Obama – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Sat, 12 Sep 2026 20:00:11 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 Vivere di niente, morire per nulla https://www.carmillaonline.com/2024/08/18/vivere-di-nulla-morire-per-niente/ Sun, 18 Aug 2024 20:00:10 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83856 di Sandro Moiso

Nel profluvio di complimenti istituzionali e premi pomposi per i soliti film italiani buonisti e privi di qualsiasi spigolosità e ruvidezza, come quelli recenti di Paola Cortellesi e Edoardo De Angelis, gran parte del pubblico cinematografico si sarà sicuramente perso un buon film di un regista italiano, pur premiato all’ultima edizione del festival del cinema di Cannes.

Si tratta di I dannati di Roberto Minervini, che ha vinto il premio ex aequo per la migliore regia nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2024. Un film duro, spoglio, secco e spietato; che non ha [...]]]> di Sandro Moiso

Nel profluvio di complimenti istituzionali e premi pomposi per i soliti film italiani buonisti e privi di qualsiasi spigolosità e ruvidezza, come quelli recenti di Paola Cortellesi e Edoardo De Angelis, gran parte del pubblico cinematografico si sarà sicuramente perso un buon film di un regista italiano, pur premiato all’ultima edizione del festival del cinema di Cannes.

Si tratta di I dannati di Roberto Minervini, che ha vinto il premio ex aequo per la migliore regia nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2024. Un film duro, spoglio, secco e spietato; che non ha bisogno di effetti speciali ed eroismi di qualsiasi specie per parlare della guerra e della sua unica, intrinseca e definitiva finalità: trasformare i vivi in morti. Prima nella coscienza e poi anche dal punto di vista della nuda carne.

Minervini è un regista e sceneggiatore italiano nato a Fermo nel 1970 che, fin dai primi anni duemila, vive e lavora tra Italia e Stati Uniti, soprattutto come documentarista. Le sue opere sono, quasi tutte, a metà strada tra documentario e fiction, senza mai entrare nella sfera dei docudrama basati su eventi reali. Il suo film Stop the Pounding Heart ha fatto parte della Selezione ufficiale del Festival di Cannes del 2013 e ha ottenuto numerosi riconoscimenti, tra cui il David di Donatello come miglior documentario nel 2014. Il film precedente, Bassa marea (Low Tide) era stato presentato alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia nel 2012 e insignito del premio Ambassador of Hope. Mentre il film Louisiana (The Other Side) è stato selezionato per la sezione Un Certain Regard al Festival del cinema di Cannes del 2015. Ed è forse quest’ultimo ad anticipare, in qualche modo, lo sguardo sulla violenza e l’America da cui occore partire per comprendere anche l’ultimo film ambientato durante la Guerra civile americana del XIX secolo.

Louisiana pone al suo centro la vita di un personaggio che si autodefinisce criminale e tossicomane, inserito in un ambiente di emarginazione che contrasta con la bellezza del paesaggio e la natura intorno al corso del fiume Mississippi. Natura e bellezza che non toccano la vita di sofferenza della sua famiglia allargata composta da minorenni dediti, come la sua donna, all’uso di stupefacenti, dalla madre malata di cancro e da un nonna disperatamente attaccata alla vita.

Le uniche prospettive del protagonista sembrano essere costituite dalla prossima morte della madre e dal fatto che dovrà scontare tre mesi di carcere che gli dovrebbero consentire di disintossicarsi. Gli altri personaggi che si aggirano intorno a lui come fantasmi sono reduci del Vietnam alcolizzati e obnubilati dalla retorica americana, nella speranza che qualcosa possa ancora cambiare nelle loro vite tossiche. Ciò che unisce tutti è il profondo disprezzo nei confronti di Obama, così nell’ultima parte del film la scena si sposta su altri personaggi che armati fino ai denti si preparano (idealmente) a sconfiggerne la “dittatura”.

Il film si conclude con l’immagine di un’auto, su cui campeggia su una fiancata una scritta irriguardosa nei confronti di Obama, distrutta dal fuoco delle armi e dai successivi colpi dei miliziani impegnati a difendere, nella loro visione del mondo, la libertà di possedere armi e di usarle per difendere le loro famiglie, mentre il tutto sfuma in un melanconico tramonto.

Natura selvaggia, violenza, vite inutili, ideali vaghi e confusi sono gli stessi elementi alla base della trama di I dannati. Un ottimo esempio di film antimilitarista che, a differenza di molti altri, non si sofferma mai su alcun momento epico o commovente della guerra, sottolineandone piuttosto la noia dei gesti e della quotidianità cui si contrappone soltanto la sorpresa di una morte tanto improvvisa quanto crudele.

Unici modi per sfuggirla rimangono la fuga e la diserzione, per chi riesce, oppure il tradimento: per esempio non lanciare l’allarme per l’arrivo degli scorridori nemici pur di provare a salvare la pelle, anche se questo costerà la vita di tutti gli altri membri del distaccampamento. Una guerra fatta di nemici invisibili, di egoismi individuali e piccini, di fede fasulla e paura (tanta).
Un film che sembra rinviare a quello bellissimo di Ermanno Olmi, Torneranno i prati (2014), tratto da un magnifico racconto di Federico De Roberto, La paura (1921).

La natura circostante primeggia sulle ansie, le paure e le guerre degli uomini ed è racchiuso proprio lì il senso della scena finale, esattamente come nel precedente Louisiana; mentre l’ambientazione americana è sicuramente dovuta non solo al fatto che da anni Minervini si occupa di vari aspetti della rovina sociale degli Stati Uniti, ma anche a ciò che un certo antiamericanismo di maniera spesso non permette di cogliere negli aspetti importanti del paradigma americano, irrinunciabili per comprendere il “nostro mondo” e le sue barbare leggi.

Pertanto ciò che ad alcuni potrebbe apparire come moda o dipendenza non è altro che la volontà di mettere a nudo come anche una guerra considerata “giusta”, quella del Nord contro il Sud secessionista nella guerra civile americana, può essere altrettanto stupida e crudele di quelle sbagliate (Vietnam, Prima e Seconda guerra imperialista, etc.).

Così i soldati dell’Unione destinati a soccombere uno dopo l’altro, senza gloria e senza memoria, non sono altro che dannati della guerra e delle sue sempiterne infamie. Magari contornate dai sogni infantili ispirati dalle letture bibliche o da quelli di contadini che nel selvaggio territorio del Montana, dove il film è stato ambientato e girato, non vedono altro che terre buone da coltivare o per allevare cavalli.

«I Dannati nasce, cinematograficamente, dalla voglia di affrontare la finzione e di ‘riscrivere’ un genere, quello dei film di guerra, senza la solita rappresentazione muscolare, interrogandomi sul significato di parole come ‘vittoria’» – così aveva detto il regista nel presentare, a Cannes, un film che, come in tutte le guerre, non vede nessun vincitore reale tra i combattenti.

Per chi, come il sottoscritto, è stanco di retorica e demagogia di ogni colore e provenienza, il film è davvero una benedizione. Anche per le immagini estremamente belle ed efficaci nella loro nudità e apparente semplicità, frutto di una regia dal tratto stilistico essenziale e, soprattutto, ben lontana dal populismo che da sempre, in Italia, caratterizza opere come quelle cui si è fatto riferimento all’inizio.

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Verrà un tempo in cui a muoversi sarà solo l’oscurità https://www.carmillaonline.com/2021/02/10/verra-un-tempo-in-cui-a-muoversi-sara-solo-loscurita/ Wed, 10 Feb 2021 22:00:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=64741 di Sandro Moiso

John Woods, Lady Chevy, NN Editore, Milano 2021, pp. 380, 18,00 euro

Darkness, Darkness Be my pillow Ease the day that brings me pain. I have felt the edge of sadness, I have known the depth of fear. Darkness, darkness, be my blanket, Cover me with the endless night (Darkness, darkness – Jesse Colin Young, 1969)

Una storia dalla parte sbagliata della Storia narrata alla maniera “nera” di Jim Thompson: questa potrebbe essere la definizione più sintetica possibile del libro appena pubblicato dall’editore NN. In realtà, però, all’interno [...]]]> di Sandro Moiso

John Woods, Lady Chevy, NN Editore, Milano 2021, pp. 380, 18,00 euro

Darkness, Darkness
Be my pillow
Ease the day that brings me pain.
I have felt the edge of sadness,
I have known the depth of fear.
Darkness, darkness, be my blanket,
Cover me with the endless night

(Darkness, darkness – Jesse Colin Young, 1969)

Una storia dalla parte sbagliata della Storia narrata alla maniera “nera” di Jim Thompson: questa potrebbe essere la definizione più sintetica possibile del libro appena pubblicato dall’editore NN.
In realtà, però, all’interno del primo romanzo di John Woods, giovane scrittore americano cresciuto proprio nell’Ohio Valley descritta nelle vicende, c’è molto, molto di più.
Così come era già possibile verificare in molti romanzi pubblicati dall’editore milanese nel corso degli ultimi anni. A partire da quelli rivelatori, sia sul piano della scrittura che delle osservazioni sulla società descritta, di Kent Haruf: scrittore della realtà rurale americana vista attraverso le storie ambientate nella cittadina (immaginaria ma non troppo) di Holt, Colorado.

Lady Chevy in realtà è l’appellativo dato ad Amy Wrinker, la diciottenne protagonista nonché io narrante del libro di Woods, dai suoi compagni di scuola a causa del suo peso abbondante che la rende “ingombrante” quanto una Chevrolet. Un peso, non solo fisico, che Amy si è portata dentro per troppi anni della sua ancor pur breve vita, destinato prima o poi ad esplodere, insieme ad un’educazione violenta e razzista ricevuta in una famiglia in cui il nonno materno è un ex- Gran Dragone del Ku Klux Klan.

Tiene ancora una cinta di pelle nera nell’armadio, una reliquia cerimoniale con la fibbia d’argento a forma di teschio. Un giorno l’ho vista. Sopra ci sono trentatré buchi, uno per ogni omicidio, mi ha spiegato […] Io sono contenta di portare il cognome di mio padre.
Eppure non posso sfuggire al passato. Su queste colline i morti sono vicini.
Fuori dalla città i boschi sono vasti e fitti. Non troppo tempo fa, le persone scomparivano. I notiziari non parlavano mai di omicidio o linciaggio. Niente corpo, niente crimine. Nessuno troverà mai le loro tombe. Quando un nero svaniva nel nulla, era difficile che il caso venisse risolto o che trapelasse qualcosa. Quelle tombe sono opera di mio nonno Shoemaker […]
Questi sono i miei ingredienti, le spirali di dna che mi hanno reso una persona, che a volte mi fanno sentire forte e speciale, ma più spesso un mostro1.

La piccola città in cui vive, Barnesville, esiste veramente e i suoi abitanti sostengono che sia la località più alta dell’Ohio, annidata sulle colline pedemontane degli Appalachi al confine con il West Virginia. Isolata e dimenticata, ad almeno due ore da qualsiasi altro posto è stata fondata da “arcigni” coloni tedeschi e scoto-irlandesi che sfidarono l’ignota frontiera, «sterminando i nativi Shawnee e forgiando dal sangue una nuova civiltà».

Amy, giunta all’ultimo anno delle scuole superiori con ottimi risultati, ha un unico desiderio: lasciarla, possibilmente per sempre, per laurearsi in Veterinaria presso l’Ohio State University di Columbus, distante sia geograficamente che culturalmente da quel grumo di case, rancori e silenzi che hanno costituto fin dalla sua nascita il suo habitat “innaturale”.
I genitori sono poveri e insoddisfatti, alcolisti e disperati, che hanno ceduto per primi, ad una società dedita al fracking, i diritti di sfruttamento del sottosuolo dei terreni della famiglia. Contribuendo ulteriormente a quel degrado ambientale e impoverimento delle risorse di cui le miniere di carbone a cielo aperto e le falde idriche inquinate in maniera mortale costituiscono il corollario.

Le strutture abbandonate sono il marchio dell’Ohio Valley, giganti architettonici ridotti a mausolei.
Le cose qui vanno male. Lo sappiamo. Ma questi edifici sono la prova che una volta andavamo meglio. Il mondo non è sempre stato così. Una volta davamo il nostro contributo. Eravamo importanti. Contavamo. Adesso parliamo del nostro valore solo al passato, per ricordarci che non siamo più così grandi2.

Come spesso capita nella migliore tradizione letteraria e cinematografica statunitense, fin dalle pagine di Moby Dick, la devastazione della Natura costituisce quasi sempre lo specchio del disagio psichico e morale di un’intera civiltà: bianca, cristiana, razzista. Ma qui, nel cuore della Rust Belt, il tema sfugge alle fin troppo facili formule ispirate al politically correct. Anzi, si potrebbe tranquillamente affermare che nella prima opera di ampio respiro di Woods le semplificazioni retoriche sono bandite. E le reazioni sono complicate da un sovrapporsi di sentimenti, tradizioni, rabbie sepolte che poco a poco vengono alla luce e non certo in nome del bene e della fratellanza universale.

La giovane protagonista ha condiviso i suoi sogni con gli unici amici che ha avuto fin dall’infanzia: Paul, il suo impossibile amore, e Sadie la ragazza bella e snella destinata, nonostante la sua intelligenza, ad essere preda e giocattolo dei giovani e brutali maschi locali. Ma Amy vuole andarsene ad ogni costo e ad ogni costo cercherà di farlo. Passando su ogni sentimento di amicizia o di amore e perseguendo con rabbia ostinata il suo obiettivo.

Sarà proprio la devastazione del territorio, che già ha portato in punto di morte il padre di Paul, ex-minatore dai polmoni anneriti e consumati dalla polvere di carbone, e regalato alla famiglia Wrinker un figlio minore, Stonewall, gravemente segnato nel fisico e nell’intelletto, non si sa se per l’inquinamento delle falde acquifere e dell’aria oppure per antiche tare genetiche, a scatenare la catena di violenze in cui l’odio per la società estrattivista, che sfrutta il sottosuolo e fa ammalare chi lo abita in superficie, si accompagnerà ad una serie di omicidi premeditati e non sempre collegati da un unico filo rosso.

I capitoli si alternano infatti tra quelli (numerati) che narrano la storia dal punto di vista di Amy e quelli (contrassegnati semplicemente con una H) in cui si sviluppa pian piano la figura, ambigua e buia quanto quella del nonno Shoemaker, dell’agente Brett Hastings.
Non c’è spazio per la pietà, non c’è speranza nella religione e la carne non custodisce nessuna anima: queste sono le linee di indirizzo che legano tra loro sotterraneamente Amy e l’agente in divisa nera. Così, mentre tutti gli altri personaggi (il padre d Amy, l’agente Durum, lo zio Tom reduce, razzista e piagato nello spirito, dal servizio prestato in Iraq, dove ha ucciso civili e bambini) non sono altro che confusi comprimari, apparentemente la chiarezza, sia essa della ragione o della follia, sembra appartenere soltanto a Lady Chevy e a Brett.

La vera chiarezza, però, non macchiata ideologicamente in nessuna direzione, appartiene soprattutto all’autore, che riesce a farci immergere completamente in quella società bianca ignorante e impoverita che ha contribuito alla vittoria di Trump alle scorse elezioni e che ha tenuto botta, continuando a votare a suo favore, anche nel corso delle ultime. Proprio là dove i confini del repubblicano Ohio segnano, da un lato, una linea di faglia con gli stati “democratici” a Nord e a Est mentre, dall’altro, l’inizio di quelli votati alla causa contraria, dal vicino West Virginia a quelli che si estendono da lì sia verso Sud che verso Ovest.

Su Main Street ci sono come al solito uomini seduti sulle panchine a guardare passare le macchine. Fumano sigarette e bevono Mountain Dew. Alcuni li riconosco, operai che riparano tetti come mio padre e, immagino membri del Klan come mio nonno. Ci salutiamo da lontano. Non hanno niente da fare alle 7,30 del mattino, ma sono svegli e vestiti con jeans, giacche di flanella e scarponi da lavoro, nella speranza di trovare qualcosa. Le acciaierie sono state delocalizzate in Cina già da anni. E ora ci sono legioni di uomini espropriati di tutto, in cerca di un lavoro qualsiasi. Tosano prati, trasportano spazzatura, lavano vetri, dipingono case. Ma perlopiù vagabondano, bevono, o si nascondono dalle madri, rintanandosi al piano di sotto guardando film di guerra, uomini adulti con matrimoni falliti e bambini che non vedono quasi mai. Oppure sono giovani senza figli che non hanno mai nemmeno avuto l’opportunità di crescere.
I più fortunati lavorano nelle miniere di carbone, come il padre di Paul. Strisciano fuori dalla terra come sottospecie tenebrose, tornano a casa al volante di un furgone costoso, e sputano catarro nero come l’inchostro sul tavolo della cucina, dove le mogli gli stringono quelle mani perennemente scure, uomini forti con le rughe disegnate a carboncino e gli occhi umidi luminescenti di brina3.

Alle spalle di questi uomini incattiviti dall’odio e dalle difficoltà economiche ci sono le donne che costituiscono il vero architrave delle famiglie e di ciò che rimane di una società allo sbando, e che spesso, come nel caso di Amy e della sua insoddisfatta e apparentemente volubile madre, sono anche le più forti. Magari in modi che non sempre piacerebbero a quegli ambienti liberal-progressisti che spesso guardano a loro, anche nel romanzo, dall’alto delle loro ville dislocate opportunamente nei quartieri migliori della città.

Le vicende si ambientano ai tempi della presidenza Obama, sicuramente poco amato all’interno del perimetro famigliare da cui proviene Amy, ma che ha poca fiducia anche negli altri presidenti, come Bush jr., che hanno mandato troppi giovani a crepare o trasformarsi in assassini prima in Afghanista e poi in Iraq. «Tua madre ha ragione. A noi ci chiamano bifolchi, morti di fame, ce ne dicono di tutti i colori […] Tu, noi, non possiamo essere bianchi e orgogliosi»4.
Un ambiente sociale in costante allerta, in cui la paura di sparire dal punto di vista genetico si accompagna a quella per la possibile morte per cancro legata alla cattiva alimentazione, ai coloranti chimici e agli zuccheri delle bibite gassate oltre che alle acque inquinate.

Noi odiamo gli ospedali, tutti quegli uomini vestiti di bianco. Le pareti dalle tinte tenui e le luci abbaglianti non ci ingannano. E’ solo un’altra vana istituzione americana, un branco di malati che si prende cura di altri malati.
Non ci fidiamo di loro. Secondo i medici […] l’intera cittadina di Barnesville soffre improvvisamente di “allergie stagionali” e “asma” a causa di una “maggior concentrazione di polline”. Questa è la loro diagnosi professionale. Non badate, stupidi contadini, alla terra che trema, alla foschia nera e a quelle fiamme alte sei metri che bruciano nella notte, non c’entrano nulla. Le falde acquifere sono contaminate. L’aria è tossica. E ancora non ci capacitiamo dell’aumento dei difetti congeniti5.

Per tutto ciò anche da qui, da queste pagine6, dalle nebbie pestifere che oscurano le valli oppure che confondono le menti, dai discorsi sui diritti che non hanno gambe materiali su cui muoversi ma che giustificano l’oppressione borghese sul resto della società, occorre partire per comprendere l’America profonda, oscura e malata di oggi. Anche i fatti di Capitol Hill, poiché «il terreno sotto di noi non è instabile. Semplicemente non esiste»7.


  1. John Woods, Lady Chevy, NN Editore, Milano 2021, pp.34-35  

  2. J. Woods, op. cit., pp.148-149  

  3. op. cit., p. 94 

  4. Ibidem, p. 166  

  5. ibid., p.163  

  6. A differenza di quelle di Hillibilly elegy. A Memoir of a Family and Culture in Crisis di J.D. Vance, che non riescono invece a raggiungere l’obiettivo che l’autore si era dichiaratamente proposto. J.D. Vance, Elegia americana, Garzanti, Milano 2017, recensito su Carmilla il 6 gennaio scorso  

  7. J.Woods, op.cit., p. 110  

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“Sistema americano”, fascismo e guerra civile https://www.carmillaonline.com/2020/10/21/sistema-america-populismo-e-neo-fascismo/ Wed, 21 Oct 2020 21:00:18 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=63147 di Sandro Moiso

Andrew Spannaus, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, con una Prefazione di Giulio Sapelli, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 190, 15,00 euro

“Per troppo tempo il nostro governo ha abbandonato il Sistema americano” (Donald Trump, 20 marzo 2017)

Andrew Spannaus, giornalista e saggista statunitense che da diversi anni vive in Italia, si è già distinto in passato per un’attenta e precisa disamina anticipata dei motivi che avrebbero portato Trump alla vittoria nella corsa alle presidenziali del 2016 (qui) e delle ragioni del diffondersi del neo-populismo tra gli [...]]]> di Sandro Moiso

Andrew Spannaus, L’America post-globale. Trump, il coronavirus e il futuro, con una Prefazione di Giulio Sapelli, Mimesis, Milano-Udine 2020, pp. 190, 15,00 euro

“Per troppo tempo il nostro governo ha abbandonato il Sistema americano” (Donald Trump, 20 marzo 2017)

Andrew Spannaus, giornalista e saggista statunitense che da diversi anni vive in Italia, si è già distinto in passato per un’attenta e precisa disamina anticipata dei motivi che avrebbero portato Trump alla vittoria nella corsa alle presidenziali del 2016 (qui) e delle ragioni del diffondersi del neo-populismo tra gli elettori in Occidente (qui). Ancora una volta, nel testo appena pubblicato da Mimesis nella collana «Il caffè dei filosofi», le sue considerazioni e i dati che egli porta a loro sostegno si rivelano sicuramente interessanti, anche se non sempre pienamente condivisibili da parte di tutti i lettori.

Quello che è certo è che, nell’attuale turbillon mediatico riguardante le elezioni presidenziali americane di quest’anno e le conseguenze socio-economiche della pandemia da Coronavirus, il libro del giornalista americano si pone tra i più utili. Almeno per stimolare un dibattito troppo spesso asfittico, scontato e accecato dalle ideologie e dal politically correct. Un dibattito che, per essere considerato tale, dovrebbe avvertire la presenza di più voci e non soltanto quella della vulgata dominante ovvero delle Sinistre liberal e delle Destre più scontate.

Tre sono i punti principali che il saggio tocca: il primo è quello dello scontro istituzionale (più o meno velato) che si è svolto tra Donald Trump e il deep state rappresentato dalle agenzia per la sicurezza e i funzionari dell’amministrazione fin dagli esordi della sua presidenza. Tema cui si ricollega direttamente il suo tentativo, scarsamente riuscito, di modificare alcune delle linee guida seguite dai governi precedenti in tema di politica estera.

Il secondo è quello della ricomposizione sociale e dell’impoverimento delle classi medie americane causato dai processi di globalizzazione e di outsourcing produttivo e il contemporaneo insorgere, o risorgere, delle idee populiste e nazionaliste; mentre il terzo, come annuncia lo stesso titolo, è quello delle conseguenze che l’epidemia da Covid-19 ha avuto e potrà avere su tutto ciò. Comprese le rivolte di strada avvenute in quasi tutte le città americane a partire dall’assassinio, da parte degli agenti di polizia di Minneapolis, di George Floyd. A proposito delle quali l’autore non può fare a meno di notare che

La prima constatazione fondamentale in merito alle proteste è la loro ampiezza, a livello sia geografico che culturale: oltre la metà dei manifestanti erano bianchi, e si sono tenute manifestazioni in tutto il paese, anche in cittadine piccole di stati rurali con popolazione quasi interamente bianca come il Nebraska e il Wyoming. Si è trattato di un salto di qualità rispetto alle proteste del passato, che riflette un senso diffuso di ingiustizia nei confronti dei neri: tra agosto 2017 e giugno 2020 il numero di americani che avevano un’opinione positiva del movimento Black Lives Matter è aumentato dal 42 al 72%, con un cambiamento significativo in ogni segmento della popolazione1.

Il primo tema si rivela essere uno dei più significativi del testo, poiché contribuisce a spostare l’attenzione, ormai canonica, da ciò che l’azione di Trump starebbe comportando in termini di sviluppo della estrema destra americana e di una possibile guerra civile a come si sono mossi, fin da prima della sua elezione, gli apparati profondi dello Stato, ovvero le agenzia di intelligence, nei suoi confronti. In questo senso lo sguardo si sposta dalla realtà del Russiagate, ovvero l’accusa sostanzialmente di tradimento condotta nei confronti del presidente statunitense per aver usato l’aiuto della Russia di Putin per la propria vittoria elettorale contraccambiandone i favori, alle infondate ricostruzioni che, in particolare dal Federal Bureau of Investigation, di questo presunto reato sarebbero state fatte.

Ci rammenta infatti l’autore che il fardello di accuse, su cui si sarebbe dovuto basare anche il procedimento di impeachment del Presidente, si è rivelato alla fine indimostrabile. Anche se inizialmente

presa come verità assoluta e promossa vigorosamente da parte dei media più importanti del paese come il “Washington Post”, il “New York Times”, e l’emittente televisiva CNN, secondo cui la Russia di Vladimir Putin sarebbe intervenuta nelle elezioni presidenziali del 2016 con l’obiettivo di aiutare Donald Trump a sconfiggere Hillary Clinton. Sulla base di valutazioni d’intelligence, una lunga indagine condotta dal procuratore speciale Robert Mueller dal 2017 al 2019, e numerose inchieste giornalistiche, si sarebbe arrivato a stabilire senza ombra di dubbio questo teorema. Le implicazioni sono state importanti, e pesanti: ancora prima che Trump diventasse presidente, in molti volevano tarpargli le ali. Inoltre, ogni mossa politica di Trump è stata analizzata attraverso la lente del suo presunto legame e affinità con la Russia, dipingendolo come un traditore che non faceva gli interessi americani, ma quelli del suo amico dittatore Vladimir Putin. C’è un solo problema con questa versione dei fatti: non c’è alcu­na prova che sia vera. Per chi non ha studiato i dettagli, questa potrà sembrare un’affermazione sorprendente, di parte, o forse addirittura complottistica, contro le evidenze. Ma è vero il contrario, dichiarare che il governo russo sia responsabile dell’operazione di pirateria informatica contro il partito democratico, oppure che abbia volu­to influenzare il voto americano attraverso le operazioni sui social network, o anche che i consiglieri Trump abbiano cercato l’aiuto dei russi, non è dimostrato dai fatti, come vedremo.

Un esempio basterà per iniziare, prima di esaminare alcuni dei punti più sorprendenti di manipolazione delle informazioni e di scorrettezze compiute da rappresentanti delle istituzioni americane: il giorno 1° luglio del 2019, il giudice federale Dabney Friedrich emise un’ordinanza nel processo tra il governo degli Stati Uniti e la Concord Management and Consulting, società accusata di aver finanziato le operazioni della Internet Research Agency (IRA) per sostenere la campagna elettorale di Donald Trump. La IRA è quella “fabbrica dei troll” di San Pietroburgo che secondo i resoconti di stampa avrebbe speso milioni di dollari per impiegare centinaia di operatori per diffondere notizie false e “appoggiare la candidatura a presidente di Donald Trump”. Dopo l’atto d’accusa emesso dal Dipartimento di Giustizia Usa, a sorpresa gli avvocati della Concord si presentarono a Washington per difendersi, chiedendo di visionare le prove. Mueller e la sua squadra negarono, però, trincerandosi dietro motivi di sicurezza nazionale.
Dunque nel luglio 2019 il giudice prende una decisione clamorosa: concorda con l’imputato che non è corretto dire che il Cremlino fosse dietro la campagna sui social, in quanto non è stata presentata alcuna prova in quella direzione! Ammonisce il procuratore speciale Mueller, dicendo che fare affermazioni di questo tipo lede i diritti dell’imputato, precludendo la possibilità di un processo equo. Con questa ordinanza, un giudice federale americano sembra smontare buona parte dell’impalcatura del Russiagate: non ci sono prove di interferenze nella campagna elettorale da parte del governo russo. Ma il procuratore dice che le prove sono state trattenute per motivi di sicurezza nazionale. Insomma, le prove ci sono ma non si possono dare, perché si dovrebbero svelare dettagli in merito alle fonti e ai metodi utilizzati dal governo USA. Alla fine, il 16 marzo 2020 il Dipartimento di Giustizia decide di ritirare le accuse contro Concord, valutando che non vale la pena rivelare i segreti e agire contro una società che comunque non può essere punita essendo in Russia.

Cosa significa tutto questo? Che la IRA non interviene sui social network? Lo farà, ed è possibilissimo che cerchi di influenzare l’opinione pubblica americana. Ma si sono costruiti innumerevoli articoli e analisi sulla base di un assunto senza alcuna prova, l’assunto centrale per tutte le indagini del Russiagate. Non solo l’informazione, ma la politica di intere nazioni si basa su una versione dei fatti che è senza fatti. E non è certamente l’unico caso, come vedremo. A questo punto, senza avere alcuna simpatia particolare per Vladimir Putin o gli hacker, va detto che l’onere della prova non è stato assolto; la conclusione non è che dobbiamo essere tutti amici della Russia, ma occorre chiedersi a quale scopo le istituzioni d’intelligence americane sono intervenute in modo così prepotente, e se il loro obiettivo non andasse ben oltre la semplice scoperta della verità2.

Questa lunga citazione serve per comprendere come un clima da scontro interno, tra due diversi intendimenti della ragion di Stato e delle sue prerogative si sia sviluppato da subito, immediatamente dopo un’elezione presidenziale che nel novembre del 2016 «scioccò l’America, e il mondo. Fu una vittoria strettissima, con un voto popolare di minoranza, conquistata principalmente grazie al margine di appena 77 mila voti totali tra tre stati chiave: Michigan, Wisconsin e Pennsylvania, parte della cosiddetta “Rust Belt” (la cintura arrugginita), cioè gli stati altamente industrializzati che negli ultimi decenni hanno perso tanti posti di lavoro nelle manifatture»3.

Nonostante il fallimento delle accuse per il Russiagate, le stesse e le ragioni che le accompagnavano hanno finito così col plasmare un dibattito pubblico che ha finito troppo spesso col ridursi al pro o contro Trump.

Un esempio particolarmente ironico di questo fenomeno è avvenuto nelle varie manifestazioni contro il presidente già a partire dal giorno della sua inaugurazione: ha fatto specie vedere dimostranti femministe, e comunque rappresentanti di un mondo antagonista di sinistra, alla Marcia delle donne, portare cartelli con dichiarazioni come “Credo nell’intelligence”. Da quando la gente scende in strada per appoggiare l’FBI e la CIA, agenzie da decenni oggetto di scetticismo tra la popolazione in generale, ma anche sospettati di complotti e operazioni nefaste tra chi contesta le istituzioni? Non è lontano il 2003, quando le agenzie d’intelligence svolsero un ruolo fondamentale nella manipolazione delle informazioni per giustifi­care la guerra in Iraq; per non parlare dei siti ‘neri’ e della tortura negli anni successivi, e anche della sorveglianza della popolazione americana nel nome del contrasto alla guerra al Terrorismo. Nel 2016, però, molte persone che si erano giustamente indignate per questi abusi decisero che quando si trattava di combattere Donald Trump, tutto era lecito, anche se significava appoggiare la CIA4.

Sono proprio queste osservazioni di Spannaus a suggerire che occorre ragionare sulle cause profonde, non solo sociali, dell’attuale discussione sulla possibilità di una guerra civile negli Stati Uniti. C’è infatti da chiedersi chi stia spingendo di più su quel pedale: Trump con le sue parole provocatorie e i suoi appelli al “tenersi pronti” rivolti alle milizie che lo sostengono e ai suprematisti bianchi o il seme della rivolta ormai diffusosi ovunque oppure, ancora, un deep state rappresentante di ipotesi politiche e finanziarie che non hanno mai gradito l’ascesa del “rozzo e populista” Trump al potere? Non si tratta di fare del complottismo, ma piuttosto di imparare a vagliare con estrema attenzione la narrazione mainstream “democratica” che ad ogni piè sospinto viene fatta qui in Italia dai media e dalla sinistra istituzionale e non, prigioniere, soprattutto la seconda, di una visione di una lettura troppo semplificata della realtà politica e sociale americana (e non solo). Tenendo conto che lo scontro interno tra le maggiori istituzioni, di cui si parlava prima, non è certo tra Democrazia e Fascismo, ma tra interessi finanziari globalizzati e una gestione politica ed economica “nazionalista” che vorrebbe riportare a casa una parte degli investimenti produttivi fatti all’estero.

Certo, come era prevedibile fin dall’inizio, Trump ha mantenuto poco o nulla della sua promessa elettorale, sia sul piano della politica estera (come ben spiega il testo di Spannaus) che su quella della politica economica rivolta a dare respiro a una working class bianca fortemente provata dalla globalizzazione e ad una lower middle class che ha visto erodere i suoi margini di risparmio e benessere nel corso degli ultimi decenni. Entrambe ormai costrette a fare i conti con una severa ri-proletarizzazione che spinge i suoi rappresentanti a frequentare lavori e sussidi un tempo principalmente riservati agli afro-americani, ai latinos e alle altre minoranza etniche. E qui è d’uopo riportare ancora una sintetica annotazione del giornalista americano:

Come aveva capito Martin Luther King Jr., già negli anni Sessanta, senza battersi per la giustizia economica e contro le disuguaglianze in generale, non è possibile ottenere appieno i diritti civili.
È su questo tema che si vede una interessante confluenza tra la battaglia per la giustizia razziale e quella economica. Le proteste per la morte di George Floyd sono avvenute in un momento già difficile per il paese, quando una grossa fetta della popolazione soffriva degli effetti di un’economia sbilanciata, facendo intravedere la possibilità di un ampio movimento contro la manifestazione dell’ingiustizia in più forme5.

Sul piano della politica estera Trump ha raggiunto, e solo parzialmente, due obiettivi: sganciarsi dalla politica di Obama in Medio Oriente, da un lato, raggiungendo un accordo tra Israele e stati del golfo che non potrà portare che altra tensione nell’area e una politica più aggressiva nei confronti della Cina e del suo commercio. Questa seconda, occorre dirlo, pienamente condivisa da Biden e dal Partito Democratico (oltre che da quello repubblicano).

Tutte politiche, ad esempio anche quella nei confronti della Corea del Nord, giocate sul filo del rasoio, tra minacce e trattative che in alcuni casi potrebbero facilmente sfuggire di mano e dare inizio ad autentici conflitti. Oppure a compromettere i rapporti interni alla stessa Alleanza Atlantica, con la conseguente moltiplicazione di situazioni di crisi. Pensare però, anche in questo caso, che il rimescolamento, anche parziale, delle carte sul piano internazionale sia soltanto frutto dell’ingegno o della stoltezza del Presidente dal ciuffo tinto potrebbe però rivelarsi fuorviante, impedendo di cogliere in questo alternarsi di tentennamenti e fughe in avanti, la crisi di una super potenza che deve decidere il proprio riposizionamento internazionale in un momento di crisi della globalizzazione e del suo ruolo egemonico all’interno di quest’ultima.

Sul piano economico interno, è stato chiaro fin dagli inizi, la presidenza Trump ha puntato su una politica di tipo mercantilistico basata sul mantenimento e la difesa della produzione nazionale (Buy American!) attraverso il protezionismo doganale e la rinegoziazione degli accordi commerciali internazionali, non solo con la Cina, ma anche con gli (ex?) alleati europei. Politica che fino ad ora non ha migliorato molto le condizioni di lavoro e salariali degli operai dell’industria e nemmeno ne ha causato un significativo aumento in termini occupazionali.

La crescita occupazionale, esattamente come durante la presidenza Obama, si è basata sulla diffusione di impieghi e lavoretti non garantiti, soprattutto nel settore dei servizi al consumo e nella distribuzione6, mal pagati, non garantiti e, soprattutto, con orari settimanali inferiori alle 29 ore. La questione dell’orario “ridotto” non è secondaria poiché nel sistema americano soltanto a partire da o al di sopra delle 30 ore i datori di lavoro devono fornire ai dipendenti un minimo di assicurazione sanitaria. Le belle parole di Trump sul Make America Great Again, rivolte soprattutto ad un elettorato bianco legato al lavoro produttivo, in realtà, sono soltanto servite a coinvolgere i lavoratori nelle politiche economiche nazionali senza garantire loro alcuna garanzia o miglioramento, come la pandemia e la crisi che ne è conseguita hanno chiaramente dimostrato.

Spannaus, con abbondanza di dati ed argomentazioni, parla di tutto ciò, ma sembra voler tracciare, con troppa convinzione ideologica, una netta linea di demarcazione tra il “Sistema americano”, così come si è delineato nelle politiche protezionistiche e di intervento statale che hanno caratterizzato la storia economica degli Stati Uniti dall’Ottocento al XX secolo, dal Ministero del Tesoro retto da A. Hamilton fino alla presidenza di F.D. Roosvelt , e il fascismo. Nel negare questa definizione per il personaggio Trump, il giornalista, che cerca di ridurre il fascismo ad una politica sostanzialmente autoritaria e razzista, dimentica infatti che la prima caratteristica del fascismo, che occorre sempre ricordare scaturì dal socialismo partecipativo della Seconda Internazionale, è quella di convincere oppure costringere i lavoratori alla condivisione degli interessi dell’economia e della produzione nazionale, alleandosi con le imprese e con lo Stato (concertazione, Carta del Lavoro o New Deal che sia). Finendo col sottomettersi completamente agli stessi. Certo il Fascismo usa anche il razzismo, l’autoritarismo e la violenza, tutti e tre strumenti pratici ed ideologici più antichi, che raggiungono però il pieno del loro vigore e della loro pericolosità in un contesto in cui una parte significativa dei lavoratori, schiavizzati dal capitale, ne interiorizzi individualmente e ne sussuma completamente, in quanto classe, gli interessi e le prospettive.

Ma Spannaus appare troppo affascinato dalle virtù terapeutiche dell’intervento economico dello Stato, soprattutto per quanto riguarda la monetizzazione del debito e l’occupazione, per comprendere o, almeno, per ricordare ciò. Anche se, occorre dirlo, nella sua analisi storica del Sistema americano la sintetica ricostruzione della storia del Partito Repubblicano e della sua componente radicale ottocentesca (quella di Lincoln per intenderci) serve sicuramente ad aprire gli occhi dei lettori anche sulle origini e la storia del Partito Democratico. Un tempo rappresentante degli interessi delle élite degli stati del Sud e oggi di una parte significativa di quelle attuali.

Una delle lezioni da trarre, da un libro di cui si consiglia comunque la lettura, potrebbe infine essere la seguente: una guerra civile val la pena di essere combattuta solo per gli interessi di classe e per un reale avanzamento di tutta la società e per questo sia Black Lives Matter e Antifa che le varie organizzazioni dal basso degli afro-americani e dei lavoratori bianchi e latinos impoveriti, dovranno ben valutare le spinte in quella direzione, su cui soffiano sia Trump che i suoi avversari istituzionali, entrambi grandi produttori e manipolatori di fake news. Pena il vedere stritolate in un autentico wargame di interessi contrapposti e lontani le spinte insurrezionali causate dalla crisi e dalle conseguenze della pandemia, oltre che dalle violenze razziste della polizia. Un gioco pericoloso in cui, chiunque sia il vincitore, a trionfare potrebbero essere ancora una volta soltanto gli interessi del capitale, dei suoi detentori e dei suoi grigi funzionari.


  1. A. Spannaus, L’America post-globale, pp. 150-151  

  2. A. Spannaus, op. cit., pp. 30 – 32  

  3. op. cit. p. 27  

  4. op. cit. pp. 32-33  

  5. op.cit. p. 153  

  6. «Il più grande datore di lavoro negli Stati Uniti è Walmart, con circa 1,5 milioni di dipendenti. Il secondo è Amazon con oltre 400 mila. La classifica dei primi dieci contiene anche dei supermercati, fast-food e altre società di consegne e trasporto. Gli americani lavorano, ma i settori che assumono di più sono quelli dove gli stipendi sono bassi e gli impieghi sono spesso precari». op. cit., p.118  

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I don’t live today: scene dalla guerra di classe in America (e non solo) https://www.carmillaonline.com/2020/06/24/i-dont-live-today-scene-dalla-guerra-di-classe-in-america-e-non-solo/ Wed, 24 Jun 2020 21:01:44 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60919 di Sandro Moiso

Will I live tomorrow? Well I just can’t say But I know for sure I don’t live today (I don’t live today – Jimi Hendrix, 1967)

“Certo che c’è la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che la sta facendo e la stiamo vincendo.” (Warren Buffett, 2006)

Gli eventi delle ultime settimane negli Stati Uniti hanno sicuramente costituito un severo monito, soprattutto per chi, come il finanziere Warren Buffett, uno dei tre uomini più ricchi del mondo, poteva crogiolarsi in un illusoria [...]]]> di Sandro Moiso

Will I live tomorrow?
Well I just can’t say
But I know for sure
I don’t live today

(I don’t live today – Jimi Hendrix, 1967)

“Certo che c’è la guerra di classe, ma è la mia classe, la classe dei ricchi, che la sta facendo e la stiamo vincendo.” (Warren Buffett, 2006)

Gli eventi delle ultime settimane negli Stati Uniti hanno sicuramente costituito un severo monito, soprattutto per chi, come il finanziere Warren Buffett, uno dei tre uomini più ricchi del mondo, poteva crogiolarsi in un illusoria vittoria definitiva della propria classe su quella degli oppressi.
Le notizie di tali eventi hanno fatto rapidamente il giro del mondo e, esattamente come le lotte contro la guerra in Vietnam degli anni Sessanta, hanno infiammato le piazze dei paesi occidentali e di altri continenti.

La forza delle manifestazioni, il timore suscitato dal loro rapido diffondersi, la capacità di risposta politica dimostrata dai manifestanti (in grado di utilizzare tanto la violenza quanto l’abilità di influenzare mediaticamente e politicamente l’opinione pubblica nazionale e internazionale), la strategia messa in atto collettivamente nelle strade e nelle piazze hanno costituito una brutta sorpresa per un potere politico e finanziario che da anni si pensava ormai vincitore nel confronto con i subordinati di ogni colore e credo.

La richiesta improvvisa e radicale dello scioglimento delle forze di polizia o almeno di un loro radicale ridimensionamento e di una sostanziale revisione dell’uso della forza ad esse consentito è stato un passo di portata storica, non soltanto per i movimenti americani ma anche per quelli che in ogni angolo del mondo si oppongono ormai da anni alle violenze poliziesche e, più in generale, dello Stato nei confronti di chi difende, sul fronte opposto, gli interessi di classe, ambientali, di genere e appartenenza culturale e etnica. Defund the police è diventato uno slogan politico che potrebbe avere, anche qui da noi, una funzione niente affatto secondaria per rilanciare il dibattito pubblico sul ruolo attivo delle forze dell’ordine nella repressione sociale e nella creazione di autentici casi giudiziari, come ad esempio in Val di Susa nei confronti del movimento NoTav.

La sorpresa con cui è stata accolta la richiesta da diverse amministrazioni locali statunitensi, la confusione in cui sono rimasti intrappolati i vertici militari e politici manifestano non soltanto un vacuo ‘pentimento’ per le violenze subite da secoli dalla comunità afro-americana, ma anche la crisi sociale, politica ed economica in cui si dibatte ormai da tempo la maggior potenza imperialista dell’Occidente. Una crisi di cui abbiamo parlato già più volte su Carmilla, destinata inevitabilmente a sfociare in un nuovo conflitto globale per il contollo dell’economia planetaria oppure in una nuova guerra civile di cui da tempo si parla negli ambienti politici e culturali statunitensi. Guerra civile che già da anni ispira, anche soltanto metaforicamente, molte trame della produzione letteraria, cinematografica e fumettistica statunitense.

Guerra civile a venire (o forse già in atto) che ha prodotto un immaginario che già la “comprende” e che, a sua volta, spinge, nemmeno più troppo inconsciamente, verso una sua concreta deflagrazione.
Guerra civile che, proprio in quanto tale, non può essere animata e agita da due soli attori, come la concezione tradizionale dello scontro di classe vorrebbe. Le guerre civili infatti decidono di come le società e le economie dovranno essere ristrutturate una volta concluse e una volta emerso il vincitore.

Così fu per la guerra civile americana, durante la quale il presidente repubblicano Abramo Lincoln guidò la costruzione di un’America industriale sulle ceneri di un’altra America agricola, schiavista e dipendente dalle esportazioni verso l’impero britannico. In cui la questione della schiavitù e dell’oppressione divenne dirimente soltanto a partire dal 1863, con il proclama con cui il presidente del Nord abolì la stessa nella speranza che la rivolta degli schiavi mettesse in crisi il Sud, fino ad allora vincente nello scontro militare. Vittoria finale del Nord cui la classe operaia dello stesso, anche sotto l’invito dei socialisti ispirati da Karl Marx e Friedrich Engels, aveva dato un significativo contributo in termini di arruolamento e partecipazione, non tanto per la liberazione degli schiavi afro-americani, quanto piuttosto a favore di uno sviluppo industriale nazionale che permettesse e favorisse lo sviluppo della stessa classe e il miglioramento delle sue condizioni di vita e di partecipazione democratica alla vita politica nazionale.

Ecco, proprio quella guerra civile ci permette di cogliere l’essenza di tutte le guerre civili: più attori in lotta sullo stesso campo, divisi oppure uniti da interessi che talvolta coincidono e ancor più spesso divergono.
Capitalisti industriali del Nord, banchieri, grandi proprietari terrieri del Sud, piccoli proprietari terrieri degli Stati confederati, schiavisti, abolizionisti, afro-americani schiavi oppure liberi nelle principali città del Nord, operai industriali, socialisti, repubblicani, democratici (questi ultimi all’epoca rappresentanti della proprietà terriera del Sud) furono infatti gli attori principali di quel dramma.

La vittoria dei primi dell’elenco delineò il destino di grande potenza degli Stati Uniti, gli schieramenti politici successivi, gli allineamenti di classe rispetto agli interessi nazionali, odii e conflitti mai rimarginati ma, soprattutto, non risolse il problema della sottomissione degli afro-americani al potere bianco che, comunque, da quella guerra non fu minimamente scalfito o indebolito, ma piuttosto rafforzato da alleanze (ad esempio quello tra gli interessi economici del gran capitale e quelli dell’aristocrazia operaia del Nord) semplicemente impensabili prima di allora.

No sun comin’ through my windows
Feel like I’m livin’ at the bottom of a grave

(I don’t live today – Jimi Hendrix, 1967)

Anche la Grande Crisi degli anni Trenta non contribuì ad un ravvicinamento tra gli interessi dei lavoratori, dei piccoli contadini bianchi impoveriti e quelli della comunità afro-americana. Troppo vicine risultavano, soprattutto al Sud, le ferite lasciate ancora aperte dalla guerra civile; troppo nazionalista risultava ancora la politica di una sinistra americana che incoraggiava gli operai bianchi a partecipare allo sforzo collettivo in vista dello scontro militare con le potenze del male, rappresentate all’epoca da Germania, Italia e Giappone (anche se ai vertici dell’establishment economico e politico statunitense non poche erano le simpatie per quei regimi politici) mentre lo stalinismo spingeva i ‘neri’ alla creazione di un proprio stato autonomo nel Sud degli Stati Uniti, basato unicamente sul presupposto della maggior presenza di discendenti degli schiavi, in stati come l’Alabama, la Georgia e il Mississippi, rispetto alla popolazione ‘bianca’.

In realtà la crisi della segregazione razziale ebbe inizio soltanto un secolo dopo, negli anni Sessanta del ‘900, a seguito di una crisi di coscienza politica sviluppatasi tra gli anni della Nuova Frontiera di kennedyana memoria e la critica del macello imperialista in Vietnam, che vide comunque protagonisti, oltre agli afro-americani, gli studenti, gli intellettuali e una parte dei reduci di quella guerra più che i lavoratori della classe operaia o della classe media bianca. Ancor aggrappati, questi ultimi, ad un sogno americano che per gli altri andava rapidamente disfacendosi nella repressione poliziesca dei movimenti giovanili, nei ghetti delle metropoli e nelle paludi del Sud-est asiatico. Soltanto là dove la componente afro-americana era predominante, come nel caso di Detroit, la classe operaia bianca si unì ai neri nella lotta, che ebbe comunque sempre al suo centro rivendicazioni inerenti l’autonomia di classe, il lavoro e le sue condizioni salariali ancor più che i diritti civili1.

La vera novità di queste ultime settimane, invece, è data dal fatto che le proteste hanno coinvolto soggetti diversi, sia dal punto di vista etnico-culturale che di classe, vedendo uniti nelle protesta la comunità afroamericana (che rappresenta circa il 12% della popolazione statunitense) insieme a quella ispanica, nativa americana, asiatica e almeno ad una parte di quella bianca. Un fatto sicuramente inedito per le proporzioni che ha raggiunto nella partecipazione alle proteste.

D’altra parte l’omicidio del quarantaseienne George Floyd, seguito a distanza di pochi giorni da quello del ventisettenne Rayshard Brooks da parte della polizia di Atlanta sono stati non soltanto gli ultimi casi di una catena di violenze e prevaricazioni di cui la comunità afroamericana e vittima da sempre, ma anche le classiche gocce che hanno fatto traboccare un vaso già colmo.

La crescita abnorme delle disuguaglianze sociali nel corso dell’ultimo decennio ha cancellato molte certezze su presente e futuro di singoli e famiglie. La precarizzazione delle vite dei lavoratori e l’impoverimento della middle class sono state ulteriormente aggravate dall’epidemia di Covid-19 che ha colpito in maniera sproporzionata la popolazione nera e, in genere tutte le fasce più deboli della popolazione. Creando le condizioni per una tempesta perfetta.

Al 21 giugno gli Stati Uniti risultano essere infatti il paese maggiormente colpito dall’epidemia con con 2.255.119 casi e 119.719 decessi. In un contesto in cui il settore dell’assistenza sanitaria costituisce:

il più grosso fallimento del sistema economico americano. Un disastro che, oltre a provocare un numero infinito di drammi individuali, lacera pericolosamente il tessuto sociale mettendo con le spalle al muro un ex ceto medio già molto impoverito e accentua ulteriormente le disuguaglianze estreme dell’America del Ventunesimo secolo. E quando le disuguaglianze si misurano non con gli squilibri di reddito ma con la differenza tra vivere e morire, le cose, evidentemente, cambiano.[…] I racconti commoventi o che suscitano rabbia sono infiniti: Pazienti in lotta con il cancro che si sono visti negare la chemioterapia per via di una polizza sanitaria che copriva solo il primo ciclo; malati terminali costretti, tra mille sofferenze, a combatter con i call center della propria assicurazione per negoziare qualche rimborso; migliaia di famiglie andate in bancarotta perché non in grado di pagare il prezzo esorbitante dei trattamenti medici erogati dal pronto soccorso. Il motivo è che in America, oltre alle aziende, possono dichiarare fallimeto anche i singoli individui: l’impossibilità di far fronte alle spese mediche è la prima causa di bancarotta2

Immaginiamo come tutto questo si sia incrociato con la pandemia e aggiungiamo il video di nove minuti girato da una ragazza di 17 anni che in poche ore ha fatto il giro del mondo con un effetto dirompente e, circa 48 ore dopo, il fuoco che ha distrutto il terzo distretto di polizia a Minneapolis, che ha invece prodotto l’immaginario della protesta contro le ingiustizie e il razzismo.

“Col passare dei giorni e delle settimane, la narrazione della vera natura della rivolta continuerà a essere discussa” scrive un cronista che ha seguito da vicino la prima settimana a Minneapolis. “[…] Non puoi fare un censimento durante una rivolta, ma il mio resoconto personale è che i giovani in prima linea sono stati sproporzionatamente neri e marroni, per lo più non affiliati a un’organizzazione ufficiale.“
Ma la vera importante novità sono le seconde linee: li’ trovi anche ispanici, latinos, bianchi, asiatici, nativi americani, donne e persone anche anziane3.

A tutto ciò va poi ancora aggiunto che:

Tra il 1998 e il 2015 gli stabilimenti manifatturieri negli Stati Uniti sono passati da 366.249 a 292.825; soprattutto, il numero delle fabbriche con più di 1000 dipendenti si è quasi dimezzato
(da 1504 a 863) e quello delle fabbriche con 500-999 dipendenti si è ridotto di un terzo (da 3322 a 2072). A sua volta il numero dei posti di lavoro nel settore manifatturiero è passato da 18.640.000 alla fine del 1980 a 17.449.000 nel dicembre 1998, a 12.809.000 nel dicembre 2018, mentre la popolazione passava da poco più di 227 milioni nel 1980 a quasi 276 milioni nel 1998 e a 327 milioni nel 20183.
La seconda rivoluzione industriale aveva creato le grandi città statunitensi, la terza le ha distrutte.
[…] Tra il 1975 e il 2017 il PIL reale degli Stati Uniti è passato da quasi 5500 miliardi a poco più di 17.000 miliardi e la produttività è cresciuta di circa il 60%, ma i salari orari reali di gran parte dei lavoratori sono rimasti invariati o si sono addirittura abbassati. In altre parole, «per quasi quattro decenni una minuscola élite si è accaparrata quasi tutti i guadagni derivanti dalla crescita economica». Il che testimonia, tra l’altro, che i partiti che si sono alternati al potere negli ultimi decenni – «la politica», con poche eccezioni individuali – hanno avuto la non volontà di legiferare a protezione degli strati mediobassi, cioè della maggioranza della popolazione, e hanno mostrato subalternità agli interessi della piccola minoranza dei potentati economici e finanziari.

L’impressionante aumento di ricchezza dei ricchi[…](ha) cancellato molte certezze su presente e futuro di singoli e famiglie. E l’insicurezza prolungata ha prodotto a sua volta estraniamento, isolamento e disperazione. I suicidi sono aumentati del 24% tra il 1999 e il 2014; nello stesso arco di tempo, il tasso di suicidi è cresciuto del 63% per le donne tra i 45 e i 64 anni e del 43% per gli uomini della stessa età. Il loro numero è passato da 29.199 del 1999, a 42.773 del 2014, a 47.173 nel 2017 (quando le morti per alcol e droghe sono state più di 100.000). Infine, il fatto che l’arricchimento dei ricchi sia continuato durante la cosiddetta Grande recessione iniziata nel 2008, ha generato nuove frustrazioni, suscitato risentimenti e minato i pilastri della stessa tradizionale fiducia degli statunitensi nella loro democrazia in quanto prassi sociale informale e condivisa, prima ancora che impalcatura istituzionale.4

A questo punto è facile comprendere come le proteste e i riot che sono seguiti al brutale omicidio di George Floyd in quasi tutti gli stati della federazione, vanno ben oltre la pur fondamentale lotta contro la discriminazione razziale e pongono, invece e in maniera lampante, una questione socio-politica che, forse per la prima volta nella storia americana, potrebbe unificare le differenti componenti etniche in unico, autentico melting pot di classe.

Naturalmente, si è cercato fin da subito di vedere nelle rivolte un complotto dei suprematisti bianchi (tornando all’inveterata tradizione degli opposti estremismi che serve sempre a dipingere come fascista o populista qualsiasi forma di lotta non immediatamente inquadrabile nelle maglie istituzionali)5, ma è indubbio che la pressione sociale negli USA è salita a livelli critici a causa della crisi economica da Covid-19, che ha prodotto nel giro di poche settimane un aumento vertiginoso di richieste di nuovi sussidi di disoccupazione, aumentate di circa 40 milioni.

Anche se la maggioranza dei nuovi disoccupati è probabilmente da ricercare nei settori lavorativi contraddistinti dal precariato e vedono coinvolti soprattutto lavoratori e lavoratrici appartenenti alle minoranze etniche e ai millennial bianchi (i quali ultimi hanno visto ridursi del 16% le loro possibilità occupazionali soltanto tra marzo e aprile6), è altrettanto indubbio che tale situazione ha aperto un ulteriore baratro di fronte agli occhi di quella classe media bianca, operaia e non, che già dal 2008 ha imparato cosa significhi perdere rapidamente non solo il posto di lavoro, ma anche la casa e qualsiasi altro tipo di garanzia sociale ed economica (risparmi e investimenti nei fondi pensionistici privati in primis).

Ecco allora che se nel Michigan lavoratori e miliziani bianchi armati avevano occupato il parlamento dello Stato armi alla mano, nei giorni successivi alcuni gruppi di boogaloo boys (militanti di formazioni armate di varia natura e non sempre apparteneti soltanto alla destra bianca) hanno manifestato solidarietà con la morte di George Floyd, in nome di una comune lotta (boogaloo è, né più né meno, che un sinonimo gergale per guerra civile) contro lo Stato federale, le sue leggi, i suoi apparati di sicurezza e la sua volontà di controllare la diffusione delle armi a discapito del secondo emendamento della Costituzione americana7.

Certo in tale manifestazione di “solidarietà” sono rintracciabili elementi di opportunismo e di provocazione, forse solo un autentico bluff, ma non dimentichiamo mai che, soprattutto tra le frange impoverite dei piccoli farmers tali posizioni estreme, di destra e armate, hanno preso piede da decenni8 proprio a partire dal venir meno di qualsiasi speranza in un ulteriore miglioramento delle proprie condizioni economiche a seguito di un sempre maggior indebitamento nei confronti delle banche, oggi accompagnato spesso dai danni causati in molti territori, ancora utilizzati per l’agricoltura e l’allevamento, dalla pratica del fracking, ovvero della fratturazione idraulica del sottosuolo per la ricerca e l’estrazione del petrolio e dello shale gas.

E’ una geografia politica, mentale e spaziale estremamente frantumata quella degli Stati Uniti attuali.
Un mosaico impressionista di emozioni, rivendicazioni, miseria e rabbia che spesso assume i contorni della dichiarazione di zone liberate. Dalla attuale Zona Autonoma di Capitol Hill a Seattle alla ciclica dichiarazione di indipendenza di zone rurali, caratterizzate dalla rivolta contro il prelievo fiscale e l’austerity di stampo governativo, che hanno contraddistinto la storia della federazione americana dalla Shay’s Rebellion del 3 febbraio 1787 fino ai giorni nostri9.

Stiamo attenti, molto attenti, la creazione di un fronte comune tra bianchi impoveriti, armati e arrabbiati e movimenti afro-americani, ispanici o altri ancora è altamente improbabile, ma come scriveva l’ultimo maestro dello haiku: Eppure, eppure10.
La situazione negli USA è altamente esplosiva e sicuramente i vertici politici, finanziari e militari del paese non possono escludere alcuna possibilità di sollevamento e rivolta sociale. Non a caso gli stessi vertici sembrano aver formalmente “abbandonato “ Trump per concedere ai movimenti ben più di quanto il presidente avrebbe voluto (ovvero nulla o quasi), mentre continua ad abbaiare il suo slogan di Law and Order e le sue minacce di dieci anni di galere per chi imbratta o abbatte le statue del passato colonialista e schiavista.

Lo stesso presidente, però, è ben conscio della situazione altamente instabile con cui ha a che fare e, dal chiuso del suo bunker assediato non solo metaforicamente, non smette di soffiare sull’unica risorsa che gli rimane, almeno apparentemente, per vincere le prossime elezioni: ovvero quello del razzismo e dell’odio viscerale che molti lavoratori, piccoli proprietari agricoli e membri impoveriti di una classe media un tempo fiorente, nutrono nei confronti delle banche, dello Stato federale e di una upper class di cui lo stesso Trump è, in fin dei conti, il più agguerrito rappresentante.

L’elastico delle contraddizioni sociali è ormai teso allo spasmo e qualsiasi errore tattico da parte della classe al potere e dei suoi apparati militari e repressivi potrebbe tracimare in uno scontro il cui finale sarebbe ancora tutto da scrivere. Non a caso Obama, sotto la cui presidenza gli omicidi di afro-americani non sono certo diminuiti, e tutto l’apparato del Partito Democratico spingono per cercare di racchiudere la protesta in un ambito puramente elettorale, in cui la questione dei diritti civili sia l’unica componente unificante.

Fin dalla seconda metà dell’Ottocento, a proposito dei lavoratori irlandesi sfruttati dai padroni e maltrattati dagli operai inglesi, Marx aveva ammonito i secondi, affermando che chi non è in grado di difendere i diritti altrui non è neppure in grado di difendere poi i propri. E tale monito deve continuare a splendere come una stella polare per chiunque abbia a cuore la trasformazione e il superamento del modo di produzione vigente, ma allo stesso tempo occorre che chi vuole lottare efficacemente contro lo stesso tenga presenti tutte le contraddizioni e i bisogni che lo stesso suscita tra segmenti diversi di classe e/o di classi sociali differenti.

Per fare uno scomodo esempio, riferibile all’attuale situazione italiana, sia durante l’epidemia da Covid, con l’obbligo di lavorare per i dipendenti di migliaia di imprese che non si sono mai fermate, che dopo, è qui utile ricordare quanto affermato Sergio Bologna in una recente intervista:

Bisogna inquadrare il problema nella crisi generale della middle class, il richiamo al binomio catena di montaggio/rifiuto del lavoro non serve. I giochi sono cambiati, la classe operaia industriale, si tratti di Rust Belt americana o di Bergamo e Brescia, è uno dei terreni di coltura del populismo trumpista o leghista. Qualcuno pensa di evangelizzarli predicando l’amore cristiano per i migranti, ma bisogna proprio avere la mentalità da Esercito della Salvezza per essere così imbecilli. Lì si tratta di riaprire il conflitto industriale, il tema della salute riproposto dal coronavirus può essere il perno su cui far leva.11

Ecco: il conflitto, industriale e/o sociale, può essere il terreno di coltura di una nuova e allargata strategia di classe che veda finalmente riuniti i differenti temi che agitano le rivolte di ogni tipo in nome di un superamento dell’esistente e non del suo mantenimento in vita in chiave green o pseudo-democratica e liberal. A costo di riprendere l’unico illuminista in grado di proiettarsi oltre l’Illuminismo, Jean Jacques Rousseau, occorre ancora ricordare che l’unica vera disuguaglianza tra gli uomini è quella economica, tra chi ha e chi non ha12. E che da questa, fondamentale a partire dall’invenzione della proprietà privata della terra e dei mezzi di produzione, derivano tutte le altre.

Superare la prima significherà travolgere le altre, anche se secoli di abitudini sedimentate e di incrostazioni ideologiche e religiose avranno bisogno di un certo tempo per essere cancellate del tutto. Cercare di farlo significa però, in maniera tutt’altro che utopistica, cercare di riunificare ciò che il capitale e lo Stato tendono continuamente a dividere per distogliere la rabbia dal conflitto reale e volgerla ad uno più utilmente sfruttabile ai fini del mantenimento dei rapporti di forza attuali tra le classi.

Come ha recentemente affermato Angela Davis:

“Dal mio punto di vista la cosa più importante è cominciare a esprimere idee su come far evolvere il movimento”. Naturalmente si tratta di un aspetto difficile da analizzare nel fervore di una protesta che si sta diffondendo in tutto il mondo. Tuttavia, per Davis è importante capire che l’incendio di un commissariato a Minneapolis o la rimozione della statua di Edward Colston a Bristol non sono la risposta definitiva. “A prescindere da quello che pensano le persone, questi gesti non porteranno un cambiamento reale”, spiega riferendosi alla rimozione della statua. “Ciò che conta è l’organizzazione, il lavoro. Bisogna continuare a lavorare, a organizzarsi per combattere il razzismo, a trovare nuovi modi per trasformare le nostre società. Solo così si può fare la differenza”.[…] Di recente Nancy Pelosi, presidente della camera dei deputati, e alcuni suoi importanti colleghi di partito hanno indossato indumenti di kente, un tessuto tipico ghaneano che gli era stato regalato dai rappresentanti afroamericani del congresso. Il loro obiettivo era mandare un messaggio ai cittadini neri, una base elettorale decisiva su cui il candidato democratico alla presidenza Joe Biden non riesce a far presa. “Lo hanno fatto solo perché vogliono stare dalla parte giusta della storia, ma non è detto che vogliano anche fare la cosa giusta”, risponde Davis con un certo distacco13.

Sia Trump che i democratici stanno soffiando su un fuoco che, però, non è soltanto elettorale, visto che chiunque dei due vinca alle prossime elezioni, avrà grosse difficoltà nel mantenere le promesse fatte e in ogni caso dovrà fare i conti con una rabbia sempre meno celata e sempre meno rimovibile dalle coscienze.

Abbiamo, come già affermato, qui su Carmilla nella serie di articoli sull’Epidemia delle emergenze14, una grande possibilità da cogliere oggi, in America e non solo, a patto di non ridurre il tutto ad una serie di sardineschi inchini e saper invece affrontare la catastrofe che già è in corso, di qua e di là dell’Atlantico.
Perché l’impossiblità di vivere oggi, per la maggior parte della specie umana, è anche la vera ragione della nostra insopprimibile forza.

I don’t, live today
Maybe tomorrow, I just can say
But a, I don’t live today
It’s such a shame to waste
your time away like this
Existing


  1. Sull’eperienza del DRUM (Dodge Revolutionary Union Movement) si veda qui  

  2. M. Gaggi, Crack America. La verità sulla crisi degli Stati Uniti, RCS Media Group, Milano 2020, pp. 57-59  

  3. https://www.infoaut.org/conflitti-globali/dollari-e-no-gli-stati-uniti-dopo-la-fine-del-secolo-americano-intervista-a-bruno-cartosio  

  4. B. Cartosio, Dollari e no. Gli Stati Uniti dopo la fine del «secolo americano», DeriveApprodi, Roma 2020, pp. 6 – 23  

  5. Come ha affermato il governatore del Minnesota in un articolo di R.J. Armstrong, Minneapolis senza pace: dietro la rivolta, la mano dei suprematisti, la Repubblica, 30 maggio 2020  

  6. F. Rampini, “Generazione sfortunata”. E i Millenial bianchi si saldano alla rivolta, la Repubblica, 9 giugno 2020  

  7. Si veda R. Menichini, Camicie hawaiane e mitra: la destra dei “Boogaloo Bois” in piazza per Floyd (e per la seconda guerra civile), la Repubblica, 16 giugno 2020 oppure anche https://www.bellingcat.com/news/2020/05/27/the-boogaloo-movement-is-not-what-you-think/  

  8. Si pensi soltanto al bellissimo film Betrayed (Tradita), diretto da Costa-Gavras, autore tutt’altro che di destra, nel 1988. Si consultino, inoltre: J. Dyer, Raccolti di rabbia. La minaccia neonazista nell’America rurale, Fazi Editore, Roma 2002 e J. Bageant, La Bibbia e il fucile. Cronache dall’America profonda, Bruno Mondadori, Milano 2010. Infine, per un autentico ed importante case study sulla trasformazione dal punto di vista sociale e politico di un territorio un tempo caratterizzato da una grande tradizione di lotta di classe, si veda A. Portelli, America profonda. Due secoli raccontati da Harlan County, Kentucky, Donzelli Editore, Roma 2011  

  9. Di cui uno dei casi più drammatici è rappresentato dalla violenta repressione della comunità “indipendente” di Waco nel Texas avvenuta nel 1993, sotto la presidenza di Bill Clinton. In tale occasione 76 persone, tra cui molte donne e bambini, bruciarono vive nel rogo che seguì all’assalto delle forze federali alla comunità, dopo un assedio durato 51 giorni. Si veda in proposito C. Stagnaro, Waco, una strage di stato americana, Stampa Alternativa, 2001  

  10. «è di rugiada / è un mondo di rugiada / eppure, eppure» scriveva Kobayashi Issa (1763-1827), dopo aver perso il figlio  

  11. S. Bologna, «E’ giunta l’ora di invocare il diritto di resistenza», il Manifesto, 25 maggio 2020  

  12. J.J. Rousseau, Origine della disuguaglianza (1754), Feltrinelli, Milano 1997  

  13. https://www.infoaut.org/approfondimenti/angela-davis-it-s-about-revolution  

  14. Oggi raccolti in Jack Orlando e Sandro Moiso (a cura di), L’epidemia delle emergenze. Contagio, immaginario, conflitto. Testi e riflessioni di Maurice Chevalier, Fabio Ciabatti, Giovanni Iozzoli, Sandro Moiso, Jack Orlando e Gioacchino Toni, Il Galeone Editore, Roma 2020  

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Chiamate telefoniche – 6 https://www.carmillaonline.com/2020/05/18/chiamate-telefoniche-6/ Mon, 18 May 2020 21:00:35 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=60142 di Piero Cipriano

Lo dico subito, così chi non ama i complottisti può interrompere subito la lettura: questa sesta chiamata telefonica è una chiamata complottista, super complottista, terribilmente complottista. Perché? Perché io ammiro i complottisti, ammiro i complottisti quasi come ammiro i paranoici. Voi direte che tutti i complottisti sono paranoici. Che complottismo = paranoia. E io non sono d’accordo. I complottisti, alcuni, non tutti, sono dei formidabili inventori di storie con una capacità di avvicinarsi quasi con precisione millimetrica al futuro, ma che per un motivo o per l’altra non ce la fanno a essere Philip K. Dick. Gli manca [...]]]> di Piero Cipriano

Lo dico subito, così chi non ama i complottisti può interrompere subito la lettura: questa sesta chiamata telefonica è una chiamata complottista, super complottista, terribilmente complottista. Perché? Perché io ammiro i complottisti, ammiro i complottisti quasi come ammiro i paranoici. Voi direte che tutti i complottisti sono paranoici. Che complottismo = paranoia. E io non sono d’accordo. I complottisti, alcuni, non tutti, sono dei formidabili inventori di storie con una capacità di avvicinarsi quasi con precisione millimetrica al futuro, ma che per un motivo o per l’altra non ce la fanno a essere Philip K. Dick. Gli manca quel quid di prosa o anfetamine o vattelappesca. Dico pure che se non leggerete questa sesta chiamata perché siete prevenuti sui complottisti poi ve ne restano solo due (non complottiste, in compenso, ma non è detto, perché una volta che uno dichiara la stima per il mondo complottista ne viene irreparabilmente assimilato), perché l’epidemia sta per finire (con sommo sconforto dei virologi-con-l’agente quelli che si prendono da duemila euro in su a intervista un po’ come le puttane solo che le puttane siccome sono delle gran signore non vendono la scienza ma il proprio corpo) e pure le chiamate finiranno, non mi resta che una settima chiamata dove il protagonista indiscusso è il virus e l’ottava, e ultima, dove i protagonisti sono i morti, ma ciò è pleonastico perché i morti sono sempre i protagonisti, solo chi non ha fatto i conti con la morte non l’ha ancora capito, ed è per questo che si barrica in casa e si barrica la bocca, perché pensa che dalla bocca entri la morte. Invece no: dalla bocca esce la vita. E non è proprio la stessa cosa.

Ma dicevo dei complottisti, ormai, appena leggo o sento qualcuno che ne parla male mi viene da mettere mano alla pistola poi mi ricordo che non ho una pistola e soprattutto che questa (mettere mano alla pistola) è una brutta espressione che mutuiamo da una brutta persona, per cui mi limito a proporre di abolire la parola complottista, come in passato ho proposto di abolire la parola empatia, non significa più niente ormai ripetere a pappagallo complottista, complottista, complottista, oppure, visto che non è il massimo abolire parole, sa troppo da neolingua orwelliana, propongo di mettere un limite al numero di volte che in uno scritto si può usare la parola complottista, non più di due, massimo tre, alla terza scatta la multa (quattrocento euro, la multa per chi andava in giro senza mascherina), anche perché chi usa troppo spesso la parola complottista tradisce di essere egli stesso un complottista, esatto, uno affascinato dal complotto, il complotto di mettere a tacere le capacità narrative del complottista, e poter sostituire la narrazione (mille volte più interessante) del complottista con la sua sterile e prevedibile e conforme narrazione di anti-complottista che legge Repubblica o Corriere. Dimenticando che l’anti-complottismo dell’anti-complottista è esso stesso complottismo, inconscio complottismo ai danni del vessato complottista.

Non so se si è capito ma io i complottisti vorrei difenderli dalle ingiurie di complottismo con la stessa passione con cui mi viene sempre da difendere le persone che subiscono l’accusa di essere schizofrenici. Le persone più insospettabili ci sono cadute, nell’offesa agli schizofrenici. Umberto Eco, una volta, per chiedere le dimissioni di Silvio Berlusconi, disse che doveva dimettersi non per il suo eccesso di satiriasi, ma per il suo eccesso di schizofrenia. E’ schizofrenia, puntualizzò, se uno non si ricorda il giovedì ciò che ha detto il mercoledì. Come si può essere governati da uno schizofrenico? Eco non sapeva cos’è (io nemmeno, ma lui molto meno di me, eppure era Eco) la schizofrenia, e sempre Eco è il colpevole di aver dato la stura all’offesa del complottista. In quel libro palloso che è Il pendolo di Foucault, mi pare, è lui che inizia la presa per il culo dei complottisti. Piergiorgio Odifreddi è un altro, era a una trasmissione di Piero Chiambretti, irritato dal mago Otelma (quanto mi sta simpatico il mago Otelma, secondo me è abbastanza complottista pure lui), lo metteva a tacere zitto tu, anzi, zitto lei, che è uno schizofrenico. Proprio così diceva. Il tono voleva essere quello di chi dice lei è un cialtrone, o lei è un buffone, o lei è un mitomane, o lei è un millantatore, o lei è un venditore di fumo, o lei è un guitto; invece disse lei è uno schizofrenico. Gli intellettuali del cazzo che adoperano le categorie psichiatriche, o mediche, per offendere. Un tempo si diceva zitto che sei un mongoloide, o zitto che sei un deficiente, oggi dicono zitto che sei uno schizofrenico oppure dicono zitto che sei un complottista.

Tutto ‘sto preambolo per dire: w i complottisti (fossero anco terrapiattisti, quando vuoi dire che uno è complottista ma di quelli terra terra allora dici che è terrrapiattista, i terrapiattisti sono i più sfigati dei complottisti, e infatti sono quelli che mi sono i più simpatici di tutti) abbasso i burionisti.

*

Complottista secondo me era pure Dario Musso ragazzo drammatico e teatrale di Ravanusa che il lockdown (‘sto cazzo di lockdown non vedo l’ora di dimenticare questa parola) come a tutti gli aveva spezzato la pazienza e inizia a fare video inquietanti in cui si punta un cacciavite alla tempia e incita alla rivolta e pochi giorni prima viene fermato da un carabiniere che assiste allibito a lui che contrattacca gli dice che fare il carabiniere di questi tempi a fermare persone innocenti è una merda e brucia la sua carta d’identità e il giorno del fermo sanitario è in giro nella sua auto con un megafono che incita alla disobbedienza a non abboccare alle favole governative non c’è nessun virus dice, togliete le mascherine riaprite i negozi, uscite… (ora confessate di non averlo pensato almeno una volta pure voi tutto ciò) lo circondano carabinieri e agenti municipali, lui fa un video in diretta in cui prova a mantenere la calma, scende, resta calmo, bravo Dario così si fa, ma non basta perché arrivano tre sanitari uno dei quali ha una siringa, il sanitario non gli va incontro davanti per parlargli no, lo aggira gli punta la siringa, vuol siringarlo da dietro con tutti i pantaloni, stato di necessità diranno poi nel processo che si farà perché si farà ma io dico, dalle immagini, non c’era nessuno stato di necessità, legittima difesa dite? nemmeno, eppure un carabiniere lo prende per le gambe e lo atterra, il sanitario col camice e la siringa lo infila, la donna che fa il video grida atterrita in siciliano lo stanno sedando lo stanno sedando. Finisce il video inizia l’audio, il fratello di Dario, avvocato, prova per giorni a chiamare all’ospedale di Canicattì, al reparto psichiatrico dove Dario è ricoverato in TSO sedato legato cateterizzato ma la dottoressa balbetta, dice non possiamo dare notizie lui richiama e lei dice suo fratello dorme lui richiama lei dice non abbiamo il cordless lui richiama lei dice ho un’urgenza ho un ricovero ora non posso parlare, sono imbarazzato per lei, per questa poverina che senza dignità né etica si schermisce. Dopo cinque sei giorni tali le pressioni, le lettere, le telefonate, ai medici e al sindaco, tra queste quella di Gisella Trincas dell’UNASAM (associazione dii famigliari dei pazienti) o del garante nazionale dei detenuti o di me stesso che provo a parlare invano con la dottoressa che ha sempre un’urgenza e non può rispondere, insomma Dario viene (altrettanto selvaggiamente) dimesso e per fortuna non fa la fine di Franco Mastrogiovanni o Giuseppe Casu o Elena Casetto. Dimesso però con una non diagnosi: Disturbo della personalità non altrimenti specificata. La più inutile e fessa e vaga e debole delle diagnosi psichiatrica. La stessa diagnosi che potrei avere io, o voi, o tutti i complottisti del mondo.

Mi chiama Nicola, il mio amico delle Iene, una iena gentile, Pieruzzo, esordisce col suo accento siciliano, che ne pensi del TSO di quel ragazzo di Ravanusa?

*

Ma io in questo pezzo dovevo occuparmi di complottisti e anti-complottisti, non di TSO illeciti e selvaggi. Per cui cominciamo col primo campione del complottismo mondiale che gira intorno al virus. Lui è quello che aveva in tasca l’Hiv e Gallo (poi stato sostituito da Fauci, il virologo che ora Trump vede come il fumo negli occhi) glielo rubò. Lui è quello che nel 2008 prende il Nobel. Lui è quello che ora è perculato dai medici duri e puri perché ha detto che l’acqua c’ha la memoria (figuriamoci, ridono, gli scienziati, la memoria, l’acqua, e mica c’ha il cervello l’acqua per averci la memoria!) e porta al papa la papaya (la papaya, al papa, e che è, un calembour dello scienziato senex?). Perculato più di Tarro, si capisce, perché almeno Tarro non l’ha vinto il Nobel lui sì e una ventina, o erano trenta?, super scienziati fecero pure una petizione, per fargli revocare il Nobel, ma gli svedesi so’ di parola, se lo danno il super premio è per sempre, poi non lo levano. Eh sì, gli svedesi so’ di parola, se dicono che l’epidemia si affronta senza lockdown, vanno fino in fondo. Oggi mi chiama una fattucchiera dal Molise una che mi ha conosciuto vedendomi nell’olio che galleggia nel fondo di un piatto, dice siccome pure io stavo con l’orecchio pizzato al suolo per sentire da dove arriva la fine del mondo ho incrociato i tuoi pensieri che provenivano dal tuo orecchio adagiato sul pavimento del tuo reparto allora ho pensato che devi assolutamente sentire cosa dice quest’uomo. Attacca il suo telefono a manovella al pc per farmi sentire la voce tradotta di Montagnier.

Non posso vederlo in faccia, quindi non vedo i sui capelli colorati di marrone biondo che un po’ gli fanno perdere la credibilità di scienziato premio Nobel, ma tant’è, l’ha già persa ormai, è bastata la papaya e l’acqua con la memoria, e poi c’avrà uno scienziato il diritto di farsi la tinta oppure no?, o valutiamo uno scienziato sulla base della tinta?, ma a questo punto pure Giuseppe Conte va be’ che non è uno scienziato perde credibilità, se ci basiamo sulla tinta, vero è che la tinta di Conte è più credibile della tinta di Montagnier che dice c’è stata una manipolazione su questo virus, così esordisce l’ottantottenne tinto ormai con un piede fuori dalla scienza, il piede fuori dalla scienza è il piede che ha calato nella fossa, cioè nel mondo dei morti, è per questo che Montagnier, come Tarro, non ha bisogno più di queste sciocchezze tipo le pubblicazioni o i numeri o l’h-index, perché chi è con un piede nel mondo dei morti non crede più né nelle pubblicazioni né nei numeri e l’unico libro che legge ormai è il Bardo Thödröl ovvero il Libro tibetano dei morti perché i morti sono superiori alle pubblicazioni scientifiche e ai numeri che le accompagnano, chi glielo ha detto a Montagnier?, glielo ha detto Cartesio, che dal mondo dei morti gli ha confessato: scherzai quattro secoli or sono, con questa cosa dei numeri, era tutto uno scherzo, e voi ancora ci state credendo. E’ vero, continua il francese, che questo virus deriva dal salto di specie, dal pipistrello, ok ok, ma ci hanno aggiunto un pezzo di sequenza genomica del virus dell’Hiv, il virus dell’AIDS per cui mi hanno dato il Nobel, il Nobel che non m’importa di averlo però è ancora mio, chi ce l’ha aggiunto questo pezzo di genoma? E che ne so. Biologi molecolari. Che minuziosamente, come fossero degli orologiai puntigliosi, hanno fatto questa chimera, perché questo è il coronavirus una chimera, avete presente uno scoiattolo con le zampe di leone? Ecco, una cosa del genere, un virus del raffreddore con l’artiglio dell’Hiv, perché? Chissà, magari volevano fare un vaccino contro l’AIDS, per cui hanno preso piccole sequenze di virus Hiv e le hanno installate nella sequenza genica più grande del coronavirus, dove una catena di RNA ha piccole sequenze di Hiv.

Ma le prove? Gli domandano, le prove? E lui (che con un piede nel mondo dei morti sa che non ha più bisogno di prove) mena il can per l’aia, un gruppo di ricercatori indiani aveva pubblicato le prove, ma gli hanno annullato la pubblicazione. Su 30.000 basi del coronavirus, 1.000 sono di Hiv. Un modo per modificare la sequenza del coronavirus, per farlo riconoscere come Hiv e dunque trovare il vaccino. Molti gruppi hanno fatto la stessa cosa, dice il Nobel quasi morto scomunicato dai colleghi vivi della scienza. Ma come ha fatto a uscire da un laboratorio? I virus a RNA hanno mutazioni continue. Cambiano continuamente. Sanno attraversare le porte, come i fantasmi. Non c’è mascherina o muro che tenga. Ma queste sequenze, alcuni dicono che sono troppo corte, e la sovrapposizione con il RNA dell’Hiv potrebbe essere casuale. Ma sono segmenti importanti, obietta il Nobel tinto come la morte, di quelli che portano informazioni genetiche. La versione della Cina è che viene dal mercato del pesce di Wuhan. E io dico che non è vero, ribatte il vecchio scienziato idolatrato dai complottisti e stimato da quelli che sono i morti. E la versione dell’OMS? Hanno tutti interesse a nascondere la verità, ma vogliamo raccontare chi è l’attuale capo dell’OMS? L’OMS, ora come ora, non mi pare più un organismo super partes, mi sa che non serve più a niente dire ogni volta l’ha detto l’OMS l’ha detto l’OMS, basta vedere come il capo dell’OMS, l’etiope Ghebreyesus si arruffiana col leader cinese Xi Jinping. A gennaio si è addirittura complimentato con la trasparenza del governo cinese, trasparenza! Ma ti rendi conto? Una beffa, per il povero Li Wenliang il medico morto di covid-19, minacciato di non parlare dell’epidemia, o per l’altro medica Ai Fen, che aveva accusato il regime cinese di censurare l’epidemia ritardando le misure, pure lei fatta sparire per settimane. Perché l’OMS non è super partes? Perché nel 2017 si giocò una guerra tra il candidato cinese (l’etiope Ghebreyesus, già legato a Pechino sin da quando era ministro della sanità per il governo etiope) contro il candidato americano. Vince l’etiope, e da allora è al servizio della Cina. Ciò per dire che ormai quel che consiglia l’OMS, a parte le cose ovvie ovvero che camminare è più sano che poltrire e abboffarsi, non è più oro colato. Potremmo pure aggiungere che l’OMS è pagato dal Bill Gates, anzi: è Bill Gates ma… non possiamo, perché se no gli anti-complottisti ridono di noi, e noi non vogliamo che gli anti-complottisti ridano perché ridere fa bene alla salute e gli faremmo solo un favore, un favore alla loro perfidia.

E l’omertà degli stati? In biologia molecolare si possono fare (è sempre Montagnier che parla), attualmente, tutte le costruzioni di virus che si vogliono. Gli USA sono al corrente, ma sono loro che hanno finanziato parte delle ricerche fatte nei laboratori di Wuhan, per cui non è più un affare solo cinese. La natura (è ancora il francese ottantottenne) non accetta qualsiasi cosa. Una costruzione artificiale, chimerica, ha poche possibilità di sopravvivere. La natura ama le cose armoniose. Questo è un virus Frankenstein, che non durerà a lungo. Negli USA ci sono altre mutazioni del coronavirus, sta cambiando il suo codice genetico, ci sono delle delezioni, il tratto che porta la sequenza di Hiv è quello che muta più velocemente degli altri, inevitabilmente andrà incontro a delezioni, un’apoptosi, una auto amputazione genica. Non trovate che sia meraviglioso ciò? Se il potere patogeno di questo virus è legato all’introduzione di queste sequenze Hiv nel coronavirus, e esse stanno staccandosi, non trovate che sia una bella speranza? Bisogna seguire il sequenziamento genetico, ci saranno sempre più virus mutanti inattivi, la gravità dell’infezione si attenuerà, si annullerà.

Ecco perché l’isolamento domestico non è un rimedio. Bravi gli svedesi. E non solo perché non si riprendono il mio Nobel. Che detto tra di noi, non mi potrebbe fregare una ceppa, del Nobel. Sa quando tra poco andrò di là, nel mondo dei morti, del Nobel quanto gliene potrà importare? Di una sola cosa gli potrà importare, ai morti: sei stato un bravo medico oppure no? Sa quanti sono i bravi medici da diecimila anni a questa parte? Una decina, Cristo, Semmelweis, Basaglia, mica sono tanti… i medici, quasi tutti, non sono mai eroi, sono sempre colpevoli… se vuoi essere innocente non devi fare il medico… va be’, per concludere, io credo che il virus si distruggerà da solo. Ma ripeto: è stato un errore etico associare il Covid all’Hiv. Non lo ammetteranno mai, ma è avvenuto questo.

*

La fattucchiera molisana mi dice ti sento scettico dottore, non t’ha convinto forse Montagnier? Mi meraviglia che nemmeno tu abbia capito che quello che ci ammazza non è il virus ma il terrorismo mediatico a cui siamo sottoposti. La paura di morire viene somatizzata dai polmoni. L’informazione, reiterata ossessivamente, si incista nell’inconscio e (un po’ come negli anni 90 avere il test Hiv positivo equivaleva a una sentenza di morte) oggi un tampone positivo al covid-19 (che non significa niente) su una persona asintomatica o con una piccola sintomatologia influenzale, mettiamo che è uno molto impressionabile, attiva il contrario dell’effetto placebo, l’effetto nocebo, tu mi insegni che esso atterrisce tutto l’organismo, che si predispone a morire. E’ su questo principio d’altronde che noi fattucchiere molisane tiriamo il malocchio ai malandanti, e funziona, quanto più il malandante è un tipo impressionabile, tanto più facilmente si ammala. Le difese immunitarie crollano, i polmoni collassano e trattengono liquidi (ecco la polmonite interstiziale). Ecco perché bisogna spegnere televisione e smart phone e non leggere nemmeno i giornali. Per fare il vuoto nella testa, eliminare questa reiterata informazione tossica, essa sì immunodepressiva. E trasgredire assolutamente (fai bene tu dottore a correre, mica sei fesso) il lockdown, in tutti i modi, uscire, prendere il sole, respirare aria pulita, fare esercizio fisico. Ciononostante, dottore, non basterà, perché prima o poi, tutti, compreso Bill Gates, dovremo pur morire.

*

Mi chiama Jack, il virologo dissenziente, il triste figuro, lo vogliono ricoverare. Per tutto il lockdown il servizio psichiatrico si era scordato di lui. E lui si era scordato di loro. Si erano reciprocamente scordati. E vivevano bene così. Finito il lockdown, superato il 4 maggio, i servizi si sono ricordati di fare l’appello dei pazienti in carico, dei collaborativi e dei riluttanti. Ce l’ho mi manca ce l’ho mi manca. Jack mancava all’appello. Pronto siamo la psichiatria, deve fare il depot. Non voglio fare il depot. Allora c’è il ricovero.

Dice mi stanno venendo a prendere. Prima che mi prendano per ricoverarmi mi ascolti. Un amico che non vuol rivelarsi ma che lei conosce molto bene (Cafiero jr) mi dice di raccontarle questa storia qua, lui non la chiama di persona perché si scoccia che lei poi nella chiamata telefonica che senz’altro scriverà lo faccia apparire come il paranoico complottista della situazione, mi dice pure di dirle che lo sa pure lui che il complottismo è un genere letterario che ora va per la maggiore, ma mi dice pure di dirle che questo genere letterario da due secoli almeno poi inevitabilmente ci prende, insomma la storia è questa poi veda un po’ lei, ne faccia l’uso che vuole, tuttavia mi domando perché lei senta il bisogno di questa penosa mise en abyme (per evocare Gide che lei immagino non abbia mai avuto il buon senso di leggere, vero?) per raccontare tutto quanto, seppur in pochi purtroppo, cominciano a pensare o pensano già da tempo. Non mi pare che qui siamo tutti paranoici o, almeno finora, non tutti (io sì ma molti altri no) abbiamo una cartella psichiatrica nel cassetto che comprovi ciò. È che qui ci facciamo delle domande, ci interroghiamo, cerchiamo di capire che dove ci sono in gioco montagne di soldi e interessi economici non può esserci imparzialità nel fare informazione, né tantomeno numeri statistici… Il grande sonno non è solo il titolo di un romanzo di Chandler ma è quello che quasi tutti gli italiani stanno vivendo adesso, obnubilati dalle onde elettromagnetiche delle paraboliche delle emittenti televisive.

Mi dispiace che quelli che non si adeguano o obbediscono vengano etichettati come paranoici, psichiatrici o compagni di merende dei terrapiattisti.
Fatto questo preambolo vengo al dunque.

Il mio amico dice che Trump sta facendo cose grosse, mai fatte da nessun presidente prima (forse iniziate da JFK). Da noi non ne parla nessuno. La situazione mondiale è questa. La divisione oggi non è più tra razze, non è più tra nazioni o stati, ma solo tra i due Cappelli, o se vogliamo tra due fronti massonici che si stanno facendo la guerra con la scusa di questo coronavirus a cui credono ormai solo gli allocchi. Tutte le notizie del mio amico sono direttamente consultabili, quindi prima di classificarle e bollarle nella categoria delle cospirazioni fantasiose, si tolga lo sfizio di leggere il New York Times, il Washington Post, il Wall Street Journal; oppure ascolti i tg americani più recenti, cosa verrà a sapere, anche lei per la prima volta visto che la stampa italiana è zitta e muta su questo fronte, verrà a sapere di arresti di medici dell’università di Harvard, perché? Per aver fatto sfuggire a settembre il virus da un laboratorio americano, virus che solo in un secondo momento per una serie intricatissima di fughe che non sto a dire anche perché non lo sa nessuno nemmeno il virus c’è da scommetterci che se lo ricorda, anche perché nel frattempo è mutato mille volte e come lei sa i virus non hanno memoria se no che virus sono? Insomma, il virus in un modo o nell’altro sarebbe arrivato a Wuhan. Charles Lieber, chimico di Harvard esperto di nanomateriali e sviluppo di applicazioni in medicina e biologia, è stato arrestato il 28 gennaio. L’accusa a Lieber è di aver ricevuto centinaia di migliaia di dollari dalla Wuhan University of Technology e accettato di gestire un laboratorio per essa.

Quindi ricapitoliamo: qui dottore ci sono due fronti massonici che si stanno contrapponendo e presto o tardi ci toccherà decidere con chi stare a meno che lei non voglia dimettersi dal suo inutile lavoro che è tutta una copertura lo sappiamo non abbocca più nessuno ormai di noialtri scrutatori di complotti, he he, a meno che dico lei non voglia dimettersi passare in clandestinità e organizzare la resistenza anarchica planetaria, voglio dire un terzo minuscolo ma significativo fronte, altrimenti dovrà scegliere se stare coi Cappelli Bianchi che rispondono al movimento conosciuto come Q, tra le cui fila troviamo Putin, Xi, Trump, il defunto Kennedy, suo nipote Robert Kennedy jr ma pure Bob Dylan e udisca udisca Giuseppe Conte l’avvocato de noartri, insieme a tanta altra bella gente. E questi pensi un po’ sarebbero i buoni, perché i cattivi sono la fronda nota come Cabala o Deep State di cui Shiva è stato uno dei pochi a parlare (ecco, si potrebbe mettere con Shiva a organizzare la resistenza, lui sarebbe la mente e lei il braccio, insieme sareste perfetti). Insomma, questa fazione, i cattivoni, sono inclini a fare cose molto molto brutte bruttissime che per telefono è meglio non dire dato che senz’altro il suo telefono da qualche tempo è sotto controllo io infatti non la chiamerò più qui al telefono dell’ospedale se lo tenga bene a mente.

Comunque i mammasantissima del deep state sono ovviamente i Rothschild, i Williamsburg, i Rockfeller, ma pure i Clinton, e i Bush ma perché no Obama, e ecco che arriviamo a Bill Gates e consorte che tanto hanno a cuore la vaccinazione planetaria e il loro minuscolo tatuaggio quantico, e gente celebre come Tom Hanks e cantanti per niente mistiche nonostante il nome come Madonna e mi fermo qui perché sento la sirena dell’ambulanza che sta per arrivare a prendermi e devo scappare dalla porta di servizio che dà sul parco dell’Insugherata. Questa è gente che controlla Hollywood e tutta la produzione filmica mondiale e tutte le televisioni del pianeta e tutta l’informazione, ecco perché pure in Italia non c’è Fazio non c’è Mentana non c’è fino all’ultimo giornalista del giornalino parrocchiale che si possa permettere anche solo di accennare a queste cose perché sarebbe sommerso dal coro: complottista! Ma oltre alla società dello spettacolo e dell’informazione fanno parte dei cattivoni pure le banche centrali che ricattano bellamente gli stati vedi FED e BCE, ma ecco che il nostro eroe Trump che ti fa? Nazionalizza la FED alcune settimane fa liberando gli americani dal cappio al collo di questi strozzini! Ma lo vede allora che ha ragione quel lacaniano con la tosse di Slavoj Žižek quando dice che il virus per eterogenesi dei fini ci regala un nuovo comunismo? E chi se lo poteva immaginare che Trump facesse scelte comuniste? E come mai secondo lei i nostri tg non riportano queste notizie? E come mai secondo lei i nostri tg non hanno parlato degli arresti che stanno avvenendo in America in merito all’affare coronavirus? Perché i tg appartengono al deep state! Ecco perché. E perciò ai tg non fanno piacere certi arresti. Perché secondo lei adesso fanno la nuova normativa anti fake news? Secondo lei le sue chiamate telefoniche su Carmilla contro informative e in odor di complottismo dureranno ancora a lungo? No. Appena sarà in vigore la normativa anti-fake lei sarà oscurato al pari dell’ultimo terrapiattista con un blog di quattro lettori.

La narrativa è questa: il deep state ha sguinzagliato il virus, scatenando una campagna terroristica sulle televisioni e sugli smart phone per mettere in ginocchio i servizi sanitari, chiudere le persone due mesi agli arresti, scioccarle insomma, se la ricorda la teoria di Noemi Klein sul dottor choc? Lo psichiatra che elettroscioccava i pazienti per un mese per poi ricostruirne la personalità? Ebbene è proprio ciò che è stato fatto su base planetaria, ci hanno fatto l’elettrochoc per due mesi, spaventati, tolto memoria delle libertà, di modo che dopo saremo cittadini mansueti e proni a ogni loro decisione, e quali saranno i prossimi atti? Ma la vaccinazione di massa, obbligare il pianeta a vaccinarsi per ridurre la demografia planetaria. Si ricorda il pallino di Malthus: e mica possiamo far accomodare tutta l’umanità alla mensa dei ricchi? No. Chi è ricco mangia chi è povero è giusto che crepi per fare spazio a una umanità ridotta all’essenziale, un’umanità dei migliori. Ma pensi, non piacerebbe anche a lei abitare un pianeta senza avere tra le palle un miliardo di indiani un miliardo di cinesi e africani e altri miserabili che credono in dei assurdi e nell’oltre vita? Bene, pensi allora uno ricco sfondato come Bill Gates quanto gli scoccia dividere il pianeta con lei con me con l’africano che si imbarca per affogare con il cinese che si mangia i cani con l’indiano che si inchina alle vacche col mussulmano che vela o infibula sua moglie eccetera, potrebbe abitare questo pianetino meraviglioso come duemila anni fa insieme solo agli eletti, a qualche milione di persone ben distribuite tra i continenti senza fare assembramento, senza folla, ah che spazio finalmente, la solitudine, la solitudine di dio, a questo aspirano. Ecco perché la demolizione demografica tramite vaccino è sempre stato un loro pallino. Per cui da una parte cattivoni con delirio di immortalità del deep state dall’altra i meno cattivoni ma comunque non proprio degli stinchi di santo dei cappelli bianchi, che da sessant’anni lottano per riprendere il potere che con la morte di JFK hanno perduto.

Questo per darle un assaggio ora infilo l’ultimo gettone per dirle addio, non so se sarò ancora in grado di telefonarle. Ci pensi. Si informi. Decida se appoggiare i cappelli bianchi oppure iniziare la resistenza anarchica planetaria. Cazzo stanno sfondando la porta. Scappo. Addio.


[Chiamate telefoniche precedenti]

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Crisi globale e geopolitica dei neopopulismi https://www.carmillaonline.com/2019/04/11/crisi-globale-e-geopolitica-dei-neopopulismi/ Wed, 10 Apr 2019 22:01:01 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51888 Raffaele Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo, Asterios, Trieste 2019, pp. 312, 25,00 euro

Il testo di Raffaele Sciortino appena pubblicato dall’editore Asterios, dedicato alle conseguenze politiche, economiche, sociali e geopolitiche che negli ultimi dieci anni sono derivate dal riesplodere della crisi economica generalizzata seguita alla cosiddetta crisi dei mutui subprime sviluppatasi a partire dagli Stati Uniti nel 2008, è veramente denso di informazioni e ricco di spunti di riflessione.

L’autore, dottore di ricerca in studi politici e relazioni internazionali, è un ricercatore indipendente che oltre ad aver pubblicato numerosi saggi e articoli, sia cartacei che on line, [...]]]> Raffaele Sciortino, I dieci anni che sconvolsero il mondo, Asterios, Trieste 2019, pp. 312, 25,00 euro

Il testo di Raffaele Sciortino appena pubblicato dall’editore Asterios, dedicato alle conseguenze politiche, economiche, sociali e geopolitiche che negli ultimi dieci anni sono derivate dal riesplodere della crisi economica generalizzata seguita alla cosiddetta crisi dei mutui subprime sviluppatasi a partire dagli Stati Uniti nel 2008, è veramente denso di informazioni e ricco di spunti di riflessione.

L’autore, dottore di ricerca in studi politici e relazioni internazionali, è un ricercatore indipendente che oltre ad aver pubblicato numerosi saggi e articoli, sia cartacei che on line, ha pubblicato precedentemente due testi per lo stesso editore oltre ad aver curato per le edizioni Colibrì, insieme ad Emiliana Armano, un testo di Loren Goldner sul lungo ’68, Revolution in our lifetime, recensito poco tempo fa proprio su Carmilla (qui)1.

Nel corso delle 300 e più pagine che compongono il testo l’autore non si accontenta di esaminare le cause della nuova Grande crisi e le sue conseguenze sull’ordine geopolitico, economico e finanziario internazionale ma anche, e forse soprattutto, gli smottamenti che essa ha suscitato all’interno del sistema socio-politico e di classe che, soprattutto in Occidente, si era andato apparentemente stabilizzando nel corso della seconda metà del ‘900. Oltre a ciò il testo si rivela estremamente stimolante nelle sue riflessioni sull’ascesa della Cina come potenza egemone e delle conseguenze che ciò ha comportato per le politiche commerciali e militari per gli Stati Uniti da Obama a Trump.

Anche in questo caso, però, l’autore non si accontenta di uno sguardo macroeconomico e geopolitico sui fatti trattati, ma collega questi allo sviluppo della lotta di classe sia nel paese asiatico che nel declinante occidente. Occidente in cui la rinascita dei populismi può portare con sé sia un semplice ritorno al nazionalismo di stampo fascista (sovranismo), sia ad imprevedibili ed inaspettati sviluppi per una futura affermazione di una società basata sulla comunità umana e sulla negazione dello sfruttamento generalizzato della specie, dell’ambiente e delle sue risorse a vantaggio di pochi singoli o di una singola classe.

Proprio per questo motivo abbiamo scelto di riportare qui alcuni estratti particolarmente interessanti tratti dalle conclusioni dell’autore (pp. 302-305). [S.M.]

Interviene qui il secondo grande fattore, la spinta dei neopopulismi come forma attuale della lotta di classe in Occidente. Se per il proletariato cinese e, a seguire, per quella parte delle masse espropriate del Sud del mondo costrette a migrare, la prospettiva pare ancora potersi porre nei termini di un miglioramento sociale pur in cambio di duri sacrifici – nell’Occidente in profonda crisi la questione va già oltre. Qui il declassamento e il depauperamento, seppur ancora relativi più che assoluti, alludono a un domani precarissimo in cui l’ascesa sociale è finita né è in vista un nuovo compromesso sociale. E’ la confusa percezione di ciò che sta oggi diventando esperienza di massa. E’ anche il segno della crisi definitiva – per molti difficile da accettare – del movimento operaio e della sinistra, dell’ipotesi di un compromesso riformista via via trasformatosi nella cetomedizzazione dell’operaio. […] Ciò spazza via ogni prospettiva di progresso, linfa vitale di ogni sinistra possibile. Rientrano in questo quadro lo scollamento vertiginoso delle masse ripetto alle cosiddette élite, la sfiducia montante veso ogni ceto politico, la diffidenza crescente verso il tradimento delle classi ricche che, sempre più isolate in mondi dorati, lasciano andare alla deriva il resto. Per ragioni evidenti, e discusse in questo lavoro, tutto ciò non può darsi all’immediato con la ripresa di una qualche prospettiva anticapitalista, ma deve attingere a confuse, contraddittorie, spurie idee e pratiche democratiche – solo, di un democraticismo plebeo tendente al sanculottismo, terrore di ogni liberale degno di questo nome – con le quali cercare di porre rimedio, con una rabbia sorda e spesso disperata, a quella che è oramai una vera e propria disconnessione tra la riproduzione sistemica capitalistica basata sul capitale fittizio e la riproduzione sociale e di una natura sempre più devastate. La mobilitazione dei gilets jaunes – per richiamare quella che si è rivelata finora in Occidente la più combattiva e significativa mobilitazione dalle caratteristiche neopopuliste – è eloquente al riguardo.

La complicazione è che non siamo alla ricomposizione di un nuovo soggetto sociale unitario e trainante, o ai primi confusi segnali di una ricomposizione a venire. Siano alla s/composizione definitiva del soggetto proletario già frantumato dai processi di ristrutturazione capitalistica seguiti al lungo Sessantotto, e atomizzato dalla successiva globalizzazione finanziaria. L’ambivalenza caratteristica dei neopopulismi dal basso sta così nel loro essere espressione d’istanze di classe, ma di una classe iperproletaria liquida, sciolta nella completa subordinazione al rapporto di capitale, di cui pure sente il peso sempre maggiore. L’umanità che rimane – comunque la si voglia definire – deve in qualche modo reagire, non può più vivere come prima, e in alcuni, ancora isolati, casi di mobilitazione che vanno oltre l’urna elettorale, inizia a non voler più vivere come prima. La direzione che assumono queste spinte è per un verso molto al di sotto di quanto abbiamo conosciuto in passato come antagonismo di classe. Potremmo anche tranquillamente dire: infinitamente al di sotto. Ma proprio perché, con un passaggio al limite, è il terreno stesso del confronto che si è dislocato in avanti: non più classe contro classe, già espressione del rapporto contraddittorio e però inscindibile tra capitale e lavoro per soluzioni di compromesso sul terreno comune dello sviluppo, ma in nuce ricerca a tentoni di soluzioni comuni per una comunità senza classi da costituire di fronte al disastro che avanza. Il terreno della contrapposizione è dunque potenzialmente molto più avanzato, più vicino ai nodi profondi della riproduzione di una società sottratta ai meccanismi della competizione e dell’isolamento atomizzante. […]

La dialettica reazione-progresso in Occidente si è definitivamente rotta, come quella ad essa sottesa lotte proletarie-sviluppo capitalistico.
Non siamo di fronte a spinte e tendenze contingenti. Di qui bisogna passare, piaccia o non piaccia. Cittadinismo e sovranismo sono le due matrici, per lo più intrecciate tra di loro, confluite finora nelle variegate spinte neopopuliste. Oggi si può avanzare l’ipotesi che un primo tempo di questa dinamica sta volgendo alla conclusione: da un alto la mobilitazione prevalentemente elettorale ha dato quello che poteva dare e formare nuovi, stabili blocchi sociali si rivela oltremodo difficile; dall’altro, la reazione dei poteri forti globalisti porta los contro sul terreno più duro, mentre la crisi va avanti e con essa le tensioni geopolitiche dentro l’Occidente e tra esso e il resto del mondo. Ci aspetta allora con ogni probabilità un secondo tempo, più declinato verso un nazionalismo più crudo con basi sociali anche proletarie, indice di un inasprimento sia dello scontro sociale interno ai paesi occidentali sia di quello esterno tra gli interessi divergenti dei diversi Stati. I segnali ci sono tutti. Del resto, si dimentica spesso e volentieri che la deriva nazionalista è sempre stata un rischio, e più che solo un rischio, interno allo stesso movimento operaio. Financo nelle forme democratiche del compromesso sociale salariale e welfaristico che, fino a prova contraria, hanno nazionalizzato le masse lavoratrici in un modo più stabile di quanto non avessero conseguito i fascismi. Oggi, siamo però in una fase diversissima: non è in gioco l’integrazione delle masse ma, causa la crisi della globalizzazione, la disintegrazione del tessuto sociale che le ha fin qui tenute avvinte al mercato relativamente regolato dei paesi imperialisti. Il punto è che questa deriva si pone, attenzione, sulla medesima direttrice della ripresa possibile di una più forte mobilitazione sociale, di una massificazione del disagio e della ricerca di vie d’uscita, dagli esiti apertissimi, con varchi che si apriranno anche per soluzioni oggi impensabili.

Siamo, cioè, in una situazione che, a voler scomodare paragoni storici, ricorda un po’ più la Prima Guerra Mondiale -tra conflitti inter-imperialistici, nazionalizzazione del proletariato e però anche possibilità rivoluzionarie – che non la Seconda, chiusa fin dall’inizio a ogni possibile ribaltamento dell’ordine capitalistico nonostante fosse il prodotto di una sua profondissima crisi.
Le forme concrete, politiche e geopolitiche, che questo processo assumerà sono tutte da vedere.


  1. R. Sciortino, Obama nella crisi globale (Asterios 2010) e Eurocrisi, Eurobond e lotta sul debito (Asterios 2011)  

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Il Venezuela dall’interno: sette chiavi di lettura per comprendere la crisi attuale https://www.carmillaonline.com/2017/05/23/venezuela-dallinterno-sette-chiavi-lettura-comprendere-la-crisi-attuale/ Mon, 22 May 2017 22:01:19 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=38257 Venezuela1

La situazione attuale che vive il Venezuela, come noto, è gravissima. Ma i termini della sua gravità non sono forse altrettanto noti, almeno rispetto a quello che propone la narrazione mainstream e alla confusione che regna a sinistra sui posizionamenti da prendere in proposito. Crediamo – e per questo lo abbiamo tradotto – che in questo testo del sociologo venezuelano Emiliano Terán Mantovani si possano trovare degli spunti per un’analisi più articolata, che sappia dare il giusto peso alle questioni realmente in campo, che sappia mettere in luce le differenze esistenti tra la sinistra di governo [...]]]> Venezuela1

La situazione attuale che vive il Venezuela, come noto, è gravissima. Ma i termini della sua gravità non sono forse altrettanto noti, almeno rispetto a quello che propone la narrazione mainstream e alla confusione che regna a sinistra sui posizionamenti da prendere in proposito. Crediamo – e per questo lo abbiamo tradotto – che in questo testo del sociologo venezuelano Emiliano Terán Mantovani si possano trovare degli spunti per un’analisi più articolata, che sappia dare il giusto peso alle questioni realmente in campo, che sappia mettere in luce le differenze esistenti tra la sinistra di governo e la destra di opposizione nel Paese, ma che abbia ben chiaro che compito della sinistra e dell’internazionalismo non è difendere o no a prescindere un governo, ma stare sempre, inequivocabilmente, a fianco de los de abajo.

Non crediamo che questo articolo dia delle soluzioni politiche (come potrebbe?) alla crisi venezuelana e delle parole definitive sullo scontro in atto, ma sicuramente propone delle ottime chiavi interpretative. Uscito su alainet.org e ripreso dal giornale messicano Desinformemonos alla fine di aprile, non può dare conto di tutti gli eventi recenti in continua e rapida evoluzione. Primo tra tutti, la decisione del presidente Maduro di indire le elezioni per un’assemblea costituente, che dia rappresentatività non tanto alla “cittadinanza” indefinita come da matrice liberale, ma ai collettivi organizzati, ai sindacati, alle cooperative e alle associazioni di categoria. Mossa che era da tempo nel programma della Rivoluzione Bolivariana, ma che è stata a lungo subordinata alla pratica del governo dall’alto, alle logiche della rendita petrolifera, alle istanze della nuova élite burocratica e all’alleanza con l’esercito. Mossa disperata, forse poco credibile, e che arriva in un momento in cui il chavismo ha perso buona parte del suo consenso sociale, ma a cui bisogna dare atto di marcare una discontinuità nella strategia di resistenza di Maduro.

Non c’è dubbio però che un’iniziativa di questo genere potrà imprimere una soluzione positiva allo scontro in atto solo se accompagnata dalla crescita di un movimento popolare autonomo, tanto dal governo, come dalle manipolazioni dell’opposizione. Buona lettura. [Perez Gallo e Simone Scaffidi]


Il Venezuela dall’interno: sette chiavi di lettura per comprendere la crisi attuale

di Emiliano Terán Mantovani

Caracas, aprile 2017

Non è possibile comprendere l’attuale crisi in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”, e che non vengono spiegate nel complesso dai principali mezzi di comunicazione. Abbiamo individuato sette chiavi di lettura della crisi attuale che mostrano come non sia possibile comprendere quello che sta accadendo in Venezuela senza prendere in considerazione l’intervento straniero e che il concetto di “dittatura” non spiega né il caso venezuelano, né può considerarsi una specificità regionale di questo paese. Constatiamo a sua volta che il contratto sociale, le istituzioni e i principi dell’economia formale si stanno disfacendo, e che il futuro e le linee politiche nel contesto attuale si stanno definendo attraverso la via della forza e una buona dose di meccanismi informali, eccezionali e sotterranei. Sosteniamo che l’orizzonte condiviso dei due blocchi dei partiti che rappresentano il potere è neoliberale, che siamo di fronte a una crisi storica del capitalismo venezuelano della rendita e che le comunità, le organizzazioni popolari e i movimenti sociali si trovano di fronte a un progressivo annullamento del tessuto sociale.

L’immagine del Venezuela dipinta dai grandi mezzi di comunicazione internazionali di tutto il mondo è senza dubbio un’immagine che esula dall’ordinario. Non ci sono dubbi che ci sia troppa confusione a riguardo, troppo manicheismo, troppi slogan, troppe manipolazioni e omissioni.

Ma al di là delle versioni instupidite della neolingua mediatica che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “crisi umanitaria”, “dittatura” o “prigionieri politici”, e della narrativa eroica del Venezuela del “socialismo” e della “rivoluzione” che interpreta tutto quello che sta succedendo nel Paese come “guerra economica” o “attacco dell’imperialismo”, ci sono molte tematiche, soggetti e processi resi invisibili, che agiscono più in profondità e che costituiscono l’essenza dello scenario politico nazionale. Non è possibile comprendere la crisi attuale in Venezuela senza analizzare nel loro insieme le cause che si sviluppano “dall’interno”.

Il criterio di azione e interpretazione fondato sulla logica “amico-nemico” risponde più a una disputa tra le élite dei partiti politici e dei gruppi economici che agli interessi fondamentali delle classi lavoratrici e alla difesa dei beni comuni. È necessario scommettere su sguardi complessi che analizzino il processo di crisi e il conflitto nazionale, e che contribuiscano a tracciare le coordinate per affrontare e immergersi nella congiuntura attuale.

Presentiamo di seguito sette chiavi di lettura per comprendere tale contesto, analizzando non solo la disputa tra governo e opposizione, ma anche i processi che si stanno sviluppando nelle istituzioni politiche, nel tessuto sociale, nelle trame economiche, tenendo in considerazione le complessità del neoliberismo e dei regimi di governo nel Paese.

BruciatoVivo

Un giovane venditore di uova, scambiato per chavista, cosparso di benzina e dato alle fiamme dai “pacifici” oppositori (20 maggio 2017)

I. Non è possibile comprendere quello che succede in Venezuela senza prendere in considerazione l’intervento straniero

Il ricco e ampio insieme di ciò che chiamiamo “risorse naturali” del Paese; la posizione geo-strategica; l’iniziale sfida alle politiche del Consenso di Washington; l’influenza in merito all’integrazione regionale dei Paesi latinoamericani; così come le alleanze con la Cina, la Russia o l’Iran; attribuiscono al Venezuela una notevole importanza in termini geopolitici. Tuttavia, ci sono settori intellettuali e dell’informazione che cercano continuamente di nascondere le fluide dinamiche internazionali che incidono e determinano il divenire politico del Paese, tra le quali si distinguono la costante azione d’intervento del Governo e i diversi poteri de facto degli Stati Uniti.

A questo proposito tali settori s’incaricano dunque di ridicolizzare la critica all’imperialismo e presentano il Governo Nazionale come l’unico attore di potere in gioco in Venezuela, e per questo unico apparato al quale rivolgere qualsiasi interpellanza politica.

Nondimeno, dall’instaurazione della Rivoluzione Bolivariana è cresciuta l’intensità dell’interventismo statunitense in Venezuela, che si è rafforzato ed è divenuto più aggressivo all’indomani della morte del presidente Chávez (2013), del declino del ciclo progressista e della restaurazione conservatrice in America Latina. Vale la pena ricordare l’Ordine Esecutivo firmato da Barack Obama nel marzo del 2015 nel quale si dichiarava che il Venezuela veniva considerato una minaccia inconsueta e straordinaria per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti – “an unusual and extraordinary threat to the national security and foreign policy of the United States”[1]. Sappiamo già cosa è accaduto ai paesi che sono stati catalogati in questa maniera dalla potenza del nord.

Attualmente, oltre alle dichiarazioni minacciose del capo del Comando Sud degli Stati Uniti, l’ammiraglio Kurt W. Tidd (6 aprile 2017), che ha affermato che la “crisi umanitaria” in Venezuela potrebbe obbligare a portare avanti una risposta regionale – “The growing humanitarian crisis in Venezuela could eventually compel a regional response’[2] –, e di fronte all’evidenza dell’aggressività della politica estera di Donal Trump con il recente bombardamento della Siria, il Segretario Generale della Organizzazione degli Stati Americani (OEA), Luis Almargo, ha manifestato, insieme ad altri paesi della regione, la volontà di applicare la Carta Democratica per avviare un processo di “ritorno alla democrazia” nel Paese.

Gli ideologi e gli operatori mediatici della restaurazione conservatrice nella regione si mostrano molto preoccupati per la situazione relativa ai Diritti Umani in Venezuela, però nelle loro analisi non riescono a spiegare perché, stranamente, non si stia facendo nessuno sforzo sovranazionale dello stesso tipo per contrastare la spaventosa crisi dei Diritti Umani in paesi come il Messico e la Colombia. A questo proposito, sembra che l’indignazione morale sia relativa e che preferiscano stare in silenzio.

Sia dunque per ragioni di premeditazione politica o di ingenuità analitica, questi settori spoliticizzano il ruolo degli organismi sovranazionali ignorando le relazioni di potere geopolitiche che li costituiscono e che sono parte della loro propria natura. Da una parte si assiste a una lettura paranoica di tutte le operazioni promosse da questi organismi globali, dall’altra, molto diversa, c’è un’interpretazione meramente procedurale della loro azione, che ignora i meccanismi di dominazione internazionale, nonché il controllo dei mercati e delle risorse naturali regolate attraverso tali istituzioni di governance globale e regionale.

C’è ancora una cosa importante da aggiungere. Se parliamo di interventismo, non possiamo solo parlare degli Stati Uniti. In Venezuela sono presenti crescenti forme di interventismo cinese per quanto riguarda la politica e le misure economiche che si sono andate prendendo, ciò porta a una perdita di sovranità, a un incremento della dipendenza nei confronti della potenza asiatica e a processi di flessibilizzazione economica.

Una parte della sinistra ha preferito stare in silenzio di fronte a queste dinamiche, visto che sembra che l’unico intervento che valga la pena segnalare è quello statunitense. Entrambe le vie di ingerenza straniera però si stanno sviluppando per favorire l’accumulazione capitalista transnazionale e l’appropriazione di “risorse naturali”, e non hanno nulla a che vedere con le rivendicazioni popolari.

Venezuela3

II. Il concetto di “dittatura” non spiega il caso venezuelano

Praticamente dall’inizio della Rivoluzione Bolivariana si è accusato il Venezuela di essere una “dittatura”. Questo concetto continua a essere oggetto di ampio dibattito nella teoria politica, in relazione al fatto che, soprattutto in quest’epoca globalizzata, è stato messo in discussione dalle trasformazioni e dalla complessità raggiunta dai regimi e dagli esercizi di potere contemporanei. Per questa ragione la sua definizione è ricca di omissioni e imprecisioni.

La dittatura normalmente è associata a regimi politici o forme di governo nei quali tutto il potere è concentrato, senza limitazioni, in una sola persona o in un suo gruppo di riferimento; c’è un assenza nella divisione dei poteri; un’assenza di libertà individuali, di libertà nei partiti, di libertà d’espressione; e inoltre in più occasioni il concetto è stato definito in maniera confusa come “il contrario della democrazia”.

Il termine “dittatura” in Venezuela è stato inoltre utilizzato e massificato nel gergo mediatico in maniera abbastanza superficiale, viscerale e in una forma moralizzate, definendolo praticamente come una sorta di specificità venezuelana, e distinguendo così gli altri paesi della regione, dove in teoria sarebbero presenti regimi “democratici”.

La questione è che in questo momento difficilmente possiamo affermare che in Venezuela tutto il potere sia concentrato senza limitazioni nelle mani di una sola persona o di un gruppo ad essa legata, e questo perché nel Paese agisce sì una mappa di attori, certo molto gerarchizzata, e anche frammentata e volatile – soprattutto dopo la morte del presidente Chávez –, ma continuano a esistere differenti blocchi di potere che possono allearsi o stare l’uno contro l’altro e che contribuiscono a far vacillare la dicotomia governo-opposizione.

Nonostante esista un governo con una componente militare importante, con crescenti espressioni di autoritarismo e con una considerevole capacità di centralizzazione, lo scenario risulta decisamente movimentato. Non c’è una dominazione totale dall’alto verso il basso e tra i gruppi di potere in disputa c’è un certo equilibrio. Detto ciò, il conflitto potrebbe andare fuori controllo, rendendo ancora più caotica la situazione.

Il fatto che l’opposizione venezuelana controlli la Assemblea Nazionale, guadagnata con forza attraverso la via elettorale, dimostra inoltre che prima di una mera assenza della divisione dei poteri, siamo di fronte a una disputa tra loro, che fino ad ora è stata favorevole alla combinazione Esecutivo-Giudiziario.

Prima poi di parlare di un regime politico omogeneo, bisogna considerare la presenza di una vasta rete di forze in conflitto. La metastasi della corruzione contribuisce a decentralizzare ancora di più l’esercizio del potere, o meglio, rende ancora più complicato da parte del potere costituito centralizzare il potere.

Ciò che invece ha a che vedere con l’antico concetto romano di dittatura è che in questo contesto il Governo nazionale sta governando per mezzo di decreti e misure speciali all’insegna di un dichiarato “stato di eccezione”, ufficializzato all’inizio del 2016. In nome della lotta contro la guerra economica, l’incremento della delinquenza, del paramilitarismo e l’avanzata sovversiva dell’opposizione, numerose mediazioni istituzionali e processi democratici sono stati messi da parte. Si distaccano per la loro gravità le politiche securitarie come la Operación de Liberación del Pueblo (OLP), ovvero interventi che prevedono l’impiego diretto dei corpi di sicurezza dello Stato in differenti territori del Paese (nelle zone rurali, urbane e nei quartieri periferici) per “combattere la malavita”, e che normalmente commettono un considerevole e irritante numero di omicidi; il blocco del referendum per la revoca presidenziale; la sospensione delle elezioni governative del 2016 senza tuttavia aver chiarito quando si realizzeranno in futuro; l’aumento della repressione e degli eccessi della polizia di fronte al malcontento sociale prodotto dalla situazione del Paese; e l’incremento dei processi di militarizzazione, in particolare nelle zone di frontiera e nelle aree dichiarate “risorse naturali strategiche”.

Questa è la mappa politica che, insieme alle diverse forme di intervento straniero, configura lo scenario della guerra a bassa intensità che attraversa praticamente ogni ambito della vita quotidiana dei venezuelani. Ed è questo il contesto nel quale le libertà individuali, l’opposizione e la pluralità dei partiti, la convocazione e la realizzazione di manifestazioni, e le espressioni di dissenso e critica attraverso i media, prendono forma in quella che chiamiamo democrazia in Venezuela.

Disculpe, solo tres paquete de papel por persona

Disculpe, solo tres paquete de papel por persona

III. In Venezuela il contratto sociale, le istituzioni e i principi dell’economia formale si stanno disfacendo

Se c’è qualcosa che potrebbe considerarsi una specificità del caso venezuelano è che il contesto socio-politico attuale è lacerato, profondamente corrotto e decisamente confuso. Abbiamo sostenuto che nel Paese siamo di fronte a una delle crisi istituzionali più dure di tutta l’America Latina [3], riferendoci così all’insieme delle istituzioni giuridiche, sociali, economiche e politiche che tra le altre contribuiscono a definire la Repubblica venezuelana.

La crisi storica del modello di accumulazione della rendita del petrolio, le metastasi della corruzione nel Paese, le aspre vulnerabilità del tessuto sociale a partire dal “periodo neoliberale” e in particolare dal 2013, e la intensità degli attacchi e degli scontri politici, hanno fatto cadere nel loro insieme le istanze delle istituzioni formali di tutti gli ambiti della società, canalizzando buona parte delle dinamiche sociali sulla via di meccanismi informali, sotterranei e illegali.

In ambito economico, la corruzione si è trasformata in un meccanismo trasversale, motore della distribuzione della rendita del petrolio, concentrando enormi somme di denaro e mettendole a disposizione della discrezionalità di pochi, e svuotando così le basi dell’economia formale della rendita. Questo è accaduto in maniera determinante con PDVSA[4], la principale industria del Paese, così come con fondi strategici come il Fondo Cinese-Venezuelano e con numerose imprese nazionalizzate.

Il collasso dell’economia formale ha fatto sì che in pratica l’informalità diventasse uno dei motori di tutta l’economia nazionale. Le fonti di opportunità sociale, sia in termini di ascensione sociale che di possibilità di maggiori introiti, si trovano spesso attraverso quello che viene chiamato il “bachaqueo” dei prodotti alimentari (il commercio illegale, ad altissimo prezzo, diretto al mercato nero) [5] o attraverso altre forme di commercio nei differenti mercati paralleli: di denaro, di medicine, di benzina, ecc.

In ambito politico-giuridico, lo stato di diritto non è riconosciuto e rispettato dai principali attori politici, che non solo si disconoscono mutuamente ma ricorrono ad azioni politiche estreme, disposti a tutto per vincere l’uno sull’altro. Il Governo nazionale affronta quella che considera le “forze nemiche” con misure d’eccezione e sensazionalismo, mentre i gruppi più reazionari dell’opposizione effettuano violente azioni di vandalismo, scontro e assalto ccontro le infrastrutture. In questo scenario lo stato di diritto è venuto meno in maniera considerevole, rendendo più vulnerabile la popolazione venezuelana.

Ogni giorno che passa regna una maggiore impunità, che si è diffusa a tutti i settori della popolazione. Ciò fa sì che la corruzione attecchisca ancor di più, sembrando inarrestabile, e che la popolazione come conseguenza non si aspetti più nulla dal sistema di giustizia e tenda sempre più a esercitare giustizia con le proprie mani.

Il collasso del contatto sociale fa crescere nella popolazione tendenze del tipo “si salvi chi può”. C’è poi da considerare che la frammentazione del potere ha contribuito al generarsi, al crescere e al potenziarsi di diversi poteri territoriali, come ad esempio i “sindicatos mineros”, che controllano con le armi le miniere d’oro dello Stato di Bolívar, o come le bande criminali che dominano intere aree di Caracas come El Cementerio o La Cota 905[6].

Il contesto descritto dimostra, niente più e niente meno, che il futuro e le definizioni politiche dell’attuale situazione del Paese stanno definendosi in grande misura attraverso la via della forza.

IV. La crisi di lungo periodo del capitalismo venezuelano della rendita (1983-2017)

Il drastico calo dei prezzi internazionali del greggio è stato determinante nello sviluppo della crisi venezuelana, ma non è l’unico fattore che spiega tale processo. Dagli anni ’80 ci sono stati crescenti sintomi di affaticamento del modello di accumulazione basato sull’estrattivismo petrolifero e sulla distribuzione della rendita che questo estrattivismo genera. La fase attuale di caos dell’economia nazionale (dal 2013 ad oggi) è anche il prodotto del contesto economico degli ultimi 30 anni nel Paese. Perché?

Varie ragioni lo spiegano. Circa il 60% del petrolio venezuelano è pesante o extra-pesante. Si tratta del tipo di greggio economicamente più costoso e che richiede il maggior uso di energia e l’utilizzo di lavorazioni addizionali per poter essere commercializzabile. La redditività del principale business del Paese dunque è in costante calo rispetto al passato, quando prevalevano tipi di petrolio più convenzionali. Tutto ciò avviene mentre allo stesso tempo il modello esige sempre più guadagni legati alla rendita e una quantità sempre maggiore di investimenti sociali, non solo per venire incontro alle esigenze crescenti di una popolazione che continua ad aumentare.

La iper-concentrazione della popolazione nelle città (più del 90%) favorisce l’uso della rendita orientato fondamentalmente al consumo (di beni importati) e molto poco alla produzione. Le epoche di prosperità promuovono il rafforzamento del settore estrattivo (primario) – si tratta degli effetti di quella che viene chiamata la “Malattia Olandese” – e ciò a sua volta rende ulteriormente vulnerabili i già deboli settori produttivi. Così che, quando l’epoca d’oro finisce (come avvenne a fine anni ’70 e recentemente dal 2014), l’economia si ritrova ancora più dipendente e più debole di fronte a una nuova crisi.

Anche la corruzione socio-politica del sistema rende possibili fughe e decentralizzazioni fraudolente della rendita, il che impedisce lo sviluppo di politiche coerenti di redistribuzione per attenuare la crisi.

Infine, anche la crescente volatilità dei prezzi internazionali del greggio, così come i cambiamenti negli equilibri di potere globali intorno al petrolio (come la progressiva perdita di influenza della OPEC), hanno importanti conseguenze sull’economia nazionale.

Mentre si susseguono tutte queste oscillazioni economiche nel Paese, le risorse ecologiche continuano a erodersi ed esaurirsi, il che minaccia i mezzi di sussistenza di milioni di venezuelani per il presente e per il futuro.

L’attuale soluzione che porta avanti il governo nazionale è stata incrementare notevolmente l’indebitamento esterno, distribuire la rendita in maniera più regressiva per la popolazione, espandere l’estrattivismo e favorire il capitale transnazionale.

Insomma, qualunque sia l’élite che governerà nei prossimi anni, dovrà affrontare, che lo voglia o no, i limiti storici a cui ha portato il vecchio modello di rendita petrolifera. Non basterà solo sperare in un colpo di fortuna affinché i prezzi del petrolio crescano. Stanno arrivando cambiamenti decisivi e si dovrà essere pronti ad affrontarli.

PDVSA es de todos...!

PDVSA es de todos…!

V. Socialismo? In Venezuela si sta portando avanti un processo di progressivo aggiustamento strutturale e flessibilizzazione economica

Nel Paese si sta sviluppando un processo di aggiustamento strutturale e settorializzato dell’economia, flessibilizzando le regolazioni e le restrizioni al capitale che erano state imposte in precedenza, e smantellando poco alla volta gli avanzamenti sociali raggiunti negli anni scorsi dalla Rivoluzione Bolivariana. Questi cambiamenti vengono nascosti dietro le parole Socialismo e Rivoluzione, sebbene rappresentino politiche ogni volta più osteggiate dalla popolazione.

In particolare parliamo di politiche come la creazione delle Zone Economiche Speciali, che rappresentano liberalizzazioni integrali di parte del territorio nazionale, uno strumento che consegna la sovranità ai capitali stranieri che in questo modo otterranno l’amministrazione praticamente senza limiti di queste regioni. Si tratta di una delle misure neoliberali già presenti nell’Agenda Venezuelana realizzata negli anni ’90 dal governo di Rafael Caldera e dettata dal Fondo Monetario Internazionale.

Allo stesso tempo, si portano avanti poco a poco politiche come la flessibilizzazione della Fascia Petrolifera dell’Orinoco, decisa con le corporazioni straniere; la liberalizzazione dei prezzi di alcuni prodotti di prima necessità; la crescente emissione di titoli di Stato; la svalutazione della moneta, che crea un tipo di cambio fluttuante (Simadi); l’accettazione che alcune transazioni commerciali si facciano direttamente in dollari, per esempio nel settore turistico; o il fedele pagamento del debito pubblico e dei relativi interessi, la qual cosa implica necessariamente un taglio alle importazioni con conseguenze problematiche in termini di scarsità di beni di prima necessità.

Allo stesso tempo vengono portate avanti un aumento e una flessibilizzazione dell’estrattivismo verso nuove frontiere, tra cui emerge per importanza la mega-opera dell’Arco Minerario dell’Orinoco, un progetto senza precedenti per grandezza che ha come obiettivo installare mega-miniere in un territorio di 111.800 km2 di estensione, minacciando fonti di vita indispensabili per i venezuelani, in particolare per i popoli indigeni. Questi progetti porteranno tra le altre cose a vincolare il Paese per moltissimo tempo ancora agli schemi di dipendenza che produce l’estrattivismo[7].

Tali riforme, va detto, si combinano con il mantenimento di alcune politiche di assistenza sociale, con i continui aumenti dei salari nominali, con alcune concessioni alle richieste delle organizzazioni popolari e con l’uso di una narrativa rivoluzionaria e antimperialista. Il che, ovviamente, ha come principale obiettivo il mantenimento del residuo appoggio elettorale.

Siamo in presenza di quello che definiamo “neoliberalismo mutante”, nella misura in cui si combinano con meccanismi di intervento statale e di assistenza sociale diverse forme di mercantilizzazione, finanziarizzazione e deregolamentazione.

Parte della sinistra si è particolarmente battuta per evitare l’arrivo al potere di governi conservatori e per sottrarsi in questo modo a un “ritorno al neoliberalismo”. Dimenticandosi però di menzionare il fatto che anche i governi progressisti hanno portato avanti misure selettive, variabili e ibride di tipo neoliberale, con gravi conseguenze per il popolo e per l’ambiente[8].

VI. L’alternativa? Il progetto dei partiti della “Mesa de la Unidad Democrática” (MUD) è neoliberista

La coalizione di destra MUD (Mesa de la Unidad Democrática) è il blocco predominante dell’opposizione partitica al governo nazionale, sebbene sia recentemente nata e cresciuta un’opposizione di sinistra, che probabilmente continuerà a crescere. Questa sinistra critica, o per lo meno la più coerente, non si identifica con la MUD e di conseguenza non agisce politicamente al suo fianco.

La MUD non è un blocco omogeneo, esistono settori che vanno da influenti gruppi radicali di estrema destra – che potremmo chiamare “uribisti” (in quanto vicini all’ex presidente colombiano Álvaro Uribe Vélez, ndt) – fino ad alcuni settori di conservatorismo moderato e di liberalismo elitista con tendenze redistributive. Questi gruppi hanno tra loro una relazione conflittuale che a volte sfocia in scontri e arroganze reciproche.

Nonostante le loro differenze, tuttavia, i diversi gruppi della MUD sono uniti da almeno tre fattori fondamentali: la matrice ideologica, le basi del programma economico e un’agenda reazionaria di fronte al governo nazionale e a qualunque possibilità di trasformazione in senso popolare ed emancipatore. Ci riferiamo ora alle prime due.

La loro matrice ideologica è profondamente determinata dalla teoria neoclassica e dal liberalismo conservatore, con elogi ossessivi alla proprietà privata e alle libertà individuali e d’impresa, e l’idea della fine dell’“ideologizzazione” statale.

Questi elementi ideologici sono più chiari nel programma della coalizione che nei suoi discorsi mediatici, dove la retorica è semplicista, superficiale e piena di slogan. La sintesi più articolata del loro modello economico si trova nei “Lineamenti per il Programma di Governo di Unità Nazionale (2013-2019)”[9]. Si tratta di una versione più ortodossamente neoliberista dell’estrattivismo petrolifero, rispetto a quella portata avanti dal governo venezuelano.

Risalta il fatto che, a dispetto delle loro retoriche sul “cambiamento” e sulla “Venezuela produttiva”, la loro proposta prevede di aumentare l’estrazione di petrolio in Venezuela fino a 6 milioni di barili al giorno, ponendo enfasi nell’aumento delle quote della Fascia Petrolifera dell’Orinoco. Sebbene si accusino a vicenda e si azzuffino, e a dispetto di quello che dichiarano pubblicamente, le proposte petrolifere di Henrique Capriles Radonski (“Petrolio per il tuo Progresso”)[10] e Leopoldo López (“Petrolio nel Venezuela Migliore”[11]) sono gemelle, e sono fondamentalmente in linea con il “Piano della Patria 2013-2019”, del governo nazionale. Il cambiamento annunciato non è niente più che un’ulteriore vincolo all’estrattivismo, un aumento della rendita e dello “sviluppismo”, con tutte le conseguenze economiche e di impatto socio-ambientale che tale modello porta con sé.

Venezuela4

VII. La frammentazione del “popolo” e il progressivo sfaldamento del tessuto sociale

In tutti questi processi di guerra a bassa intensità e caos sistemico, il soggetto più colpito è il popolo lavoratore. La potente coesione socio-politica che si realizzò nei primi anni della Rivoluzione Bolivariana ha sofferto non solo un logoramento ma una vera e propria disarticolazione. E le conseguenze si sono spinte fino al midollo del tessuto comunitario del Paese: la precarietà nel soddisfare le necessità più immediate della vita quotidiana; gli incentivi al risolvere individualmente e in maniera competitiva i problemi socio-economici della popolazione; la metastasi della corruzione; la canalizzazione dei conflitti sociali per la via della forza; la perdita di referenti etico-politici e il logoramento della popolazione dovuto al discredito dei partiti; l’aggressione diretta alle esperienze comunitarie più forti e importanti e ai leader comunitari da parte dei vari attori politici e territoriali. Tutto ciò fa parte di questo processo di messa in crisi del tessuto sociale che punta a minare i veri pilastri di qualunque possibile cammino di trasformazione popolare-emancipatrice o le stesse capacità di resistenza della popolazione di fronte all’avanzamento delle forze regressive nel Paese.

Nel mentre, varie organizzazioni popolari di base e movimenti sociali in tutto il Paese insistono nel costruire un’alternativa che provenga dai territori. Il tempo dirà quale sarà la loro capacità di resistenza, di adattamento e soprattutto la loro capacità di organizzarsi collettivamente e unitariamente e di indirizzare con maggior forza il processo politico nazionale.

Se c’è una solidarietà irrinunciabile che dovrebbero mettere in campo le sinistre in America Latina e nel mondo, deve essere verso questo popolo in lotta, che storicamente ha portato sulle proprie spalle il peso maggiore dello sfruttamento e dei costi della crisi. Questo popolo che con frequenza si è ripreso le strade facendo in modo che le proprie richieste venissero ascoltate ed esaudite. Questo popolo che oggi si trova di fronte ai complicati dilemmi propri di questi tempi di riflusso e regressione. Questo dovrebbe essere il vero punto d’onore delle sinistre. Il costo di voltare le spalle a queste contro-egemonie popolari in nome di una strategia di conservazione del potere potrebbe essere molto alto.

Texto publicado originalmente en Alainet.org 

Emiliano Terán Mantovani è un sociologo venezuelano, si occupa di ecologia politica ed è ricercatore in scienze sociale.

(Questo articolo tradotto in italiano esce in contemporanea su CarmillaOnLine, Zapruder e Lamericalatina.net)

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Hard working men: alle radici del fascismo di Trump (e non solo) https://www.carmillaonline.com/2017/02/21/hard-working-men-alle-radici-del-fascismo-trump-non-solo/ Mon, 20 Feb 2017 23:01:53 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36493 di Sandro Moiso

Donald Trump A When I was a schoolboy/ Teachers said study as hard as you can/ It didn’t make no difference/ I’m just a hard workin’ driver man ( Hard Workin’ Man, Captain Beefheart 1977)

Nel recente editoriale di un quotidiano nazionale, a proposito dell’allarmismo sollevato dal successo di Donald Trump e dalla possibile affermazione di forze populiste e /o di destra e nazionaliste nelle prossime elezioni europee, è stato affermato che le élite, ancora stordite da un evento inesplicabile e traumatizzante, sperano “che una gaffe, un passo falso, una dichiarazione sbagliata, un incidente di percorso, un’inchiesta [...]]]> di Sandro Moiso

Donald Trump A When I was a schoolboy/ Teachers said study as hard as you can/ It didn’t make no difference/ I’m just a hard workin’ driver man ( Hard Workin’ Man, Captain Beefheart 1977)

Nel recente editoriale di un quotidiano nazionale, a proposito dell’allarmismo sollevato dal successo di Donald Trump e dalla possibile affermazione di forze populiste e /o di destra e nazionaliste nelle prossime elezioni europee, è stato affermato che le élite, ancora stordite da un evento inesplicabile e traumatizzante, sperano “che una gaffe, un passo falso, una dichiarazione sbagliata, un incidente di percorso, un’inchiesta giudiziaria, un’esagerazione smodata, un comportamento censurabile, un tweet deplorevole, uno strafalcione possano minare il consenso da loro accumulato […] E non riescono, proprio non riescono con tutta la buona volontà, a capire qual è il rapporto di identificazione emotiva tra questi alieni e il popolo che si entusiasma per loro”.1

E’ un tema che Alessandra Daniele ha già affrontato con ben altra verve qui su Carmilla, ma le parole dell’editorialista del quotidiano milanese possono servire da spunto per una riflessione sulle modalità con cui, a livello internazionale, la classe dirigente affronta il problema dello s/mascheramento dei suoi obiettivi. Donald Trump appare infatti fin troppo esplicito nelle sue affermazioni mentre il suo programma si riduce a pochi, fondamentali obiettivi: protezionismo e barriere non solo commerciali (con tutto il corollario di esclusioni anche razziali che da ciò derivano), guerra commerciale (prima) e guerreggiata (poi) ai principali competitori (Cina ed Europa germanica)2 anche se non è possibile escludere con sicurezza qualsiasi altra alternativa di carattere militare, salvaguardia dei posti di lavoro e in particolare dei manufatti americani. A farne le spese sono già stati intanto TTP e WTO,3 ovvero due capisaldi della cosiddetta globalizzazione, oltre che tutta la diplomazia americana degli ultimi quarant’anni.4

der spiegel trump 1 Nei punti qui sinteticamente esposti sembra infatti essere messa in evidenza una politica piuttosto aggressiva sia dal punto di vista economico che geopolitico e militare. Se, nella narrazione del nuovo inquilino della Casa Bianca, l’America di Obama e dei precedenti governi ha perso quella che già in altri interventi su Carmilla è stata definita Terza guerra mondiale per la ripartizione delle rovine lasciate dal crollo dell’Urss e delle risorse petrolifere mediorientali fin dalla prima guerra del Golfo, Trump ha l’obiettivo di vincere, e per tale motivo impostarne regole ed indirizzi, la Quarta. Che non sarà più combattuta per interposte persone o alleanze e in cui the Land of the Free non dovrà più fingere di combattere per la libertà altrui o per ipotetici diritti umani. Questa volta gli Stati Uniti combatteranno dichiaratamente per se stessi e per i propri interessi. Senza quell’ingombrante bagaglio ideologico che alla fine sembre essersi ingarbugliato troppo nelle mani di Obama e della consorteria clintoniana liberal/democratica.

Però resta la domanda iniziale, ovvero cosa ci sia di così affascinante nel progetto, fin qui grossolanamente delineato, tanto da attirare il voto di milioni di cittadini americani. La risposta a tale domanda potrebbe essere efficacemente sintetizzata da un’intervista ad un gruppo di operai bianchi, andata in onda in un telegiornale RAI il giorno successivo alla vittoria di Trump, sulle ragioni del loro voto e su quale fosse l’aspetto che piacesse loro di più del neoeletto presidente, ed essa è stata ferma, sintetica, chiara e inequivocabile: “Hard work!”.

Probabilmente altri milioni di operai, farmers ed ex-occupati della rust belt e delle aree industriali ed agricole provate e provati da anni di crisi economica, decrescita industriale e perdita di garanzie e privilegi legati al ruolo di aristocrazia operaia e classe media WASP che sembrava per decenni aver garantito quella stessa classe sociale, avrebbero risposto allo stesso modo. Il duro lavoro scambiato per condizione esistenziale naturale, lo scambio tra forza lavoro e salario in cambio della produzione di plusvalore, la fatica stakanovista del minatore e dell’operaio che si sente orgoglioso del proprio ruolo nel processo di valorizzazione del capitale e nella crescita economica della propria nazione: ecco cosa li ha affascinati nel discorso del più becero degli speculatori trasformatosi in capo popolo nazionalista. E fascista, senza ombra di dubbio alcuna.

der spiegel trump 2 Perché è proprio nel concetto di lavoro inteso come partecipazione alla creazione della ricchezza della Nazione che si nasconde la grande fascinazione esercitata dal fascismo su una parte significativa della classe operaia. Nazionalismo, razzismo, esclusione e prevaricazione di genere, bellicismo non sono altro che i corollari, a livello ideologico, di un concetto che è penetrato in profondità nella mentalità di coloro che collegavano e collegano ancora il benessere proprio alla fatica e allo sfruttamento produttivo.

Tutti elementi che permettevano a Jack London, già nel 1907 nel suo Tallone di ferro, di ipotizzare una società autoritaria e tirannica in cui “al di sopra delle masse dei diseredati s’innalzano le caste dell’aristocrazia operaia, dell’armata pretoriana, dell’apparato poliziesco onnipresente e dell’oligarchia finanziaria[…]Leggendo queste righe non si cree ai propri occhi; è un quadro del fascismo, della sua economia, della sua tecnica di governo e della sua psicologia“.5

Da questa classe operaia, anche qui da noi in Italia e in Europa, è stata sradicata l’idea del rifiuto del lavoro inteso come sfruttamento, è stata spazzata via l’idea che la vita umana si realizzi pienamente soltanto all’interno di una comunità di intenti antagonista all’esistente, in cui il lavoro torni ad essere una forza creativa collettiva non solamente destinata a produrre ricchezza monetaria e merci. Ed è, occorre dirlo, un’umanità triste e impoverita oltre che impaurita. Un’umanità in cui ogni desiderio è reificabile sotto forma di merci e prodotti oltretutto di qualità sempre più scadente e il cui immaginario è stato interamente colonizzato dal Capitale e dallo Stato.

Il barbecue famigliare e buy american cui il nuovo presidente invita i suoi elettori è fatto di cibo spazzatura e di illusioni di grandezza, di violenza e odio nei confronti degli immigrati e di qualsiasi nemico. Esterno o interno che sia. Oggi il jihadista, domani il tedesco e il cinese e più in là magari anche il giapponese o qualsiasi altro europeo. Ma tutto questo era già presente, soltanto in maniera più mascherata e nascosta, in tutto il discorso della presidenza o delle presidenze precedenti. Non solo per le capacità mimetiche dei singoli individui che si sono succeduti alla Casa Bianca, ma perché intrinseco a tutte le scelte fatte dall’espansionismo imperiale statunitense. Liberali o liberiste che fossero.

der spiegel trump 3 La responsabilità di Trump agli occhi dell’establishment è così, principalmente, quella di aver reso esplicito ciò che per il bon ton liberal-democratico deve rimanere accantonato: l’intima connessione tra interesse privato e nazionale che è il fondamento dei rapporti di produzione basati sull’appropriazione privata della ricchezza socialmente prodotta. Da cui deriva l’intrinseca e inscindibile connessione che corre tra le politiche liberali e il loro rovescio apparente: il fascismo.

Non due entità separate e nemiche, l’una in concorrenza con l’altra, come la vulgata esposta negli ultimi settant’anni ha potuto affermare dopo che le controrivoluzioni totalitarie e stataliste avevano spazzato via qualsiasi discorso sull’autonomia di classe mentre la seconda guerra mondiale era riuscita a piegare le esigenze di liberazione dalla schiavitù capitalistica agli interessi degli imperialismi in lotta. Soprattutto dopo che l’intervento dello Stato nell’economia, sia in chiave fascista, stalinista o keynesiana, aveva contribuito a sviluppare una sorta di statolatria nel seno di quelle stesse masse che lo Stato avrebbero dovuto percepire come nemico in quanto unico garante degli interessi della classe sfruttatrice.

Non si scandalizzi dunque chi ancora oggi è convinto che le politiche keynesiane siano un prodotto dell’azione delle lotte e dei sindacati sull’operato dello Stato a favore dei ceti meno abbienti. La teorizzazione di Keynes è infatti racchiusa nella sua opera più celebre, Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta, pubblicata nel 1936, ma già prima della sua pubblicazione sia Roosvelt con il New Deal che Hitler e Mussolini stavano operando nel senso di un intervento statale dedito al rilancio delle economie e delle industrie nazionali, anche a tappe forzate.6

In ordine cronologico, però, era stato proprio il fascismo italiano ad inaugurare un piano di azione centralizzata senza precedenti nella storia del capitalismo moderno per la costruzione di più di cento nuove città,7 tra gli anni Venti e l’entrata in guerra del 1940, e allo stesso tempo ad inaugurare una nuova stagione di provvedimenti statali “a favore dei lavoratori”: nel 1933 la CNAS (Cassa Nazionale per le Assicurazioni Sociali) aveva assunto la denominazione di Istituto nazionale fascista della previdenza sociale che, dal 1943, divenne definitivamente Istituto nazionale della previdenza sociale (INPS). Nel 1939 erano state istituite le assicurazioni contro la disoccupazione, la tubercolosi e per gli assegni familiari. Ed erano state, altresì, introdotte le integrazioni salariali per i lavoratori sospesi o ad orario ridotto. Il limite di età per il conseguimento della pensione di vecchiaia ridotto a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne e istituita la pensione di reversibilità a favore dei superstiti dell’assicurato e del pensionato.8

Mentre “l’Istituto nazionale per l’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro – Inail – nasce nel marzo 1933, dall’unificazione della Cassa nazionale infortuni e delle Casse private di assicurazione. Il nuovo Istituto è destinato a crescere in dimensione e importanza nei decenni successivi, con l’estensione della platea degli eventi assicurati e l’assorbimento di enti minori, che gestiscono l’assicurazione infortuni per particolari categorie di lavoratori. È del 1935 l’introduzione dei principi cardine che determinano il carattere pubblicistico dell’assicurazione infortuni e malattie professionali: la «costituzione automatica del rapporto assicurativo, l’automaticità delle prestazioni, l’erogazione di prestazioni sanitarie, la revisione delle rendite e una nuova disciplina nell’assistenza ai grandi invalidi»”.9

Sempre nell’italietta, però fascista originale, il tutto era stato preceduto, nell’aprile del 1927, dalla Carta del lavoro in cui si esprimevano i principi sociali, la dottrina del corporativismo, l’etica del sindacalismo fascista e la politica economica fascista. Portava le firme del capo del governo, dei ministri, dei sottosegretari, dei dirigenti del partito, dei presidenti delle confederazioni professionali fasciste dei datori di lavoro e dei lavoratori e dichiarava che “il lavoro è un dovere sociale e che il suo fine è assicurare, assai più che la giustizia, la potenza della Nazione“.

Giovanni Gentile, nel commentarla sulla rivista mensile “Educazione fascista”, avrebbe così avuto modo di affermare: “Nessun documento ufficiale ha mai affermato così chiaramente questa natura etica dello Stato in generale ed in specie rispetto all’attività economica, come la Carta del Lavoro nelle sue premesse fondamentali e in tutto lo spirito che la governa. La Nazione è una unità morale, politica ed economica […]. Noi crediamo di poter liberamente commentare aggiungendo: Unità politica ed economica, in quanto unità morale” (…). Così si integra e si illumina il concetto dello Stato…; così pure si integra e si illumina la figura del cittadino… che non è più una entità statica e uniforme…, ma agisce.. e nel lavoro trova la sua concreta funzione e il suo posto nella vita, l’uomo è cittadino: al cospetto di quello stesso valore morale in cui consiste la sua unità10

Si dimostra così come uno dei cardini del fascismo consista proprio nell’integrazione dell’ideologia lavorista con il nazionalismo e che ciò costituisce un aspetto fondamentale di quell’esigenza di superamento del concetto di lotta di classe che sia il fascismo che il liberalismo “democratico” hanno in comune. Con la differenza che, mentre nell’ideologia e nella pratica fascista lo Stato aspira ad essere percepito come supremo regolatore di una “serena convivenza” degli interessi, nel liberalismo/liberismo questi sono lasciati fluttuare sulla base degli interessi del capitale finanziario. In entrambi i casi, comunque, il tutto funziona soltanto a seguito di una totale rimozione o repressione delle espressioni autonome della classe o delle classi antagoniste al capitale.

Secondo il Casini, su Gerarchia del 1927, i punti fondamentali e più innovativi della Carta del Lavoro erano tre. Innanzitutto il riconoscimento delle Corporazioni, della proprietà privata e il contratto collettivo di lavoro reso obbligatorio. Mentre per Giuseppe Bottai la conquista delle ferie pagate e delle indennità in caso di morte o di licenziamento erano da considerare come: “pratici benefici che i lavoratori non erano mai riusciti a raggiungere attraverso i cartelloni demagogici della democrazia e che invece allora essi realizzavano, nella perfetta soddisfazione dei datori di lavoro”.11

der spiegel trump 4 Formalmente la differenza non era poca, ma in entrambi i casi non si usciva (e si continua a non uscire) da una logica che metteva, e mette tutt’ora, il profitto privato e nazionale innanzi a tutto. Una logica che ha costretto così la lotta antifascista di carattere democratico, e non rivoluzionaria, a parteggiare per una delle due parti in lotta a discapito dell’interesse della maggioranza dell’umanità che sarebbe stato, e rimane, quello di uscire dalle spire di un modo di produzione iniquo, devastante, soffocante, inquinante qualsiasi sia la forma che tende ad assumere nella sua rappresentazione. Soprattutto oggi, in un mondo in cui lo slogan “Siamo il 99%” si avvicina sempre di più a rappresentare efficacemente una realtà socio-economica in cui i primi otto miliardari del pianeta posseggono esattamente la stessa quantità di ricchezza degli ultimi tre miliardi e mezzo di donne e uomini. Mentre anche solo qui in Italia i primi sette hanno una ricchezza corrispondente a quella del 30% della popolazione.12

In questo senso dunque il diffuso cordoglio e la grande agitazione anti-Trump che manifestano i media liberal dalla Repubblica all’Huffington Post, passando per L’Unità e la CNN, solo per citarne alcuni, oppure il mondo incanaglito di Hollywood e la stampa europea alla Der Spiegel ,13 altro non fanno che chiamare a una lotta patinata, in cui ogni espressione di Melania Trump sembra valere più di qualsiasi considerazione di carattere socio-economico, un pubblico che spesso non li ascolta o li ignora, per una battaglia che in quei termini proprio non gli appartiene. Mentre lo scontro vero tra due fazioni capitalistiche altrettanto assassine e assetate di sfruttamento procede intanto a livello di intelligence e Federal Bureau of Investigation.14

Con buona pace di chi si è lasciato troppo irretire dalle sirene dei diritti (di genere, civili, di cittadinanza) senza capire che, quando il discorso che li riguarda resta separato da una critica più generale del modo di produzione capitalistico ed ancorato ad una visione esclusivamente legalitaria e statalista, tale battaglia finisce spesso con il dividere, indebolire e creare nuove contrapposizioni più che contribuire ad un reale progresso.15

Born in the usa Creando talvolta autentici cortocircuiti e paradossi culturali; come nel caso di Bruce Springsteen che con tutto il suo strillare contro Trump sembra voler ignorare che una delle sue canzoni più famose, Born In The USA, potrebbe costituire davvero un inno dell’America di Donal Trump e dei suoi elettori, con il suo rimpianto per il lavoro perso e la chiusura delle fabbriche nelle centinaia di small town di cui parla spesso nei suoi versi, tanto quanto il lamento sugli stessi argomenti contenuto nel disco Endagered Species, con la sua copertina di rovine industriali, dei pur repubblicanissimi Lynyrd Skynyrd.16

Skynyrd_species Ma se l’esempio discografico/musicale appena riportato potrebbe apparire ad alcuni come frivolo e insignificante, ben altra rilevanza dovrebbe avere il fatto che tutte le politiche laburiste della Sinistra istituzionale europea, dal secondo dopoguerra in poi, abbiano di fatto insistito sull’intima connessione esistente tra lavoro salariato e benessere nazionale, trasformando così le contraddizioni di classe in un semplice accidente del e per il PIL. A guardarle bene, però, ci si accorge che tale discorso non è stato portato avanti e difeso soltanto da chi un tempo era definito come socialdemocratico, ma anche da quelli che fino a qualche decennio fa si definivano ancora come partiti comunisti.

La malattia, se così si può definire, ebbe infatti origine, oltre che nell’Italia fascista, nella Russia della controrivoluzione staliniana dove non solo i dirigenti fascisti andarono ad apprendere le forme di organizzazione del lavoro e a contrattare l’apertura di nuovi stabilimenti,17 ma in cui l’operaio produttore divenne oggetto di culto con lo stakanovismo.18 Non c’è da stupirsi quindi se, anche negli Stati Uniti dell’ultima campagna elettorale, l’unico avversario di Trump che avrebbe potuto attingere allo stesso bacino elettorale è stato Bernie Sanders, il cui programma economico e protezionistico aveva molti punti in comune con quello del vincitore.19

Marx ed Engels affermavano che la classe operaia o lotta o non è e che nel negare il capitalismo avrebbe dovuto dialetticamente negare se stessa (Negazione della negazione). Discorsi lontani anni luce oramai da una concezione operaista e lavorista che, nel fondare la propria protesta soltanto sulla richiesta di lavoro (e non sulla sua negazione o almeno riduzione in termini di tempo) e di interventi dello Stato in sua difesa, altro non fa che rafforzare l’idea della collaborazione tra capitale e lavoro e il sempre più evidente fascino esercitato dalle destre su ampi strati di lavoratori. Ben al di là delle convinzioni religiose e del tradizionalismo cui spesso questo effetto viene spesso principalmente imputato.

Come se questo non bastasse gran parte delle “lotte” attuali, estremamente settorializzate, rischiano di corporativizzare le dinamiche dello scontro sociale, allontanandosi le une dalle altre e troppo spesso dai bisogni più generali dei lavoratori, occupati o meno che siano; attenendosi ad un discorso liberal/liberista soltanto apparentemente inclusivo ma che, in realtà, persegue implacabilmente una sempre maggiore proletarizzazione della società. Il fatto di non cogliere ciò può soltanto portare ad un aumento, invece di una riduzione, dell’influenza di una mentalità intrinsecamente fascista nelle lotte per il lavoro.

( 1 – continua)


  1. Pierluigi Battista, Il consenso dei leader alieni, Corriere della sera, 11 febbraio 2017  

  2. Si veda in proposito, come possibile esempio tra i tanti che si potrebbero fare, l’articolo di Mario Platero, Nel mirino i grandi competitor economici, Il Sole 24 Ore, 17 gennaio 2017, dove si cita un’intervista a Donald Trump in cui egli afferma: “«L’Europa unita è stata formata per battere l’America sul piano commerciale» […] Poi aggiunge che l’Europa è stata formata in modo germanocentrico per favorire commercialmente la Germania”  

  3. Si veda https://it.businessinsider.com/dazi-e-addio-al-wto-trump-va-alla-guerra-commerciale-globale/  

  4. Si vedano, per esempio, le affermazioni di Trump sulle responsabilità americane e russe nelle ultime guerre: “«Vladimir Putin non è un killer?», chiede Bill O’Reilly, il conduttore più famoso della tv conservatrice Fox News. Sono le 16 di domenica: gli americani si preparano a vivere il Super Bowl, la partita di football e lo show di contorno più seguiti dell’anno. L’intervista a Donald Trump fa parte della grande attesa. Questa la risposta del presidente degli Stati Uniti: «Pensi che l’America sia così innocente? Anche da noi ci sono molti assassini». «Sì, ma qui stiamo parlando di un leader», replica il giornalista. Trump non arretra: «Anche noi abbiamo fatto tanti errori. Pensa solo alla guerra dell’Iraq. Quanta gente è morta». Ecco fatto: in due minuti Trump ha messo insieme un’equazione esplosiva. Le responsabilità di Putin sono, di fatto, accostabili a quelle di George W. Bush, il presidente che ordinò l’invasione dell’Iraq.” in http://www.corriere.it/esteri/17_febbraio_05/trump-attacca-giudici-difende-putin-anche-noi-usa-siamo-assassini-706c90da-ebed-11e6-91eb-31433eb4de41.shtml  

  5. Lev Trochij in una lettera a Joan London, figlia dello scrittore, dell’ottobre del 1937  

  6. Si veda, in tal senso, Wolfgang Schivelbusch, Tre New Deal. Parallelismi fra gli Stati Uniti di Roosevelt, l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. 1933-1939, Marco Tropea Editore2008  

  7. 147 per la precisione. Si veda Antonio Pennacchi, Fascio e martello. Viaggio per le città del duce, Laterza 2008  

  8. fonte https://www.inps.it/portale/default.aspx?iMenu=11  

  9. fonte https://www.inail.it/cs/internet/istituto/chi-siamo/la-storia.html  

  10. fonte https://it.wikipedia.org/wiki/Carta_del_Lavoro  

  11. idem  

  12. fonte Rapporto annuale 2016 Oxfam, una delle più antiche società di beneficenza con sede a Londra citato in Barbara Ardù, Disuguaglianze in aumento, otto super Paperoni hanno la stessa ricchezza di metà dell’umanità, 16 gennaio 2017  

  13. Le cui copertine rendono efficacemente l’idea di quale sia ormai il livello di tensione raggiunto tra Stati Uniti e Germania. Trump viene definito gentilmente come “La fine del mondo” in una , come terrorista anti-liberale in un’altra e come “una completa follia” in un’altra ancora: Wahnsinn  

  14. Impossibile non notare la profondità dello scontro a cui il novello presidente è arrivato con l’FBI e le rivelazioni fatte da settori dell’intelligence americana e dello stesso Partito Repubblicano sull’affaire Putin al fine di indebolire l’attuale compagine governativa  

  15. Si veda in proposito https://www.carmillaonline.com/2016/12/14/cosa-resta-dei-diritti-umani/  

  16. Si veda John C. Hulsman, Gli eroi di Bruce Springsteen si vendicano. Addio pax americana, in Limes n° 11/2016, L’agenda di Trump, pp. 111-116  

  17. Si veda in proposito il sempre utile Pier Luigi Bassignana, Fascisti nel paese dei soviet, Bollati Boringhieri 2000  

  18. Che poi l’autonomia operaia si manifestasse colà con l’impiccagione degli operai stakanovisti alle travi delle fabbriche è una storia che si può leggere in Danilo Montaldi, Saggio sulla politica comunista in Italia 1919-1970, Milano 2016  

  19. Si veda https://www.carmillaonline.com/2016/06/24/outsiders-vs-establishment/  

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Febbre da Cazzaro https://www.carmillaonline.com/2017/02/12/febbre-da-cazzaro/ Sun, 12 Feb 2017 20:03:24 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36463 di Alessandra Daniele

Renzi2017Il muslimban di Donald Trump ha aperto un conflitto senza precedenti fra i poteri dello Stato USA. Iran e Corea del Nord hanno ripreso i test missilistici. Le banlieu francesi sono in rivolta contro la repressione poliziesca, mentre i nazionalisti promettono la disintegrazione dell’Unione Europea. La crisi economica e occupazionale non fa che peggiorare, e la disperante assenza di prospettive spinge al suicidio i precari trattati come merce di scarto.

Le aperture dei Tg e le prime pagine nostrane però sono state monopolizzate per una settimana dai pettegolezzi d’un assessore all’urbanistica. Evidentemente la sgarrupata giunta Raggi [...]]]> di Alessandra Daniele

Renzi2017Il muslimban di Donald Trump ha aperto un conflitto senza precedenti fra i poteri dello Stato USA.
Iran e Corea del Nord hanno ripreso i test missilistici.
Le banlieu francesi sono in rivolta contro la repressione poliziesca, mentre i nazionalisti promettono la disintegrazione dell’Unione Europea.
La crisi economica e occupazionale non fa che peggiorare, e la disperante assenza di prospettive spinge al suicidio i precari trattati come merce di scarto.

Le aperture dei Tg e le prime pagine nostrane però sono state monopolizzate per una settimana dai pettegolezzi d’un assessore all’urbanistica. Evidentemente la sgarrupata giunta Raggi degli assessorati vacanti non avrà pace, né mediatica né giudiziaria, finché non cederà all’implacabile ricatto dei palazzinari che pretendono la costruzione dell’ennesimo lotto di ecomostri, tre grattacieli e uno stadio per il quale è stato mobilitato persino Er Pupone Totti, ospite al Festival di Sanremo.
Fino ad allora le Vacanze Romane continueranno ad oscurare sui media mainstream qualsiasi altra notizia, nonostante i ben più feroci Hunger Games che la disfatta renziana ha scatenato nel PD.

Proprio come un giocatore compulsivo, un ludopatico, dopo tre sconfitte consecutive una più disastrosa dell’altra, Matteo Renzi non vede l’ora di giocarsi di nuovo tutto il poco rimastogli.
Archiviata la foto nella quale recitava la parte dell’umile padre di famiglia che fa la spesa, nella prima intervista dopo le vacanze il Cazzaro era tornato a sciorinare tutta la sua propaganda come se non fosse già stata irrimediabilmente sputtanata, dando la colpa della disfatta referendaria a fantomatici “errori di comunicazione” (in pieno stile berlusconiano) e accelerando in curva verso le prossime elezioni
Naturalmente è stato fermato.
Renzi ha fallito nel compito che gli era stato assegnato, per il quale non è prevista una seconda occasione.
Tutte le sue ripugnanti controriforme sono state demolite, o sono in via di demolizione.
Ormai smontato dalla Consulta, il suo Italicum produrrebbe solo un altro parlamento trifido e ingovernabile.
Il suo smantellamento delle province ha contribuito al disastro in Abruzzo.
Il ventennio renziano è durato un decimo del previsto dai renziasti, e non ricomincerà dopo la pubblicità.
Renzi è un Cazzaro. Per questo, e solo per questo era stato scelto.
Senza più cazzate da raccontare, Renzi non è più nulla. 
Gliel’hanno ricordato i veri proprietari del suo partito, i vendicativi fondatori che aveva incautamente cercato di rottamare.
Gliel’hanno ricordato i suoi committenti e i suoi sponsor.
Gliel’ha ricordato Napolitano.
Naturalmente non è bastato.
Proprio come tutti gli arrampicatori compulsivi, i morti di fama tossicodipendenti da potere e successo, Matteo Renzi continua a bruciare dal bisogno di tornare in pista, sotto i riflettori, magari sull’elegante palcoscenico di qualche vertice internazionale dove stringere mani, sorridere, e fingere di parlare inglese, circondato da bionde ministre-immagine.
Le proverà tutte pur di restare a galla. Comprese dimissioni in contropiede per accelerare la resa dei conti interna.
E questo potrebbe finalmente demolire quell’ecomostro che è sempre stato il PD.

Renzi non riesce proprio a prendere esempio dal suo idolo.
Il disastro planetario che ha lasciato non impedisce a Barack Obama di godersi la sua Vacanza di Potere.

Obama[Inserire colonna sonora dance da cinepanettone]

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Face Off https://www.carmillaonline.com/2017/02/05/face-off/ Sun, 05 Feb 2017 20:06:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=36287 di Alessandra Daniele

Face Off (1)Fin dal secondo dopoguerra, il default mode dei media mainstream occidentali verso il presidente degli Stati Uniti era sempre stato il classico servo encomio. In diverse gradazioni, con qualche eccezione per i più sputtanati, e punte d’idolatria per i più fotogenici. L’attuale unanime costernato disprezzo verso Trump è quindi particolarmente inedito e interessante. Il coro mediatico inoltre amplifica ogni manifestazione di dissenso come mai prima d’ora, dando l’immagine fittizia di un’America sull’orlo della rivolta popolare contro un odiato dittatore, che ricorda tanto [...]]]> di Alessandra Daniele

Face Off (1)Fin dal secondo dopoguerra, il default mode dei media mainstream occidentali verso il presidente degli Stati Uniti era sempre stato il classico servo encomio. In diverse gradazioni, con qualche eccezione per i più sputtanati, e punte d’idolatria per i più fotogenici.
L’attuale unanime costernato disprezzo verso Trump è quindi particolarmente inedito e interessante.
Il coro mediatico inoltre amplifica ogni manifestazione di dissenso come mai prima d’ora, dando l’immagine fittizia di un’America sull’orlo della rivolta popolare contro un odiato dittatore, che ricorda tanto quelle della cosiddetta Rivoluzione Ucraina.
In questi giorni, mentre i social si riempivano di meme, abbiamo visto persino alcuni dei Tg  tradizionalmente più securitari simpatizzare coi casseur e coi black bloc, purché anti-Trump.
L’impressione è che chi controlla i media sia molto preoccupato che Trump possa diventare per gli USA una sorta di equivalente speculare di Gorbaciov per l’URSS: il liquidatore dell’Impero a cominciare dall’immagine.
Face Off (2)Il bando all’immigrazione infatti non è servito soltanto a sabotare gli accordi con l’Iran sgraditi a Putin.
L’orrido, arcigno, becero Donald Trump sta defacciando l’America.
L’impatto simbolico delle sue prime azioni di governo come delle sue dichiarazioni fuori dai denti sta definitivamente strappando agli USA la maschera di benevolo e accogliente protettore del mondo, sta distruggendo la narrazione falsa e paternalista che è sempre stata uno dei pilastri principali del colonialismo USA.
L’impresentabile Donald Trump sta ritirando gli USA dai territori dell’immaginario collettivo. 
È logico quindi che i media embedded che quei territori sono deputati a presidiare siano nel panico.
In questo Face Off, questo scontro epocale fra Imperialismo morente e Nazionalismo rianimato non ci sono Good Guys.
Gli stessi democratici che stanno dando a Trump del nazista per aver respinto i rifugiati da Libia, Siria e Iraq, sono responsabili della distruzione completa di Libia, Siria e Iraq. Trump non avrebbe rifugiati da respingere se Obama non li avesse bombardati.
L’ostilità di Trump verso Cina e Germania non promette però niente di meglio.
Il braciere nel quale arde la fiamma dell’unica vera religione di Stato USA, cioè la guerra, non si spegne mai.

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