pandemia – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Wed, 11 Feb 2026 21:26:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Virus letale https://www.carmillaonline.com/2025/11/26/virus-mortale/ Wed, 26 Nov 2025 21:00:43 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=91113 di Sandro Moiso e Jack Orlando

La parola è ora un virus. Una volta forse il virus dell’influenza era una cellula polmonare sana. Ora è un organismo parassita che invade e danneggia i polmoni. Una volta forse la parola era una cellula neurale sana. Ora è un organismo parassita che invade e danneggia il sistema nervoso centrale. L’uomo moderno ha perso la facoltà di scegliere il silenzio. (William S.Burroughs – Il biglietto che esplose, 1962)

Chissà se Ari Aster, quando ha iniziato a progettare Eddington, ha riflettuto sulle parole di William Burroughs inscritte in uno dei testi imprescindibili della [...]]]> di Sandro Moiso e Jack Orlando

La parola è ora un virus. Una volta forse il virus dell’influenza era una cellula polmonare sana. Ora è un organismo parassita che invade e danneggia i polmoni. Una volta forse la parola era una cellula neurale sana. Ora è un organismo parassita che invade e danneggia il sistema nervoso centrale. L’uomo moderno ha perso la facoltà di scegliere il silenzio. (William S.Burroughs – Il biglietto che esplose, 1962)

Chissà se Ari Aster, quando ha iniziato a progettare Eddington, ha riflettuto sulle parole di William Burroughs inscritte in uno dei testi imprescindibili della letteratura americana della seconda metà del ‘900. Il film, di cui Aster aveva scritto la sceneggiatura ancora prima di esordire nel 2018 con Hereditary – Le radici del male, amplia infatti l’intuizione di Burroughs ben oltre il linguaggio vocale per adattarla all’odierna trasformazione antropologica seguita alla diffusione dei social media e delle tecnologie digitali. Una diffusione virale di cui la pandemia da Covid 19, che fa da sfondo al film, ambientato nel 2020, non può che costituire l’ovvia metafora.

La trama, sostanzialmente, è riassumibile in poche righe. Nel maggio del 2020, nel pieno esplodere del Coronavirus, delle proteste organizzate da Black Lives Matter per la morte di George Floyd a Minneapolis e della campagna elettorale per le elezioni presidenziali del novembre dello stesso anno, la cittadina di Eddington, nel Nuovo Messico, sale agli onori della cronaca quando una disputa tra l’asmatico e conservatore sceriffo Joe Cross (interpretato da Joaquin Phoenix) e il sindaco finto-progressista Ted García (Pedro Pascal) degenera rapidamente in un tragico bagno di sangue, mettendo gli abitanti gli uni contro gli altri.

Definito come un “western contemporaneo” il film è, invece, ascrivibile a quello che sta diventando rapidamente un vero e proprio genere per il cinema statunitense: quello della “guerra civile” strisciante o che viene. A differenza però dell’altrettanto recente Una battaglia dopo l’altra di Paul Thomas Anderson, rifiuta l’ambientazione ucronica, che già aveva caratterizzato anche Civil War di Alex Garland (2024), per inserirlo in un contesto sociale, storico e politico ben definito, dove fa spesso capolino il volto di Trump. Dando così origine a qualcosa che si potrebbe definire come una sorta di neo-realismo dell’era della comunicazione digitale.

Il regista, nato nel 1986 a New York, si è sempre mosso tra atmosfere horror, dark e noir, di cui costituiscono una significativa testimonianza i precedenti Hereditary (2018), Midsommar – Il villaggio dei dannati (2019) e Beau ha paura (2023). Ma questa volta, pur non attenuando il gusto per il noir e la violenza esplicita, prova a sviluppare un discorso, così come ha spiegato in un’intervista ai «Cahiers du cinéma», su come la diffusione degli smartphone, dei social media e dell’Intelligenza Artificiale abbia finito col dare vita ad un mondo caratterizzato da una sorta di iper-individualismo di massa in cui nessuno sembra essere più d’accordo sul concetto di “reale” o, perlomeno, su quelli che sono, o dovrebbero essere, gli elementi che costituiscono concretamente la “realtà”.

Non a caso, sullo sfondo delle vicende troneggia la proposta di costruzione nelle vicinanze della cittadina posta ai margini del deserto, e già afflitta dalla siccità, di un enorme data center. Un data center vorace di acqua ma, secondo i promotori dell’iniziativa, sindaco Garcia in testa, necessario a riportare la prosperità (se non la modernità) in un contesto economico e sociale in cui la pandemia, con tutte le sue restrizioni, sembra aver dato il colpo di grazia.

Intorno a tutto questo, però, si muovono non soltanto gli appetiti economico-produttivi della ditta specializzata in gestione dati ma anche le speranze di una parte dei cittadini, le paure dei complottisti, la volontà di riscatto di uno sceriffo debole attanagliato dai suoi fallimenti, dalle sue paure e dalle preoccupazioni per una moglie mentalmente instabile (interpretata da Emma Stone), la pervasività di una farlocca moralità di origine religiosa e le denunce degli abusi sessuali su bambini e adolescenti in loco e nell’intera America dei cinquanta stati.

Si muove la politica con la campagna trumpiana per la Casa Bianca e i giovani Antifa che promuovono manifestazioni e confusi disordini in seguito alla morte di George Floyd. Con parole d’ordine e slogan che spesso appaiono grotteschi, come quelli che riguardano una “bianchezza” che, da metafora universale delle diseguaglianze di classe, genere e razza, si tramuta in discorso assoluto da realizzare individualmente.

Con tutto il seguito, ridicolmente pomposo, di autodenunce, scuse, vittimismo e rimozione della storia portate poi parzialmente a compimento dai movimenti della cancel culture1 che proprio nel 2020 esplodeva definitivamente e di cui, in qualche modo, in tempi recenti Donald Trump ha approfittato ribaltandone il significato, per proporre la rimozione dai 21 musei e dai 14 centri di ricerca dello Smithsonian Institute i riferimenti ritenuti eccessivi e fuorvianti alla schiavitù negli Stati Uniti, in occasione del 250esimo anniversario della nascita dello Smithsonian. Una revisione orientata a “ristabilire verità e sanità nella storia americana”. Un’iniziativa tesa, sempre secondo il presidente, “ad assicurare l’allineamento con la direttiva di celebrare l’eccezionalismo americano, rimuovere narrative divisive e di parte e ristabilire la fiducia nelle nostre condivise istituzioni culturali” (qui).

Un atteggiamento che, sempre secondo quanto ha dichiarato il regista ai «Cahiers», rivela le responsabilità della sinistra che a partire dagli anni Sessanta, stanno alla base delle distorsioni destinate a dare vita a molte teorie complottiste, che si ritengono oggi patrimonio della destra populista degli Stati Uniti e non soltanto. Ma che, ancor prima di costituire un discorso di propaganda, rappresentano l’esternazione di una società che ha perso i suoi punti di riferimento, materiali e simbolici, e con essi la capacità di tenere insieme le persone, che vanno ora cercando nuovi cardini nelle verità più assurde, senza alcuna capacità di confrontarsi su un terreno comune.

Una società del piagnisteo, dell’autocompatimento e dell’autocommiserazione, in cui tutti trovano sfogo e motivi di rivincita, grazie soprattutto alle tempeste che si scatenano a partire dai social media e dal loro uso ossessivo. Fornendo parole d’ordine vuote quanto roboanti e “cause” pret-a-porter a tutte le parti in causa.

Così, se le tematiche del western classico sono spesso indirizzate nella direzione della fondazione di nuova società, dell’invenzione di una legge di fronte all’anarchia sociale, con il deragliamento dei social media prima e l’avvento dell’intelligenza artificiale poi ci si trova di fronte a una specie di “nuova frontiera”. In cui le immagini generate dall’intelligenza artificiale, ormai virulente come le parole di cui sopra, sono quelle destinate a “dirigere tutto” come un tempo si pensava della classe operaia. Anche se, come afferma ancora lo stesso Aster, tutto ciò non è normale, ma semplicemente demenziale.

Esattamente come succede nel caso di Joe Cross, non un autentico villain o principe del male, ma, piuttosto, un fallito in tutti gli aspetti della vita (lavorativi, umani e affettivi) che, nelle distorsioni prodotte dai video e dalle foto pubblicate su Instagram, “trova la forza” per affrontare e risolvere le cause dei suoi mali, più che di un unico male.

Tutti elementi cui si aggiungerà, nel granguignolesco finale che altro non potrebbe essere in una società che letteralmente affoga tra le armi, l’arrivo di un presunto commando di suprematisti bianchi sotto copertura, a bordo di un jet privato che determina il definitivo abbattimento del muro tra finzione e reale, tipico della mente paranoide che sembra governare il comportamento sociale (non solo) americano. Probabilmente convocati dalla stessa agenzia risoluta a realizzare il grande data center di Eddington, nonostante l’apparente progressismo dei suoi intenti, per innaffiare l’incendio tutt’altro che latente con un’ultima tanica di benzina.

Un film dunque ad elevato grado di ottani, confusione, violenza e follia che lascia lo spettatore frastornato, stordito dal flusso degli eventi, delle immagini e delle parole trasmesse da smartphone e computer portatili. Sfondo uditivo permanente, che molesta ogni interazione e frantuma ogni silenzio in modo ossessivo. Un gioco di rinvii in cui le immagini prodotte dall’AI e i discorsi deliranti diventano normali e facilmente spendibili. Per qualsiasi causa. Un autentico virus, mortale e irrefrenabile allo stesso tempo.

Lo spettatore esce confuso anche in virtù di una colonna sonora minimale, curata da Bobby Krlić, alla sua terza collaborazione con Aster, dopo Midsommar e Beau ha paura, insieme a Daniel Pemberton. In cui oltre ai suoni si mescolano, quasi costantemente, le voci degli utenti dei servizi digitali. In una cacofonia che risulta poter essere l’unica colonna sonora possibile per una guerra civile sicuramente in arrivo, ma priva di alcuna linea di condotta. Sia politica che di classe.

Un film spiazzante e frastornante, e per questo assolutamente riuscito, che con il lungo fermo immagine che accompagna i titoli di coda rivela chi o cosa, almeno sul momento, è davvero uscito vincitore dallo scontro feroce e insensato che lo ha percorso dall’inizio alla fine.


  1. Si veda in proposito: C. Rizzacasa D’Ortogna, Scorrettissimi. La cancel culture nella cultura americana, Gius. Laterza e Figli S.p.a., Bari-Roma 2022.  

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New horror. Il Male nella/della Rete https://www.carmillaonline.com/2024/12/25/new-horror-la-paura-nellepoca-del-web-il-male-nella-della-rete/ Wed, 25 Dec 2024 21:00:48 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=85602 di Gioacchino Toni

Emanuele Di Nicola, Nuovo cinema horror, Mimesis, Milano-Udine, 2024, pp. 180, € 18,00

Nuovo cinema horror di Emanuele Di Nicola analizza alcuni dei principali film del new horror – It Follows (2024) di David Robert Mitchell, The Witch (The VVitch: A New-England Folktale, 2015) di Robert Eggers, Hereditary. Le radici del male (Hereditary, 2018) e Midsommar. Il villaggio dei dannati (Midsommar, 2019) di Ari Aster, Scappa. Get Out (Get Out, 2017) e Noi (Us, 2019) di Jordan Peele, Raw. Una cruda verità (Raw, 2016) e Titane (2021) di Julia Ducournau – per poi soffermarsi sulle tendenze generali che [...]]]> di Gioacchino Toni

Emanuele Di Nicola, Nuovo cinema horror, Mimesis, Milano-Udine, 2024, pp. 180, € 18,00

Nuovo cinema horror di Emanuele Di Nicola analizza alcuni dei principali film del new horror – It Follows (2024) di David Robert Mitchell, The Witch (The VVitch: A New-England Folktale, 2015) di Robert Eggers, Hereditary. Le radici del male (Hereditary, 2018) e Midsommar. Il villaggio dei dannati (Midsommar, 2019) di Ari Aster, Scappa. Get Out (Get Out, 2017) e Noi (Us, 2019) di Jordan Peele, Raw. Una cruda verità (Raw, 2016) e Titane (2021) di Julia Ducournau – per poi soffermarsi sulle tendenze generali che caratterizzano il genere nel nuovo millennio guardando in particolare agli horror incentrati sul web, ai film realizzati da donne, ai meccanismi sequel, prequel e requel che contraddistinguono le produzioni più recenti, alle produzioni italiane tra snuff movies, contagi, mostri e vampiri, alla modalità seriale ed al Covid horror.

«Ogni tragedia epocale si porta dietro la sua elaborazione cine-narrativa. Ogni grande paura produce un nuovo cinema dell’orrore» (p. 157). Il Novecento è stato attraversato dalle paure generate dai due conflitti mondiali e dalla Guerra Fredda, dall’incubo dell’atomica sganciata in Giappone e di un suo possibile nuovo utilizzo, dal timore, soprattutto dopo l’Undici Settembre 2001, di attacchi terroristici portati nel cuore dell’Occidente, dai disastri ecologici e climatici, dallo spettro dell’Aids o di nuove e sconosciute malattie, fino al Covid. Se di tutte queste paure si sono occupate la letteratura ed il cinema, di certo non poteva mancare una loro elaborazione e messa in scena da parte del genere che più di ogni altro si occupa di paura: l’horror.

Con il proposito di tornare successivamente su alcune delle tendenze trattate dall’autore, in questo scritto ci si soffermerà sulle paure legate all’universo internet messe in scena dal cinema horror del nuovo millennio. Di Nicola indica Ringu (1998) di Hideo Nakata come il film che, con la sua “videocassetta assassina”, suggella la fine dell’epopea analogica a cui, in apertura di nuovo millennio, non mancano di riferirsi diversi film che prospettano lo sprigionarsi della paura da qualche vecchio nastro rintracciato dopo tanto tempo: una sorta di presenza inquietante contenuta in una tecnologia divenuta talmente rapidamente obsoleta da farsi, nel giro di qualche decennio, archeologia da cui, da un momento all’altro, può manifestarsi in tutta la sua potenza il maligno che la abita.

Alla serie di film focalizzati sulle vecchie videocassette analogiche introdotta da Ringu e dalla versione statunitense The Ring (2002) di Gore Verbinski succedono gli screenlife (o screenview) movies incentrati sull’universo del web, che prendono il via con Collingswood Story (2002) di Michael Costanza, in cui si prospetta la presenza di forze maligne nella rete; un universo abitato non solo da “criminali tradizionali” che sfruttano questo nuovo spazio ma anche da vere e proprie «entità ultraterrene, che vivono nei meandri della rete e risultano più inquietanti proprio perché invisibili, non individuabili, non tangibili, fluttuanti nelle schermate tra un sito e l’altro. Queste forze configurano una sorta di “rete maledetta”, uno spazio intangibile che si dimostra oscuro e ostile, pronto a colpire i protagonisti» (p. 90).

Se film come Paura.com (Fear Dot Com, 2002) di William Malone, Feed (2005) di Brett Leonard o lo stesso Smiley (2012) di Michael J. Gallagher, per quanto quest’ultimo sia un’opera a cavallo tra thriller ed horror, sono incentrati sul maniaco o serial killer che sfrutta il web per adescare le sue vittime, diverse opere danno spazio al fenomeno della condivisione via social di qualche efferatezza non mancando di sottolineare come il sadismo di qualche folle assassino trovi terreno fertile nel voyeurismo diffuso dei nostri giorni amplificato – e indotto – a dismisura dal web. Non a caso, ricorda Di Nicola, i social network hanno un ruolo importante nella serie Scream di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillet post Wes Craven, ed in Thanksgiving (2023) di Eli Roth.

Diverse sono le opere incentrate sull’universo più perverso e atroce che si immagina nascondersi nel cosiddetto dark web tra snuff movies e red rooms; tra queste Di Nicola ricorda Unfriended (2014) di Levan Gabriadze e, soprattutto, Unfriended: Dark Web (2018) di Stephen Susco che, oltre riprendere l’idea delle camere delle torture che abiterebbero il web più oscuro, introduce il topos dello spietato sistema di voto in grado di stabilire la vita o la morte delle vittime che si ritrova in diversi film e serie televisive.

Alcune produzioni horror degli ultimi decenni hanno ripreso attualizzandoli e spesso tecnologizzandoli il found footge e il mockumentary, il ricorso ad immagini che si vogliono di repertorio ed il formato del falso documentario; si pensi a The Blair Witch Project (1999) di Daniel Myrick e Eduardo Sánchez e, venendo agli internet horror, a Rec. La paura in diretta (Rec, 2007) di Jaume Balagueró e Paco Plaza. «Insomma, l’orrore nella rete, che sia screenlife o meno, riesce a trarre una proposta tutto sommato originale e al passo coi tempi riconoscendo e metabolizzando esperienze del passato, variando sulle forme del genere e presentandole in veste inedita per fare paura parlando degli orrori di oggi» (p. 93).

L’autore sottolinea come con il tempo l’horror che scaturisce dal web divenga più complesso e stratificato, come dimostrano The Den (2013) di Zacharie Donohue, Friend Request (2016) di Simon Verhoeven, Followed (2018) di Antoine Le, Host. Chiamata mortale (Host, 2020) di Rob Savage – in cui lo screenlife si intreccia con il lockdown della pandemia di Covid – e Deadstream (2022) di Joseph e Vanessa Winter.

Alle stanze di tortura si rifà Les Chambres Rouges (Red Rooms, 2023) di Pascal Plante che, per quanto sia un thriller drammatico più che un horror, contribuisce a diffondere una paura su cui insisteranno diversi film di questo genere. Il film francese, scrive Di Nicola, «attraverso la sua sinistra leggenda lancia un tema che riguarda noi tutti e fa davvero paura: la smania di guardare, la tendenza a vedere il più possibile nel nostro mondo iper-connesso, che ormai non si ferma più davanti a nulla, neanche ad una bambina che viene fatta a pezzi per appagare i nostri occhi» (p. 95).

Se red rooms e snuff movies tendono a rifarsi più a leggende metropolitane che non a fatti reali e comprovati, le sfide tra adolescenti portate ad esiti estremi ripresi da diversi film horror recenti richiamano invece direttamente la realtà. La sfida Blue Whale Challenge tra ragazzini, comportante la prova finale del suicidio, che in Russia ha coinvolto un alto numero di giovani e giovanissimi, è stata ripresa da #Blue_Whale (2021) di Anna Zaytseva, «film privo di elementi soprannaturali ma ugualmente terrificante, forse proprio perché ancorato alla verità delle cose e in grado di scoperchiare un’altra china fatale, particolarmente spietata perché prospera sulla debolezza psicologica degli adolescenti in fase di sviluppo» (p. 95).

Cam (2018) di Daniel Goldhaber è un horror incentrato sulle vicissitudini di una camgilr che richiama l’esperienza vissuta in prima persona dalla sceneggiatrice Isa Mazzei nell’universo del sesso online raccontata nel memoir Camgirl (Rare Bird Books, 2019). Il film, tecnicamente non proprio uno screenlife movie, si concentra sull’inquietante e conturbate generarsi in rete di un doppio della protagonista da cui questa non riesce più a liberarsi/differenziarsi. Anche in questo caso, al di là della vicenda riguardante il mondo delle camgirl, il film tocca una problematica importante e reale della vita quotidiana nell’epoca in cui questa si è espansa sulla rete attraverso «una variazione spiazzante sul tema del doppio che si appropria della nostra vita come un predatore fino a portarci alla rovina» (p. 100).

Di Nicola sottolinea un altro aspetto importante posto dal film di Goldhaber: l’idea, presente in filigrana anche in diversi altri film del genere, sin dal pionieristico The Collingswood Story di Costanza in apertura del nuovo millennio, che nella rete abiti qualcosa di diabolico che sfugge alle possibilità razionali di comprensione e risoluzione: «c’è qualcosa di male nella rete, una forza che può replicare la tua essenza, trascinarti nel gorgo e condurti alla perdizione» (p. 101).

Che si pensi al paranormale o ad «un algoritmo impazzito magari gestito da un oscuro burattinaio», scrive Di Nicola, la «percezione della paura si sposta solo dall’esistenza della “cosa”, nascosta non tra i ghiacci ma nelle maglie invisibili del web, verso l’orrore dell’algoritmo, anticipando il timore e la paura che l’intelligenza artificiale è in grado di incutere» (p. 101). Che si tratti di paranormale o di deriva tecnologica, il risultato conduce ad una nuova ed inquietante forma di orrore incentrata sul web in cui si vive una parte sempre più importante della quotidianità e che concorre alla costruzione dell’identità.

Trattando delle paure che hanno contraddistinto il periodo più recente, il nuovo cinema horror non poteva esimersi dall’affrontare il Covid. Se il sottogenere orrorifico pandemico ha lunga tradizione, ad anticipare il Covid degli anni Duemila è stato Contagion (2011) di Steven Soderbergh, dunque un film non appartenente al genere horror. Lo stesso regista introduce invece direttamente il Covid nel suo Kimi – Qualcuno in ascolto (Kimi, 2022), film, anche in questo caso non di genere horror, in cui la scoperta di una cospirazione da parte di una giovane informatica è ambientata durante il lockdown imposto dalle autorità a seguito della pandemia.

Ad introdurre il Covid nel genere horror è invece il mediometraggio indipendente britannico Host – Chiamata mortale (Host, 2020) di Rob Savage che, in formato screenlife, sullo sfondo di uno schermo a mosaico, racconta di una seduta spiritica in streaming di un gruppo di giovani alle prese con uno spirito maligno che abita l’universo del web. Anche The Harbinger (2022) di Andy Mitton collega l’horror al Covid.

Qui, di nuovo in presa diretta e con un’impostazione di finzione tradizionale, senza desktop né computer, il virus diviene letteralmente un fantasma, un incubo da cui non ci si può svegliare, un novello Freddy Krueger dei tempi moderni. Ed è il primo horror che rende il Covid un elemento di genere, lo ri-forma nel senso che ne cambia forma – peraltro eterea – e lo rende un mostro visibile e verificabile, almeno nella psiche dei personaggi. Insomma qui il Covid è un umore, una sensazione dell’orrore (pp. 162-163)

Lo stesso Savage trona sul Covid con Dashcam (2021) intrecciando in questo caso la figura dell’influencer con il lockdown pandemico ed il classico inseguimento tra la nebbia della campagna inglese. Da Taiwan vine invece The Sadness (2022), opera d’esordio di Rob Jabbaz, in cui il desiderio di ritorno alla normalità, dopo un anno di pandemia, rivela un’evoluzione del virus che conduce alla follia dei cittadini «seminando tristezza e pulsione di uccidere» (p. 163).

Altri film horror in cui compare la pandemia citati da Di Nicola sono: Songbird (2020) di Adam Mason, Lethal Virus (2021) di Daniel H. Torrado, Virus 32 (2022) di Gustavo Hernández e Sick (2022) di John Hyams, che, secondo l’autore, può essere considerato, almeno al momento, l’horror definitivo sul Covid. Il questo ultimo caso, il regista «non si limita a usare la pandemia come sfondo, a raccontare una storia nel tempo del virus, ma tematizza il virus stesso, lo ingloba dentro il flusso, ossia prende le stimmate del Covid e le rende elementi compiuti di genere» (p. 165).

Sick può essere letto «come metafora del Covid: ci sono tre persone chiuse in casa, un pericolo esterno prova ad entrare, loro tentano di resistere attraversano spray e tamponi, ma quando una particella infettiva sembra sconfitta ne arriva subito un’altra, perché il male può sempre colpire» (p. 165). Più di altri il film di Hyams può, secondo Di Nicola, inaugurare un nuovo tipo di horror incentrato sulla questione pandemica.

Cogliendo alcune delle paure contemporanee più diffuse, il legame che diversi film hanno istituito tra le mostruosità online e i pericoli offline, contagio compreso, potrebbe rivelarsi una delle strade su cui insisterà maggiormente l’horror del futuro.

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La grande partizione https://www.carmillaonline.com/2023/10/10/la-grande-partizione/ Mon, 09 Oct 2023 22:15:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=79277 di Stefania Consigliere

Stefano Boni, Tornare in sé. Pandemia. Per una ripresa della coscienza sociale e della resistenza attiva, Nautilus, Torino 2023

Il 9 febbraio 2020, quando il governo Conte, per la prima volta nella storia, mette in lockdown un’intera nazione, nella popolazione italiana si apre una frattura che niente, in seguito, ha davvero ricomposto. A scanso di equivoci, preciso fin da subito che qui non si parla di pandemia ma di gestione pandemica, di come i governi mondiali – e il nostro in particolare – hanno trasformato [...]]]> di Stefania Consigliere

Stefano Boni, Tornare in sé. Pandemia. Per una ripresa della coscienza sociale e della resistenza attiva, Nautilus, Torino 2023

Il 9 febbraio 2020, quando il governo Conte, per la prima volta nella storia, mette in lockdown un’intera nazione, nella popolazione italiana si apre una frattura che niente, in seguito, ha davvero ricomposto. A scanso di equivoci, preciso fin da subito che qui non si parla di pandemia ma di gestione pandemica, di come i governi mondiali – e il nostro in particolare – hanno trasformato un’emergenza sanitaria in una catastrofe globale. Se oggi s’inizia a vedere che non il virus, ma le scelte politiche hanno causato i danni più estesi, all’epoca dei fatti il senno del poi non c’era e toccava navigare a vista fra paure e dubbi, affidandosi a qualcosa di assai più labile (e più cruciale) delle certezze teoriche e delle ricostruzioni storiche: le proprie sensazioni, le impressioni che ci attraversavano, le intuizioni, le perplessità.

E sono proprio le percezioni, le “strutture di sentimento” a essersi divise in due: in quel momento inaugurale e traumatico, la maggior parte della popolazione è stata attraversata da un sentimento di paura, e finanche terrore, per il virus e ha trovato credibili e adeguate le misure adottate (dal lockdown alle zone a colori, dal green pass alla vaccinazione obbligatoria). Una parte minore, ma tutt’altro che esigua, è stata invece attraversata da un’impressione di dismisura, di sproporzione fra rischi e protezioni, e si è trovata fin da subito a diffidare della versione ufficiale dei fatti e a temere le scelte del governo ben più del virus stesso. Altre ferite hanno poi ulteriormente dilaniato il corpo sociale (l’uso delle mascherine, il green pass, la vaccinazione), aggravando la scissione iniziale e aprendone altre.

Come e perché alcuni abbiano aderito a una parte e altri siano scivolati dall’altra resta uno dei fatti più misteriosi a cui mi sia capitato di assistere. La frattura ha spaccato famiglie, amici, amanti, partiti, militanze, associazioni, classi sociali, circoli parrocchiali. Ogni forma immaginabile di associazione fra umani è stata sottoposta a torsione e quasi tutte ne sono uscite frantumate. Forse perché deboli in partenza? forse perché abbiamo a lungo creduto di essere tutti d’accordo almeno sulle cose fondamentali? forse perché la violenza psichica applicata da governi e grande industria era immane? Una risposta convincente ancora non s’è trovata, ma la strage delle coscienze chiamata in causa da uno dei più rigorosi analisti dell’epoca è un’eccellente descrizione di quanto accaduto.

Anche in questo caso, però, bisogna distinguere: sentire il mondo altrimenti non significa automaticamente essere discriminati. Perché la macchina della criminalizzazione si metta in moto, occorre uno sforzo coordinato e continuativo da parte di gruppi di pressione e autorità – esattamente quello che si è verificato in Italia (e non solo) fra il 2020 e il 2022, con le campagne d’odio lanciate a più riprese dai governi e dai mezzi di comunicazione che, per riprendere Luciano Parinetto, hanno letteralmente streghizzato non solo chi non aderiva al nuovo teatro sociale (mascherine, distanziamento, vaccinazione ecc.), ma anche chiunque esprimesse perplessità: come in guerra, ogni dubbio era già tradimento e si è arrivati finanche a menzionare la “fucilazione in piazza”. (Vale pena notare, di passaggio, che le campagne di streghizzazione dei renitenti all’ordine bianco sono uno dei mezzi con cui l’Occidente coloniale ha imposto la propria regola – o, per meglio dire, il proprio inferno – alle popolazioni colonizzate; e già che ci siamo, aggiungo anche che tutti gli strumenti di “salute pubblica” utilizzati nel periodo pandemico sono stati a lungo sperimentati, con esiti atroci, nelle colonie.)

Quanti sono quelli che, nella primavera del 2020, hanno scoperto di sentire il mondo in modo diverso da quello prescritto? E quanti l’hanno scoperto più tardi, col trascorrere dei mesi, delle misure di contenimento, dei discorsi pubblici, delle polarizzazioni? Il computo non è semplice. Chi ha frequentato, o ha fatto parte di, questa popolazione può dirne almeno due cose: è più ampia di quel che sembrerebbe; e non sembra esserci alcuna caratteristica sociologica, politica, economica o culturale che la unisca in modo univoco. Questa balzana classe non sociologica, la “classe che non è una classe” di quelli che durante la pandemia hanno sentito il mondo altrimenti, è uno dei fenomeni sociologici e antropologici più interessanti da conoscere.

È quanto fa Stefano Boni in questo volume, intervistando in profondità un gruppo di persone unite dapprima dalla percezione che, nella gestione pandemica, qualcosa non tornasse e poi dall’attivismo resistenziale in epoca di restrizioni. Alle spalle del testo c’è un’etnografia partecipata, come nella miglior tradizione della ricerca antropologica: un osservar facendo – o, se si vuole, un domandare camminando – capace di scavare al di sotto dei fenomeni, di ciò che appare a prima vista, alla ricerca della struttura che connette.
Nell’arco di sette capitoli, l’autore esplora alcuni degli elementi che uniscono questa stramba popolazione: dal sospetto verso la televisione alle scelte terapeutiche, dalla ripresa dell’organizzazione orizzontale alla ricerca di una certa coerenza fra principi e pratiche. A volte questi elementi di inquietudine, e di critica del presente, erano già attivi prima dell’affare covid e hanno orientato fin da subito lo sguardo sugli eventi; altre volte, a fronte della dismisura pandemica, l’emergere di un diverso e imprevisto sentimento del presente ha reso necessario sviluppare rapidamente uno sguardo critico. In ogni caso, questi soggetti si sono messi in fuga da una macchina organizzativa che tutti quanti, fin dai primi anni di vita, siamo addestrati a pensare come benevola e che di colpo ha rivelato il suo lato nascosto, l’enorme violenza necessaria al suo incedere.

I renitenti alla gestione pandemica troveranno in questo libro un racconto, e una possibile sistematizzazione, di ciò che, in questi anni, hanno attraversato. Gli altri – almeno quelli che, col calare della pressione sociale, possono permettersi qualche apertura – vi troveranno descritte le ragioni intime, e al contempo profondamente politiche, dei refuseniks. Qui aggiungo solo due note rapide.
La prima riguarda la prospettiva politica dell’autore. Dal punto di vista della tenuta critica, la pandemia ha messo in ginocchio a livello globale quella che un tempo si chiamava “sinistra antagonista”: quando, nel febbraio 2022, all’università di Utrecht si è tenuto il primo convegno internazionale di analisi degli eventi pandemici da sinistra, alcuni dei partecipanti hanno scelto di parlare in incognito, a riprova della durezza del blocco epistemologico calato un po’ ovunque. Antropologo all’università di Modena e Reggio, Stefano Boni è notoriamente anarchico e le sue pubblicazioni (v. gli eccellenti Homo comfort e Orizzontale e verticale. Le figure del potere, entrambi editi da Elèuthera) ne testimoniano a sufficienza. Nell’imbarazzante silenzio dei saperi critici e dell’antagonismo circum-marxista a fronte della gestione pandemica, la prospettiva anarchica – con la sua strutturale diffidenza nei confronti delle organizzazioni verticistiche e la sua enfasi sulle autonomie – si è dimostrata assai più rapida e intelligente sia nella decrittazione degli eventi che nella costruzione di alternative.

La seconda nota riguarda l’ultimo capitolo del libro, dedicato a qualcosa che, in assenza di meglio, tutti quanti chiamiamo “spiritualità” e che può essere descritta, telegraficamente, come il sentimento di vivere in un cosmo in cui, oltre a quella umana, vi sono anche altre intenzionalità e intelligenze (ad esempio quelle delle piante, del terriccio, delle acque, dei venti, degli animali, degli antenati; e magari anche delle ninfe che abitano i boschi e dei lari che danno ai luoghi il loro timbro). Forse proprio per via della rottura pandemica, dopo un secolo e mezzo di materialismo nella sua versione più gretta, negli ambienti libertari e resistenti oggi si comincia a ragionare – ancora a mezza voce, ma in modo sempre più deciso – di una possibilità di reincanto che sia finalmente altro da quello con cui il fascismo e il sistema dello spettacolo muovono le masse. Si ragiona, cioè, della possibilità d’intrecciare cambiamento esterno e cambiamento interno, economia e struttura pulsionale, attaccamenti e gerarchie, la felicità che non è stata possibile ai morti e la nostra infelicità presente; di una misticopolitica che consenta, infine, un rapporto non violento con gli enti che popolano il mondo, e quindi anche con gli umani, con noi stessi, con le nostre memorie, i nostri valori e quel quanto di felicità che pure, sulla terra, ancora avrebbe il suo luogo – fuori e contro la macchina dell’oppressione.

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Tutto è permesso, tranne perdersi https://www.carmillaonline.com/2023/03/17/tutto-e-permesso-tranne-perdersi/ Fri, 17 Mar 2023 21:00:04 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=76332 di Gianfranco Marelli

Marco Rovelli, Soffro dunque siamo. Il disagio psichiatrico nella società degli individui, Castelvecchi 2023, pp. 261.

Parto dalla fine. Dopo aver letto l’ultimo libro di Marco Rovelli, un viaggio-inchiesta che l’autore, musicista-filosofo, ha compiuto in questi tre anni di pandemia, trascrivendo il disagio, l’ansia, la paura delle persone e di coloro che – dagli infermieri ai medici, dagli psicologi agli psicoanalisti e finanche agli psichiatri – hanno provato a comprendere il perché di tali sofferenze, mi è tornato in mente lo spettacolo che Giorgio Gaber tenne al lirico di Milano nel 1974 e al quale, come tanti, [...]]]> di Gianfranco Marelli

Marco Rovelli, Soffro dunque siamo. Il disagio psichiatrico nella società degli individui, Castelvecchi 2023, pp. 261.

Parto dalla fine. Dopo aver letto l’ultimo libro di Marco Rovelli, un viaggio-inchiesta che l’autore, musicista-filosofo, ha compiuto in questi tre anni di pandemia, trascrivendo il disagio, l’ansia, la paura delle persone e di coloro che – dagli infermieri ai medici, dagli psicologi agli psicoanalisti e finanche agli psichiatri – hanno provato a comprendere il perché di tali sofferenze, mi è tornato in mente lo spettacolo che Giorgio Gaber tenne al lirico di Milano nel 1974 e al quale, come tanti, ebbi la fortuna di assistere.

In particolare la canzone che chiudeva lo spettacolo scritto con Sandro Luperini, “C’è solo la strada”, rispecchiava quel determinato momento, quando la speranza di poter cambiare la realtà, uscendo dall’isolamento delle proprie confortevoli case, si coniugava con il desiderio nell’essere protagonisti di un’onda collettiva capace di innaffiare la vita quotidiana con gocce di speranza creativa. Ricordate?

C’è solo la strada su cui puoi contare
La strada è l’unica salvezza
C’è solo la voglia e il bisogno di uscire
Di esporsi nella strada, nella piazza.
Perché il giudizio universale
Non passa per le case
In casa non si sentono le trombe
In casa ti allontani dalla vita
Dalla lotta, dal dolore, dalle bombe (qui)

Da allora qualcosa è cambiato. Cosa, quando, ma soprattutto perché? Immediatamente ho ripreso la lettura del libro fin dal primo capitolo, individuo vs condindividuo, in cui l’autore descrive il tempo della pandemia come una pandemia del tempo, percepito improvvisamente come un tempo sospeso fra l’eccesso di averne troppo e la penuria di non averne abbastanza, al punto che la realtà stessa, finora considerata “normale”, è stata posta in questione.

Ma quando si pone in questione qualcosa, occorre avere le risorse per dare delle risposte. E se queste risorse non si hanno, si sta male. E il malessere, il disagio, la sofferenza psichica in questo tempo sospeso sono cresciuti enormemente. Ma questa esplosione del disagio – sintomi depressivi o ansiosi generalizzati – non è un’irruzione improvvisa, una comparsa di alieni dallo spazio. Essa è da intendersi proprio alla luce della nostra mancanza di risorse per far fronte a una crisi già in atto. Il tempo della pandemia è un’accelerazione di processi di lunga durata. Che riguardano il nostro modo di abitare il mondo.[p.10]

Molti e infiniti sono gli spunti che conducono a leggere un libro, e questo si presta ai più svariati: da guida accompagnatrice nel mondo misterioso e affascinante della mente umana, a prontuario medico farmacologico più usato, e non poche volte abusato, in questi lunghi anni di pandemia; da stimolante lettura dell’intreccio fra filosofia e psicanalisi – coinvolgente i principali personaggi della cultura occidentale dai tempi di Spinoza sino ai tempi di Lacan, Deleuze, Foucault –, all’impressionante aumento della violenza su se stessi [anoressia, autolesionismo] e sull’Altro [bullismo, revenge porn] da parte dei giovani, soprattutto delle giovani, al punto da non riuscire a sostenere lo sguardo degli altri e rifugiarsi nella propria cameretta, perché lo sguardo degli altri è come il basilisco: ti incenerisce, in quanto può svergognarti in ogni momento.

Diverse, infatti, sono le piste seguite dall’autore in questo viaggio-inchiesta che è facile rimanere imbottigliati nel traffico di informazioni, tutte preziose, registrate dalle voci dei diretti protagonisti di questo tempo improvvisamente vuoto che ha posto il problema di come riempirlo per non sentirsi vuoti. Fra queste abbiamo prediletto la pista che Rovelli ha seguito per evidenziare lo iato che separa non solo il prima e il dopo della pandemia, ma il prima dell’affermazione ideologica racchiusa nella celebre frase di Margaret Thatcher – «Non esiste nulla che possa definirsi società. Esistono gli individui, i singoli uomini e le singole donne, ed esistono le famiglie» – e il prossimo futuro, segnato sempre più da emergenze indotte e pilotate da interessi economici nei vari settori produttivi [dall’industria agro-alimentare all’industria militare, dall’industria estrattiva di minerali e risorse energetiche, alle ripercussioni negative sull’assistenza sanitaria, l’istruzione, i servizi sociali di tutti i popoli del mondo] nel loro insieme votati ad avere un impatto sulla natura e su chi vi abita dagli esiti nefasti.

Eppure “vivere senza tempo morto, gioire senza ostacoli” – una fra le tante gocce di speranza creativa dello tsunami sessantottino – invocava la libertà di essere i protagonisti della propria vita combattendo i pregiudizi culturali, i sensi di colpa religiosi, i rimorsi per non aver fatto il proprio dovere imposto da una società patriarcale, maschilista, ma soprattutto finalizzata al dominio della merce attraverso il consumismo e il suo illimitato sviluppo, sbandierato come progresso della modernità. Altri tempi.

Adesso senza tempo morto si è obbligati a vivere, come obbligati si deve gioire per qualsiasi genere di merce sentiamo il desiderio di comprare, senza più ostacoli ai nostri bisogni indotti da una società permissiva. Permissiva in che cosa? Certo, se tu vuoi tutto è possibile, ma devi saperlo realizzare autonomamente poiché tu sei il responsabile, il creatore e l’imprenditore di te stesso. Dopotutto, scrive Rovelli, «Il punto è chiaro: la nostra società non si regge più sulla contrapposizione tra permesso/vietato, ma tra possibile/impossibile. Tutto è possibile: Just do it. E se ti è impossibile, se non ce la fai, la responsabilità è solo tua» [p.32]; insomma, non è più il senso di colpa legata alla legge che vieta, ma di vergogna legata al fallimento per non esser stato capace di diventare imprenditore di te stesso. Perché volere è potere, e se non possiedi il potere dentro di te per divenire ciò che gli altri si aspettano da te – e tu non vuoi deluderli, vero? – cosa ti resta se non la vergogna del tuo fallimento?

Cosicché, il “tu puoi” diventa il “tu devi” – l’imperativo categorico della società dello spettacolo – immediatamente tramutato in “tu non puoi”, perché non ti impegni abbastanza, non segui i tempi, non ti sai promuovere e tanto meno vendere. Allora corri [letteralmente] ai ripari: ti inventi l’immagine più accattivante in grado di catturare l’attenzione su di te, trascinando la tua esistenza sotto un continuo stress, un’ansia egocentrica, accompagnata dall’esaltazione per i piccoli successi ottenuti eliminando i tuoi diretti avversari più deboli, inesperti, bamboccioni. Risultato: ti ammali perché la società è ammalata di bipolarità.

Sì, la bipolarità tra mania e depressione è quella che meglio si presta a descrivere un modello sociale che si muove tra imperativo continuo della prestazione, della necessità imprescrittibile e inderogabile del conseguimento di un oggetto, di un obiettivo (che in questo contesto identifichiamo, in base all’etimologia stessa di ob-jectum, con ciò che ci sta davanti, e su cui proiettiamo il desiderio), e la conseguente tonalità depressiva quando non si raggiunge l’oggetto (e l’oggetto, propriamente, non lo si raggiunge mai), quando si è costretti a mollare la presa, quando per un evento qualsiasi affiora il vuoto – poiché l’iperattività è una forma di difesa dal vuoto che ci abita, un moto perpetuo di difesa contro la depressione.[pp. 41-42]

Ecco, viaggiando a capofitto in questo “vuoto che ci abita”, Marco Rovelli ci conduce passo dopo passo ad esplorare e a interrogarci sulle cause patologiche del disagio, non più soltanto genetiche e strettamente organicistiche, risolvibili con una pastiglia, un TSO, un ricovero di sollievo; perché il vuoto dentro di noi rispecchia il vuoto fuori di noi causato dalle illusioni generate dall’iperedonismo neoliberale per un godimento senza limiti smentito dalla realtà, soprattutto da quando l’epidemia ha dissipato e fatto implodere la retorica sociale del merito e delle infinite possibilità che ciascuno di noi ha nel mettersi in gioco al fine di primeggiare sugli altri concorrenti. Infatti, questa è «l’epoca del godimento come nuovo imperativo sociale, un godimento in cui non ha più parte il desiderio come desiderio dell’altro, ma che si pone come un’affermazione narcisistica dell’io ideale, che ha reciso ogni legame con l’altro» [p.145]; di modo che:

la pulsione securitaria che appare oggi esorbitante, ed è sotto gli occhi di tutti nell’età di sovranismi, identitarismi e razzismi, è inscritta immediatamente nel pensiero di una società che esiste solo successivamente agli individui. Questo dato di fatto balza agli occhi in maniera più evidente ora che il desiderio di sicurezza, e la tendenza a costruire l’altro come nemico, si fa più pressante e presente perché la propria condizione di godimento viene percepita come a rischio.[p. 149]

Come uscirne, se non insieme? Ma cosa vuol dire “insieme” nella società degli individui? Comprendere innanzitutto che il non sentirsi a proprio agio – una sorta di spaesamento in casa [oikos] e nel mondo [phisis] – è una condizione condivisa e generalizzata in grado di mostrare l’unica possibilità che la società dello spettacolo vieta: perdersi! Perdersi come i bambini quando giocano; come gli innamorati quando si amano; come chi immagina la realtà per trasformarla e liberarla dalla sua addomesticata follia. Quando, se non ora?

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Identità di profilo https://www.carmillaonline.com/2023/02/20/identita-di-profilo/ Mon, 20 Feb 2023 21:01:41 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75900 di Gioacchino Toni

Il volume di Hans Georg Moller, Paul J. D’Ambrosio, Il tuo profilo e te. L’identità dopo l’autenticità, tradotto da Luciano Martinoli (Mimesis 2022), riflette su come l’identità contemporanea basata sul “profilo” presupponga una costante costruzione di sé stessi allo scopo di presentarsi agli altri e di come questa non possa, di fatto, essere valutata in termini di “autenticità”.

Alla costruzione di tale tipo di identità sui social, ricordano gli autori, curiosamente concorre anche la nuova vocazione che ha assunto il turismo contemporaneo che ha indubbiamente abbandonato la romantica propensione all’esplorazione di “località autentiche”. Nel momento in cui le [...]]]> di Gioacchino Toni

Il volume di Hans Georg Moller, Paul J. D’Ambrosio, Il tuo profilo e te. L’identità dopo l’autenticità, tradotto da Luciano Martinoli (Mimesis 2022), riflette su come l’identità contemporanea basata sul “profilo” presupponga una costante costruzione di sé stessi allo scopo di presentarsi agli altri e di come questa non possa, di fatto, essere valutata in termini di “autenticità”.

Alla costruzione di tale tipo di identità sui social, ricordano gli autori, curiosamente concorre anche la nuova vocazione che ha assunto il turismo contemporaneo che ha indubbiamente abbandonato la romantica propensione all’esplorazione di “località autentiche”. Nel momento in cui le destinazioni di viaggio sono state trasformate in brand, il truismo è divenuto una sorta di partecipazione a una rappresentazione pubblica utile a generare un «plusvalore di identità al di là del valore del profilo fornito dall’industria del turismo» (p. 14).

I due studiosi si soffermano sull’insistenza con cui alcuni critici dei social media in Occidente denunciano l’“assenza di autenticità”, derivata dal costante ricorso alle applicazioni di fotoritocco, nei selfie pubblicati sui social da parte degli utenti cinesi, critica che non tiene conto di come, in realtà, tale pratica non intende condividere alcuna supposta “autenticità”.

I selfie dei turisti in qualche località esotica, o alle prese con qualche curioso piatto locale, sono votati alla profilicità, non all’autenticità. L’atteggiamento critico occidentale che si riversa sugli orientali pare insomma viziato da una sorta di romantica nostalgia dell’autenticità andata perduta di pari passo a una società che, nel farsi sempre più dinamica, ha messo in crisi la propensione alla tradizionale fedeltà al ruolo “di nascita”. Sotto sotto sembra quasi che a infastidire sia la non accettazione di un ruolo che si vorrebbe predefinito.

Nell’attuale contesto si è indotti a giudicare i prodotti in termini di marchi e gli individui in termini di profili.

Osserviamo prima come le cose vengono viste. Imparando a vedere in questo modo, impariamo anche a mostrarci alla stessa maniera. Formiamo l’identità attraverso la cura dei profili. I profili sono immagini di noi stessi presentate per l’osservazione di secondo ordine. Guardandoli, gli altri possono vedere come a noi piace essere visti (p. 24).

In tal modo si finisce sempre più spesso per far ricorso a valutazioni basate sugli algoritmi che indirizzano i giudizi.

Una riflessone proposta da Moller e D’Ambrosio riguarda lo stesso attivismo politico – smartphone alla mano –, a loro dire spesso divenuto un palcoscenico per l’autorappresentazione.

Dove è il “vero manifestante” in questa catena di post e auto-presentazioni? Dov’è il manifestante la cui unica preoccupazione è il problema e non sé stesso? Come potrebbe una pura causa, semmai esistesse, essere osservata e condivisa senza trasformarla allo stesso tempo in un’auto-presentazione che mira ad attirare l’attenzione, ottenere mi piace o promuovere in altro modo il proprio profilo? E come potrebbero tali attività di auto-presentazione e auto-profilazione oggi svolgersi senza essere indissolubilmente legati a un’economia politica capitalista? […] Maggiore è il grado di identificazione con una causa, più l’identità stessa diventa la propria vera causa. Oggi, in una società in cui la profilicità è un metodo ampiamente applicato di formazione dell’identità, sia gli individui che le collettività utilizzano i problemi per modellare e commercializzare i propri profili, la sinistra così come la destra, gli attivisti verdi di nome Greta come i politici antipolitica di nome Donald. Una causa di alto profilo aiuta a migliorare i profili personali e collettivi (pp. 31 e 33).

L’intero volume ruota attorno a come, nell’era della profilicità, in cui tutti, propensi a mettersi in vetrina, “fingono veramente”, occorra una volta per tutte prendere atto di essere diventati “autentici impostori”.

Nel Postscript aggiunto ad opera ormai conclusa, gli autori si soffermano sulla situazione che si è venuta a creare a livello internazionale con il dilagare della pandemia Covid-19, spesso paragonata alla guerra. Nonostante le esperienze dirette – non solo in termini di salute ma anche di perdita di lavoro, restrizioni ecc. – proprio come in guerra gli individui si sono trovati ad affidarsi molto «all’osservazione di secondo ordine per dare un senso a ciò che sta accadendo e per decidere cosa fare» (p. 221).

In una situazione di blocco generalizzato, in cui i media dispensano il loro racconto circa la sofferenza, i regolamenti da osservare e le prospettive future, ci si è trovati ad affrontare la crisi principalmente davanti a uno schermo. «Noi vediamo quello che succede come viene visto. E in questo mondo di vita virtuale, anche noi appariamo sugli schermi ancora più di prima. Dobbiamo salire sul nostro piccolo palco virtuale e presentare la nostra immagine, i nostri profili, con la pandemia in agguato sullo sfondo» (p. 221).

A differenza delle guerre che inducono gli individui a forme di identificazione utili a dare «un significato alla vita sviluppando un forte senso di appartenenza a “noi” piuttosto che a “loro”» (p. 222), la pandemia, invece, non è in grado di stabilire una netta distinzione amico/nemico; non fornisce un’alterità a cui opporsi in termini identitari. «Eppure la pandemia, soprattutto se affrontata virtualmente e nelle retrovie, offre la possibilità di accrescere la propria identità» (p. 222), permette di auto-profilarsi.

Oggi, le persone si affidano all’osservazione di secondo ordine per dar senso a sé stessi. In queste circostanze, anche l’aver a cuore non può che diventare, non esclusivamente ma in larga misura, una cura dell’osservazione di secondo ordine: l’aver a cuore sullo schermo. In condizioni di profilicità, abbiamo profondamente a cuore di essere visti come profondamente premurosi, specialmente durante una pandemia (p. 225).

Il volume di Moller e D’Ambrosio invita a guardare alle modalità e alle logiche contemporanee con cui gli individui concorrono a costruire le loro identitaria sui social da una prospettiva che sappia andare oltre l’accusa di inautenticità.

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Geymonat, il dito e la luna https://www.carmillaonline.com/2023/01/27/geymonat-il-dito-e-la-luna/ Fri, 27 Jan 2023 22:55:40 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75733 di Nico Maccentelli

«…non vogliamo dire che tutto quello che fa un governo sia sbagliato perché capitalista. Ma una sana diffidenza di classe è d’obbligo, perché la scienza non è neutra ma può essere usata per uno scopo o per un altro, così come la tecnologia. Occorre valutare caso per caso le misure prese da un dato governo, ponendosi sempre le domande: a chi giova? Perché?»

(Valerio Evangelisti, Roberto Sassi e Nico Maccentelli, 10 agosto 2021)

«Se la scienza ci portasse a una conoscenza assoluta della realtà, noi potremmo sostenere [...]]]> di Nico Maccentelli

«…non vogliamo dire che tutto quello che fa un governo sia sbagliato perché capitalista. Ma una sana diffidenza di classe è d’obbligo, perché la scienza non è neutra ma può essere usata per uno scopo o per un altro, così come la tecnologia. Occorre valutare caso per caso le misure prese da un dato governo, ponendosi sempre le domande: a chi giova? Perché?»

(Valerio Evangelisti, Roberto Sassi e Nico Maccentelli, 10 agosto 2021)

«Se la scienza ci portasse a una conoscenza assoluta della realtà, noi potremmo sostenere che essa è in un certo senso neutrale, perché le verità che ci procura – in quanto assolute – non dipenderebbero in alcun modo dal soggetto che conosce, né dalle condizioni sociali in cui egli opera, né dalle categorie logiche o dagli strumenti osservativi usati per conoscere. Se, viceversa, nelle scienze (e conseguente- mente nella concezione generale del mondo che su di esse si regola e si misura) non fosse presente un secondo fattore, e cioè la realtà che esse ci fanno via via conoscere sia pure in modo relativo e non assoluto, le scienze e la filosofia risulterebbero delle costruzioni puramente soggettive: costruzioni senza dubbio non neutrali, perché dipendenti per intero dall’uomo che compie le ricerche scientifiche e dalle condizioni sociali in cui egli opera, ma in ultima istanza non neutrali solo in quanto arbitrarie. Solo la conoscenza dei due anzidetti fattori – l’uno soggettivo, l’altro oggettivo – ci fa comprendere che la scienza non è né neutrale né arbitraria. E solo l’esistenza di un incontestabile rapporto dialettico tra tali due fattori ci fa comprendere che la scienza non è suddivisibile in due momenti separati (l’uno non arbitrario e l’altro non neutrale) ma è, nella sua stessa globalità, non arbitraria e non neutrale, cioè possiede questi due caratteri intrinseci e ineliminabili»1 

Questa riflessione del grande filosofo marxista nostrano Ludovico Geymonat ci porta a riflettere a nostra volta su quanto avvenuto negli ultimi tre anni, in cui il mondo si è trovato davanti a un’emergenza (creata? costruita? Anche questo fa parte della riflessione e dal reperimento di dati) come quella del Covid. L’epistemologia è saltata nel capitalismo, è una questione dibattuta sin dai tempi dell’avvento del nucleare. La scienza dunque vede la parte arbitraria emergere con disinvoltura dalle sperimentazioni che alterano il rapporto con la natura, i salti di specie e in relazione con le tecnologie dello sfruttamento intensivo, dell’alterazione su scala planetaria degli equilibri naturali e quindi del rapporto tra uomo e natura, nelle relazioni classiste tra uomini stessi.

Ludovico Geymonat

Una riflessione che non può che evidenziare da parte della maggioranza dei marxisti una completa assimilazione a questa arbitrarietà della scienza, per riconoscerne paradossalmente e implicitamente una neutralità fittizia, fasulla. Intere schiere di compagni si affidavano a sieri spacciati per vaccini, non si ponevano la domanda del perché ricercatori e medici non tentassero strade diverse, terapie che poi si è visto che c’erano sin dall’inizio.

Il punto di vista dominante ha attecchito di fatto laddove i marxisti se fanno vanto e cavallo di battaglia: la scienza, il materialismo dialettico come metodo scientifico di analisi della società e delle sue dinamiche, dei suoi rapporti con la natura.

Del resto ormai si è abituati alle vulgate, alle semplificazioni e alla superficialità. L’esempio del desiderata di superare la società dell’idrocarburo con qualche pala eolica senza vederne i limiti tecnologici attuali, il rapporto costi benefici, serve più come la Tumberg allo sviluppo di nicchie di mercato del tutto interne alle logiche del profitto e del modo di produzione capitalistico che al superamento di modelli economico-sociali desueti. Con il covid è stata la stessa cosa: la delega a una scienza classista, del vaccino e del controllo, l’atteggiamento supino di organizzazioni, sindacati anche della sinistra critica, ha fatto sì che anche un’analisi dello scontro sociale e della lotta di classe che questa emergenza con le sue restrizioni e obblighi ha determinato, fosse viziata e ignorata.

«L’idea di fondo è che se si vogliono evitare pericolosi e imbarazzanti conflitti tra scienza e etica, rischiando di riprodurre le condizioni che portarono al processo a Galileo, occorre partire dal presupposto che la morale, per svolgere veramente il suo compito, deve essere adatta, ossia proporzionata e calzante, a quanto l’uomo del nostro tempo vive e sente del mondo e di sé, e quindi allo stile di pensiero della nostra epoca. Gli elementi caratterizzanti di questo stile sembrano essere, in particolare, la dinamicità e la rivedibilità, per cui anche un’etica che voglia essere all’altezza delle esigenze del nostro tempo e il più possibile compatibile con esse dovrà armonizzarsi con questi principi base, rinunciando ad ogni pretesa di “giudice super partes”, che ambisca a esercitare un diritto di censura o di supervisione sul sistema globale della nostra cultura e civiltà in nome di non si sa bene quali principi irrevocabili. Da questo punto di vista, dunque, la morale e l’etica devono essere proporzionati al livello della nostra conoscenza scientifica; solo così esse potranno, a loro volta, avanzare identica istanza nei confronti di que- st’ultima, pretendendo che il suo sviluppo sia compatibile con i principi morali del- l’umanità. Solo così scienza ed etica potranno dialogare in modo proficuo; e solo da un confronto impostato a partire da queste premesse potrà emergere per l’uomo la possibilità di acquisire un punto di vista che cerchi di rendere il più possibile convergenti le esigenze e le istanze dell’una e dell’altra senza forzature e senza, soprattutto, che ne risulti compromessa l’autonomia di una delle due o, peggio ancora, di entrambe.»2

L’abiura di Galilei

In questo ottimo spunto di Silvano Tagliagambe, sul “sistema Galilei” (o meglio contro Galilei) viene ben evidenziato l’approccio di cui sopra e come invece per tutto il periodo della pandemia sia avvenuto esattamente l’opposto, ossia una feroce censura da parte dei centri di controllo politico-scientifico nel ministero della salute, nelle istituzioni sanitarie, nei vari organismi afferenti lo Stato e l’OMS, nei centri di ricerca tutti finanziati o integrati alle multinazionali del farmaco, nei vari paesi del mondo a partire da quelli occidentali. Una repressione fatta di radiazione dei medici che cercavano di curare al di là del ferreo protocollo imposto, tachipirina e vigile attesa. L’abiura galileiana propagandata dai media con un dogma falsamente scientifico, ma orientato ad affermare interessi specifici, ben lontani dalla salute e ben più vicini al profitto delle multinazionali, alla corruzione delle rotelle dell’ingranaggio statale e sanitario e a una gestione che penalizzava le piccole attività imprenditoriali a favore della produzione e circolazione di merci dellegrandi filiere multinazionali, pone in concreto la questione del rapporto tra scienza e etica. 

Ma tutto questo nei nostri marxisti massimalisti è stato acqua di rose, in una sorta di atto di fede verso la ricerca ufficiale, i dispositivi e i decreti che dettavano (imponevano) le linee di fondo sui sanitari, sui medici, sui cittadini, ben oltre lo stato di diritto fin qui conosciuto nelle democrazie liberali.

In specifico, questa pseudoscienza del profitto e del controllo sociale e biopolitico, al servizio della più bieca centralizzazione del capitale per una società-laboratorio delle teorie deliranti e para-naziste di Karl Schwab, ha travalicato con l’obbligo vaccinale e le restrizioni come il coprifuoco e il green pass, quel diritto che l’art. 32 della nostra Costituzione sancisce a tutti i cittadini, ma direi essere umani in quanto tali. L’espropriazione del corpo e di fatto della mente (obbligo, restrizioni e propaganda calibrata sulla censura e la falsificazione) come una sorta di accumulazione originaria nella distruzione creatrice draghiana di ciò che è ritenuto inutile e obsoleto a puro vantaggio della speculazione e concentrazione del capitale. Acqua fresca… basta solo distrarre la massa antagonista con un po’ di retorica sul lavoro.

La scienza di fatto considerata neutrale, oltre ai danni sociali ed economici sopra citati, che significano chiusura di attività, famiglie sul lastrico ha comportato una “scienza della salute” che ha privato cittadini del tutto sani di una vita libera e normale, con misure che non hanno evitato le migliaia di morti e che non c’entravano nulla con un sensato rimedio scientifico. Una scienza eretta a ragion di Stato che persino certi anarchici hanno riconosciuto come valida. Scienza della salute è forse impedire l’istruzione, lo sport, una crescita psico-fisica apprezzabile a milioni di minori? È forse reprimere la sperimentazione di nuove cure? Occultare gli effetti avversi dei sieri? Rendere ancora più lunghi i tempi delle terapie salvavita degli oncologici o dei cardiopatici, l’accesso alle terapie? Negare il lavoro con il ricatto delle sospensioni? Quanti articoli della Costituzione sono stati completamente aggirati, ignorati, calpestati?

Di fronte a questo passaggio epocale verso la sottrazione di diritti fondamentali ogni qual volta il regime delle oligarchie finanziarie e i suoi comitati d’affari negli apparati dello stato e dei media lo decidono, c’è stata la latitanza più ignobile da parte di certa sinistra. 

Persino sul terreno del lavoro con le migliaia di sospensioni, verso le quali i sindacati “conflittuali” hanno per lo più cercato soluzioni sporadiche, sotto pressione di qualche lavoratore  che aggirassero senza affrontarlo il cuore della questione, la contraddizione tutta interna anche al rapporto conflittuale tra capitale e lavoro.

Più comodo ridurre tutto a fascismo, rossobrunismo, terrapiattismo, a quel complottismo che però, guarda caso, nelle sue iperbole folcloristiche alla fine ci prende, per il semplice fatto che il complotto è, l’ennesimo. La storia è piena di complotti, ma oggi se si va a leggere l’opera di Karl Schwab, il Grande Reset, questi signori di Davos te lo dicono pure: è tutto scritto.

La resistenza pacifica ma determinata dei portuali triestini contro le restrizioni pandemiche

Con un approccio più materialistico-dialettico, ci si sarebbe accorti che qualcosa non quadrava nella gestione di regime della pandemia, che c’erano scopi diversi e anche confliggenti con la salute pubblica. E si sarebbe scoperto che la lotta di classe si andava sviluppando su una questione più generale: la sopravvivenza umana, dei soggetti e della comunità, sul piano relazionale, fisico, psicologico, economico, generazionale. Sopravvivenza: come il rischio nucleare, come la guerra, ossia le fasi in cui il semplice rapporto capitale lavoro e le sue contraddizioni sociali si allargano a tal punto di investire la sfera dell’umano. E non mi si venga a dire che questo è un approccio interclassista. Il rapporto capitale/lavoro infatti, lo puoi declinare nel puro economicismo e la storia è piena di tradunionismi anche lodevoli. Mentre milioni di persone e intere comunità ridotte a carne da macello nel rischio di malattie e gestioni sanitarie criminali non possono che riguardare la questione non di chi comanda in una fabbrica o in borsa, ma nell’intero sistema. Diviene la questione politica.

Per questo, anche se embrionalmente e con tutta l’immaturità per coscienza collettiva e progettualità, per la prima volta dopo decenni abbiamo visto sulla scena sociale un movimento squisitamente politico, così come il terreno del rapporto tra capitale/lavoro è stato investito di una carica sovversiva forte nelle lotte dei portuali e dei cittadini di Trieste un anno fa. Un momento di autonomia operaia che andava a colpire il capitale laddove la circolazione di merci è più esposta: un porto che serve il nord Europa. Ma che era anche autonomia sociale, perché una coscienza politica di sé in formazione portava migliaia di sodali da tutta Italia a compattarsi a Trieste: Una correlazione così forte tra soggettività della lotta di classe in lotta politica non si era mai vista. Lasciamo la vulgata dei crocefissi e delle preghiere a chi appunto ha mostrato tutti i limiti di un approccio materialistico-dialettico, di analisi concreta della situazione concreta, in chi ha ridotto questo movimento e la sua lotta politica a puro sociologismo. Il dito e la luna.

Oggi, nell’era in cui con un virus stravolgono i diritti acquisiti dai tempi dei citoyen nel 1789, brevettano il tuo dna, l’umano diviene merce assoluta e totale e non solo venditore di lavoro, anche la questione della scienza afferisce inevitabilmente la questione del potere. Trasformare la guerra imperialista in guerra civile sosteneva il bolscevismo ed ebbe ragione. Trasformare la guerra di oggi che è imperialista e di dominio, interna ed esterna, sui popoli e sulle classi subordinate per il loro totale asservimento alle logiche e alle crisi del capitalismo, in guerra sociale, ribellione generalizzata per mandare in tilt i loro centri di controllo, le loro filiere di sfruttamento e ribaltare così i rapporti di forza è il passaggio che volenti o nolenti ci troviamo ad affrontare. Ciò è il bolscevismo di oggi, la lotta politica.

E oggi si scoprono tutti i vermi che brulicavano nella gestione pandemica e che con scientismo religioso ancora oggi c’è chi non vede. Per i signori dei sieri imposti alla popolazione ci vorrebbe una nuova Norimberga e non v’è dubbio che la lotta su questo terreno di verità, man mano che studi scientifici si stanno facendo strada come fiori che spuntano dall’asfalto, è anche lotta per una scienza e un sistema conseguente che mette al centro la salute, che riporta l’arbitrio sul terreno di una non neutralità umana e non delle macchine, dei sistemi, dei meccanismi dell’accumulazione di capitale, dei piloti atutomatici, dell’economia sulla politica.

Questo è ciò che non si è capito a sinistra, anche nella sinistra più antagonista e si è perso tempo, occasioni, si è rimasti nella marginalità di un economicismo spacciato per lotta politica, in un menscevismo di ritorno. Non si sono collegati i fronti che si contrappongono alle diverse modalità con le quali il capitalismo esercita il proprio comando. E ogni lotta è rimasta parziale, monca, priva di qualsiasi autentica unità di classe, tra classi sociali sempre più liquide e orizzontalmente intrise di vasi comunicanti, con un ascensore sociale definitivamente interrotto ai piani bassi e un controllo sociale e disciplinare da far dire a Orwell: ve l’avevo detto. Un antagonismo che tratta la scienza come Focus.

Lidia Undiemi giustamente ci parla nel suo “La lotta di classe nel XXI secolo” de “L’uso strumentale della “«scienza» in politica: il governo tecnico”3.  (pag. 151) L’incapacità di compredere da parte di certa sinistra radicale e di classe l’usa tecnico della scienza, che sia economico-sociale o biologia, virologia, ecc. è alla base dei limiti diquesta stessa sinistra nel mettere in relazione le scienze borghesi tra loro e nel comprendere che il governo degli scienziati al servizio di big pharma ha le stesse dinamiche e finalità del governo dei “tecnici”, che sono al servizio degli stessi padroni del vapore: capitale finanziario e multinazionale e comitati d’affari ben interni ai partiti di regime.

Sicché, come è stato possibile far passare leggi e decisioni economiche sul lavoro, nel nome dell’interesse generale del paese, allo stesso modo è stato possibile imporre (entrambe sono imposizioni) con la pandemia restrizioni e obblighi teapeutici, o meglio pseudo-terapeutici nel nome della salute pubblica.

La “terza via” è l’ideologia della post-ideologia neoliberista, così come il dogma della terapia per la salute pubblica è l’ideologia (e quindi non una scienza) neoliberista nell’emergenza covid: una succosa opportunità per restringere gli spazi di libertà individuale e sociale in un contesto dove già il neoliberismo sul piano economico e attraverso istituzioni come quelle europee aveva già sferrato i suoi colpi attaccando con successo i diritti sul lavoro, i salari, il welfare.

Così come oggi le stesse istituzioni europee ci fanno passare la fornitura di carrarmati all’Ucraina come una misura umanitaria, se non la trattativa tra le parti, il cessate il fuoco, sul piano della sanità pubblica, dopo decenni di tagli per miliardi di euro, la soluzione non è rifinanziare la sanità pubblica, ma dare soldi a raglio alle multinazionali del farmaco per avere sieri nemmeno sperimentati, inibire la funzione di Ipocrate a migliaia di mediciche hanno accettato o subito i diktat dei protocolli di regime finalizzati ad autorizzare ciò che non aveva le carte per essere approvato.

Di emergenza in emergenza, dall’economia alla pandemia alla guerra, i media sono i certificatori del fatto che ogni decisione imposta è scienza infusa. Peccato per la sinistra radicale e di classe che ci è cascata e che ha lasciato un bel buco nero di comprensione e nelle possibili lotte dall’economia alla guerra. E il buco nero è la pandemia, proprio il passaggio in cui la democrazia borghese si è trasfigurata definitivamente in un totalitarsimo neoliberista di stampo neofascista (il neo non è riferito al neofascismo storico, ma esprime una nuova forma di fascismo). Alla faccia dell’antifascismo nostalgico e di maniera.

Non riconoscere i passaggi biopolitici autoritari di un neoliberismo che è sempre più strumento generalizzato delle classi dominanti, ossia delle élite transnazionali, non è da avanguardia di classe, ne converrete. Ma è proprio quello che è successo, e che ha ridotto parte dell’opposizione marxista in una sorta di cartello elettorale intriso di retorica del padrone, quando il “padrone”  non ha più il sigaro e il cilindro in testa, ma è tra le porte girevoli dei consigli di amministrazione di multinazionali, nei boiardi di stato, tra i tecnici e think tank vari, dai centri studi universitari ai media e che sono ben riconoscibili da Cernobbio a Davos, dal Bildelberg alla Trilateral al Gruppo Aspen.

Se di scienza si deve parlare oggi, quella che opera e impone, ebbene è scienza classista, al servizio del capitale a tempo pieno, che si tratti di economia o di sanità, di tecnologie tutte votate al controllo sociale delle persone e delle comunità e alla guerra. È una scienza dello sfruttamento e della guerra, della produzione di emergenze di ogni tipo, dell’uilità della malattia per la cura che dà profitti, mentre i costi sociali e umani sono scaricati sugli stati, le comunità i settori sociali subalterni, che subisco questo stato di cose senz avere diritto di parola o di replica. Così è se vi pare, e se non vi pare è lo stesso.

Bastava approfondire pensatori come Ludovico Geymonat per comprendere che l’atomo non è un atomo e basta, ma è importante la direzione che se ne dà e per quale fine. Ma si è preferito restare nel facile cencelli dei classici, ormai datati ai primi decenni del ‘900.

Abbiamo capito o no allora che casino ha combinato dalle nostre parti questo tipo di incomprensione?

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Note:

1 L. Geymonat, Scienza e realismo, Feltrinelli, Milano, 1977, pp. 117-118.

2. L’eredità culturale e politica di L. Geymonat, di Silvano Tagliagambe, in Il pensiero unitario di Ludovico Geymonat, convegno di Bologna, gennaio 2002, Edizioni Nuova Cultura 2004

3. Lidia Undiemi La lotta di classe nel XXI secolo, “L’uso strumentale della «scienza» in politica: il governo tecnico”.  (pag. 151), Ponte alle Grazie, 2021

Link di alcuni miei interventi sui temi posti in questo articolo:

Controinsurrezione e controllo sociale: https://www.carmillaonline.com/2022/02/18/controinsurrezione-e-controllo-sociale/

Collettivismo… forzato? : https://www.carmillaonline.com/2022/01/18/collettivismo-forzato/

Riotta Vs Riot: https://www.carmillaonline.com/2021/10/22/riotta-vs-riot/

Autointervista sulla gestione della pandemias da Covid-19: https://www.carmillaonline.com/2021/08/15/autointervista-sulla-gestione-della-pandemia-da-covid-19/

Riflessioni pandemiche: https://www.carmillaonline.com/2020/12/01/riflessioni-pandemiche/

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Infine, il documento con cui Valerio Evangelisti ha preso posizione sulla questione, insieme al sottoscritto e a Roberto Sassi, apparso su Contropiano il 10 Agosto 2021 e ripreso da altri blog e web di controinformazione come Sinistrainrete e di cui fa parte la citazione iniziale:

https://www.sinistrainrete.info/politica-italiana/21011-roberto-sassi-nico-maccentelli-valerio-evangelisti-lettera-aperta-a-contropiano-su-green-pass-e-dintorni.html

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I ribelli del Donbass https://www.carmillaonline.com/2022/07/08/i-ribelli-del-donbass/ Fri, 08 Jul 2022 21:55:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72834 a cura di Nico Maccentelli

Ripubblico un intervento del nostro Valerio Evangelisti, pubblicato il 20 settembre 2014, con lo scopo di contribuire a fare chiarezza riguardo le posizioni del nostro direttore che ci ha lasciato qualche settimana fa.

In questo periodo è stato un florilegio di iniziative su Valerio, il che mi fa molto piacere, ma che talvolta hanno preso ciò che interessava del nostro e secondo convenienza, glissando su ciò che lui era politicamente, intendo dire le sue scelte politiche e le sue posizioni all’interno del movimento antagonista. Nella nostra redazione non ci sono posizioni univoche su una molteplicità di [...]]]> a cura di Nico Maccentelli

Ripubblico un intervento del nostro Valerio Evangelisti, pubblicato il 20 settembre 2014, con lo scopo di contribuire a fare chiarezza riguardo le posizioni del nostro direttore che ci ha lasciato qualche settimana fa.

In questo periodo è stato un florilegio di iniziative su Valerio, il che mi fa molto piacere, ma che talvolta hanno preso ciò che interessava del nostro e secondo convenienza, glissando su ciò che lui era politicamente, intendo dire le sue scelte politiche e le sue posizioni all’interno del movimento antagonista. Nella nostra redazione non ci sono posizioni univoche su una molteplicità di questioni, ma nessuno di noi metterebbe mai in dubbio ciò che è stato Valerio nel contesto politico dell’antagonismo di classe, ritagliandosi una narrazione di comodo.

E allora diciamolo, a partire dalla sua appartenenza, che Valerio Evangelisti piaccia oppure no, è stato un compagno di Potere al Popolo, membro del suo Coordinamento Nazionale e lo è stato anche in disaccordo con alcune delle posizioni di questa organizzazione, in particolare sulla pandemia da covid: vedi la lettera stilata da lui, Roberto Sassi e me, qui.

Non è mia intenzione rivendicare una comunanza di idee con lui, che comunque c’è stata su quasi tutti i temi politici fondamentali, ma mentre io, lui con pochi altri trovavamo fortunosamente spazi di socialità tra compagni che a lui e ad altri con il lockdown era preclusa (quasi fossimo dei clandestini), c’erano centri sociali che chiedevano il green pass alle loro iniziative. E adesso belli belli commemorano, senza aver capito nulla, senza essersi minimamente chiesti delle condizioni di isolamento vissute da Valerio negli ultimi mesi della sua vita. Se su questo desiderano saperne qualcosa, chiedano pure, tra un dibattito sulla letteratura di genere e l’altro. Io sono qua.

Venendo alla ripubblicazione di questo intervento, anche in questo caso si capiscono le posizioni di Valerio sull’Ucraina, sin dal 2014, anno del colpo di stato di piazza Maidan e della strage di Odessa. Un intervento di grande attualità e che rappresenta ancora oggi uno spunto di riflessione necessario per chiunque si ponga su un terreno di lotta antimperialista. Un intervento che nella sua seconda parte dà spazio alle posizioni delle componenti comuniste e socialiste delle forze indipendenti di Donetsk e Lugansk: un manifesto che delinea il programma politico che secondo questi compagni le Repubbliche Popolari devono darsi.

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I ribelli del Donbass

di Valerio Evangelisti

Putin “socialista”? Per quanto sembri incredibile, c’è chi pare crederlo veramente, sia tra chi lo appoggia che tra chi lo avversa. Poco importa che al recente Foro Nazionale della Gioventù di Seliger (riunione dei giovani del suo partito) abbia definito “traditori” i bolscevichi che, con la loro rivoluzione, minarono lo sforzo bellico russo nella prima guerra mondiale. Per qualche rottame della disastrata “sinistra radicale” italiana, o per i molti furbi che mascherano da nuova guerra fredda l’attuale, gigantesco scontro economico tra capitalismi per impossessarsi delle aree del mondo ricche di materie prime, Putin è una specie di Lenin (o Stalin, o Breznev) redivivo. Eroe per gli uni, spauracchio per gli altri.

Ciò annebbia ancor più la lettura corrente dei fatti d’Ucraina e della secessione del Donbass. Si tratterebbe di un conflitto tra democratici “europeisti” (a prescindere da un buon numero di fascisti e nazisti nelle loro fila) e “filorussi” (balle, sono russi e basta). Chi non legga siti di informazione alternativa come Contropiano, Militant e, su un diverso versante, l’indispensabile PopOff finisce per crederci. La mistificazione attraversa tutti i media, conformemente alle scelte di una Unione Europea che segue pedissequamente gli ordini degli Stati Uniti, pronti a sbatterla dove pare a loro pur di non perdere il ruolo declinante di guardiani del globo.

Per dirne una, mi ha impressionato, giorni fa, il reportage da Kiev di una corrispondente di Rai News 24 (ma dove recluta, la Rai, certi soggetti?). Narrava di una mostra in onore dello “scrittore ucraino” Nicolaj Gogol. Domanda: ma lo sapeva, Gogol, di non essere russo? In che lingua scriveva?

Lasciamo perdere e torniamo a Putin (che ha fatto benissimo a riprendersi la Crimea: era già sua) e al Donbass. Non parlerò dei litigi in casa fascista, tra ortodossi pro Kiev (tanto da mandare volontari sul campo) e “rossobruni” o “euroasiatici” pro filorussi – espressione in questo caso appropriata. Non accettando la nozione di classe, vanno a istinto.

Meno perdonabile è un atteggiamento simile da parte di un settore della sinistra antagonista. Non c’è dubbio, il fronte dei ribelli contro Kiev non è esente da ambiguità. Ne fanno parte anche conservatori, slavofili, amici di Putin, gente di destra. Ma è lecito astrarsi da una lotta dichiaratamente antifascista in piena Europa, per di più a composizione nettamente operaia e proletaria? Ho l’impressione che un’informazione deviante e malata abbia fatto vittime anche là dove non avrebbe dovuto. Allora lascio direttamente la parola ai valorosi ribelli del Donbass, con un manifesto della loro ala sinistra (maggioritaria) che ha circolato troppo poco. Per inserire, in conclusione, un video della Banda Bassotti, voce musicale da trent’anni del migliore sovversivismo.

 

MANIFESTO DEL FRONTE POPOLARE PER LA LIBERAZIONE DELL’UCRAINA, TRANSCARPAZIA E NOVOROSSIJA (7 luglio 2014)

Qual è l’obiettivo della nostra lotta?

Costruire sul territorio dell’Ucraina una Repubblica Popolare senza oligarchia e burocrazia corrotta.

Chi sono i nostri nemici?

La classe dirigente liberal-fascista, l’alleanza criminale di oligarchi, burocrati, funzionari della sicurezza e la criminalità, servitori degli interessi di Stati esteri. Ufficialmente proclamano valori liberali europei ma tengono il paese sotto controllo con bande dell’estrema destra, scatenando l’isteria sciovinista per contrapporre gruppi etnici fra di loro.

Chi sono i nostri alleati?

Tutte le persone di buona volontà, indistintamente dalla loro cittadinanza ed etnia, che riconoscono gli ideali di giustizia sociale, che sono pronti a combattere per questi ultimi.

Qual è la Repubblica Popolare per la quale stiamo combattendo?

La Repubblica Popolare è la forma politica di organizzazione sociale in cui:

• Gli interessi delle persone, quello spirituale, intellettuale, sociale, fisico, sono i più alti obiettivi dello Stato;

• Tutto il potere appartiene al popolo, che lo esercita con organi eletti attraverso la rappresentanza diretta;

• Ogni lavoratore ha il diritto alla salute, all’istruzione, alla pensione e alla sicurezza sociale a spese dello Stato;

• Sono pagate pensioni dignitose, e tutti i cittadini possono godere delle garanzie di protezione sociale in caso di perdita del lavoro, disabilità temporanea o permanente;

• Sono ammesse eventuali iniziative private o collettive a condizione che avvantaggino le persone [la comunità];

• È vietato il capitalismo e l’usura bancaria che vive degli interessi sui prestiti. Il denaro deve essere guadagnato per mezzo della realizzazione di progetti utili.

• Lo Stato, che agisce per conto del popolo, è controllato dai rappresentanti di quest’ultimo. Lo Stato è il più grande detentore dei capitali e controlla i settori strategici dell’economia;

• È consentita la proprietà privata, ma le grandi fortune, i loro investimenti in politica e nell’economia, sono sotto il controllo della società – a nessuno è permesso di operare parassitariamente o creare un impero oligarchico o dominare sulle altre persone per mezzo dei monopoli.

Quali sono i nostri metodi di lotta?

Per raggiungere questo obiettivo (la creazione della Repubblica Popolare sul suolo ucraino), siamo disposti a usare metodi violenti e non violenti di lotta. Crediamo che i cittadini abbiano il diritto di ribellarsi e armarsi per difendere la propria libertà. La violenza, comunque, è un’espediente al quale ricorreremo solo quando saremo costretti.

Cosa sta succedendo in Ucraina?

Sul territorio ucraino c’è una rivolta di liberazione contro il governo liberal-fascista che con il terrore e la propaganda cerca di imporre al nostro paese un capitalismo oligarchico criminale.

Che cosa è l’Ucraina?

L’Ucraina – una zona tra l’Unione Europea e la Russia con una forte tradizione cristiana (soprattutto ortodossa), abitata da popoli diversi (ucraini, russi, bielorussi, moldavi, bulgari, ungheresi, romeni, polacchi, ebrei, armeni, greci, tatari, ruteni, hutsul e altri), ha una lunga tradizione di autogoverno popolare e politico e di lotta per la libertà.

È in atto una guerra tra russi e ucraini?

Questa non è una guerra tra russi e ucraini, come afferma la propaganda di Kiev. È la rivolta del popolo oppresso contro un nemico comune – il capitalismo oligarchico. Su entrambi i lati del conflitto, russi, ucraini e persone di altre nazionalità, stanno combattendo. Il regime di Kiev ha ingannato con la propaganda i suoi combattenti e mercenari che combattono per gli interessi degli oligarchi e per i criminali nelle istituzioni, mentre dalla nostra parte, in Novorossiya, i membri delle milizie difendono gli interessi del proprio popolo senza percepire alcuno stipendio, solo per un futuro democratico.

Sono diversi gli interessi dei russi e degli ucraini negli eventi in corso in Ucraina?

Russi ed ucraini condividono gli stessi interessi socio-politici per la liberazione dell’Ucraina dal potere del capitale oligarchico, dalla burocrazia corrotta e dai criminali.

Perché la rivolta in Novorossiya si svolge con slogan russi?

Combattenti internazionalisti della Brigada Prizrak

Poiché la popolazione russa e russofona dell’Ucraina ha vissuto una doppia oppressione: socio-economica, nonché culturale e politica. Oppressione socio-economica, la corruzione, la tirannia, il potere della criminalità, l’impossibilità di condurre attività economiche, gli stipendi miserabili e la dipendenza dai “padroni del paese”. Questa è la norma per ogni lavoratore ucraino. In più la privazione dello status ufficiale della lingua russa nelle regioni in cui più del 90 per cento della popolazione parla e pensa in russo (circa la metà del territorio ucraino) insieme al divieto di insegnamento nelle scuole della lingua russa, il bando della pubblicità e del cinema in russo, il bando del russo nelle pratiche legali e amministrative. È per questo che i russi e i russofoni sono stati i primi a ribellarsi.

Perché la Russia sta aiutando la Novorossija?

Una parte considerevole dell’élite russa ha paura della protesta popolare. Avrebbe volentieri intrapreso rapporti pacifici con le autorità di Kiev e vorrebbe metter fine alla guerra nel sud-est. Ma la furia della rivolta popolare contro il capitalismo oligarchico non lo permette. I popoli russi sostengono la giusta lotta della Novorossiya. Questo costringe tutta l’élite russa, a dispetto dei propri interessi strategici, a sostenere o far finta di sostenere la rivolta del sud-est dell’Ucraina.

Perché gli Stati Uniti e l’Unione Europea aiutano il regime di Kiev?

L’obiettivo principale degli Stati Uniti è la lotta contro la Russia, identificata come un rivale geopolitico. Per gli Stati Uniti è necessario creare in Ucraina un paese anti-russo con basi NATO, oppure far precipitare il paese nel caos e destabilizzare tutta la regione. L’Unione Europea ha invece bisogno di nuovi mercati per i propri prodotti e materie prime a basso costo.

Chi sostiene la lotta della Novorossija?

La Resistenza, che ha la sua base nel sud-est dell’Ucraina, sostiene e rafforza il costante impegno a favore dei popoli dell’Ucraina, liberi dal dominio liberal-fascista e dalle élite dominanti.

È solo una lotta separatista in Novorossija?

No, il territorio del combattimento è tutto il suolo ucraino. Gli insorti della Novorossiya vogliono raggiungere i loro fratelli e sorelle in tutte le regioni d’Ucraina con lo slogan: “Ribellati contro il nemico comune”. Creeremo un nuovo potere, libero, socialmente responsabile, in tutta l’Ucraina e la Novorossija.

Che cosa accadrà dopo la vittoria della rivoluzione di liberazione e il crollo del regime liberal-fascista?

Ci sarà la formazione di un nuovo Stato in cui il potere apparterrà al popolo, non a parole ma nei fatti.  La popolazione di ogni regione attraverso un referendum (come la più alta forma di potere popolare) determinerà il futuro della propria regione – se rimanere all’interno di uno Stato federale oppure ricevere la piena indipendenza.

Come sarà costruito il potere politico dopo aver vinto la rivoluzione di liberazione?

Il potere politico sarà basato sul principio della rappresentanza popolare diretta – dal basso verso l’alto. Saranno formati organi di democrazia, partendo dai Consigli locali fino al Consiglio Supremo, sulla base dei principi rappresentativi dei territori, dei delegati dei gruppi di lavoro dei sindacati, dei delegati di organizzazioni politiche, religiose e sociali. La base della democrazia popolare saranno i Consigli locali. Essi delegheranno i rappresentanti nei Consigli regionali. L’organo supremo della rappresentanza popolare (il Consiglio supremo) è composto dai delegati dei Consigli regionali. Il Consiglio supremo elegge un governo che rappresenterà il popolo tutto. Noi siamo per l’elezione dei giudici e dei capi delle forze dell’ordine.

Quali saranno i diritti delle regioni dopo aver vinto la rivoluzione di liberazione nazionale?

Ogni regione avrà il diritto di avere la propria Costituzione o un altro documento fondante per garantire a coloro che vivono sul suo territorio, i diritti politici, economici, sociali, culturali e religiosi di base.  Inoltre ogni regione avrà diritto, oltre alle lingue nazionali, di scegliere le lingue regionali.  Ogni regione avrà il diritto di formare il proprio bilancio basato sulla tassazione delle persone fisiche o giuridiche che operano nel suo territorio.

Quali saranno le competenze delle regioni dopo la vittoria della rivoluzione di liberazione nazionale?

Ogni regione sarà tenuta a pagare una parte delle imposte per un fondo generale di salvataggio (in caso di calamità naturali o di altre catastrofi). Ogni regione sarà tenuta a versare parte delle entrate fiscali per le esigenze pubbliche – difesa, manutenzione dell’apparato statale, la costruzione di opere pubbliche, per la ricerca scientifica, il sistema sanitario, l’istruzione e lo sviluppo delle infrastrutture.  Ogni regione dovrà rispettare i principi dello Stato generale dei rapporti tra lavoro e capitale, le libertà civili e politiche.  Ogni regione dovrà mantenere la legge e l’ordine e proteggere i diritti e le libertà dei cittadini all’interno delle linee guida nazionali.

Questi sono i principi di base e gli obiettivi della nostra lotta.  Noi crediamo che ogni cittadino onesto e patriota debba sottoscriverle e sostenerle.  Contiamo sulla solidarietà e il sostegno internazionale di tutti coloro che non solo a parole, ma nei fatti sostengono gli ideali di uguaglianza, democrazia e giustizia sociale.

Insieme vinceremo!

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Eccedenze produttive: per un’analisi marxista dell’autoritarismo pandemico e di guerra https://www.carmillaonline.com/2022/05/14/eccedenze-produttive-per-unanalisi-marxista-dellautoritarismo-pandemico-e-di-guerra/ Sat, 14 May 2022 21:55:56 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71959 di Nico Maccentelli

Prologo

La società dello scambio (valore di scambio) nel passaggio al dispositivo o pass che discrimina, seleziona, divide e e gerarchizza il corpo sociale aggredisce ed elimina quella conquista fondamentale, nata con le rivoluzioni della seconda metà del millennio scorso, in cui prendeva corpo il diritto universale dell’essere umano a essere uguale davanti alla legge e ai diritti più elementari, affrancato cioè dalla subalternità verso i nobiili, ma anche da quella pervasività nscente mercantile (mercatista) propria del capitalismo e che tendenzialmente non conosce limiti. I limiti erano stati posti [...]]]> di Nico Maccentelli

Prologo

La società dello scambio (valore di scambio) nel passaggio al dispositivo o pass che discrimina, seleziona, divide e e gerarchizza il corpo sociale aggredisce ed elimina quella conquista fondamentale, nata con le rivoluzioni della seconda metà del millennio scorso, in cui prendeva corpo il diritto universale dell’essere umano a essere uguale davanti alla legge e ai diritti più elementari, affrancato cioè dalla subalternità verso i nobiili, ma anche da quella pervasività nscente mercantile (mercatista) propria del capitalismo e che tendenzialmente non conosce limiti. I limiti erano stati posti dalla forza materiale delle classi popolari che si ergevano a rompere le catene dello sfruttamento della servitù della gleba, divenendo cittadini da sudditi che erano stati. Or bene il processo che si compie oggi è esattamente l’inverso e nello scambio diritti per comportamento la società dello scambio totale arriva a permeare l’intero corpo sociale, le istituzioni, divenendo società disciplinare e del controllo. Il citoyen torna suddito, non più di un re per virtù divina, ma di sua maestà le capital in virtù della sua potenza, non più di una classe nobiliare per titoli, ma di un’oligarchia per censo.

In questo intervento tratterò di ECCEDENZE PRODUTTIVE. Infatti, alla faccia di chi in tutti questi mesi ha cercato di scollegare l’emergenza vaccinale e le restrizioni culminate nel green pass come una sorta di necessità dovuta alla pandemia, non ha capito proprio nulla dei dispositivi messi in atto dal capitalismo e delle nuove forme di fascismo biopolitico finalizzate al controllo sociale e al disciplinamento della popolazione per mezzo della discriminazione, del ricatto e della trasformazione dei più elementari diritti come persino il lavoro (che solo diritto non è ma necessità per sopravvivere) in premi sulla base dei comportamenti.

ECCEDENZE PRODUTTIVE dicevo, sì perché la storia del capitalismo della sua riproduzione sociale, ossia dei suoi processi di riproduzione della società è fatta di eccedenze produttive, ossia di una massa di forza lavoro eccedente che, proprio perché eccedente, fa entra in concorrenza i lavoratori tra loro e abbassa così il potere contrattuale. Dunque una forza-lavoro il cui costo e condizioni di lavoro e di vita si abbassano in funzione dei profitti del capitale. Per questo questa storia è storia della lotta di classe, di contesa tra borghesie e capitalismo da un parte e proletariato e masse popolari subalterne dall’altra sulla ripartizione della ricchezza sociale.

Le ECCEDENZE PRODUTTIVE pertengono ciò che determina profitto, salario e condizioni di lavoro, ossia il potere contrattuale della forza-lavoro. Ma più in generle, se consideriamo il salario come attuale, differito e indiretto, il conflitto tra classi sociali riguarda anche la ripartizione della richezza sociale, quanto cioè diviene reddito e servizi e quanto rendita. Tutta la lotta di classe si basa su questa contesa, determinando i rapporti di forza tra classi, gruppi sociali, sino a raggiungere una dimensione politica nella coscienza e nell’organizzazione di classe e divenire lotta per il potere politico, nell’intera società. Tale dimensione informa la classe da classe in sé a classe per sé.

Le eccedenze produttive in ultima analisi allontanano i mezzi di produzione dall’appropriazione sociale, collettiva. dalla loro gestione popolare socialista. Non è solo un fatto contrattuale. Ciò contrasta la necessaria socializzazione epocale dei mezzi che riproducono la società.

Ecco allora cosa sta alla base di questa torsione autoritaria che abbiamo vissuto con l’avvio della fase pandemica da covid-19, fino al passaggio dei conflitti intercapitalistici su scala internazionale da tendenza alla guerra imperialista a guerra vera e propria tra NATO e Russia verso il terzo conflitto mondiale, anche se ancora camuffata da guerra Ucraina-Russia. 

Ma se partiamo dall’avvio del tentativo egemonico delle élite mondialiste atlantiste avviato con la pandemia, quella che viene chiamata impropriamente “dittatura sanitaria”, non è altro che la dittatura del capitale su ogni ambito sociale. Il ricatto, le restrizioni, l’esautoramento delle vecchie democrazie borghesi, ritenute inadeguate dai poteri forti della Trilateral e del Bilderberg già qualche decennio fa, questo combinato bio-autoritario, consente di condurre con successo sia una guerra interna che annichilisce i settori sociali in una sorta di controrivoluzione preventiva a tenaglia: istituzioni, partiti di regime, sanità privatizzata di fatto e media mainstream, che una guerra esterna nella crisi strutturale di capitale che già dalla fine del secolo scorso attanaglia il capitalismo costringendolo a cure non risolutive. 

Le eccedenze produttive di capitale fisso e quelle di capitale variabile, ossia mezzi di produzione e forza-lavoro eccedenti in questo passaggio possono venire distrutte per la terza volta (guerra imperialista) nel tentativo di effettuare una “demolizione assistita”, una guerra glocal, ossia globale ma circoscritta al nostro continente.

Ma vediamone i vari passaggi.

Non sappiamo e forse non sapremo mai se questa pandemia sia stata voluta e creata da circoli ristretti a guida statunitense delle classi dirigenti a livello mondiale. Ma quello che ormai possiamo dare per assodato è che l’uso che il capitale monopolistico finanziario e i suoi esecutivi hanno fatto di questa pandemia è stato in direzione di una grande ristrutturazione capitalistica che non ha coinvolto solo le catene del valore, la produzione e la circolazione del capitale, ma i rapporti sociali stessi in un cambiamento antropologico devastante.

Concentrazione di capitali, assoggettamento delle economie locali alle filiere delle multinazionali (la cd amazonizzazione), vedi i lockdown e le regole paranaziste sull’economia di prossimità, sono gli elementi fondativi di una nuova società irrigimentata alla pura logica del profitto dei grandi gruppi finanziari e multinazionali.

In questo processo autoritario di vera e propria guerra sociale interna, tutte le tecniche per gestire con efficacia un esercito industriale di riserva e precario si sono condensate nell’avvio di un dispositivo interoperativo con il quale il comando capitalista potrà decidere come usarlo e quando per concedere diritti o toglierli, selezionare, discriminare: aspetto essenziale per mettere in concorrenza la forza-lavoro, ricattarla per renderla sempre più flessibile e creare un mondo dove persino i bisogni primari diventano un optional, ossia condizionati allo scambio diritti e servizi per comportamenti. Mi riferisco a quello che Osvaldo Costantini in un recente e mirabile intervento su Carmillaonline definisce: «creazioni di differenze all’interno del corpo proletario mediante la gerarchie delle cittadinanze» e ancora specificando: «… il bisogno costante del capitalismo di creare un sistema a geometria variabile che produca una gerarchia sociale nella popolazione, in modo da estrarre plusvalore dalla diversità» e «Una sostanziale e continua operazione di creazione di barriere all’esercizio di diritti e al mantenimento degli status che, seguendo David Harvey, possiamo notare onde svelare la diffusa abitudine del capitalismo a prosperare sulla produzione della differenza»(1)

Dunque le eccedenze produttive, che da sempre il capitale gestisce per abbassare i salari e intensifcare lo sfruttamento, in Italia sin dal pacchetto Treu fino al renziano jobsact, giocano un ruolo fondamentale in questo avvio dell’autoritarismo bio-politico e ipertecnologico. Se da una parte infatti, si attacca il piccolo capitale imprenditoriale, il lavoro autonomo con le restrizioni, dall’altra si annichilisce ogni possibilità rivendicativa e di ricomposizione politico-sindacale del proletariato combinando in un mix devastante per il corpo sociale e operaio dispositivi ben collaudati di scomposizione delle soggettività con quelli nuovi utilizzati con la pandemia.

Il green pass, che oggi si chiama così, domani avrà altri nomi con altre modalità di controllo premiale o sanzionatorio, ha fatto da apripista verso il dispositivo interoperativo. Mentre schiere di illustri marxisti, una vasta compagneria non capiva neppure quanto fosse necessario e vitale difendere i milioni di lavoratrici e lavoratori messi a casa senza stipendio perché non volevano vaccinarsi. Il tutto nel nome di una necessità emergenziale completamente gestita dal capitale: dalle cure negate per imporre alla popolazione i sieri, ai megaprofitti.

Questo dispositivo interoperativo che potrà decidere se puoi avere un alloggio o te ne devi andare come sta sperimentando l’ACER di Fidenza dopo aver azzerato il punteggio, o se meriti un premio perché non hai avuto multe, come sta sperimentando il comune di Bologna con un inizio soft, è l’espressione più sofisticata di gestione delle eccedenze produttive, in grado di colpire ed emarginare chi si oppone e disobbedisce, in grado quindi di imporre la pax del capitale anche per la sua guerra imperialista, anche per la guerra esterna: la guerra interna in funzione della guerra esterna.

Ma di più: in un’era in cui il capitalismo si rivela pura accumulazione per il profitto, senza alcuna funzione positiva per l’umanità che diviene secondaria se non azzerata, le spinte conflittuali e le tensioni sociali vanno preventivamente contrastate. Questo dispositivo interoperativo separa ancora di più i mezzi di produzione, della riproduzione sociale, dalla forza-lavoro, già prima menzionati, poiché aumenta notevolmente il potere del capitale sui lavoratori e nella società in genere, aggiungendosi come dispositivo di comando a quelli già utilizzati sulle eccedenze produttive in tempi normali.

Come vedete l’approccio che abbiamo dato alla nostra scelta di sostenere e lottare con il movimento contro il green pass e l’obbligo terapeutico è tutt’altro che una scelta circoscritta alla dimensione sanitaria.

Questa ristrutturazione sociale, sul piano marxista, è paragonabile all’accumulazione originaria descritta da Marx nelle enclosure del capitalismo pre-industriale, in cui la terra veniva alienata ai contadini che si inurbavano trasformandosi in forza-lavoro, formando una sovrappopolazione sempre più ricattabile in quanto già da allora eccedenza produttiva. Una massa di forza-lavoro eccedente per questa ristrutturazione digitale e delle filiere andrà a peggiorare il potere contrattuale dei lavoratori e la miseria sociale sempre più dilagante. Se prima avevamo “semplicemente” le delocalizzazioni e la progressiva espulsione dai cicli produttivi di manodopera nell’aumento del capitale fisso, oggi la devastazione delle piccole e medie imprese a favore dell’amazonizzazione, della concentrazione dei capitali nella catena del valore, rappresenta uno scarto epocale avviato con la gestione capitalistica di questa pandemia.

Sempre Osvaldo Costantini osserva:«uno dei pilastri del capitale è la sottrazione di autonomia delle popolazioni nell’accesso ai mezzi di sussistenza, più precisamente la separazione tra la forza lavoro e i mezzi di produzione; una operazione mediante la quale la forza lavoro è trasformata in merce tra le merci. Brutalmente riassunta in questo modo la famosa accumulazione originaria di Marx, su di essa va costruita la necessaria riflessione che tale processo sembra essere in costante e continuo funzionamento all’interno dello stesso controllo capitalistico della riproduzione sociale (più o meno la tesi di David Harvey della accumulazione per spossessamento)» (2)

E ancora Marx sulla classe operaia inglese e le contraddizioni con quella migrante irlandese (3) con criteri di gerarchia e divisione nei diritti, nelle paghe, nel lavoro stesso, ma soprattutto di divisione per imperare. Come non leggere infatti, la diversa scelta fatta in materia di vaccinazioni e di accesso con il green pass allavoro stesso, se non una grande divisione capitalistica tra lavoratori e nel sociale tra la stessa popolazione a partire dai settori più disagiati e subalterni?

Le tecniche di controllo della produzione, di determinazione dei costi della forza-lavoro li abbiamo già visti attraverso l’attacco ai bisogni e ai diritti delle parti più deboli del proletariato. Come il diritto di cittadinanza e il relativo permesso di soggiorno per i migranti quale strumento di gestione del mercato del lavoro con l’immissione di forza-lavoro a basso costo, creando precarietà diffusa, divisione nella classe su basi razziali, zero diritti sul lavoro e bassi costi di produzione. Aspetto che i vari sovranisti non hanno compreso proseguendo con questa divisione oscena tra autoctoni e migranti, quando invece è l’unità di tutti i lavoratori salariati e precari a essere il centro di un’opposizione anticapitalista.

Stessa logica del green pass è il decreto Lupi che attacca il diritto all’abitare, attaccando quei comportamenti trasgressivi che puntano alla riappropriazione di condizioni di vita minimali attraverso le occupazioni abitative. La tecnologia digitale, biometrica, la concentrazione dei dispositivi di controllo in un unico dispositivo interoperativo, riassume tutte queste esperienze biofasciste, creando giorno dopo un giorno un grande frankenstein foucaultiano che trasforma le istituzioni e le relazioni sociali stesse in istituzioni totali, governate non dall’essere umano, ma da tecnomacchine, computer, reti di dati, algoritmi che determinano cosa puoi o non puoi fare in base a parametri di volta in volta prefissati. Detto per inciso, il credito sociale cinese, sul quale non mi dilungo, è un’esperienza all’avanguardia per il comando del capitale sulla forza-lavoro e sul controllo sociale della popolazione, che ci fa dire che non è questo il socialismo che vogliamo.

Questa chiave di lettura sostanzialmente materialistico-dialettica, ci porta a vedere i movimenti reali che hanno fatto irruzione nella società in opposizione a questi dispositivi di controllo e discriminatori in due anni di restrizione, come elementi di un’autonomia popolare, operaia. Nella lotta dei portuali di Trieste non abbiamo visto i santini e i rosari, ossia il sostrato culturale che permea la classe da decenni di subordinazione al mainstream e alla religione, ma il tentativo di esercitare rigidità di classe, incidendo in un ganglio vitale della catena del valore del capitale: la circolazione delle merci.

La sovraneria vede solo gli interessi degli autoctoni e rappresenta un’opzione nazionalista, mentre non sono gli interessi corporativi, non sono i confini e le culture, le etnie a essere elemento dirimente questa contraddizione che è di classe e non nazionale, bensì internazionalista e meticcia, da campi di Foggia a Parigi, dai riot di Amburgo a Manchester, a Lisbona.

Invece la compagneria vede le schifose discriminazioni sui migranti ma non quelle su milioni di lavoratori messi a casa senza stipendio, vede le lotte della logistica, ma solo quelle che non mettono in discussione la sua credenza quasi religiosa su una scienza neutra, su un scientismo fideistico, un ossimoro. Quindi ecco le distanze dalla lotta dei portali triestini, quasi fossero degli ammorbati, che di già sarebbero no vax, no?

Invece di lavorare politicamente nei movimenti per come essi si presentano si fa del facile sociologismo: quelli sono fascisti, terrapiattisti, oscurantisti e via dicendo. Per questo l’assemblea antifascista contro il green pass, forse per intuito e necessità di liberazione più che per analisi, ha saputo andare oltre questi pregiudizi che stanno ammazzando la sinistra di classe. Il suicidio finale di chi da anni non esce dal suo guscio autoreferenziale.

È per questo che oggi, il controllo sulla popolazione accumulato con l’esercizio dispotico delle restrizioni con la censura e la propaganda dei media di regime, e con l’ignavia complice delle forze politiche che si dicono d’opposizione, la guerra interna per ora vinta serve quella esterna con le medesime pratiche di criminalizzazione del paria: dal no vax al filo-putin. E l’opposizione contro la guerra ha un vulnus nell’incomprensione di questi due anni di attacco autoritario, di stravolgimento della convivenza civile, dei diritti nati con i citoyen del 1789.

Senza lotta alla gestione autoritaria e ai dispositivi di comando come il green pass, non può esservi una reale lotta contro la guerra. Senza la disobbedienza e il boicottaggio per riappropriarci della nostra vita sociale non ci può essere diserzione dalle logiche della guerra. Le liturgie del comando sono le medesime. Non si può fare una lotta a metà, glissando su uno degli aspetti costitutivi oggi del dominio capitalistico sui lavoratori e sulla società.

Unità popolare contro il capitalismo biofascista, e guerrafondaio significa questo.

In definitiva l’eccedenza produttiva, l’eccesso di forza lavoro è la condizione strutturale del rapporto capitale/lavoro, su cui si articola poi un reticolo di dispositivi che selezionano, gerarchizzano, sanzionano, premiano, escludono o includono. 

Ma le eccedenze produttive sono anche destinate al macello della guerra. Ossia lo sbocco alla crisi del capitalismo. Sono fattore fondamentale nella gestione autoritaria della pandemia ai fini del comando sulla forza-lavoro e nel contempo possono essere “smaltite” nella guerra che oggi può estendersi a tutto il continente con armi nucleari tattiche.

Con l’avvento dell’autoritarismo biopolitico, della sorveglianza e del controllo sociale le eccedenze produttive, articolate in una massa precaria, precarizzata, vanno schiacciate con un sistema interoperativo ad algoritmi che decide automaticamente chi e cosa in base ai comportamenti. I centri di comando del capitalismo, dei suoi apparati statali definiscono i criteri e le modalità del controllo e della selezione sulla massa precaria e in generale, precarizzando e gerarchizzando ancora di più il corpo sociale. Poi il dispositivo interoperativo opera con un “pilota automatico”, formattato sugli obiettivi da conseguire. Che una prassi luddista post-industriale e anti-transumanista diventi l’espressione della resistenza popolare collettiva (e individuale nelle circostanze di vita di ognuno) al processo di irrigimentazione e macchinizzazione del corpo sociale? È questa forse l’espressione conflittuale dell’autonomia di classe in un mondo-capitale totalmente dominato dalla digitalizzazione delle relazioni umane? Sono queste le “gocce di sole nella città degli spettri”, per parafrasare un’opera scritta da Curcio nelle carceri speciali?

Ho dunque accennato che nell’analisi marxista in generale il capitalismo risponde alle sue crisi economiche di sovrapproduzione o sovraccumulazione con la guerra, ossia con la distruzione di capitale eccedente: impianti, infrastrutture e forza-lavoro. C’è il rischio molto forte che la gestione delle eccedenze produttive sul fronte europeo si traduca in un ridimensionamento delle eccedenze produttive stesse, in particolare del nemico, ma anche degli alleati da parte del paese imperialista dominante, ossia gli USA e con essi la Gran Bretagna, quella che viene definita l’anglosfera. Ma per il capitalismo occidentale a guida USA, per la NATO che ne è suo strumento di comando sull’intero blocco di paesi imperialisti, il nemico, ovvero il competitore, qual è? 

Il nemico per gli USA-NATO è di fatto duplice: l’Europa da una parte e la Russia dall’altra. L’entità europea per gli USA e la Gran Bretagna (ecco spiegata una delle ragioni dell Brexit…) non deve infatti unirsi in un polo euroasiatico economico-sociale che riassuma Russia ed Europa insieme, fatto di mercati, impianti e infrastrutture a tecnologia avanzata, risorse energetiche e funzionali alle nuove tecnologie: ciò sarebbe un grave problema per gli USA in quanto sarebbero in presenza di un gigantesco player affacciato tra l’altro sui mercati asiatici. La vera partita si gioca per questa contesa, che gli europei non stanno affrontando nel giusto modo, ponendo un freno alla strategia bellica del dividi et impera degli USA. 

Gli esecutivi dell’UE sono in diversi modi tutti assoggettati alla politica di Washington, che detta legge, che determina i tempi e i modi dell’azione bellica, disattivando ogni possibilità diplomatica con la Russia. Sul piano geostrategico un conflitto che divida la Russia dal resto dell’Europa per gli USA è un toccasana. E la guerra in Europa con mezzi nucleari tattici e limitati al solo continente europeo, non è un’ipotesi peregrina. Gli esecutivi vassalli sottostanno a questa strategia che nella migliore delle ipotesi distrugge l’Europa con un’economia di guerra lunga degli anni e nella peggiore fa leva sul fatto che la Russia e la NATO impieghino mezzi nucleari tattici in una guerra “glocal” limitando la distruzione al solo continente europeo. 

Ecco il perché di un dominio autoritario. Prima educhi all’obbedienza le masse, ritardando i tempi della giusta e ovvia rivolta sociale… e poi le distruggi al momento giusto evitando la rivolta generalizzata, tensioni sociali che superino il livello di guardia. Ecco perché è un imperativo mobilitarci contro la guerra imperialista e contro la NATO che ci sta portando alla miseria dilagante se non al disastro di una guerra su vasta scala. È una strategia che va attaccata rispondendo colpo su colpo, con la lotta e l’organizazione autonoma di classe, alla guerra sociale interna che ci stanno facendo senza avercela dichiarata. Dobbiamo metterci in queste condizioni, non ci sono altre vie.


 

Note

  1. Osvaldo Costantini, Pandemia, stato, capitale, Qualche bilancio
  2. Ibidem
  3. Lettera di Marx a Sigfried Meyer e August Vogt, Marx, 9 aprile 1970
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Pandemia, stato, capitale. Qualche bilancio https://www.carmillaonline.com/2022/04/23/pandemia-stato-capitale-qualche-bilancio/ Fri, 22 Apr 2022 22:00:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=71500 di Osvaldo Costantini

Sebbene la nuova emergenza bellica abbia soppiantato quella del covid, mutuandone il linguaggio, nel palcoscenico mediatico, la gestione della circolazione del virus mediante un determinato approccio è ancora attivo. Al contrario, invece, sembrano in fase di risacca le mobilitazioni contro gli aspetti autoritari di quella vicenda, le cui caratteristiche sembravano aprire scenari in parte inediti.

A fronte di una annunciata volontà di allentare le misure, restano alcuni degli aspetti della gestione autoritaria della pandemia, a cui si aggiungono assurdi strascichi punitivi, tra cui quello nei confronti dei docenti sospesi: in virtù del nuovo decreto, essi possono [...]]]> di Osvaldo Costantini

Sebbene la nuova emergenza bellica abbia soppiantato quella del covid, mutuandone il linguaggio, nel palcoscenico mediatico, la gestione della circolazione del virus mediante un determinato approccio è ancora attivo. Al contrario, invece, sembrano in fase di risacca le mobilitazioni contro gli aspetti autoritari di quella vicenda, le cui caratteristiche sembravano aprire scenari in parte inediti.

A fronte di una annunciata volontà di allentare le misure, restano alcuni degli aspetti della gestione autoritaria della pandemia, a cui si aggiungono assurdi strascichi punitivi, tra cui quello nei confronti dei docenti sospesi: in virtù del nuovo decreto, essi possono rientrare a scuola ma, se non vaccinati, preclusi dall’insegnamento e quindi destinati ad altre mansioni. Al netto della valutazione sul demansionamento, che, per una cultura sindacale, è estremamente grave, ciò che colpisce è la messa in atto, nel piccolo, della dinamica greenpassista: mettere chi non ha obbedito, chi ha fatto una cosa diversa dalla massa (non importa qui se la valutiamo giusta o sbagliata), alla gogna. La persona in questione entrerà a scuola e sarà osservata dagli alunni nel suo nuovo ruolo (temporaneo?), messa in vetrina cioè come docente “novax” che non ha i requisiti (morali?) per l’insegnamento. Il dissenso in questo modo viene allontanato dalla possibilità di formare gli studenti e usato come monito per coloro ai quali venisse in mente, nella vita, di fare una cosa diversa da quella che gli dice il potere, da ciò che pensa la massa. A questo aspetto punitivo, si aggiungono alcune inquietanti dichiarazioni di Draghi e Colao che sembrano confermare alcune delle più nere ipotesi dei mesi passati, spesso bollate come complottismi. Ma procediamo per gradi: attraverso un piccolo bilancio della pandemia vorrei analizzare qualche aspetto dei cambiamenti delle relazioni personali e del rapporto tra Stato e corpo sociale (per chi preferisce, tra Stato e Classe).

Sin dai primi giorni di Lockdown era abbastanza chiaro, almeno nelle cerchie sociali che frequento, che la gestione della situazione, come ogni processo di fronteggiamento del male, non fosse neutrale, ma si dispiegasse per entro i confini ideologici maggioritari e tendesse ad essere guidata dalle classi dominanti per sussumerne gli effetti all’interno dei paradigmi loro congeniali. In altre e più sintetiche parole, il lockdown apparve immediatamente come una opportunità di ristrutturazione della società capitalistica, a favore della tendenza all’accentramento del capitale in poche mani (ne scrivevo qui a pochi giorni dall’inizio della pandemia) di cui oggi possiamo avere una visione più lucida e aggiornata anche in termini del rapporto tra politica monetaria ed economia di fatto congelata – o quantomeno rallentata – (analizzata meglio qui). Era altrettanto chiaro che fosse in atto una modifica dei rapporti lavorativi con l’accelerazione di forme di produzione telematica, a distanza, che fondevano il tempo extralavorativo e il tempo lavorativo in un unico spazio in cui ne guadagnava la produttività e la diminuzione del tempo libero (ne parlavo qui con Niso Tommolillo). Ne emergeva dunque già all’epoca un quadro di ristrutturazione di un modo di produzione in crisi da decenni che si torceva in una logica autoritaria mediante i classici strumenti del disciplinamento del tempo (in cui andavano comprese le balconate a cadenza regolare, la stigmatizzazione delle attività ludiche) e della criminalizzazione di categorie che diventano i capri espiatori/nemici pubblici (i runner, i nomask, poi novax). Un processo in grado di occultare le sempre maggiori contraddizioni tra la riproduzione del capitale e quella sociale, dietro scelte, e, dunque, responsabilità, individuali.

Con il procedere dei mesi, dei provvedimenti, e del clima di paura, è parso evidente quanto il lockdown fosse un << dispositivo inaugurale di rieducazione politica alle nuove condizioni del capitalismo informatico>> (qui). All’aumentare di tale consapevolezza andava anche aumentando la polarizzazione tra una accettazione incondizionata e qualsiasi forma, seppur minima, di critica, immediatamente bollata come noqualcosismo o, semplicemente, nell’ormai infame passe partout del complottismo; un disallineamento elevato all’ennesima potenza con l’introduzione del vaccino e della sua teologia, alla cui evangelizzazione si sono prestati h24 tutti i chierici della mediatizzazione mainstream accompagnati dagli urlatori social (più tristi dei primi, che almeno sono pagati). Un divario che ha caratterizzato anche le compagini più antagoniste della società, colpite da una vera e propria maledizione (le cause analizzate bene qui, qui, qui e qui).

È in questa fase finale, l’epopea del vaccino e del green pass, ad aver mostrato l’accelerazione di una riorganizzazione sociale che già da decenni si stava disegnando sulle assi di una militarizzazione dei territori – aumento esponenziale della presenza della forza pubblica, punizione dei reati minori, aumento della carcerazione, ordinanze folli nel nome del decoro e della lotta al “degrado” – e la continua costruzione ideologica dell’antagonista pubblico (ultras, migrante, novax), contro cui applicare un “diritto penale del nemico”. Da un lato, il “dispositivo lockdown” e l’Italia dei colori hanno aumentato questa presenza, dotandola di un potere di sorveglianza sociale poliziesca con inquietanti risonanze belliche e coloniali di Check point e posti di blocco per la verifica dell’autocertificazione (nei suoi molteplici modelli) preposte al controllo della mobilità dell’intero corpo sociale; dall’altro, questo quadro già insopportabile ha lasciato il campo al check elettronico diretto, tramite green pass, che permetteva o non permetteva l’accesso a luoghi, situazioni, servizi (e dunque diritti), e bisogni essenziali come il lavoro, sulla base di essersi sottoposti o meno a un trattamento sanitario, sul quale non voglio scendere nei dettagli perché non è il punto in questione.

Green pass. Strumento d’emergenza o realtà permanente?

Al momento dell’introduzione del “lasciapassare verde”, la collettività si è divisa tra entusiasti sostenitori dell’incentivo al vaccino, preoccupati oppositori e inspiegabili soggetti da terza posizione, tra cui alcuni “antagonisti”, che lo ritenevano uno strumento, si pericoloso, ma comunque una soft law neoliberale che forza l’adesione a un comportamento senza imporre un obbligo o un divieto esplicito. Talmente soft da aver costretto qualche milione di persone a un trattamento sanitario a cui non volevano aderire e, per gli irriducibili, essere giunti a negare il bisogno (e non il diritto) di lavoro, ovvero di avere di che vivere, a negare la socialità e l’accesso ai mezzi pubblici, per altri milioni di persone costretti oltretutto alla stigmatizzazione sociale per la loro visibile condizione di disobbedienti appartenenti alla schiera di quello che era il nemico pubblico di turno. E menomale che non era hard… Nessuno di questi soggetti è riuscito ad andare oltre la teologia del vaccino che rendeva possibile sostenere questo metodo: come l’inquisizione medievale, la incarnazione assoluta del male nella strega giustificava l’uso di una modalità eccezionale ed estensibile a tutti. In sintesi: coloro che erano a favore del vaccino non riuscivano a trascendere nella comprensione che questa volta le vittime della coercizione greenpassista erano soggetti che non volevano fare una cosa che secondo loro era giusto fare oltre ogni ragionevole dubbio, ma che in futuro poteva colpire loro obbligandoli, o forzandoli, a fare qualcosa che non avrebbero voluto. Non c’è bisogno di scomodare la solfa attribuita a Brecht per comprendere la sconcertante ingenuità contenuta nel “basta vaccinarsi per non subire la discriminazione del green pass”. Essa cioè risolve la situazione, allo stesso modo in cui il terribile strumento del permesso di soggiorno è sempre stato risolto dalle classi dominanti: la preoccupazione sollevata da chi ne evidenziava l’apertura di uno spazio di ricattabilità e sfruttamento, veniva liquidata con l’argomentazione in base alla quale restare a casa (nella fame del Sahel, magari sfruttati da una multinazionale) avrebbe evitato il problema. Questo tipo di argomentazione stupisce per la inconsapevole produzione di una separazione tra la repressione buona (quella del green pass, contro quelli che noi consideriamo nemici) e la repressione cattiva (il permesso di soggiorno o altre). Da un certo punto di vista, invece l’apparato repressivo basato sul ricatto onde indurre al compimento, o al noncompimento, accomuna forme diverse di repressione, inaccettabile sul piano del metodo prima ancora che del metodo. Difficile capire, e solo il tempo ci aiuterà, a capire come invece si sia sorvolato su questo onde cedersi allo stato patriarcale, trasformato in un modello di salvaguardia della collettività (confondendo quest’ultima con lo Stato).

Ciò che colpisce è invece il fronte di opposizione, largamente eterogeneo ma accomunato dalla preoccupazione che il green pass sarebbe stato ciò che rimaneva, con forma magari mutata, di questa emergenza, al pari degli strascichi delle altre emergenze (es.: i militari nelle metro). Questa preoccupazione fu presa come l’ennesimo complottismo da deridere, o al minimo come una fantasia. La realtà, come da stereotipo, supera di gran lunga la fantasia: il 16 di marzo del 2022 – poco dopo la conferenza stampa in cui Draghi annuncia una ambigua trasformazione delle strutture emergenziali in qualcosa di permanente sempre riattivabile, e due settimane dopo il decreto legge del due marzo che sancisce una ancora più ambigua, quanto di difficile interpretazione, proroga della validità del Green pass per le terze dosi di cinquecentoquaranta giorni più altri cinquecentoquaranta senza bisogno di altre dosi – Colao, ministro per la transizione digitale, interviene alla camera per spiegare lo stato dei lavori. Dichiara (al minuto 17 di questo video): «Il grande tema è l’interoperabilità delle piattaforme digitali abilitanti che è molto importante per ampliare i servizi ma anche per renderne la fruizione semplice attraverso il così detto principio del One’s only, cioè il principio in cui il cittadino una sola volta deve mettere le proprie informazioni dentro il sistema e poi è lo Stato da solo che lo va a cercare e lo vede». In sostanza il tentativo di incrociare tutti i dati in una sola piattaforma: «Questo è molto importante perché ci sono degli esempi recenti di grande beneficio che abbiamo avuto da questo: il Green Pass è un grande esempio di interoperabilità, e che tra l’altro adesso sta facendo venire a mente tante altre possibili applicazioni meno drammatiche e meno di emergenza in cui si potrebbe creare un sistema che permette in maniera istantanea di conoscere lo “stato”, il “diritto”, di attivazione o di fruizione di un servizio». Il tema è l’approdo all’identità (e alla moneta) digitale – magari da legare ai dati biometrici che consentono l’identificazione unica di un corpo-persona – che si dispiega in un modello meritocratico neoliberale in cui non esistono più i diritti, ma un regime di situazioni che valutano se il singolo merita o meno «l’attivazione o la fruizione di un servizio». In sostanza, se è un cittadino obbediente. Cerchiamo di capire la portata politica e antropologica di tale affermazione, con brevi digressioni sullo spazio della cittadinanza.

L’onnipresenza dello Stato.

Il controllo elettronico ritrasforma l’autorità statale nel sovrano divino per mezzo informatico: il green pass, o qualunque suo nipote futuro, rende lo Stato presente in ogni relazione. Ancora una volta, cioè, il controllo dell’autorità centralizzata tende a erodere qualunque spazio di autonomia, anche simbolica, del sociale. Con il controllo del Green pass cade la distinzione tra gli “atti di stato” e le interazioni che avvengono nei circuiti quotidiani, o meglio le seconde vengono sussunte nei primi: fino all’epoca recente siamo stati abituati al controllo dei documenti da parte di persone identificabili con una certa divisa che connotava i soggetti detentori del monopolio dell’uso della forza e del potere di controllo. Che ci piacessero o meno, il loro fermo per la richiesta dei documenti era in tutto e per tutto un “atto di stato” (al punto che dei fermi per identificazione e controllo delle generalità, se ne conserva traccia ufficiale). Una delle principali trasformazioni operate dal green pass sta proprio nell’aver diffuso “l’atto di stato” a qualunque (o quasi) relazione quotidiana: il barista sotto casa diventa il delegato al controllo della regolarità della mia azione rispetto al potere centrale. Al di là dell’antipatia di questa asfissiante e distopica presenza trascesa nella divinità onnipresente, la trasformazione del vicino in controllore sfavorisce lo sviluppo di aggregazioni sociali e politiche ostacolate dalla sfiducia e dal sospetto. A meno che, ovviamente, io e il mio barista decidiamo di operare delle trasgressioni comuni: la dialettica dell’egemonia è sempre anche giocabile dal lato trasformativo, stando al buon Gramsci di americanismo e fordismo. Ma non è esattamente questo il periodo e sembra invece che le classi subalterne non riescano, in questa fase, a sviluppare il minimo grado di autonomia di pensiero, di linguaggio e di azione rispetto a un bombardamento costante del loro immaginario.

Se è vero che la forma Stato, con il progressivo dispiegarsi della centralizzazione del potere, ha avuto bisogno di tecniche semplificative per aumentare la leggibilità di territori e popolazioni, l’accelerazione e l’iperdiffusione di queste tecniche si sono legate alle tecniche biometriche di identificazione della popolazione. Il nuovo millennio si è d’altra parte aperto con il programma Uidai o Adhaar, un’enorme sforzo di raccolta dei dati biometrici della popolazione indiana che al singolo attribuisce un codice di sedici cifre e una carta di identità legata alle impronte digitali e all’iride (si vedano su questo i lavori di Antropologi come Pier Giorgio Solinas). Il dispositivo serve a identificare coloro che hanno diritto all’assistenza pubblica e a “modernizzare” e “securitizzare” il paese tramite argomenti penetranti come la lotta all’evasione fiscale, alla criminalità, all’immigrazione illegale, ecc.). Giova allora rileggere in forma scritta la frase pronunciata dal Ministro Colao : «il Green Pass è un grande esempio di interoperabilità, e che tra l’altro adesso sta facendo venire a mente tante altre possibili applicazioni meno drammatiche e meno di emergenza in cui si potrebbe creare un sistema che permette in maniera istantanea di conoscere lo “stato”, il “diritto”, di attivazione o di fruizione di un servizio». Proviamo a fare una operazione di sociologia preventiva: chi scrive è uno scienziato sociale che quando è soggetto al rigore scientifico analizza ciò che è nel presente o nel passato. In questa sede ci si può invece permettere un ragionamento su ciò che una dinamica sociale presente potrebbe diventare in futuro: Se il green pass è un esempio di interoperabilità, significa che possiamo incrociarci i dati della mia fedina penale, dello stato del mio pagamento delle bollette e dell’affitto o di chi sa cosa altro (compreso un eventuale punteggio di valutazione delle mie gerarchie lavorative? Ma perché no, è potenzialmente infinito l’uso che se ne può fare…) per non farmi accedere a un diritto o un servizio, o, addirittura alla vita sociale? in buona sostanza, non mi merito un servizio o non mi merito di poter stare tranquillo con gli amici al bar a bere una birra, se non faccio il mio dovere. Ovviamente, come per ogni aspetto della democrazia occidentale, il dato è irrilevante se si è persone integrate, stipendiate e che si possono permettere un livello di vita soddisfacente senza mettere in discussione le regole. Altra cosa è invece se si ha un lavoro precario e un salario basso e l’affitto e le bollette sono magari difficili da pagare, se la propria condotta non vuole uniformarsi…

Oppure, per essere meno fantasiosi e colloquiali: se in una proclamata emergenza energetica, dovessi rispettare determinati limiti di consumo, o pagare bollette molto alte, per il benessere e l’unità nazionale, potrei essere additato come cittadino immeritevole se consumo di più o non riesco a pagare le bollette? Con il livello di adesione della stampa e l’addormentamento delle soggettività, basterebbe una settimana di propaganda per imporre uno strumento del genere.

Eterogeneizzazione. Le gerarchie della cittadinanza

Ma veniamo alla questione centrale: lo spazio della cittadinanza, il maledetto bastardo spazio della cittadinanza entro cui si dispiega la possibilità di esercitare i diritti. La storia del capitalismo ci insegna che esso tende a concedere diritti quando è in fase espansiva e a eliminarli appena c’è un po’ di recessione. Di fatto una finzione: quando mancano rapporti di forza in grado di contrastare questi processi erosivi, il diritto in sé è carta straccia. Ma il punto non è esattamente questo, quanto il bisogno costante del capitalismo di creare un sistema a geometria variabile che produca una gerarchia sociale nella popolazione, in modo da estrarre plusvalore dalla diversità (con la coesistenza di diversi rapporti di produzione), sfavorire l’unità di classe e tenere sotto controllo le eccedenze di manodopera. Senza entrare nel dettaglio di teorie che dovrebbero essere state digerite da tutti, uno dei pilastri del capitale è la sottrazione di autonomia delle popolazioni nell’accesso ai mezzi di sussistenza, più precisamente la separazione tra la forza lavoro e i mezzi di produzione; una operazione mediante la quale la forza lavoro è trasformata in merce tra le merci. Brutalmente riassunta in questo modo la famosa accumulazione originaria di Marx, su di essa va costruita la necessaria riflessione che tale processo sembra essere in costante e continuo funzionamento all’interno dello stesso controllo capitalistico della riproduzione sociale (più o meno la tesi di David Harvey della accumulazione per spossessamento). In questo continuo ritorno all’origine va interpretato il dispositivo emergenziale che ha caratterizzato la governance neoliberista negli ultimi decenni: la produzione continua di differenza/gerarchia sociale mediante fenomeni di razzializzazione – che non riguardano solo il biologico, anzi: il razzismo è un fenomeno di invenzione di una categoria essenzializzandone uno o più tratti distintivi considerati come elementi dirimenti della loro appartenenza. I “novax” sono ormai una “razza”, nel discorso pubblico – appare come «una tecnologia moderna di governo (di management, di produzione) di popolazioni e territori finalizzata alla estrazione di plusvalore dalle società, cioè alla crescita della potenza produttiva capitalista di un determinato tessuto sociale» (Mellino qui). In sintesi: una continua ricaduta nell’accumulazione originaria che abbiamo visto applicarsi varie volte sul mercato del lavoro, non solo tramite l’introduzione di manodopera ricattabile con differenti, e altrettanto gerarchizzati, permessi di soggiorno. Una sostanziale e continua operazione di creazione di barriere all’esercizio di diritti e al mantenimento degli status che, seguendo David Harvey, possiamo notare onde svelare la diffusa abitudine del capitalismo a prosperare sulla produzione della differenza.

Enrico Gargiulo, sociologo che ha ampiamente analizzato i processi di esclusione tramite lo strumento della residenza, sottolinea come il modo di produzione storicamente conosciuto come capitalismo sia strutturalmente contrassegnato dall’esclusione sistematica di parte della popolazione dalla ricchezza. Seguendo Harvey, Gargiulo identifica le entità politiche (soprattutto lo Stato) come attori centrali nell’operazione di espropriazione di risorse e di espulsione di parti della popolazioni dai diritti e dagli status. Seguendo queste piste vorrei provare a illustrarne due esempi, che, espunti dalla caratteristica tecnologica, potrebbero essere incasellati come antenati del green pass, o, forse meglio, dotati della stessa aria di famiglia, onde inserirne la comprensione nei classici meccanismi di produzione strutturale dello sfruttamento e del disciplinamento, prima di battere piste inusuale che ad alcuni producono ancora uno spavento epistemologico-politico.

In Italia nel 1939 fu approvata una legge che non consentiva alle persone di eleggere residenza in comuni di medie-grandi dimensioni se non si aveva un contratto di lavoro in quello stesso comune. Allo stesso tempo non consentiva di firmare un contratto di lavoro in un comune se non si aveva la residenza in esso (per chi ha dimestichezza con la legislazione migratoria: l’impianto di fondo della Bossi-Fini del 2002 risuona le stesse note su scale diverse). In sostanza, ad uno sguardo ingenuo, una condanna all’immobilità. Adottando invece una lettura attenta alla produzione strutturale di differenza e di espulsione di gruppi sociali dalle risorse, dal welfare ed anche dai diritti si capisce che tale legge produceva di fatto clandestinità e dunque ricattabilità sul piano del lavoro salariato. Infatti, la legge non fu abolita con la caduta del regime, ma restò fino al 1961, quando, su iniziativa di Umberto Terrasini (PCI), essa fu abolita. Per chi conosce i flussi migratori interni alle aree italiane è immediatamente chiaro che, negli anni Cinquanta, i meridionali finirono per lavorare in alcune aree come paradossali clandestini nel loro stesso paese, con tutto il carico di ricattabilità che ne veniva come corollario. Altrettanto evidente è il cambiamento dei rapporti di forza tra le classi che la legge produsse, riducendo, appunto, l’accesso alle risorse ed ai diritti di una parte della popolazione che, giova ricordarlo, migrava a seguito dell’impoverimento del Sud avvenuto con l’Unità di Italia.

Il secondo esempio scivola in là di più di mezzo secolo, ed assume dei tratti punitivi oltre che di esclusione. L’articolo 5 del decreto Renzi-Lupi (2014) con meccanismi simili di creazioni di differenze all’interno del corpo proletario mediante la gerarchie delle cittadinanze. In questo caso l’attitudine era disciplinare: l’articolo nasceva con la esplicita volontà di contrastare il fenomeno delle cosiddette “occupazioni abusive”, ovvero la riappropriazione di spazi a scopo abitativo da parte di coloro non in grado di sostenere un canone di affitto. L’articolo 5 vieta l’allacciamento ai servizi e la richiesta della residenza a chiunque vive in uno immobile occupato o non avendone titolo (tecnicamente, dunque, anche chi abita con affitti non contrattualizzati). Con questo provvedimento, si decideva il distacco delle utenze a chi le aveva allacciate in precedenza (pagandole regolarmente) lasciando quindi le persone senza luce, acqua e gas. La residenza era, e rimane, però il punto più complesso perché esclude le persone da alcuni fondamentali servizi, quali l’iscrizione al Servizio Sanitario Nazionale, alle liste elettorali, al welfare territoriale e al sistema scolastico per i figli. Per gli stranieri il mancato possesso della residenza comporta anche problemi per il rinnovo/ottenimento dei permessi di soggiorno. Essa infine funge da ostacolo al godimento di diritti “minori”, quali gli sconti sugli abbonamenti ai trasporti, l’esenzione per la mensa scolastica dei figli, che in una famiglia proletaria sono comunque importanti voci di bilancio. In questo caso, la disattivazione dello spazio della cittadinanza era mirato al disciplinamento di soggetti che si sottraevano al rapporto estrattivo della rendita urbana e, in più banale sintesi, non pagavano l’affitto a un padrone. In sostanza, veniva punito quel proletariato riottoso che, in mancanza di alternativa, aveva deciso di soddisfare il bisogno di casa su un piano conflittuale, sottraendosi al meccanismo della rendita, dell’assistenzialismo e dell’autosfruttamento per pagare l’affitto. Con la stessa logica ipocrita del GP, non vi era una repressione esplicita (lo sgombero, con il relativo problema di dover poi trovare sistemazioni alle persone o avere momenti di conflitto aperto) ma una esclusione dallo spazio di cittadinanza, con il corollario di una maggiore ricattabilità generale (soprattutto per chi perde il permesso di soggiorno) e dell’esclusione dal campo dei diritti e delle risorse.

Ovvio che, in aggiunta a tali esempi, si potrebbe allungare la lista con diversi casi: uno è sicuramente la moltiplicazione dei confini giuridici legati al meccanismo del permesso di soggiorno, nell’ambito della trasformazione del confine in un metodo (come hanno giustamente sottolineato Mezzadra e Neilson) che produce una differenza gerarchica tra gruppi nei termini di accesso alla mobilità, alle risorse, ai diritti. Un altro esempio, altrettanto calzante, sarebbe quello, legato al mondo del lavoro, della produzione di una pluralità di livelli di contrattualizzazione che differenziano il corpo proletario, anche all’interno di un singolo reparto di una singola fabbrica, secondo diversi accessi ai diritti e diverse forme di ricattabilità.

Il punto è però lo spazio della cittadinanza come dispositivo a geometria variabile da cui gruppi più o meno grandi di persone possono essere espulsi, allontanati momentaneamente o anche semplicemente abitarvi in stato precario. Il presidente della repubblica francese, Emmanuel Macron, dichiarò in una comunicazione pubblica che coloro che non si erano vaccinati non erano più dei cittadini. La dichiarazione faceva eco a una non meno violenta affermazione del Presidente del Consiglio dei Ministri italiano, Mario Draghi, che si augurava la fine della pandemia per una reintegrazione nella società di questa parte della cittadinanza eretica che aveva osato mettere in discussione il dogma teologico del vaccino. Vista tale violenza, una parte del corpo sociale ha virato verso una fantasiosa volontà dello stato di iniettare la medicina in sé, per chi sa quali scopi nascosti. Il punto in questione è invece politico, e riguarda in prima battuta la richiesta di obbedienza e il disciplinamento dei soggetti devianti, con forme di ricatto che potranno tornare in campo quando, in una eventuale crisi energetica, alimentare ed economica provocata da un sistema sociale in stato di decomposizione, bisognerà controllare il dissenso, governare l’eccedenza di manodopera. Il green pass, o qualunque dispositivo di interoperabilità legato all’identità digitale, è uno strumento in grado di svolgere questa funzione con la possibilità di attivare e disattivare l’appartenenza allo spazio della cittadinanza, revocando diritti, accessi fisici a luoghi, e servizi a chi non obbedisce al dettame di turno. Questo tipo di azione porta ad un nuovo e più alto livello la logica capitalistica delle gerarchie sociali: esso conduce alla possibile disattivazione del rapporto tra un soggetto e lo spazio della cittadinanza attraverso uno strumento elettronico con tecnologia blockchain. La applicabilità infinita di questo strumento, insieme al possibile legame con le tecnologie di rilevazione biometrica, sembra possano aprire il campo ad una società fatta di diversi regimi di mobilità, diverse opportunità, diversi divieti, diversi accessi a servizi, continuamente mutevoli a seconda dei criteri scelti per l’esclusione. Non è difficile pensare alla possibilità che una tale disattivazione possa comportare una impossibilità di avere contratti di lavoro, contratti di affitto o qualunque altra cosa, mostrando in estrema sintesi la “finzione borghese” del diritto, che può essere ritirato a seconda delle esigenze del capitale. Rispetto ai due esempi precedenti, naturalmente, il GP si pone come elevazione a potenza: a confronto con l’articolo 5 del decreto Renzi-Lupi che è sicuramente più aggressivo nella ferocia con cui colpisce una fascia del proletariato riottoso che ha prodotto lo scarto di risparmiare sull’affitto, ma non colpisce l’interezza potenziale del corpo sociale come il green pass, soprattutto in grado di gestire con una geometria variabile le eccedenze di manodopera che di volta in volta si produrranno ed irregimentarle in diverse fasce di sussidi controllati, esclusioni e ricattabilità. Da questo punto di vista (ed esclusivamente da esso), tenderei a leggere la continua riattivazione di classici strumenti repressivi e le dinamiche viste con la vaccinazione sotto la stessa categoria, con una differenza di grado e non di natura: le forme di criminalizzazione (schifosa) che ha colpito alcuni esponenti del mondo sindacale di base non sembrano abitare un mondo diverso da quello che stiamo descrivendo. In prima istanza, siamo di fronte a un momento di trasformazione della società e con l’arrivo di una crisi economica (e probabilmente energetica ed alimentare) che il controllo e il disciplinamento di chiunque possa minimamente accendere il conflitto sociale è fondamentale per garantire la riproduzione di un sistema mediante l’ennesima crisi (l’emergenza è ormai un dato strutturale); fondamentale al punto di avere bisogno di strumenti di imposizione estesi all’intero corpo sociale. Certo, questi sono strumenti classici, noti e caratterizzati da una enorme violenza, che si uniscono (ma non si contrappongono) a quelli nuovi possibili generati dalla situazione pandemica. Non è un caso, a mio avviso, che il meccanismo del green pass si sia dispiegato nel mondo del lavoro, operando, già con la sua stessa accettazione, uno spostamento dei rapporti di forza evidente a tutti. Su questo punto c’è bisogno di un piccolo passaggio di chiarimento: ho velocemente notato che il lavoro è un bisogno, oltre che, nel linguaggio liberale, un diritto, perché è il modo di conquistare ciò che serve per vivere. Tale affermazione si spiega in termini universali, ma va declinata in termini particolari: sul primo livello, qualunque gruppo umano deve svolgere delle attività per il proprio sostentamento (caccia, raccolta, coltivazione, pastorizia che sia) di cui ha necessità vitale. Per soddisfare tale bisogno l’essere umano, a differenza degli animali, elabora una risposta sociale, che dunque produce ulteriori bisogno di altri livelli di integrazione tra le persone (una organizzazione sociale, norme e sanzioni, una divisione del lavoro, ecc,) e dunque dei valori, un sistema di comunicazione. Attaccare l’attività orientata all’accesso dei mezzi di sussistenza è già una forma di attentato alla vita. Cambia molto se inseriamo quella che ho chiamato la declinazione particolare: sotto capitalismo, per mezzo della proprietà privata dei mezzi di produzione, la forma storica di accesso alla sussistenza, per la maggioranza della popolazione, è il lavoro salariato. L’accesso ad esso è un bisogno vitale che si dispiega per entro una particolare forma di organizzazione sociale, il capitalismo, in cui a)esso è stato creato con la separazione forzata della forza lavoro dai mezzi di produzione; b) esso produce quel plusvalore utile ad arricchire coloro che hanno l’accumulazione in sé come fine ultimo e c)è l’asse portante dello sfruttamento, in quanto la quota lavoro pagata al corpo lavorante è solo quella necessaria alla riproduzione della forza lavoro in sé (il plusvalore assoluto); ne consegue che d) andare a lavorare non è propriamente l’esercizio di un diritto: quanto di fatto una costrizione all’interno di determinate condizioni strutturali (in sintesi: chi rivendicherebbe il “diritto” ad andare a lavorare in fabbrica otto ore al giorno?). In sé, dunque, subordinare il lavoro a un lasciapassare, e, di fatto, all’assunzione di un farmaco, significa produrre una alternativa non solo tra il consenso e la possibilità di accedere alle risorse, ma un regime di significato in base al quale vi è bisogno di un permesso, come fosse un privilegio, per andare a svolgere una attività che è di fatto una costrizione ed è il pilastro dello sfruttamento e della logica del profitto che egemonizza ormai ogni aspetto dell’esistenza. Se non l’inserimento di un permesso per andare a lavorare uno spostamento dei rapporti di forza tra le classi, cosa lo è?

Disciplinare i poveri.

Il neoliberismo come tecnologia di governo si era già contraddistinto per uno spiccato autoritarismo, già insito nel capitalismo in sé, e per un controllo serrato sulle condotte individuali allo scopo di disciplinare la manodopera, e le sue eccedenze, ai dettami delle nuove forme di produzione di valore. Come da manuale di teoria foucaltiana, l’assoggettamento e l’utilizzazione economica apparivano come i due pilastri della trasformazione del corpo in forza utile: la fase dello Stato punitivo a cavallo tra gli anni Novanta e l’inizio del nuovo millennio ha messo capo al paradossale aumento delle politiche securitarie che, a fronte di una diminuzione dei reati, aumenta le pene per i reati minori – o addirittura ne crea di nuovi: la clandestinità come reato penale è un caso emblematico – e le carcerazioni. I tagli al welfare trasformano dunque una enorme popolazione in clientela per le carceri: liddove esse sono state privatizzate (in parte negli USA), una quota di spesa pubblica viene trasformata in profitto privato per gli enti gestori (come da noi funziona con i vari centri di detenzione per migranti); profitto basato sulla persecuzione dei poveri, trattati come corpi messi a valore come manodopera mercificata e come oggetto stesso della mercificazioni. La fase attuale sembra fare un salto in avanti maggiore, radicalizzando quella tendenza, già vista in alcuni campi – ad esempio l’istituto dell’asilo politico –, in base alla quale i diritti sono qualcosa da sottoporre a degli attestati di merito. In sintesi: non esistono in sé, ma li devi meritare. Una torsione, che naturalmente non stupisce chi conosce la finzione originaria di cui parlo più sopra, ma il cui avanzamento è evidente in questi mesi: il Comune di Fidenza ha introdotto lo scorso febbraio un sistema a punti per gli assegnatari di case popolari, il cui scopo è quello di punire i trasgressori delle regole comuni: non usare barbecue sui balconi, il divieto di consumo di alcolici negli spazi comuni, il divieto di ospitare persone senza l’approvazione del comune o dell’ente gestore. In buona sostanza, la vita dei poveri viene sottoposta a un disciplinamento costante sfavorendone qualsiasi forma di autonomia, togliendole possibilità di aggregazione spontanea (questo è il divieto di consumare alcolici negli spazi comuni), e controllandone gli aspetti più vitali al punto da generare il paradosso di una persona che vive in una casa in cui non può ospitare amici in transito improvviso, andare a letto con una persona conosciuta al bar la sera o con l’amante in assenza del partner ufficiale (pure il tradimento deve essere un privilegio di classe?). In parallelo il comune di Bologna sta facendo partire un sistema sperimentale di cittadinanza a punti, in cui, per il momento, elementi come la mancanza di multe e una corretta gestione dell’energia (sic!), darebbero alcune agevolazioni non ancora definite. Tali forme non sembrano accomunate da un generico sguardo distopico che ha usato il green pass come leva dell’immaginazione per giustificare il proprio allarme nei confronti del capitalismo della sorveglianza e dell’uso delle tecnologie per sussumere all’interno dello spazio della valorizzazione qualunque aspetto della riproduzione sociale. Essi rappresentano dei passaggi storici in termini dei rapporti di forza tra le classi e nelle relazione tra stato e corpo sociale, andando a produrre docilità nei settori che saranno più colpiti dalle crisi. E se poi trasformassero il lavoro in una patente a punti che dopo varie insoburdinazioni te lo tolgono? Tanto è un diritto no? Se non fai il bravo…non te lo meriti. Diceva Foucault che il corpo diventa forza utile solo quando è contemporaneamente corpo produttivo e corpo assoggettato. Assoggettarsi passa anzitutto per considerare avviarsi sulla via dello sfruttamento risignificata in una sorta di percorso di benevolenza da parte delle classi dominanti.

]]> Controinsurrezione e controllo sociale https://www.carmillaonline.com/2022/02/18/controinsurrezione-e-controllo-sociale/ Fri, 18 Feb 2022 22:50:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=70565 di Nico Maccentelli

Le vicende canadesi (1), nelle quali il premier Trudeau ha decretato per la prima volta nella storia del Canada lo stato di emergenza in questi giorni, non sono solo un fatto circoscritto a quel paese per la sua eccezionalità, ma sono un esempio eloquente di controinsurrezione 4.0(2), tecnologica e digitale, che ci fa capire come il sistema di potere capitalista interverrebbe nel caso in cui una massa critica sociale mettesse in discussione il suo ordinamento costituito, fatto di biopolitiche del controllo, imposizioni e restrizioni oppressive che non possono in alcun modo [...]]]> di Nico Maccentelli

Le vicende canadesi (1), nelle quali il premier Trudeau ha decretato per la prima volta nella storia del Canada lo stato di emergenza in questi giorni, non sono solo un fatto circoscritto a quel paese per la sua eccezionalità, ma sono un esempio eloquente di controinsurrezione 4.0(2), tecnologica e digitale, che ci fa capire come il sistema di potere capitalista interverrebbe nel caso in cui una massa critica sociale mettesse in discussione il suo ordinamento costituito, fatto di biopolitiche del controllo, imposizioni e restrizioni oppressive che non possono in alcun modo essere discusse da una critica sociale e sindacale.

Se poi pensiamo alla situazione italiana, di graduale esautoramento del Parlamento, con esecutivi sempre più eterodiretti dalle forze dominanti del capitalismo, del grande capitale interno e sovranazionale. Se pensiamo alla chiusura di spazi di agibilità ed espressione politica giustificata dalla pandemia, questo combinato repressivo per noi sarebbe micidiale e tale da far impallidire le vecchie metodiche fasciste alla Pinochet.

Colpisce inoltre la perfetta linearità tra il pass introdotto dai vari governi nel mondo e l’utilizzo del medesimo mediante la digitalizzazione dei dati, la biometria, il tracciamento, in un passaggio che va da un usuale controllo individuale e sociale (a cui stanno cercando di assuefarci) a operazioni di intervento antisommossa o controinsurrezionali. 

E a quegli “antagonisti” che continuano a banalizzare la questione con paragoni idioti come la tessera sanitaria, il bancomat e il fascicolo sanitario elettronico, va risposto che questo passaggio epocale, direi antropologico, nel rapporto cittadino/potere ci riguarda direttamente a partire dalla vita di tutti i giorni fino alle prospettive di un cambio sociale nella terra sempre più arida e barbara del neoliberismo. 

Perché se non l’abbiamo ancora compreso, l’unico modo per uscire da questa condizione di totalitarismo, da questo golpe digitale e biopolitico non è certo la via parlamentare.

Ma vediamo i dettagli fondamentali dell’esperimento controinsurrezionale canadese (3), modello che poi sarà perfezionato ed esportato sicuramente in altre parti del mondo e che era già un’opzione in cantiere nei centri di potere che partono da Davos, Bilderberg e Trilateral.

Si legga qui:

Banks are moving to freeze accounts linked to convoy protests. Here’s what you need to know

Secondo la normativa, le banche canadesi hanno il “dovere di determinare” chi tra i propri clienti sia considerato una “persona designata” a cui dovrebbero essere negati i servizi finanziari.  I regolamenti stabiliscono che spetta alle banche “determinare su base continuativa se sono in possesso o controllo di beni che sono posseduti, detenuti o controllati da o per conto di una persona designata…

Il governo esercita il controllo tramite le banche, che possono decidere della tua vita. I regolamenti definiscono una “persona designata” che può essere tagliata fuori dai servizi finanziari come qualcuno che “direttamente o indirettamente” partecipa a “un’assemblea pubblica che può ragionevolmente portare a una violazione della pace” o una persona impegnata  in “gravi interferenze con il commercio” o “infrastrutture critiche”.

Nella definizione del regolamento di “persona designata” rientrano anche le persone che “forniscono beni per facilitare o partecipare a qualsiasi assemblea”.  In altre parole, in base a questi regolamenti, chiunque invii fondi per sostenere queste proteste potrebbe trovarsi di fronte a un futuro finanziario traballante.

Poiché gli organizzatori di questa protesta hanno manifestato pubblicamente e sono apparsi sui social media, “le banche non avranno difficoltà a identificare chi sono queste persone”

Il pagamento delle bollette, dell’affitto e di qualsiasi tipo di transazione finanziaria quotidiana può essere interrotto per le persone che fanno parte del movimento di protesta.

Potrebbero esserci anche alcune “conseguenze indesiderate” come il congelamento dei conti, la sospensione degli alimenti e dei pagamenti di mantenimento dei figli:  “Sarà molto difficile per loro” ha dichiarato Jessica Davis, esperta internazionale di terrorismo e finanziamento illecito e presidente e consulente principale di Insight Threat Intelligence, nonché presidente dell’Associazione canadese per gli studi di sicurezza e intelligence.

Alle banche è stata concessa l’immunità contro azioni legali in caso di controversie sull’opportunità di negare i servizi finanziari a qualcuno.

Nell’era del green pass e del credito sociale, le oligarchie rispondono esattamente con il green pass e il credito sociale: il tracciamento, la schedatura digitale e i dispositivi di disattivazione della vita civile, di qualsiasi più elementare diritto. E non lo fa nemmeno un giudice con un’istruttoria: basta una banca: un sistema di potere che esce da ogni diritto sancito dalle costituzioni borghesi in 250 anni di rivoluzioni moderne che configura un nuovo tipo di società, una sorta di capitalismo feudale. Questo controllo lede ogni forma di democrazia. È uno strumento di pressione e ricatto micidiale. Chi oserà discostarsi da ciò che decidono le oligarchie? 

Vediamo il caso italiano. Le élite dominanti in Italia si sono fatte i loro partiti di governo e di opposizione… mi viene da dire che si sono fatte anche i loro antagonismi addomesticati… un ossimoro. Prima il capitalismo assimilava culturalmente le ondate protestatarie sociali come nel lungo Sessantotto, assorbendo e compatibilizzando la rivoluzione sessuale, il pacifismo, ecc. Ora le inglobano anche ideologicamente. Per esempio: in un paradigma marxista che parla di socialismo basta che recidi il filo giusto come in un apparecchio elettronico e innesti la narrazione del vaccinismo e della scienza di regime come necessità, che nel paradigma socialista sarà venduta con un associazione fuorviante, del tipo: “anche a Cuba si vaccinano” (4) e op-là, il gioco è fatto. Basta il terrorismo di un virus, basta infondere paura e anche i “duri e puri” nel nome di un collettivismo che qui esiste solo nella loro testa, crollano come un castello di carte, pur credendo di avere una linea politica antagonista. In questa operazione c’è cascato quasi tutto il sindacalismo di base. Non c’è stato bisogno di arruolare nessuno nel combinato virus-campagna mediatica-scienza di regime. Le pere mature cadono da sole.

Come vedete, tutto combacia: campagna terroristica, dispositivi di comando e discriminazione, frammentazione delle opposizioni e irregimentazione della politica, qualunque essa sia, dentro la narrazione di regime.

La shock economy (vedi Naomi Klein) diviene shock sociale, attraverso il quale passano i dispositivi di comando e il golpe strisciante nei confronti delle stesse democrazie borghesi si afferma rompendo la gradualità precedente e mettendo davanti al fatto compiuto milioni di persone la grande maggioranza della popolazione mondiale.

Siamo entrati in una nuova epoca, che qualcuno chiama “grande reset” rifacendosi al manuale di Kalus Schwab, ma che io molto più semplicemente colloco dentro le dinamiche e le contraddizioni interne al capitalismo e alle spinte verso una ristrutturazione economica e sociale da parte delle classi dirigenti che calpesta ogni diritto e conquista popolare dell’epoca precedente per affrontare una competizione globale sempre più selvaggia.

In questa forma di dominio capitalista condotto da oligarchie finanziarie sovranazionali e da gruppi di potere economico all’interno degli specifici contesti nazionali e geopolitici, finisce la democrazia borghese: sia dove si è più avanti come nel laboratorio Italia, sia dove una massa critica spinge il potere capitalista a soluzioni di regime estreme come in Canada, accelerando in questo caso i tempi di adozione di misure biopolitiche di controllo, già messe in conto dai think tank dei centri di potere nei casi di rivolte sociali.

 

Note

1) Il Freedom Convoy, ossia un lunghissimo convoglio di camionisti, con centinaia di migliaia di sostenitori, alla fine di gennaio ha invaso Ottawa e circondato il Parliament Hill per chiedere a Trudeau di revocare tutte le draconiane restrizioni COVID. Il convoglio nella sua marcia ha registrato il sostegno di città in città della popolazione, trasformandosi in una vera e propria rivolta sociale. Durante la protesta è stato bloccato il Key Bridge che collega il Canada agli USA. Il premier Trudeau è stato costretto a trasferirsi in una località segreta dichiarando di essersi preso il covid (sic!). Jason Kenney il governatore dell’Alberta ha annunciato la fine del passaporto vaccinale, ma Trudeau ha dichiarato lo stato di emergenza, la prima volta in Canada. La polizia ha iniziato ad arrestare gli organizzatori come Tamara Lich e Chris Barber e quindi il governo ha adottato le misure repressive sopra descritte ai danni dei partecipanti del Freedom Convoy. La protesta è stata emulata in varie parti del globo come negli USA, in Francia e in Australia.

2) L’industria 4.0 si caratterizza per l’uso di sistemi fisici-cibernetici che mettono insieme mondo reale e mondo virtuale: attrezzature, macchinari e  impianti vengono messi in comunicazione tra loro, rendendo più efficiente tutto il processo produttivo. Se la terza rivoluzione industriale grazie alle tecnologie ICT aveva reso efficienti i sistemi in senso verticale migliorando singolarmente ciascun processo, le nuove tecnologie di industria 4.0 permettono di mettere in relazione i processi. Di conseguenza, il miglioramento dell’efficienza avviene in senso orizzontale, aumentando la sinergia tra tutti i processi.

3) Su facebook, è interessante vedere questo video: https://www.facebook.com/100000881683220/videos/261050702849155 

4) Paragonare la scienza popolare a fini sociali come quella cubana alla scienza neoliberista basata su una ricerca finalizzata ai profitti, alle dipendenze farmacologiche, ecc. è l’errore di fondo in certa sinistra di classe che, al di là delle belle parole, ha una visione della scienza come un’attività neutra, quando neutra non è. Questa ibridazione ideologica per mezzo di una narrazione mediatica è il prodotto del vaccinismo che è stato fatto mediante i sieri genici, anch’esso non certo solo “scientifico” ma ideologico, che ha trovato terreno fertile nel paradigma del diamat, mai superato da gran parte dei comunisti nostrani.

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