Premio Italo Calvino – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Fri, 13 Mar 2026 23:01:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Da dietro il sipario del reale (IV): Rughe nei corpi, righe nei cieli https://www.carmillaonline.com/2023/06/03/da-dietro-il-sipario-del-reale-iv-rughe-nei-corpi-righe-nei-cieli/ Sat, 03 Jun 2023 20:00:36 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=77425 di Franco Pezzini

L’itinerario fin qui battuto nel rapporto tra fantastico, reale e relative zone intermedie, liminali o incerte oltre ogni velame o cortinaggio, non può che approdare idealmente all’edizione 2023 del call per racconti brevi organizzato dal Premio Calvino insieme alla rivista “L’Indice” e al Book Pride di Milano, Visioni divergenti e corpi indisciplinati: una selezione che da 817 incipit ha visto emergere 35 prescelti da cui i dieci finalisti. Stavolta il fantastico non è infatti una chiave esclusiva o stringente, come nelle edizioni dei due anni precedenti che nel [...]]]> di Franco Pezzini

L’itinerario fin qui battuto nel rapporto tra fantastico, reale e relative zone intermedie, liminali o incerte oltre ogni velame o cortinaggio, non può che approdare idealmente all’edizione 2023 del call per racconti brevi organizzato dal Premio Calvino insieme alla rivista “L’Indice” e al Book Pride di Milano, Visioni divergenti e corpi indisciplinati: una selezione che da 817 incipit ha visto emergere 35 prescelti da cui i dieci finalisti. Stavolta il fantastico non è infatti una chiave esclusiva o stringente, come nelle edizioni dei due anni precedenti che nel titolo pure implicavano il tema della visione e delle visioni: quest’anno era peculiarmente in scena il corpo, e soprattutto su quello si sono provati i partecipanti. La visione si fa così visionarietà, febbre del misurarsi con l’oggetto-corpo nella sua materialità e nelle sue implicazioni interiori, sociali, ideologiche: come già detto in tante occasioni, del resto, fantastico non è tanto un contenuto quanto un modo di narrare e di vedere.

Come sintetizzato in sede di bilancio sullo speciale dell’“Indice” dedicato al call, i temi dei testi finalisti riguardano prevalentemente tre bacini ideali. Anzitutto quello di miti e riti della riproduzione in un mondo “altro” surreale o francamente distopico, affrontati elegantemente da Deborah Foss in Perfectum – uno dei due racconti dichiarati vincitori ex aequo dalla giuria tecnica del call – a evocare manipolazioni genetiche ma in fondo sociali, storie di umani costruiti (e non partoriti) per perverse istanze eugenetiche, contrapposizioni di gemelli rivali, modi ribelli di mettere al mondo figli tra libri & scritti contro una tecnologia ignorante, pretese governative d’avere nuovi cittadini, fin dall’infanzia, dai connotati di utili e orridi delatori, ricavandone solo grotteschi fantocci.

Meno estremo ma non meno ricco di implicazioni e suggestioni è l’altro racconto vincitore ex aequo, Equilibristi di Aquiles José Martínez Pérez che al tema della nascita “anomala”, qui dal corpo di un padre, abbina suggestioni di epopee di freak alla Leslie Fiedler, introducendo idealmente al secondo bacino tematico, le mutazioni (vere o presunte) legate all’età, alle opzioni sessuali o a fattori ben più sfuggenti. Ormai lontani dalle grandi biblioteche di metamorfosi di dei ed eroi (Ovidio, tanto per fare un nome), gli eredi del Lucio lucianeo/apuleiano e del Gregor Samsa kafkiano si confrontano con mutazioni talora più discrete, altrove scioccanti. Oana Rodica Alexandrescu, ne Il capello, affronta in forma surreale e ironica il tema dell’incanutire e del riconoscersi; il brillante, vertiginoso Repack di Alessio Penna lavora sul motivo – appunto – del repack di figurine, del rapporto coi padri, e sulla possibilità di un progressivo slittamento identitario a giocare similmente con ricordi e tasselli esistenziali; Nuovo mondo ofidico di Gaetano Pagano muove in un contesto onirico, febbricitante e magico, dove un mondo senescente ormai allo stremo impone di farsi rettili, quasi in un’involuzione all’età dei sauri. Ancora, Di padri e tritoni di Carlo Maria Masselli spalanca una saga di tonnare dove però la mattanza con gli arpioni e il canto della Cialoma non mirano a tonni ma a disturbanti tritoni dal volto umano (da cui la prassi di eliminarne subito la testa); mentre i pescatori si confrontano con una mutazione più “naturale” ma non meno devastante legata all’età.

Un’altra mutazione fisica, spiazzante ma all’inizio ben accolta, emerge poi in Più niente da toccare di Beatrice Sciarrillo, testo premiato dal pubblico, sull’imprevista (totale, resta un buco) scomparsa della pancetta di una bambina – il che introduce al terzo bacino tematico, su rapporti con la forma fisica socialmente accettata e conflitti di genere. Il densissimo Sull’origine del plurimillenario codice Dunbar di Anna De Rosa, riflette così di obesità (ribelle) e di intervento sugli archetipi estetici; il distopico Nel bene e nel male di Rita Siligato descrive la prova estrema organizzata da una società patriarcale per selezionare poche donne cui garantire un futuro controllato con matrimonio e figli, eliminando spietatamente le altre; Un musulmano frocio di Saif ur Rehman Raja, dove il “fantastico” è nella costruzione forzata e violenta di paradigmi normalizzanti, evoca crisi di altro genere legate al rapporto coi corpi, e per contro le metamorfosi di una politica fintamente “aperta” e pronta a sottoscrivere per utile i più retrivi diktat patriarcali.

Se questi sono solo i dieci finalisti, allargando agli altri dei 35 selezionati e all’ampio numero dei partecipanti con incipit si riscontra in termini molto diretti il successo della proposta di provocazioni narrative nel segno del fantastico – e, direi quasi, la necessità di ricorrere a un certo linguaggio per raccontare e raccontarsi meglio.

Un fantastico che del resto trova buona rappresentanza anche nella messe di romanzi di esordienti giunti alla competizione principale del Premio Calvino (per cui si contano grandi numeri di testi, più di ottocento nella XXXVI edizione che va ora a chiudersi con la premiazione del 6 giugno). Tra i tanti esempi che meritano menzione, pare bello ricordare qui un originalissimo romanzo di Claudio Conti premiato al Calvino un paio di edizioni fa e meritoriamente approdato di recente alle stampe, L’uomo che ha venduto il mondo, per Pessime idee (pp. 436, € 20), Roma 2022. Nelle sue pagine, a tratti esilaranti e grottesche, a tratti malinconiche e commoventi o invece impregnate d’angoscia, Conti mostra una capacità narrativa non comune nel gestire i paradossi (tempi, dimensioni) di un romanzo di fantascienza apocalittica: dove c’è però anche molto altro, dalle provocazioni religiose, filosofiche e scientifiche alla storia della modernità, delle sue mode e dei suoi miti – con tanto di apparizioni del David Bowie di The Man Who Sold the World. Divertente e divertito è l’impianto di note – comprese le note di note – sottostante tutto l’insieme, quasi a ricordare anche nei momenti più cupi l’esistenza di un gioco letterario, specchiato idealmente nell’altro gioco che si sospetta esista su un più vasto piano metafisico. Senza però dimenticare che si tratta in fondo di un romanzo – scopriremo da un certo punto in avanti – sulla perdita, che ci stana oltretutto sul tema delle possibilità esistenziali. Se avessimo fatto altre scelte eccetera: un ritornello pensieroso, nella vita di chiunque, che da un lato gioca con le provocazioni del multiverso e dall’altra lascia un sapore malinconico su tutto ciò che andrebbe perduto in altre serie causali, su tutto ciò che comunque perdiamo.

A connotare l’insieme, qualità di scrittura, intelligenza scintillante, fantasia pirotecnica: gli umani non si rendono subito conto delle implicazioni della comparsa di un’incomprensibile riga nel cielo, e sarebbe indebito spoiler dettagliare il meccanismo che regge una trama tanto complessa. Ho scritto gli umani, ma lo sguardo privilegiato è su un campionario piuttosto ristretto, scelto (emergerà) non casualmente e modellato in modo brillante attraverso dialoghi vivaci e siparietti di estrema godibilità – a partire dalla coppia del musicista black metal Gioele e della donna con cui ha scelto di condividere l’ultima avventura, Fede, figlia di un personaggio un po’ particolare che da un certo punto in avanti si rivela il vero protagonista e il maldestro colpevole degli eventi. Gli scorci poi dove irrompe la fantasia surreale (legata a un curioso blocco in fase REM) di Lisa, figlia di Fede e dell’equivoco ex-partner Tony (divo – si fa per dire – di un programma per bimbi sotto la pelliccia dell’orso Fromby), sono pirotecnie giocose alla Alice 2.0, con tanto di adeguato tessuto espressivo attraverso continue trovate linguistiche e persino di punteggiatura. La vicenda condurrà questo malassortito gruppetto di personaggi dal Piemonte alle grotte della lontana Svezia e forse più lontano – visto che, scopriremo, “Il Tempo è un luogo”. E solo il linguaggio fantastico riesce a farci davvero capire perché.

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Da dietro il sipario del reale (III): Lingue mozzate e fascisti stecchiti https://www.carmillaonline.com/2023/04/28/da-dietro-il-sipario-del-reale-iii-lingue-mozzate-e-fascisti-stecchiti/ Fri, 28 Apr 2023 20:00:13 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76958 di Franco Pezzini

(Qui e qui le puntate precedenti)

Lo stesso anno in cui Amaràvia di Monica Acito veniva premiato al call Calvino come racconto più votato dai lettori, in parallelo un altro gioiello della forma breve, Il volo notturno delle lingue mozzate di Beatrice Salvioni, riceveva per lo stesso call il premio della giuria. Entrambe le autrici si sono formate alla scuola Holden, ma entrambe mostrando personalità autorali di spiccata e autonoma originalità: nell’Italia delle scuole di scrittura, dove il rischio è sempre il ricalco dello [...]]]> di Franco Pezzini

(Qui e qui le puntate precedenti)

Lo stesso anno in cui Amaràvia di Monica Acito veniva premiato al call Calvino come racconto più votato dai lettori, in parallelo un altro gioiello della forma breve, Il volo notturno delle lingue mozzate di Beatrice Salvioni, riceveva per lo stesso call il premio della giuria. Entrambe le autrici si sono formate alla scuola Holden, ma entrambe mostrando personalità autorali di spiccata e autonoma originalità: nell’Italia delle scuole di scrittura, dove il rischio è sempre il ricalco dello stile di chi insegna o magari dirige l’intrapresa, Acito e Salvioni hanno invece tratto di lì (sanamente) quel che dovrebbe sempre offrire una scuola ben funzionante, non scorciatoie stilistiche, tic o omogeneizzati espressivi ma una formazione seria, una educazione (da “e-ducere”, tirar fuori qualcosa che sta dentro come una potenzialità da riconoscere) alla scrittura in nessun modo appiattibile su una formula premasticata.

Affascinante dunque che pochi giorni dopo l’uscita di Uvaspina di Acito per Bompiani, anche Salvioni sia apparsa in libreria con un altro bel romanzo, La Malnata per Einaudi (pp. 241, € 17,50, Torino 2023). Un grande romanzo di formazione, una storia che tocca e commuove sobria, senza sbavature melense, su un’amicizia di quelle che cambiano la vita: il legame della voce narrante Francesca, figlia dell’agiata borghesia industriale lombarda, con la ragazzina reietta non solo di ceto popolare, ma portatrice (tutti dicono) di maledizione, Maddalena detta la Malnata.

Il set stavolta è Monza nel 1936, in un’Italia dove lo sguaiato virilismo fascista – quello il cui pacchetto di idee e ideali viene rivendicato con discutibile orgoglio come parte della storia personale di importanti personaggi del paese di oggi – è insieme effetto & causa di certo becero e aggressivo sessismo patriarcale ampiamente diffuso nel paese. Nessuno stupore dunque che la Malnata (evitiamo spoiler, ma questo si può dire), in parallelo allo stringersi del tenerissimo legame con Francesca, finisca presto con il conoscere difficoltà con i coetanei maschi della banda, che su di lei vorrebbero mantenere il monopolio, e stanno assorbendo a fiotti il maschilismo d’accatto dell’orbace. Sullo sfondo, lo squallore storico delle gloriose imprese africane portatrici di inutili lutti, il “gretto conformismo” (così la quarta di copertina) di un mondo di cui i genitori di Francesca sono l’immagine – il padre affettuoso ma assente, ripiegato sui propri utili ben oltre qualunque limite di dignità, e una madre ripugnante ma in fondo prodotto di adattamento opportunistico all’ambiente. Più rasserenanti alcune figure minori, dalla bonaria domestica di casa, ai familiari di Maddalena al commerciante – burbero ma capace di qualche generosità – vittima delle malefatte della banda dei Malnati.

Francesca, già ragazzina ammodo secondo le regole calate addosso, impara così a trasgredire a muso duro alla attese del suo mondo, grazie all’affetto, all’imitazione solidale e all’empatia con Maddalena: dove in fondo la prima eversione non è tanto quella di avventurose prove iniziatiche a rubare mandarini, quanto piuttosto l’aprirsi a un’affettività esplicita, profonda e pulita con l’amica, umanamente tanto più ricca di quanto respirato tra i muri di casa.

Ma a colpirci e farci innamorare è proprio il personaggio eponimo, l’incredibile, durissima e insieme inimmaginabilmente tenera Maddalena. Di nuovo, è impossibile dire quanto di malocchieggiante attorno a lei si verifichi in grazia di una sua forza magica oggettiva, imputatale dagli altri e brandita con qualche convinzione da lei stessa (anche in funzione di autodifesa), o se tutto si possa spiegare con una serie di banali incidenti, patologie trascurate e cause comunque naturali, rilette nella luce livida delle superstizioni da strapaese. La soluzione razionale pare più plausibile ma anche qui l’autrice non forza la cifra, lasciando che un vago fiato fantastico resti come ai bordi di una storia mainstream crudamente reale e realistica. Il fantastico è semmai nel sogno di una sodalità tanto affettuosa e libera tra le due ragazze in un mondo nel complesso tanto plumbeo, dove gli spazi di umanità (che pure ci sono) restano intimiditi e incantonati come dalla feccia di regime.

E qui, di nuovo, è impossibile non pensare alla splendida prova breve dell’autrice al call di due anni fa: là, su uno sfondo folk horror, quindi di genere, si parlava di lingue che in una fantomatica comunità patriarcale vengono mozzate alle donne riconosciute portatrici di uno strano potere di convinzione (ipnotica?); qui c’è un rito di magia popolare con la lingua tagliata di un’oca, rito che in apparenza vedremo andare a effetto – anche se di nuovo con il dubbio/imbarazzo che connota le soluzioni fantastiche. In entrambe le vicende il conflitto è tra un patriarcato feroce e la rivendicazione di un’autonomia femminile: dove la ribellione è presentata in forme lontane anni luce da manierismi tiepidi ed educate paturnie da salotto (quelli che oggi in fondo vendono di più tra i grandi editori), con una forza eguale e contraria alla crudeltà volgare dei diversi fascismi in scena. Nessun rischio di melensaggine: la Malnata non è affatto un modello da buonisti (ruba, combatte con rabbia, scandisce maledizioni) e resta una combattente che non concede spazio a minuetti da moderati.

Nessuno stupore che la giovanissima Zora, tosta eroina di Il volo notturno delle lingue mozzate in un tempo incerto forse medioevale, possa vantare qualche robusta parentela con lei. Non certo a ridurre l’originalità di personaggi o soluzioni narrative di cui è capace Salvioni – originalità invece estrema, sia nel racconto che nel romanzo, nel rispetto dei rispettivi, diversi linguaggi: ma a ricordare un’urgenza intransigente di ribellione a modelli che ci si affanna a proclamare errori del passato, mentre sono connaturati a una certa sentina antropologica. Modelli tali, d’altra parte, da non esaurirsi nel solo fascismo “storico”, che pure ne costituisce il precipitato più emblematico: in questione è un mix sgomitante di brutalità e vittimismo, virilismo sordido e semplificazioni ignoranti di realtà invece complesse, che ristagna nell’occidente e trova voce in certi soggetti politici, in certe testate reazionarie, in certe equivoche tolleranze (“io non sono fascista, ma…”) da uomo della strada. Non siamo nel passato vago di Il volo notturno delle lingue mozzate e neppure nel Ventennio, ma cellule di queste brutture sono in fondo nascoste sotto il manto di equivoche “presentabilità”, battute rivelative, amnesie e relativizzazioni pelose, tutto intorno a noi. E ben fa la letteratura – quella vera – a ricordarcelo, magari per mezzo di una ragazzina di “cattivo esempio”, Maddalena o Zora che sia.

Una scrittura equilibrata ma intensa regge il romanzo, segno di una maturità stilistica notevolissima in un’autrice tanto giovane (1995; la collega Acito è del 1993). Le descrizioni d’ambiente sono vivide, l’introspezione è condotta con grande abilità e i ritratti sono felicemente scolpiti. Il passaggio dalla primissima scena col fascista stecchito sul greto – che di primo acchito può far pensare al linguaggio del genere – a un insieme sicuramente mainstream è gestito con abilità e fluidità estreme. E ci scopriamo a considerare che di più Malnate avremmo in fondo un gran bisogno.

(3.     continua)

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Da dietro il sipario del reale (II): Un fantastico che odora di bestia cruda https://www.carmillaonline.com/2023/04/15/da-dietro-il-sipario-del-reale-ii-un-fantastico-che-odora-di-bestia-cruda/ Sat, 15 Apr 2023 20:00:21 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76844 di Franco Pezzini

Alcune delle considerazioni svolte nella prima parte di questo itinerario appaiono particolarmente calzanti a un romanzo da poco apparso che sta conquistandosi meritate attenzioni e lodi, Uvaspina di Monica Acito (pp. 405, € 20, Bompiani, Milano 2023). Un romanzo drammatico ma con ampie, visionarie, urticanti concessioni al grottesco; un romanzo sicuramente mainstream, riccamente letterario e focalizzato su concretissimi rapporti tra personaggi umani – anche quando l’umanità si rattrappisce in buchi, vasci e palazzi fatiscenti, confinata dai suoi lividi – ma dove pure la componente fantastica non latita. In scena [...]]]> di Franco Pezzini

Alcune delle considerazioni svolte nella prima parte di questo itinerario appaiono particolarmente calzanti a un romanzo da poco apparso che sta conquistandosi meritate attenzioni e lodi, Uvaspina di Monica Acito (pp. 405, € 20, Bompiani, Milano 2023). Un romanzo drammatico ma con ampie, visionarie, urticanti concessioni al grottesco; un romanzo sicuramente mainstream, riccamente letterario e focalizzato su concretissimi rapporti tra personaggi umani – anche quando l’umanità si rattrappisce in buchi, vasci e palazzi fatiscenti, confinata dai suoi lividi – ma dove pure la componente fantastica non latita. In scena è un fantastico della carne, in tutte le accezioni possibili, e che piazza sul tavolo operatorio senza troppi complimenti non una macchina da cucire e un ombrello, ma le contraddizioni familiari, affettive, sociali e sessuali di un’intera città di corpi fradici e acidi di sigarette di contrabbando; una città che è la vera e propria protagonista – ben più del personaggio eponimo attorno al quale tutto ruota – in una giostra di amori e altri demoni echeggianti interi corpora di letture della giovanissima autrice (Rea, Di Giacomo, Serao, Marotta, La Capria, Ortese, ma anche il Basile… e poi tanti sudamericani). Una Napoli ctonia e crudelmente barocca dove i presepi lasciano spazio alla ceroplastica di Zumbo e neppure il viaggiatore Sade e la sua Juliette sarebbero a proprio agio: una Napoli pirotecnicamente eccessiva – lontana anni luce dalle due letture di successo popolare, la cartolina da commedia (magari amara, non si discute) da film con Totò, Loren e De Sica su una linea che arriva fino a Eduardo, e la Gomorra  alla Saviano – e che spurga pulsioni e miti, incubi e odori nell’acqua sporca di un mare che “odorava di bestia cruda e bolliva come un pentolone di ragù” e lungo i vicoli.

Tanto più che la storia non ha il suo focus nella città popolare – benché Forcella vi trovi un ruolo importante – ma in quella altoborghese e negli strascichi borbonici di Chiaia, dove si è consumato il mostruoso dell’unione di Graziella la Spaiata, ex-chiagnazzara appunto di Forcella con l’amebotico notaio Pasquale Riccio: un accoppiamento in qualche modo contro natura che ha destinato entrambi a deriva e solitudine (riempite dalla prima con le sigarette di contrabbando e tanta frustrazione, dal secondo con sesso sciagurato e pasticci economici al Circolo Nautico di Posillipo) producendo due figli fragili. La seconda, Filomena detta Minuccia, frustratissima da un aspetto fisico non trascinante e dominata da crisi di rabbia feroci fino al sadismo, vede la propria instabilità caratteriale ipostatizzata dall’oggetto che porta sempre con sé, la trottola di legno nota popolarmente come strummolo; mentre il primogenito omosessuale, mite e faticosamente remissivo, Carmine detto Uvaspina per la “voglia a forma di chicco d’uva ma pallida come una luna, sotto l’occhio sinistro”, è segnato da un aspetto efebico che lo fa presto etichettare all’interno della categoria svilita ma miticamente aureolata dei femminielli. Straordinario il legame tormentoso, di amore/odio, tra Minuccia e Uvaspina, violento come solo tra fratelli può sbocciare. Possiamo stupirci se la svolta drammatica arriverà all’incontro fatale con il fascinoso, colto e profondo pescatore e tuttofare Antonio, dagli occhi di colore diverso come i due fratelli che prende a frequentare?

Su tale esordio tanto felice sono apparse in questi mesi, dall’uscita in febbraio, una quantità di belle recensioni, che l’hanno esplorato sotto vari aspetti: in questa sede, rinviando a esse per l’esame puntuale di altre componenti, mi pare interessante affrontarne la dimensione – si passi il termine – fantastica.

Partendo idealmente proprio dal contributo, Amaràvia, che era valso a Monica Acito il premio dei lettori al call “Oltre il velo del reale” 2021, bandito come detto dal Premio Calvino. Un racconto che già prefigurava idealmente il mondo immaginale di Uvaspina: là era in scena Amaràvia, una sorta di fata-uccello (alla Basile, ma memore di un retaggio da leggenda tardoantica, apuleiana o di altri visionari tardi come Filostrato o Flegonte) dal curioso ministero sessuale fino a sviluppi incestuosi molto serenamente evocati; qui personaggi altrettanto febbricitanti, a loro modo fatati – come appunto il femminiello della tradizione popolare, chiamato miticamente a partorire in riti che rimandano a un Mediterraneo ancestrale – e che nella reciproca scoperta contemplano fremiti di tutte le commistioni sessuali possibili, comprese quelle proibite, incestuose. Dove il sesso è linguaggio, esperienza del corpo nel relazionarsi con la realtà, furia e rabbia e definizione identitaria: nulla insomma di compiaciuto o pruriginoso, mai volgare, al massimo crudo quanto il resto del mondo.

Raccontava l’autrice in un’intervista la sua immersione da sempre nel bacino mitico-magico di Napoli, qualcosa che va ben oltre l’educato Ernesto de Martino: fino alla paradossale presa d’atto di non stupirsi più di una serie di istanze in apparenza sorprendenti. Dal romanzo non sappiamo se la magia funzioni in quanto tale – sembrerebbe di sì, in sede critica lasciamo sussistere un’incertezza alla Todorov – o se gli effetti attesi siano frutto di mera casualità: ma il lettore, come l’autrice, tende ad accettare senza traumi il nesso causale del sortilegio o del rito divinatorio. La stessa apertura al leggendario della città offerta dalla voce dell’affabulatore Antonio popola il romanzo d’ombre di regine e gran dame dal corteggio d’amanti spettrali che rende labile il concetto tra Storia e fiaba, impregnando in ultimo la stessa trama.

Un altro stigma del fantastico, alla luce di quanto detto, è il peso offerto a una religiosità dove il pagano ha un ruolo preponderante e trasfigura tutto; e un terzo elemento è quello – esso pure prefigurato in Amaràvia – della labilità delle barriere di specie o addirittura di regno (animale, vegetale, minerale). Se, come osservava Sara Passannanti in un’intervista all’autrice, la presenza degli animali (specie definite o meno) è richiamata in simboli e metafore in forma costante e quasi ossessiva, spesso si tratta di creature ibride, colte nella loro incertezza di statuto: sia per convulsioni metamorfiche (la chiagnazzara di Forcella che diventa un monstrum per Chiaia), sia per ibridazioni (come quella che ha prodotto i due “mostruosi” fratelli). Impossibile non pensare all’ibrida sirena Partenope associata alla città o a certe liturgie arcaiche con danzatori dal viso truccato in due diverse metà, da uomo e da donna – il femminiello mantiene nel suo status le connotazioni rituali di simili Misteri – ma l’ambiguità non può esaurirsi nella specie umana. Se Napoli rimanda a un animale, un gigantesco polpo, e i suoi palazzi a bestie, Uvaspina evoca il mondo vegetale attraverso il richiamo a un frutto introvabile in quanto tale a Napoli, ma da spremere per contenere il dolore altrui.

Però più ancora che nella trama o nei personaggi il fantastico erompe nella lingua ferina e visionaria usata dall’autrice: un registro di febbri allucinatorie, di metafore immansuete, di figure grottesche o oniriche che lei stessa ammette di aver dovuto in parte arginare, con immagini che emergono come bolle d’acqua sulla superficie di uno stagno torbido – segno di qualcosa che borboglia al di sotto. Un sobbollire cui il lettore assiste dalla riva, interrogandosi sulla fermentazione di un dolore sommerso: una provocazione che rende il romanzo molto più sapiente e meditabondo di quanto la lettura di un esordio di successo possa spesso suggerire.

(2.     continua)

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Da dietro il sipario del reale (I): Segnali di fumo https://www.carmillaonline.com/2023/04/01/da-dietro-il-sipario-del-reale-i-segnali-di-fumo/ Sat, 01 Apr 2023 20:00:49 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76671 di Franco Pezzini

Da tre anni (cfr. qui per il 2021, qui e qui per il 2022, e si sono selezionati i 35 incipit relativi al terzo bando) il Premio Calvino tiene un fortunato call racconti dedicato alla scrittura del fantastico: niente di strano, la narrativa fantastica è un terreno su cui si misurano con piacere gli esordienti, che poi passano a scrivere – com’è giusto – anche di altro. Non certo per dire che il fantastico sia un genere più “facile” o meno maturo, tutt’altro: ma più [...]]]> di Franco Pezzini

Da tre anni (cfr. qui per il 2021, qui e qui per il 2022, e si sono selezionati i 35 incipit relativi al terzo bando) il Premio Calvino tiene un fortunato call racconti dedicato alla scrittura del fantastico: niente di strano, la narrativa fantastica è un terreno su cui si misurano con piacere gli esordienti, che poi passano a scrivere – com’è giusto – anche di altro. Non certo per dire che il fantastico sia un genere più “facile” o meno maturo, tutt’altro: ma più semplicemente agevola il passaggio da oltre il velo – o da dietro il sipario – di quelle fantasie che il pudico realismo tende a censurare, riguardino esse una visione della società o invece del nostro profondo. E che la maschera non sia un camuffamento in senso “facile” e invece permetta l’affiorare numinoso o demonico, traghetti a un teatro di realtà del profondo – come tutti i teatri – e permetta un più diretto confronto con le grandi istanze (il male, la morte…) ci è chiaro dai tempi arcaici del gorgoneion e anzi da ben prima.

Tanto più che per scrivere fantastico è comunque opportuno – ma direi necessario – essersi misurati da lettori con i più vari registri della narrativa, a partire da quella classica: demenziale chiudersi (c’è chi lo fa), e trasformare l’orizzonte del fantastico in un ghetto  asfittico.

Tanto più che, come già osservato in altra sede, il fantastico non è tanto o solo un oggetto quanto un modo di narrare, una febbre della scrittura, una forza visionaria che permette la messa a fuoco di qualcosa altrimenti inavvertibile.

Come già detto a proposito del bilancio delle due edizioni del call, finalisti e segnalati rappresentano un bacino di nomi eccellenti che preannuncia qualcosa della produzione di domani: e non stupisce che una serie dei nomi emersi – molti femminili – abbia avuto modo di brillare in questi ultimissimi anni o mesi anche su altri fronti. Cerchiamo dunque di cogliere i segnali di fumo che vengono da queste segnalazioni al mondo editoriale da un lato, al pubblico dei lettori dall’altro, e andiamo online o magari in libreria a cercare i nomi così emersi.

A partire dalle forme brevi, oggi fortunatamente valorizzate in un ampio pelago di belle riviste online. Per fare solo qualche esempio, ricorderei Simona Castanotto (segnalata nella prima edizione con il racconto Gli occhi del gatto), che con la sua ironia e l’affilata intelligenza ha offerto novelle a rivista Blam!, Pastrengo e La Nuova Carne. Michela Lazzaroni, vincitrice di “Oltre il velo del reale 2” con il bellissimo La disincarnata, che rilegge il filone delle haunted house in chiave esistenzialmente ricca, offre testi di alta qualità e grande sottigliezza a inutile, rivista Blam!, Belleville news, Nazione Indiana ma anche – su carta – a Urania, Robot, e un paio di antologie di Moscabianca Edizioni. Fabiana Castellino, editor e autrice efficace ed elegante (Lui a “Oltre il velo del reale 2”), ha presentato ottimi racconti su In Allarmata Radura, Altri Animali, Narrandom, Micorrize, Neutopia, rivista Blam!, Blogorilla, Risme. E così via.

Ma c’è anche chi ha affrontato con successo la formula del romanzo. Come l’attivissima editor, scrittrice, insegnante di scrittura e animatrice culturale Emanuela Cocco, finalista  alla prima edizione di “Oltre il velo del reale” con il vivido e originale racconto Nel verde: non solo ha varato per Arcoiris (2021) una splendida collana  “di letteratura nera, raccapricciante, fantastica, inquietante, fantasmatica”, tReMa, ma aveva già offerto un romanzo di terribile bellezza, Tu che eri ogni ragazza (Wojtek, 2018) – significativamente non di contenuto fantastico, a confermare l’assurdità di troppo rigide cesure tra contenuti. Ma anche Greta Pavan, redattrice e editor freelance, pure finalista nella prima edizione di “Oltre il velo del reale” con l’inquietante Ona storia briansö, ha poi raggiunto la menzione speciale della Giuria al Premio Calvino con l’ottimo Quasi niente sbagliato accolto da Bollati Boringhieri – e di carattere del pari non fantastico. Sara Catacci, emersa nella prima edizione del call con Se un giorno verranno a prenderti e nella seconda con Un altro piccolo segreto, a sua volta segnalata al Premio Calvino con l’interessante e spiazzante romanzo Il talento di Katia, l’ha poi visto uscire per Dalia, 2022: un testo compatto, complesso, di grande intelligenza dove il “fantastico” è quello della soggettività – creativa, proiettiva, pragmatica nelle sue soluzioni esistenziali – contro le letture oggettive del mondo. A ricordare che strategie giudicate come patologiche possono costituire talora forme di resistenza in attesa – l’essere umano è anche tempo – di recuperare migliori equilibri.

In un panorama richiamato qui senza pretesa di esaustività, un esempio interessante a cui merita dedicare un focus è Col fumo negli occhi di Daniela Ginex (pp. 304, € 20, Kalós, Palermo 2022): già autrice di un romanzo (Divagazioni amorose, Algra, 2017) e di racconti in varie antologie e riviste, Ginex era stata finalista del primo “Oltre il velo del reale” con il godibile, ironico Anime gemelle, a modulare l’irruzione del paradosso – tra Pirandello e Achille Campanile – in forma di commedia di costume. Questo Col fumo negli occhi, ampio romanzo di ambientazione siciliana dipanato su e giù nel corso del Novecento, non ha invece taglio fantastico, se non nel senso del carattere spesso sopra le righe della realtà in cui siamo immersi: un riuscito mix di commedia grottesca (soprattutto l’inizio) e dramma, dove i fili del tempo sono felicemente gestiti e comunque la sobrietà stilistica evita alla dinamica dei personaggi i rischi del melodramma. Una scrittura elegante, priva di barocchismi e sempre molto misurata, va a indubbio merito dell’autrice.

Due gli ideali punti di fuga: uno esplicito in Matilde, figlia ormai anziana del barone Regalbuto nonché ex ragazzina prodigio su un viale del tramonto ormai consumato – maschera più ironica che amara, nelle sue fisime, pretese e acidità; un altro implicito, velato, offerto sempre per sottrazione e spesso dietro porte chiuse, dialoghi mozzi, impressioni e sospetti, nel fratello del cuore Michele, belloccio e torpido. Attorno a lui sedimentano i misteri della vicenda, fino a una chiusa nel segno di un insperato riscatto sociale e un po’ di giustizia tardiva, con un colpo d’ala nell’ultima generazione: a far riflettere sugli stereotipi di italiani brava gente e presunte nobiltà d’animo di ometti “buoni” e ammiratissimi ma in realtà deboli fino alla meschinità.

Il fumo negli occhi del titolo è dunque quello dei personaggi che non sanno vedere, accecati da pregiudizi sociali o affettivi: ma è insieme il fumo della combustione, come dei sigarini di Matilde, delle dignità di facciata d’un mondo ridotto alle sue ceneri.

Il tutto si consuma in un panorama dove baronesse e serve – donne costrette a grandi manovre di resilienza, compromessi e delusioni di fuoco – restano comunque assoggettate a una brutalità machista, più o meno ostentata o invece gestita dietro i sipari in guanti di velluto. Ma lo sappiamo, il trascorrere del tempo dal patriarcato dell’antica arroganza baronale all’età odierna più libera, dove più facilmente – è vero – ci si può smarcare da catene di status, non permette di rassicurare sulla scomparsa di omiciattoli come questo Michele: i cui epigoni popolano oggi in genere soltanto altri tipi di palazzo.

(1. continua)

 

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L’occhio fantastico (seconda parte) https://www.carmillaonline.com/2023/01/06/locchio-fantastico-seconda-parte/ Fri, 06 Jan 2023 21:00:47 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75341 di Franco Pezzini

Qui di seguito la seconda parte – la prima qui – dell’introduzione al volume Oltre il velo del reale. L’avventura dei racconti continua, Meridiano Zero, 2022, coi testi di autori selezionati e finalisti al call di narrativa breve 2022 “Oltre il velo del reale 2” organizzato dal Premio Calvino insieme alla rivista L’Indice e al Book Pride di Milano e dedicato al fantastico.

Attenzione, seguiranno spoiler. (F.P.)

 

3. Sguardi oltre il velo

Al sopraggiungere della sera due sconosciuti si incontrarono negli oscuri corridoi di una [...]]]> di Franco Pezzini

Qui di seguito la seconda parte – la prima qui – dell’introduzione al volume Oltre il velo del reale. L’avventura dei racconti continua, Meridiano Zero, 2022, coi testi di autori selezionati e finalisti al call di narrativa breve 2022 “Oltre il velo del reale 2” organizzato dal Premio Calvino insieme alla rivista L’Indice e al Book Pride di Milano e dedicato al fantastico.

Attenzione, seguiranno spoiler. (F.P.)

 

3. Sguardi oltre il velo

Al sopraggiungere della sera due sconosciuti si incontrarono negli oscuri corridoi di una galleria di quadri. Con un leggero brivido uno di essi disse:

– Questo posto è sinistro. Lei crede ai fantasmi?

– No, – rispose l’altro. – E lei?

– Io, sì – disse il primo e scomparve.

George Loring Frost, da Memorabilia, 1923 (trad. di Luciano Allamprese)

 

Come accennato, sul totale dei racconti qui raccolti, cioè i finalisti (quasi tutti) e i selezionati (quasi tutti), riferimenti ai linguaggi classici dei generi non mancano – e anzi non sono poche le attestazioni. Ma è interessante che in larga parte il ricorso presenti un uso molto libero degli elementi canonici e spesso un’attenzione vivida alla qualità letteraria di scrittura: non mera forma al servizio di trame pop, ma espressione sostanziale del fantastico narrato. Un punto che mi sembra importante sottolineare, anche in risposta a un certo atteggiamento riscontrabile in un certo ventre del fandom fantastico: una sorta di ostilità verso la letteratura “alta” – ma potremmo dire verso la ricerca letteraria tout court – e il suo mondo, in difesa di una narrativa più “sincera”, ruspante, coltivata da “noi che ce ne siamo sempre occupati”. Al netto insomma della lentezza con cui la critica accademica si è degnata di considerare anche autori del fantastico (e questo ritardo, condito da grette diffidenze a tutt’oggi non dissolte, rappresenta un dato oggettivo), la diffidenza opposta rappresenta solo una delle tante maschere di un atteggiamento da strapaese che rischia di premiare stereotipi, povertà formale e modelli a volte anche ideologicamente discutibili (il vero uomo, la vera donna, eccetera) dimenticando che tanti maestri del fantastico sono invece compiutamente letteratura.

Un esempio tra i racconti del call che non mi parrebbe improprio richiamare a un genere (sia pure liberamente) ma con un approccio letterariamente alto è proprio il testo premiato dalla giuria, lo straordinario La disincarnata di Michela Lazzaroni, che rilegge in chiave – non spiace usare un termine forte – geniale e originalissimo il topos della casa infestata. Quasi chiunque di noi ha avuto l’esperienza del rapporto straniante con beni personali (la dentiera…), abiti, mobilio di una persona più o meno cara che declina verso la fine e poi muore: uno spazio fisico ma soprattutto affettivo, mentale, immaginale impastato di prassi quotidiane, ricordi, fantasie e a volte ossessioni. Che finiscono col contagiare chi – generalmente un congiunto più giovane, figlio o nipote – cerchi di riportare il tutto a un ordine della vita che scorre: contagio che è una sorta di infestazione, e il racconto illumina sulla progressiva, perturbante metamorfosi – almeno agli occhi e nelle percezioni della figlia – di una madre ormai demente negli oggetti di casa sua. Con la morte la madre finisce con l’occupare tutto quello spazio, diventa quello spazio, fino a determinare per la figlia un ideale e in fondo affettuoso regressus ad uterum. La scrittura di Lazzaroni è efficace, vivida, elegante e capace di esprimere non solo un modo di vedere fantastico (e si torna a quanto detto), ma un’esperienza umanissima e – in un’Italia dove l’età media è alta – una chiave che fa riflettere sulla natura fantastica delle nostre relazioni.

Ma la visione può interpellare altri sensi. Una Fata Morgana esistenziale barbaglia per esempio nel deserto di Jake di Marco Barberis: una brillantissima divagazione sul tema dell’autostoppista fantasma, aperta ad abbracciare provocazioni diverse (la perturbazione identitaria, lo sfarinarsi delle relazioni, il rapporto di loop con lo spazio e col tempo nel deserto della realtà). La visione si fa tatto, in modo perturbante, in L’immortalità di Alice Capitanio: una visionaria, folgorante e potente rilettura sul tema delle perdite accumulate in una vita (pezzi di carne che si staccano), e sulla capacità di imparare ad accudire le nostre e quelle dei nostri cari in un mondo che invece tutto nasconde come in un crepitare di nastro adesivo da pacchi. Il tema delle perdite di parti del corpo – o alla relativa visione, inevitabile pensare a Quello che perde i pezzi di Gaber – torna anche felicemente in Pezzi di Monica Zanelli, come qualcosa legato alle insicurezze di un’età, e dunque non all’invecchiamento ma alla crescita. Un percorso di rapporto con la nostra fisicità e la sua gestione che, ancora, flirta con l’ossessione nel brillantissimo racconto di Leonardo Carletti, La mascherina: forse il testo più influenzato dalle angosce pandemiche, ma soprattutto da ciò che la pandemia ha reso più greve o epifanizzato in noi, come collettività e come singoli. Difficilmente un testo saggistico può raggiungere la presa di questa narrazione tanto acuta e allarmante su ciò che siamo e ciò che possiamo arrivare a essere, pur nelle strategie di salvezza offerte dalla vita.

Altrove la visione fantastica si ancora anzitutto a una voce, in un gioco sinestetico dove vediamo nella misura in cui ascoltiamo una voce impossibile – quella dei morti. Come nel macabro e gustoso Era morta così bene di Andrea Secci, che gioca in modo sinistro – ma narrativamente brillante – sul tema della reincarnazione; o in un paio di storie potenzialmente ascrivibili a un linguaggio thriller, Non è giusto che una donna muoia così, di Marco Ferri, spaventoso e crudo racconto di un femminicidio dove le percezioni della morta si spingono ben oltre il decesso, o in Il libro sulla mensola di Cosimo Gentile, messa in scena di un dramma che diventa più strano e complicato a ogni paragrafo. Portando lontano dalla prima banalizzante interpretazione che il lettore frettoloso avrebbe potuto tranciare: e in entrambi i casi si rivela una sorta di medianità dello scrittore nel cogliere voci e relativo sguardo.

Talvolta la visione è semplicemente epifania di qualcosa sedimentato in noi. In riferimento per esempio a un potere pericoloso di cui ci si scopre portatori entrando in crisi, come nel bel racconto di Paola Usala, La forma, tra suggestioni Wiccan evocanti un vago sincretismo (festività celtogermaniche, il nome slavo del gatto…) o nell’asciutto, efficacissimo La bestia, di Chiara Delfino (pseudonimo di Chiara Battini). In entrambi la portatrice di conoscenza è una nonna, che aiuta l’accettazione del protagonista illuminando anche i rischi.

Per contro, il rapporto tra l’interiorità e un misterioso nemico esterno che sfida la visione torna in più racconti. Così nell’ottimamente gestito Lui, di Fabiana Castellino: la penetrazione di uno sfuggente aggressore che lasceremmo entrare – in casa, in noi – disobbedendo come sentinelle neghittose all’ammonimento della mamma, all’insegna di un archetipico senso di colpa finisce col rivelarsi figura (mitica? psicopatologica? politica? relazionale, in rapporto a un partner separato?) di tutte le paure impiantate in noi dagli altri. La solitudine/separazione che si fa ossessione – e nuovamente evocante echi del lockdown, anche se siamo ormai un passo oltre – torna poi nell’inquietante Un lavoro ben fatto di Roberta Di Palma.

Il fatto è che il mondo esterno presenta minacce in strana osmosi con la nostra interiorità. Così, in Cappuccetto Rosso di Elena Cabiati un’originale, malinconica e ben scritta fiaba nera sul set del Museo del cinema di Torino, il luogo della salvezza da ciò che ci insegue (ma chi ci insegue?) è quello della finzione e il nostro alleato un fantasma. Mentre una declinazione nel segno del divertito è nel fittizio articolo da quotidiano offerto da Simone Carbonera, Dieci cose da (non) fare se incontrate un Ococlo, delizioso, intelligente e fantasiosamente allusivo, con il suo esito davvero imprevisto. A suggerire che il fantastico sia anche affabulazione, idealmente sulla scia del sarchiapone di Walter Chiari.

Esterno e interno giocano poi in modo indecidibile, fin dal titolo (ma cosa è interno e cosa esterno?), in Riflesso di Cesare Diligenti, che sposa felicemente il tema dell’identità doppia, rifratta, altra – quale in fondo ne sia la chiave interpretativa – con il motivo della violenza sessista. Laddove invece il racconto di Edoardo Pastore, La morte del signor Anselmo Pastrangeli, richiama tramite visione/allucinazione un altro topos dell’orrido, l’ossessione che, facendo deflagrare un’esistenza fin troppo stabile e prevedibile, trascina al suicidio. Ma la visione traumatica può essere pilotata, come ne La fattoria, di Giulia Marta Petronelli, sull’iniziazione tribale di una comunità di eletti in un futuro remoto: al fine di inibire progressivamente la sessualità, perché non ammannire sul tema una visione scioccante agli adolescenti, quasi sull’onda del “trattamento Ludovico” di Arancia meccanica? (Anche se l’esito non sarà esattamente quello previsto dai castissimi iniziatori…) Ancora giustamente disturbante, I cannibali di Giulia Maria Falzea indaga il rapporto tra madri e figli piccoli perduti, tramite la visione di un relativo simulacro e un gioco di sostituzione d’occhi.

Altrove la visione, da esperienza di noi e dell’altro, trascolora invece nello sguardo con cui la narrazione è offerta. Che sia una fiaba – nera, magari – come quella che Miriam De Marco (pseud. di Maria De Marco) propone sul tema dell’avidità e dell’illusione che uccide, La piovra e la luna. Che sia un racconto gotico o similgotico, come Un altro piccolo segreto, di Sara Catacci, godibile variazione italica sul tema vampirico come epifania della voracità nei rapporti di coppia, o L’uomo dei lupi di Filippo Cerri che riprende la mitologia lupesca e il tema del rito di passaggio – e anzi il subentro in un ruolo sociale – con elegante ricercatezza formale. Che si parli invece dello sguardo di un certo linguaggio tradizionale devoto, nel meraviglioso Ex voto, di Andrea Pozzetta, narrato con abilità ed eleganza espressiva rara nella lingua di un passato antico e contadino, e dove la scorpacciata di certe piante può far considerare tanto a rischio la piccola imprudente da dover scomodare per lei i santi, magari sant’Antonio col suo porcellino. Il senso di peccato stagnante e la felice resa di un’ingenuità antica verso la morte offrono al testo – incredibile prova d’abilità con termini di vera archeologia del linguaggio – un interesse particolare.

O che si parli ancora del linguaggio della fantascienza, come in Exorealismo, di Antonio Potenza, dove la differenza tra umano e sintetico sfuma, regole ferree normano i rapporti e strane patologie possono creare angoscia nei più ansiosi; o nel potentemente allusivo La stella di Diego Ria, su un futuro reso neutro a suon di istanze di controllo, dove i sapori sono simulati, i sogni dei singoli inquietano le autorità e qualcos’altro può essere eversivamente acceso nel profondo degli umani. O ancora nell’elegante e a suo modo tremendo Complementi d’arredo di Diego Rossi, che ammicca fulminante e sornione non solo a scene di sconvolgente disgusto, ma forse a raccapriccianti mutazioni fisiche.

Altri testi lavorano sulla situazione, più che su una trama o sulla relativa svolta. È realismo magico che flirta con l’horror quello che nello splendido La buzzonaglia di Michele Frisia – il racconto più votato dal pubblico – traghetta dal trattamento dei pesci per l’industria alimentare alla suggestione disturbante di una sirena mutilata? Qui la svolta del finale starebbe nella spiacevole agnizione, ma la forza del testo che sceglie di non spiegare troppo sta anche proprio nella dimensione allusiva, nell’evocazione persino più disturbante col suo non mostrare. Posto che, come i gatti, anche noi non alziamo la testa per vedere quel che ci turberebbe…

Per contro, difficile etichettare vere e proprie feste della visione/visionarietà come il magnifico L’uovo sodo di Elisabetta Carbone, vibrante di echi di Apocalisse (“Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, e il Vivente”), dove il fantastico evoca e vede deflagrare intere cosmogonie, come nel delirio di uno gnostico; o lo spiazzante Né bene, né male, di Chiara Ghiglione, grondante suggestioni da fine dei tempi – fenomeni naturali strani, presenze angeliche nel cielo sopra Genova – a preludere però al dilagare di una feroce follia. Riecco insomma il tema del modo visionario di narrare la realtà.

D’altra parte la narrazione non assume neppure sempre i connotati classici del racconto. Arieggia la fantascienza Lucia Moschella con Il mare, scritto però in forma di voce enciclopedica con tanto di note e riferimenti bibliografici dall’ottica di un futuro lontano: le provocazioni sono acute, l’approccio originalissimo, l’efficacia narrativa indubbia.

Un caso che resta a parte è poi quello di Simonpietro Spina, Della volta in cui nuovamente e poi di nuovo, che gioca con ironia sul tema stesso del call e del relativo bando: ma la vorticosa ricorsività accede proprio, in termini beffardi, a qualcosa come una percezione sensoriale.

È davvero necessario ringraziare, come nel comunicato sul sito, “tutte e tutti i concorrenti per il loro contributo e per l’impegno profuso nell’esprimere sentimenti, emozioni, fantasie, speranze e angosce dell’epoca”: e le prove qui raccolte svelano una qualità superba, oltre a cifrare genuini turbamenti.

 

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L’occhio fantastico (prima parte) https://www.carmillaonline.com/2022/12/27/locchio-fantastico-prima-parte/ Tue, 27 Dec 2022 21:00:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75335 di Franco Pezzini

È appena apparso per i tipi Meridiano Zero il volume Oltre il velo del reale. L’avventura dei racconti continua, a raccogliere (quasi tutti) i testi di autori selezionati e finalisti al call di narrativa breve 2022 “Oltre il velo del reale 2”  organizzato dal Premio Calvino insieme alla rivista L’Indice e al Book Pride di Milano e dedicato al fantastico. Si presenta qui in due puntate il saggetto introduttivo di chi scrive: le citazioni d’incipit ai singoli paragrafi sono tratte da J.L. Borges, S. Ocampo, A. Bioy Casares (a [...]]]> di Franco Pezzini

È appena apparso per i tipi Meridiano Zero il volume Oltre il velo del reale. L’avventura dei racconti continua, a raccogliere (quasi tutti) i testi di autori selezionati e finalisti al call di narrativa breve 2022 “Oltre il velo del reale 2”  organizzato dal Premio Calvino insieme alla rivista L’Indice e al Book Pride di Milano e dedicato al fantastico. Si presenta qui in due puntate il saggetto introduttivo di chi scrive: le citazioni d’incipit ai singoli paragrafi sono tratte da J.L. Borges, S. Ocampo, A. Bioy Casares (a cura di), Antologia della letteratura fantastica, Editori Riuniti, Roma 1981.

Il 24 gennaio il volume verrà presentato alla Libreria Trebisonda di Torino. (F.P.)

 

  1. Un modo di vedere e di narrare

Potrebbe, inoltre, esserci qualcosa di più miracoloso di un vero, autentico fantasma? L’inglese Johnson desiderò ardentemente per tutta la vita di vederne uno; ma non ci riuscì, benché andasse a Cock Lane [dove si sarebbe consumato un celebre episodio di persecuzione sovrannaturale] e qui scendesse nella cripta della chiesa e bussasse alle bare. Povero dottore! Non si guardò mai intorno con gli occhi della mente, oltre che con quelli del corpo, nel mare magno della vita che tanto amava? Non guardò mai in sé stesso? Il buon dottore era un fantasma, un fantasma così vero ed autentico come il cuore può desiderare; quasi un milione di fantasmi gli camminavano accanto nelle strade. Ripeto ancora: liberiamoci dell’illusione del Tempo, riduciamo tre ventine d’anni in tre minuti; che cosa era di diverso il dottore? Che cosa siamo di diverso noi stessi? Non siamo forse Spiriti sotto forma di un corpo, di un’apparenza, pronti a svanire nell’aria e nell’invisibile?

Thomas Carlyle, da Sartor Resartus, 1833-34 (trad. di Maria Lucioni)

 

Come già l’anno passato, il Premio Calvino ha bandito nel febbraio 2022 un Call per autori esordienti di narrativa breve, sotto il titolo Oltre il velo del reale (in questo caso, 2): e tra i requisiti del bando si esplicitava:

 

Ogni genere di fantastico come macchina per vedere è ben accetto: dal perturbante allo strano nella quotidianità, dal fantasy all’horror, dal gotico al distopico all’ucronico, dal fantascientifico all’onirico…

 

Dunque “fantastico come macchina per vedere”. Da etimologia (ci soccorre la Treccani), fantastico viene dal latino tardo phantastĭcus, greco ϕανταστικός, legato alla fantasia e all’immaginazione: ma a monte, in quanto derivato da fantasia (lat. phantasĭa, gr. Φαντασία), rimanda al verbo ϕαίνω, “mostrare”. Insomma qualcosa che viene mostrato o appare – cfr. la parentela con fantasma (lat. phantasma, gr. ϕάντασμα, derivato di ϕαντάζω “mostrare”, ϕαντάζομαι “apparire”, sempre dal tema ϕαν- di ϕαίνω di medesimo significato all’attivo come al medio ϕαίνομαι) – implicando una tensione visiva, più scopica che contemplativa. Stimolante dunque l’idea di “macchina per vedere”: a rimandare a una visione in senso attivo, organizzato – una visione mostrata, un po’ come da parte degli autori teatrali, degli imprenditori di lanterne magiche o di grandi e piccoli schermi – o invece passivo, subìto, come gli spettacoli cui assistiamo lasciando magari il cervello alla deriva e assorbendo paradigmi immaginali, pregiudizi, messaggi neppure troppo subliminali.

Inevitabile pensare al titolo di un’incompiuta epopea ciarlatanesca d’illusione, Il visionario di Schiller: dove già il titolo richiama alla visione febbrile, vittima di uno spettacolo/intrigo, ma in fondo anche a una capacità percettiva discutibile e particolare (come la ripresa della provocazione nel kantiano, ironico Sogni di un visionario chiariti coi sogni della metafisica, in margine alle febbricitanti veggenze di Emanuel Swedenborg); eppure il termine visionario può essere applicato anche alla capacità immaginativa degli uomini di genio, che sanno vedere più avanti. Nel senso passivo, la visione può essere ricevuta da Istanze Superiori (o anche inferiori, e persino in termini di grande ambiguità: si pensi alla visione farlocca e insidiosa di certe presunte apparizioni di Madonne o santi con sospetti cornini e ali pipistrellesche – naturalmente si tratta del diavolo – traghettate dalle storie devote all’arte dei secoli passati). O – in termini più laici e moderni – alla visione subìta di infiniti prodotti televisivi che ci incatenano al reale, o al panorama della realtà che pare di vedere (visione sinestetica e indiretta, da plagio) al suono di messaggi-chiave dai sottotesti equivoci, in quella confusione che apprendisti stregoni di marketing e di politica sanno gestire così bene. L’avvicinarsi delle elezioni offre di tutto ciò un desolante e istruttivo spettacolo.

D’altra parte, come si rifletteva nell’introduzione alla raccolta dei racconti dell’anno passato (Oltre il velo del reale. Raccolta di racconti distopici, a cura di chi scrive, WriteUp, Roma 2021),

 

va ricordato che, in prima battuta, il “fantastico” non è tanto un contenuto quanto un modo di narrare e di guardare [corsivo inserito ora]. Non solo perché – suggerisce Borges – tutta la letteratura è fantastica, non solo perché la vita può essere davvero weird, ma perché anche una narrazione apparentemente priva di contenuti “altri” può svelare sottofondi, echi, paradigmi del fantastico.

 

L’occhio fantastico con cui esploriamo la realtà non deve cioè necessariamente fermarsi su visioni straordinarie, apparizioni da registrare con una sana categoria di dubbio (l’incertezza/imbarazzo implicita nel fantastico secondo Todorov, ma anche in certi racconti che ci vengono offerti da testimonianze di prima mano o – più di rado – in episodi esperiti da noi stessi). Può semplicemente percepire la fantasmaticità del nostro quotidiano, come Thomas Carlyle ricordava nella citazione d’incipit a proposito della frustrata ricerca di spettri da parte del dottor Johnson: gratta gratta, non è difficile trovarne dove meno ce li aspettiamo. D’altra parte il discorso può riguardare la paradossalità dello scarto legato alle scelte quotidiane e alle Sliding Doors che parallelamente si aprono, o quella bizzarria feriale della realtà che mandava in solluchero il repertoriatore di fatti strani Charles Hoy Fort (piogge di rane o di pesci, autocombustioni, strambe “cose” nei cieli…); o magari la stessa parentela – non così assurda o incomprensibile, in fondo – tra le nostre vite e quelle di personaggi letterari o del mito. Non solo perché, come ha detto qualcuno, “Siamo simboli e viviamo in essi”, ma perché narrazioni e miti traggono alla fin fine la loro trascrizione, almeno in qualche misura, da carne e sangue nostra: normale che ci offrano eco, o piuttosto l’inverso. Fino ad arrivare (chiunque scriva ne avrà fatto esperimento) a raccontare storie inserendovi amici, modellarle su di loro: non solo una comoda tecnica di costruzione dei personaggi, non solo un divertissement o un piacere affettuoso, ma appunto un modo di proiettarli e proiettarci fantasticamente su scenari altri, verso avventure più o meno possibili ma apprezzabili come belle storie. Quel che in fondo fa da sempre la letteratura: che il multiverso esista a livello cosmico è per ora impossibile dire, ma certo l’abbiamo dentro.

 

  1. Quell’occhio sbarrato

Terrificante idea di Juana a proposito del testo Per Speculum in Aenigmate; i piaceri di questo mondo sarebbero i tormenti dell’inferno, visti al rovescio in uno specchio.

Léon Bloy, da Le vieux de la montagne, 1909 (da Storie sgradevoli, F.M. Ricci, 1975, trad. di Piero Nicola)

Se il fantastico, dunque, non è necessariamente imbrigliato a taluni filoni di racconti, a talune maschere o generi narrativi, ma è un modo visionario di narrare la realtà, la nostra realtà, con spazi di libertà più o meno ampi – dove il riferimento alla visionarietà implica la vista come mero capofila di una serie di altri sensi: udito, tatto, gusto… – allora a maggior ragione il panorama è illimitato. Certo, libertà non significa un’originalità assoluta che non esiste da nessuna parte (qualunque storia ripropone topoi o miti che rimbalzano da sempre nel panorama immaginale dell’umanità, si tratterà solo di trovare un’originalità relativa nella confezione): ed è normale che il fantastico colga echi, forme di narrazione o fremiti da una realtà che del resto, per fortuna o purtroppo, è quella che conosciamo. Lo fa con una messa a fuoco particolare, come una lente, un microscopio o un telescopio, che permette di evidenziare ciò che altrimenti sfuggirebbe: e torniamo alla macchina per vedere.

Se così l’anno passato si potevano ravvisare nel referente distopico echi della pandemia (che pur costituiva rispetto al bando una cornice accidentale, non l’ha “originato”), quest’anno il contesto è ancora più convulso: la pandemia non è ancora esaurita ma il bando è dell’11 febbraio, la guerra russo-ucraina è stata aperta dall’offensiva russa del 24 febbraio e dunque idealmente un cavaliere dell’Apocalisse si affianca all’altro. Possiamo stupirci di trovare in varie prove riferimenti all’apocalittica? Nulla di immediatamente ovvio, nulla di scolasticamente derivato, si tratta della risacca di un momento storico che, com’è naturale, riverbera in scritture fantastiche pur incentrate su altro.

Dove l’occhio fantastico è sbarrato, nella duplice accezione del termine: da un lato spalancato e vitreo nella percezione visionaria, scioccata, di un reale che ci spiazza in mille modi (da un punto di vista collettivo o di pieghe personalissime); dall’altro è l’occhio chiuso nel sonno visitato da sogni con tutta la potenza dell’inconscio. In alcuni racconti ciò è particolarmente evidente.

Certo un aspetto che può colpire, in questa seconda edizione di Oltre il velo del reale – nuovamente molto partecipata, 767 incipit pervenuti da cui la rosa di 35 selezionati e in ultima fase la scelta dei 10 finalisti – è la differenza profonda di linguaggio ed esiti dei racconti in finale rispetto a quelli dell’anno scorso. Posto che i lettori che effettuano la selezione sono più o meno gli stessi, e si basano su criteri ormai testati in quattro edizioni di call racconti brevi (qualità letteraria, originalità, efficacia dell’incipit nel rapporto con il resto dello sviluppo testuale, equilibrio generale e buona sintesi di una prova breve), la differenza dall’anno passato sembra notevole. L’edizione 2021, che già aveva rappresentato una felice sorpresa per la qualità altissima delle prove, vedeva offerte – pur nella sintesi, come nei due racconti vincitori di Monica Acito e Beatrice Salvioni – trame di virtuale ampiezza; apriva a linguaggi tradizionali di genere, dalla fantascienza all’horror al fantasy e alla distopia, strizzando l’occhio a serie televisive e cinema; guardava in prospettiva, almeno potenzialmente, a eventuali sviluppi delle medesime storie in chiave di romanzo o magari di sceneggiatura. E un esame più ampio, come emerge dal citato volume che raccoglie non solo i finalisti (quasi tutti) ma i selezionati (quasi tutti) mostra che la panoramica era estremamente varia anche tra gli altri testi segnalati.

La sorpresa di questa nuova edizione è che, per i finalisti, il quadro è un po’ diverso. Come sintetizza il comunicato sul sito, nella decina in finale troviamo “Sicuramente poca fantascienza e poca fantasy, un pizzico invece di realismo magico, molto perturbante nel quotidiano e trasposizione in chiave surreale di nodi psichici. Buona, spesso, la qualità della scrittura”. Siamo insomma più dalle parti del maglione fatale di Cortázar che del (pur classicissimo) lenzuolo fantasma di M.R. James. Forse gli autori più attaccati al genere vero e proprio hanno preferito altri concorsi, tenendo presente che in questi anni ne sono stati banditi non pochi: ma è un’ipotesi che vale quel che vale. Va però detto che ciò riguarda i finalisti, mentre il giudizio si stempera già considerando i selezionati e a maggior ragione l’ondata degli incipit.

Si può comunque partire dalla constatazione che la qualità narrativa è il punto di forza. Una padronanza nella scrittura, un’apparente consuetudine – almeno nei finalisti e in parte dei segnalati – con la declinazione di riflessioni e inquietudini in forma di narrazione paradossale lasciano presagi di ottimismo sulla narrativa italiana, fantastica o meno. Le prove scintillano d’intelligenza e di beffarda ironia, qualche volta affilata da una vaga crudeltà, altrove oniricamente straniata. Emerge qui e là il disagio neppure tanto per le situazioni estreme che la vita ci precipita addosso (per esempio la pandemia), quanto per l’assurdo che il circo umano riesce a confezionare in risposta. A volte inevitabile, nel senso che non sapremmo fare diversamente, altrove per effetto di pressioni di un’intera società o della spregiudicatezza dei suoi poteri. Si coglie poi una consuetudine smaliziata alla scrittura anche nella pragmatica presa d’atto che un testo breve si giochi più agevolmente sull’episodio fulminante, magari surreale, che non su una narrazione distesa, con una trama più ampia costretta in una gabbia di poche battute.

Attenzione, seguiranno (necessariamente) spoiler.

(continua…)

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Scostando quei veli uno a uno https://www.carmillaonline.com/2021/06/14/scostando-quei-veli-uno-a-uno/ Mon, 14 Jun 2021 21:02:31 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=66762 di Franco Pezzini

Che i concorsi per racconti banditi da riviste o altre intraprese letterarie abbiano svolto nel tempo una funzione importante per far conoscere nuovi autori è ben noto: si pensi solo ai concorsi cui partecipò Poe all’inizio della sua carriera. Che poi il fenomeno possa riguardare anche proprio la narrativa del fantastico non stupisce, a fronte della vocazione del medesimo a un grande pubblico – laddove invece il supergenere fantastico in quanto tale ha a lungo patito in Italia un certo sordo sprezzo accademico e una diffidenza [...]]]> di Franco Pezzini

Che i concorsi per racconti banditi da riviste o altre intraprese letterarie abbiano svolto nel tempo una funzione importante per far conoscere nuovi autori è ben noto: si pensi solo ai concorsi cui partecipò Poe all’inizio della sua carriera. Che poi il fenomeno possa riguardare anche proprio la narrativa del fantastico non stupisce, a fronte della vocazione del medesimo a un grande pubblico – laddove invece il supergenere fantastico in quanto tale ha a lungo patito in Italia un certo sordo sprezzo accademico e una diffidenza che fino agli anni Ottanta ha impedito il sorgere di una critica scientifica mirata.

Va detto peraltro che la produzione di antologie di racconti a tema fantastico, per i tipi soprattutto di piccoli editori, presenta in molti casi qualità ineguale: spesso a esiti di eccellenza si accompagnano nello stesso volume prove di appassionati dai forti connotati di naïveté, al netto di trame anche originali. Vale sempre il discorso che in simili prove minori possa emergere in chiave anche più trasparente e diretta un tessuto immaginale recettore di miti d’epoca e di critica dell’esistente, e dunque la cosiddetta paraletteratura ha le sue buoni ragioni per essere pubblicata. Tuttavia le carenze tecniche nella scrittura, più o meno domate dai curatori con robusti editing, finiscono talora col penalizzare anche la dimensione “testimoniale”, “documentale”: e per quanto banale suoni l’asserzione (ma non lo è troppo, a cogliere asserzioni circolanti sui social), è bene rimarcare come una scrittura letteraria, non solo quanto a spessore di contenuti ma a qualità formale, sia meglio godibile anche per il lettore, e non rappresenti una mera pippa della “casta”.

E proprio questa chiave, di un fantastico di qualità molto alta e di spessore letterario, è appunto avvertibile nei dieci testi finalisti a un recente premio per racconti brevi di esordienti, “Oltre il velo del reale”, bandito dal Premio Calvino, insieme alla rivista L’Indice e al Mufant di Torino: un esito molto felice su cui ha senso soffermarsi anche al di fuori dello stretto contesto, perché gli autori presentano qualità tali da far immaginare si parlerà di loro nella piazza letteraria di domani. Con la freschezza della loro scrittura e l’approccio per nulla sussiegoso di chi gioca coi topoi del fantastico (il che, nell’Italia dei salotti letterari, di certa scrittura rarefatta ombelicocentrica e degli “io, io, io” narcisoidi risulta davvero una boccata d’ossigeno) queste voci potranno contribuire a vivificare il panorama.

Una breve disamina dei testi (dallo spoglio di 875 incipit inviati, tra i quali erano stati individuati 36 racconti promettenti – ridotti appunto a dieci in finale) può essere d’interesse. Otto sono al momento ancora disponibili sul sito dell’Indice, mentre i due racconti vincitori – premiati uno dalla giuria, l’altro dai lettori – sono apparsi in uno speciale con L’Indice di maggio: e partiamo da questi.

Il premio della giuria è andato a Beatrice Salvioni, per Il volo notturno delle lingue mozzate, un racconto Folk Horror di straordinaria bellezza ed efficacia. Il contesto è un vago medioevo patriarcale in cui alle donne infettate dalla “Voce” – non meglio identificata patologia sovrannaturale che concede potere alle loro parole – viene pubblicamente tagliata la lingua dal macellaio del paese. La giovanissima Zora, appena infettata, constata come a quel punto la sua parola sia in grado di convincere quasi ipnoticamente gli interlocutori; e forte di quel potere decide di andare a liberare le lingue mozzate delle donne, inchiodate come farfalle nella casa del macellaio. Lei e l’amica vi riusciranno, e potranno udire il canto di libertà di quelle lingue che svolazzano via proprio come farfalle – una scena di straordinaria, vivida forza visionaria – ma a un prezzo altissimo: e la potenza della metafora sottesa conforta un finale amaro e poetico. La ricchezza simbolica e immaginale dell’apologo (le donne, private di voce dai patriarchi, sono liberate e rese potenti da una malattia che colpisce solo loro, e tentano un sovversivo recupero della parola in sede comunitaria) è valorizzata da una scrittura di grande eleganza, che inchioda con nettezza fotografica d’immagini fin dalle prime righe. L’autrice è molto giovane (del 1995), e mostra insieme lucidità e potenza visionaria – ripeto l’aggettivo, pare importante – sulla base di una formazione alla scrittura ricca e varia, dunque non solamente fantastica: un profilo la cui produzione futura meriterà assolutamente di essere tenuta sotto controllo.

Considerazione, quest’ultima, che vale anche per l’altra vincitrice, del racconto più votato dai lettori: quasi altrettanto giovane (del 1993), Monica Acito offre in Amaràvia uno scritto di singolare fascinazione, che pare uscita dalle raccolte De mirabilibus del mondo tardoantico. La storia della creatura eponima, sorta di donna-uccello che prima di morire deve “prendersi la verginità di tutti gli uomini, beccarli fino all’ultimo” sulla bocca, pena l’isterilire della Valle, e dell’unico uomo che alla fine sta per sfuggirle, culmina in una scena di seduzione profondamente onirica. Il testo, estraneo ai linguaggi consueti al fantastico moderno, originalissimo e anche in ciò tanto interessante, potrebbe solo con qualche forzatura e vari distinguo appartenere al fantasy: il suo orizzonte ideale è quello della fiaba o piuttosto del mito, rivelando nessi con entità femminili molto arcaiche, e facendo insieme pensare al filtro visivo di un Fellini che ne coglierebbe i tasselli sensuali (l’erotismo di quel beccare, quelle cosce aperte, la sessualità feconda ritualizzata in sorta di Misteri), nel racconto giocati benissimo e con scintillante eleganza narrativa.

Passando agli altri testi, si possono individuare un paio di filoni. Il primo, distopico ed eventualmente fantascientifico, può rivelare rapporti d’innesco non accidentali nella distopia pandemica dell’ultimo anno. Germano Antonucci (1975), in Ma davvero i mangiasbagli sono golosi di geografia? mostra la situazione classicissima di un mondo devastato, e un uomo invalido e una bimba che attendono l’ultimo treno che potrà salvarli – alla Snowpiercer, se vogliamo: il tema della contronarrazione per ridurre l’impatto traumatico sui più piccoli è qui declinato attraverso la fantasia buffa sui presunti “mangiasbagli” che si papperebbero errori ed erranti assieme. Il tutto è offerto con una tenerezza giocosa e ironica, senza sbavature dolciastre da americanata per famiglie, e uno stile compatto e controllato. Altra storia dai connotati classici e ottimamente scritta è quella di Alessandro Marangi (1965), Il modulo: su una Terra in crisi ormai dominata da un regime distopico, dove si vive con dispensatori d’ossigeno, e in cui la vieta formula “Andrà tutto bene” è assurta a saluto, il rapporto d’amore di una coppia è ciò che permette loro – previa difficile scelta – un salto nel buio, la firma sul modulo di disponibilità a emigrare su un altro pianeta. Grande equilibrio di registro narrativo si nota anche nel racconto di Simone Masoni (1980), No tech: il diciottesimo compleanno del protagonista Marlin – quando dovrebbe presentarsi alla selezione per l’ingresso nella Poltech, la Polizia Tecnologica – cade in un giorno di techdown, cioè di silenzio tecnologico, vietato l’utilizzo di dispositivi elettronici. A dispetto dell’ambientazione futura, il modo in cui il giovane, dopo una serie di disavventure, riesce a superare la prova ha i connotati arcaici e ben poco tranquillizzanti di certi antichissimi, crudeli riti di passaggio… Le prove di Antonucci, Marangi e Masoni possono ascriversi sia in chiave tematica (distopie future) sia di risposta narrativa (trame “classiche”, compattezza e qualità stilistica) a un omologo bacino di fantasie; al quale, con qualche distinguo per i connotati onirici e fantastici sul filo della fiaba nera (inevitabile pensare a Il pifferaio magico, o al Terrore di Arthur Machen), si può richiamare anche un quarto testo distopico bello e convincente, Le pecore vanno dove c’è l’erba di Alessia Rossi (1993). Qui enigmaticamente appaiono e attraversano la città fiumane di animali – a partire da uccelli con scene alla Hitchcock – che però si allontanano in assenza di arche di salvataggio riconoscibili dagli uomini. Alla fine, arriva anche l’esodo dei bambini, che invano i genitori cercano di trattenere… e a quel punto, depauperata di tutto il suo futuro, alla città non resta che attendere la fine. Spoiler a parte, ciò che regge la trama è un registro di scrittura equilibratissimo, asciutto e letterario grondante echi, dove nulla è di troppo e nulla manca.

Dalle visioni del futuro e dalle ombre distopiche su identità collettive si passa a quelle di un presente più o meno angoscioso o ironico, dove il discorso identitario è declinato più spesso sulle crisi individuali. Splendido e convincentemente letterario è il racconto di Emanuela Cocco (1973), Nel verde: si sente la consuetudine dell’autrice sia con la scrittura in quanto tale, sia con un fantastico anche molto classico, in una sorta di trascrizione moderna e liberissima del mito di Apollo e Dafne. Liberata dalla violenza femminicida di un partner per volontà della vegetazione del bosco, la protagonista dovrà fronteggiare lo stesso geloso, equivoco attaccamento del mondo vegetale, in una grande metafora sull’ambiguità delle liberazioni. Ottimamente giocato è anche il racconto di Sergio Sessini (1959), L’altro, sul tema del Doppio: da sempre, attraverso esperienze, sprazzi di un altrove che il padre derubricava a sogni, l’io narrante Gregorio ha scoperto di dover vivere la vita anche di qualcuno che non è lui, o almeno non il lui che possa riconoscere. Ogni tanto, infatti, la sua coscienza si trova proiettata nella vita di un alter ego (il termine è qui da intendersi in senso letterale) che vive un’esistenza rischiosa e primitiva in una giungla, a un livello molto diverso di civiltà. La narrazione è portata avanti con abilità in termini di grande suggestione, attraverso una serie di tasselli simbolici ben giocati: Gregorio fabbrica specchi, inizia una relazione con l’affascinante Saskia che soffre di schizofrenia con personalità multiple… Sempre di identità, ma con un referente collettivo nel tema delle stigmatizzazioni comunitarie si parla in Ona storia briansö di Margherita Padovan (1989). Qui il tema può riassumersi – a voler semplificare la quantità di spunti in una chiave unitaria – la stigmatizzazione degli altri: nella fattispecie gli zingari che la piccola Margherita non ha mai visto e immagina “esseri con bocche a ventosa al posto degli ombelichi”, visto che mangerebbero bambini. Salvo finire vittima delle attenzioni non gradite del sedicente “cusin de la tu nòna”, in uno scenario di periferie brianzole felicemente evocato. Il surreale, spiazzante finale dal sapore quasi lovecraftiano porta una nota di sorpresa che merita di non essere qui spoilerata… Decisamente in tema di identità personale ma con un passo idealmente tra Kafka e Achille Campanile è poi il bel racconto di Daniela Ginex (1960), Anime gemelle, dove l’inopinata trasformazione di un serio professionista in cane ingenera una serie di comiche e vagamente melanconiche dinamiche nella sua famiglia: e i richiami della natura – ecco la vera metamorfosi, molto più eversiva dei rituali sociali – si imporranno in ultimo sulla forma dell’istituzione borghese.

Di tutti questi autori, in parte legati a scuole di scrittura ma non appiattiti su schemi didattici, in parte battitori liberi, qualcuno con blog e produzioni d’interesse disponibili in rete, sarà insomma bello leggere altro.

Poi lo sappiamo, i racconti non sono una forma troppo amata dagli editori, soprattutto i medio-grandi. Ma sembra probabile che potremo apprezzare in tempi non troppo dilatati opere più ampie dei menzionati. Fantastiche o meno, non importa: del resto fantastico non è tanto un contenuto quanto un modo di narrare, di vedere, di mettere a fuoco con un linguaggio-laboratorio ciò che altrimenti non riusciremmo a cogliere. E costituisce un buon allenamento alla percezione di quell’immaginario, concetto dallo spettro ancora più ampio, che rimanda alle strutture-base culturali con cui interpretiamo la realtà e in qualche misura la costruiamo. Se ciò che avvertiamo come “il reale” è frutto di una stratificazione di esperienze, idee, bias, parole d’ordine impiantateci dentro e spesso subite, scostare idealmente quei veli uno dopo l’altro per cogliere con più lucidità ciò che sotto sotto resta implicito – e pronto a trasformarsi in mostro – è forse uno dei compiti più urgenti di chi scrive oggi.

 

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