia Mazzucchelli (Mimesis 2023).

Manicomi. Immagini di violenza istituzionalizzata: Gianni Berengo Gardin, Manicomi. Psichiatria e antipsichiatria nelle immagini degli anni settanta (Contrasto 2015)

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La più miserabile delle arti https://www.carmillaonline.com/2021/11/18/la-piu-miserabile-delle-arti/ Thu, 18 Nov 2021 21:30:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68950 di Gioacchino Toni

A distanza di quasi un decennio dalla sua prima uscita, ricompare sugli scaffali delle librerie, in una nuova edizione, il volume di Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale (elèuthera, 2021) [su Carmilla] ove, nel suo caratteristico alternare racconti di esperienze umane e professionali vissute direttamente e riflessioni derivate dalla partecipazione a convegni o da letture di vario tipo, l’autore passata in rassegna l’ombra lunga del manicomio fisico proiettatasi ben oltre le chiusure sancite dalla Legge 180.

Dopo la chiusura dei manicomi tradizionali è con il ricovero presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura [...]]]> di Gioacchino Toni

A distanza di quasi un decennio dalla sua prima uscita, ricompare sugli scaffali delle librerie, in una nuova edizione, il volume di Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale (elèuthera, 2021) [su Carmilla] ove, nel suo caratteristico alternare racconti di esperienze umane e professionali vissute direttamente e riflessioni derivate dalla partecipazione a convegni o da letture di vario tipo, l’autore passata in rassegna l’ombra lunga del manicomio fisico proiettatasi ben oltre le chiusure sancite dalla Legge 180.

Dopo la chiusura dei manicomi tradizionali è con il ricovero presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura che l’individuo inizia la sua carriera di “malato di mente”, di dipendente/utente della “fabbrica della cura mentale”. Condotto in stato di agitazione in una di queste strutture, viene lì trattenuto, facilmente obbligato a una terapia sedativa e, quando ritenuto necessario, legato al letto. Se il malcapitato non si “normalizza” velocemente rischia di essere obbligato a soggiornare per qualche tempo presso qualche Casa di cura convenzionata. Una volta riammesso in società, non è difficile aspettarsi che, vista la sostanziale impossibilità di ricevere aiuto domiciliare, il paziente torni presto a essere ricondotto presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, dunque a riprendere il percorso dal suo inizio.

È così, sostiene Cipriano, che funziona la “fabbrica della cura mentale”: una fabbrica che ha il suo direttore (il primario) che controlla il buon funzionamento della catena di montaggio umana coadiuvato dai tecnici specializzati (gli psichiatri) con il malato recepito come la macchina biologica da riparare non attraverso la parola, la relazione e un po’ di umanità, ma soprattutto per via farmacologica.

Uno spazio importante all’interno del libro Cipriano lo dedica al perdurare della pratica del legare i pazienti con disturbi psichici, nonostante la chiusura dei manicomi tradizionali e il suo non comparire nei libri di psichiatria. Ciò avviene sicuramente a causa di carenze legislative, oltre che per la sua “economicità” ma, sottolinea l’autore, a permettere tutto ciò sono soprattutto l’etica e la cultura degli operatori che continuano a farvi ricorso.

Il volume uscito nel 2013 ha avuto, tra gli altri, il merito di contribuire a riproporre, non solo tra gli operatori, “il problema della contenzione”. La questione resta di estrema attualità, come sottolinea Cipriano nell’introduzione alla nuova edizione, anche alla luce di alcuni eventi recenti che danno il polso della situazione. In particolare l’autore si sofferma su come la forma narrativa di un libro come L’arte di legare le persone, scritto da Paolo Milone, psichiatra ormai in pensione, abbia ottenuto un certo consenso persino tra “intellettuali insospettabili”, «capaci di applaudire a questa malafede psichiatrica camuffata da gesto narrativo. Intellettuali convinti che siccome la letteratura è letteratura, in quanto tale deve poter dire tutto. […] La letteratura d’altra parte è magica, e ha il potere di muovere gli eventi e far rinascere, come zombie, certe pratiche che credevamo di aver seppellito. Come ogni magia la letteratura può essere bianca oppure nera, quando la letteratura riesce a persuadere che legare le persone è un’arte, io dico che è una sorta di magia nera».

Per farsi un’idea del regresso culturale che caratterizza l’attualità basta notare come a vincere il concorso per dirigere il Centro di Salute Mentale aperto nelle 24 ore di Trieste sia stato l’ex direttore di un SPDC chiuso, con porte sotto chiave e fasce pronte all’uso. «Forse perché l’arte di legare è stata riabilitata perfino dalla letteratura?». Probabilmente, afferma pungente Cipriano, «l’arte di legare le persone è l’arte in cui devi eccellere, in questo momento storico, se vuoi fare carriera nella psichiatria italiana». Se questa è un’arte, conclude lo psichiatra riluttante, allora «è la più miserabile delle arti».

Certo, afferma lo psichiatra riluttante, non legare può essere molto più faticoso. «Ma vuoi mettere, tornare a casa stanco e non sentirsi una merda». «Ci sono alcuni che fanno cento legamenti in un anno, e altri che ne fanno quattro in tutta la carriera. I primi, se sanno scrivere abbastanza bene, riusciranno perfino a scrivere L’arte di legare le persone. E giù applausi. Sembra che il libro tardivo sia servito, allo psichiatra che lega, per giustificare quel tipo di carriera. E di esistenza. E di crimini di pace. Crimini trasformati letterariamente in atti terapeutici».

La fabbrica della cura mentale tornata in libreria in una nuova edizione è anche, scrive Cipriano, «un po’ la risposta alle spacconate dello psichiatra artista delle fasce. Anche se, a pensarci, è più probabile che sia stato il suo libro la risposta al mio. Lo avrà letto di certo, come lo lessero moltissimi psichiatri – come fa uno psichiatra che ama legare a non avere la curiosità di leggere un libro contro di lui? Non può, un libro dove perfino asserivo che chi non lega è felice e chi lega è infelice ognuno a modo suo – l’avrà letto e dopo si sarà messo di tigna per riabilitarsi, riuscendo a pubblicarlo, tu vedi i casi della vita, con lo stesso editore che negli anni Settanta pubblicava Franco Basaglia: ma non è un segno dei tempi tutto ciò?».

 

 

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Il potere della parola https://www.carmillaonline.com/2021/07/01/il-potere-della-parola/ Thu, 01 Jul 2021 21:00:57 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66944 di Giovanni Iozzoli

Sara Manzoli (a cura di), Il potere della parola, Sensibili alle foglie, 2021, 95 pp., € 13.00

Dopo l’importante ricerca sulle badanti [su Carmilla], Sara Manzoli, sempre sotto l’egida di Sensibili alle Foglie, continua la sua opera di indagine e scavo negli “inferni di prossimità” – quei micro mondi a noi vicini, consueti, ma dei quali ignoriamo testardamente la dimensione di sofferenza e i meccanismi di sottomissione che ordinariamente riproducono. Sotto le lenti della “socioanalisi narrativa”, finisce il mondo del disagio psichiatrico, soprattutto nei suoi aspetti più [...]]]> di Giovanni Iozzoli

Sara Manzoli (a cura di), Il potere della parola, Sensibili alle foglie, 2021, 95 pp., € 13.00

Dopo l’importante ricerca sulle badanti [su Carmilla], Sara Manzoli, sempre sotto l’egida di Sensibili alle Foglie, continua la sua opera di indagine e scavo negli “inferni di prossimità” – quei micro mondi a noi vicini, consueti, ma dei quali ignoriamo testardamente la dimensione di sofferenza e i meccanismi di sottomissione che ordinariamente riproducono. Sotto le lenti della “socioanalisi narrativa”, finisce il mondo del disagio psichiatrico, soprattutto nei suoi aspetti più destabilizzanti. Una domanda, non retorica, assai concreta, attraversa tutto il viaggio dell’autrice: chi detiene il potere della parola, nel mondo della malattia e della terapia psichiatrica? La parola apre e chiude mondi, universi di senso, biografie, strategie sanitarie: chi ha diritto di parola, nella relazione terapeutica paziente/istituzione? Chi ha il diritto di reclamare tale potere: “i pazienti che danno una descrizione soggettiva e quindi particolare di vissuti, emozioni, pensieri, oppure il sistema curante che incasella queste parole in coordinate nosografiche, costruendo una rappresentazione della realtà più rarefatta, rispondente a codici internazionali e presentata come risultante di complesse procedure scientifiche”? Quindi, in concreto: chi può prendere parola e che processo di trasformazione subisce quella parola, dentro il tritacarne dell’istituzione psichiatrica?

Sara Manzoli, operatrice militante della salute mentale, racconta la complessa cartografia del circuito psichiatrico istituzionale: un viaggio che mette il lettore a contatto con gli “appartamenti protetti”, i “centri diurni”, le residenze , i Servizi Psichiatrici di diagnosi e Cura, l’esperienza tremenda dei TSO, il ruolo degli ESP. Una rete complessa di strutture e strategie, il cui ordito è rappresentato da alcuni elementi costanti, quali la non emancipazione del paziente dalla terapia e la centralità onnipervadente della farmacologia. Sara costruisce indagine sociale, usando l’approccio del “cantiere socionarrativo”: far parlare le persone della loro “malattia” , del contesto sociale in cui nasce, del contesto terapeutico entro cui il disturbo, e in ultima analisi l’individuo nella sua integrità, vengono presi in gestione dall’istituzione. Una riappropriazione “dal basso”, orizzontale, del diritto rivoluzionario di autonarrazione della propria storia: che è la conquista di un punto di vista singolare, unico – irriducibile alla “terapia”e al rapporto paziente/medico – foriero anche di liberazione e guarigione.

La parola, quindi – o meglio la sua assenza, il suo addomesticamento o la sua potenzialità trasformatrice – è il filo conduttore di questo “viaggio al termine della malattia mentale”:

I partecipanti al Cantiere lamentano lunghi e ripetuti ricoveri nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura dove è evidente la contenzione fisica spesso subita per lunghi periodi, a volte solo per maggior comodità personale. Sono lampanti le umiliazioni corporee subite; a una prima lettura di queste storie, pare che gli operatori riescano a rivolgersi a queste persone solo attraverso il loro corpo, evitando completamente il dialogo e l’uso della parola. Se una persona in evidente stato confusionale non mantiene la condotta richiesta, scattano immediatamente punizioni di tipo corporale. Non ci sono scambi dialogici, se non all’interno dei gruppi istituiti dal personale. In una testimonianza viene messa in evidenza un aspetto importante e cioè che in questi contesti totalitari e violenti è insensato poi organizzare dei gruppi terapeutici, ai quali, giustamente, i partecipanti al cantiere si rifiutano di presenziare, in quanto queste persone vorrebbero essere ascoltate sempre, non solo quando lo consentono gli operatori. Lo scambio non avviene neanche quando i ricoverati chiedono informazioni pratiche, le risposte sono tutte scritte nei cartelli e queste persone se le devono andare a cercare da sole, spaesate e appena entrate in questo insolito luogo di non vita, dove c’è una regola per tutto (pag. 25)

Il viaggio di Sara Manzoli si snoda per tutti i gironi della sofferenza psichiatrica, come se il vecchio manicomio, autoliquidando le sue forme più barbare, si fosse semplicemente ricostituito in una dimensione post-moderna, tecnologica, più adatta a intercettare e contenere ogni genere di “anomalia  comportamentale” usando gli strumenti più adatti – dalle pillole alla contenzione meccanica. Un manicomio “light” che si dissolve ma penetra e informa di sé la cura psichiatrica, in un labirinto di istituzioni e prassi in cui i pazienti vengono indirizzati verso l’obiettivo della normalizzazione sociale – non disturbare troppo la vita dei “normali” e non rendersi pericolosi per sè e per gli altri – attraverso la perdita dell’anima, la demolizione dell’Io sofferente, destrutturato e ricomposto in una forma accettata e compatibilizzata dalle procedure psichiatriche. Centrale in questa fase è l’idea onnipervadente del controllo – del denaro, degli affetti, dell’igiene, dei tempi di vita – e, ovviamente, della parola. In una infantilizzazione del paziente/utente che rinuncia alla sua autonomia di cittadino e di adulto, e si consegna mani e piedi all’istituzione e ai suoi custodi.

Un capitolo straziante è dedicato all’“inesorabile avanzata degli psicofarmaci: “io assumo Risperdal, Paroxetina, Lamotrogina e altre due medicine per gli effetti collaterali dei farmaci, il Questran e l’Ossibutinina, e anche l’En! Con le medicine mi trovo bene, a parte gli effetti collaterali; ho il fegato spappolato e anche il pavimento pelvico che non tiene, gli psicofarmaci rilassano gli sfinteri. Gli unici che stanno bene grazie agli psicofarmaci sono gli psichiatri!” (pag. 43). Una egemonia ormai totale dell’approccio farmacologico che lascia dire all’autrice, sconsolatamente esperta di questa degradazione continua della pratica medica: “Emerge quindi in maniera emblematica che i farmaci che dovrebbero essere somministrati “per il bene della persona” di fatto servono solo a “far stare bene gli psichiatri”, che liquidano facilmente la presa in carico del loro paziente, e le case farmaceutiche con i profitti che ne traggono, perchè in questo modo si aggirano modalità di cura più impegnative (…) Ma una persona che non ha voce, come fa a parlare? Cos’altro può dire al di fuori di tutto ciò che ha orecchiato? Come fa a parlare se il linguaggio che usa è quello che le rimane del gergo di chi l’ha messa a tacere, di chi le ha tolto il linguaggio lasciandole solo le caricature di parole scientifiche: bordeline, bipolare, schizofrenico ecc, oppure scialorrea, secchezza delle fauci, insomma “effetti collaterali”? Del resto siamo sicuri che si tratti soltanto di “effetti collaterali”?  (pag. 47)

Le parole degli “utenti” dei servizi psichiatrici (espressione assai ipocrita che presuppone una soggettività autonoma e consapevole del paziente) sono fendenti e lineari: “Una volta volevano ricoverarmi per la depressione e ho concordato di non farlo; nei ricoveri ti bombardano solo di farmaci; i farmaci e il ricovero non sono la soluzione. La medicina serve solo a rimbambirci, in questo gruppo non noi possiamo aiutarci, se io arrivo qui e sono depresso, ci aiutano e ci parliamo e a me serve. Talofen, ambulanza e TSO non sono la soluzione. Un bravo dottore dovrebbe dirti “ti attivo uno psicologo”, perché i farmaci per un quarto fanno bene ma per tre quarti fanno male. In conclusione voglio dire che quando si sta male serve dialogo, confronto, parole NON terapia al bisogno.” ( pag. 31)

Le intenzioni e le finalità di un “cantiere socionarrativo” sono ben espresse dal bilancio che l’autrice fa della sua esperienza di ascolto e di autoascolto dei soggetti: “La cura della parola e della relazione è lo spostamento di immaginario che gli utenti della psichiatria propongono. Spostarsi dalla centralità del farmaco alla centralità della parola. Il loro scambio dialettico di opinioni non è stato solo un mezzo per evitare la solitudine, ma una precisa e determinata formulazione politica che modifichi radicalmente (forse sarebbe più corretto dire: che sovverta) le istituzioni psichiatriche nel loro complesso” (pag. 81).

E il suggello ad un libro come questo, può essere un frammento dedicato al calvario di un maestro di provincia italiana:

È morto dopo essere rimasto mani e piedi legato ad un letto per più di 80 ore, senza essere né alimentato né idratato. A dieci anni dalla morte di Francco Mastrogiovanni, il maestro elementare di Castelnuovo Cilento (Salerno) sottoposto nel 2009 a trattamento sanitario obbligatorio nel reparto di psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, arriva una lettera di scuse da parte di un infermiere che avrebbe dovuto assisterlo. ‘Abbiamo commesso una barbarie’ ammette Nicola Oricchio. ‘Non abbiamo capito la richiesta di aiuto di Franco strappandolo al vostro affetto’ (…). Franco è morto invano perché ancora oggi, nei reparti di psichiatria degli ospedali, gli utenti ricoverati in trattamento sanitario obbligatorio continuano a morire a causa della contenzione meccanica. (pag. 30)

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Scrittori cosmo e scrittori cosmetici (con particolare riferimento al mondo psi) https://www.carmillaonline.com/2020/11/03/scrittori-cosmo-e-scrittori-cosmetici-con-particolare-riferimento-al-mondo-psi/ Tue, 03 Nov 2020 22:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63251 di Lorenza Ronzano

Ai poli opposti della produzione culturale ho individuato due modelli, le opere “cosmo” e le opere “cosmetiche”, cui corrispondono intellettuali che con il loro pensiero e la loro congerie di idee secernono un vero e proprio cosmo culturale e, di contro, intellettuali cosmetici, i quali invece si limitano a imbellettare e riordinare o rimodernare un mondo, un universo già esistente. Per esemplificare i due modelli potrei fare riferimento alla nota accoppiata Roland Barthes e Umberto Eco, o alla più famigerata Pasolini/Calvino, dove i primi soltanto sono creatori di un vero e proprio cosmo, mentre i secondi sono più [...]]]> di Lorenza Ronzano

Ai poli opposti della produzione culturale ho individuato due modelli, le opere “cosmo” e le opere “cosmetiche”, cui corrispondono intellettuali che con il loro pensiero e la loro congerie di idee secernono un vero e proprio cosmo culturale e, di contro, intellettuali cosmetici, i quali invece si limitano a imbellettare e riordinare o rimodernare un mondo, un universo già esistente. Per esemplificare i due modelli potrei fare riferimento alla nota accoppiata Roland Barthes e Umberto Eco, o alla più famigerata Pasolini/Calvino, dove i primi soltanto sono creatori di un vero e proprio cosmo, mentre i secondi sono più o meno valorosi rappresentanti di cosmesi culturale. Restringendo la visuale alla cultura italiana contemporanea, potrei contrapporre scrittori-cosmo come Siti e Moresco a scrittori cosmetici come Veronesi e Carofiglio e Ferrante e tanti altri. Ma approfondirò l’analisi dei due modelli a partire da un ambito che in questi ultimi anni ho imparato a conoscere più nel dettaglio, quello della psicologia e della psichiatria, dove i cosmetici trovano i loro esponenti in Recalcati, Crepet, Galimberti, mentre gli psichiatra-cosmo sono rappresentati da medici come Basaglia, Borgna o Cipriano.

Soltanto gli esponenti della cultura-cosmo, siano essi scrittori, psicologi, medici, antropologi, ecc., sono reali intellettuali. La vera cultura promana dai primi; i secondi, spacciatori di nozioni cosmetiche, appartengono all’ambito culturale soltanto nella misura in cui compiono un’opera di intrattenimento, di svago, di imbellettamento, di blanda narcosi.

Le caratteristiche degli intellettuali cosmo, di cui i cosmetici sono privi, sono le seguenti:
i cosmetici non portano mai avanti un discorso in prima persona, non si azzardano mai a dire “io”. Il loro ego, d’altra parte piuttosto pervasivo, è però messo al riparo delle loro locuzioni preventive – nelle opere dei cosmetici vengono adoperati spessissimo i “si dice”, “come si è detto”, “si afferma” – e i loro discorsi e le loro argomentazioni vengono montati come puzzle di citazioni, sotto la tutela di classici autorevoli.

Gli intellettuali cosmo invece si assumono la responsabilità delle loro idee, parlano in prima persona, dicono “io”, ci mettono la faccia. Non protetti dal gioco combinatorio del citazionismo, appunto rischiano, con il loro personale discorso, di perdere la faccia – che è forse l’unica cifra per misurare il valore di un saggio o di un romanzo. Per esempio, i libri di Recalcati sono estenuanti rimasticazioni, peraltro molto ben diluite, molto ben insalivate dall’autore, di idee tratte dalle teorie psicanalitiche lacaniane mescolate a concetti perlopiù impersonali, divenuti ormai di dominio pubblico a furia di essere estrapolati dai loro contesti originari e riproposti in forma stilizzata e quasi naif per via del continuo logorio e delle eccessive semplificazioni cui son stati sottoposti. I libri di Basaglia, così come quelli di Cipriano, nascono invece dall’esperienza diretta degli autori che, prima ancora di essere autori, sono professionisti che esercitano il mestiere di psichiatra a contatto con pazienti, i quali a loro volta, prima di essere pazienti, sono esseri umani alle prese con la vita.

I saggi degli scrittori-cosmo hanno quest’origine vitale e umana, connessa con un’esperienza personalissima e irripetibile, che viene narrata e testimoniata in prima persona. I saggi dei cosmetici invece hanno un’origine perlopiù antologica e combinatoria; i loro autori, facendo le pulci a qualche trattato accademico, ne ritagliano poi una frase o due, e su quelle ci cuciono addosso postille e minuterie argomentative per centinaia di pagine.

Connessa alla prima caratteristica, e in stretta relazione con essa, c’è il discorso sull’origine delle idee degli scrittori-cosmo in contrapposizione con i cosmetici: questi ultimi, come le succursali in franchising di grandi marchi, si appoggiano sempre all’azienda madre. Le opere cosmetiche sono caratterizzate dalla circostanza che i loro autori non hanno visto ciò di cui scrivono, né vissuto in prima persona ciò di cui argomentano, e anzi il più delle volte non l’hanno mai nemmeno concepito o immaginato. In breve, le opere cosmetiche sono letteratura e saggistica in franchising. Recalcati e Umberto Eco, per esempio, possiedono precisamente il temperamento degli aziendali che desiderano avviare una nuova impresa, ma che, non volendo partire da zero, preferiscono affiliarla a marchi già affermati. Nei loro saggi e nei loro romanzi, in effetti Recalcati ed Eco compiono un lavoro di affiliazione commerciale: le loro idee in franchising, mediate dall’azienda-madre di riferimento – la colossale teoria psicanalitica novecentesca, nello specifico la dottrina lacaniana per il primo; la semiotica strutturalista del saccheggiatissimo Barthes per il secondo – vengono ri-prodotte e ridistribuite al grande pubblico come servizi e beni di consumo. Sarà difficile trovarci qualcosa di illuminante o di originale, perché in cambio del rischio d’impresa dimezzato grazie alla tutela dell’azienda-madre, come ogni buon affiliato, gli autori di opere cosmetiche si impegnano a rispettare scrupolosamente gli standard e i modelli di produzione stabiliti dai franchisor.

Un’altra fondamentale differenza tra i due modelli riguarda la natura della complessità dei libri-cosmo rispetto a quella dei cosmetici: la complessità delle opere cosmetiche è tutta apparente ed esteriore, superficiale. A rigor di logica, non la si potrebbe nemmeno definire complessità, se intendiamo la complessità nel suo più puro significato derivante da complessione, cum (insieme)+plecto, dal greco pleko, ovvero attorco, intreccio, piego, creo pieghe, cioè unisco insieme strati diversi, di diversa fattura, di diversa natura, di diversa profondità, cosicché ciò che sta sotto è unito a ciò che sta sopra, o di traverso, o di lato, o ai bordi, per mostrare quelle affinità e analogie che nel dispiegamento della superficie non potevano balzare all’occhio, né essere colte insieme.

Mentre i cosmetici spiegano – la diligente spiegazione, il prolisso spiegamento come operazione contraria alla turgida e fitta complessità, dove s-piegare significa mettere tutto sullo stesso piano, cosicché i punti salienti risultino sì ben visibili, ma accampati l’uno distante dagli altri, precludendo ai nessi e alle relazioni di risultare evidenti e ben visibili; i saggisti-cosmo invece rendono complesso, cioè creano pieghe nel discorso, cucendo insieme idee, avvicinando i lembi di quelle analoghe, per metterle in relazione e per creare tra di esse una familiarità, affinché prolifichino. Si capisce come i primi, i cosmetici, abbiano più successo, e i secondi meno.

La complessità dei cosmetici, dicevo, è complessità soltanto esteriore, e si avvale della ricercatezza del linguaggio per sopperire a quella ricchezza di significati che non possiede. Si può dire che i libri di un Recalcati, o di un Crepet siano discorsi comuni tradotti in linguaggio letterario, accademico. Discorsi che suppergiù qualsiasi persona priva di cultura potrebbe formulare andando a braccio, sulla rotta del proprio buon senso, e che vengono poi tradotti in linguaggio accademico, imbellettati di termini che suonano colti e desueti. Si tratta insomma di contraffazioni, di traduzioni – mai come in questo caso il termine traduzione, dal latino tradere, strettamente imparentato con tra-duco, conserva il proprio significato originario di tradimento.

Il linguaggio adoperato nelle opere-cosmo è invece esattamente l’opposto: si adopera una lingua comune, comprensibile e accessibile a tutti, per esprimere idee mai prima concepite, idee che allacciano insieme concetti che ancora nessuno mai aveva avvicinato né messo in relazione, affinché dischiudano un’inedita interpretazione delle cose.

Mentre i cosmetici fanno pagare cara la banalità conciata da eccezionalità; gli scrittori-cosmo offrono l’originalità e non di rado la genialità sguarnite da orpelli letterari, servite sul modesto vassoio di una lingua accessibile a tutti (modesto vassoio, che poi… la lingua accessibile a tutti non è un demerito, bensì il più raffinato approdo per chi ha serie ambizioni letterarie), infischiandosene spavaldamente del rischio di essere svalutati da chi non sa cogliere le cifre dell’autentica creazione intellettuale (cioè da quasi tutti).

Un’ulteriore differenza, che discende a grappolo dall’ultima esaminata: la presenza di interferenze polari, di mescolanze categoriche dei libri-cosmo, che invece i cosmetici si guardano bene di evitare. Nei libri di Recalcati o dell’ “umanista” Galimberti non prendono mai la parola i pazienti, se non per essere analizzati e sottoposti a scrutinio. Non c’è mai posto per gli uomini e per le donne in analisi, se non come, appunto, “folli” o analizzati. Nei libri di Cipriano invece prendono parola i pazienti in qualità di persone, di esseri umani, e le loro testimonianze contribuiscono direttamente a portare avanti il discorso sulla psichiatria.

I libri cosmetici non si aprono mai davvero alla realtà, sono sistemi chiusi, bei labirinti di nozioni in cui perdersi graziosamente in un pomeriggio pigro. I libri-cosmo si aprono e si riconnettono sempre alla realtà – prima di tutto nascono da essa, per esempio la “trilogia della riluttanza” di Cipriano non può essere annoverata tra la saggistica accademica perché nasce come testimonianza di lavoro sul campo, come documento di impegno civile e professionale – e sono infatti intrisi di considerazioni personali, di stralci diaristici, di interferenze autoriali (spesso l’autore lascia la parola ad altri, e per altri naturalmente non intendo i padri della psicologia o altre autorità, ma i veri grandi altri, cioè i pazienti, coloro che in tutta la storia della psichiatria e della psicologia non hanno mai avuto voce in capitolo).

Per gli scrittori-cosmo la cultura è un universo organico, vitale, per i secondi un gioco combinatorio. I primi sono come degli estrattori di succo: il mondo passa attraverso di loro come una mela una carota un limone attraverso gli ingranaggi e il filtro di un estrattore. Ne uscirà un siero, il succo condensato di un universo culturale. I secondi sono delle specie di hobbisti che per noia giocano al piccolo chimico: tirano fuori la scatola con le essenze e gli elementi, li diluiscono e li combinano a vicenda, ne vien fuori una sintesi magari anche gradevole e profumata, ma a che serve? Un trastullo con cui trascorrere il tempo. Ecco la cosmesi culturale, sintesi di principi attivi morti ridotti in polvere, gioco combinatorio, vezzo estetico nel riproporre e nel riprodurre il già visto, già capito, già detto.

C’è differenza anche nella militanza tra gli scrittori-cosmo e i cosmetici. Questi ultimi spacciano nozioni, i primi fanno esercizio d’intelligenza. Differenza tra spaccio di nozioni e intelligenza: intelligenza come capacità di intus+legere, ovvero abilità di cogliere e mettere in relazione ciò che sta sotto (sotto all’apparenza, sotto al discorso condiviso, sotto alla realtà manifesta), quindi abilità di leggere il mondo – il mondo, non la realtà; la realtà è già mondo cifrato, è già mondo ridotto a sistema. Intelligenza in questa accezione è tutt’uno con l’onestà intellettuale, e con la purezza delle intenzioni. Le stesse identiche teorie, gli stessi identici concetti, se maneggiati con intelligenza, possono dirsi realmente cultura, costituiscono davvero cultura; ma gli stessi concetti, se esplicati senza intelligenza diventano altro – non si può nemmeno dire che si deteriorino a mere informazioni, ma appunto fuoriescono dall’ambito intellettuale, diventano svago, intrattenimento.

Ma a questo punto allora è meglio trattare e avere a che fare con il dato nudo e crudo, andarsi a leggere direttamente i libri dell’autore in questione – meglio leggersi le opere di Lacan che ascoltare Recalcati che le recita male – meglio consultare direttamente i manuali, l’enciclopedia, persino Wikipedia è una scelta migliore rispetto ai riadattamenti dei cosmetici, perché le idee e i concetti trattati senza intelligenza scadono a propaganda, vengono deformati dagli interessi di chi li manipola per abbindolare, per ottenere visibilità, per smuovere emozioni, compiacere vanitosamente l’uditorio, ipnotizzarlo retoricamente, ecc..

Inoltre, una differenza molto eterea, quasi esoterica, tra i due modelli consiste nella diversissima qualità dell’attenzione e dell’intenzione con cui gli autori scrivono: gli scrittori-cosmo sono come antenne che captano dall’etere segnali-radio per poi trasmetterli e diffonderli attraverso le loro opere, mentre gli autori-cosmetici compongono le loro opere perlopiù a partire da un atto volontaristico, da un desiderio egotico. Mentre i primi ricevono e captano idee, i secondi architettano nozioni. C’è differenza tra idee e nozioni.

Un’idea è qualcosa di organico e di indipendente – indipendente dalla mente di colui che la maneggia e che la esprime. Le nozioni sono i tasselli di cui si compongono le idee, come le tessere di un mosaico. Certo sono essenziali per la sua realizzazione, ma quel che conta è il mosaico, la visione d’insieme, appunto l’idea, il “disegno”. Anche i concetti, benché più complessi e articolati delle nozioni, hanno un’origine limitata, in quanto vengono concepiti da una singola mente, la loro manifattura è umana. All’origine di concetti e nozioni c’è sempre un atto di volontarismo individuale, e, pertanto, scorie più o meno evidenti di autoaffermazione. L’idea invece viene sempre in mente, (“Mi è venuto in mente”, “Idea!”, “Ho avuto un’idea”, “Mi si è accesa la lampadina”). Le nozioni hanno un’origine individuale e volontaristica, mentre le idee hanno un’origine superindividuale e spontanea, nella misura in cui vengono captate e recepite dall’ambiente circostante. Le vere idee non vengono mai pensate, studiate a tavolino; le vere idee vengono in mente, solo loro che pensano noi. Gli scrittori-cosmo, come in un download, le scaricano dall’etere, dall’atmosfera, dall’ambiente, dalla qualità elettrica collettiva in cui siamo immersi. Si può essere solo buone o cattive antenne per le idee, mai buoni o cattivi artefici. Chi architetta un pensiero, chi mette insieme concetti è fuori dall’idea. Può avere idee chi sta in ascolto – chi ha una struttura fisiologica atta a essere ricettivo. Poi, naturalmente, c’è bisogno che le riconosca, che le organizzi e le traduca in un pensiero condivisibile, comprensibile. A questo punto soltanto sono concessi il lavoro a tavolino, l’analisi, l’architettare un recipiente nozionistico in cui calare l’idea. Ma, prima, tutte queste operazioni sono controproducenti.

Gli scrittori-cosmo dunque scaricano le idee e le danno in pasto, le mostrano, le offrono generosamente quand’anche non organizzate in un discorso impeccabile, non hanno remore a servirsi di linguaggi che rasentano l’oralità perché sono gli stenografi del mondo. Gli scrittori cosmetici invece si limitano a riorganizzare concetti derivati da vecchie idee, ovvero ideologie – quando l’idea non aderisce più alla realtà, perché nel frattempo il mondo è cambiato, come una pancera larga, o troppo stretta, si ha l’ideologia; la vecchia, esausta idea scade in ideologia, l’ideologia è un complesso di idee scadute. Recalcati, per esempio, è uno che maneggia pancere troppo strette o troppo larghe (Freud? Lacan? il perdono?, ma che vogliono ‘sti zombie?), insomma ideologie che non calzano più il mondo.

Ancora sulla differenza della vocazione e della militanza: i cosmetici non sono al servizio di un’idea ma, al contrario, usano e riciclano idee per i propri scopi, per vendibilità, per vanità personale, godibilità, popolarità, ecc.

Pasolini, per esempio – emblema degli intellettuali-cosmo – era al servizio delle idee, e non si curava di sé e della propria immagine, o di quella che poteva essere la ricezione della sua immagine. L’immagine di Pasolini è stata totalmente modellata dalle sue idee, come se fossero le idee a secernere l’intellettuale, e non viceversa. Il vero intellettuale capisce sempre il mondo suo malgrado. Nei video, nelle interviste, questi aspetti sono lampanti, – è evidente la passione con cui Pasolini è manovrato dalle sue idee, è evidente la sua mancanza di vanità (e se c’è vanità, è la vanità dell’invasato, di chi sa di essere il portavoce di qualcosa di più grande di lui, di qualcosa che lo trascende). Il vero intellettuale è sempre sottoposto, sempre vittima delle proprie idee. Gente come Sini, Recalcati, Crepet, invece, stanno al di sopra delle idee. Comodi, avvolti in caldi maglioni e gilet sartoriali, te le fanno cadere dall’alto, proprio. Non le prendono sul serio, e non sono presi sul serio dalle idee. Giocano. Ci giocano come fossero biglie, scavano tunnel in cui farle rotolare, gongolano mettendole in fila una dopo l’altra, compiacendosi della resa estetica, imboniscono l’uditorio elargendo le più leziose, le più intriganti, le più ricercate. Fanno un lavoro di ricamo, di uncinetto culturale.

Nel migliore dei casi, i cosmetici fanno teatro con la cultura. Attori che allestiscono una messinscena a partire da qualche topos trito e ritrito del nostro immaginario dottrinale. Come in un monologo teatrale, il risultato può essere accattivante. Sono interpreti, attori che inscenano il grande pensatore, il filosofo, il Maestro, l’intellettuale, ecc.

È questo a sedurre e ad affascinare, e che sta a fondamento del loro successo e della loro popolarità.

Non a caso i loro monologhi, le presentazioni dei loro libri, gli interventi di fronte al pubblico hanno sempre un impianto drammatico-scenografico: dai modi all’abbigliamento, dalla gestualità alla gestione dei silenzi e del tono della voce, ci sono molto più studio e lavoro e qualità attoriali che non intellettuali – non sto con ciò sminuendo la carriera attoriale, tra l’altro notevole, sto piuttosto cercando di riportare l’attenzione sul fatto che è una cosa diversa dal ruolo dell’intellettuale.

Come alla radio, impostano la voce nei toni giusti, sembra che siano abituati a fare prove microfono, più che a sondare i principi generativi di un concetto dall’altro. Prendono una frase, una semplice citazione e la atterrano in cento posizioni diverse, come in un kamasutra del verbo. Sono manierati, raramente dispongono di intuizioni notevoli, allora ripiegano sul linguaggio e gli fanno fare il contorsionista, genuflettono frasi, stordiscono coi virtuosismi linguistici, anafore, catafore, ripetizioni, ellissi… è una cantilena. E’ la carriera del pifferaio, dell’imbonitore di folle. Alzano e abbassano la voce come nei trailer dei film commerciali, in cui gli speaker montano la suspense secondo ritmi calcolati per tenere in pugno l’attenzione degli ascoltatori.

Perlopiù fanno appello a quel piacere che gli esseri umani imparano a godere da piccoli, nel lettuccio protetto dalla voce rassicurante dei genitori che raccontano le fiabe. Non importano i significati, importa soltanto un certo sentimentalismo del Significato, quel tiepido senso di pace e sicurezza che promana dalla voce pastosa dei genitori. Sono come il padre che declama impeccabilmente la fiaba. Non importa il senso della storia, importa l’ipnosi, la devozione verso il padre che dice. Non importa cosa, perché il Padre dice. Allungano le vocali, “No, signori, noooo… non è come pensate”. Uhh, brividi… No, e certo, la detengono loro la verità. È arrivato il padre a dirmela.


Su Carmilla: Lorenza Ronzano, La variabile umana, Elèuthera 2019

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Chiamate telefoniche – 5 https://www.carmillaonline.com/2020/05/05/chiamate-telefoniche-5/ Tue, 05 May 2020 21:30:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59854 di Piero Cipriano

Dopo il primo mese di bonaccia, in cui il reparto era quasi senza ricoverati, tutti in casa a rispettare il lockdown e a temere il virus, ora gli argini si sono rotti. Ieri quattro ricoveri, tutti insieme. Due perché volevano uccidersi saltando dal terrazzo (gli splendidi terrazzi condominiali della cui esistenza tutti si erano scordati, per due mesi sono stati lo spazio dove prendere aria sole vento) due per sottrarsi ai litigi in casa, ma ci sono le polmoniti in reparto, dicevo per dissuaderli, non mi importa, meglio la polmonite che tornare a casa. Insomma sto qui a [...]]]> di Piero Cipriano

Dopo il primo mese di bonaccia, in cui il reparto era quasi senza ricoverati, tutti in casa a rispettare il lockdown e a temere il virus, ora gli argini si sono rotti. Ieri quattro ricoveri, tutti insieme. Due perché volevano uccidersi saltando dal terrazzo (gli splendidi terrazzi condominiali della cui esistenza tutti si erano scordati, per due mesi sono stati lo spazio dove prendere aria sole vento) due per sottrarsi ai litigi in casa, ma ci sono le polmoniti in reparto, dicevo per dissuaderli, non mi importa, meglio la polmonite che tornare a casa. Insomma sto qui a ricoverare persone e a prendere chiamate telefoniche invece di sgominare il virus, e ora posso dirlo pubblicamente che è tutta colpa di Tarro se non ho fatto il virologo e non posso dire con cognizione di causa a Burioni e alla sua cricca del patto ottocentesco per la scienza che sono talebani, lo posso pensare direte voi infatti lo penso ma non posso dirglielo, certo sono pur sempre un medico, ma un medico psichiatra, vuoi mettere, da quando ci hanno tolto la speranza dello schizococco, da quando ci hanno levato di mezzo la prodigiosa malarioterapia, noi psichiatri con le infezioni abbiamo chiuso, e che vado a dirgli a Burioni, Burio’, hai solo un h-index 26, un po’ pochino, fossi stato Alberto Mantovani (167) o Giuseppe Remuzzi (158), ma tu che ti affidi così tanto ai numeri, dovresti averli un pochino più consistenti, sarà per questo che sei così inflessibile coi no-vax, e gli rinfacci che tu hai studiato e loro no, ma non capisci che il vaccino l’aborrono mica perché temono il vaccino, ma per non dartela vinta, saputello che non sei altro. Che poi non sarei l’unico a non aver fatto il virologo per colpa di Tarro, pure Guarducci il mio professore di scienze al Liceo, col ciuffo che gli cascava su un occhio con quella faccia da Tomas Milian ma non il Tomas Milian che faceva er Monnezza, ma il Tomas Milian con tutti i capelli di quando non aveva ancora perso i capelli e si metteva lo zucchetto con sotto il parrucchino per coprirsi la pelata, pure Guarducci non aveva fatto il virologo perché inibito dalla potenza, dalla maestosità di sua maestà Giulio Tarro. Del 38, soli due anni meno di mio padre e quando io, a metà anni Ottanta facevo il liceo giù (in senso geografico) o su (in senso altitudine, era mille metri) in Alta Irpinia, Tarro non aveva nemmeno cinquant’anni, era, voglio dire, più giovane dell’età che ho io ora, ma a differenza mia che non ho isolato manco mezzo schizococco lui aveva già isolato il vibrione del colera a Napoli, e dopo s’era lanciato a mani nude contro l’epidemia dell’Aids, dopodiché io mi iscrivevo a medicina intanto che lui sgominava il male oscuro di Napoli, come gli piace chiamarlo, anche detto virus respiratorio sincinziale quello sì che ammazzava quasi tutti i bambini sotto i due anni affetti da bronchiolite. Solo che gli scientisti del CICAP dicono che mente, non è lui ad aver scoperto il virus perché alcuni ricercatori di Napoli l’avevano bruciato sul tempo di pochi mesi. A quel tempo i medici mi sa che ancora non si valutavano sulla base di un numero che ti dice quante pubblicazioni prestigiose hai fatto e quante volte vengono citate (se sei tu stesso a citarti non gli importa all’h-index), e lui ancora non lo sapeva che trascurando le pubblicazioni si sarebbe ritrovato nel 2020 con h-index 10 (più basso perfino del 26 di Burioni). Perché lui negli anni 80 si è già scassato il cazzo del giochino a cui giocano Burioni e quelli del patto per la scienza, il giochino che più pubblicazioni hai più ce l’hai sulle riviste che contano più te le citano più sei scienziato affidabile, e perché si scassa il cazzo? Devo fare un salto indietro di soli mille anni per spiegarlo per bene, ecco che siamo nell’anno mille, quando tutto è condizionato dai potenti ecclesiastici della Chiesa cattolica. L’uomo è al centro dell’universo, in bilico tra due forze: dio e il diavolo. Ma siamo al Quattordicesimo secolo e tale visione va in frantumi. Lutero e nuove chiese. Sedicesimo secolo e anche l’astronomia tolemaica va in frantumi, l’uomo sopra il suo pianetino non è più il centro dell’universo. Ecco che emerge una nuova religione: la scienza. La scienza invia nel mondo i suoi esploratori, gli scienziati, armati non più della fede ma del metodo scientifico, questi esploratori devono portarci la spiegazione della nostra esistenza: perché siamo al mondo? Perché siamo vivi? Ma questi esploratori, armati del debole metodo scientifico, non ci hanno mai dato una risposta. Ci hanno dato altro: il lavoro, per raggiungere una alta qualità della vita, è diventata la nostra unica ragione di vita, di più, è la nostra religione. La bella vita. E ci siamo dimenticati della domanda originaria: perché siamo vivi? Ecco, gli esploratori su cui avevamo riposto la fiducia non sanno rispondere, gli scienziati non lo sanno perché diavolo siamo vivi, quel che sanno dirci è come vivere meglio, in buona salute, un po’ più a lungo, il colesterolo, la pressione alta, il buco nell’ozono, chiudersi in casa perché in casa il virus non penetra, queste cazzate qui. Gli esploratori, gli scienziati, che avevamo inviato nel mondo, non sanno darci risposte. Sono muti. Sono afoni. Balbettano. Fanno ipotesi. Le camuffano da certezze. Dicono cose astruse. Big bang. DNA. Non sanno di che cosa parlano. Pure loro, sono terrorizzati, non lo dicono, non ce lo diranno mai, ma pure loro la notte si inginocchiano e pregano, a chi? A cosa? Non ce lo diranno mai. Quel che riuscirono a fare, per qualche centinaio di anni, fu farci credere che grazie a loro, grazie alla scienza, il mondo fosse diventato un luogo sicuro, sicuro perché prevedibile, c’erano finalmente delle leggi cosmiche che Newton aveva capito: l’universo si muove come un immenso ingranaggio macchinico. Einstein però lo smentì. Quel che sembra solido e sembra rispondere a leggi meccaniche non è solido, ma è un vuoto che sembra pieno, un vuoto attraversato da energia, noi stessi siamo energia. Se noi siamo energia la nostra energia può condizionare le leggi, o meglio, quelle che sembrano le leggi fisse del cosmo. Ha ragione Rupert Sheldrake: come abbiamo fatto a credere a una cosa tanto stupida: che il cosmo ha le leggi? Gli umani si danno le leggi! E pure le leggi degli umani cambiano. Il codice napoleonico non è durato per sempre. Lo stesso la legge gravitazionale. Il tempo atomico. La velocità della luce. L’RNA di un virus. Tutto cambia. Il cosmo non obbedisce a leggi. Se mai ha delle abitudini. Abitudini che cambiano. Il cosmo è anarchico. Ecco perché abbiamo bisogno di altri esploratori, e questi altri esploratori, più coraggiosi, fuorilegge, anarchici, non ce la fanno a raccogliere come i punti della Miralanza le pubblicazioni sulle riviste di impact factor che legittimino l’essere scienziato. Ci sono alcuni (io sono tra questi, io smisi di fare pubblicazioni scientifiche scientemente appena entrato alla specializzazione) che non ce la fanno: gli pare una cosa troppo stupida. Ce lo vedete Socrate, che nemmeno voleva scrivere, per cui già la scrittura era una sciocchezza, o Eraclito l’oscuro o Platone, a collezionare pubblicazioni scientifiche? Ma soprattutto, per mia esperienza (parlo degli psichiatri) quelli che pubblicano molto di solito hanno poco tempo per dedicarsi ai pazienti. Faccio un esempio che riguarda lo scrivere: perfino quelli che scrivono molto nelle cartelle cliniche hanno meno tempo per i pazienti. Mettiamo i fenomenologi. Parlano mezzora con un paziente. Ne impiegano dieci per scrivere di lui, di quel colloquio. Che verrà pubblicato. Ci sono viceversa psichiatri che non scrivono. Non solo perché non sanno scrivere. Ma perché percepiscono meglio di chi scrive che le parole sono sempre una mappa imperfetta della realtà, o della persona di cui stanno scrivendo, o del suo disturbo. I fisici moderni (gli scienziati più avanti di tutti) al pari dei mistici orientali, l’hanno capito, che la mappa non è il territorio, che scrivere o dare numeri di un fenomeno non equivale alla puntuale descrizione del fenomeno. Insomma, io penso che gli scienziati dovrebbero essere un po’ più Zen e avere sempre in mente che nel momento in cui parli, o descrivi, o dai un numero di un fenomeno, ecco che ti è sfuggito. Ma torniamo a Tarro, sua maestà Tarro, il più feyerabendiano il più raoultiano dei virologi italiani (fateci caso, hanno la stessa idea di come affrontare questo virus, nonostante il druido Didier Raoult che adesso mi chiama ogni sera per darmi la buona notte abbia un h-index di 174 secondo al mondo solo a Anthony Fauci l’americano che ha 175) talmente epistemologicamente anarchico che negli anni 80 si mette a studiare, manco fosse uno sciamano, le urine di capra del veterinario Bonifacio Liborio, per vedere se davvero sono anti-cancro come il veterinario di Agropoli sosteneva, e perché no? Il suo problema (scientifico) è che si dimentica di fare le pubblicazioni, quel castello di carta e di numeri su cui si regge purtroppo la credibilità scientifica (quante pubblicazioni ha uno sciamano?). Passa il tempo, lo candidano due volte al Nobel (alcuni dicono il Nobel mancato, altri obiettano che come si poteva candidare al Nobel uno che aveva smesso di costruire il castello di carte e numeri, che si era fermato a un misero 10 di h-index, poteva candidarlo giusto Paul K. Feyerabend) ma sai come vanno queste cose, ciò che sappiamo è che (a differenza di Montagnier, di cui parlo nella prossima puntata) non lo riceve il Nobel, ma io dico che avrebbe potuto riceverlo, perché un medico non deve essere per forza un ricercatore, ci sono medici che lavorano coi numeri e medici che lavorano con le persone, vogliamo premiare dei matematici o degli umanisti?

Non lo so, fatto sta che né io né Guarducci abbiamo fatto i virologi e questo di sicuro per colpa di Tarro. Non c’era lezione in cui Tomas Milian Guarducci non nominasse Tarro, ogni volta spiegava un argomento e infilava la frase: vi dico pure di più, e quel di più glielo aveva detto Tarro, sono cresciuto col mito di Tarro, per me era il virologo, non mi sarei stupito che avesse preso il Nobel, poi non lo ha preso e adesso tutti a dire che s’era messo a collezionare titoli e lauree honoris causae pezzotte e pubblicazioni su riviste zero impact factor, l’avessi saputo prima che non era sua maestà ma un mezzo intrallazzino mi sarei incamminato senza il timore di Tarro sulla via della microbiologia, dico microbiologia perché in Italia da un pezzo non c’è più la virologia ma si studiano tutti i microbi, sia quelli piccoli i virus sia quelli più grossi i batteri, un po’ com’era prima per la via che invece ho scelto, che fino a metà anni 70 era legata insieme con la neurologia poi si sono biforcate, se no sarei stato pure io come Basaglia un neuropsichiatra, ecco, il microbiologo è il neuropsichiatra della microbiologia. Insomma, sarebbe stata colpa di Tarro se avessi deciso, pure io, di fare il microbiologo, ed è stata colpa di Tarro se non l’ho fatto e mi dissi, quando ero lì che dovevo decidere, ma che mi frega dei virus, qual è, a parte i virus, la cosa più figa da studiare? (chi sceglie medicina si può stimare la sua megalomania a seconda della specializzazione che si sceglie, se scegli ortopedia sei un tipo molto pratico, non scegli di occuparti di massimi sistemi, se scegli di fare lo psichiatra, Freud e Jung insegnano, sei il più megalomane sulla piazza. Che poi la maggior parte degli psichiatri si scordi la megalomania e conduca una vita professionale micromanica e micragnosa, dove o conversa annoiato con fobici da lettino o mette a letto legati i più pazzi da legare, questo è un altro discorso che non credo convenga approfondire qui, in questa rubrica, dove il focus sono i piccoli germi e i piccoli uomini) Insomma: tra Tarro e Basaglia scelsi Basaglia.
Per cui potete immaginarvi la meraviglia, lo sgomento, l’imbarazzo, quando Tarro in persona mi chiama in ospedale? L’assistente sociale, ormai arresa a farmi da segretaria alle continue chiamate da tutto il mondo, in tutte le lingue, in tutti gli stati di coscienza possibili mi fa: ti cerca uno, dice di essere il professor Giulio Tarro. Ma è un tuo paziente?

Ue’ Cipriano, che piacere! Ho sentito molto parlare di te. Ho letto un po’ di cose che vai scrivendo qua e là. Interviste, cosucce. Vedo che mò ti occupi pure di virus. Dovevi fare il virologo tu, non lo psichiatra. Comunque ti dico una cosa: non sarai virologo ma ti sei avvicinato. Tutti ‘sti virologi allarmisti, un anno due a convivere col virus. Ma quando mai? E con quali dati lo possono affermare? In realtà possono succedere tre cose. Segnatele. Hai preso carta e penna? O succede come per la prima SARS, quella del 2002/2003, ti ricordi? Durò circa sei mesi con più di ottomila contagi e quasi il 10% di mortalità, e quella sì che erano cazzi, per fortuna scomparve da sola. Oppure succede come successe con la MERS, nel 2012, una cosa a macchia di leopardo, lì ce la cavammo con gli anticorpi monoclonali e quelli ricavati dai guariti. La terza possibilità è che succeda come con l’influenza aviaria: continuerà a circolare, ma la maggior parte delle persone avrà gli anticorpi, per cui diventerà come un’influenza stagionale.

Io propendo per quest’ultima. Penso che tutto si concluderà come un’influenza stagionale. Questa è l’evoluzione che prevedo. Tieni presente che il Covid-19 potrebbe aver iniziato a circolare da noi già dalla fine dell’anno scorso. Tanto è vero che a fine 2019 ci sono state molte complicazioni polmonari simili all’influenza. Se andiamo a confrontare i numeri dei contagiati da coronavirus con quelli relativi all’influenza del 2019, vediamo che questi ultimi sono di gran lunga maggiori.

Ma allora perché, tu mi stai per chiedere, con questo coronavirus si sta facendo tutto ‘st’ammuina? E’ questo che vuoi sapere? E lo vorrei sapere pure io. Non so che dirti. Tutti i santi giorni alle 18 ci hanno fracassato la uallera coi bollettini di guerra: numero dei contagiati, dei morti e dei guariti, ma è una finzione numerica. Non sono numeri affidabili. Perché si basano sul numero di tamponi, e ‘sti tamponi so’ una cazzimma. Inaffidabili per un terzo. Per capire, ma overamente, quante sono le persone che hanno incontrato il virus dovremmo fare i test sierologici, cercare gli anticorpi: hai le IgM? Bene, hai la malattia in corso, anche se non hai sintomi devi stare a casa. Hai le IgG? Bene l’hai superata, sei guarito e non sei contagioso, te ne puoi uscire. Invece il governo vieta l’esame del sangue e ci scassa la uallera coi tamponi.

L’università di Oxford ha calcolato una percentuale di persone contagiate, in Italia, intorno al 60%. Luca Foresti e Claudio Cancelli, affermano che vi sono, in Italia, circa undici milioni di contagiati. Bastano questi dati, incrociati con quelli pubblicati dall’Iss che dice che, delle prime 909 vittime, solo 19 sono legate al coronavirus. La mortalità del Covid-19, avendo presente queste cifre, è intorno all’1%. Forse anche 0,05%. Questi so’ i dati scientifici su cui bisogna parlare, e non quelli che utilizzano virologi tipo Burioni e Capua. Embè ma quelli hanno fatto le pubblicazioni, quindi mò possono dire il cazzo che gli pare. Fatti il nome e vai a rubare, si dice a Napoli.

Tu mò vuoi sapere da me se è tutto un complotto scientifico, per produrre un vaccino a tutti i costi? Eh quelli già dicono che io so’ contro i vaccini. Perché così funziona, se ne critichi uno vuol dire che sei contro tutti. Devi dire obbedisco ai signori dei vaccini, per non essere no-vax. Io parto sempre dalle esperienze precedenti. Nel caso della prima SARS il vaccino non ci fu perché il virus scomparve da sé; ma vennero usati gli anticorpi monoclonali su dei furetti in via sperimentale e se ne osservarono gli effetti positivi. Non fu fatto un vaccino nemmeno nel caso della MERS, perché vennero utilizzati sia gli anticorpi monoclonali che le gammaglobuline dei soggetti guariti. Le IgG che dicevo prima. Adesso si parla del vaccino per il Covid-19. Perché diosanto? Nel caso della prima SARS, il coronavirus che la causò ebbe una differenza, a livello genetico, rispetto all’originale. Lo stesso la MERS, la cui differenza riscontrata rispetto all’originale fu addirittura maggiore. Nel caso del Covid-19, degli studi scientifici hanno osservato una modifica genetica del 12% dall’originario nel pipistrello; e, molto probabilmente, vi è una ulteriore differenza per ciò che riguarda il ceppo padano. E quindi: come si può creare un solo vaccino che vada bene sia per la versione cinese che per quella padana e per quella americana che è ancora diversa? Il vaccino deve essere buono per tutti e non solo per alcuni. Anzi, ti dirò di più…

Sì?

Sei sempre il solito boccalone Cipria’! So’ Guarducci, o prufessore ‘e scienze! meno male ca nun è fatt’ o virologo Cipria’, si no stemme frische.

*

Non mi faccio certo abbattere da Guarducci che si spaccia per Tarro. Ci vuole altro. Sistemo i quattro ricoverati. Appena ho un attimo di respiro abbasso la mascherina levo la cuffia dalla testa (non mi taglio i capelli per principio, da quando hanno chiuso i barbieri) e chiamo subito Maria Pia per dirle che mi ha chiamato Guarducci. Era più brava di me di un punto lei 60 io 59 all’esame di stato, come me decise di fare medicina ma lei è finita a fare la rianimatrice io invece addormento gli agitati. In due saremmo stati una coppia perfetta. Non si è mai sposata. Come una suora, s’è spostata con Esculapio. Lavora a Napoli. Appena c’è stata l’ecatombe a Bergamo è partita come volontaria. E’ sempre stata una crocerossina, non poteva fare altrimenti, una che l’hanno chiamata Maria Pia. Tra mezz’ora attacca il turno, in una delle rianimazioni della città lombarda più colpita.

Piero ascolta. Sono qui da un mese e mi sono fatta delle idee. Appena sono arrivata, pian piano, sentendo i colleghi, era chiaro ciò che non aveva funzionato. Qui, in Lombardia voglio dire, era tutto ospedale e tutto privato. I medici di medicina generale, il territorio, non esistevano più. E’ successo che i medici, all’inizio sono stati mandati allo sbaraglio, si sono infettati, ammalati, molti sono morti, per cui i malati, senza medici di base pronti, sono rimasti a casa a peggiorare, quando arrivavano in ospedale era troppo tardi, lì finivano in rianimazione a morire. All’inizio non si capiva in che modo il virus ammalava. Tutti a dire che era una polmonite interstiziale, ma non era solo una polmonite interstiziale, erano coinvolti tutti gli organi, il virus colpisce l’endotelio dei vasi sanguigni di tutti gli organi. Perché succede che, nel tentativo di fermare il virus, le cellule infette e il sistema immunitario producono una tempesta di citochine che genera una fortissima infiammazione, che può causare danni all’organo e difficoltà respiratorie.

Vedi Piero: ora la patogenesi è molto più chiara, nelle sue fasi. C’è una prima fase, diciamo virale, la cui sintomatologia è simil influenzale, bene, questa può anzi deve essere affrontata a casa, ma non come si è fatto finora dando il paracetamolo per controllare la febbre, no, la febbre anzi fa bene, è antivirale la febbre, è un vero e proprio farmaco, qui bisogna subito giocare d’anticipo con farmaci antivirali, con idrossiclorochina e con eparina, tra poco ti spiego perché. Siccome ciò nelle prime settimane non veniva fatto, moltissimi pazienti infettati (quelli con certe caratteristiche che tra poco ti dico) passavano nella seconda fase, che potremmo dire polmonare. Vanno incontro a ipossia, desaturano, hanno dispnea. A questo punto i pazienti venivano portati in ospedale ma era tardi perché rapidamente evolvevano verso la terza fase, quella iperinfiammatoria. Una tempesta di citochine, che dà luogo alla gravissima Coagulazione Intravascolare disseminata, la CID, te la ricordi? E questa va affrontata in terapia intensiva e anche lì non sempre ce la si fa.

Ricapitolando. Non bisogna attendere la fase due e tre per intervenire, che cioè sia colpito il polmone e l’endotelio dei vasi e una compromissione dei vari organi, lì è troppo tardi, soprattutto per alcune tipologie di persone (obesi, diabetici, ipertesi). Bisogna intervenire nella prima fase con idrossiclorochina (sì, il farmaco antimalarico del tuo amico Raoult), con antivirali e con eparina. Perché l’eparina? Perché non solo ha un ruolo antitrombotico dunque protettivo sulla parete endoteliale, ma stranamente (questo pochi lo sapevano, lo stiamo scoprendo adesso) è un immunomodulatore, che sinergizza col Plaquenil (ovvero l’idrossiclorochina) nell’attutire l’eccessiva risposta immunitaria dell’organismo al virus.

Ora mi chiederai perché certe persone se la cavano peggio con l’infezione del coronavirus covid-19? Questa è l’elemento nuovo che fino a poco fa non si conosceva: tutti i pazienti più gravi e che sono morti (anche quelli giovani, anche Sepulveda, il mio amato Sepulveda) sono pazienti con uno stato infiammatorio generale già prima dell’infezione: persone obese o sovrappeso, persone ipertese, persone diabetiche, insomma tutti quelli che già avevano un cronico stato infiammatorio in atto. Cosa ci dimostra questo virus, Piero? Che bisogna fare prevenzione, ecco cosa. Bisogna ridurre lo stato infiammatorio con cui le persone viaggiano per tutta la vita. Ci sono persone che mangiano male, mangiano zuccheri, farine, si muovono poco, assumono farmaci per contrastare gli effetti dell’alimentazione e della sedentarietà, antipertensivi antidiabetici anticolesterolo eccetera, anche gli psicofarmaci che date voi psichiatri, lo sai, non fanno bene, fanno ingrassare, sindrome metabolica, anomalie cardiache, diabete, i tuoi pazienti dovete poi dargli farmaci per cuore diabete pressione, è un serpente che si morde la coda, aggiungici l’inquinamento per chi vive in luoghi inquinati, chi vive nelle grandi città, o in una regione inquinatissima come la Lombardia, ecco: a persone già cronicamente infiammate e intossicate, il virus dà il colpo di grazia. Ora, io, da rianimatrice, assisto con perplessità alle discussioni di tutti questi dotti virologi che sanno solo blaterare di vaccino. Il vaccino, tutti lo aspettano come la soluzione definitiva, per uscire sicuri di casa. Piero, non so come la pensi anzi sì, conoscendoti lo so come la pensi, ma io non so se sono più scemi o in malafede, oppure sono sia scemi sia in malafede perché le due cose sono inestricabili, ma ne avessi sentito uno di questi super virologi che parli di prevenzione, che parli delle cose di buon senso, di come fortificare l’organismo umano per renderlo meno disarmato quando arriva il virus, cose di base tipo non alterare il microbiota intestinale, ma c’è qualche virologo che si è mai occupato di microbiota? Eppure lì c’è un universo intero di microbi. Avessi una volta soltanto sentito Burioni nominare il microbiota. Sa solo ripetere vaccino, vaccino, vaccino, per velocizzare prendiamo mille sani infettiamoli e vediamo che succede, ma perché non ti offri tu per dare il buon esempio? E non solo non nominano mai il microbiota, ma pure la vitamina C o D o il sole, stare al sole sembra un rimedio troppo nonnesco e poco virologhese per essere nominato. Proibiscono i parchi proibiscono le spiagge ma si può essere più idioti anzi, dico di più, criminali? Per loro esiste solo il vaccino. Ma io dico: due mesi fa eravamo senz’armi, ora sappiamo che con eparina idrossiclorochina e antivirali oppure Zitromax le persone ce la fanno, perché dover per forza fare in pochi mesi un vaccino, saltando tutti i trial e non sapendo se sarà efficace, e se sarà sicuro e soprattutto… Piero, con tutto questo can can che hanno fatto, un vaccino trovato in tutta fretta che verrà quasi sicuramente imposto a mezzo mondo… Scusami Piero, avrei molte altre cose da dirti, ma inizia il turno. Buon lavoro anche a te. E… corri, corri, corri tu che puoi.


[Chiamate telefoniche precedenti]

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Chiamate telefoniche – 4 https://www.carmillaonline.com/2020/04/25/chiamate-telefoniche-4/ Sat, 25 Apr 2020 21:30:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=59669 di Piero Cipriano

Giorgio Agamben non risponde ho provato tre volte solo stamattina allora chiamo a lei che non è Giorgio Agamben non nel senso che è più fesso di Giorgio Agamben, sì be’ un po’ anche quello, voglio dire, non c’è paragone, ok lei ha ancora una trentina d’anni per recuperare ma se le premesse sono queste non credo che ce la farà, a ogni modo lei non è un filosofo, non le compete filosofare, lei scribacchia, se la cava, ma il suo forte è stare in ascolto degli umani, il suo compito è stare come un indiano con l’orecchio [...]]]> di Piero Cipriano

Giorgio Agamben non risponde ho provato tre volte solo stamattina allora chiamo a lei che non è Giorgio Agamben non nel senso che è più fesso di Giorgio Agamben, sì be’ un po’ anche quello, voglio dire, non c’è paragone, ok lei ha ancora una trentina d’anni per recuperare ma se le premesse sono queste non credo che ce la farà, a ogni modo lei non è un filosofo, non le compete filosofare, lei scribacchia, se la cava, ma il suo forte è stare in ascolto degli umani, il suo compito è stare come un indiano con l’orecchio appizzato al suolo per capire da dove arriverà la catastrofe, lei dirà ma non era questo il compito dei filosofi? Un tempo, forse. Ora i filosofi come se si fossero ritagliati solo il momento della diagnosi e della descrizione fenomenica del mondo, il momento della terapia, almeno a me così pare, non gli interessa più, ecco perché chiamo lei che è un semplice psichiatra disteso per terra con l’orecchio in attesa di sentire le avvisaglie del terremoto. Ma soprattutto la chiamo perché lei è così gentile da rispondere, o forse è solo pervaso da un senso di colpa, un senso di colpa che solo lei sa, e che io non voglio sapere. Oggi finalmente, era da un po’ di giorni che ci ruminavo ma oggi mi sono davvero reso conto che il virus, e questa pandemia, vera o farlocca non ci importa, ha diviso il mondo in due. Non più destra sinistra, conservatori progressisti, fascisti comunisti: tutto superato, roba vecchia, non esiste più. L’ho capito dall’intervista che il prestigioso La verità ha fatto a Giorgio Agamben. Il nostro, siccome non trova più spazio nei media di sinistra spaventati dal virus e spaventati da quello che Agamben dice del virus, parla dove c’è spazio, e lo spazio c’è a destra. Quelli di destra la stanno prendendo (l’epidemia voglio dire) con molto più situazionismo, i sinistri sono storditi e ancora di più si sono rincantucciati nel loro angolino sinistro, non riescono a uscirne nemmeno adesso che fuori non c’è nessuno, è tutto libero, vuoto, potrebbero andare tutti a festeggiare il 25 aprile, la liberazione dal virus, ma sono terrorizzati, si sono dimenticati che i partigiani tra vita e libertà scelsero la libertà, oggi i fan del 25 aprile scelgono la salute, ovvero la vita, e vaffanculo alla libertà, e stanno dentro al calduccio, e si tengono stretta la sciarpa, e si alzano il bavero, e mettono la doppia mascherina anche quando scopano (ammesso che scopino ancora). Ma mi sono appena contraddetto, perché dicevo che sinistra e destra non esistono più, per cui lui (Agamben) non è andato a destra, e se non è andato a destra dove è andato? Tra poco ci arrivo. Ah, il mio, l’avrà capito già dal cognome che è sempre stato la mia maledizione, non mi sono presentato? Ma (pensavo mi avesse riconosciuto dalla voce) sono il suo affezionato Carlo Cafiero Junior, nipote del primo anarchico italiano sfortunatamente morto nel manicomio di Nocera superiore il… va be’, non divaghiamo, il mio dicevo è un ragionare da anarchico, che le categorie diagnostiche destra sinistra noi Cafiero le abbiamo sempre guardate (da molte generazioni ormai) con un nobile vissuto di superiorità.

Che destra e sinistra non esistono più grazie al virus sterminatore di destra e di sinistra lo capisco sa da che cosa? Dai commenti indignati di moltissimi sinistri all’intervista che Agamben rilascia ai destri. Morte ad Agamben. Anzi no, non dicono morte nel senso che gli augurano di morire, ma dicono che è quasi morto, sia fisicamente che filosoficamente. Prende le cantonate, dicono. Perché è vecchio, Agamben. Come è vecchio Tarro come è vecchio Montagnier. I poveri vecchi che, in quanto vecchi, sono contigui alla categoria di no-vax e complottisti o sciechimichisti o terrapiattisti. Ci si mette poco a finire là dentro. Eppure, le storie sono così belle, è così bello ideare complotti, ne vengono fuori così tante piste da seguire, che non capisco perché appiattirsi su un’unica versione. Non capisco perché questa denigrazione per chi ha la passione dei complotti. Ma io dico viva chi sa immaginarsi i complotti. Dovremmo dare il reddito di cittadinanza agli ideatori di complotti, invece no. Chi immagina un’altra versione dei fatti è matto. Tutti fuori di testa allora. La vecchiaia dà alla testa. Si capisce, il cervello dei vecchi si raggrinzisce, smarrisce neuroni, si sfilacciano le sinapsi, e addio a quegli splendidi ragionamenti di un tempo. I sinistri gli piace, ho verificato in questi giorni, più che ai destri, la categorizzazione diagnostica, per i sinistri esistono i fasci esistono i no-vax esistono i complottari, non vedono persone ma vedono categorie. Capisce perché coi sinistri così fessamente categorizzatori (pure io sto categorizzando è chiaro, ma per farle capire dov’è il sinistro errore dei sinistri) non si va da nessuna parte? Per i sinistri i vecchi sragionano. I vecchi non solo sragionano, ma non gli frega niente di morire come ai giovani. Questo rende i vecchi pericolosi. Agli occhi dei giovani di sinistra soprattutto, perché i giovani di destra, non si capisce perché, anelano di più di morire (viva la muerte! gridavano i franchisti). Non si capisce, davvero, perché ai destri scocci meno di morire, i sinistri pensano, dall’alto della propria superiorità sinistra, che ciò sia dovuto alla congenita stupidità dei destri, ma io penso ci sia dell’altro. Secondo me ai giovani di sinistra gli scoccia di più di morire perché i sinistri sono quasi sempre materialisti, atei, e non credono per niente in Dio o in qualcosa di simile (è contro il comunismo credere in un dio supremo, e chi si crede di essere?). I sinistri, dunque, senza dio senza trascendenza senza oltre-vita sono rassegnati al fatto che questa sia l’unica vita. E’ perciò che ai materialisti, ai meccanicisti, ai marxisti, ai newtoniani, ai freudiani il virus fa un fifa blu. Non gli frega che si imponga una App o dieci App (dicono tanto già le App ci sono già siamo schedati ce l’hai o non ce l’hai una carta di credito o uno smartphone? e allora che protesti?) non gli importa che gli piazzino sulla testa migliaia di antennine 5G o 6G o 7G (dicono tanto già hai le 2G e le 3G e le 4G e non protestavi prima cosa diavolo cambia che adesso da 4 siano passati a 5?) non gli scoccia che la formidabile sorveglianza cinese la più imbattibile nello sgominare il virus adesso si trasferisca in Europa e dopo in America. Non gli importa. Basta che si viva. Basta che c’è la salute. Basta che si salvi la pelle. Perché la pelle (e l’io che ci sta incapsulato dentro) una è. Questa un’altra come questa e questa. Allora cazzo dici Agamben che ti lamenti della nuda vita. Ti lamenti perché tu c’hai un’età e tra poco muori ma io che sono comunista materialista ateo di quarant’anni preferisco passare uno due dieci anni di lockdown ovvero carcerato in casa, basta che mi mantengo vivo. Avrò tempo per uscire. E se pure non uscirò, c’è sempre Facebook, che è un luogo sicuro, da cui puoi guardare il mondo senza prendere il virus. Da cui puoi festeggiare la liberazione dal fascismo, il 25 aprile, senza rischiare mai più di morire.

Ecco allora che il virus spartisce il mondo in due, ma non sono più destra e sinistra al diavolo destra e sinistra e al diavolo i destri e i sinistri, adesso il mondo si divide in sopra e sotto. Mi ascolti bene che ho finito e la lascio al suo lavoro di ascoltare i movimenti sussultori delle viscere della terra.

Quelli di sopra sono i mistici (non ho detto i religiosi, ci mancherebbe altro, ci sputo sopra ai religiosi io) nel senso di coloro che per esperienze chiamiamole spirituali, chiamiamole stati di coscienza alterati, oppure perché hanno avuto malattie e sono andati vicini a morire, o hanno fatto digiuni prolungati, o lunghi periodi di isolamento, o sono stati a scuola dagli sciamani, o hanno avuto (come me) crisi di pazzia che si chiama in gergo medico psicosi, o altri fenomeni che non le sto qui a dire ma che lei già conosce insomma si sono avvicinati alla morte, hanno perfino superato di qualche passo la soglia della morte, hanno fatto una decina di passi nei territori dei morti, e poi sono riusciti a tornare indietro. In questo modo sono, per così dire, guariti dalla paura della morte. Perché, secondo lei, io non ho più paura di morire? Ma perché come Ulisse ci sono stato nell’Ade mi sono reso conto, ho creduto di essere morto invece non ero morto e sono ritornato. Ora lo so che quando morirò, in realtà, non morirò. Sto a posto. Pure lei secondo me lo sa, ma non me lo dirà mai. Ma lo accetto. Ecco che quelli (come noi) che stanno sopra, sono gli aerei, stanno con la testa un po’ per aria, ai più sembra che l’abbiano sopra il collo come tutti invece no perché se li guardi con più attenzione noterai che si allunga si allunga sempre più su. Come delle giraffe. Ecco perché quelli di sopra (come noi) non temono più di tanto il nemico aereo, il microscopico demone che viaggia nell’etere. Guariti dal materialismo, è come se credessero che pure lui, il virus che abita le nostre goccioline di saliva, è pure lui uno spirito. E se ci sai fare, e non lo temi, te lo puoi fare perfino amico. E i virus, anche se hanno poco cervello, hanno il senso dell’amicizia. Glielo assicuro.

Quelli di sotto invece sono quei poverini sfortunatissimi che non hanno mai avuto l’occasione di avvicinare la morte, rimasti sempre coi piedi per terra, chiamiamoli i terrestri, mai fatto alcun tirocinio col morire, per cui ne hanno una paura fottuta. E allora altro che: “Siam pronti alla morte Italia chiamò!”, se mai “Fuggiam dalla morte, Italia inchiavardò!”.

Ok. Se io fossi un medico ma non lo sono, sono un biologo ero un grandissimo biologo prima che mi inchiavardassero in questa villa cogli alberi pizzuti, se io fossi un medico questa è la diagnosi che avrei fatto al pianeta o meglio all’umanità di questo momento storico presente. In medicina (lei mi insegna) si procede in tre tempi: la diagnosi (capire qual è il male), la terapia (prescrivere un rimedio), e la prognosi (prevedere come andrà a finire).

Allora, dottore, lo dica lei a Agamben (che non risponde al telefono), e lo dica lei ai sinistri: se questa è la diagnosi la terapia è fare un po’ di tirocinio con la morte.

*

Oggi ne ho ricoverati tre: una, dopo quaranta giorni, ne ha approfittato per fare il punto della situazione, infine ha capito che il virus era Satana moltiplicato per miliardi di particelle e ha gridato al mondo la sua scoperta ma il mondo ha chiamato l’ambulanza, un altro, voleva andare a Ibiza a svagarsi un po’ ma non era possibile, nemmeno comprarsi cocaina e cannabis è riuscito, per cui ha rimediato con il Rivotril, 100 gocce ogni sera per quaranta giorni fanno 4000 gocce finché l’ultima sera ha esagerato: quattro flaconi interi, visto che era finito pure l’alcol in casa, il terzo, invece, non ce l’aveva il virus, sulla carta, perché in pronto soccorso ha fatto ben due tamponi, entrambi negativi, ma aveva tosse e polmonite interstiziale, era sicuro di avere il virus anche se ‘sto merda di tampone dice di no io lo so che è sì, diceva, e rischiava per questa sua tenacia di finire in psichiatria invece è andato a finire in medicina perché dove lo mandi uno che sembra covid ma non è covid ma lui insiste di essere covid? Non va nel reparto covid ma nemmeno in psichiatria ma nemmeno può tornare a casa.

*

La notte, tra un’andata all’ospedale e l’altra, dormo, profondamente, mia figlia piccola dice che russo molto, anzi, più che un russare è un parlare in una lingua sconosciuta, quel che si dice glossolalia, o xenoglossia, ora che me lo dice mi pare di ricordare che pure di notte ricevo chiamate, non solo dall’Italia ma da tutto il mondo perfino da fuori sistema solare.

*

Ma ecco che sono di nuovo in ospedale, provvisto di mascherina chirurgica quella altruistica che protegge gli altri ma non me. Assistente sociale con sorriso tra complice e beffardo mi passa il telefono dice è una che ha letto ciò che scrivi su una rivista.

Ciao, volevo solo ringraziarti per gli articoli che hai scritto da quando è iniziato questo delirio… Ti ho conosciuto così, leggendo uno dei tuoi articoli. Io vivo in Campania, una delle regioni con le misure più restrittive di tutte. Se l’Italia batte tutto il mondo in restrizioni la Campania batte tutta l’Italia nonostante non ci siano tutti questi contagi. Sono una bibliotecaria per cui non posso uscire nemmeno per andare a lavorare. Ho un parco enorme a trecento metri da casa ma ne è vietato l’accesso (vivo in centro ed è sempre pieno di pattuglie). Abito in una mansarda senza terrazzi, ho solo due finestre con le inferriate… Soffro da sempre di depressione e per me la passeggiata solitaria e la luce del sole sono un’esigenza vitale. Ho chiesto alla mia psichiatra/psicoterapeuta se poteva farmi un certificato, ma mi ha risposto di no, perché viene prima la salute pubblica! Io francamente mi sento di impazzire, soprattutto perché le misure andranno avanti fino a metà maggio… Non so manco perché ti ho chiamato, forse perché non trovo altre voci ragionevoli in giro… Perché l’ordine degli psichiatri e quello degli psicologi non si uniscono per chiedere e rivendicare delle cose, tipo il diritto a una camminata? A me questa situazione sembra totalmente assurda…
Cade la linea.
Torna l’assistente sociale: è quella di prima, era caduta la linea. Ah ti volevo dire che ho letto con interesse le avventure di Semmelweis… Io non sono coraggiosa come Anarchik e non ho uno stipendio tale per cui possa fregarmene della multa (come quell’ingegnere di Cattolica, un mito, che esce tutti i giorni e ha già collezionato nove multe!). Allora cosa faccio? Corro su e giù per le scale del mio palazzo, come una matta, dal terzo piano al piano terra, dal piano terra al terzo piano, sperando che i vicini non mi vedano. Cammino per casa, leggo, accarezzo i gatti, cammino per casa, leggo, telefono, accarezzo i gatti, provo maldestramente a fare ginnastica in camera, coltivo i pensieri ossessivi. Così da cinquanta giorni. Mi arrampico sopra l’armadio e mi stendo lì, l’unico posto in cui arriva un raggio di sole dal Velux. Ho anche pensato di uscire sul tetto, ma i miei soffitti sono troppo alti, non ci arrivo. Maledico la volta in cui ho preso in affitto questa cazzo di mansarda senza finestre e senza terrazzo. Poi, certo, esco una volta al giorno per buttare i bidoni, giro intorno al palazzo due o tre volte, in bilico tra l’alienazione e la magia di vedere cose diverse da quelle delle quattro mura, il cielo, gli uccelli, le aiuole. Sono compiaciuta di non mettere la mascherina all’aperto, ma molti mi guardano male, con sguardo di disapprovazione. Io devo respirare, devo prendere aria e luce, aspetto tutto l’anno la primavera perché risveglia un po’ il mio istinto vitale sopito. Chi avrebbe mai pensato che fare una passeggiata sarebbe diventato un privilegio? Ti fanno sentire in colpa se solo osi lamentarti, perché c’è gente che sta peggio di te, perché non pensi ai malati o ai medici… Certo, c’è sempre qualcuno che sta peggio, ma francamente questo pensiero non mi ha mai confortata… Riscrivo alla psichiatra, niente da fare: propone solo farmaci (che avevo appena smesso, faticosamente, dopo anni) o sedute via Skype. Ok, sbatto la testa contro il muro? No, vado sul pianerottolo, unica finestra senza inferriate, fisso per mezz’ora l’ago del rosmarino o il petalo di un geranio… Leggo, mi incazzo, mi indigno, scrivo lettere di protesta, ma nessuno mi caga. I ragazzi autistici dove facevo volontariato non dormono più, non mangiano più. Alcuni provano a uscire coi genitori, ma qualcuno sputa loro dal balcone. Dove sono finita, mi chiedo? E il picco? Tre quattro settimane fa l’abbiamo raggiunto, ma oggi lo scienziato di turno dice di no, ancora no. Probabilmente stanno mettendo le mani avanti per prorogare ancora le misure. Picco, plateau, mascherine obbligatorie, plexiglass in spiaggia, scuole chiuse anche a settembre, nuova ondata in autunno, suicidi, restate a casa detto da una mega villa con parco e famigliola felice, vaccino, fabbriche aperte ma parchi chiusi… Boh, la realtà è sempre più fantasiosa degli incubi. Se osi criticare, diventi immediatamente complottista, negazionista ed egoista. Leggo di una avvocatessa tedesca che si è permessa di evidenziare l’illegittimità delle misure restrittive e che è stata prontamente rinchiusa in una clinica psichiatrica… Ahahah, nulla di nuovo. Vado a leggere La montagna incantata, che è meglio. Ah, e speriamo che il tuo amico, quello là, il basagliano chiamato nella task force, possa finalmente farli ragionare un attimo… Non ci vuole un genio della psicosomatica per capire quanto l’umore sia legato al funzionamento del sistema immunitario… E della vitamina D manco a parlarne… Persino l’OMS ha consigliato regolare esercizio fisico all’aria aperta per aumentare le difese dell’organismo. Forse dovremmo costituire un comitato dei runner: cazzo, non sono mai andata a correre in vita mia, ma adesso inizio apposta. Quanto mi irrita la retorica pelosa del sacrificio individuale per il bene collettivo…! E dello Stato, padre padrone, che ti dice cosa puoi e non puoi fare, ma solo a fin di bene eh, per proteggere la tua salute, come se fosse mai stato realmente interessato al nostro benessere… Ma come fa la gente a crederci? Dai, è ridicolo!

*

Sto per andarmene mi sono levato pantalone bianco giacca bianca camice bianco e mascherina azzurra ho di nuovo abiti civili sto passando il badge per uscire di scena dalla mia rappresentazione teatrale di sensitivo che ascolta i messaggi che vengono dal centro della terra quando l’assistente sociale mi porge il telefono, chi è stavolta? E’ di nuovo quel gentiluomo di Calo Cafiero junior, ha detto che appena lo dimettono dal sanatorio per pazzi mi invita a cena.

Come le avevo promesso ecco un decalogo, un decalogo di sopravvivenza anarchica non solo a questi tempi ma in generale alla vita, come sopravvivere alla vita. Anzi più di un decalogo, le prime venticinque regole da imparare a memoria per non impazzire di questi tempi schizofrenogeni.

1. Se il governo dice non uscire, tu non uscire.
2. Se il governo ha un attimo di incertezza e dice adesso puoi uscire con un figlio tu esci, portalo a vedere il mondo, ma avvolgilo con una mascherina di modo che il virus non gli penetri le cavità oronasali.
3. Se il governo dice dobbiamo aspettare il vaccino per uscire, tu aspetta fiducioso il vaccino.
4. Se il governo dice (anzi, se gli scienziati del governo dicono) che il virus è nell’aria, vuol dire che neppure la spesa è sicura, allora tu sii più accorto del governo, non uscire neppure a fare la spesa, indossa la mascherina anche in casa, avvolta in una sciarpa di lana, levala solo quando dormi, ogni notte mettila a bagno Maria e dopo passala nel microonde, perché i vibrioni sono nell’aria. E quelli mica scherzano.
5. Procurati una fionda.
6. Se hai un arco con delle frecce, meglio, vuol dire che sei a cavallo.
7. Anche se il governo non lo dice, e non lo dirà mai: è venuto il momento di farsi un cane. Un cane piccolo, un cane da taschino, un cane poco più grande di un criceto. Un cane, per essere portato a spasso dal cane. Che, se ti ferma il poliziotto: dove vai? Vado col cane.
8. Se hai un figlio se ne hai due se ne hai tre, dimenticati di aver un figlio due figli tre figli. Lasciali o meglio abbandonali, come un tempo era bello lasciare i cani in autostrada (che bei tempi quando ancora era possibile andare in autostrada, quando era possibile lasciare i cani in autostrada, non torneranno più quei tempi meravigliosi dove tutto era possibile) davanti al telefono. Con l’abbonamento Netflix. O Amazon. O Disney plus. Con un pacco di Nutella biscuits a fianco. Meglio se con una decina di pacchi. Sopravviveranno.
9. Le lezioni? Le videolezioni? Boicottale. Tanto c’è la sanatoria. Promossi tutti. Di’ che non c’è il collegamento. I professori e le maestre ti ringrazieranno. Pure loro, non ne possono più.
10. Il lavoro? Non sei un lavoratore da telelavoro? Niente smart working? Meglio! Mettiti in malattia. Mal di schiena o depressione da epidemia. Un bel mesetto di malattia pagata e passa la paura.
11. Sei un libero professionista o un precario? Eri disoccupato già prima della quarantena? Non hai la paga mensile statale? Ahi ahi ahi. Bisogna inventarsi qualcosa allora. Aspetta che ci penso.
12. Spegni la televisione, anzi, di notte, quando tutti dormono, lasciala cadere dal balcone del quinto piano. Che bel botto. Vedrai. Nel giro di pochi giorni avrà un effetto epidemico. Inizieranno le precipitazioni televisive. I tg titoleranno: il suicidio di massa delle televisioni. Nuova epidemia.
13. Pian piano, ogni notte, lancia un libro dal balcone, o dalla finestra. Comincia da quelli che hai letto. Comincia da quelli più grossi, inutili. Le strade saranno lastricate di carcasse di televisori e di libri.
14. Vedrai che la casa inizierà a respirare. Lo spazio aumenta. C’è più silenzio. Quella televisione che assorda. Quei libri che ti puntavano il dito. Fanculo i libri. Ora avete finito (dico ai libri) di puntare il dito. Ora puntate il dito tra di voi. Alla discarica della carta.
15. Trascorrere molto tempo al sole. Se avete un terrazzino, denudarvi, sdraiarvi al sole, passare tutte le ore di sole sotto il sole. Buon umore e vitamina D. Possibilmente senza mutande. E senza reggiseno.
16. Bere molta acqua. Dal rubinetto. Costa poco. Non si fatica a portarla su e giù. Nell’acqua non c’è vibrione. Il vibrione è solo nell’aria.
17. Non respirare, dunque.
18. Iniziare un digiuno. Mangiare solo a pranzo e cena. Poco.
19. Hai un lavoro? Smetti all’improvviso di andarci, datti malato. Che malattia? La depressione. Vogliono una prova che sei depresso? Sporgiti al balcone, nudo (senza mutande) e dici ora mi butto (ma senza esagerare, se no ti ricoverano) (ma in generale pure esagerando non potranno ricoverare migliaia di persone abbronzate di sole e nude, se no si intaseranno i reparti psichiatrici come prima si intasavano le rianimazioni e siamo punto e d’accapo a dire eh ma ci sono pochi letti per i pazzi).
20. Se hai l’auto vendi l’auto.
21. Se non hai una bici, compra una bici (tra poco iniziano gli incentivi per le bici).
22. Vai a spasso con la bici. Vogliono sapere dove? A fare la spesa. In farmacia. In tabaccheria. Al Bingo. Al SERD.
23. Gira in tondo come un derviscio intorno al tuo palazzo, l’attività fisica è importante.
24. Non tagliare mai più i capelli finché non riapriranno i barbieri.
25. Intanto che fai queste cose apparentemente fuori di testa, inizia a pensare alla rivolta.

[Chiamate telefoniche precedenti]

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Chiamate telefoniche – 2 https://www.carmillaonline.com/2020/04/03/chiamate-telefoniche-2/ Thu, 02 Apr 2020 22:01:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=58866 di Piero Cipriano

Questo scritto ha per oggetto il virus, e ha per titolo un libro di Roberto Bolaño [Chiamate telefoniche – 1]. La storia prosegue quando il virus è diventato ormai pandemico, non si può uscire di casa, correre nei parchi, continua il trattamento sanitario obbligatorio con obbligo di dimora a casa per chi una casa ce l’ha, e possibilità di uscire solo se i motivi sono con-provati, e tutti si sono ormai così abituati a tenere a bada la morte col seppellimento domestico che neppure i bambini vogliono portare fuori casa, i cani sì i bambini [...]]]> di Piero Cipriano

Questo scritto ha per oggetto il virus, e ha per titolo un libro di Roberto Bolaño [Chiamate telefoniche – 1]. La storia prosegue quando il virus è diventato ormai pandemico, non si può uscire di casa, correre nei parchi, continua il trattamento sanitario obbligatorio con obbligo di dimora a casa per chi una casa ce l’ha, e possibilità di uscire solo se i motivi sono con-provati, e tutti si sono ormai così abituati a tenere a bada la morte col seppellimento domestico che neppure i bambini vogliono portare fuori casa, i cani sì i bambini no perché immaginano che l’aria sia tutta impestata di bacilli e dicono dove vai? Incosciente. Mettere a repentaglio la vita di quelle creature. Che dopo portano il virus maligno ai vecchi. E si muore tutti. Una reazione a catena. Che sarà mai un mese due tre di tumulazione se dopo si può ancora esser vivi?

Tale è la moral suasion sul non uscire che nemmeno i sofferenti psichici che un tempo uscivano escono più, gli attacchi di panico si svolgono in casa non più in pronto soccorso i depressi restano in casa perché al Centro di Salute Mentale gli dicono resta a casa che fuori c’è l’apocalisse, ma il depresso che già è apocalittico di suo ora si confina ancora di più nel suo umor patibolare domestico, l’ossessivo il fobico l’ipocondriaco non ne parliamo, quelli non usciranno più di casa neppure quando sarà passato il divieto di uscire, ma accidenti devo darmi una regolata a parlare così dei pazienti i pazienti sono sacri, bisogna parlarne con il rispetto di Andreoli che li ama tutti i suoi pazienti o di un Recalcati che sono tutti Telemaco suoi, l’altro giorno una mi scrive che altro che Basaglia, io me lo sogno Basaglia, io piuttosto sono Lombroso, sfottente e irridente con tutti, e mi manda a fare in culo a farmi la mia corsetta anarchica. Leggo questa offesa al mio fragile ego mentre sono in ospedale, in mezzo ai virus, attento a non toccare le maniglie con le mani, ho i gomiti consumati a forza di aprire le porte coi gomiti, eppure giuro non sono più l’ipocondriaco che ero un tempo, avrei voluto avere il tempo per risponderle bene, perché per certi versi lei aveva ragione (per altri no, era madre, o figlia, o sorella, di un paziente grave, e aveva una rabbia di quelle che investono il mondo, e io ero parte del mondo in più ero psichiatra, uno psichiatra che invece di guarire il mondo si permetteva il lusso di descriverlo, di farne parodia, e come mi permetto?, secondo lei non potevo permettermi di contestare il mondo, solo lei ne aveva diritto, data la sua sciagura), aveva ragione da vendere a dire che io non ero Basaglia né lo sarei mai stato, però aveva torto, perché non ero neppure Lombroso né lo sarò mai, ero sì uno psichiatra eterodosso, sono sì uno psichiatra che scrive, ma non scrive nella forma corretta, nella forma saggio di Basaglia, no, scrive nella forma accidentata e sgangherata di uno che non si è cibato di Husserl o di Minkowski ma si è cibato di Cortàzar e di Bolaño, e non ha sua moglie Franca Ongaro che gli riscrive i pezzi ma ha Bolaño stesso e Cortàzar che me li correggono (anche se non si applicano molto con me) e quindi si può capire perché i miei scritti, delle volte, non abbiano quel rispetto e quella rispettabilità che gli scritti di uno psichiatra (mettiamo il grafomane Andreoli, avete presente gli scritti di Andreoli?, mettiamo perfino il noiosissimo Recalcati, avete presente gli scritti morfeici di Recalcati?) sempre hanno, siamo abituati debbano avere, il rispetto per quell’altro che è il paziente, il paziente è sacro, ma siccome quell’altro spesso io mi dimentico che è un paziente, ma ne scrivo come fosse un essere umano, ecco che ne scrivo, senza rispetto, senza la sacralità che si deve a un paziente, e ciò induce la signora congiunta di quel paziente a pensare che io sia Lombroso, che faccia macchiette, ma io non sono Lombroso e non faccio macchiette, signora, comunque, in ospedale non arrivano più i ricoverati che arrivavano prima. Solo i gravissimi, arrivano, oppure quelli che sono senza casa oppure quelli che se ne fregano del virus oppure quelli che a differenza nostra hanno capito tutto.

Gli psichiatri sono tutti intabarrati, perfino i guanti. Serviranno a qualcosa i guanti? Non chiama nessuno neanche oggi. Avranno saputo che poi ne scrivo sulle riviste. La signora ha sparlato di me. Avrà detto in giro non vi fidate, questo si spaccia per Basaglia ma è Lombroso. State in campana a dire i fatti vostri a questo qui. Che li riporta pari pari nei suoi scritti delinquenziali. Non sanno che non è vero, che sono tutti pezzi inventati.

Mentre bighellono, apro le porte con i gomiti, alzo il bavero del camice, svuoto il disinfettante, posiziono meglio la mascherina, vibra il telefono. E’ un messaggio vocale, inviato con Whatsapp. Finalmente.

Dottore spero sia questo il suo numero, se questo non è il suo numero e quindi lei non è il dottor Cipriano, la prego di eliminare immediatamente questo messaggio, glielo chiedo in nome della fiducia che sempre dovrebbe caratterizzare i rapporti tra gli umani. Spero comunque che sia lei, dottore.

Solo noi che ci hanno fatto le diagnosi e le cartelle cliniche l’abbiamo capito. C’era qualcosa, fin dall’inizio, che puzzava. Quella puzza, che non era odore, ma puzza di cadavere di carogna di morti che sarebbero marciti nelle fosse comuni, che tutti entro pochi mesi avrebbero sentito nelle narici, all’inizio la sentivamo solo noi sensitivi. I media tutti zitti. Non parlavano del Risiko. Cicalavano solo intorno a questo coronavirus. Intanto, iniziava il gioco del Risiko. Carri armati avanzavano in tutta Europa e i media zitti. Ventimila soldati americani atterravano negli aeroporti d’Europa altri diecimila erano già sul posto altri settemila da altre nazioni europee. E i media zitti. Come mai nessuno ne parlava? Giornalisti incapaci buoni a cicalare per tutto il giorno sul virus e dire mezza parola dei militari americani?

I cittadini d’Europa, a parte noi sensitivi internati nelle cliniche per pazzi o nelle prigioni, sono tutti ignari. Ottusi. E i media zitti. Noi ci hanno fatto le diagnosi perché abbiamo quelle antenne in più che, d’accordo, molto spesso ci fanno prendere fischi per fiaschi, ma qualche volta ci prendiamo.

Aguzzi la vista dottore, che ora inizia il complotto, ora inizia il delirio. Ma stia tranquillo. Sono un internato senza permesso di uscita. Giusto questo vecchio arnese mi danno. Non sanno che con questo posso sapere ciò che voglio e andare dove voglio. Ora ho deciso di svegliare lei. Che è uno non proprio ottuso come la quasi totalità degli psichiatri, ma è comunque pure lei abbastanza ottuso. Ma le do una possibilità. Non se la lasci sfuggire.
Ci sono varie ipotesi.

Una: è che non è letale il virus ma i vaccini con cui hanno indebolito, qualche mese prima, le persone. Le vaccinazioni di massa antiinfluenzali e antimeningococciche.

Altra possibilità: le decine di migliaia di antenne 5G disseminate soprattutto a Wuhan, in Lombardia, a New York. Dove ci sono le antenne, dove c’è questo elettromagnetismo mai visto prima, le persone sono deboli, immunodepresse, non resistono al virus.

Altra concausa: le polveri sottili, che vicariano le goccioline di Flügge, più efficaci e durature delle Flügge. Sono loro i vettori del virus. Potrebbe essere questa la ragione per cui il virus ha viaggiato più veloce in Pianura Padana, il particolato atmosferico fa da carrier, da vettore di trasporto e diffusione per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. I virus da bravi parassiti si attaccano al particolato atmosferico, costituito da particelle solide o liquide in grado di rimanere in atmosfera anche per ore, giorni o settimane, e che possono diffondere ed essere trasportate anche per lunghe distanze. Per lo stesso motivo che questo pulviscolo sottile è più fitto a New York che a Kansas City che moriranno molte più persone a New York che a Kansas City.

Il coronavirus è un’arma biologica di distrazione di massa per preparare il mondo, a qualcosa di più grave, tremendo, e definitivo.

Nel giro di pochi mesi il contagio esploderà. Soprattutto nei grandi conglomerati. Lombardia New York Madrid. Le nazioni instaureranno il coprifuoco continuo. Le mascherine saranno rese obbligatorie. La stretta di mano e i contatti ravvicinati aboliti. Le persone potranno uscire solo per lavorare, i pochi a cui sarà concesso di lavorare. Anche i ricorsi all’ospedale progressivamente aboliti. Le persone si doteranno, tutte, di armi da fuoco, adottando il modello americano. Le persone inizieranno a spararsi per uno starnuto o per un colpo di tosse. Le scuole saranno definitivamente soppresse, tranne che per alcuni studenti scelti, tra poco le dirò quali. I lavori, dicevo, progressivamente quasi tutti aboliti, non serviranno più, perché la popolazione si eliminerà da sola, esponenzialmente. Gli ospedali non saranno più necessari. Le persone moriranno in casa o poco fuori il perimetro di casa. Sopravviveranno solo i reparti psichiatrici e le rianimazioni. Anche la professione medica sarà progressivamente assottigliata a due sole specialità: psichiatri e anestesisti rianimatori. Questi ultimi saranno necessari, non tanto per la capacità di rianimare, come uno potrebbe credere, data l’epidemia virale, macché, sarà necessaria la loro capacità di mandare i degenti all’altro mondo. L’università sopravviverà solo per due materie: giurisprudenza e medicina (medicina per le sottobranche di psichiatria e rianimazione, abbiamo detto). Giurisprudenza per due classi di lavoratori: giudici e poliziotti. Le persone si elimineranno da sole, no? Per uno starnuto uno finirà freddato e l’altro condannato all’ergastolo, ergastolo che però si trasformerà in morte agevolata da un rianimatore. E così, ogni volta due piccioni con una fava saranno eliminati. La popolazione si scremerà all’essenziale. L’economia risorgerà splendidamente. L’unico lavoro sicuro e diffuso e capillare sarà il poliziotto. L’Europa l’America la Cina la Russia saranno un grande apparato poliziesco. Le scuole solo per pochi scelti. A sei anni gli psichiatri faranno il test a tutti i non-ancora-persone per capire chi scolarizzare e chi potrà restare a casa coi genitori a fare la quarantena ad libitum in attesa di una morte precoce. Il test spacchetterà i seienni in tre cluster di caratteri (secondo le teorie di Fromm, che per eterogenesi dei fini diventeranno appannaggio di uno stato di polizia): i conformisti, i ribelli e i rivoluzionari. I rivoluzionari, che sono i più pericolosi, verranno subito segnalati, di modo che entro pochi anni (entro l’ottavo anno al massimo) possano cominciare un’aggressiva e demolitiva terapia con psicofarmaci del genere antipsicotico di terza generazione, e dopo verranno trattati con ricoveri ed eventuale galera, in caso di iniziale insubordinazione, e infine rianimazione, contaminazione, estinzione. I conformisti, che saranno la fetta più grossa, avranno il futuro assicurato: un futuro in polizia o nella medicina (psichiatria e rianimazione). I ribelli saranno i più fortunati perché, si sa, essi detestano esser comandati, ma amano il comando, non accettano imposizioni da nessuno e sono perciò perfetti per rappresentare la classe dirigente del futuro, perché bisognerà pur pensarci a come governare gli anni, i secoli che verranno, essi saranno i giudici, i ministri, i capi di stato. Solo i ribelli potranno studiare, come vorranno, tutto ciò che vorranno, senza limiti. Ma saranno pochi, ogni anno si conteranno sulle dita di due mani.

Mi scusi è arrivata la cena. Mi farò vivo di nuovo. A presto. I miei ossequi. Ah, dimenticavo di presentarmi. In realtà lei già mi conosce, o meglio non conosce me ma il mio avo, sono il pronipote di Carlo Cafiero, Carlo Cafiero junior.

Penso alla sua teoria. Di solito i paranoici, i complottisti, che hanno le antenne aguzze, su qualcosa ci prendono, non su tutto, indovinano poche tessere del puzzle, poi però siccome hanno l’ansia di completare il puzzle, le altre tessere le mettono a cazzo, e la teoria fa acqua, e loro passano per paranoici, o complottisti. Io però volevo capire quali fossero, tra le molte, le tessere giuste, quelle che il pronipote di Cafiero aveva imbroccato.

L’attività continua a languire. Chiamate in pronto soccorso oggi zero. Apro e chiudo porte coi gomiti. Alzo e abbasso la mascherina.

Dopo due ore di attesa, attesa da deserto dei Tartari, il sergente Drogo cioè io chiede all’assistente sociale pure lei senza daffare il numero di quel paziente che era il super esperto dei virus. Sentiamo il nostro esperto, dico. Scartabella. Trova il numero. Chiama. Il signor Jack? Sì? salve, sono l’assistente sociale del reparto, volevamo sapere come sta. Le passo il dottor Cipriano che voleva salutarla. Buongiorno. E come se la passa?
No, non vado al CSM. Non vado al CSM non per il virus non per l’isolamento. Non vado al CSM perché lì hanno tutti paura. Sono tutti mascherati come una donna talebana. Non vogliono riceverci. Prima mi facevano i TSO perché non andavo, ora dicono stia a casa che è meglio. E io sto a casa, ci stavo prima ci sto adesso. Cosa faccio? Non vedo la tv perché mi si è rotta e non so ripararla. Non compro i giornali perché non li ho mai comprati. Non ho internet. Cosa faccio allora? Leggo. Cosa leggo? Ho un solo libro in casa. Lo leggo in continuazione. Anche perché non si capisce bene dove vuole andare a parare. E’ Il castello, di Kafka. Comunque, grazie della telefonata, dottore. Ora però ho un po’ da fare, magari la richiamo io, in questi giorni.

Dopo mezz’ora richiama. Dottore, ma lei, che cosa voleva sapere di preciso da me? Perché lei non ha chiamato per sapere come sto, questo è chiaro, in dieci anni che lavora in quell’ospedale non mi ha mai chiamato, e mi chiama proprio ora che tutti sono chiusi in casa per il virus? Lei mi chiama perché si è ricordato che io sono il maggior esperto al mondo sui virus. E si è pentito. E ha fatto mea culpa. E ha pensato che l’attribuzione di disturbo delirante con… come lo chiamavate? con caratteristiche ipocondriache, ecco, che mi è stata fatta, anche da lei, non lo neghi, forse era a dir poco ingenerosa. Ora vuole che io la illumini coi miei deliri. Che le dica ciò che nei mie cinque ricoveri da voi, continuavo senza tentennamenti a ripetervi. Siete medici, vi dicevo, eppure siete asini, asini inconsapevoli. Abboccate a tutto ciò che vi si propina, incapaci di pensiero critico. Per dire la verità a questo mondo, devi passare per delirante. Lei dottore almeno ascolta. Lo stesso pensa che i miei siano i deliri di un pazzo, lo so, ma almeno mi ascolta.

Si metta comodo che le spiego tutta la faccenda. Si è messo comodo? Bene. Iniziamo daccapo.

Si ricorderà che non sono uno che si è laureato su Google, si ricorderà che sono laureato in farmacia e in biologia. Si ricorda, vero? Si ricorda anche che ero specializzato in malattie da microparticelle, anzi, nanoparticelle, lo ricorda vero? Bene. Ma veniamo al nostro incubo, veniamo al virus, mi correggo, il vostro incubo, questo esserino che sa entravi dentro senza chiedere permesso, un maleducato, direte voi, un esserino libero, dico io. Poveri vecchi, poveri malati, poveri coloro che prendono farmaci, essi non riescono a tenerlo a bada, all’ospite indesiderato, all’ospite ubiquo. Quanti italiani siamo? Più di sessanta? Bene. Venti milioni ce l’hanno già in corpo che gira. Ma no che venti, facciamo trenta milioni, anche quaranta, va. Lei dice ci sono dodicimila morti? Ma non era colpa del virus, dio mio. Erano già malati, i poveri cristi. Quante persone muoiono in Italia ogni anno? 650.000? Bene, metà di loro hanno dentro il virus che vi toglie il sonno. Il virus dei polmoni, il virus che toglie il respiro. Il primo virus che seppellisce in casa. Questo però ora non è un mio problema. Io sto in casa io sto bene in casa prima mi facevate il TSO perché dicevate che non uscivo di casa adesso fate il TSO a tutti obbligandoli a stare in casa io ora sto a posto siete voi adesso che non state a posto, voi che volevate uscire tutti i giorni ora vi sentite mancare l’aria. Tre morti sono i morti di questo virus non dodicimila. Forse nemmeno quei tre sono morti per il virus. Ma poi parlate di un virus, ma quello che era in Cina già non è più quello che è in Italia, quello muta non è mica un modello di I-phone che resta in giro per qualche anno, è per questo che è assurdo fare un vaccino, sarebbe come fare un vaccino per il raffreddore, vaccini per un virus da raffreddore che non ti copre sugli altri due milioni di virus da raffreddore. Siete pazzi. Vi siete concentrati su noi pazzi, i deliranti, gli SPDC li potevate trasformare in reparti per i polmoni, in rianimazione, invece di psicofarmaci compravate respiratori, a questo punto non dovevate far morire i vecchi perché non avete i respiratori. Ma non lo sente che da ottobre era pieno di polmoniti atipiche? Dottore, la regola numero uno, che vale per i deliri e vale anche per le infezioni è: aspettare, bisogna aspettare che l’organismo rigetti il virus, non mettersi i guanti, lei tiene adesso il telefono con cui mi parla con i guanti, è un fesso, con quei guanti tocca tutto, con quei guanti impedisce alle sue difese dermiche di reagire ai virus, lei è un dottore meno imbecille degli altri ma comunque è un imbecille, dovete solo attivare le vostre difese immunitarie, non mettere guanti e mascherine, aspettare, bisogna, tenersi la febbre perché il caldo uccide l’ospite indesiderato, il virus è una creatura fragile, se lei si prende la Tachipirina per far scendere la febbre al virus gli fa solo un favore, perché sta meglio al fresco, lui, bravi i fessi. Quelle mascherine con cui mi parla sono come un cancello che vuol impedire alle mosche di entrare, non le servirà quella mascherina idiota attraverso cui mi parla, sono piccoli sa, più piccoli ancora, la dovrebbe buttare ogni due minuti, altro che tenersela per 24 ore. Perché io ho lasciato la virologia? Per non essere complice di quel che succederà. Ci obbligheranno a vaccinarci. Con la scusa di questa finta epidemia faranno il TSO a tutti, finora l’avete fatto a me perché vi mettevo in guardia, mi avete dato gli antipsicotici? Bravi asini. Adesso fottetevi. Adesso voi psichiatri, come tutti gli altri umani, sarete vaccinati obbligatoriamente, TSO per tutti, a parte il fatto che voi psichiatri siete così stupidi che correrete a farlo, il vaccino anti-coronavirus, prima di tutti gli altri, implorerete per essere i primi, perché avete una fifa blu di morire, per cui non ci sarà neppure bisogno che siate obbligati, vi obbligherete da soli, ma pure chi non volesse, tipo me, o tipo lei, perché lo so che lei in fondo in fondo è un antisociale, pure noi due saremo obbligati. Ma è una stronzata questa, perché come dicevo non c’è modo di vaccinarsi per un virus che cambia, un virus che è come il raffreddore. Sarà solo un regalo al Grande Farmaco. Alla religione del Grande Farmaco. Antipsicotici e vaccini per tutti, dottore. Cominci a levarsi di dosso quelle imbragature, ma lo vede come si è ridotto? Sembra un palombaro. Si levi quei guanti, si levi quella mascherina, si levi la cuffia, si levi la casacca, si levi il camice, ritorni a essere un uomo libero. Esca, ritorni in strada, io non sono fatto per stare nelle strade, io sono un misantropo, io sono un pipistrello io sono un vampiro io sono un essere notturno ma lei, lei deve uscire. Tutti devono riprendersi le strade, prendere il sole, correre, vitamina D, buon umore, non farmaci, lo dica agli asini dei suoi colleghi, consigliassero di passeggiare e non di stare chiusi in casa al buio senza il sole senza il vento che porta via i virus, è il vento, il vento e il sole sono le più grandi terapie. Con la reclusione in casa stanno creando un popolo di immunodepressi, voi psichiatri siete i più incompetenti, a non sapere che la reclusione senza svago rende Jack un triste figuro, vi stanno facendo impazzire, dottore, impazzirete tutti, anche voi psichiatri, quelli che già non eravate pazzi prima. In questo paese di 49.000 morti l’anno per infezioni prese in ospedale, perciò lottavo fino alla morte quando mi ricoveravate, perché mi portavate nel luogo dove massima è la possibilità di ammalarsi, ora per dodicimila morti stanno facendo questo casino perché? Ma perché dall’anno prossimo ci sarà la vaccinazione obbligatoria di massa, e chi non ci sta fa la mia fine. La fine di un martire.


[Chiamate telefoniche – qua le chiamate precedenti]

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Il riduzionismo psichiatrico e la variabile umana https://www.carmillaonline.com/2019/04/03/il-riduzionismo-psichiatrico-e-la-variabile-umana/ Tue, 02 Apr 2019 22:01:55 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51751 di Gioacchino Toni

Lorenza Ronzano, La variabile umana, Elèuthera, Milano, 2019, pp. 220, € 16,00.

«Vado in ospedale ad ascoltare la sofferenza delle persone, con l’intenzione di trasformare i loro sintomi in qualcos’altro. Lasciate stare le diagnosi, non hanno importanza, raccontatemi la vostra storia, ditemi, com’è andata? Come mai siete qui? Per cosa vivete?» Lorenza Ronzano

«Penso che Lorena Ronzano abbia tutte le carte in regola per raccontarci come le trecento e più partizioni del manuale diagnostico americano siano poche, pochissime, insufficienti per ingabbiare tutti gli umani, perché le diagnosi umane sono almeno [...]]]> di Gioacchino Toni

Lorenza Ronzano, La variabile umana, Elèuthera, Milano, 2019, pp. 220, € 16,00.

«Vado in ospedale ad ascoltare la sofferenza delle persone, con l’intenzione di trasformare i loro sintomi in qualcos’altro. Lasciate stare le diagnosi, non hanno importanza, raccontatemi la vostra storia, ditemi, com’è andata? Come mai siete qui? Per cosa vivete?» Lorenza Ronzano

«Penso che Lorena Ronzano abbia tutte le carte in regola per raccontarci come le trecento e più partizioni del manuale diagnostico americano siano poche, pochissime, insufficienti per ingabbiare tutti gli umani, perché le diagnosi umane sono almeno sette miliardi quanti sono i terrestri, anzi, che dico, sono di più, perché dobbiamo aggiungervi le diagnosi dei tipi umani vissuti finora, di quelli che verranno, e moltiplicare per cento o per mille, perché ognuno di noi non è (ancora) un androide, è mutevole» Piero Cipriano

Come è noto a chi ha letto la “trilogia della riluttanza” pubblicata dalla casa editrice Elèuthera – composta da La fabbrica della cura mentale (2013), Il manicomio chimico (2015) e La società dei devianti (2016) –, e il suo ultimo libro Basaglia e le metamorfosi della psichiatria (2018), Piero Cipriano, pur nella consapevolezza di operare una semplificazione, suddivide schematicamente gli operatori che si confrontano con il disagio mentale in alcune categorie. Ai due estremi, che a volte sembrano finire col toccarsi, colloca i “manicomiali”, che non hanno bisogno di particolari presentazioni nel loro ruolo di integrati e complici del sistema repressivo istituzionalizzato in tutte le sue sfaccettature, e gli “antipsichiatri” che, nel loro comodo restare fuori dalle istituzioni, finiscono per lasciarle agire indisturbate. Tra questi due estremi Cipriano individua almeno altre due categorie: quella degli operatori di “buon senso” e quella dei “riluttanti”. Al primo raggruppamento appartengono i tanti psichiatri, psicologi, psicoterapeuti, infermieri ed educatori, che pur essendo, il più delle volte, “brave persone”, non mettendo mai davvero in discussione le diagnosi ed il ricorso smodato ai farmaci, finiscono con l’accettare l’impianto generale della malattia e della cura psichiatrica senza mai trovare il coraggio di dire che tale macchina di gestione del disagio non aiuta davvero i pazienti. Al secondo raggruppamento appartengono invece gli “anti-istituzionali” (basagliani, para-basagliani, simil-basagliani ecc.), quei “riluttanti” che hanno scelto di combattere la propria battaglia nel cuore delle contraddizioni, cioè dall’interno del sistema per cambiarlo.

Dopo aver passato in rassegna le tappe principali della pratica psichiatria “prima e dopo Basaglia”, nel suo ultimo libro, uscito a quarant’anni dall’entrata in vigore della Legge 180 che sanciva la chiusura dei manicomi, Cipriano cede la parola ad una serie di persone che, a vario titolo, si rapportano con l’universo del disagio mentale in maniera non convenzionale: uno psicologo che preferisce svolgere la sua attività nell’orto anziché nel canonico studio; un giovane psichiatra che non smette di chiedersi se è possibile svolgere la sua attività in maniera più utile rispetto a quella imposta dalle modalità convenzionali; una giovane infermiera irriducibilmente ostile alle fasce di contenzione; un’economista amante di jazz che, pur in assenza di “titoli” alla cura, espone brillanti idee circa le modalità con cui una società dovrebbe prendersi cura di sé; una laureata in lettere che pratica “consulenze filosofiche” colloquiando con i pazienti in un day hospital psichiatrico.

Di quest’ultima “riluttante”, Lorenza Ronzano, è uscito da poco il libro La variabile umana (2019), pubblicato dalla sempre meritoria casa editrice Elèuthera, con un’introduzione dello stesso Cirpriano che, nel presentare l’opera, mette in evidenza come l’autrice sia un’operatrice psichiatrica un po’ particolare. Intanto il fatto che si tratti di una donna che si occupa di tali questioni non è affatto un elemento da sottovalutare, visto che la storia della psichiatria è stata in buona parte scritta da uomini. Ed oltre al fatto che Ronzano non è psichiatra, psicologa e nemmeno infermiera, a rendere tale libro particolarmente efficace, rispetto a «quelli scritti da psi è che la storia della psichiatria, da Pinel in poi, è sempre stata fatta da psichiatri, mai da psichiatrizzati» (p. 18). E Ronzano, come racconta direttamente nel suo contributo pubblicato su Basaglia e le metamorfosi della psichiatria di Cipriano, ha vissuto un’esperienza diretta con i fallimentari tentativi della psicoterapia: «sarebbe stata una giovane psichiatrizzata se a diciotto anni, con un gesto di orgoglio e strafottenza, non avesse ricusato, rigettato, vomitato, la diagnosi che lo psichiatra che aveva in cura suo padre le attribuì: tu sei come tuo padre, le disse, la schizofrenia è genetica, ereditaria, la tua stranezza, le ripeté, è figlia della stranezza di tuo padre, e come la sua stranezza anche la tua stranezza io al chiamo schizofrenia» (p. 18).

Se non bastasse la presenza di tali “anomalie”, rispetto ai dogmi vigenti, a rendere interessante il volume di Ronzano è, secondo Cipriano, il fatto che l’autrice «è una formidabile narratrice, una delle poche persone al mondo (direbbe Roberto Bolaño) che legge o meglio ha letto tutti i diari dei fratelli Goncourt, e dopo questo saggio narrativo (o conte philosophique, o oggetto narrativo non identificato, per dirla con Wu Ming) inevitabilmente esploderà (in senso buono) in seno alla narrativa italiana con i suoi romanzi scritti, appunto, alla Goncourt. Per cui – continua Cipriano – io potrò dire che non solo non le ho fatto la diagnosi né l’ho ricoverata, ma l’ho istigata, dopo che mi fece leggere il suo inedito manoscritto goncourtiano (anche se di primo acchito non lo apprezzai, perché l’insolito, il perturbante, appunto in quanto tale non può piacere, almeno a una prima lettura), a scrivere del suo mestiere di consulente filosofica in un day hospital psichiatrico della sua città. E così è venuto fuori questo libro. Che è una costola del suo romanzo, tutto sommato» (p. 19).

Lorenza Ronzano, dopo aver collaborato per alcuni anni con l’equipe medica di un reparto psichiatrico della sua città svolgendo colloqui individuali con i pazienti che passavano dal day hospital, è giunta alla conclusione che spesso il ricorso alla psichiatria è del tutto improprio. Secondo l’autrice spesso si ricorre allo psichiatra come ad una sorta di factotum in grado di risolvere tutti quei problemi che non si sa bene chi altri potrebbe risolvere. Per certi versi lo psichiatra sembrerebbe aver sostituito il sacerdote a cui, un tempo, si ricorreva perché in lui si individuava la figura deputata ad ascoltare quei problemi che non si sapeva bene a chi altri confidare, ma anche perché, attraverso il religioso, si poteva disporre dei contatti sociali dell’ambiente parrocchiale e questi avrebbero potuto tornare utili al fine di risolvere i problemi.

Se la maggior parte degli individui che si rivolgono ad un servizio psichiatrico lo fanno nella speranza che gli operatori prestino loro attenzione e capiscano i loro problemi, occorre però prendere atto, sostiene Ronzano, che buona parte delle loro sofferenze, dei loro problemi, è di natura sociale e spesso ha a che fare con ristrettezze economiche, con la perdita del lavoro e di conseguenza del reddito, con delusioni affettive, con la solitudine e con l’assenza di cure per gli anziani.

Anche se buona parte di chi ricorre ai day hospital psichiatrici manifesta forme di disagio che non sono di natura psichiatrica, e spesso nemmeno psichica, le diagnosi più frequenti con cui vengono etichettati dagli operatori hanno a che fare con “depressione”, “ansia” e “disturbi della personalità”. Così facendo l’operatore, evitando di affrontare la complessità del caso specifico che si trova di fronte, adempie al suo ruolo di “applicatore di patologie”, con relativa prescrizione farmacologica. Così facendo si riduce la complessità dell’individuo a quella classificazione stereotipata imposta dal manuale diagnostico americano con tutto ciò che ne consegue in termini di negazione della personalità, di controllo e redditività spesso ottenuta attraverso la dipendenza chimica.

Nonostante lo scollamento «tra le arbitrarie classificazioni della psichiatria e ogni essere umano nella sua singola, peculiarissima storia» (p. 26), Ronzano segnala come nella sua esperienza sul campo si sia spesso imbattuta in persone che dai centri di assistenza psichiatrica pretendono una diagnosi sentendosi, in qualche modo, confortate dal poter “far parte” di una condizione sottoposta a vigilanza dalla scienza medica. «Può sembrare paradossale, ma spesso “essere depresso” piuttosto che “soffrire d’ansia” viene percepita come una condizione rassicurante, perché permette di circoscrivere la sofferenza a un preciso ambito, a una causa specifica. Avere la possibilità di individuare in un deficit psichico l’origine del proprio dolore, può alleviare in qualche modo la percezione di sentirsi responsabile della propria infelicità» (p. 27). Inoltre, continua Ronzano, la diagnosi sembra poter donare all’individuo un’identità, cosa che nell’attuale società sembra essere indispensabile. Appartenere alla categoria dei “depressi”, ad esempio, aiuta l’individuo a “sentirsi qualcuno” e piuttosto che trovarsi a corto d’identità è auspicabile vedersi riconosciuto un disturbo mentale. Insomma, meglio essere malati che niente.

Di fronte a pazienti che giungono nei day hospital psichiatrici e che palesano di non avere problemi psichiatrici o psichici, se solo si avesse la pazienza di ascoltare le loro storie evitando di applicare meccanicamente diagnosi dettate dal Manuale e prescrivere medicinali in quantità, sarebbe più onesto da parte degli operatori, scrive Ronzano, ammettere «di non avere il potere né la possibilità di aiutare qualcuno, al limite consigliarlo di rivolgersi altrove […] Se un servizio psichiatrico (o meglio di salute mentale) fosse un reparto seriamente responsabile, ogni giorno dovrebbero essere compilate, oltre alle inevitabili cartelle cliniche, anche “cartelle sociali”, per così dire, in cui stilare un piano di intervento e di collaborazione con le strutture socio-assistenziali presenti sul territorio, per aiutare il paziente a risolvere problemi alla cui origine, evidentemente, concorrono motivazioni ben diverse da quelle personali e patologiche. Sarebbe auspicabile che la psichiatria si trasformasse in un centro di analisi e smistamento dei casi» (pp. 28-29). Esistono in Italia alcuni dipartimenti di salute mentale, come a Trieste, che operano in tal senso. Nulla di impossibile, dunque. Basterebbe volerlo fare.

Ronzano si sofferma anche sull’uso che il potere fa delle parole passando in rassegna alcuni termini a cui ricorre la psichiatria contemporanea al fine di affibbiare le diagnosi più comuni. Ad esempio, il termine “depresso” – che letteralmente significa qualcosa/qualcuno che è stato schiacciato, abbassato, abbattuto – secondo i parametri psichiatrici identifica «una persona che per un periodo di tempo abbastanza lungo “vive di episodi di umore depresso accompagnati principalmente da una bassa autostima e perdita di interesse o piacere nelle attività normalmente piacevoli”. La presunta diagnosi non connota la persona in base a una serie di sintomi inequivocabilmente invalidanti, ma in base alla sua collocazione (la condizione di essere “al di sotto”, richiamata espressamente dai termini di umore “depresso”, “bassa” autostima, “perdita” di interesse e piacere) rispetto a una linea di demarcazione, ovvero rispetto alla soglia della cosiddetta e non altrimenti specificata “normalità”» (pp. 33-34).

Una diagnosi così emessa si preoccupa soltanto sulle «derive del vissuto del paziente, sulla sua iperattività neuronale, sul suo essere schiacciato al di sotto del limite “normale”» (p. 34) e non dice nulla sul vissuto, sullo stato di salute e sull’aspetto umano dell’individuo. Pertanto, la “depressione”, scrive Ronzano, non è in realtà una diagnosi e nemmeno una definizione; si tratta di «un abborracciato giro di parole per imporre categoricamente uno stato di cose, e cioè che esiste una soglia umorale e comportamentale normalmente ritenuta accettabile e valida, al di sotto della quale si diventerebbe automaticamente dei “depressi”. Pura tautologia» (p. 34).

Se è vero che tante persone, pur di affrontare il disagio provato, si rassegnano a “fare i malati”, scrive l’autrice, «è altrettanto vero che i medici, accettando di “curarle” in qualità di casi patologici, hanno la loro buona parte di responsabilità nell’aggravare questo uso improprio della psichiatria. Se di certo si può parlare di concorso di colpa, non c’è dubbio che le equipe psichiatriche, rappresentando l’autorità medico-scientifica, dovrebbero per prime disporre in altra maniera. Nel momento in cui uno psichiatra fornisce una diagnosi e una cura farmacologica è come se statuisse che le origini dei problemi della persona sono: 1. di natura personale, cioè da ricercarsi e imputarsi all’individuo in questione. 2. Di natura chimico-neurale, cioè risiedono in un qualche non meglio specificato disturbo neurotrasmettitoriale» (p. 83).

In questo modo, sostiene Ronzano, la psichiatria riduce un problema che tocca l’intera compagine socio-cultuale al cervello di una singola persona. «L’ambito in cui i problemi andrebbero ricercati e risolti (la società, un’intera cultura) è stato gravemente ristretto non soltanto dal corpo sociale al corpo individuale, ma anche dal corpo individuale al singolo organo. In questa operazione riduzionista, la psichiatria non è per nulla ecologica dal momento che – pur ammettendo, in teoria, che i problemi si formano in ambiente collettivo – nella pratica interviene soltanto sul cervello dei singoli individui» (pp. 83-84).

Attraverso tale pratica riduzionista l’autoritarismo medico-scientifico ottiene un doppio obiettivo. «Ignorando la componente socio-economica nell’origine dei problemi del singolo […] mira a stornare l’attenzione critica dai problemi socio-politici, concorrendo al mantenimento dello status quo per nulla vantaggioso per la maggior parte dei cittadini» (p. 84). Inoltre tende a a decolpevolizzare i singoli «individuando l’origine dei loro problemi non in scelte e comportamenti sbagliati, bensì in un loro presunto malfunzionamento neuronale, in qualche scompenso chimico. La decolpevolizzazione va di pari passo con l’irresponsabilizzazione, attuata attraverso il conferimento di una diagnosi. Infatti una diagnosi è sempre, in prima battuta, l’istituzionalizzazione di un deficit» (p. 85).

Ed il “consulente filosofico”? Cosa accidenti fa il “consulente filosofico” quando si trova di fronte i pazienti al reparto psichiatrico? Dialoga con consultanti, per dirla con Pier Aldo Rovatti. La filosofia rifiuta la cultura terapeutica, ne svela la dimensione autoritaria e coercitiva e cerca altre vie per essere d’aiuto a chi si presenta sofferente. L’invito, a questo punto, è di leggersi il libro di Lorenza Ronzano, una che ha imparato ad ascoltare la gente che si sfoga senza sfogliare il manuale americano, emettere diagnosi e compilare ricette. Non è poco.

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Un libro di denuncia e di battaglia contro il manicomio diffuso contemporaneo https://www.carmillaonline.com/2018/05/21/un-libro-di-denuncia-e-di-battaglia-contro-il-manicomio-diffuso-contemporaneo/ Sun, 20 May 2018 22:01:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45554 di Gioacchino Toni

Piero Cipriano, Basaglia e le metamorfosi della psichiatria, Elèuthera, Milano, 2018, pp. 328, € 18,00

«E se credente ora / che tutto sia come prima / perché avete votato ancora / la sicurezza, la disciplina, / convinti di allontanare / la paura di cambiare / verremo ancora alle vostre porte / e grideremo ancora più forte / per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti, / per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti» (Fabrizio De André)

«Quando noi diciamo no al manicomio, diciamo [...]]]> di Gioacchino Toni

Piero Cipriano, Basaglia e le metamorfosi della psichiatria, Elèuthera, Milano, 2018, pp. 328, € 18,00

«E se credente ora / che tutto sia come prima / perché avete votato ancora / la sicurezza, la disciplina, / convinti di allontanare / la paura di cambiare / verremo ancora alle vostre porte / e grideremo ancora più forte / per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti, / per quanto voi vi crediate assolti / siete per sempre coinvolti» (Fabrizio De André)

«Quando noi diciamo no al manicomio, diciamo no alla miseria del mondo» (Franco Basaglia)

Come fa notare Pier Aldo Rovatti nella prefazione, “libertà”, “rivoluzionario”, “radicale” e “iatrogeno” sono le parole chiave attorno alle quali ruota l’intero discorso portato avanti da Cipriano nel suo ultimo libro “di denuncia” e “di battaglia”, ricorrendo nuovamente alle parole di Rovatti.

Tanto per essere chiari sin dall’inizio: nel suo nuovo libro Cipriano non si limita, in odor di ricorrenze, a rendere il giusto merito a Franco Basaglia per quel che ha saputo fare ma intende anche denunciare quel che è successo dopo-Basaglia e, soprattutto, portare avanti una battaglia di libertà qui ed ora. Non è tipo da semplici e comode commemorazioni il nostro “psichiatra riluttante”.

Fatta questa premessa veniamo al libro, anzi, a dire il vero si tratta di due libri in uno. La prima parte del volume è dedicata a una breve storia della follia e dell’anti-follia, cioè di quella che da poco più di due secoli si chiama psichiatria. Si badi bene, precisa Cipriano sin da subito, riprendendo Basaglia, che quando si parla di storia della psichiatria si parla sostanzialmente di psichiatri, di diagnosi, di terapie e di repressione e non delle storie di chi l’ha subita. La seconda parte del volume concede invece la parola ad alcuni compagni di viaggio con cui costruire un immaginario e pratiche capaci di portare ad una “nuova 180”.

In apertura la ricostruzione della storia della follia e dell’anti-follia prende il via, come suggerito dalla Storia della follia scritta da Michel Foucault, da un editto francese del Seicento che prescrive l’ammasso presso il Grand Hôpital Géneral parigino di tutti i devianti: «Dai mentecatti ai libertini, alle donne di facili costumi, agli alcolizzati». Un secolo dopo Philippe Pinel «separa i fuori di testa dai fuori di legge». Da una parte i rei, dall’altra i folli. Chi deve scontare una pena da una parte, chi deve sostenere una cura dall’altra. Il carcere per gli uni, l’ospedale psichiatrico per gli altri. Poi si cimenteranno sui folli gli asportatori di brandelli di cervello, gli inoculatori di malaria e i dispensatori di scariche elettriche sino all’arrivo degli spacciatori di psicofarmaci e dei prestigiatori semantici: gli psichiatri. È lungo questo percorso che si arriva ad incastrare a vita una persona: attraverso una diagnosi e una molecola.

Eccoci allora a Basaglia, cioè a colui che negli anni Sessanta del Novecento trova la forza, il coraggio e l’umanità per fare quello che né i padri nobili della psichiatria psicodinamica (Freud, Joung, Adler e Janet), né i fenomenologi (Jaspers, Minkowski, Binswanger ecc.) hanno mai fatto: «mettere in discussione il mezzo con cui la psichiatria opera: il manicomio, ovvero la malattia istituzionale, la iatrogenesi di cui lo psichiatra è responsabile» (p. 20). Ed è proprio a Basaglia che è dedicato il secondo capitolo del libro, ossia a colui che può essere considerato sia politicamente che scientificamente un rivoluzionario. È grazie a persone come lui che viene messo in crisi il paradigma scientifico secondo cui il manicomio è terapeutico. In realtà la distruzione del manicomio è la condizione necessaria affinché si possano porre le basi per una psichiatria terapeutica e non repressiva.

Rispetto ad altre pratiche alternative, secondo Cipriano, l’originalità dell’esperienza goriziana consisterebbe nell’inversione di ruoli: «il vero direttore è diventato il malato». In una relazione del 1964 passata alla storia, così Basaglia stesso riassume le tappe della sua rivoluzione copernicana: 1. Introduzione dei farmaci, grazie ai quali è possibile eliminare le contenzioni; 2. Rieducazione umana del personale; 3. Riannodamento dei legami con l’esterno; 4. Abbattimento delle barriere fisiche: reti e grate; 5. Apertura delle porte; 6. Creazione di un ospedale diurno; 7. Organizzare la vita dell’ospedale secondo lo stile di una comunità terapeutica. Insomma una guerra aperta tra «il principio di libertà» e il «principio di autorità». In concreto, sottolinea Cipriano, nel settimo punto basagliano occorre leggere la necessità che la vita comunitaria diventi assembleare.

Ad inizio anni Sessanta escono diversi libri poi rivelatisi importanti punti di rifermento per il gruppo basagliano nella battaglia contro i manicomi: Storia della follia (1961) di Michel Foucault, Asylums (1961) di Erving Goffman, I dannati della terra (1961) di Frantz Fanon, Il mito della malattia mentale (1961) di Thomas Szasz; L’io diviso (1961) di Ronald Laing.
Con l’intento di far conoscere quanto si sta sperimentando a Gorizia, sul finire del decennio viene fatto uscire il libro corale L’istituzione negata. Rapporto da un ospedale psichiatrico (1968) nel quale Basaglia pubblica un contributo intitolato Le istituzioni della violenza in cui sostanzialmente muove una critica a trecentosessanta gradi nei confronti di tutte le istituzioni fondate sulla rigida distinzione di piani: famiglia, carcere, ospedale, università, fabbrica, scuola… Già in questo suo intervento, sostiene Cipriano, emerge

la figura dell’intellettuale non più universale – quello che restandosene fuori dal mondo non solo engagé, à la Sartre, non solo organico, à la Gramsci, ma l’intellettuale tecnico di un sapere pratico che si immerge nelle istituzioni per cambiarle, o per distruggerle: quello che Rovatti definisce intellettuale riluttante. Ecco, Basaglia e i goriziani sono stati gli antesignani di questo nuovo tipo di intellettuale calato nelle istituzioni (p. 62).

Il 13 maggio 1978 viene approvata la Legge 180. Quella che ancora oggi, tanto dai detrattori, quanto dagli entusiasti, viene indicata come una svolta radicale in senso libertario a proposito di sofferenza mentale, all’epoca viene percepita dal gruppo di Basaglia come un compromesso se non, in qualche modo, una sconfitta. In particolare a suscitare perplessità sono il Trattamento Sanitario Obbligatorio e l’apertura di piccoli reparti psichiatrici negli ospedali. È pur vero che quella Legge 180 (successivamente assorbita all’interno della Legge 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale), o legge Basaglia (anche se nei fatti non è di certo sua la stesura), scrive Cipriano, forse rappresenta il massimo ammesso da quel contesto storico-culturale; una riforma più radicale avrebbe necessitato di una società più avanzata rispetto a quella dell’epoca.
Nel volume ci si sofferma anche su Le conferenze brasiliane da cui, secondo Cipriano, emerge quanto

Basaglia non sia stato rivoluzionario perché ha fatto la comunità terapeutica a Gorizia, che pure è stata una bomba che poi ha portato a Trieste e che gli altri goriziani esodati hanno portato in altri manicomi per deflagrarli, e neppure sia stato un rivoluzionario perché ha ispirato la scrittura della legge che li ha messi fuori legge, questi luoghi atavici, la sensazione è che davvero rivoluzionario Basaglia lo sia diventato da quel momento in poi. Come Che Guevara che cerca la Bolivia perché non si accontenta di ciò che ha fatto, come un Fanon che cerca la rivoluzione fuori dal manicomio, lui pure sembra cercare un terreno rivoluzionario e va in Brasile a coinvolgere i tecnici psi, e non solo, l’intero popolo brasiliano. (p. 82)

Basaglia, continua Cipriano, era un rivoluzionario anche sul piano politico «apolide e apartitco, probabilmente a suo modo anarchico. Inviso al PCI per la sua troppa carica libertaria […] Inviso all’Università, all’establishment, ai direttori di manicomio e ai manicomiali a cui toglie il potere dalle mani. Inviso per per la sua capacità pragmatica di portare fino in fondo questo suo impegno di uccidere il manicomio» (p. 85). Inviso pure, si badi bene, anche a tutti quegli “antipsichatri” che amavano scagliarsi contro il manicomio più a parole che con i fatti.
Anche sul farmaco la posizione di Basaglia è chiara. Non si tratta tanto di dirsi a sfavore di tutti i farmaci sempre e comunque; si tratta di vedere l’utilizzo che ne viene fatto e la finalità con cui li si somministra:

Noi dobbiamo dire che usiamo i farmaci, Ma cosa significa usarli? Normalizzare mentre stiamo facendo un discorso di liberazione? A me pare che dobbiamo riconoscere che la scoperta di alcune sostanze i grado di diminuire l’aggressività di una persona sia un fatto di lotta contro la natura, e questo discorso non mi scandalizza, perché questi prodotti offrono, ad alcune persone, una possibilità alternativa di esistenza, una contrattualità con l’altro, la possibilità di un rapporto. In realtà il farmaco ha una doppia faccia: terapeutica da un lato, e quindi strumento di liberazione, cronicizzante dall’altra, e quindi elemento di repressione. (Basaglia, Conferenze brasiliane – riportato a p. 86)

Nel terzo capitolo viene ricostruito il dopo Basaglia e qua Cipriano ripercorre lo sviluppo della cura mentale degli ultimi decenni riprendendo quanto approfondito nei suoi saggi precedenti: La fabbrica della cura mentale (2013), Il manicomio chimico (2015) e La società dei devianti (2016). Se aprire i manicomi e liberare i reclusi è stata una lunga e dura battaglia, molto più ardua pare la battaglia per aprire i “nuovi manicomi”:

Aprire il DSM, inteso come Manuale Diagnostico e Statistico, e liberare le persone dalle etichette diagnostiche e del farmaco che pressoché inevitabilmente consegue all’etichetta […] Le due cose, i due manicomi moderni, se così vogliamo definirli, etichette e farmaci, che ne creano uno davvero difficile da aggredire, sono a tal punto embricati che è, e sarà sempre più difficile, distinguere la follia dal suo doppio, il disturbo psichico essenziale dal suo doppio, da tutto ciò che sembra disagio psichico e invece è iatrogenia (p. 119).

Nel libro vengono dunque ricostruite le tappe che hanno portato alla deriva farmacologica della psichiatria ed il ruolo assunto dalla diagnosi, ormai piegata totalmente a una logica che considera malattia qualsiasi disagio psichico. Tutti noi possiamo divenire pazienti psichiatrici: basta manifestare uno stato emotivo forte per vedersi prescritto uno psicofarmaco che, non di rado, diviene responsabile di un nuovo disagio che a sua volta richiede nuovi psicofarmaci in una spirale totalmente illogica se non per le industrie farmaceutiche che si assicurano così un paziente-cliente per lungo tempo, se non a vita.

Il quarto capitolo è dedicato alla necessità di una nuova 180 e al panottico digitale che sembra ormai fare capolino. Sul finire del 2017 i senatori Nerina Dirindin e Luigi Manconi hanno presentato un disegno di legge dal titolo Disposizioni in materia di tutela della salute mentale volte all’attuazione e allo sviluppo dei principi di cui alla legge 13 maggio 1978, n. 180. Si tratta, sostiene Cipriano, di una sorta di 180 bis e se la 180 è derivata dalla battaglia di Basaglia, gli ispiratori di questa 180 bis si possono individuare in Franco Rotelli e Peppe Dell’Acqua. Tale proposta di legge intende intervenire su alcuni aspetti su cui la 180, in quanto legge quadro, non ha dato indicazioni attuative. Si tratta di una «legge-che-ribadisce», che intende far applicare una legge stesa sul finire degli anni ’70 e restata in parte inapplicata. Nel frattempo, però, l’istituzione manicomiale ha assunto nuove e molteplici forme che necessitano di essere messe in discussione.

Viviamo in una società caratterizzata da un nuovo panottico: il web in cui quotidianamente immettiamo informazioni su noi stessi, offriamo la nostra identità permettendo, se non chiedendo, ad altri di “tenerci d’occhio”, di “valutarci” e noi stessi finiamo a nostra volta, sentendoci gratificati da questo, per essere controllori e valutatori. Si tratta di un nuovo manicomio, un manicomio di tipo digitale che però si intreccia facilmente con quello concentrazionario, con quello chimico e quello diagnostico.

Un esempio del manicomio che ci aspetta Cipriano lo individua nell’inquietante progetto Proteus Digital Health a cui sta lavorando la Food and Drug Administration americana.

Il farmaco che deve essere immesso nel corpo di chi ne ha bisogno è l’antipsicotico ora più in auge, l’ultima molecola ritenuta antidoto alla psicosi: l’aripiprazolo commercializzato come Abilify. Tra i più costosi, si capisce. Proteus sarebbe in grado di inserire un sensore attaccato alla compressa, un sensore ingeribile quindi, che comunica con un altro sensore posto su un cerotto computerizzato indossato dal paziente o inserito sottopelle, di modo che il medico prescrittore dal suo tablet possa controllare l’intero percorso de farmaco, dall’ingestione all’assorbimento. Questo perché? Per contrastare la riluttanza delle persone con disturbo psichico ad assumere gli antipsicotici – scarsa compliance, viene definita – o l’assunzione a dosaggi inferiori alla prescrizione. Questo partendo dall’assunto – non provato – che non prendere antipsicotici inevitabilmente porti a ricadute (p. 166)

Per prospettare dove ci potrebbero portare sperimentazioni come Proteus, Cipriano prende spunto da un episodio della serie Balck Mirror intitolato Arkangel in cui si narra dell’impianto di un microchip nel cervello di una bambina in modo che la madre possa monitorarla costantemente intervenendo a distanza, attraverso un un tablet, per censurare agli occhi della figlia tutto ciò che potrebbe urtare la sua serenità. Così la figlia finisce per vivere in una sorta di realtà virtuale pilotata dal genitore attraverso il microchip Arkangel.

Arkangel è ciò che Protus potrebbe fare tra qualche anno. Un meccanismo per cui tutto accade per via digitale. Lo psichiatra fa la diagnosi. Prescrive. Il chip controlla. Il paziente non può più trasgredire. Questo è un mondo futuro, dove il cittadino modello è una sorta di androide, l’androide descritto immaginato narrato da Philip K. Dick, il cittadino modello dei regimi totalitari. Vivremo in una democrazia in ci tuttavia, come scrive Han, “la libertà sarà stata un episodio”. Una democrazia neoliberale sotto il segno del like. Si immagini un collegamento tra il sistema Proteus che monitora l’assunzione del farmaco e il profilo Facebook […] della persona stessa. Prendere il farmaco premiato dal like, non prenderlo sanzionato dal dislike. Essere puntuali nell’assunzione premiato da decine di love, o haha, o wow, disattendere l’assunzione sanzionato da sigh o peggio da grr […] sembra un po’ ridicolo a scriverlo, tutto ciò, eppure lo stiamo già facendo […] una semplificazione lessicale ed emotiva che rassomiglia alla neolingua immaginata da Orwell in 1984, la semplificata neolinuga […] funzionale a semplificare il pensiero (pp. 169-170)

Eccoci di fronte ad un immenso panottico che determina una sorveglianza reciproca. Occorre forse iniziare a pensare davvero a come uscire da questa manicomio diffuso entro cui ormai siamo tutti rinchiusi. E qua si entra nella seconda parte del volume. Una volta tratteggiata la storia della psichiatria, ora l’autore tenta di rispondere ad alcuni interrogativi:

ma chi sono, oggi, i nuovi operatori della salute mentale, gli intellettuali riluttanti, gli inventori di nuove pratiche di salute mentale? E che cosa pensano? Cosa ne pensano, soprattutto, di questa storia della psichiatria e cosa pensano del fatto che con gli studi e i diplomi e le patenti che hanno conseguito hanno scelto di calarsi, di sono calati, si stanno calando, stanno entrando in questa sotiria? Cosa pensano di fare? Come pensano di cambiarlo il corso di questa storia della psichiatria? (pp. 198-199)

Dunque il libro si apre alla coralità, la parola viene in qualche modo lasciata alle tante voci che possono contribuire alla messa in discussione delle vecchie e nuove forme manicomiali e ad un ripensamento delle modalità con cui affrontare la sofferenza mentale. Qua inizia un lungo viaggio in cui ci si imbatte in quelli che l’autore definisce rispettivamente gli “inventori”, gli “impazienti” e i “narratori”. A loro viene data la parola.

Tra coloro che cercano nuove strade per affrontare il disagio mentale, tra gli inventori di nuove pratiche di salute mentale, ci imbattiamo: in uno psicologo che allo studio preferisce l’orto ove lavora con migranti e disabili psichici; in una filosofa che ha operato in un day-hospital senza essere né medico né psicologo scoprendo che i tecnici, con le loro pratiche, si rivelano per lo più incapaci di relazionarsi con le persone; in un infermiere testardamente contrario alle fasce ed all’elettrochoc e in diversi altri operatori non convenzionali.

Poi, dopo gli inventori, la parola passa agli impazienti, agli esigenti, a quelli

dall’altra parte del muro di vetro che divide i sani di testa dai disturbati di testa, quelli che chiamano i pazienti, ma sono sempre meno pazienti, si sono fatti esigenti ed è giusto giustissimo che siano esigenti, c’è chi li chiama ancora utenti, ma non mi piace utente, malato mi piace ancora meno […] c’è chi li chiama ancora matti, chi folli, folle per esempio è bello, teste pieno di vento e di sogni, è un modo romantico ancora di raccontare la sragione, oppure chi li chiama semplicemente vittime della psichiatrica. E quanti di loro vogliono un soccorso. Un rapporto. E non gli piace di essere trattati così, oggettificati cosificati reificati, un numero, io sono una storia non un numero (p. 198)

Infine, nello spazio di mezzo, tra chi non è né malato né terapeuta, Cipriano ci porta tra narratori come Paolo Virzì, Nicola Lagioia, Silvano Agosti e Pierpaolo Capovilla, tra

quelli della società che suole dirsi civile, che sono capaci di pensare e di raccontare, con la propria arte, il mondo della follia e dell’anti-follia, quelli che sono artisti, sono narratori, sono registi, sono poeti, sono attori, sono musicisti, sono cantanti (p. 198)

Ed a proposito di narratori, il volume si conclude con un’intervista impossibile, con Basaglia che incontra Bolaño e con Cipriano che, di nascosto, prende nota.

Terminata la lettura di questo libro “di denuncia” e “di battaglia” ci rende conto come all’interno del manicomio diffuso contemporaneo si passi con estrema facilità dal ruolo di vittime a quello di carnefici.  Quella che continua a portare avanti testardamente Cipriano è una battaglia di libertà che ci tocca davvero tutti e tutte.


A proposito del libro Basaglia e le metamorfosi della psichiatria (2018) si veda su Carmilla: Il libro delle metamorfosi – Intervista a Piero Cipriano

 

 

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Il libro delle metamorfosi – Intervista a Piero Cipriano https://www.carmillaonline.com/2018/05/06/libro-delle-metamorfosi-intervista-piero-cipriano/ Sat, 05 May 2018 22:01:00 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=45116 di Gioacchino Toni

Dopo aver pubblicato La fabbrica della cura mentale (2013), Il manicomio chimico (2015) e La società dei devianti (2016), in occasione dell’imminente uscita del suo nuovo libro, Piero Cipriano anticipa in questa intervista alcune questioni trattate nella pubblicazione edita, come le precedenti, da Elèuthera.

[ght] Nel tuo nuovo libro che esce a quarant’anni dall’entrata in vigore della Legge 180 che sanciva la chiusura dei manicomi,  oltre a ricostruire le lotte che portarono a quel risultato, tratteggi le trasformazioni del dispositivo manicomiale fino al “manicomio digitale” prossimo venturo, dove la rete sembrerebbe essere il panottico perfetto da cui non [...]]]> di Gioacchino Toni

Dopo aver pubblicato La fabbrica della cura mentale (2013), Il manicomio chimico (2015) e La società dei devianti (2016), in occasione dell’imminente uscita del suo nuovo libro, Piero Cipriano anticipa in questa intervista alcune questioni trattate nella pubblicazione edita, come le precedenti, da Elèuthera.

[ght] Nel tuo nuovo libro che esce a quarant’anni dall’entrata in vigore della Legge 180 che sanciva la chiusura dei manicomi,  oltre a ricostruire le lotte che portarono a quel risultato, tratteggi le trasformazioni del dispositivo manicomiale fino al “manicomio digitale” prossimo venturo, dove la rete sembrerebbe essere il panottico perfetto da cui non è possibile sfuggire. In attesa dell’uscita del libro ti chiediamo di anticiparci brevemente qualcosa a tal proposito.

[pc] I quarant’anni di una legge straordinaria ma tutto sommato per lo più tradita offrono l’occasione per fare il punto. Quella legge era fatta a misura del manicomio classico, quello che siamo abituati a pensare essere il manicomio, l’unico manicomio, il manicomio inventato da Pinel nel 1794, il manicomio lager che serviva per segregare i devianti affetti da un qualche elemento di follia, non per curarli e restituirli alla società ma per separarli per sempre da essa. Un luogo dove si compiva un’eutanasia sociale prossima a quella dei lager nazisti. Il luogo della definitiva sparizione degli esseri umani diversamente ragionanti. Diciamo che con la legge 180 si decretava, in Italia almeno, la fine di questi dispositivi di annientamento. Ma, è quel che sostengo in questo libro, il manicomio è un Proteo, è cangiante, e la psichiatria ha saputo sempre declinarsi in un manicomio; posto fuori legge il manicomio concentrazionario ecco ascendere, proprio a partire dal 1980, un manicomio fatto di etichette diagnostiche e psicofarmaci conseguenti, a vita, quel manicomio che ho definito chimico, il 2.0, diciamo. Ma questo manicomio invisibile si embrica con un ulteriore manicomio, trasparente, emanazione di questa società della trasparenza, la società digitale del web, della rete, dei social network, dove ognuno si denuda e mette in piazza la sua esistenza, dove il controllo è totale, come in un panottico dove, a differenza di quello benthamiano, i controllori sono gli stessi controllati, un controllo reciproco a 360 gradi, perfetto. Dirai ok, ma come questo si interseca con il manicomio chimico e quello concentrazionario? Ti faccio un esempio. La Food and Drug americana sta sperimentando un sistema detto Proteus (non per caso ispirato al Proteo mostro cangiante della mitologia) per rendere l’assunzione dei nuovi antipsicotici sicura, certa, assoluta. Il malato psichico del prossimo futuro digitale ingoia la pasticca, dotata di un sensore ingeribile che comunica con un sensore posto sulla pelle che a sua volta comunica col tablet dello psichiatra, il quale alla prima trasgressione provvederà al ricovero obbligatorio, in un reparto chiuso. Ecco che il manicomio chimico si embrica con quello digitale e con quello concentrazionario. L’uno non esclude l’altro ma si combinano. Poi mi sono perfino immaginato un povero paziente psichico digitale la cui assunzione o meno del farmaco con sensore sarà premiata con un like o biasimata con un dislike da parte dei suoi cosiddetti amici social-virtuali. E così via. Non ti racconto tutto…

[ght] Nel libro, ricostruendo la lunga lotta condotta da Basaglia contro il manicomio concentrazionario e il significato assunto dalla Legge 180 da essa derivata, insisti sulla necessità di una nuova rivoluzione anti-manicomiale. Ti chiediamo di fornirci qualche elemento utile a motivare l’urgenza di una nuova rivoluzione nell’ambito del disagio mentale.

[pc] La Legge 180 è stata una legge straordinaria, meglio di così non si poteva fare. Però è stata applicata solo in pochi luoghi, che peraltro dimostrano proprio il contrario di ciò che sostengono i detrattori, ovvero che sapendola attuare è una legge che fa quel che deve fare, ovvero elimina la manicomialità, e permette la cura delle persone nei luoghi di vita e non nelle cliniche, nei letti, nei luoghi a parte, nei tanti manicomietti e caravanserragli sparsi per il paese, che si chiamino SPDC che si chiamino casa di cura che si chiamino comunità terapeutica che si chiamino REMS. Una rivoluzione politica e scientifica che, come spesso succede, è stata in parte riassorbita, se non vanificata. La vicenda del suo ispiratore, Franco Basaglia, sulla cui figura imposto questo libro, assomiglia a quella del ginecologo viennese della metà dell’Ottocento, Filippo Ignazio Semmelweis. Il quale aveva intuito che la sepsi puerperale delle donne gravide dipendeva dalle mani dei medici, che non lavate, le infettavano a morte. Bastava lavarsi le mani, suggerì Semmelweis. Grandissima intuizione, politica e scientifica. Ebbene, fu necessario mezzo secolo perché Pasteur dimostrasse, con le scoperte microbiche, che Semmelweis aveva ragione. Nel frattempo i medici avevano ottusamente continuato a non lavarsi le mani. Nel nostro specifico sembra sia accaduta la stessa cosa. Basaglia come Semmelweis dice sono gli psichiatri che con i loro dispositivi internanti ovvero i manicomi uccidono, socialmente e fisicamente, le persone. Ancora una volta il motivo della malattia è iatrogeno. Lavatevi le mani. Eliminate i manicomi. Be’, siamo anche noi in attesa di un Pasteur della psichiatria che confermi l’intuizione di Basaglia e dica: i manicomi ammalano, non curano.

[ght] Nel libro concedi spazio ad autori come Paolo Virzì, Silvano Agosti, Nicola Lagioia e Pierpaolo Capovilla, accomunati dall’avere raccontato al grande pubblico il mondo della sofferenza mentale. Mi sembra sia importante raggiungere un pubblico diffuso perché quella rivoluzione anti-manicomiale di cui parli richiede una rivoluzione dell’immaginario collettivo e il ruolo del cinema, della musica, della narrativa e di altre forme di comunicazione è probabilmente fondamentale per il raggiungimento di questo scopo.

[pc] In effetti non l’ho detto ma lo dico ora: sono due libri, appunto. Nel primo libro, che rappresenta la prima parte, faccio una contro-storia della follia e dell’anti-follia ovvero la psichiatria, da Pinel a oggi, dove il fulcro è Basaglia. C’è insomma, io penso, nella storia della psichiatria, un prima e un dopo Basaglia. Un po’ come quell’altro, che non nomino. Nel secondo libro, appunto per capire con chi farla questa rivoluzione se di rivoluzione vogliamo parlare, oppure questa nuova 180 di cui c’è bisogno, do la parola ai nuovi tecnici, operatori, esperti della salute mentale. Capire da loro cos’hanno in testa. Cosa pensano di fare. Purtroppo erano tanti a cui ho dato la parola, e siccome il libro è fatto di pagine e di carta, ad alcuni di loro a malincuore ho dovuto toglierla, nel senso che troveranno spazio nella versione e-book, ma non nella forma cartacea, in cui saranno presenti solo cinque: uno psicologo che fa lo psicologo non nello studiolo dorato ma in un orto, una filosofa che fa le consulenze filosofiche, un giovane psichiatra che come me a trent’anni si sente un cane in chiesa, un’infermiera poco più che ventenne che vede le fasce come il fumo negli occhi, e un’economista nonché esperta di jazz che non ha neppure uno straccio di attestato che la abiliti alla cura eppure ha delle splendide idee di come una società dovrebbe prendersi cura di sé invece di ricorrere agli esperti.
Prima di arrivare a quelli famosi di cui mi chiedi, devo dirti che ho dato la parola anche agli esigenti, ovvero impazienti che hanno delle idee molto chiare su cosa vogliono e cosa non, hanno avuto un inciampo psichico ma non gli piace di essere maltrattati da operatori poco gentili. Sono una filosofa una poetessa e un narratore. Sono stupendi. Infine questi quattro grandi autori. Perché? Quando Basaglia prese la direzione del manicomio di Gorizia prima e di Trieste poi cosa fece? Per prima cosa li aprì, e dopo li distrusse. Per distruggerli però li dovette prima aprire. Aprire alla cittadinanza. Da lager diventarono nel giro di pochi anni luoghi di vita: concerti, spettacoli, teatro. Entrarono Dario Fo, De Gregori, gli Area, Battiato, molti altri. Nel momento in cui erano stati aperti, fu facile abolirli, a quel punto non avevano più senso come luoghi di internamento.
Per i nostri manicomi succedanei direi che è un po’ la stessa cosa. Abbiamo bisogno di farli conoscere. Ho individuato alcuni artisti che per un verso si sono già occupati a fondo di questi temi, per altri versi sono dei potenti amplificatori. Virzì veniva fuori dal film La pazza gioia dove racconta benissimo le contraddizioni della psichiatria italiana di questi anni. Mi venne a cercare nell’ospedale dove lavoro dopo aver letto Il manicomio chimico, a quei tempi era voracissimo di tutto ciò che ineriva il tema, sapeva tutto, ed era appassionato e direi decisamente schierato. Era con noi, con Basaglia, con Marco Cavallo, nel film denunciava le contenzioni, l’elettrochoc, la follia dei manicomi giudiziari, le pasticche facili, insomma, il suo film l’ho trovato molto più potente e immediato di molti saggi o documentari. Direi che è stato, per questo tema, ciò che negli anni Settanta era stato Silvano Agosti, autore di Matti da slegare e del documentario Il volo con cui filmava Basaglia e duecento internati in gita aerea su Venezia. Perciò ho voluto intervistare pure Agosti, testimone di quella rivoluzione. Nicola Lagioia, invece, apparentemente è il meno dentro alla questione manicomi, però è esperto di quel tipo di manicomio che sono le sostanze o gli psicofarmaci. In che senso. Nel senso che con lui i mediatori sono stati due narratori su cui lui è ferratissimo, e che, secondo me, sono stati i massimi esperti dei due manicomi di cui scrivo: Roberto Bolaño dei grandi manicomi concentrazionari dell’America latina, di cui parla nei Detective selvaggi e in 2666, e David Foster Wallace del manicomio chimico, essendo un dichiarato dipendente da antidepressivi, i nuovi psico-cosmetici che alimentano questa nostra contemporanea società della prestazione. Infine Pierpaolo Capovilla, è stato divertente intervistare un cantautore rock di cui, essendone diventato amico, pensavo di sapere già molte cose. Invece viene fuori ancora il fuoco, la passione civile che lo divora, e che ha messo a disposizione della causa dei perdenti. Dei soccombenti, voglio dire, in questa lotta cartesiana tra chi ha la ragione e chi no.


[Su Carmilla:Conversazione con Piero Cipriano, psichiatra riluttante” – P. Cipriano, “Le psichiatrie al lavoro” – P. Cipriano, “Il manicomio che non vuole morire” – P. Cipriano, “Lo specialista pericoloso” – P. Cipriano, “Metapsicologia dell’inanalizzabile” – P. Cipriano, “Il selvaggio Abrahams: tra Bolaño e Basaglia” – Volumi di Piero Cipriano recensiti: P. Cipriano, La fabbrica della cura mentale (2013) – P. Cipriano, Il manicomio chimico (2015) – P. Cipriano, La società dei devianti (2016)]

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