Piero Cipriano – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 12 Sep 2026 20:00:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La salute mentale è politica https://www.carmillaonline.com/2025/07/13/la-salute-mentale-e-politica/ Sun, 13 Jul 2025 20:00:17 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=89573 di Gioacchino Toni

Piero Cipriano, La salute mentale è politica. Quello che non vediamo della psichiatria e che ci riguarda tutti, Fuori Scena, Milano 2025, pp. 192, cartaceo € 17,00, digitale € 11,99

Riprendendo Franco Basaglia, quando afferma che dire no al manicomio significa dire no alla miseria del mondo, nel suo nuovo libro, La salute mentale è politica (2025), Piero Cipriano scandisce perentoriamente i suoi no anche alle moderne varianti smart del manicomio; no ai reparti chiusi (SPDC), no alle bibbie diagnostiche (DSM) e agli psicofarmaci prescritti in quantità industriale (Big Pharma) destinati, presto, a inglobare le molecole psichedeliche depotenziate finalizzandole [...]]]> di Gioacchino Toni

Piero Cipriano, La salute mentale è politica. Quello che non vediamo della psichiatria e che ci riguarda tutti, Fuori Scena, Milano 2025, pp. 192, cartaceo € 17,00, digitale € 11,99

Riprendendo Franco Basaglia, quando afferma che dire no al manicomio significa dire no alla miseria del mondo, nel suo nuovo libro, La salute mentale è politica (2025), Piero Cipriano scandisce perentoriamente i suoi no anche alle moderne varianti smart del manicomio; no ai reparti chiusi (SPDC), no alle bibbie diagnostiche (DSM) e agli psicofarmaci prescritti in quantità industriale (Big Pharma) destinati, presto, a inglobare le molecole psichedeliche depotenziate finalizzandole al mero reintegro produttivo di chi manifesta sofferenza mentale.

Tutti questi no, che possono essere riassunti con un no alla psichiatria per come si è data nel corso della sua, tutto sommato, breve e mutevole storia, per ribadire la necessità di fare i conti con la miseria del mondo, con la complessità delle cause sociali delle sofferenze.

Oltre a far notare come la storia della psichiatria sia sostanzialmente storia di psichiatri, di diagnosi, di terapie e di repressione dei sofferenti e non di questi ultimi, Cipriano sostiene che, lungo tutta la sua storia, questa si è rivelata uno strumento utile al capitale per nascondere le sue responsabilità. Piuttosto che confrontarsi con la cause sociali delle sofferenze, la psichiatria si rifugia nelle risposte semplici e semplicistiche che ieri prevedevano l’internamento manicomiale, oggi l’etichettamento diagnostico e la prescrizione farmacologica. Insomma, oltre che scienza, la salute mentale, sostiene l’autore, è assolutamente anche politica.

Il manicomio concentrazionario nato in Francia sul finire del Settecento per segregare e separare quanti vengono considerati folli dai carcerati e dal resto della società, in Italia muore in seguito alle battaglie condotte da Basaglia e un manipolo di suoi collaboratori, nell’ambito di una più generale messa in discussione delle istituzioni, non solo totali, che attraversa il paese, che portarono alla Legge 180 del 1978, poi assorbita all’interno della Legge 833 istitutiva del Servizio Sanitario Nazionale.

Nel suo tentativo di restituire al mondo coloro che ne sono stati esclusi, Basaglia è certamente mosso da un intento terapeutico, scientifico, ma al tempo stesso politico: è infatti in lui chiaro che occorre cambiare radicalmente la società che li ha rinchiusi affinché possa riaccoglierli pienamente. È per questo che, quella basagliana, può dirsi a tutti gli effetti anche una rivoluzione politica.

Per quanto deludente agli occhi del gruppo basagliano – una riforma più radicale avrebbe però necessitato di una società più avanzata rispetto a quella dell’epoca –, quella legge rappresenta un’innegabile atto politico, una svolta radicale in senso libertario nel modo di affrontare la sofferenza mentale e chi ne è colpito. Nonostante la chiusura sancita per legge, il manicomio, nella sua logica profonda, si è però rivelato duro a morire e lo spazio lasciato dalla chiusura di quel dispositivo di annientamento dell’essere umano, interessato più a segregare i devianti affetti da una qualche forma di disagio mentale che non a curarli e restituirli alla società, viene presto occupato da nuove forme di controllo e coercizione.

Alla conquista della scena da parte dei dannati della terra negli anni Sessanta e Settanta, risponde un decennio apertosi all’insegna del rappel à l’ordre; è il decennio in cui, tra le altre cose, prende vita la “neotelevisione”, potentissima spacciatrice di disimpegno, edonismo, egoismo e qualunquismo, capace di riscrivere sogni e desideri a suon di risate e applausi a comando ponendo le basi per quel processo di spettacolarizzazione e mercificazione dell’immaginario che, nel giro di qualche decennio, dal tubo catodico si espanderà all’universo digitale della rete.

Nel 1980, proprio nell’anno della morte di Basaglia e della marcia antisindacale dei quarantamila a Torino, esce il DSM-III, ennesimo aggiornamento del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders dell’American Psychiatric Association, la “bibbia diagnostica” degli psichiatri, che, accantonate diverse teorie e interpretazioni dei disturbi psichici, si proietta nella pura descrizione di sintomi.

L’uscita del DSM-III, sottolinea Cipriano, rappresenta davvero un momento di svolta importante nell’ambito della gestione del disagio mentale e di coloro che la società considera devianti, cioè quanti, come hanno perfettamente colto Franco Basaglia e Franca Ongaro (La maggioranza deviante, 1971), risultando improduttivi. In ossequio alla logica capitalista, anche costoro sono tenuti a partecipare, in un modo o nell’altro, al ciclo produttivo, da qui la necessità di considerarli a tutti i costi malti, affinché il sistema della produzione possa organizzare le sue cliniche e i suoi imprenditori della cura e della follia.

Ai tradizionali luoghi fisici di reclusione si sono così sostituiti – o, meglio, affiancati, in quanto mai completamente scomparsi – nuovi metodi di gestione dei devianti basati su etichette diagnostiche e prescrizione di psicofarmaci in quantità industriale, è davvero il caso di dire. A partire dagli anni Ottanta prende dunque piede l’era di quello che l’autore definisce il “manicomio chimico”: perse le tradizionali caratteristiche concentrazionali edilizie, è come se il manicomio si fosse trasferito direttamente nella testa degli individui, nei loro pensieri e in quelle vie neurotrasmettitoriali che li regolano.

La via diagnostico-psicofarmacologica, inoltre, amplia incredibilmente il suo bacino di intervento proponendo/imponendo, in una società indotta alla performance e alla vetrinizzazione, il giusto farmaco per ogni stato emotivo sopra o sotto le righe. Lo spostare allo spazio mentale (privato-individuale) ciò che appartiene allo spazio socio-politico (pubblico e collettivo) permette all’ordine politico-economico di semplificare le cose.

Tale sistema, basato sulla diagnostica, sulla catalogazione e sull’etichettatura identitaria applicata a chiunque risulti affetto da un disturbo o da una malattia, estende a dismisura i confini di questa nuova forma di manicomio. Non importano le cause del disagio e nemmeno gli effetti della cura sul lungo periodo; ad ogni etichetta proposta dalla “bibbia diagnostica” – giunta nel frattempo alla versione DSM-5-TR del 2022 – corrisponde un farmaco, una tecnica psicoterapeutica, un luogo di rieducazione, identificazione, pena, espulsione utile a rendere profittevoli i devianti.

Se nella prima metà del Novecento la psichiatria propone un trattamento differenziato per chi è affetto da disagio mentale in base alla possibilità o meno di un suo recupero al ciclo produttivo – oppressione e segregazione per gli irrecuperabili e psicanalisi per gli altri – le cose cambiano nella seconda metà del secolo con l’arrivo dei farmaci che, per certi versi, semplificano le cose venendo prescritti praticamente a tutti, per quanto nelle classi più agiate a questi si affianchino le tante pratiche psicoterapiche che si possono permettere.

La moderna psichiatria è politica in quanto tende a nascondere i problemi sociali dietro a quelli individuali e privati perché, scrive Cipriano,

psicologia, psichiatria, psicanalisi sono divenute tecniche ideologiche. Strumenti di Stato o, meglio, tecniche al servizio del capitale, atte a suggerire, “a livello di massa”, un “modo di interpretare la realtà” in termini rigorosamente non politici. I problemi politici vengono sapientemente camuffati dalla tecnica psicopolitica come problemi scientifici, ovvero di inconscio. Ecco, dunque, che la psichiatria fa politica. […] Il depresso che va dallo psichiatra pensa di andare da un medico, invece consulta un politico (p. 47).

In un tale contesto lo psichiatra si preoccupa di nascondere i sintomi per provare a riadattare coloro che soffrono a quella stessa realtà che li fa  soffrire, ecco perché «la psichiatria, la psicanalisi, le psicoterapie e gli psicofarmaci sono oggi indifferentemente buoni per sani e malati, pur essendo fruiti in maniera del tutto diversa dalle due categorie. Cosmesi buona per tutti» (p. 47).

Il modello di cura mentale fondato sul binomio diagnosi-farmaco continua ad avere successo perché è quanto di più semplice e deresponsabilizzante si possa pretendere. Questo tipo di psichiatria è vincente, scrive Cipriano, anche perché, a differenza dell’antipsichiatria, della psichiatria critica e della psichiatria-non-solo-farmacologica, può contare sul sostegno economico, culturale e di immaginario del capitalismo.

La svolta farmacologica della psichiatria degli anni Ottanta ha le sue radici nei Cinquanta, quando vengono poste le basi per poter disporre, nel giro di un decennio, di alcuni farmaci in grado di agire su importanti dimensioni psicopatologiche. Parallelamente a questa storia della psichiatria farmacologica, si è sviluppata anche la storia della psichedelia occidentale lungo un percorso che può essere così schematizzato: una fase pionieristica, che ha preso il via sin dai primi anni Quaranta, a cui la stessa psichiatria dell’epoca ha, per qualche tempo, guardato con interesse; un periodo contraddistinto dalla messa al bando negli anni Settanta delle molecole psichedeliche, segnato da pratiche clandestine; un recente rinascimento, che può dirsi iniziato attorno al cambio di millennio forte anche di una serie di studi scientifici portati avanti soprattutto in alcune università inglesi e statunitensi.

Mentre la farmacologia ufficiale si è concentrata su sostanze volte a restringere, crepuscolarizzare la coscienza o, nel caso degli antidepressivi, a concedere un’euforia priva di felicità, la psichedelia ha guardato in direzione opposta, all’apertura della coscienza. Il sostanziale fallimento della farmacologia ufficiale ha contribuito a riportare alla luce del sole l’universo psichedelico anche se, sottolinea Cipriano, il suo rinascimento si sta indirizzando a trattare esclusivamente quanti possono essere ricondotti in società all’interno del ciclo produttivo, lasciando agli irrecuperabili gli antipsicotici depot (LAI).

La psichiatria capitalista, di fronte agli insuccessi farmacologici, ha fiutato il business che potrebbe derivare da quelle «molecole ingestibili» che aveva rifiutato e demonizzato in passato. Il rinascimento psichedelico, sostiene l’autore, sembra dunque avviarsi verso una direzione conservatrice, decidendo di non rompere con la psichiatria tradizionale.

Come esempio di uso capitalistico delle sostanze psichedeliche finalizzato al potenziamento neurale si veda il ricorso che sempre più frequentemente vi fanno quanti vivono alla costante ricerca di trovate in grado di sbaragliare il mercato. «Microdosing per tutti i creativi, i talenti, i geni: non molecole dell’espansione coscienziale, della dissoluzione dell’ego, ma una sorta di cocaina senza effetti avversi che inflazioni l’ego e performi i colpi di genio dei super performativi» (p. 125). Il capitalismo si rivela ancora una volta abile nel ricondurre tutto alla propria logica, comprese «le terapie o sostanze o droghe psichedeliche tornate prepotentemente alla ribalta» (p. 125).

Come il manicomio, anche la psichiatria, non volendo morire, si trasforma ancora una volta e dopo aver messo l’universo psichedelico fuori legge, ecco che non disdegna di recuperarlo piegandolo, però, al mantenimento dello status quo. Ecco allora i grandi produttori di farmaci prodigarsi nel sintetizzare forme di psilocibina o DMT attenuate, non visionarie, affinché curino i cervelli senza che cambi l’esperienza delle persone.

La cura senza toccare gli stati di coscienza. Senza illuminazione, intuizione, insight. La coscienza è politica, e gli umani devono essere pacificati, adattati, ammansiti, narcotizzati, non svegliati dal sonno politico in cui, da qualche decennio, sono stati ulteriormente fatti sprofondare (p. 127).

Insomma, in un contesto caratterizzato dall’individualismo, dall’efficientismo, dal produttivismo, dal consumismo, dalla competitività e dallo sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano e sull’ambiente in cui vive, i guardiani dello status quo si stanno prodigando, con successo, affinché anche l’universo psichedelico si pieghi alla logica capitalista divenendo il prossimo manicomio, stavolta psichedelico.

Alla luce di tutto ciò, occorre ammettere, una volta per tutte, scrive Cipriano, che alla psichiatria, sia quella ufficiale che quella alternativa, mancano idee nuove.

Se vogliamo andare finalmente oltre questa separazione cartesiana tra mente e corpo, è chiaro che abbiamo bisogno di un’altra psichiatria e perfino, forse, di una medicina diversa. Di passare da una psichiatria ormai pressoché esclusivamente biologica a una salute mentale che sia biologica, psicologica, sociale, economica, politica, antropologica e – perché no – spirituale (p. 147).

Nel sostenere con estrema lungimiranza che la «terapia è lotta alla miseria», scrive Cirpriano, Basaglia tralascia quel bisogno di trascendenza presente in ogni essere umano a cui invece guarda Ronald Laing. Per raggiungere un modello di cura che sia prevenzione e restituzione di salute mentale occorre allora abbandonare la psichiatria come si è abbandonato il manicomio perché

la psichiatria è, oggi, il nuovo manicomio. Con i suoi dogmi (il cervello rotto), le sue centinaia di diagnosi (che diventano prognosi autoavverantesi) i suoi farmaci (unica terapia possibile), la sua incapacità (o la sua non volontà) di sintonizzarsi sui determinanti sociali economici e politici, per non dire su quel bisogno di trascendenza che ci appare sotto forma di sintomi che definiamo psicotici (pp. 157-158).

Occorrerebbe eliminare gli SPDC, che si sono rivelati piccoli manicomi, rivoluzionare i CSM facendone delle case della salute mentale ai margini della città e inseriti nella natura, «fare salute mentale nei luoghi in cui si vive, negli ambienti con cui si ha confidenza: a casa, nelle scuole, sui posti di lavoro» (p. 158), luoghi che si sono fatti nuclei di solitudini anziché comunità.

Dovremmo cercare di ricreare la piazza, l’agorà dove ritrovarsi, riconoscersi, incontrarsi, confrontarsi, decidere, fare vera democrazia dal basso. Quella comunità che, con un atto di magia nera, ci è stata sottratta, sostituita con un luogo non fisico, non geografico, virtuale: le piazze dei social network, con amici e follower illusori, ci hanno resi monadi, hikikomori che si illudono di essere nel mondo (p. 159)

La salute mentale, sostiene dunque Cipriano, oltre che scienza è anche politica, una politica che dovrebbe essere anarchia, intendendo quest’ultima come «cooperazione, relazione e insieme rispetto, ascolto dell’altro», come ricerca della propria libertà alla luce della libertà altrui. «Così intesa l’anarchia ha molto a che fare con la coscienza» (p. 179).

Da parte sua il potere (stato e capitale) continua a prodigarsi affinché restino ben chiuse le porte della percezione, i mondi della trascendenza a cui sarebbe possibile avere accesso. «Un cervello acceso e una coscienza espansa – che può ogni tanto e consapevolmente trascendere la realtà ordinaria –, però, sono difficilmente ingabbiabili negli schemi, nei dogmi, nelle convenzioni e nei tabù del realismo capitalista» (p. 180). Ecco perché la salute mentale è (anche) politica.

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Guillermo Borja, terapeuta selvaggio, più selvaggio di tutti i terapeuti selvaggi https://www.carmillaonline.com/2023/10/22/guillermo-borja-terapeuta-selvaggio-piu-selvaggio-di-tutti-i-terapeuti-selvaggi/ Sun, 22 Oct 2023 20:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79647 di Piero Cipriano

Basta con tutti questi terapeuti inutili, fabbricati con un manicomio nosologico che gli impedisce ormai di vedere persone ma – con occhiali psicopatologizzanti che non riescono più a levarsi dal naso – capaci di vedere solo diagnosi e malati. Non ci interessano più. Dico non ci interessano perché non solo non interessano me, ma non interessano centinaia migliaia milioni di persone patologizzate e diagnosticate che cercano una risposta, una cura, in questi terapeuti anodini e – come sapete tutti – non la trovano. Ci interessano invece i pochi terapeuti che hanno il coraggio di essere selvaggi. Anarchici e [...]]]> di Piero Cipriano

Basta con tutti questi terapeuti inutili, fabbricati con un manicomio nosologico che gli impedisce ormai di vedere persone ma – con occhiali psicopatologizzanti che non riescono più a levarsi dal naso – capaci di vedere solo diagnosi e malati. Non ci interessano più. Dico non ci interessano perché non solo non interessano me, ma non interessano centinaia migliaia milioni di persone patologizzate e diagnosticate che cercano una risposta, una cura, in questi terapeuti anodini e – come sapete tutti – non la trovano. Ci interessano invece i pochi terapeuti che hanno il coraggio di essere selvaggi. Anarchici e selvaggi. A cominciare da Jung che insegnò, a quelli che si ponevano dietro il divano – il suo maestro in primis, il neurologo viennese che non sapeva ipnotizzare e decise di lavorare con l’attenzione fluttuante ma per il timore di scottarsi con lo sguardo folle del paziente gli si mise dietro, protetto dallo sguardo contagioso dell’analizzando, e per essere ancora più protetto dal fuoco della follia stabilì che solo il tipo nevrotico può accedere all’analisi, il tipo psicotico no, troppo pericoloso da analizzare – a mettersi di fronte, e insegnò l’etica del sacrificio ovvero: imparare a scottarsi col fuoco della follia. Dopo di lui altri antifreudiani, da Otto Ranck che col trauma della nascita porta l’inconscio freudiano – fermo ai primi anni di vita – fin dentro l’utero, e poi Sándor Ferenczi che crede nella telepatia e poi Wilhelm Reich e altri ancora. Tra questi Eugène Minkowski, che stabilì la diagnosi per sentimento o per penetrazione o per intuizione – gefüldiagnose – ispirandosi a Henri Bergson. Un salto nel tempo di mezzo secolo e siamo a Timothy Leary, che prima di proporre il pasto psichedelico all’intera popolazione americana volle curare, coi funghi psichedelici, i detenuti considerati psicopatici – ovvero senza sentimento – di un carcere di massima sicurezza. E poi Ronald Laing che a Kingsley Hall prova a convivere con la schizofrenia di quelle persone ugualmente a David Cooper che a Villa 21 si spinge oltre, riuscendo a diventare schizofrenico. Tentativi nobili e selvaggi quanto inefficaci finché uno psichiatra anarchico si trova a dirigere un manicomio e decide – è Franco Basaglia – che i dannati della terra, esseri umani seppelliti nella pancia del manicomio, devono ritornare in città. Basaglia è Ulisse che guida il cavallo blu in città, un cavallo coi folli stivati nella pancia, che hanno di nuovo il diritto di riabitare la città.

Dimentico alcuni, perché ce ne sono di terapeuti selvaggi. Leo Zeff è un altro che ha vissuto per vent’anni come un criminale, avendo scelto di continuare l’attività di terapeuta con le molecole psichedeliche nonostante la proibizione del 1971. The secret chief, lo definisce Terence McKenna. Il capo segreto dei terapeuti psichedelici clandestini americani.

L’elenco sarebbe infinito, dei terapeuti selvaggi.

Che, se la psichiatria – arte di curare l’anima, che grande sciocchezza in quest’etimo: tu, misero psichiatra, pretendi di curare l’anima? Suvvia – ha ancora un po’ di senso è perché, ogni tanto, uno di questi terapeuti radicali e selvaggi ha messo piede nella casa della psichiatria. Per cambiarla – ristrutturarla – o per distruggerla.

Ma il più selvaggio di tutti i terapeuti selvaggi che hanno provato a inselvaticare la psichiatria – o la psicoterapia; insomma, la pratica di curare gli umani – è Guillermo Bojra. Ciò non significa che abbia fatto tutto bene e solo il buono, nei 44 anni che gli è stato concesso di vivere.

La locura lo cura, titolo del suo libro, editato da Spazio Interiore, potremmo eleggerlo a suo motto. O, anche, medico poeta y loco de todo tenemos un poco.

È stato un uomo brutale con tutti e soprattutto con se stesso, ciò che scrive Cèline di Ignàc Semmelweis – altro terapeuta selvaggio che non viene creduto nella sua scoperta della causa della sepsi puerpuerale e finisce i suoi giorni in manicomio – sembra attagliarsi bene a Guillermo Borja.

Così lo definisce Claudio Naranjo – che Borja aveva eletto a suo maestro. E sì perché Guillermo Borja, terapeuta che va in prigione perché cura con le piante visionarie, aveva avuto vari maestri, tutti altrettanto selvaggi. A cominciare da Maria Sabina, la sabia mazateca che curava coi teonanancàtl – la carne di Dio – e se non era selvaggia lei, illetterata che nemmeno lo spagnolo parlava. Ma sapeva leggere il libro dove tutto è scritto e sapeva parlare a tu per tu con gli Esseri speciali. Dopo di lei ebbe come maestro Salvador Roquet, altro terapeuta messicano selvaggio, che anticipa Borja finendo in prigione, perché un medico non può curare coi funghi. Ebbe come maestro anche uno sciamano huichol di nome Oswaldo. Finché viene arrestato, nel 1990, perché da anni celebrava, con un’indigena huichol, cerimonie peyotere nel deserto messicano.

È severo Naranjo nei confronti di Borja. Lo definisce una sorta di Rasputin capace di curare perfino col sesso. Sì. Il gran tabù di psichiatri e psicanalisti per Borja non era un tabù. Come Rasputin – scrive Naranjo – Borja era al tempo stesso persona benintenzionata e grande guaritore, ma anche tipo promiscuo e gran manipolatore, capace di violente esplosioni di rabbia. Finisce in carcere giusto in tempo – scrive Naranjo – per salvarsi. Pochi giorni dopo la diagnosi di sieropositività al virus Hiv. Sembra, il carcere, l’opportunità che gli viene data per curarsi. Per diventare più umano. La vita – osserva Naranjo – lo stava punendo per le sue azioni recenti, ma al tempo stesso gli offre la possibilità di riabilitarsi, lavorare su di sé.

Lì accade un’opportunità incredibile, una disgrazia necessaria come nemmeno Basaglia aveva avuto. Basaglia finisce in manicomio, d’accordo, un manicomio – quello di Gorizia – con 600 internati. E lui si ingegna per liberarli. Ma è pur sempre il direttore del manicomio. E li libera. E distrugge il manicomio. Prima Gorizia poi un manicomio ancora più grande, il doppio, 1200 internati. Tutti liberati. Eliminati 76 manicomi in Italia. E dopo muore.

Borja non è direttore del carcere ma un detenuto tra i detenuti. E la vicedirettrice lo informa di un settore del carcere, un edificio abbandonato con “settantadue psicotici nudi e pieni di infezioni su tutto il corpo”. Non ricevevano farmaci e “i medici neanche ci mettevano piede, l’équipe di psicologia aveva paura ed era il padiglione con il più alto tasso di violenze, suicidi e morti”. Senza acqua, le pareti coperte di feci. Una sorta di piccolo manicomio medievale dentro il carcere, dove settantadue psicotici vegetano tra merda e piscio, subendo le violenze degli altri detenuti, quelli sani. La vicedirettrice gli fa questa strana proposta. Occupati di quelle anime perse. Impiega un mese, Borja, per vincere la paura di quelli, non avevano più niente di umano, un mese per entrare nel padiglione dei sudici violenti catatonici disumani. E, senza farmaci senza fasce e senza infermieri si inventa la cura.

La cura. Qui entriamo nel tema – mai risolto – di cosa sia terapia. In cosa consista, di preciso, la terapia psichica. Sono i farmaci e le parole? Il binomio a cui si affida la moderna cura psichica? O è anche altro?

Una volta entrato la paura principale è di essere ucciso. Non c’era alcuna psicoterapia da fare, la prima cosa fu lavarli e raparli. Macchinette per tagliare i capelli, eliminare i pidocchi. Poi vestirli. Taglia loro le unghie di piedi e mani. Sembra ripetere il gesto di Cristo di lavare i piedi agli apostoli.

Arruola stupratori e assassini dagli altri settori per farne la sua equipe multiprofessionale. Sceglie i peggiori, coloro che avevano sperimentato l’abisso. Avvia un orto. Crea un allevamento di polli e anatre che, insieme a cani e gatti, diventano co-terapeuti. Certi animali adottano certi psicotici. Il catatonico affetto da violenza estrema dopo un mese smette di scalciare il gatto e gli dice ti voglio bene. Quei cuccioli facevano più miracoli degli psichiatri e degli psicologi (che continuavano a non entrare in quel padiglione). Fabbricano manufatti artigianali che vendono. Diventa una comunità quasi autosufficiente. Quel posto diventa il più bello dell’ospedale.

Lo psichiatra del carcere, all’inizio scettico e supponente – “ero un criminale, come potevo insegnargli io?” scrive Borja – pian piano inizia a mettersi in gioco. Borja gli suggerisce delle letture, Il regno della felicità di Krishnamurti, per esempio. Infine, lo psichiatra del carcere diventa il suo assistente, il suo allievo, il suo paziente.

La locura lo cura, dunque, è il suo manifesto. Ecco alcuni punti chiave.

  1. Il terapeuta è una persona, come lo è il paziente. Per sapere cosa accade al paziente il terapeuta deve essere stato paziente. Per sapere l’abisso dove abita il paziente il terapeuta deve essere stato in quell’abisso.
  2. I terapeuti per lo più non hanno il coraggio di dubitare di sé e perdere il controllo; pertanto, di fronte alla possibilità di naufragare e essere catalogati con le stesse etichette diagnostiche che essi adoperano, preferiscono non rischiare, restando sulle “sponde della malattia”, di qua, l’unico territorio che conoscono.
  3. “La psicoterapia profonda insegna al paziente un nuovo stile di vita”. Chi se ne frega della ricerca della salute, l’obiettivo è “trasformare il proprio cammino nella meta finale”. “Non possiamo accontentarci di essere persone funzionali” o educate.
  4. “Il vero terapeuta invita il paziente a rinascere”.
  5. Ci sono terapeuti che sono convinti di essere portatori della bandiera della salute, e che sia loro responsabilità guarire gli altri”. “Questi terapeuti, invece di riconoscere che, semplicemente, non sanno, passano la loro vita a spiegare”. “Non possono né tacere né accettare la loro ignoranza”. Ecco, qui Borja radicalizza l’epochè di Husserl già adottato da Basaglia. Li vedete, vero? Vi vengono in mente adesso, uno per uno, i terapeuti più o meno noti che discettano su tutto? Tutti gli chiedono tutto e loro rispondono a tutto, senza mai un dubbio, mai una volta sentirete un Recalcati o un Crepet o un Andreoli rispondere: E io che ne so?
  6. “La norma della vita è essere anormali”.
  7. “La terapia ufficiale è identificata con il potere di turno, poiché la sua egemonia dipende dalla non-salute. La cura profonda comporta una coscienza politica. Non si può parlare di benessere astenendosi dalla fraternità. Un essere cosciente è un essere olistico, preoccupato di difendere la natura, la prosperità, la terra, la vita, l’eredità di chi verrà dopo”. Quanti terapeuti conoscete che pensano o dicono ciò? Non è parte del problema il fatto che i terapeuti non concordino con ciò?
  8. “Il terapeuta che non ha svolto un lavoro personale è un robot, un malato in più, qualcuno incapace di portare il paziente da qualsiasi parte”. Ovviamente per lavoro personale Borja intende – essendo un terapeuta che ha lavorato sciamanicamente con piante e altri stati di coscienza – non certo farsi qualche anno di analisi o psicoterapia classica, ma lavorare davvero col dark side. E la quasi totalità dei terapeuti sono robot ignari dei propri stati di coscienza.
  9. “L’essenza della cura, nel lavoro con gli psicotici, è sapere che sono curabili, forse non come vorremmo noi, ma come vorrebbero loro”. Qui Borja radicalizza Jung e Minkowski. L’etica del sacrificio junghiana. Il terapeuta che con la sua prognosi invera la profezia. Il mago nero Kraepelin, che stabili l’inguaribilità di coloro che ricevono la diagnosi di dementia praecox (poi detta schizofrenia), ha fatto scuola. Gli psichiatri e gli psicoterapeuti a venire, perfino gli attuali terapeuti rinascimentalpsichedelici, sono nel solco di questa dicotomia kraepeliniana, e della prognosi di inguaribilità degli psicotici, ai quali non è riservato il tentativo, nemmeno compassionevole, della terapia psichedelica.

Fermiamoci qui. È più che sufficiente. Leggete il libro, a questo punto, se vi è venuta la curiosità. Dopo quattro anni, Borja esce dal carcere, per ricominciare, uomo nuovo, terapeuta selvaggio un po’ addomesticato. Aveva intenzione di mettere un cartello, sulla porta dello studio, con scritto: “Si accettano pazienti (purché come minimo assassini)”. Invece dopo quattro mesi muore. Capita così a questi psichiatri selvaggi, che portano a termine la propria impresa e muoiono. Basaglia muore due anni dopo la legge 180, con cui ci aveva liberato dal manicomio. Borja 4 mesi dopo che si era liberato del carcere.

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Controstoria della psichiatria dal manicomio alla psichedelia https://www.carmillaonline.com/2023/07/07/controstoria-della-psichiatria-dal-manicomio-alla-psichedelia/ Fri, 07 Jul 2023 20:00:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=78034 di Gioachino Toni

Piero Cipriano, Vita breve della psichiatria dal manicomio alla psichedelia. Storia di internamenti e antipsichiatria, pillole tristi e piante magiche, Luca Sossella Editore, 2023, pp. 206, € 12.00

Quella proposta da Piero Cipriano – «psichiatra, ovvero terapeuta moderno occidentale e scientifico, per così dire, almeno nel senso con cui si intende la scienza galileianamente», anarchico e basagliano –, è indubbiamente una storia della psichiatria singolare, una storia che, oltre a far dar di spalle ai suoi ambienti più reazionari, farà storcere il naso anche a qualche onesto basagliano che fatica [...]]]> di Gioachino Toni

Piero Cipriano, Vita breve della psichiatria dal manicomio alla psichedelia. Storia di internamenti e antipsichiatria, pillole tristi e piante magiche, Luca Sossella Editore, 2023, pp. 206, € 12.00

Quella proposta da Piero Cipriano – «psichiatra, ovvero terapeuta moderno occidentale e scientifico, per così dire, almeno nel senso con cui si intende la scienza galileianamente», anarchico e basagliano –, è indubbiamente una storia della psichiatria singolare, una storia che, oltre a far dar di spalle ai suoi ambienti più reazionari, farà storcere il naso anche a qualche onesto basagliano che fatica a fare i conti con la metamorfosi chimica che ha subito il manicomio e, soprattutto, con le potenzialità di quelle sostanze che possono espandere le coscienze anziché restringerle.

Al pantheon della psichiatria appartengono sicuramente Philippe Pinel, che inaugura il manicomio fisico, e Franco Basaglia, che lo chiude, ma Cipriano vi inserisce anche Timothy Leary che, pur non essendo psichiatra, ha di fatto lavorato ai presupposti per porre fine all’epopea della psichiatria. Questo ultimo inserimento basta a trasformare la storia della psichiatria proposta dall’autore in controstoria e un posto in questa spetterà, sostiene Cipriano, a chi saprà darle fine ricorrendo al pharmakon psichedelico.

La vita del manicomio concentrazionario prende il via, un secolo dopo l’editto francese che nel Seicento aveva concentrato presso il Grand Hôpital Géneral parigino tutti i devianti, con la distinzione e la separazione operata da Philippe Pinel tra fuorilegge, destinati al carcere, e folli, concentrati nell’ospedale psichiatrico. Tale epopea concentrazionaria si chiude con Basaglia che riesce a chiudere il manicomio di mura e sbarre separato dal resto della società.

Nel corso degli anni Sessanta – in un clima culturale segnato dalla pubblicazioni di opere come Storia della follia (1961) di Michel Foucault, Asylums (1961) di Erving Goffman, I dannati della terra (1961) di Frantz Fanon, Il mito della malattia mentale (1961) di Thomas Szasz; L’io diviso (1961) di Ronald Laing – Basaglia trova la forza per fare quello che né i padri nobili della psichiatria psicodinamica (Freud, Joung, Adler e Janet) né i fenomenologi (Jaspers, Minkowski, Binswanger ecc.) hanno mai fatto. Convintosi che una società civile debba saper accettare i diversi stati di coscienza, ordinari o extra ordinari che siano, giunge alla conclusione che le persone internate nei manicomi debbano essere al più presto restituite al mondo comune.

A partire dalla fine degli anni Sessanta Basaglia matura la convinzione che però non basta mettere in discussione i soggetti che compongono il manicomio (medico, infermiere e paziente): occorre cambiare la società che li ha rinchiusi affinché possa riaccoglierli a tutti gli effetti. Mosse dal convincimento che le cure (volontarie) debbano restare nelle società civile e non in luoghi separati, le battaglie portate avanti da Basaglia nel corso del decennio successivo ottengono la chiusura per legge del manicomio fisico ma palesano anche come, una volta riammessi in società, gli ex reclusi siano drammaticamente costretti a fare i conti con i bisogni primari comuni a ogni essere umano: relazioni, affetti, abitazione e autonomia economica. Pur percepita dal gruppo di Basaglia come un compromesso, la Legge 180 del 1978 rappresenta probabilmente il massimo ottenibile all’interno di quel contesto storico-culturale; per una riforma più radicale sarebbe servita una società più avanzata.

Al manicomio di mura e sbarre1 si è via via sostituito il manicomio chimico2 somministrato al paziente attraverso psicofarmaci grazie al sostegno di una “macchina diagnostica” che ha la sua bibbia nel Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders3.

Mentre la comunità medica già nella prima metà degli anni Cinquanta dispone di antibiotici, anestetici, antistaminici, antidiabetici, antiepilettici, sedativi ecc., gli psichiatri si sentono disarmati nell’affrontare la sofferenza mentale. È dalla frustrazione provata a causa dell’incapacità di ottenere terapie efficaci, dal desiderio di disporre di medicinali efficaci al pari del resto della comunità medica che prende il via l’era della psichiatria chimica.

La rimonta della psichiatria prende il via nel 1949, quando Hanri Laborir, dopo aver somministrato ai sui pazienti la prometazina (un antistaminico), nota la sua efficacia nell’alleviare il dolore. Ben presto viene sintetizzata la clorpromazina che, essendo capace di rallentare il sistema nervoso centrale, a partire dai primi anni Cinquanta, viene somministrata nei manicomi ai pazienti psicotici rendendoli atarassici. Nel giro di un decennio la psichiatria si è trovata a poter disporre di tre farmaci capaci di fronteggiare altrettante importanti dimensioni psicopatologiche: la clorpromazina, destinata ai malati aggressivi, maniacali e psicotici; il clordiazepossido, per gli ansiosi; l’iproniazide, per i depressi.

Il successo commerciale della clorpromazina ha accelerato la ricerca tanto che nel giro di poco tempo sono state sintetizzate le principali classi di neurolettici di prima generazione, poi sostituiti, negli anni Novanta, dai neurolettici di seconda generazione, gli antipsicotici atipici. I risultati della rivoluzione chimica dovrebbero però far riflettere sulla sua efficacia: a fronte dei 267.000 pazienti ricoverati nei manicomi statunitensi con diagnosi di schizofrenia nel 1955, agli albori dell’epopea psicofarmacologica, si è passati a 2.500.000 casi nel 2010. Il bacino a cui si sono indirizzati gli psicofarmaci si è allargato a dismisura dal momento che la macchina diagnostica si è fatta prendere dall’urgenza burocratica ed economica di considerare malattia qualunque disagio psichico con conseguente prescrizione farmacologica.

Mentre procedeva questa storia della psichiatria, passata dalle mura del manicomio fisico agli psicofarmaci neurolettici imposti dalla riscrittura farmaco-orientata dei manuali diagnostici, si è sviluppata anche un’altra storia, quella della psichedelia occidentale che può essere riassunta nella successione di tre fasi principali. Una “pionieristica”, che ha preso il via sin dai primi anni Quaranta, scandita dalle ricerche di personalità come Albert Hoffmann, Aldous Huxley e Timothy Leary, a cui la psichiatria dell’epoca ha, per un certo periodo, guardato con interesse. Un “medioevo”, derivato dalla messa al bando negli anni Settanta delle molecole psichedeliche, segnato dalla pratica clandestina di personaggi come Leo Zeff e dall’ostinata controinformazione portata avanti da Terence McKenna. Un “rinascimento” che, sull’onda delle ricerche di Rick Strassman, ha preso il via attorno al cambio di millennio grazie agli studi scientifici di Ronald Griffiths della Johns Hopkins University, David Nutt e Robin Carhart-Harris dell’Imperial College London, Stephen Ross, direttore dello Psychedelic Research Group alla New York University, e Charles Grob dell’Harbor-UCLA Medical Center in California4.

Humphry Osmond, Aldous Huxley e Stanislav Grof sono stati tra i primi occidentali a comprendere la valenza tanatodelica di certe molecole, cioè a capire che «far morire l’ego (non il corpo) è terapeutico». Un ruolo fondamentale nel far conoscere ad Hoffmann i funghi magici, da cui estrarrà il principio attivo alcaloide psilocibina, spetta alla sabia María Sabina che ha saputo anche denunciare quanto possano essere sbagliate e dannose le modalità con cui gli occidentali si rapportano con le “piante sacre”, o “maestre”. Lo stesso gruppo di ricercatori guidato da Griffiths, in apertura del nuovo millennio, facendo sobbalzare la comunità scientifica, ha sostenuto la centralità dell’elemento mistico nel processo di guarigione. Più cautamente l’equipe diretta da David Nutt e Robin Carhart-Harris, ha preferito parlare di «temporanea disattivazione di una rete neuronale detta DMN».

Delle potenzialità trasformative degli psichedelici per il genere umano erano convinti Osmond, Huxley, Grof e Leary, ma mentre i primi tre si muovono con una certa cautela, l’ultimo, incapace di mediazioni, ritiene si debba procedere a una diffusione repentina e generalizzata delle sostanze psichedeliche in modo che tutti ne possano beneficiare. Che le posizioni radicali di Leary abbiano inciso sulla messa al bando delle sostanze psichedeliche è più che probabile ma, più di lui, ricorda Cipriano, poté l’establishment statunitense intenzionato, sin dagli anni Cinquanta, a utilizzare la LSD come “arma chimica”.

Mentre negli anni Settanta le molecole psichedeliche sono costrette a inabissarsi – e le strade vengono letteralmente inondate di eroina e, poco dopo, di cocaina –, Basaglia «libera i corpi dalle gabbie murarie». Curiosamente nello stesso decennio vengono messi fuori legge tanto il «manicomio prigione dell’estasi», quanto le «molecole che agevolano l’estasi». «La casa (il manicomio) della psichiatria è distrutta: occorre riedificarne una nuova e la nuova casa della psichiatria si edificherà sui farmaci che – essendo più semplici, funzionali al controllo e antidoto della trascendenza – vinceranno la partita. E così la nuova casa della psichiatria si edifica su centinaia di casematte diagnostiche, caselle nosografiche, costruzioni nosologiche».

Alla fine della stagione psichedelica si aggiunge, con la morte di Basaglia nel 1980, la fine della della rivoluzione portata dalla psichiatria antistituzionale e ad occupare la scena ci pensa l’American Psychiatric Association con il suo sofisticato manicomio nosografico e molecolare fondato sul manuale diagnostico DSM e sugli psicofarmaci.

I “rinascimentali della psichedelia”, sostiene Cipriano, sembrano intenzionati a trattare con la terapia psichedelica i depressi, gli ossessivi, i traumatizzati, «insomma coloro che devono tornare al lavoro», abbandonando agli antipsicotici depot, oggi detti LAI, gli schizofrenici, i deliranti, i maniaci, cioè gli irrecuperabili.

Cipriano intreccia abilmente le diverse linee narrative evidenziando come in alcuni casi le storie procedano parallelamente e come, se si fossero incontrate, o se alcune di queste non fossero state interrotte, si sarebbe arrivati molto prima ove si potrebbe a breve arrivare: all’incontro di Franco Basaglia con Timothy Leary.

Nel caso in cui la psichedelia riesca a compiere la sua «rivoluzione scientifica e sgomini la psichiatria» indirizzando verso l’espansione della coscienza, anziché la sua restrizione, operando per il dissolvimento dell’ego, sostiene Cipriano, «non ci saranno più psichiatri distributori di pillole che impasticcano le persone con farmaci che loro non hanno assunto, fidandosi dei bugiardini delle case farmaceutiche; il nuovo terapeuta sarà più simile allo sciamano che non a Freud o a qualunque dei duecentomila psichiatri di oggi».

È probabile che la psichiatria, per non morire, faccia di tutto per espellere la medicina psichedelica da sé, costringendola alla clandestinità, a restare esoterica, misterica e fuori legge, ma, conclude Cipriano, forse è meglio che la psichedelia, sull’esempio di Leo Zeff, continui ancora per qualche tempo a operare fuori dai riflettori preparando le condizioni affinché la psichiatria muoia permettendo una cura di sé capace al contempo di curare il mondo.


  1. Cfr. Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale. Diario di uno psichiatra riluttante, elèuthera, Milano, 2013 [su Carmilla]

  2. Cfr. Piero Cipriano, Il manicomio chimico. Cronache di uno psichiatra riluttante, elèuthera, Milano, 2015 [su Carmilla]

  3. Cfr. Piero Cipriano, La società dei devianti. Depressi, schizoidi, suicidi, hikikomori, nichilisti, rom, migranti, cristi in croce e anormali d’ogni sorta (altre storie di psichiatria riluttante), elèuthera, Milano, 2016 [su Carmilla]

  4. Cfr. Piero Cipriano, Ayahuasca e Cura del Mondo, Politi Seganfreddo edizioni, Milano, 2023 [su Carmilla]

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Piero Cipriano: “Ayahuasca e Cura del Mondo”. Per una psicoterapia psichedelica https://www.carmillaonline.com/2023/04/26/piero-cipriano-ayahuasca-e-cura-del-mondo-per-una-psicoterapia-psichedelica/ Wed, 26 Apr 2023 20:00:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76726 di Gioacchino Toni

Piero Cipriano, Ayahuasca e Cura del Mondo, Politi Seganfreddo edizioni, Milano, 2023, pp. 173, € 15,00

«Ayahuasca significa viaggio tra mondi che uniscono mentale e reale in modo inedito. È possibile curare i disturbi psichiatrici con questa pianta e metodo ribaltando l’idea che sta alla base della psichiatria e psicanalisi attuale?» A porre tale interrogativo è Piero Cipriano, medico psichiatra e psicoterapeuta, di formazione cognitivista ed etnopsichiatrica, in servizio presso un SPDC di Roma dopo aver lavorato in diversi Dipartimenti di Salute Mentale sparsi per l’Italia, oltre che autore di [...]]]> di Gioacchino Toni

Piero Cipriano, Ayahuasca e Cura del Mondo, Politi Seganfreddo edizioni, Milano, 2023, pp. 173, € 15,00

«Ayahuasca significa viaggio tra mondi che uniscono mentale e reale in modo inedito. È possibile curare i disturbi psichiatrici con questa pianta e metodo ribaltando l’idea che sta alla base della psichiatria e psicanalisi attuale?» A porre tale interrogativo è Piero Cipriano, medico psichiatra e psicoterapeuta, di formazione cognitivista ed etnopsichiatrica, in servizio presso un SPDC di Roma dopo aver lavorato in diversi Dipartimenti di Salute Mentale sparsi per l’Italia, oltre che autore di numerosi saggi. L’interesse di Cipriano nei confronti della bevanda ayahuasca e altre piante nasce dalla necessità di individuare rimedi efficaci per i disturbi psicopatologici con cui ha a che fare quotidianamente per lavoro.

In apertura di libro l’autore tratteggia il diffondersi in Brasile di culti sincretici basati sull’assunzione della bevanda ayahuasca, rituale a cui le popolazioni amazzoniche fanno ricorso probabilmente da millenni. Tra i culti diffusisi in tempi recenti in ambito brasiliano viene fatto riferimento al Santo Daime, fondato in apertura degli anni trenta del Novecento dal seringueiro Raiumundo Irineu Serra, alla Borquinha, culto nato alcuni lustri dopo ad opera del suo discepolo Daniel Pereira, alla União do Vegetal (UDV), culto fondato da José Gabriel da Costa ad inizio degli anni Sessanta. Se quest’ultimo è attualmente il culto più diffuso nelle città brasiliane, è stato il Santo Daime ad aver fatto conoscere la bevanda ayahuasca agli occidentali nordamericani ed europei.

Mentre negli anni Ottanta tali culti raggiungono gli occidentali, in Amazzonia la pratica di sciamano (curandero, ayahuasquero, vegetalista…) è sempre meno praticata. Le cose cambiano nel corso del decennio successivo, quando l’arrivo in terra amazzonica di occidentali interessati all’esperienza psichedelica trasforma il mestiere dello sciamano da pratica povera a lavoro ben retribuito, dando vita così al fenomeno del neo-sciamanesimo che coinvolge anche messicani, andini, pellerossa, allargando l’esperienza a funghi psichedelici, Peyote, San Pedro, Bufo Alvarius, Dmt fumata ecc. Come facilmente prevedibile, l’improvvisa richiesta di sciamani determinata dalla presenza occidentale, che in apertura del nuovo millennio si fa davvero cospicua, determina anche casi di curanderi improvvisati e inaffidabili.

Cipriano ricostruisce dunque come, con qualche millennio di ritardo, le esperienze psichedeliche arrivino anche sul fronte occidentale; grazie ad Albert Hofmann nel 1943 l’Lsd inaugura un paio di decenni di ricerche e sperimentazioni sugli psichedelici a cui la psichiatria dell’epoca ha guardato con interesse vedendo in essi degli psicofarmaci efficaci. Negli anni Sessanta, grazie a Stephen Szára, inizia a farsi strada un’altra molecola psichedelica, la Dmt, dunque è la volta della 5-Meo-Dmt, estratta dalle parotidi del Bufo Alvarius, un rospo del deserto messicano.

Oltre a Lsd, Dmt, 5-Meo-Dmt, mescalina, Peyote/San Pedro, psicocibina o fungo magico, salvinorina A della Salvia divinorum, ibogaina della Tabernanthe iboga e muscimolo dell’Amanita muscaria, iniziano a circolare molecole sintetiche come Ketamina, Mdma, Mda e 2CB.

L’uscita di queste molecole dall’ambito laboratoriale, e l’uso che ne è stato fatto da parte di terapeuti particolarmente eterodossi, ha condotto tali sostanze a una repentina perdita di credibilità dal punto di vista farmacologico tanto da venire rubricate come droghe con relativa messa fuori legge. Il fatto è che, ricorda Cipriano, tutte queste sostanze finirono per spaventano il potere; iniziarono ad essere viste non tanto come sostanze utili per curare depressi, ansiosi, psicotici o dipendenti da sostanze, ma come sostanze che, dissolvendo l’ego che separa il sé dal non sè, indirizzano all’empatia, avrebbero potuto “cambiare il mondo”, “trasformare l’umanità” mandando in frantumi i capisaldi del sistema sociale, politico ed economico egemone.

Timothy Leary, intenzionato a sottrarre queste sostanze psichedeliche prodigiose a una nicchia di privilegiati, ne auspicava una diffusione generalizzata, vedendo in esse “un dono della natura” di cui tutti avrebbero dovuto beneficiare dando così luogo a una trasformazione positiva dell’umanità. Gli Stati Uniti ne decretarono la messa al bando, immediatamente seguiti dalle altre nazioni. Del soffocamento sul finire degli anni Sessanta di questa “epopea psichedelica” tratta Robert Anton Wilson (RAW), uno dei suoi “protagonisti”, nel libro Sex, Drugs & Magik, uscito nel 1973.

Così, a partire dagli anni Settanta, con la loro messa la bando, l’uso di tali molecole finì per essere portato avanti rigorosamente in ambito underground da parte di terapeuti, come Leo Zeff, operanti in clandestinità. Soltanto a ridosso del cambio di millennio ricomparvero studi scientifici condotti alla luce del sole.

Nel corso degli anni Novanta, in anticipo rispetto al cosiddetto “rinascimento psichedelico”, lo psichiatra statunitense Rick Strassman presentò il primo studio in cui si individuava nella molecola Dmt la responsabile delle visioni determinate dalla ayahuasca. Sin dall’inizio del decennio Strassman ipotizza che l’epifisi in particolari situazioni produca quantità di Dmt in grado di dare effetti psichedelici e che lo stato di coscienza definito psicosi sia uno stato psichedelico endogeno determinato da un eccesso di produzione di Dmt. Lo studioso ipotizza che il cervello funzioni di fatto come un ricevitore captante la realtà e che, assumendo Dmt, cambi la captazione del segnale. A bassi dosaggi si avrebbero cambiamenti semplici (intuizioni, ricordi, visioni personali…) in grado di mettere meglio a fuco il segnale, mentre ad alti dosaggi si otterrebbe l’accesso ad “altri mondi” che sembrerebbero non far parte né dell’inconscio individuale, né di quello collettivo.

Paragonando il tutto a un televisione, non si sarebbe più di fronte a un “miglioramento di nitidezza”, ma ad un vero e proprio “cambio di canale”. La giusta quantità di Dmt secreta dalla ghiandola pineale manterrebbe l’essere umano sintonizzato sulla realtà, mentre un eccesso di Dmt endogena lo sintonizzerebbe sua altri piani. Non sapendo come altro fare, per riportare gli individui sul “canale normale” lo psichiatra prescrive antipsicotici che però, se assunti per tempi prolungati, finiscono per “restringere la coscienza”, “sbiadire la percezione della realtà” di queste persone, condannandole alla limitatezza e al grigiore.

Strassman comprende inoltre che il setting ed il set degli esperimenti scientifici – ben diverso dal contesto sciamanico – ne inquina la ricerca e di ciò, suggerisce Cipriano, occorrerà tener conto se mai si deciderà di ricorrere a sostanze psichedeliche in ambito psichiatrico: che non si pensi di potersela cavare somministrando tali sostanze con lo stresso distacco con cui si somministrano pasticchine tradizionali. Insieme alle sostanze dovrà cambiare lo stesso psichiatra se si vuole che queste risultino efficaci sui pazienti. Occorrerà che la figura dello psichiatra che somministra sostanze psichedeliche si faccia un po’ curandero, che sappia instaurare con il paziente e con le sostanze un’adeguata relazione.

Dunque, ricapitolando, per quanto riguarda la psichedelia occidentale si può parlare di una sua fase pionieristica (coincidente con l’epopea di Albert Hoffmann, Aldous Huxley e Timothy Leary), seguita da una sorta di “medioevo psichedelico”, in cui personaggi come Leo Zeff operano praticamente in clandestinità o altri, come Terence McKenna, continuano ad alimentare la controinformazione psichedelica, per poi giungere a quello che è stato definito il “rinascimento psichedelico” che, sull’onda degli studi di Rick Strassman, ha preso il via con il cambio di millennio grazie agli studi scientifici di personalità come Ronald Griffiths della Johns Hopkins University, David Nutt e Robin Carhart-Harris dell’Imperial College London, Stephen Ross – direttore dello Psychedelic Research Group alla New York University – e Charles Grob dell’Harbor-UCLA Medical Center in California.

Secondo Cipriano sono ormai maturi i tempi per fare i conti con i limiti storici di Basaglia che, pur di tirare fuori i poveri cristi dalle mura manicomiali non poteva che ricorrere ai farmaci disponibili. Nel frattempo, però, alle fasce di contenzione si sono sostituiti i farmaci di contenzione e il manicomio si è fatto chimico, a cielo aperto, a base di psicofarmaci, antipsicotici, antiepilettici e così via. Una serie di sostanze che a lungo termine non possono che restringere le coscienze.

I limiti di tanti “basagliani” è forse quello di non voler prendere atto della trasformazione subita dal manicomio; è contro il manicomio contemporaneo che occorrerebbe battersi oggi non accontentandosi di ribadire la brutalità di quello del passato, anche se quest’ultimo, di tanto in tanto, fa comunque capolino pur sotto altri nomi.

Occorre provare ad andare oltre Basaglia e, soprattutto, sostiene Cipriano, oltre i “basagliani”. «Ora bisogna levare i farmaci che cortano le coscienze e imparare a maneggiare le sostanze che possono espanderle. Sostanze di cui talvolta gli esperti non siamo noi, scienziati o medici, ma gli sciamani selvaggi rimasti fuori dalla scienza».

Pur in mancanza di uno studio scientifico che spieghi cosa sia la depressione, quali ne siano le cause e persino i motivi per cui possa definirsi una malattia, stando ai dati dell’OMS, questa sarebbe la seconda malattia più diffusa al mondo (la prima tra chi ha tra i 15 ed i 44 anni). Distinguendo tra tristezza cum causa e tristezza sine causa (la sola da ritenersi patologica), Ippocrate differenziava una malinconia esogena (con causa) da una endogena (priva di causa). Tale millenaria separazione viene di fatto cancellata dal Diagnostic and Statistical Manual of mental disorders nella sua edizione del 1980 (DSM-III), la “bibbia diagnostica” degli psichiatri stilata dall’American Psychiatric Association (la prima edizione del manuale risale agli anni Sessanta).

Da allora le diverse edizioni del DSM che si sono succedute hanno via via trasformato in depressione ogni forma di tristezza e di stanchezza superiore alle due settimane, ponendo fine alla distinzione millenaria tra malinconia endogena e tristezza esogena, dunque trasformando la depressione da patologia rara in pandemia. Basti pensare che ora si è considerati depressi se per un periodo di almeno due settimane si palesano almeno cinque sintomi tra: umore depresso; diminuzione di interesse o piacere; perdita o aumento di peso; diminuzione o aumento dell’appetito; insonnia o iperinsonnia; agitazione o rallentamento psicomotorio; affaticamento o perdita di energia; sentimenti di autosvalutazione o colpa; diminuzione della capacità di pensare o concentrarsi; pensieri di morte o di suicidio.

È facilmente intuibile come nell’attuale società della prestazione i casi di depressione conteggiati siano così elevati. Qualche decennio di chimica antidepressiva e una riscrittura farmaco-orientata dei manuali diagnostici hanno condotto a una vera e propria pandemia di depressi, tanto che ai nostri giorni se ne stimano 400 milioni, a cui si aggiungono 60 milioni di bipolari, in cui la tristezza si alterna all’eccitamento dell’umore.

Con la diffusione degli antidepressivi, da fenomeno raro in epoca pre-psicofarmacologica, il disturbo bipolare diviene la seconda patologia psichica più diffusa. Non a caso le case farmaceutiche hanno negli antidepressivi la fonte maggiore di profitto. Gli antidepressivi e antipsicotici di nuova generazione di cui i colossi farmaceutici hanno inondato il mercato delle sofferenze a partire dagli anni Ottanta, dopo diversi decenni di utilizzo hanno mostrato i loro limiti.

Oggi, dopo che Ssri e antipsicotici di nuova generazione hanno avuto trent’anni per misurarsi, per mostrare la loro non dico inefficacia (non sarei onesto) ma la loro non risolutività, spero che anche gli psichiatri più timidi e gli psicoterapeuti più tradizionali saranno pronti ad affrontare la sfida, quella di una terapia che saprebbe mettere d’accordo l’annoso conflitto tra pillole e parole, tra trattamenti biologici e trattamenti psicologici. Sarebbe il tipo di terapia che praticava Stanislav Grof o che ha praticato in clandestinità l’eroico Leo Zeff, una terapia breve, di poche sedute ma decisamente trasformativa.
Riconosco che questo modello, diciamo di psicoterapia psichedelica, è un rischio sia per lo psichiatria che per lo psicoterapeuta tradizionale, perché una terapia dove lo scopo è procurare un’esperienza mistica o estatica appare decisamente poco scientifica e molto sciamanica, e potrebbe rappresentare davvero una sorta di cavallo di troia introdotto nella pratica medica e psicologica. Questo potrebbe minare alle fondamenta i protocolli scientifici, contaminare di sciamanesimo la medicina, innescare una mutazione, un’inversione di marcia non solo della psichiatria ma dell’intera medicina.

Certo, nel contesto ad egemonia capitalista in cui viene a darsi questo “rinascimento psichedelico” non manca il rischio che i colossi farmaceutici inglobino le molecole psichedeliche, tolgano loro visionarietà addomesticandone l’effetto, le riducano a semplici farmaci anziché tecnologie capaci di cambiare coscienze e società. Nonostante questo rischio, sostiene Cipriano, le frontiere tra misticismo e cura psichiatrica, tra psichedelici e psicofarmaci sembrerebbero ai giorni nostri vacillare come mai è accaduto prima, tanto da poter ipotizzare la possibilità della cura Ayahuasca.

Non sarebbe però sufficiente sostituire farmaci che espandono la coscienza a quelli che la contraggono; occorrere anche una nuova generazione di terapeuti disposti a imparare come gestire gli stati di coscienza espansi, disposta a farsi «insegnare il segreto dai signori del limite, dalle guide della soglia, imparando dunque a conoscere le molecole psichedeliche». L’ultima parte del volume è dunque dedicata a come si possa intraprendere una sorta di viaggio iniziatico, sciamanico di cura dei disturbi psichici.

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Da Franco Basaglia a Cecco Bellosi. Inventare comunità radicali https://www.carmillaonline.com/2022/11/14/da-franco-basaglia-a-cecco-bellosi-inventare-comunita-radicali/ Mon, 14 Nov 2022 21:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=74720 di Piero Cipriano

L’orlo del bosco. La cura delle dipendenze tra catene e libertà (DeriveApprodi 2022) è la storia di un’impresa comunitaria radicale.

Iniziando a scrivere la prefazione, mi sono chiesto che c’è di affine tra Cecco Bellosi e me. Che c’è in comune tra un marxista rivoluzionario che ha trascorso diversi anni in carcere e un anarchico (ormai possiamo dirlo) pacifista tolstojano che ha trascorso molti anni dentro i succedanei dei manicomi. Di sicuro entrambi ci siamo ritrovati, rispecchiati, nelle parole di Franco Basaglia, in particolare queste: «Noi vogliamo essere psichiatri, ma [...]]]> di Piero Cipriano

L’orlo del bosco. La cura delle dipendenze tra catene e libertà (DeriveApprodi 2022) è la storia di un’impresa comunitaria radicale.

Iniziando a scrivere la prefazione, mi sono chiesto che c’è di affine tra Cecco Bellosi e me. Che c’è in comune tra un marxista rivoluzionario che ha trascorso diversi anni in carcere e un anarchico (ormai possiamo dirlo) pacifista tolstojano che ha trascorso molti anni dentro i succedanei dei manicomi. Di sicuro entrambi ci siamo ritrovati, rispecchiati, nelle parole di Franco Basaglia, in particolare queste: «Noi vogliamo essere psichiatri, ma vogliamo essere soprattutto persone impegnate, dei militanti. O meglio, vogliamo trasformare, cambiare il mondo attraverso la miseria dei nostri pazienti che sono parte della miseria del mondo. Quando diciamo no al manicomio diciamo no alla miseria del mondo». Ecco, diciamo che ci siamo fatti carico, in modi diversi, di una parte della miseria del mondo. Questo ci accomuna. Scorro i capitoli del libro una seconda volta dopo averlo letto una prima volta. Secondo capitolo. Non legare nessuno, mai. Terzo capitolo. Catene da spezzare. Cecco mi cita spesso. Dice Cipriano sostiene che se qualcuno con il camice bianco lo legasse a un letto di contenzione, si scolpirebbe in testa la sua faccia e, una volta tornato in libertà, lo andrebbe a cercare. Rileggendo questa cosa che ho scritto una decina di anni fa in “La fabbrica della cura mentale”, e che avevo dimenticato di aver scritto, ho ripensato all’odioso libro di Milone, questo psichiatra genovese ormai in pensione che ha pubblicato un libro miserabile sull’arte di legare le persone, pensavo a questo psichiatra, che rappresenta nel mondo della psichiatria forse l’archetipo opposto al mio, e ho iniziato a canticchiare la canzone di Franco Battiato: «E ti vengo a cercare, con la scusa di vederti o parlare…». E sì, se fossi stato legato al letto da uno come Milone sarei di sicuro andato a cercarlo.

È così: non sopporto chi lega le persone, anche se non sono mai stato legato. Cecco pure non sopporta chi lega, però lui l’ha provata sulla sua persona, la cosiddetta contenzione meccanica. Era il 1984, i detenuti politici erano soffocati dalle restrizioni delle carceri speciali, l’articolo 90 dell’ordinamento penitenziario rendeva la loro prigionia ancora più dura. Il primo marzo del 1984 alcuni detenuti dei bracci di massima sicurezza di alcune carceri italiane iniziano uno sciopero della fame. In pochi giorni diventano un migliaio i prigionieri scioperanti. Dopo un mese, Cecco ha trenta chili di meno. Viene ricoverato al San Camillo di Roma, ammanettato al letto, con la minaccia di essere alimentato forzatamente. La contenzione, sia meccanica (come si dice quando sei immobilizzato al letto), sia ambientale (come si dice quando sei in un posto da cui non puoi uscire), la conosce. Dunque, lo sa di cosa si parla.

Quando esce dal carcere, evidentemente gli viene naturale occuparsi di tutti quei miserabili che finiscono in prigione o in manicomio. Michel Foucault, d’altra parte, insegna che prigione e manicomio sono quasi la stessa cosa, stessa matrice, che prima dell’invenzione del manicomio (in Francia) c’era il Gran Hospital General di Parigi che accoglieva tutti i devianti. Ecco, se andiamo a leggere l’editto francese del 1676, l’elenco dei devianti che bisognava ammassare nel gran contenitore indifferenziato della devianza, i non produttivi, quelli che per la nascente borghesia erano inutili (“Alcolizzati, libertini, donne facili di costumi, senza dimora, mentecatti, vagabondi, nullatenenti, disoccupati, sfaccendati, delinquenti, individui politicamente sospetti, eretici, ovviamente i pazzi, gli idioti, gli stravaganti, e le mogli odiate e le figlie disonorate e gli sperperatori dei patrimoni…”), troviamo la rassegna degli esseri umani di cui il Gabbiano si è preso cura e fatto carico, negli ultimi trent’anni.

Affinità e divergenze tra il compagno Cecco e me, mi viene da dire, a questo punto, parafrasando una canzone dei CCCP. Vorrei procedere, in questa prefazione, un po’ così, un po’ come lui ha scritto questo libro, in modo non metodico. Il nostro stile di scrittura, d’altra parte, è simile, entrambi adoperiamo la forma del saggio (molto) narrativo, con continui inserti diaristici, o di autofiction, come si dice.

Vari tipi di naufraghi approdano alle comunità del Gabbiano. Vari naufragi esistenziali trovano porto in queste isole del Gabbiano. Persone senza dimora, escluse, per lo più fuoriuscite dalle prigioni, che non trovano una casa o una famiglia ad attenderle. Sofferenti mentali e tossicomani, soprattutto eroinomani o alcolisti. Ma anche i cocainomani che, d’altra parte, nemmeno si considerano tossici, persone dall’io ipertrofico. E i malati di AIDS. E gli internati degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari oggi diventati REMS. Al Gabbiano nessuna delle figurine della devianza manca. Vuoi un rom c’è, un transgender c’è, un fascistello c’è, un domatore di leoni c’è, un comico fallito pure, sembra quasi il tendone del circo di Freaks Out, il film visionario di Gabriele Mainetti.

Perché – mi domando adesso – Cecco si dedica, tra i vari devianti, in particolare ai tossicomani? Lo dice, a un certo punto del libro, che le droghe lui non le ha mai frequentate, perché era persuaso che fossero «un’arma di distruzione di massa del movimento di rivolta che scuoteva il mondo», negli anni Settanta. Movimento di cui lui è stato parte molto attiva. L’idea che l’inondazione di eroina fosse stata programmata – scrive – «non era solo paranoia». L’introduzione nelle piazze dell’eroina, la grande distruttrice di cervelli e di corpi e di vite umane, è stata un’arma per distruggere il movimento. «Il grande anestetico contro una generazione insopportabilmente sovversiva», la sua. L’operazione, ripercorrendo rapidamente la storia delle droghe degli anni Settanta, è chiarissima. Si chiude il rubinetto per le molecole psichedeliche, considerate le droghe che bruciano il cervello (sono droghe che espandono la coscienza, se mai, tant’è che in questi anni, con quaranta di ritardo, sono ricominciate le ricerche e le terapie psichedeliche) e si apre il rubinetto per le droghe, l’eroina e la cocaina, esse sì dello spegnimento psichico e dell’euforia senza scopo. Anche la cannabis – scrive Cecco – vissuta come «non ostile al movimento», lui non la digeriva, e “faceva di ogni erba un fascio” e perciò caccia via i compagni dalla sede di Potere Operaio comasca solo perché “si facevano le canne”.

Invece ora al Gabbiano – che contrappasso! – gli ospiti lavorano la cannabis legale, quella contenente il solo cannabidiolo, senza Thc. Rilassante, non euforizzante. Alcuni mesi fa ero lì a supervisionare la variegata umanità che trova approdo in quelle comunità, il mandato, ricevuto dal Gabbiano, coerentemente con la nostra guerra al manicomio chimico, era di alleggerire il carico di psicofarmaci a ognuno di loro. Sentivo un odore di cannabis salire dal piano di sotto. Mi portano giù a vedere. Il laboratorio dove gli ospiti lavorano le infiorescenze delle piante. Evidentemente Cecco non fa più di ogni erba un fascio.
Sono contento.

Ma torniamo ai naufraghi del Gabbiano. Perché Cecco ha questo rispetto, questa gentilezza verso i matti e i carcerati? Mentre scrivo è l’11 marzo 2022. Basaglia fa 98 anni. Scrivo “fa”, non “avrebbe fatto”, perché in realtà è morto ma è ancora molto vivo, sono 98 anni, i suoi, portati benissimo, le sue idee, la sua prassi da cui nascono le sue idee (non il contrario), non sono invecchiate per niente, anzi. Riflettendoci, rispetto ai due poli concentrazionari foucaultiani carcere-manicomio, sembra che Cecco Bellosi abbia compiuto un percorso inverso rispetto a quello di Franco Basaglia. Basaglia a vent’anni, nel 1944, si fa alcuni mesi di carcere per attività partigiana, lì conosce l’odore di urina e merda dei buglioli, lo stesso odore lo incontra qualche anno dopo, il 16 novembre 1961, quando entra, a trentasette anni, per la prima volta in un manicomio, quello di Gorizia, come direttore. Lo stesso odore. Seguiamo l’odore. Follow the smell. Nello stesso anno, stesso giorno probabilmente (dobbiamo forzare le sincronicità immaginifiche, se no che gusto c’è) Cecco va a trovare suo zio internato al San Martino di Como. Ha tredici anni, mettiamo, e sente la stessa puzza di urina e merda che, quattrocento chilometri a est, al confine con la Jugoslavia, nello stesso momento, assale l’olfatto dello psichiatra bombarolo. Che in nemmeno venti anni avrebbe deflagrato i manicomi. Basaglia prova prima il carcere e dopo il manicomio, sente prima la puzza di urina e merda che proviene dal carcere e si rende conto che è la stessa del manicomio, Cecco Bellosi la prova prima in manicomio e dopo in carcere.

Basaglia fa fuori il manicomio quello classico, foucaultiano concentrazionario, per capirci, ma i manicomi, che sono proteiformi, si ricreano in migliaia di caravanserragli più piccoli e in altre entità, talmente piccole che se non sei uno psichiatra critico nemmeno le riconosci: gli psicofarmaci. Gli psicofarmaci, quando assunti copiosamente e per sempre, sono una trappola chimica, quintessenza del manicomio. E Cecco, quel manicomio, chimico, appunto, se l’è ritrovato nelle comunità del Gabbiano: i fuoriusciti dal carcere ormai sono tutti sotto psicofarmaci, il carcere è un micidiale luogo di innesco di dipendenze psicofarmacologiche. Gli OPG/REMS, uguale. Il Gabbiano è, dunque, anche il luogo dove provare a rompere, tra gli altri manicomi, quello più subdolo: il manicomio chimico.

Ci sarebbe anche la parcellizzazione infinita della sofferenza mentale nosografata dall’ossessivissimo DSM-5 di provenienza statunitense (redatto ogni tot anni dall’American Psychiatric Association). Di questo manicomio, pure, racconta Cecco che, in barba alle centinaia di diagnosi del manuale ossessivissimo americano, preferisce dividere il consorzio dei suoi naufraghi in base al – direbbe Eugène Minkowski – gefül, al sentimento: «Ci sono quelli che senti e quelli che non riesci a sentire», «con i primi puoi sempre dialogare, anche nel delirio; con gli altri, quelli in cui non riesci a penetrare la nebbia, è maledettamente difficile».

Ma torniamo ai tossici. Nel senso di eroinomani o cocainomani pesanti, quelli che fumano il crack per capirci. Costoro fanno uno strano percorso di autoesclusione dal consorzio umano, civile. Escono dal mondo comune e come fanno, per altre strade (senza sostanze esogene, intendo), gli schizofrenici, si infilano in un mondo proprio. Dal koinos kosmos all’idios kosmos. Senza ritorno. A Rogoredo c’è un bosco. Il bosco-selva di questi sciamani falliti e senza speranza, i tossici. Ora: i servizi sia di salute mentale che per tossicodipendenti, sia pubblici che privati, possono essere di due tipi: quelli che aspettano al varco e quelli che vanno incontro.

Per esempio: in moltissimi luoghi, a sud Italia, nel centro, nel nord, isole, i Centri di Salute Mentale, o i SerD, aspettano. Non fanno domiciliari quasi mai. Non hanno le risorse, le energie, la voglia. Aspettano. In pochi luoghi, Trieste in testa, il servizio, nella persona dell’operatore di salute mentale, sia esso psichiatra psicologo infermiere riabilitatore educatore eccetera, va verso il naufrago. Non aspetta, al porto, che il naufrago arrivi, alla deriva, vivo o morto. Ma va in mare aperto, a cercarlo.

Quelli del Gabbiano, a un certo punto, sono entrati nel bosco di Rogoredo. Hanno perfino organizzato alcuni eventi del festival letterario Book Pride nel bosco della droga. Controintuitivo, no? Altro che erigere un muro, come proponeva il presidente del Municipio. Meglio un ponte. Hanno cominciato, gli operatori del Gabbiano, insieme ad altri, a entrare nel bosco della droga a portare, tre volte a settimane, il cibo al popolo del bosco della droga. Esserci. Presenza. Siamo qui. Nel 2019 duecento persone hanno chiesto di uscire dal bosco. Alcuni sono rientrati nel bosco altri mai più. Alcuni sono passati dal bosco alla comunità. Se Maometto (il tossico del bosco) non va alla Montagna (il servizio) è la Montagna (il Gabbiano in questo caso) che va nel bosco.

È così va a finire che Cecco, il marxista Cecco, si guadagna perfino l’appellativo di Don Cecco. Non poteva – pensavano – che essere un prete, uno così. Un prete singolare, come Don Gallo, certo.
Divertente.

Una ricerca suddivide le comunità terapeutiche in tre categorie. La prima è quella che si basa sul padre carismatico. Il modello di questo tipo è San Patrignano. Muccioli è il guru. Ripenso alla docufiction di Netflix “SanPa”, su San Patrignano. Faccio una digressione, a questo punto, perché l’impressione è che davvero le comunità del Gabbiano siano collocate, in tutti i sensi, al polo opposto del modello San Patrignano. Anche Muccioli e Bellosi sono opposti archetipi. Muccioli è uno che sembra, all’inizio, senza arte né parte, scarso a scuola, si interessa di parapsicologia, si inventa le stimmate. Sente di avere una capacità medianica, l’imponenza, lo sguardo. Prima, su quel colle vicino a Rimini, ingabbia cani e galline. Dopo, passa agli umani. Gli ultimi degli umani. Quelli più prossimi ai cani e alle galline. Quelli che sono già con un piede fuori dal consorzio umano. I maniaci dell’eroina. Comincia in sordina. Va a istinto. Sa che c’è la dipendenza dalla roba e sa che c’è l’astinenza dalla roba che lui, allo stesso modo dei tossici, chiama rota. Sa che i Sert sanno sostituire una dipendenza da oppiaceo per buco (eroina) con una dipendenza da oppiaceo per bocca (metadone), di modo che il danno si riduce ma sempre tossico l’eroinomane rimane. E lui non è per le mezze misure, non è per la riduzione del danno, come si dirà. Lui è per la maniera dura e repentina. Piuttosto che uno scalaggio graduale, che talvolta non vede mai fine, preferisce pochi giorni di astinenza selvaggia. Dopodiché il tossico è fuori. Non si avvale di terapeuti, di cui non si fida e non ha bisogno. Non dico un medico o uno psicologo, ma neppure un infermiere. Un medium, o un guru (cioè lui) è più di un medico, si capisce. La piccionaia è la sua clinica. Uno sgabuzzino dove, legato come un cane, appollaiato come una gallina, il tossico patisce la sua morte e dopo la sua rinascita. Lui non lo sa oppure lo sa, non so se i suoi studi esoterici occultistici parapsicologici lo hanno edotto oppure improvvisa per istinto, ma quella esperienza a cui sottopone il tossico è una specie di iniziazione sciamanica. Lo sciamano se ne va nella grotta o nella selva o nell’igloo, al freddo al buio senza cibo, lì sconfina nei territori della morte, e dopo ritorna, e quando torna è un uomo nuovo, rinato, coi poteri, perfino. Questa è la tecnica di divezzamento che adopera Vincenzo Muccioli. Il quale – scrive Cecco – «è stato il primo a identificarsi nell’antidoto alla dipendenza da eroina, trasferendola su di sé». La sua utopia diventa una sorta di istituzione totale. Questa utopia, forse, poteva avere un senso, seppure nel solco del paternalismo e dell’autoritarismo e del culto del patriarca, finché era piccola, una comunità di vita, perché cento persone le puoi, tu che sei il gran capo, conoscere una per una, ma quando diventano migliaia devi delegare ai fedeli. Che diventano kapo. E la comunità diventa gulag. Molte comunità assumono a modello San Patrignano e Muccioli. Un secondo modello, invece, è quello della comunità-clinica, dove il potere non è del padre ma del tecnico, sia esso medico o psicoterapeuta. Terzo modello, infine, è la comunità come servizio tra servizi. Ovvero: siccome ogni servizio si occupa del suo specifico (i Centri di Salute Mentale dei disturbi psichici, i SerD delle dipendenze, i servizi sociali di fare i documenti eccetera) serve una comunità che sappia mettere in relazione questi servizi che sovente confliggono. Comunità che fanno un po’ di tutto: accoglienza, terapia, reinserimento.

E il Gabbiano cos’è, che tipo di comunità è? Nessuna di queste – scrive Cecco – perché è “una comunità nella comunità”.

L’esempio più estremo? Più radicale? La comunità a bassa soglia di Tirano. Che vuol dire bassa soglia? Vuol dire il massimo dell’accessibilità. «Una sperimentazione al limite». Svuotare le piazze e «accogliere tutti quelli che bussano alla porta». «Quelli che nessuno vuole». Una roba – davvero – da matti. Se penso ad alcuni Centri di Salute Mentale, anche a Roma, dove lavoro, che a una persona di origine africana, affetta da una psicosi cronica, che chiede una prima visita a gennaio, viene dato appuntamento a maggio. Questa è una soglia altissima, impossibile da superare. Quella persona non arriverà mai a ricevere quella prima visita. Troverà prima una crisi, un pronto soccorso, un ricovero in SPDC. Da dove vengono, dunque, «quelli che nessuno vuole», come arrivano alla comunità a bassa soglia di Tirano? Dal carcere, metà. Un terzo, dalla strada. Chi sono gli enti invianti? Vicini di casa, associazioni di quartiere, perfino un farmacista di Ponte Lambro che di fronte a un tossico che tenta di rapinarlo lo convince ad andare in comunità. Scrive Cecco: «Con la bassa soglia abbiamo asciugato la piazza di Como». Aggiunge: «Per poterli ospitare tutti siamo andati sopra la cifra consentita, ovviamente ospitando gratis gli overbooking». Ricevendo per questo anche la visita dei NAS, che hanno terminato l’ispezione con un giudizio del tutto positivo.

Metà degli ospiti della bassa soglia provengono dal carcere, dicevamo. Il trattamento penitenziario è classista. I senza casa, gli stranieri, i sofferenti psichici, a fine pena, se fuori non hanno niente, rientrano in galera. Le leggi Bossi-Fini (perfetta per imprigionare immigrati) e Fini-Giovanardi (perfetta per imprigionare chi fa uso personale di qualche droga) sono leggi carcerogene che hanno moltiplicato la popolazione delle carceri. Nel 1990 trentamila persone in carcere (e cinquemila in pena alternativa), nel 2019 sessantamila in carcere (e ottantamila in pena sostitutiva).

È chiaro che la comunità radicale di Cecco Bellosi ci ricorda l’utopia della città che cura di cui scrive Franco Rotelli, quella città/comunità accogliente capace di fare a meno delle tecniche e degli specialismi e degli psicanalismi e degli psicofarmaci, perché sa attingere a quella capacità di koinos kosmos che c’è tra gli uomini. I basagliani di Trieste la realizzarono – scrive Peppe Dell’Acqua – istituendo quel luogo chiamato Centro di Salute Mentale (che sostituisce il Centro di Igiene Mentale, che cosa orribile, l’igiene mentale), luogo che deve stare aperto sempre. Calato dentro la città e non fuori. Nel territorio cosiddetto. Un luogo che non sia un non-luogo e che sia sempre pronto, e sempre aperto. Franco Basaglia e gli eredi della sua impresa sono stati operatori di salute mentale radicali, capaci di mettere in discussione non solo il “sistema manicomio” ma, a partire da questo, “il sistema società”. Capaci di spostare il progetto di cura dai luoghi separati, dai dispositivi della tecnica, al mondo al territorio alla città. «Violentare la società» (frase di Basaglia) fu necessario all’inizio, per convincere la città a riprendersi l’escluso, per includerlo, operazione non di vomito/evacuazione (per dirla con Levi-Strauss) ma di fagocitosi/incorporazione. “Restituire cittadinanza al cittadino escluso”, al tempo stesso restituire l’escluso alla città.

E non ha fatto questo Cecco Bellosi? Il terapeuta Cecco Bellosi, sì, terapeuta – Basaglia, a chi gli chiedeva, durante le sue conferenze in Brasile, «Che cos’è terapia?», rispondeva: «E’ lotta contro la miseria» – perché combattere la miseria è la forma più radicale di terapia, e Cecco Bellosi è un terapeuta radicale perché si è occupato di miseria e di miserabili, a cui ha dato casa lavoro relazioni, e l’ha fatto fuori dalla psichiatria ma a stretto contatto anche con la psichiatria, un’operazione di comunità radicale, quella di tenere aperta la porta. Ed ecco perché Cecco Bellosi il carbonaro (direbbe De André) da qualcuno viene perfino creduto un prete, perché le comunità radicali del Gabbiano sembrano aver adottato la prassi dei primi cristiani di cui dice Ivan Illich: «Era d’abitudine, in una casa cristiana, avere un materasso in più, un pezzo di candela e un po’ di pane secco in caso il Signore Gesù avesse bussato alla porta, vale a dire qualcuno senza il tetto sopra la testa fosse arrivato».

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La più miserabile delle arti https://www.carmillaonline.com/2021/11/18/la-piu-miserabile-delle-arti/ Thu, 18 Nov 2021 21:30:28 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=68950 di Gioacchino Toni

A distanza di quasi un decennio dalla sua prima uscita, ricompare sugli scaffali delle librerie, in una nuova edizione, il volume di Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale (elèuthera, 2021) [su Carmilla] ove, nel suo caratteristico alternare racconti di esperienze umane e professionali vissute direttamente e riflessioni derivate dalla partecipazione a convegni o da letture di vario tipo, l’autore passata in rassegna l’ombra lunga del manicomio fisico proiettatasi ben oltre le chiusure sancite dalla Legge 180.

Dopo la chiusura dei manicomi tradizionali è con il ricovero presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura [...]]]> di Gioacchino Toni

A distanza di quasi un decennio dalla sua prima uscita, ricompare sugli scaffali delle librerie, in una nuova edizione, il volume di Piero Cipriano, La fabbrica della cura mentale (elèuthera, 2021) [su Carmilla] ove, nel suo caratteristico alternare racconti di esperienze umane e professionali vissute direttamente e riflessioni derivate dalla partecipazione a convegni o da letture di vario tipo, l’autore passata in rassegna l’ombra lunga del manicomio fisico proiettatasi ben oltre le chiusure sancite dalla Legge 180.

Dopo la chiusura dei manicomi tradizionali è con il ricovero presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura che l’individuo inizia la sua carriera di “malato di mente”, di dipendente/utente della “fabbrica della cura mentale”. Condotto in stato di agitazione in una di queste strutture, viene lì trattenuto, facilmente obbligato a una terapia sedativa e, quando ritenuto necessario, legato al letto. Se il malcapitato non si “normalizza” velocemente rischia di essere obbligato a soggiornare per qualche tempo presso qualche Casa di cura convenzionata. Una volta riammesso in società, non è difficile aspettarsi che, vista la sostanziale impossibilità di ricevere aiuto domiciliare, il paziente torni presto a essere ricondotto presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, dunque a riprendere il percorso dal suo inizio.

È così, sostiene Cipriano, che funziona la “fabbrica della cura mentale”: una fabbrica che ha il suo direttore (il primario) che controlla il buon funzionamento della catena di montaggio umana coadiuvato dai tecnici specializzati (gli psichiatri) con il malato recepito come la macchina biologica da riparare non attraverso la parola, la relazione e un po’ di umanità, ma soprattutto per via farmacologica.

Uno spazio importante all’interno del libro Cipriano lo dedica al perdurare della pratica del legare i pazienti con disturbi psichici, nonostante la chiusura dei manicomi tradizionali e il suo non comparire nei libri di psichiatria. Ciò avviene sicuramente a causa di carenze legislative, oltre che per la sua “economicità” ma, sottolinea l’autore, a permettere tutto ciò sono soprattutto l’etica e la cultura degli operatori che continuano a farvi ricorso.

Il volume uscito nel 2013 ha avuto, tra gli altri, il merito di contribuire a riproporre, non solo tra gli operatori, “il problema della contenzione”. La questione resta di estrema attualità, come sottolinea Cipriano nell’introduzione alla nuova edizione, anche alla luce di alcuni eventi recenti che danno il polso della situazione. In particolare l’autore si sofferma su come la forma narrativa di un libro come L’arte di legare le persone, scritto da Paolo Milone, psichiatra ormai in pensione, abbia ottenuto un certo consenso persino tra “intellettuali insospettabili”, «capaci di applaudire a questa malafede psichiatrica camuffata da gesto narrativo. Intellettuali convinti che siccome la letteratura è letteratura, in quanto tale deve poter dire tutto. […] La letteratura d’altra parte è magica, e ha il potere di muovere gli eventi e far rinascere, come zombie, certe pratiche che credevamo di aver seppellito. Come ogni magia la letteratura può essere bianca oppure nera, quando la letteratura riesce a persuadere che legare le persone è un’arte, io dico che è una sorta di magia nera».

Per farsi un’idea del regresso culturale che caratterizza l’attualità basta notare come a vincere il concorso per dirigere il Centro di Salute Mentale aperto nelle 24 ore di Trieste sia stato l’ex direttore di un SPDC chiuso, con porte sotto chiave e fasce pronte all’uso. «Forse perché l’arte di legare è stata riabilitata perfino dalla letteratura?». Probabilmente, afferma pungente Cipriano, «l’arte di legare le persone è l’arte in cui devi eccellere, in questo momento storico, se vuoi fare carriera nella psichiatria italiana». Se questa è un’arte, conclude lo psichiatra riluttante, allora «è la più miserabile delle arti».

Certo, afferma lo psichiatra riluttante, non legare può essere molto più faticoso. «Ma vuoi mettere, tornare a casa stanco e non sentirsi una merda». «Ci sono alcuni che fanno cento legamenti in un anno, e altri che ne fanno quattro in tutta la carriera. I primi, se sanno scrivere abbastanza bene, riusciranno perfino a scrivere L’arte di legare le persone. E giù applausi. Sembra che il libro tardivo sia servito, allo psichiatra che lega, per giustificare quel tipo di carriera. E di esistenza. E di crimini di pace. Crimini trasformati letterariamente in atti terapeutici».

La fabbrica della cura mentale tornata in libreria in una nuova edizione è anche, scrive Cipriano, «un po’ la risposta alle spacconate dello psichiatra artista delle fasce. Anche se, a pensarci, è più probabile che sia stato il suo libro la risposta al mio. Lo avrà letto di certo, come lo lessero moltissimi psichiatri – come fa uno psichiatra che ama legare a non avere la curiosità di leggere un libro contro di lui? Non può, un libro dove perfino asserivo che chi non lega è felice e chi lega è infelice ognuno a modo suo – l’avrà letto e dopo si sarà messo di tigna per riabilitarsi, riuscendo a pubblicarlo, tu vedi i casi della vita, con lo stesso editore che negli anni Settanta pubblicava Franco Basaglia: ma non è un segno dei tempi tutto ciò?».

 

 

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Scommessa psichedelica, magia e favole per la rivoluzione https://www.carmillaonline.com/2021/01/25/scommessa-psichedelica-magia-e-favole-per-la-rivoluzione/ Mon, 25 Jan 2021 21:30:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64655 di Piero Cipriano

Molti libri ho letto mentre l’anno infausto volgeva al termine e io smaltivo la penetrazione del virus nelle mie vie aeree. La febbre ne ha confuso perfino i confini, e in una inattesa book dissolution talvolta un libro o un autore si sconfinava nell’altro e diventava un solo testo.

 

Questi tre libri entrano a pieno titolo nel redivivo dibattito sulla psichedelia.

 

La scommessa psichedelica (Quodlibet) ormai fa il paio con Come cambiare la tua mente di Michael Pollan. Se quello è stato definito una sorta di bibbia, questo, [...]]]> di Piero Cipriano

Molti libri ho letto mentre l’anno infausto volgeva al termine e io smaltivo la penetrazione del virus nelle mie vie aeree. La febbre ne ha confuso perfino i confini, e in una inattesa book dissolution talvolta un libro o un autore si sconfinava nell’altro e diventava un solo testo.

 

Questi tre libri entrano a pieno titolo nel redivivo dibattito sulla psichedelia.

 

La scommessa psichedelica (Quodlibet) ormai fa il paio con Come cambiare la tua mente di Michael Pollan. Se quello è stato definito una sorta di bibbia, questo, curato da Federico Di Vita, è considerato un po’ un vangelo, non lo so se è proprio il vangelo della psichedelia in Italia, senz’altro è un libro da leggere e rileggere, perché i contributi sono tanti, e gli evangelisti sono tutti formidabili.

Inizia Federico Di Vita con una efficacissima Breve storia universale della psichedelia. Così anche chi non ne sa niente entra nell’argomento. Suddivide in un’età dell’oro (quella dei pionieri Hoffmann, Huxley, Leary per capirci), un Medioevo psichedelico (dagli anni Settanta al nuovo secolo, dove personaggi più o meno sotterranei come Terence McKenna mantengono acceso il fuoco psichedelico sotto la cenere) e un rinascimento psichedelico (che si fa cominciare nel 2006, coi nuovi studi scientificamente ineccepibili dei vari Griffiths, Nutt, Carahart-Harris). Beppe Fiore racconta cos’è un trip report. Francesca Matteoni racconta una cerimonia sciamanica con ayahuasca che si svolge non in Amazzonia ma sulle colline toscane. Ilaria Giannini racconta perché tre o quattrocento milioni di depressi nel mondo (la popolazione degli Stati Uniti, per capirci) potrebbero giovarsi di psilocibina o microdosing di Lsd piuttosto che di farmaci SSRI da assumere a vita senza guarigione. Gli psichedelici, sostiene, riprendendo David Foster Wallace, potrebbero essere l’estintore che spegne l’incendio del grattacielo che induce le persone depresse a gettarsi di sotto per sottrarsi alle fiamme. Agnese Codignola, già autrice di LSD, altro importante volume sull’argomento, racconta, con la solita accuratezza, perché, tra molte molecole psichedeliche, l’ex presidente Trump si era fissato con la più scarsa di tutte: l’esketamina, la forma levogira della (più efficace) ketamina. Marco Cappato in Psichedelia e politica, ribadisce l’ineccepibile idea radicale: “il punto di vista libertario, in base al quale sono da rifuggire tutte le norme che limitano ingiustificatamente l’autodeterminazione individuale e mirano a imporre uno Stato Etico, per il quale ciò che è considerato moralmente giusto o opportuno da parte di chi detiene il potere può essere imposto con la forza a tutti i cittadini”. Lo leggevo e mi domandavo come si concilia il pensiero di Cappato con l’attuale pronunciamento di Emma Bonino in favore dell’obbligo di vaccinazione Covid. Vanni Santoni pone l’accento sul rischio concreto che il sistema (per mezzo di Big Pharma), non potendo più reprimerle, si risolva per inglobare le molecole psichedeliche. E, come ha fatto con la canapa light, depotenziata della visionarietà grazie alla sottrazione di Thc (la psichiatria accademica lo considera schizofrenogeno) lasciando l’innocuo cannabidiolo, possa arrivare “al paradosso degli psichedelici non visionari”: vale a dire togliere la visionarietà a psilocibina o ibogaina o Dmt. Per addomesticarle, farle diventare mero farmaco e non più tecnologia sofisticatissima in grado di cambiare coscienze e società. Operazione che, secondo Giorgio Samorini, denota non aver capito niente di psichedelia (togli la visionarietà, hai tolto la possibilità dell’estasi) oppure, dico io, vuol dire averla capita e volerla, proprio per questo, caricare a salve. Silvia Del Dosso e Noel Nicolaus scrivono di internet e psichedelia e magia, non dico altro perché non l’ho capito del tutto. Devo leggerlo meglio. Carlo Mazza Galanti suggerisce una serie di opere narrative che hanno parlato di droghe e grazie a lui ho appena iniziato a leggere Roma senza papa di Guido Morselli, una specie di Mondo nuovo dove i religiosi, non più celibi, invece che liquori alle erbe producono enteogeni. Federico Di Vita scrive di wahnstimmung nei festival di psytrance e Chiara Baldini racconta perché i festival psichedelici rappresentano una “versione moderna di qualcosa di molto antico” ovvero gli antichi culti misterici. Gregorio Magini, nel suo Pseudoglossario psichedelico, tra i vari temi affronta la morte dell’ego, il mito dello psiconauta, tutti ne parlano ma pochi forse hanno capito cosa sia ‘sta ego dissolution.

Gnosticismo acido, di Edoardo Camurri, è forse il saggio più difficile, molti ammettono di non averlo capito, alcuni gliel’hanno perfino confessato: Camurri, che hai scritto? E lui: mangia un po’ di fungo e rileggi.

A me pare dica questo (più o meno, ma senz’altro devo rileggere). Ci sono due eserciti gnostici, quelli buoni, noi, i maghi bianchi, dell’apertura, la cui tecnologia è la psichedelia, e quelli cattivi, i maghi neri, tra cui gli ingegneri lisergici cresciuti a pane e microdosi a Silicon Valley, la cui tecnologia è il medium digitale, ovvero l’imitazione della psichedelia.

La corrente ascensionale di dati, di informazioni, che vanno ad alimentare la macchina algoritmica che è il dio, e la corrente in discesa di dati, che ci confermano di essere ciò che siamo, ovvero il gatto di Canetti che gioca col topo (o meglio il topo giocato dal gatto), è nient’altro che la riedizione della doppia corrente, di discesa e ascesa delle anime, del pensiero gnostico: un dio veterotestamentario demiurgo omicida e irresponsabile ha creato un mondo carcere, dove forse nemmeno lui sa di avere, sopra la sua testa (essendo lui nient’altro che un “tirato a sorte tra gli angeli”, direbbe Cioran) il Dio supremo, il vero Dio, talmente trascendente da non essere conoscibile. Dunque, questa nostra anima, per azione di Demiurgo e delle sue potenze arcontiche, si incarna nei corpi, dimenticandosi la propria origine divina. Un mondo terribile e crudele. Ma grazie alla gnosi della propria origine divina, l’illuminato esce dal tempo, esce dalla storia, si risveglia, il suo tempo diventa eterno presente, ecco che la sua morte non esiste più.

Dunque, nella attualizzazione camurriana della dicotomia Demiurgo-Dio vero: il dio macchina è il dio demiurgico che crede di essere illimitato invece è, come quello della Genesi, una specie di i-dio-t savant, e Camurri, con Mark Fisher, propone di recuperare la tecnologia sciamanica (che questo è la psichedelia, nient’altro che una delle tecnologie, la più sbrigativa, se vogliamo, dell’arte sciamanica) questa ingegneria che sembra fuori dalla scienza, ingegneria che i signori del limite ovvero gli sciamani sanno usare, per democratizzare gli stati di coscienza espansi, e dunque la gnosi (che era poi l’obiettivo di Leary e non quello di Huxley, Huxley voleva illuminare le élite, Leary tentò di accendere tutti proprio tutti, e qui bisognerebbe passare direttamente all’altro contributo, quello di Andrea Betti, ma ci arrivo tra poco).

Per cui sì: se non puoi cambiare la storia, cambia il cervello di quante più persone. Rendere le persone dei comunisti acidi (dice Fisher) o degli gnostici acidi (dice Camurri) o dei mistici selvaggi (direi io) o, perché no, degli anarchici psichedelici (dico ancora io).

Ha ragione Camurri: la gnosis è autocoscienza, gli gnostici sono dei salvati per natura, la conoscenza libera, soprattutto (ecco il misticismo che consegue allo gnosticismo) libera l’amore, quello stato dell’essere che è la naturale conseguenza della gnosis.

Accade però che mentre sto per scrivere questo, e sto per scrivere qualcosa di Lucia la figlia di Joyce, e sto per scrivere qualcosa del Finnegans Wake (oddio, pure Biden l’ha citato), mi chiama Lucia, davvero, nel senso che mi chiama Gloria, la “schizofrenica” più florida e invasa di voci che io abbia mai conosciuto (e provato a curare). E mi attacca la ramanzina della telepatia, della telecinesi, del tempo, che in realtà – mi assicura – siamo nel 2039 e che di notte quelli vengono a farle visita (Chi? Gli esseri? Sembra vittima di una abduction notturna, Gloria). Ecco, dopo la telefonata di Gloria ripenso a Lucia la figlia di Joyce, e ciò che Joyce disse a Jung, ovvero che lui e sua figlia si erano saputi collegare (come spieghi se no l’anticipazione di parole future, google nike tigerwood) (Philip K. Dick, che la sapeva lunga su queste cose, l’aveva capito) con una coscienza cosmica, con un campo akashico direbbe Ervin Laszlo, o meglio con un campo morfogenetico direbbe quell’altro genio di Rupert Sheldrake (il padre di Merlin Sheldrake l’autore di un altro libro, L’ordine nascosto, di cui dovrei parlare ma non c’è tempo), per prendere parole che a noi, i coetanei, sembrano incomprensibili, glossolaliche, xenoglossia pura, ma che esistevano già, nel futuro. E Lucia, la schizofrenica figlia di Joyce, forse sa pescare nel futuro, nel registro akashico, ancora di più del padre. E l’insetto forbicina? Ma non faceva questo Burroughs col suo cut-up? Ma non facciamo tutto ciò, noialtri che scriviamo, non stiamo facendo gli insetti scrivani forbicina? Camurri ha sforbiciato Culianu Fisher Joyce io sforbicio Camurri Sheldrake Gloria, siamo tutti Earwicker. Noi infettati, parassitati, dal virus del linguaggio.

Gli schizofrenici sono (Joyce e sua figlia Lucia insegnano), forse, quelli che si sono spinti più in là, sono ormai fuori, sono salvi dalla macchina algoritmica, sono i salvati del secolo in corso però sono anche i sommersi del secolo scorso e di quello precedente, gli internati, troppo avanti erano, sono. Entronauti (direbbe Piero Scanziani) internati.

Lo stesso i dementi senili, pensateci, i parenti anziani degli schizofrenici (che dementi precoci venivano chiamati, a fine Ottocento, da Emil Kraepelin), entrambi fanno a meno della Default Mode Network (o huxleyana valvola della riduzione, che è più semplice) e riprendono possesso del cervello limbico e rettiliano o meglio dell’intero network gelatinoso di un chilo e mezzo per connettersi con gli altri mondi. Nietzsche, per esempio, che dicono impazzito per la demenza da treponema. Siamo sicuri che non abbia scelto di andare da Dioniso dopo averne così tanto scritto?

Siccome non c’è spazio e non c’è tempo vorrei dire qualcosa dello scritto di Andrea Betti, ex psiconauta che adesso non si arrischia perché non sa se la sua cardiopatia potrebbe risentire di un blotter pacco in cui non c’è Lsd ma chissà cosa. Lui mi piace molto, mi ci trovo proprio nel suo quasi fastidio per i rinascimentali, i rinascimentali che si sono svegliati ora e vorrebbero consegnarsi agli scienziati che fanno le ricerche ora sì ben fatte altro che quelle caciarone degli anni Sessanta, quelle sono da buttare, ricominciamo daccapo, i rinascimentali che danno addosso a Timothy Leary il più buffone di tutti, l’irresponsabile che voleva dare acido a tutti, e non soltanto alla “casta sacerdotale scientifica e letteraria che controlla, sintetizza e centellina il farmaco miracoloso ai ceti subalterni, microdosandoli” per garantirne la performance, la produttività macchinica. Giustamente, sottolinea Betti, qui è restaurazione altro che rinascimento. Ce l’ha con Michael Pollan, Andrea Betti, e io pure, quando ho letto il suo compito libresco ben fatto, tutto polarizzato sulla linea genealogica “aristocratico-farmaceutico-mistica” di Hofmann-Huxley-Osmond (diamo le molecole psichedeliche alle élite, sostengono i tre), minimizzando (o perfino biasimando) la linea genealogica “controculturale-rivoluzionaria” che fa capo a Artaud-Ginsberg-Leary-Kesey (accendiamo quanti più umani è possibile, e cambiamo la storia).

Rende giustizia, Betti, al genio di Antonin Artaud che nel 1936, in Messico, nel paese dei Tarahumara non ci va per guarirsi la dipendenza da laudano, e non ci va per incontrare Gesù Cristo, ma per trovare se stesso, ovvero Artaud, ovvero Dio. E sembra davvero che Artaud sia l’alfa della scommessa psichedelica laddove Mark Fisher sia l’omega. Questi due non proponevano un impiego di queste molecole per addomesticare gli umani e “creare persone docili in comunione col cosmo” ma (ecco Fisher) se non puoi cambiare la realtà del capitalismo, puoi cambiare la tua realtà, la tua coscienza, il tuo spazio-tempo, e ecco che la storia muta in ucronia. Questo fu l’esperimento magico degli anni Sessanta di cui dice Camurri, la psichedelia non era una novità, c’è sempre stata, da millenni, ma controllata da sciamani e alchimisti, negli anni Sessanta invece di colpo si democratizzò, la possibilità di modificare la propria coscienza e dunque la percezione della realtà fu un fenomeno accessibile a tutti.

*

A quel punto, però, il gioco psichedelico finì. E perché il gioco psichedelico finisce, verso la fine degli anni Sessanta, ce lo racconta un altro degli scapestrati protagonisti di quegli anni, Robert Anton Wilson detto RAW, in Sex, Drugs & Magik, libro che uscì la prima volta nel 1973 e che è stato appena ripubblicato da Spazio Interiore (a proposito, nella attuale celebrazione psichedelica c’è pochissimo spazio, in Italia, quasi niente anzi, per Spazio Interiore, ma questa casa editrice, in tutti questi anni di Medioevo psichedelico, è stata l’unica in Italia, insieme a Shake e Stampa Alternativa, a tenere accesa la fiammella, con le sue decine di pubblicazioni, da Stanislav Grof a Rick Strassman e, soltanto negli ultimi 3-4 anni, ha editato diversi testi importanti, ne cito solo alcuni: Frontiere della coscienza psichedelica di David J. Brown, Frammenti di un insegnamento psichedelico di Julian Palmer, o il bellissimo La via del fulmine dello sceneggiatore spericolato Marco Saura). Questo libro di RAW, come Il volo magico di Ugo Leonzio pure lui da poco ripubblicato per il Saggiatore, esce nei primi anni Settanta, subito dopo la messa al bando delle molecole brucia-cervello. Scrive RAW che il suo libro è “una storia informale di come certe pratiche segrete e a lungo nascoste […] si siano insinuate nel mondo occidentale durante il Medioevo, per essere schiacciate e/o ricondotte nel sottosuolo dalla Santa Inquisizione, e venire gradualmente riscoperte a partire dal 1900 circa”. “Esse sono emerse all’improvviso come una forza socio-rivoluzionaria negli anni Sessanta, per poi essere di nuovo schiacciate e ricondotte nel sottosuolo”. RAW pensa di aver compreso “il motivo per cui queste tecniche segrete di programmazione della mente siano state tenute nascoste così accuratamente e perché diventino oggetto di una persecuzione così feroce ogni volta che ne viene a conoscenza una più ampia fetta di popolazione in qualunque luogo del mondo”. Il Tantra, per esempio, “è riuscito a sopravvivere in Oriente proprio perché teneva nascosti i suoi segreti e non tentò mai di diventare una forza rivoluzionaria che avesse come conseguenza una qualche forma di cambiamento sociale. I tantristi, come gli altri buddisti, ritengono che liberarsi della coscienza o meglio imparare a modificare la coscienza tramite un atto di volontà sia possibile solo per una persona per volta, e che cercare di liberare il mondo intero sia controproducente”.

E’ l’errore di Leary, secondo RAW. Ammesso lo si voglia considerare un errore. E aggiunge: “Può darsi che non siamo ancora morti, ma solo ipnotizzati da filosofie morbose e moribonde. Forse i poteri della mente umana non si sono mai sprigionati pienamente a causa dei giochi paleolitici, neolitici, feudali, capitalisti o socialisti”. Insomma, deve ancora arrivare l’era buona perché gli esseri umani possano esercitare (per dirla con l’antipsichiatra Thomas Szasz) il “diritto all’autoprescrizione”. Diritto all’autoprescrizione grazie al quale tutti possano accedere alla grazia gratuita (direbbe Huxley) o a una peak experience (direbbe Maslow) o al satori (direbbero i buddisti zen) o al samadhi (direbbero gli indù) o al risveglio (direbbe Gurdjieff).

Questo si incaricò di fare Timothy Leary. Sottrarre queste tecnologie prodigiose ai pochi, per informare il mondo che “Dio era vivo e stava bene”.

E questo (torno allo scritto di Camurri) è un discorso puramente gnostico. Sono gli gnostici, che nei primi secoli della nostra era, propongono che l’uomo possa avere accesso ( ovvero conoscenza diretta) al paradiso, già da vivo, non solo da morto. Questo discorso gnostico, scrive RAW, non è mai venuto meno, ma si è trasmutato (alchemicamente) nel socialismo, nel comunismo, nell’anarchismo. Trovando l’acme proprio nella rivoluzione psichedelica degli anni Sessanta. Rivoluzione accesa da quegli “sciamani birichini e maliziosi” che furono Timothy Leary, Alan Watts, Aldous Huxley, Allen Ginsberg, William Burroughs, John Lilly, Humphrey Osmond e Ken Kesey. Sono questi moderni sciamani ad aver convinto milioni di esseri umani a diventare gnostici psichedelici capaci di penetrare l’Eden non per la porta principale (che per quella bisogna essere senza peccato, dice il Cristianesimo) ma per quella di servizio, non per la porta di Cristo, dunque, ma per quella di Dioniso.

Conclude RAW: il genocidio psichedelico che si è prodotto a partire dagli anni Settanta non è stato un caso unico nella storia, ma è soltanto l’ultimo episodio di caccia alle streghe. Perché “è in corso una guerra religiosa, ed è il pregiudizio teologico, più che l’obiettività scientifica” ad avere l’ultima parola.

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Il libro di Stefania Consigliere è dedicato all’antropologo David Graeber, “diplomatico fra mondi reali e possibili e poeta dell’anarchia”, ora in viaggio in un altro mondo possibile, ed è “dedicato a chi ha avuto una volta sentore di un altro mondo fuori dalle mura di un diverso stato del tempo”. Per cui ho pensato, mentre lo leggevo, che Favole del reincanto (Derive Approdi) era dedicato anche a me.

Qualche mese fa, qui su Carmilla, non fui molto gentile col libro (Psicotropici, edito Meltemi) di un importante antropologo francese, Jean-Loup Amselle, perché? Perché aveva maltrattato, irriso perfino, quegli occidentali che erano andati ai tropici a bere l’ayahuasca. Mi aveva infastidito il modo con cui scherniva i suoi colleghi antropologi che, dopo aver bevuto l’ayahuasca, avevano in qualche modo lasciato l’antropologia e si erano sciamanizzati (Michael Harner è forse l’esempio più noto). Lo so, mi ero fatto prendere la mano in difesa degli antropologi maltrattati da Amselle (quelli che non ce l’hanno fatta a fare la sua carriera, scriveva lui) e l’avevo maltrattato (perché lui non ce l’aveva fatta a bere, scrivevo io). Mi dispiace. Non lo farò più.

Ma come faceva a non rendersi conto che l’Amazzonia è ciò che per oltre un millennio era stata Eleusi, dove “intere generazioni di uomini e donne, schiavi, padroni” andavano per essere iniziati ai Misteri. Dove, dopo aver bevuto il kikeon, vedevano. Eleusi fu, per i greci, “un dispositivo iniziatico di massa”. Di cui noi occidentali, nei secoli successivi, siamo stati privati, “i roghi delle streghe”, “le istituzioni totali”, “i genocidi, i totalitarismi, la depressione di massa”, malattia degli occidentali. Dov’è, ora, Eleusi? Là dove è andata Stefania Consigliere, l’antropologa che si spinge oltre la barriera della superstizione (superstitio: eccessivo timore delle divinità, ciò che non è cristiano è pagano, dunque è superstizione, o, potremmo dire oggi, ciò che non è scientifico, razionale, ateo, è superstizione), in una maloca, la grande capanna rituale, dove il taita prepara lo yagé, a bere il doppio decotto, e dopo fare il “lungo corpo a corpo con la pianta”, parlare a tu per tu con l’abuelita.

Non sappiamo, scrive Stefania Consigliere, “quando i popoli amazzonici hanno iniziato a usare la banisteriopsis caapi” bollirla insieme alla psicotria viridis o altre piante visionarie per produrre questa bevanda che apre la “scorza psichica” degli umani e li rimette in connessione con le piante, con gli spiriti, con gli animali (li reincanta, dunque, li guarisce dal disincanto). Sarebbe bello che fosse avvenuto proprio quando la missione reincantatrice di Eleusi è venuta meno, il testimone è passato all’altro emisfero. Perché, scrive, “Yagé nights e riti eleusini si affiancano”, si rassomigliano proprio per questa “squalifica etica, epistemologica e ontologica che la cosmovisione moderna vi getta sopra”. Abbiamo rimosso dalla Grecia, per renderla razionale e logica, Eleusi e Orfeo, Dioniso e le baccanti, gli oracoli e il daimon di Socrate.

Perché una delle caratteristiche della modernità è “non pensarsi etnica, popolo fra altri popoli, ma universale”. Ecco, eventualmente, un limite del discorso di Mark Fisher: non c’è alternativa al capitalismo, scrive. Dove? Nel mondo moderno, occidentale, là dove c’è storia. In altri mondi, fuori dalla storia e fuori dalla modernità e dove c’è spazio per altri stati della coscienza: hai voglia, quante alternative. Gli spiriti, gli antenati, i morti, ridono del capitalismo. E ridono della storia.

Per avere la certezza di ciò, basta fare l’esperienza che ha osato Stefania Consigliere e ha ricusato Jean-Loup Amselle: “Lo yagé porta visioni di una precisione assurda”. “La possibilità di stare contemporaneamente in due mondi”, all’improvviso è possibile. Ecco il reincanto.

Questi “misteri sono una liturgia” (infatti in gergo vengono chiamati cerimonie), sono “un servizio”, che “serve a far funzionare il mondo in modo accettabile”. Adesso mi viene da pensare che le cerimonie sono riti di cura incredibilmente più efficaci del rito stanco e ormai unicamente polarizzato sul dio psicofarmaco (il dio occidentale non è diventato malattia, è diventato psicofarmaco), che si svolge nei Centri di Salute Mentale, nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, e pure negli sterminati studioli privati di psicoterapeuti e psicanalisti (dove lo psicofarmaco serve da doping alla terapia parlata). Un dio psicofarmaco che restringe la coscienza e ottiene esattamente l’effetto opposto della molecola o pianta o bevanda che fa psiche + delos, allarga inverosimilmente il campo della coscienza. E super-incanta.

Il disincanto, che il mondo moderno ha prodotto, ha separato gli umani dal mondo, oltre all’Homo sapiens sembra che nient’altro ci sia, di pari dignità, nel cosmo: “Ninfe e spiriti scompaiono dai boschi”, “piante e animali smettono di interloquire”. Ovvio che un pianeta così depersonalizzato, si presti a essere depredato.

Scrive Stefania Consigliere che nel pamphlet di Jean-Loup Amselle “qualcosa non torna”: lui “racconta di gringos annoiati, hipsters alla ricerca di sensazioni forti, cowboy dello sballo”. Invece, la maggior parte delle persone che lei ha incontrato nella selva, le sono parse alla ricerca di qualcosa che, “a casa”, in occidente, non si riesce nemmeno a nominare. “Molti lavorano nelle istituzioni dei paesi ricchi, nei laboratori di ricerca, nelle università” (non sono tutti scappati di casa come nella narrazione di Amselle), sono “intellettuali raffinati addestrati allo scetticismo e al metodo scientifico”. E però sono andati nella selva, hanno partecipato alle yagé nights, per riconoscersi parte di un’esperienza iniziatica, che immaginavano antidoto al disincanto. O alla stregoneria capitalistica.

E non è forse stregoneria, magia nera, questo accumulo di ricchezza e potere che non viene rimesso in circolo? E non ha fatto proprio questo tipo di magia nera il capitalismo: sostituire la povertà (povertà è dove ancora c’è una quantità di beni materiali e c’è, ancora, la possibilità di procurarsi ciò che serve: coltivare il cibo o costruirsi la casa) con la miseria? Questo, dunque, è il capitalismo: magia nera. In Africa è stregone chi usa i propri poteri per il potere e la ricchezza, il plusvalore è magia nera.

Allora: perché si va nei luoghi dell’estasi, perché ci si affida agli sciamani signori del limite? Non certo per “scambiare l’ekstasis per il fine”, perché questo sarebbe molto triste, sarebbe nulla di più di una “mezz’ora d’aria concessa a chi acconsente alla gabbia”. “Non si va dove gli angeli esitano per aggiungere una tacca sull’atlante dell’esotico, per sballo o per darsi arie una volta tornati a casa”. Nella dimensione ek-statica occorre astuzia, metis e saggezza. Si va in quanto “rappresentanti di un gruppo” a cercare una notte di “preveggenza”, a “negoziare con le forze che, dentro di noi, ci piegano al meno peggio e all’acquiescenza”.

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Maradona è morto e io non sono stato troppo bene https://www.carmillaonline.com/2020/12/06/maradona-e-morto-e-io-non-sono-stato-troppo-bene/ Sun, 06 Dec 2020 21:30:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63772 di Piero Cipriano

Insomma, mi dice Antonio Mura, dopo averlo tanto evocato, sognato, scritto, ci sei riuscito a conoscere il virus vis à vis?. Antonio è l’artista, 23 anni, che ai primi di febbraio, quando qualcosa era già nell’aria, disegnava la scimmia che, attaccata alla liana axis mundi o banisteriopsis caapi, fa la sua dissoluzione egoica tra i palazzi di un quartiere da cui non ci si può allontanare. Aveva visto, con quella seconda vista che pochi hanno, ciò che qualche settimana più tardi gli umani avrebbero sperimentato: il lockdown, la noia profonda, [...]]]> di Piero Cipriano

Insomma, mi dice Antonio Mura, dopo averlo tanto evocato, sognato, scritto, ci sei riuscito a conoscere il virus vis à vis?. Antonio è l’artista, 23 anni, che ai primi di febbraio, quando qualcosa era già nell’aria, disegnava la scimmia che, attaccata alla liana axis mundi o banisteriopsis caapi, fa la sua dissoluzione egoica tra i palazzi di un quartiere da cui non ci si può allontanare. Aveva visto, con quella seconda vista che pochi hanno, ciò che qualche settimana più tardi gli umani avrebbero sperimentato: il lockdown, la noia profonda, stare accovacciati nel nido domestico a covare le uova dell’esperienza mai covate prima.

In quei giorni, mentre Antonio Mura disegnava la scimmia, io scrivevo le parti che sarebbero entrate in Gli dèi diventano malattie, l’incipit de Il libro bolañiano dei morti, il mio libro psicopompico, guida, assistenza, accompagnamento, conforto ai viventi e ai morenti. Per metà libro tibetano e per metà letteratura + malattia = malattia, il piccolo, 24 pagine, capolavoro di letteratura scritto da Roberto Bolaño mentre era nel suo bardo.

Quando ci vediamo con Antonio Mura in video WhatsApp è giovedì 19 novembre, ho appena saputo dal sito della Regione Lazio che il tampone molecolare per Sars-Cov2 che ho fatto al drive in di santa Maria della Pietà (e sì, quello messo proprio dentro l’ex manicomio dove a maggio facevo le telefonate letterarie ai morti, agli scrittori morti, da Basaglia a Bolaño da Primo Levi a Nicanor Parra da Gombrowicz a Wilcock) è positivo.

Dunque, il virus ce l’ha fatta a penetrare le mascherine ffp2 gli occhiali le cuffie i guanti lo scudo spaziale che quando vai come un astronauta in pronto soccorso o nei reparti Covid a visitare le persone che hanno la Covid sindrome, tutto ‘sto rituale scaramantico apotropaico devi installare, salvo che lo stesso non ti protegge perché il virus non è superstizioso, conosce le scorciatoie, e se vuole passa lo stesso.

Ecco la cronaca squinternata (squinternata perché la febbre, o forse l’isolamento e la deprivazione sensoriale di due settimane, rimbambisce) della mia sindrome Covid. Sabato 14 notte la passo in ospedale. Mi chiamano di continuo in pronto soccorso. Mi vesto e mi svesto almeno quattro volte. In quelle continue vestizioni e svestizioni l’esserino si infila e prende possesso delle mie vie aeree. Domenica 15 inizia una febbricina. Lunedì 16 ho già 38 e chiamo in reparto. Non vengo, ho febbre. Per cautela inizio Zitromax. E’ un intuito. Lo so che la disseminazione del virus devi bloccarla subito. Non mi fido delle linee guida attendiste del ministero della salute. Come lo blocchi il virus? Con azitromicina o idrossiclorochina o entrambe. Opto per la prima. Martedì 17 ho ancora 38. Mercoledì 18 non ho più febbre ma sono, di prima mattina, in coda in auto al drive in dell’ex manicomio, per farmi infilare un bastoncino nel naso, proprio come fanno gli alieni agli addotti, avete presente? Mai visto Taken? Guardatevi Taken, è fico, lo produsse Steven Spielberg, il che è una garanzia. Be’, dopo che lo avrete visto, mi direte se questa operazione di tamponamento di massa, aghi infilati nel naso, non vi innescherà la paranoia di essere in un gigantesco esperimento di adduzione aliena. Di presa per il naso. Alieni che prendono per il naso gli umani per trasformarli in qualcos’altro.

Giovedì 19 il risultato dell’adduzione dice positivo. Ergo siccome questa non è l’influenza degli altri anni in cui badavi da solo a te stesso, no, qui ora è lo stato etico e sanitario che bada a te stesso, e ti mette agli arresti, non puoi uscire né tu (finché il tampone degli addotti continua a dire che sei positivo) né quelli che vivono con te. Moglie e figlie obbligate a stare con te, in casa, ma isolate da te, e isolate tra loro. Ognuno in una stanza, sono quattro le stanze, il bagno però è in comune, non ci avevamo pensato per tempo a dotarci di quattro bagni, maledizione, e meno male che siamo quel che suol definirsi una famiglia bene stante. Non possiamo uscire neppure a fare la spesa o andare in farmacia. Bisogna chiedere agli amici, se li hai, o darsi al cannibalismo endogamico. Per fortuna gli amici ci sono, Daniela fa la spesa, Massimo prende i farmaci, Cristina porta le pastarelle o le pizzette, Donatella la fruttivendola porta la frutta. Ognuno di loro a turno si porta via un po’ di immondizia.

La prima settimana (in accordo con Antonia, il mio medico di medicina generale) assumo Zitromax. Insieme a 50.000 UI di Vitamina D tutt’in una botta. Insieme a un grammo di vitamina C al giorno e a complesso B. Il ministero dice non serve, ma io sono un medico e sono pure il malato, e non mi fido del ministero.

Quando, dopo qualche giorno torna la febbricola, sono sul punto di prendere anche il Plaquenil. Mica mi convince il modo con cui hanno fatto fuori il vecchio farmaco antimalarico promosso da Didier Raoult, il miglior virologo al mondo per h-index e il più feyerabendiano di tutti. Uno che invece di attendere il salvifico vaccino recupera un farmaco vecchio di 70 anni e a marzo dice coronavirus game over! Ne ho visti pochi, di vecchi farmaci antipsicotici da tre euro, fatti fuori (stesso motivo per cui hanno messo tra parentesi l’idrossiclorochina: allungamento del tratto QTc) per far spazio ad antipsicotici che costano centinaia di volte di più. Stesso trattamento riservato all’antimalarico. Mi consulto anche con Stefano Manera, un medico di cui mi fido, e lui dice se la febbre supera 38.5, prendi Aspirina 500 per tre volte al giorno. Dunque: non paracetamolo, che leva il glutatione al fegato e il glutatione è antiossidante e non è il caso di esserne sguarniti a causa del paracetamolo. Meglio l’aspirina, che ha anche l’effetto antiaggregante. Fa un po’ quello che farebbe l’eparina, insomma. Alla fine, però, non ci sarà bisogno di prendere né aspirina né idrossiclorochina né cortisone perché la febbre non supera più 38,5. Zitromax è stato sufficiente.

Cinque anni fa presi l’influenza che poi si complicò in polmonite. Un mese a casa. Cortisone e due antibiotici. Persi cinque chili. Cinque anni fa non c’era la Covid. Se cinque anni fa ci fosse stata la Covid, con tutta l’informazione terroristica che l’accompagna a ogni ora del giorno e della notte, sarei morto di paura, non di polmonite. Molti sono morti così, sapete? Arrivano in ospedale con la febbre, fanno il tampone, al responso di positività la saturazione improvvisamente scende, i polmoni collassano di paura, il panico prende possesso dell’automatismo respiratorio e respirare smette di essere un atto naturale.

Insomma, non lo so se è stato per aver fatto la terapia preventiva con azitromicina, ma quest’influenza super special detta Covid con me è stata mite. Da uno a dieci se quella di cinque anni fa valeva otto (fui ai limiti del ricovero) questa vale cinque. Eppure, ogni tanto, quando passata la prima settimana la febbre ritornava, ha fatto capolino il dubbio: E se i polmoni impazziscono? E se inizia la cascata citochinica? E se i trombi? E non sarebbe meglio stroncarla definitivamente con l’idrossiclorochina e col cortisone? Antonia e Stefano (i miei due medici di riferimento) dicono no. Se febbre sopra 38.5, basta l’aspirina.

Ripenso a Basaglia. Il suo pensiero lungo. Ricordate cosa disse? Il medico ha imparato a conoscere l’uomo vivo, malato, dissezionando l’uomo morto, cadavere. (In effetti è stato così pure per la Covid: non avessero fatto le autopsie, contravvenendo le direttive del ministero della salute, a quest’ora non avremmo capito molto della eziopatogenesi della sindrome). Ecco perché l’ospedale, il tempio della medicina, somiglia al cadavere, come il cadavere, anche l’ospedale è diviso (squartato) nei reparti che sembrano gli organi del cadavere, cuore, digerente, ossa, eccetera. In ospedale, fateci caso, l’uomo malato viene messo sempre orizzontale, come cadavere, come uomo morto, per essere indagato come l’anatomopatologo indagava il cadavere. E’ per questo che l’ospedale (disse Basaglia) è un luogo dei morti. Anzi, disse che come l’ospedale è la morte della medicina, il manicomio è la morte della psichiatria. E perciò che lui disse morte al manicomio. E oggi forse direbbe morte all’ospedale.

O meglio, capiamoci bene, non direbbe morte all’ospedale nel senso di eliminare gli ospedali dalla medicina, no, non è il caso di essere così radicali, ma nel senso di togliere all’ospedale la centralità assoluta nella medicina. Così come fu necessario togliere la centralità assoluta al manicomio nella psichiatria. L’ospedale, per poter funzionare al meglio, deve tornare a essere il luogo delle patologie acute e complesse. Non l’imbuto dove si riversa tutta la patologia. Tutta la sofferenza. Se no l’ospedale muore. Perché l’ospedale è stanco, è malato, è affannato, respira male, è infetto. Negli ospedali, in queste settimane, si ammalano soprattutto gli operatori, medici infermieri ausiliari, sì che nei numerosi reparti Covid che negli ospedali hanno rimpiazzato i reparti per altre patologie, si ricoverano, soprattutto, i lavoratori dell’ospedale. E’ un cane matto che si morde da solo. A che serve l’ospedale, se è impegnato a curarsi da sé?

Ma già da prima, della pandemia, voglio dire, in ospedale, si moriva d’altro. Arrivavi per un femore rotto. Tu, vecchio, anziano, sì, dico a te, arrivavi in ospedale per quel maledetto femore rotto, ti operavano, ti saldavano il femore, ottimo intervento, bravissimi i chirurghi, ma morivi per una insidiosissima infezione da batterio super resistente, di quelli che solo in ospedale li trovi. Ma come te, ne morivano altri 49.000, ogni anno, in Italia, altro che Covid. Quanti ne ha uccisi il Covid finora? Più di 50.000? Be’, è lo stesso numero di persone che i batteri colonizzatori degli ospedali uccidono ogni anno. Ma ti immagini se solo i mass media terroristici avessero fatto, per mesi, una campagna tutta polarizzata sulle infezioni ospedaliere, non solo tu non ci saresti andato manco per il cavolo in ospedale, ma l’avresti messo a ferro e fuoco l’ospedale, altro che.

Basaglia citava Filippo Ignazio Semmelweis. Il ginecologo che, a metà dell’Ottocento, scoprì la causa della sepsi puerperale. Sono le mani dei medici, diceva Semmelweis, che dopo aver dissezionato i cadaveri, senza lavarle, visitano l’apparato genitale delle puerpere e le infettano a morte. Questo accadeva a metà dell’Ottocento in Europa. Le donne che andavano a partorire in clinica morivano, quelle che partorivano a casa vivevano. Uno dei primi esempi clamorosi di malattia iatrogena. Malattia determinata dall’intervento medico. Trasmessa dalla mano del medico.

Ora ci sono diversi medici, ne cito uno per tutti, Luigi Cavanna, che sostiene ciò che diceva Basaglia. “Il Covid si cura e si cura a casa. Svuotate gli ospedali”, lo dice in un’intervista di fine settembre 2020. A Piacenza, Cavanna ha curato centinaia di persone, di casa in casa, evitando che si ricoverassero. La medicina, dice, la smetta di essere ospedalocentrica, ritorni a essere medicina di territorio.

Guardiamo cosa sta succedendo. Nonostante, in questa seconda ondata, si sappia meglio come curare questa sindrome (che nel 95% dei casi è asintomatica o paucisintomatica) è ricominciata la corsa disperata in ospedale, come nella prima ondata di marzo aprile.
Allora fu la Lombardia, protagonista indiscussa del fallimento degli ospedali, d’altra parte era la regione che più di tutte, per una politica sanitaria ospedalocentrica e basata sulle strutture private, si era sguarnita in fretta dei medici di medicina generale che pochi, soli, senza dispositivi di protezione, si erano ammalati, alcuni erano morti, e gli ospedali e le rianimazioni erano collassate come i polmoni dei malati.
Le bare furono la sineddoche del fallimento della sanità lombarda trincerata nell’ospedale.

Passano sei mesi. Il Sistema sanitario nazionale, al cui vertice vi è un ministro troppo esile, impreparato, sprovveduto, il classico vaso di coccio tra i vasi di ferro, avrebbe dovuto potenziare il territorio, non l’ospedale, far uscire dagli ospedali i medici e infermieri e portarli nelle case delle persone. Disseminare il territorio di USCA. Unità speciali di continuità assistenziale agilissime, costituite da un medico e un infermiere che andassero di casa in casa, a fare (come Luigi Cavanna) ciò che i medici hanno sempre fatto: visitare i pazienti, fare diagnosi, impostare terapie, fare relazione, tranquillizzare le persone con la presenza. Perché i medici depositari dell’arte medica lo sanno che ciò che cura non è solo il protocollo o la linea guida calata dall’alto, ma la complessità di una relazione detta terapeutica che è fatta (anche) di presenza.

Ad aprile era già chiaro che la sindrome Covid non era solo una polmonite interstiziale come si pensava all’inizio (grazie alle autopsie, lo si era capito) ma una sindrome che progrediva in tre fasi: influenzale, polmonare, endoteliale. Prevenire la seconda e la terza, agendo sin dalla prima con idrossiclorochina, cortisone, eparina, azitromicina.

Oggi gli stadi individuati sono cinque. Ne sappiamo ancora di più di aprile.
Fino al livello tre, la sindrome può essere curata in casa.
Come si fa a capire se uno può essere curato a casa?
Il primo stadio è quello della forma asintomatica o paucisintomatica chiamata Mild (blanda), per la quale non è necessaria cura. Sono il 95% dei positivi al Sars-Cov-2, abbiamo detto.
Il secondo stadio è quello della polmonite semplice. Qui si interviene con idrossiclorochina (quando tornerà possibile) azitromicina eparina e cortisone. Senza ossigeno.
Nel terzo stadio, quando la polmonite è di moderata gravità, può essere utile l’ossigeno. Ma senza, ancora, ricorrere all’ospedale.
Solo col quarto e quinto stadio, la forma severa e quella di pre-collasso, è necessario il ricovero ospedaliero.
Oggi, in Italia, per l’infodemia tossica, criminale, per il ripetere ossessivamente che i positivi sono contagiati quindi malati, le persone ai primi sintomi respiratori corrono in ospedale.
Già al secondo stadio. In ospedale continuano ad arrivare persone potenzialmente curabili a domicilio.
L’ospedale soccombe. Le persone muoiono. I media cicalano. Circolo vizioso. Non se ne esce.
Epilogo: continui lockdown. Quando non sai che fare, fai come nel medio Evo. Chiudi tutto. Dai la colpa ai cittadini. Perché sono loro gli irresponsabili, che si infettano.

Una decina di giorni fa una rivista mi manda delle domande. L’ultima domanda è:

Nel suo libro parla di due modelli che si sono confrontati in questa pandemia: quello biopolitico e quello psicopolitico. Il modello biopolitico europeo è in netto contrasto con quello psicopolitico asiatico. Molto spesso la gestione della pandemia ha trovato limiti che in Cina sono stati sorpassati facilmente. Crede sia probabile una cinesizzazione dell’Occidente?

E io rispondo:

Ci sarebbe un terzo, minuscolo modello di gestione, quello svedese, davvero democratico, perché enfatizza la responsabilità individuale e non infantilizza le persone vincolandole a regolamenti che cambiano ogni settimana, ma ciò non si può dire altrimenti la narrazione occidentale (secondo cui tutto il mondo è nel pieno della terza guerra mondiale) crolla. La Svezia, sarà pure piccola e poco popolosa, ma ha potenziato in pochi mesi la sua sanità, senza imporre lockdown.

E continuo:

Ma dicevamo i due modelli antagonisti che in modo diverso limitano la libertà. Quello psiocopolitico di controllo delle menti, asiatico, sembra aver stroncato sul nascere l’epidemia. A differenza del modello biopolitico europeo che nonostante i lockdown non ne viene fuori. Eppure, a pensarci bene, non siamo così lontani, anche noi, dal modello cinese. La macchina algoritmica che grazie a smartphone carte di credito social network eccetera incamera i nostri dati, ne sa più di noi ormai, è il nostro vero inconscio. Un inconscio algoritmico. L’occidente è già asiatico, solo che non se n’è accorto, viveva, fino alla pandemia, nell’illusione di essere una democrazia. La pandemia ha soltanto accelerato la presa di coscienza di ciò che il futuro ci riserva.

Bene, la parte iniziale della risposa, che enfatizza il modello svedese, viene omessa. Dicono per ragioni di spazio, ma io non ci credo. Viene omessa perché il modello svedese dimostra che si può gestire la pandemia ancora in modo democratico.

Invece, a quanto pare (ancora per un po’) insisteremo col modello di controllo dei corpi con isolamenti e lockdown, dopo però vireremo sul modello cinese basato sul sistema di credito sociale. Non avrai fatto il vaccino Covid? No? Niente aereo. Niente viaggi. Niente cinema. Niente treni. Niente metro.

Avremo tutti la tessera del bravo cittadino. Avremo un patentino vaccinale, grazie al qual poter essere (di nuovo) liberi cittadini. Perché il tema non è, solo, se il vaccino sia o non sia sicuro. E’ ovvio che c’è anche questo in gioco, ma non solo questo. Il tema è che la pandemia in parte è oggettiva, in parte è un fenomeno mediatico, una sindrome influenzale gonfiata mediaticamente fino a farla diventare la terza guerra mondiale, e solo per via mediatica potrà finire, la terza guerra mondiale. Finirà grazie alla tanto attesa arma di fine pandemia che è il vaccino. Ma il vaccino non è il modo per sconfiggere la pandemia (non si sa se darà immunità, transitoria o duratura, non si sanno gli effetti a lungo termine di un vaccino mRNA mai messo in campo prima), il vaccino è il mezzo con cui inaugurare il rating individuale, la cittadinanza a punti di marca cinese, anche nel resto del mondo. La società totalitaria prossima ventura ha le sue premesse nell’accettazione di questo vaccino. E nell’accettazione della tessera del bravo cittadino, che si vaccina senza colpo ferire.

Ma non li inquadrate già, i nuovi paladini di questo democraticissimo sistema di sorveglianza? Credevate che i più entusiasti fossero quelli di destra? Quelli che chiamavate i fascisti? Ma nemmeno per idea. I sostenitori dell’obbligo sono (andate a cercare i loro tweet) politici del campo progressista come i Faraone i Romano i Gori, influencer tipo i Gassman i Pelù i Vasco Rossi le Ferragni, virologi che non ne hanno azzeccata una come Bassetti, fino al capo del governo, che col tono suadente da post-democristiano dice, a proposito del vaccino Covid: io sono per la persuasione, perché non vorrei mai arrivare al TSO. Ovvero: cittadini, siete liberi di decidere se farlo oppure no, il vaccino, ma sappiate che se non lo farete (liberamente) possiamo sempre obbligarvi. Orwell, 1984.

Ce ne fosse uno, tra gli influencer, che nomina il modello svedese di gestione della pandemia. Ne ha parlato, in questi mesi, un’agguerrita psichiatra, si chiama Martina D’Orazio, da una decina d’anni lavora in Svezia. Lei è un’altra che, nella narrazione dicotomica di questi mesi (o sei responsabile che si beve tutta d’un fiato la narrazione ufficiale, oppure sei un negazionista complottista che nega il virus), si pone in questo mondo di mezzo dei parresiaci, là dove si sono collocati gli Agamben o i Bifo, per dirne due che ancora conservano la facoltà di pensare.

Cosa direbbe, di lei e degli altri parresiaci, lo psico-filosofo Umberto Galimberti (quello che Lorenza Ronzano, qui su carmilla, ha appena definito un intellettuale cosmetico) secondo cui i negazionisti sono pazzi e coi pazzi non si ragiona (Galimberti, peraltro, nel suo variegato panteon di maestri, cita sovente Basaglia, dimenticando che Basaglia coi pazzi ci ragionava, altro che). Cosa direbbe quell’altro buffo fenomeno inventato da Floris, la biologa Barbara Gavallotti, secondo cui il negazionista ha il cervello di un demente.

Mentre sono in coda al drive in di santa Maria della Pietà, il 18 novembre, le scrivo un messaggio su Messenger. Dopo un paio d’ore Martina D’Orazio mi risponde. Dice se vuoi possiamo sentirci. Dopo un po’ mi chiama. Penso che mi stia chiamando dalla Lapponia, dico accidenti, sembra che sei qua vicino, infatti, dice lei, sono a Tivoli, sono tornata in Italia, ho un part-time, tornerò in Svezia tra qualche settimana.

E’ irruenta e incazzata. Non è come me. La mia atarassia, il mio metodo zen, coltivato in ormai vent’anni di lavoro psichiatrico nei reparti hard. Non fossi stato capace di fare wu-wei avrei da un bel pezzo mandato tutti a quel paese e cambiato mestiere. Sopportare colleghi che ti spiegano perché è giusto legare le persone, sì sì, ti dicono, quello andava legato, e va tenuto legato per una settimana. Sopportare persone che ti dicono quello è uno schizofrenico, non rendendosi proprio conto del niente contenuto nell’affermazione tanto perentoria, come se noi sapessimo davvero cos’è quest’entità che chiamiamo la schizofrenia, e per questo motivo, aggiungono (siccome è schizofrenico) deve prendere per tutta la vita il farmaco depot. Non ho cambiato mestiere apposta per esercitare l’arte della pazienza, mica possono essere pazienti solo i pazienti, anche noi psichiatri dissidenti, radicali, dobbiamo esserlo, pazienti. Così un giorno, forse, riusciremo tutta questa pazienza a farla diventare curriculum per la santità.

Martina, sarà che in Svezia si è abituata meglio, non lavora in un reparto hard ma in un ambulatorio, non sopporta il modo con cui in Italia ma non solo in Italia, in tutta Europa direi, viene gestita la pandemia. Mi snocciola come grani di un rosario le caratteristiche della gestione svedese. Sono mesi che ne parla in giro, è furibonda del fatto che gli italiani siano così ottusi, e non si ribellino a un tale livello di soppressione delle più elementari libertà costituzionali.

E’ un fiume in piena. Mi riassume ciò che le ho già sentito dire in diverse interviste.

Dice la Svezia non si è fatta prendere dal panico da coronavirus, ma l’ha preso per quel che è: un virus che nell’80% dei casi è asintomatico. La principale obiezione al modello svedese: paese poco popoloso, bassa densità di popolazione, la trova pronta, dice: sono poco più di dieci milioni di abitanti, quanto la popolazione della Lombardia. Ma c’è una città, Stoccolma, che ha 960.000 abitanti, che sono più di Torino, che ne ha 867.000, e sai la densità di Stoccolma? 5129 abitanti per chilometro quadrato, più del doppio di quella di Roma, che ne ha 2195 per chilometro quadro. Insomma, Stoccolma, a parte Napoli e Milano, ha una densità di abitanti per chilometro quadrato più di ogni altra città italiana. Ma ciò che ha reso possibile alla Svezia di non fare il lockdown, continua, è l’aver potenziato la sanità del 300% e aver raddoppiato i posti di terapia intensiva: erano 500 in tutta la Svezia (quanto quelli della Lombardia) sono diventati 1000 nelle prime settimane della pandemia. E poi, aggiunge, hanno impiegato l’esercito non per militarizzare le strade, ma per trasformare uno spazio fieristico in ospedale Covid con 2400 posti letto potenziali che non è stato necessario utilizzare perché il sistema sanitario ha retto. E gli elicotteri dell’esercito: ricordate in Italia, durante la prima ondata, per cosa sono stati impiegati? Presidiare le spiagge, i parchi, i boschi, per braccare i runner o i passeggiatori da spiaggia. In Svezia gli elicotteri dell’esercito sono rimasti a disposizione come eliambulanze. Era così difficile farlo anche in Italia?

In Italia lo slogan è stato: state in casa. Sottotesto: deprimetevi, poltrite, abbuffatevi, alcolizzatevi, impasticcatevi. In Svezia hanno suggerito di uscire: l’aria aperta fa bene, rinforza il sistema immunitario. Avete presente questo sconosciuto? Il sistema immunitario? Sì, il sistema immunitario si giova di aria di sole di camminate di corse.

Martina, lo so, sono mesi che lo dico, ma qui tutti aspettano l’arrivo del vaccino, per salvare la pelle, per ricominciare a uscire, per vivere. Io, intanto, il vaccino me lo sto facendo. Non mi potranno obbligare a farlo.

In che senso lo stai facendo?

Nel senso che gli anticorpi al virus che ci toglie il fiato, me li sto facendo da solo, uno per volta, in questi giorni di malattia. Se lo scopo del vaccino è farti fare anticorpi, io li ho già. Non avrò bisogno del vaccino, quando uscirà.

Intanto siamo al primo di dicembre, dopo due settimane di influenza Covid il tampone di controllo mi dice che non ho più tracce del virus in gola e nemmeno nel naso. Da domani posso uscire. Ricomincio a essere un uomo libero.

Giuseppe Genna, di cui colpevolmente non ho osato leggere Reality perché la scrittura di Genna riesce a farmi sentire un minus habens, ho letto un suo post su Facebook dove scrive: “Da febbraio a fine settembre si contavano 35.894 decessi per Covid, in sette mesi. A oggi ci ritroviamo con 55.576 vittime. 20.000 in due mesi. In che senso staremmo facendo bene? In che senso avremmo azzeccato la formula del lockdown, come riportano alcuni quotidiani? Soltanto in Belgio, Iran e in Messico si registra un tasso di mortalità più alto di quello italiano. La Lombardia, poi, esprime un indice di mortalità che si valuta come primo al mondo: 195 morti ogni 100mila abitanti. Non Brasile, non USA, non Cina, non India: la Lombardia. Perché? Chi risponde a questa domanda?”

Già. Chi risponde a questa domanda?

La risposta, Giuseppe, è: hai visto le linee guida italiane per affrontare la Covid a casa? Sembrano fatte apposta per non prevenire guai peggiori. Per lasciare i malati al loro destino. No idrossiclorochina, perché uno studio bufala pubblicato su Lancet l’ha messo in stand bye. No eparina se non ai pazienti a rischio tromboembolico. No cortisone se non vi sono sintomi importanti. No antibiotico. No vitamine B C e D perché non sono scientificamente un rimedio alla Covid. Sì soltanto all’unica cosa davvero perniciosa: il paracetamolo ovvero la Tachipirina che riduce le riserve epatiche dell’antiossidante glutatione.

La risposta, Giuseppe, la trovi in un gruppo Facebook per soli medici: Coronavirus, Sars-CoV e Covid-19 il nome del gruppo. Oggi, 5 dicembre, prima di chiudere questo pezzo, un medico scrive se non sia il caso, per un paziente con Covid a domicilio, di prescrivere subito eparina cortisone e azitromicina, un altro medico dice che non è il caso, lui ribatte perché?, quello di prima dice perché devi seguire le indicazioni ministeriali, anzi, meglio, dice proprio: ti pare così brutto seguire le indicazioni ministeriali (intende il ministero della salute, ovvero Speranza) allora interviene un’altra medica che dice sì che pare brutto, i dati lo dimostrano che terapia domiciliare tardiva = ricovero, e siamo medici (che cazzo!), ogni caso è diverso, un broncopneumopatico sessantenne è diverso da un trentenne sano. E aggiunge: per seguire pedissequamente le indicazioni del ministero non occorreva laurearsi in medicina, ci riesci anche con la terza media. Ma il medico di prima, quello ligio alle linee guida del ministero, ribatte: approccio domiciliare è paracetamolo al bisogno e stop. Ma la dottoressa risponde: e dopo tre giorni un bel ricovero. Conclude la diatriba tra medici una pediatra di Ischia, che dice: ormai mi domando che senso abbia la nostra laurea e la nostra esperienza. Se bastassero linee guida, che senso avrebbe la nostra professione? Malato apre internet, scarica linee guida e si compra le medicine se ci sono. Vi è mai capitato di guardare in faccia un paziente e di dire, “questo non mi piace” anche se aveva le analisi buone? Si dovrebbe valutare caso per caso e poi applicare le linee guida se concordano con il quadro clinico e il buonsenso. So che questo commento attirerà molte critiche, ma anche i talebani delle linee guida fanno danni.

Ecco, i medici sono divisi in due: gli integrati, i talebani delle linee guida, che non vogliono assumersi la responsabilità di trasgredire le indicazioni dall’alto, e coloro che ci provano, a continuare l’esercizio dell’arte medica.

In ogni caso, la mia reclusione è finita, dalla settimana prossima ricomincio a fare il medico, ma è chiaro che sarà sempre più difficile fare davvero il medico, in questo mondo.


Disegno in apertura di Antonio Mura

 

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Il libro bolañiano dei morti di Piero Cipriano https://www.carmillaonline.com/2020/11/13/il-libro-bolaniano-dei-morti-di-piero-cipriano/ Fri, 13 Nov 2020 22:00:03 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63321 di Gioacchino Toni

Piero Cipriano, Il libro bolañiano dei morti, Milieu, Milano, 2020, pp. 176, € 16,50

Eccoci. Quel provocatore di Piero Cipriano – uno che, con il mestiere che fa, ha imparato a individuare la follia sopratutto al di fuori dei luoghi in cui questa società ha preteso di confinarla – ha dato alle stampe un libro costruito sulle Chiamate telefoniche pubblicate su “Carmilla”. «Il libro bolañiano dei morti si pone come spartiacque tra la precedente trilogia basagliana della riluttanza e la prossima trilogia psichedelica della resistenza. Questo passaggio tematico, dalla liberazione [...]]]> di Gioacchino Toni

Piero Cipriano, Il libro bolañiano dei morti, Milieu, Milano, 2020, pp. 176, € 16,50

Eccoci. Quel provocatore di Piero Cipriano – uno che, con il mestiere che fa, ha imparato a individuare la follia sopratutto al di fuori dei luoghi in cui questa società ha preteso di confinarla – ha dato alle stampe un libro costruito sulle Chiamate telefoniche pubblicate su “Carmilla”. «Il libro bolañiano dei morti si pone come spartiacque tra la precedente trilogia basagliana della riluttanza e la prossima trilogia psichedelica della resistenza. Questo passaggio tematico, dalla liberazione dai manicomi alla liberazione della coscienza dalla gabbia della realtà ordinaria accade, per congiuntura o sincronicità, nell’anno del grande panico. L’anno in cui il mondo scopre di essere in uno stato di Bardo, che rende inevitabile l’esercizio di sconfinamento dai limiti del proprio io. “Questo nuovo sforzo letterario di Piero Cipriano, psichiatra basagliano e psico-farmacologo critico, è un lungo e fitto pensiero oscuro. È un presente che incombe sul futuro… Forse impazziremo tutti quanti.”»

Così si esprime Pierpaolo Capovilla, autore della prefazione al libro di Cipriano pubblicato da Milieu edizioni che, come detto, ingloba, rielaborandole, anche quelle Chiamate telefoniche pubblicate su “Carmilla” che tracciavano una storia iniziata «quando il virus ancora non era epidemico, ancora si poteva uscire di casa, fare la spesa, correre nei parchi, ancora non era iniziato il trattamento sanitario obbligatorio con obbligo di dimora a casa per chi una casa ce l’ha, e possibilità di uscire solo se i motivi sono con-provati».

Le Chiamate terminavano quando ormai il virus sembrava avesse concluso il suo mandato… avendo nel frattempo contagiato, eccome, seppure «in altro modo», tutti e tutto… Il libro bolañiano dei morti è andato oltre, continuando a fare i conti con il passato, con il presente e con il futuro ricordando che

«Le epidemie (scrive Paul B. Preciado) “sono grandi laboratori d’innovazione sociale”. Se l’epidemia della lebbra era stata gestita necropoliticamente escludendo i lebbrosi dalla città, l’epidemia di peste fu affrontata invece con forme di “inclusione esclusiva, cioè segmentando la città e confinando i corpi in casa” (scrive Foucault). Oggi il Covid ha riproposto questo doppio schema, da una parte il modello biopolitico di Italia Francia Spagna con un lockdown inflessibile che ricorda l’inclusione esclusiva da peste, dall’altra il modello psicopolitico di Corea del Sud Taiwan Hong Kong Giappone e Cina con il monitoraggio di smart phone e carte di credito. È la nemesi del delirio sovranista. Che pare già preistoria. L’Europa chiude le frontiere, l’America chiude le frontiere, muri chilometrici, centri di detenzione per migranti infetti, virali. Arriva il nuovo migrante invisibile (il virus) e sposta la frontiera sul ballatoio di casa tua. Calais o Lampedusa diventa il tuo condominio. Il confinamento del migrante non lo fai più nel centro di detenzione ma nel tuo appartamento, perché il migrante infetto potresti essere tu, l’ospite indesiderato è dentro di te. Il modello biopolitico, europeo-americano, perde. Il modello, psicopolitico, asiatico, vince. Controllare corpi, controllare menti, senza pelle senza mani senza scambio di contante usando sempre carte di credito senza parlare vis a vis lasciando audio vocali senza volto (che è coperto da maschera) senza nome basta l’indirizzo mail o il profilo Facebook il corpo è sostituito da un codice, e la casa è il luogo dove tutta la vita si svolge lavoro scuola consumo sesso. Lì sappiamo dove trovarti. Non puoi essere altrove. Come ti salvi dalla macchina algoritmica che estrae continuamente dati che vanno a costituire il tuo avatar? Come renderti irriconoscibile al deep learning digitale che si adopera, click dopo click, connessione dopo connessione, post dopo post, per classificarti, inquadrarti, diagnosticarti in una diagnosi che non è più psichiatrica ma è algoritmica? Come fai a renderti (stirnerianamente, anarchicamente) unico incatalogabile inclassificabile imprevedibile irraggiungibile?»

Il libro bolañiano dei morti di Cipriano esce ora, con i lockdown di nuovo in essere, ricordando che la storia «si ripete sempre due volte la prima è tragedia la seconda è commedia anzi no è un film dell’orrore anzi no è un film di zombie gli zombie sono metà dell’umanità che si è acconciata con una mascherina sul grugno e non vuole più toglierla, e non dà più la mano e non esce di casa salvo quando deve fare cose per sopravvivere, la vita è sopravvivenza, ora niente più divisione del mondo in due blocchi: destra/sinistra, occidente/blocco comunista, ricchi/poveri, nord/sud, la divisione adesso è tra zombie-con-maschera, d’ora in poi definiti i responsabili e zombiesenza-maschera di volta in volta definiti i complottisti, oppure i negazionisti, oppure sentite questa (sembra fatta apposta per me) i cretini libertari.»

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Scrittori cosmo e scrittori cosmetici (con particolare riferimento al mondo psi) https://www.carmillaonline.com/2020/11/03/scrittori-cosmo-e-scrittori-cosmetici-con-particolare-riferimento-al-mondo-psi/ Tue, 03 Nov 2020 22:00:22 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63251 di Lorenza Ronzano

Ai poli opposti della produzione culturale ho individuato due modelli, le opere “cosmo” e le opere “cosmetiche”, cui corrispondono intellettuali che con il loro pensiero e la loro congerie di idee secernono un vero e proprio cosmo culturale e, di contro, intellettuali cosmetici, i quali invece si limitano a imbellettare e riordinare o rimodernare un mondo, un universo già esistente. Per esemplificare i due modelli potrei fare riferimento alla nota accoppiata Roland Barthes e Umberto Eco, o alla più famigerata Pasolini/Calvino, dove i primi soltanto sono creatori di un vero e proprio cosmo, mentre i secondi sono più [...]]]> di Lorenza Ronzano

Ai poli opposti della produzione culturale ho individuato due modelli, le opere “cosmo” e le opere “cosmetiche”, cui corrispondono intellettuali che con il loro pensiero e la loro congerie di idee secernono un vero e proprio cosmo culturale e, di contro, intellettuali cosmetici, i quali invece si limitano a imbellettare e riordinare o rimodernare un mondo, un universo già esistente. Per esemplificare i due modelli potrei fare riferimento alla nota accoppiata Roland Barthes e Umberto Eco, o alla più famigerata Pasolini/Calvino, dove i primi soltanto sono creatori di un vero e proprio cosmo, mentre i secondi sono più o meno valorosi rappresentanti di cosmesi culturale. Restringendo la visuale alla cultura italiana contemporanea, potrei contrapporre scrittori-cosmo come Siti e Moresco a scrittori cosmetici come Veronesi e Carofiglio e Ferrante e tanti altri. Ma approfondirò l’analisi dei due modelli a partire da un ambito che in questi ultimi anni ho imparato a conoscere più nel dettaglio, quello della psicologia e della psichiatria, dove i cosmetici trovano i loro esponenti in Recalcati, Crepet, Galimberti, mentre gli psichiatra-cosmo sono rappresentati da medici come Basaglia, Borgna o Cipriano.

Soltanto gli esponenti della cultura-cosmo, siano essi scrittori, psicologi, medici, antropologi, ecc., sono reali intellettuali. La vera cultura promana dai primi; i secondi, spacciatori di nozioni cosmetiche, appartengono all’ambito culturale soltanto nella misura in cui compiono un’opera di intrattenimento, di svago, di imbellettamento, di blanda narcosi.

Le caratteristiche degli intellettuali cosmo, di cui i cosmetici sono privi, sono le seguenti:
i cosmetici non portano mai avanti un discorso in prima persona, non si azzardano mai a dire “io”. Il loro ego, d’altra parte piuttosto pervasivo, è però messo al riparo delle loro locuzioni preventive – nelle opere dei cosmetici vengono adoperati spessissimo i “si dice”, “come si è detto”, “si afferma” – e i loro discorsi e le loro argomentazioni vengono montati come puzzle di citazioni, sotto la tutela di classici autorevoli.

Gli intellettuali cosmo invece si assumono la responsabilità delle loro idee, parlano in prima persona, dicono “io”, ci mettono la faccia. Non protetti dal gioco combinatorio del citazionismo, appunto rischiano, con il loro personale discorso, di perdere la faccia – che è forse l’unica cifra per misurare il valore di un saggio o di un romanzo. Per esempio, i libri di Recalcati sono estenuanti rimasticazioni, peraltro molto ben diluite, molto ben insalivate dall’autore, di idee tratte dalle teorie psicanalitiche lacaniane mescolate a concetti perlopiù impersonali, divenuti ormai di dominio pubblico a furia di essere estrapolati dai loro contesti originari e riproposti in forma stilizzata e quasi naif per via del continuo logorio e delle eccessive semplificazioni cui son stati sottoposti. I libri di Basaglia, così come quelli di Cipriano, nascono invece dall’esperienza diretta degli autori che, prima ancora di essere autori, sono professionisti che esercitano il mestiere di psichiatra a contatto con pazienti, i quali a loro volta, prima di essere pazienti, sono esseri umani alle prese con la vita.

I saggi degli scrittori-cosmo hanno quest’origine vitale e umana, connessa con un’esperienza personalissima e irripetibile, che viene narrata e testimoniata in prima persona. I saggi dei cosmetici invece hanno un’origine perlopiù antologica e combinatoria; i loro autori, facendo le pulci a qualche trattato accademico, ne ritagliano poi una frase o due, e su quelle ci cuciono addosso postille e minuterie argomentative per centinaia di pagine.

Connessa alla prima caratteristica, e in stretta relazione con essa, c’è il discorso sull’origine delle idee degli scrittori-cosmo in contrapposizione con i cosmetici: questi ultimi, come le succursali in franchising di grandi marchi, si appoggiano sempre all’azienda madre. Le opere cosmetiche sono caratterizzate dalla circostanza che i loro autori non hanno visto ciò di cui scrivono, né vissuto in prima persona ciò di cui argomentano, e anzi il più delle volte non l’hanno mai nemmeno concepito o immaginato. In breve, le opere cosmetiche sono letteratura e saggistica in franchising. Recalcati e Umberto Eco, per esempio, possiedono precisamente il temperamento degli aziendali che desiderano avviare una nuova impresa, ma che, non volendo partire da zero, preferiscono affiliarla a marchi già affermati. Nei loro saggi e nei loro romanzi, in effetti Recalcati ed Eco compiono un lavoro di affiliazione commerciale: le loro idee in franchising, mediate dall’azienda-madre di riferimento – la colossale teoria psicanalitica novecentesca, nello specifico la dottrina lacaniana per il primo; la semiotica strutturalista del saccheggiatissimo Barthes per il secondo – vengono ri-prodotte e ridistribuite al grande pubblico come servizi e beni di consumo. Sarà difficile trovarci qualcosa di illuminante o di originale, perché in cambio del rischio d’impresa dimezzato grazie alla tutela dell’azienda-madre, come ogni buon affiliato, gli autori di opere cosmetiche si impegnano a rispettare scrupolosamente gli standard e i modelli di produzione stabiliti dai franchisor.

Un’altra fondamentale differenza tra i due modelli riguarda la natura della complessità dei libri-cosmo rispetto a quella dei cosmetici: la complessità delle opere cosmetiche è tutta apparente ed esteriore, superficiale. A rigor di logica, non la si potrebbe nemmeno definire complessità, se intendiamo la complessità nel suo più puro significato derivante da complessione, cum (insieme)+plecto, dal greco pleko, ovvero attorco, intreccio, piego, creo pieghe, cioè unisco insieme strati diversi, di diversa fattura, di diversa natura, di diversa profondità, cosicché ciò che sta sotto è unito a ciò che sta sopra, o di traverso, o di lato, o ai bordi, per mostrare quelle affinità e analogie che nel dispiegamento della superficie non potevano balzare all’occhio, né essere colte insieme.

Mentre i cosmetici spiegano – la diligente spiegazione, il prolisso spiegamento come operazione contraria alla turgida e fitta complessità, dove s-piegare significa mettere tutto sullo stesso piano, cosicché i punti salienti risultino sì ben visibili, ma accampati l’uno distante dagli altri, precludendo ai nessi e alle relazioni di risultare evidenti e ben visibili; i saggisti-cosmo invece rendono complesso, cioè creano pieghe nel discorso, cucendo insieme idee, avvicinando i lembi di quelle analoghe, per metterle in relazione e per creare tra di esse una familiarità, affinché prolifichino. Si capisce come i primi, i cosmetici, abbiano più successo, e i secondi meno.

La complessità dei cosmetici, dicevo, è complessità soltanto esteriore, e si avvale della ricercatezza del linguaggio per sopperire a quella ricchezza di significati che non possiede. Si può dire che i libri di un Recalcati, o di un Crepet siano discorsi comuni tradotti in linguaggio letterario, accademico. Discorsi che suppergiù qualsiasi persona priva di cultura potrebbe formulare andando a braccio, sulla rotta del proprio buon senso, e che vengono poi tradotti in linguaggio accademico, imbellettati di termini che suonano colti e desueti. Si tratta insomma di contraffazioni, di traduzioni – mai come in questo caso il termine traduzione, dal latino tradere, strettamente imparentato con tra-duco, conserva il proprio significato originario di tradimento.

Il linguaggio adoperato nelle opere-cosmo è invece esattamente l’opposto: si adopera una lingua comune, comprensibile e accessibile a tutti, per esprimere idee mai prima concepite, idee che allacciano insieme concetti che ancora nessuno mai aveva avvicinato né messo in relazione, affinché dischiudano un’inedita interpretazione delle cose.

Mentre i cosmetici fanno pagare cara la banalità conciata da eccezionalità; gli scrittori-cosmo offrono l’originalità e non di rado la genialità sguarnite da orpelli letterari, servite sul modesto vassoio di una lingua accessibile a tutti (modesto vassoio, che poi… la lingua accessibile a tutti non è un demerito, bensì il più raffinato approdo per chi ha serie ambizioni letterarie), infischiandosene spavaldamente del rischio di essere svalutati da chi non sa cogliere le cifre dell’autentica creazione intellettuale (cioè da quasi tutti).

Un’ulteriore differenza, che discende a grappolo dall’ultima esaminata: la presenza di interferenze polari, di mescolanze categoriche dei libri-cosmo, che invece i cosmetici si guardano bene di evitare. Nei libri di Recalcati o dell’ “umanista” Galimberti non prendono mai la parola i pazienti, se non per essere analizzati e sottoposti a scrutinio. Non c’è mai posto per gli uomini e per le donne in analisi, se non come, appunto, “folli” o analizzati. Nei libri di Cipriano invece prendono parola i pazienti in qualità di persone, di esseri umani, e le loro testimonianze contribuiscono direttamente a portare avanti il discorso sulla psichiatria.

I libri cosmetici non si aprono mai davvero alla realtà, sono sistemi chiusi, bei labirinti di nozioni in cui perdersi graziosamente in un pomeriggio pigro. I libri-cosmo si aprono e si riconnettono sempre alla realtà – prima di tutto nascono da essa, per esempio la “trilogia della riluttanza” di Cipriano non può essere annoverata tra la saggistica accademica perché nasce come testimonianza di lavoro sul campo, come documento di impegno civile e professionale – e sono infatti intrisi di considerazioni personali, di stralci diaristici, di interferenze autoriali (spesso l’autore lascia la parola ad altri, e per altri naturalmente non intendo i padri della psicologia o altre autorità, ma i veri grandi altri, cioè i pazienti, coloro che in tutta la storia della psichiatria e della psicologia non hanno mai avuto voce in capitolo).

Per gli scrittori-cosmo la cultura è un universo organico, vitale, per i secondi un gioco combinatorio. I primi sono come degli estrattori di succo: il mondo passa attraverso di loro come una mela una carota un limone attraverso gli ingranaggi e il filtro di un estrattore. Ne uscirà un siero, il succo condensato di un universo culturale. I secondi sono delle specie di hobbisti che per noia giocano al piccolo chimico: tirano fuori la scatola con le essenze e gli elementi, li diluiscono e li combinano a vicenda, ne vien fuori una sintesi magari anche gradevole e profumata, ma a che serve? Un trastullo con cui trascorrere il tempo. Ecco la cosmesi culturale, sintesi di principi attivi morti ridotti in polvere, gioco combinatorio, vezzo estetico nel riproporre e nel riprodurre il già visto, già capito, già detto.

C’è differenza anche nella militanza tra gli scrittori-cosmo e i cosmetici. Questi ultimi spacciano nozioni, i primi fanno esercizio d’intelligenza. Differenza tra spaccio di nozioni e intelligenza: intelligenza come capacità di intus+legere, ovvero abilità di cogliere e mettere in relazione ciò che sta sotto (sotto all’apparenza, sotto al discorso condiviso, sotto alla realtà manifesta), quindi abilità di leggere il mondo – il mondo, non la realtà; la realtà è già mondo cifrato, è già mondo ridotto a sistema. Intelligenza in questa accezione è tutt’uno con l’onestà intellettuale, e con la purezza delle intenzioni. Le stesse identiche teorie, gli stessi identici concetti, se maneggiati con intelligenza, possono dirsi realmente cultura, costituiscono davvero cultura; ma gli stessi concetti, se esplicati senza intelligenza diventano altro – non si può nemmeno dire che si deteriorino a mere informazioni, ma appunto fuoriescono dall’ambito intellettuale, diventano svago, intrattenimento.

Ma a questo punto allora è meglio trattare e avere a che fare con il dato nudo e crudo, andarsi a leggere direttamente i libri dell’autore in questione – meglio leggersi le opere di Lacan che ascoltare Recalcati che le recita male – meglio consultare direttamente i manuali, l’enciclopedia, persino Wikipedia è una scelta migliore rispetto ai riadattamenti dei cosmetici, perché le idee e i concetti trattati senza intelligenza scadono a propaganda, vengono deformati dagli interessi di chi li manipola per abbindolare, per ottenere visibilità, per smuovere emozioni, compiacere vanitosamente l’uditorio, ipnotizzarlo retoricamente, ecc..

Inoltre, una differenza molto eterea, quasi esoterica, tra i due modelli consiste nella diversissima qualità dell’attenzione e dell’intenzione con cui gli autori scrivono: gli scrittori-cosmo sono come antenne che captano dall’etere segnali-radio per poi trasmetterli e diffonderli attraverso le loro opere, mentre gli autori-cosmetici compongono le loro opere perlopiù a partire da un atto volontaristico, da un desiderio egotico. Mentre i primi ricevono e captano idee, i secondi architettano nozioni. C’è differenza tra idee e nozioni.

Un’idea è qualcosa di organico e di indipendente – indipendente dalla mente di colui che la maneggia e che la esprime. Le nozioni sono i tasselli di cui si compongono le idee, come le tessere di un mosaico. Certo sono essenziali per la sua realizzazione, ma quel che conta è il mosaico, la visione d’insieme, appunto l’idea, il “disegno”. Anche i concetti, benché più complessi e articolati delle nozioni, hanno un’origine limitata, in quanto vengono concepiti da una singola mente, la loro manifattura è umana. All’origine di concetti e nozioni c’è sempre un atto di volontarismo individuale, e, pertanto, scorie più o meno evidenti di autoaffermazione. L’idea invece viene sempre in mente, (“Mi è venuto in mente”, “Idea!”, “Ho avuto un’idea”, “Mi si è accesa la lampadina”). Le nozioni hanno un’origine individuale e volontaristica, mentre le idee hanno un’origine superindividuale e spontanea, nella misura in cui vengono captate e recepite dall’ambiente circostante. Le vere idee non vengono mai pensate, studiate a tavolino; le vere idee vengono in mente, solo loro che pensano noi. Gli scrittori-cosmo, come in un download, le scaricano dall’etere, dall’atmosfera, dall’ambiente, dalla qualità elettrica collettiva in cui siamo immersi. Si può essere solo buone o cattive antenne per le idee, mai buoni o cattivi artefici. Chi architetta un pensiero, chi mette insieme concetti è fuori dall’idea. Può avere idee chi sta in ascolto – chi ha una struttura fisiologica atta a essere ricettivo. Poi, naturalmente, c’è bisogno che le riconosca, che le organizzi e le traduca in un pensiero condivisibile, comprensibile. A questo punto soltanto sono concessi il lavoro a tavolino, l’analisi, l’architettare un recipiente nozionistico in cui calare l’idea. Ma, prima, tutte queste operazioni sono controproducenti.

Gli scrittori-cosmo dunque scaricano le idee e le danno in pasto, le mostrano, le offrono generosamente quand’anche non organizzate in un discorso impeccabile, non hanno remore a servirsi di linguaggi che rasentano l’oralità perché sono gli stenografi del mondo. Gli scrittori cosmetici invece si limitano a riorganizzare concetti derivati da vecchie idee, ovvero ideologie – quando l’idea non aderisce più alla realtà, perché nel frattempo il mondo è cambiato, come una pancera larga, o troppo stretta, si ha l’ideologia; la vecchia, esausta idea scade in ideologia, l’ideologia è un complesso di idee scadute. Recalcati, per esempio, è uno che maneggia pancere troppo strette o troppo larghe (Freud? Lacan? il perdono?, ma che vogliono ‘sti zombie?), insomma ideologie che non calzano più il mondo.

Ancora sulla differenza della vocazione e della militanza: i cosmetici non sono al servizio di un’idea ma, al contrario, usano e riciclano idee per i propri scopi, per vendibilità, per vanità personale, godibilità, popolarità, ecc.

Pasolini, per esempio – emblema degli intellettuali-cosmo – era al servizio delle idee, e non si curava di sé e della propria immagine, o di quella che poteva essere la ricezione della sua immagine. L’immagine di Pasolini è stata totalmente modellata dalle sue idee, come se fossero le idee a secernere l’intellettuale, e non viceversa. Il vero intellettuale capisce sempre il mondo suo malgrado. Nei video, nelle interviste, questi aspetti sono lampanti, – è evidente la passione con cui Pasolini è manovrato dalle sue idee, è evidente la sua mancanza di vanità (e se c’è vanità, è la vanità dell’invasato, di chi sa di essere il portavoce di qualcosa di più grande di lui, di qualcosa che lo trascende). Il vero intellettuale è sempre sottoposto, sempre vittima delle proprie idee. Gente come Sini, Recalcati, Crepet, invece, stanno al di sopra delle idee. Comodi, avvolti in caldi maglioni e gilet sartoriali, te le fanno cadere dall’alto, proprio. Non le prendono sul serio, e non sono presi sul serio dalle idee. Giocano. Ci giocano come fossero biglie, scavano tunnel in cui farle rotolare, gongolano mettendole in fila una dopo l’altra, compiacendosi della resa estetica, imboniscono l’uditorio elargendo le più leziose, le più intriganti, le più ricercate. Fanno un lavoro di ricamo, di uncinetto culturale.

Nel migliore dei casi, i cosmetici fanno teatro con la cultura. Attori che allestiscono una messinscena a partire da qualche topos trito e ritrito del nostro immaginario dottrinale. Come in un monologo teatrale, il risultato può essere accattivante. Sono interpreti, attori che inscenano il grande pensatore, il filosofo, il Maestro, l’intellettuale, ecc.

È questo a sedurre e ad affascinare, e che sta a fondamento del loro successo e della loro popolarità.

Non a caso i loro monologhi, le presentazioni dei loro libri, gli interventi di fronte al pubblico hanno sempre un impianto drammatico-scenografico: dai modi all’abbigliamento, dalla gestualità alla gestione dei silenzi e del tono della voce, ci sono molto più studio e lavoro e qualità attoriali che non intellettuali – non sto con ciò sminuendo la carriera attoriale, tra l’altro notevole, sto piuttosto cercando di riportare l’attenzione sul fatto che è una cosa diversa dal ruolo dell’intellettuale.

Come alla radio, impostano la voce nei toni giusti, sembra che siano abituati a fare prove microfono, più che a sondare i principi generativi di un concetto dall’altro. Prendono una frase, una semplice citazione e la atterrano in cento posizioni diverse, come in un kamasutra del verbo. Sono manierati, raramente dispongono di intuizioni notevoli, allora ripiegano sul linguaggio e gli fanno fare il contorsionista, genuflettono frasi, stordiscono coi virtuosismi linguistici, anafore, catafore, ripetizioni, ellissi… è una cantilena. E’ la carriera del pifferaio, dell’imbonitore di folle. Alzano e abbassano la voce come nei trailer dei film commerciali, in cui gli speaker montano la suspense secondo ritmi calcolati per tenere in pugno l’attenzione degli ascoltatori.

Perlopiù fanno appello a quel piacere che gli esseri umani imparano a godere da piccoli, nel lettuccio protetto dalla voce rassicurante dei genitori che raccontano le fiabe. Non importano i significati, importa soltanto un certo sentimentalismo del Significato, quel tiepido senso di pace e sicurezza che promana dalla voce pastosa dei genitori. Sono come il padre che declama impeccabilmente la fiaba. Non importa il senso della storia, importa l’ipnosi, la devozione verso il padre che dice. Non importa cosa, perché il Padre dice. Allungano le vocali, “No, signori, noooo… non è come pensate”. Uhh, brividi… No, e certo, la detengono loro la verità. È arrivato il padre a dirmela.


Su Carmilla: Lorenza Ronzano, La variabile umana, Elèuthera 2019

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