Howard Phillips Lovecraft – Carmilla on line https://www.carmillaonline.com letteratura, immaginario e cultura di opposizione Tue, 28 Apr 2026 07:19:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=4.9.26 La casa sull’abisso https://www.carmillaonline.com/2026/03/04/la-casa-sullabisso/ Wed, 04 Mar 2026 21:00:08 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=93352 di Sandro Moiso

William Sloane, La porta dell’alba, traduzione di Gianni Pannofino, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 295, 20 euro

Pensò alle antiche leggende del Caos Primigenio, al cui centro brancica goffamente, cieco e idiota, il dio Azathoth, Signore di Tutte le Cose, circondato dalla sua inetta schiera di danzatori ottusi e amorfi e cullato dal sottile, monotono lamento d’un flauto demoniaco stretto da mani mostruose. (H.P. Lovecraft – L’abitatore del buio, 1935)

La mia paura non aveva un oggetto su cui proiettarsi: colorava ogni mio pensiero, ma non aveva contorni precisi. (W. Sloane – La porta dell’alba, 1939)

Azathoth [...]]]> di Sandro Moiso

William Sloane, La porta dell’alba, traduzione di Gianni Pannofino, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 295, 20 euro

Pensò alle antiche leggende del Caos Primigenio, al cui centro brancica goffamente, cieco e idiota, il dio Azathoth, Signore di Tutte le Cose, circondato dalla sua inetta schiera di danzatori ottusi e amorfi e cullato dal sottile, monotono lamento d’un flauto demoniaco stretto da mani mostruose. (H.P. Lovecraft – L’abitatore del buio, 1935)

La mia paura non aveva un oggetto su cui proiettarsi: colorava ogni mio pensiero, ma non aveva contorni precisi. (W. Sloane – La porta dell’alba, 1939)

Azathoth è un dio appartenente al Ciclo di Cthulhu ideato dallo scrittore Howard Phillips Lovecraft. Conosciuto anche come il Caos Primigenio o il Demone Sultano, Azathoth è il più antico e potente dei Grandi Antichi descritti nei lavori dell’autore americano. Pur definito come il più potente degli Dei Esterni, viene descritto mentre «bestemmia e farfuglia al centro dell’Universo».

Mentre Azathoth veglia in questo stato di semi-incoscienza, gli altri antichi dei ballano ininterrottamente intorno a lui, perché se si il dormiente si risvegliasse del tutto potrebbe ordinare la distruzione dell’universo, compito che spetterebbe a Nyarlathotep. Oppure rivelare che l’universo è solo un sogno di Azathoth che, con il suo risveglio, cesserebbe semplicemente di esistere.

E’ da qui che occorre partire per comprendere come il vero orrore descritto e immaginato da Howard Phillips Lovecraft non sia tanto quello rappresentato dalle divinità mostruose del summenzionato Ciclo o dalle aberranti trasformazioni fisiche e mentali di esseri umani casualmente entrati in contatto con entità che di divino per la nostra specie non hanno assolutamente nulla, quanto piuttosto da un universo caotico in cui la vita, almeno così come l’uomo si immagina di conoscere proiettandola anche in un inesistente “aldilà”, più ancora che il frutto della casualità ricombinatoria degli elementi che l’hanno resa possibile, costituisce nient’altro che un errore.

Un cosmo freddo, buio e inconoscibile in cui ogni umano tentativo di esplorazione, comprensione o controllo non può essere destinato ad altro che al fallimento e alla scoperta di orrori prima inimmaginabili. Ed è questa visione del mistero che circonda l’uomo sbattuto nell’universo che fa sì che sia possibile avvicinare il romanzo di William Sloane pubblicato da Adelphi ai racconti e ai romanzi del solitario di Providence.

Sono passati quattro anni da quando Richard Sayles, psicologo e professore, ha perso le tracce di Julian Blair. Prima suo insegnante, poi fraterno amico, Blair è stato un geniale elettrofisico, almeno finché la morte improvvisa della moglie Helen non ne ha ottenebrato la mente. Ed eccolo ora rifarsi vivo, con un messaggio con cui invita Richard a raggiungerlo a Barsham Harbor, nel Maine, dove si è ritirato per poter continuare le sue ricerche lontano dagli occhi indiscreti della comunità scientifica. Sayles si rende subito conto che la salute mentale di Julian non è affatto migliorata, il che non gli ha impedito di dedicarsi a esperimenti sempre più temerari, fino alla soglia di quello che definisce «il progresso più grandioso mai immaginato». Prende così avvio una vicenda che nel volgere di poco più di settantadue ore vedrà i suoi protagonisti giungere pericolosamente ai margini estremi della conoscenza umana, senza trarne alcun profitto e ricavandone invece soltanto orrore, morte e odio.

La figura di Julian Blair e la sua richiesta di aiuto e consiglio rinviano non soltanto a numerosi altri scienziati descritti dalla letteratura fantascientifica o dell’orrore, ma in particolare a quella folle e disperata dell’invisibile protagonista del racconto Colui che sussurrava nel buio (1931) di Lovecraft in cui, ancora una volta, compare Azathot, ovvero il dio che incarna la casualità e il caos che governano un universo in cui soltanto gli esseri umani possono credere di individuare leggi precise e forze comprensibili e controllabili.

In cinque anni una persona può cambiare notevolmente, e Anne mi aveva avvertito che avrei trovato Julian molto diverso da come lo ricordavo. Eppure, quando entrai in soggiorno, fu un colpo vedere com’era ridotto. Dava le spalle alle finestre e alla luce, seduto su una poltrona sfondata, ma già a prima vista notai quant’era invecchiato. La sua faccia, stretta e spigolosa, non aveva mai avuto un colorito granché vivace, ma ora la pelle era sottile come pergamena, tesa sugli zigomi, e le labbra erano di un grigio sbiadito, quasi come se in lui non fosse rimasta una stilla di sangue.
[…] Quell’uomo trasandato, nello squallido soggiorno della vecchia casa, era un’altra persona, una sorta di decrepita controfigura. I vestiti erano sporchi, oltre che sgualciti. [Ma] Da vicino, la sua faccia non era così spenta come mi era parsa a prima vista. Gli occhi erano vivaci, ardenti dello stesso entusiasmo dei vecchi tempi […] Quel giorno, però, notai qualcos’altro, un’intensità che non era solo semplice entusiasmo. Nelle sue pupille c’era una luce che mi parve fuori dal normale e mi costrinse, dopo un attimo, a distogliere lo sguardo1.

La vecchia casa, quella “dei Talcott” come è conosciuta in paese, sembra essere, nel suo isolamento, sospesa su un abisso di orrori, inimmaginabili e inspiegabili, esattamente come quella Casa sull’abisso che dava il titolo all’omonimo romanzo (1908) di William Hope Hodgson che H.P. Lovecraft annoverava, insieme al Re in giallo (1895) di Robert Chambers, tra le sue maggiori influenze.

Una casa, quella immaginata da Hope Hodgson, nelle cui vicinanze è nascosto un passaggio che scende nell’oscurità e conduce ad eoni di distanza, in un mondo che travalica spazio e tempo e che viene dominato da altre e sconosciute comete, stelle e soli alieni. Un universo da cui possono sorgere e librarsi dall’abisso sottostante creature mostruose con cui hanno dovuto fare i conti i precedenti proprietari, il Vecchio recluso e sua sorella. Una casa in rovina, ottocentesca e in prossimità di un fiume, esattamente come quella descritta nel romanzo di Sloane.

Come in Attraverso la notte (1937), Sloane gioca con i generi letterari e ne ricombina gli elementi – una grande casa isolata, un complicato macchinario da romanzo di fantascienza, una fugace ma terrificante sbirciata nell’orrore cosmico, un rompicapo degno di un mystery d’antan, perfino un po’ di storia d’amore e l’intuizione dei buchi neri la cui esistenza era stata teorizzata dal fisico Karl Schwarzschild nel 1916, un anno dopo la pubblicazione della Teoria della relatività generale, nella quale il campo gravitazionale viene descritto come deformazione dello spazio-tempo – per ricavarne qualcosa di inclassificabile e perturbante che resta a lungo nella mente del lettore, come l’eco di un segnale proveniente da qualche pianeta sconosciuto. Segnale che, nel romanzo, il professor Blair e la sua ambigua assistente, la medium Esther Walters, scambiano per la possibilità di comunicare effettivamente con il mondo dei morti

Un gioco di rimandi che giunge fino al maestro dell’orrore cosmico se si considera che Robert M. Price, un importante studioso di Lovecraft, abbia suggerito come anche quest’ultimo si sia ispirato, per la creazione Azathoth, all’opera di Lord Dunsany intitolata The Gods of Pegana, poiché in quella compariva Mana-Yood-Sushai, il dio supremo creatore dell’universo e di tutti gli altri dei, che, secondo Dunsany, è eternamente addormentato, cullato dalla musica delle altre divinità, poiché se si dovesse risvegliare distruggerebbe tutto ciò che ha creato. Motivo per cui non c’è da stupirsi che William Sloane abbia tratto ispirazione da così tante fonti e generi letterari.

Anche se una certa sua passione per il realismo lo allontana da Lovecraft e dagli altri autori citati, soprattutto quando ironizza sulle tattiche del Partito comunista americano all’epoca dei fatti narrati oppure delinea con grande maestria la netta separazione tra città e campagna e l’enorme differenza tra la mentalità razionale della borghesia e quella irrazionale delle classi meno abbienti che ancora oggi, soprattutto nell’America di Donald Trump, può essere motivo di divisione e odio fuori controllo.

Una razionalità positivista che, però, quasi sempre non mantiene le sue promesse e le illusioni che diffonde con troppo entusiasmo, finendo così troppo spesso, proprio come capita nella buia casa circondata da una campagna ridente e vicina a un fiume impetuoso, col fomentare le paure, non sempre del tutto irrazionali, di chi per censo e cultura ne è escluso. Proprio come avviene nel duro confronto tra i frequentatori della magione e gli abitanti del vicino villaggio di Barsham Harbor.

Da La porta dell’alba (The Edge of Running Water -1939) fu tratto, nel 1941, il film The Devil Commands diretto da Edward Dmytryk con Boris Karloff, uno dei tanti film in cui, tra il 1930 e i primi anni Quaranta, l’attore avrebbe interpretato la figura di uno scienziato pazzo, prima che nello stesso anno la Universal producesse il film che lo avrebbe reso definitivamente celebre: The Wolf Man (L’uomo lupo), diretto da George Waggner e scritto da Curt Siodmak.


  1. William Sloane, La porta dell’alba, Adelphi Edizioni, Milano 2026, pp. 67-68.  

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Weird & tempo: L’anno scorso a Helouan (Victoriana 52) https://www.carmillaonline.com/2024/07/13/weird-tempo-lanno-scorso-a-helouan-victoriana-52/ Sat, 13 Jul 2024 20:00:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=83383 di Franco Pezzini

Algernon Blackwood, Discesa in Egitto, ed. orig. 1914, trad. dall’inglese di Elena Furlan, pp. 87, € 8,90, Hypnos, Milano 2017.

“Eppure, con mio sollievo, l’aspetto più volgare di questa malia egiziana lo lasciava indifferente: rimaneva impassibile di fronte ai misteri banali; non raccontava storie di mummie, non faceva neppure accenno agli aspetti più comuni del sovrannaturale. Non c’era gioco in lui. L’influenza era seria e vitale”.

Fin dall’epoca delle Weird (o meglio Weyward) Sisters del Macbeth con le loro profezie destinate ad autoavverarsi, il weird – da wierd, non a caso dall’inglese antico wyrd, “fato, destino”, cfr. norreno [...]]]> di Franco Pezzini

Algernon Blackwood, Discesa in Egitto, ed. orig. 1914, trad. dall’inglese di Elena Furlan, pp. 87, € 8,90, Hypnos, Milano 2017.

“Eppure, con mio sollievo, l’aspetto più volgare di questa malia egiziana lo lasciava indifferente: rimaneva impassibile di fronte ai misteri banali; non raccontava storie di mummie, non faceva neppure accenno agli aspetti più comuni del sovrannaturale. Non c’era gioco in lui. L’influenza era seria e vitale”.

Fin dall’epoca delle Weird (o meglio Weyward) Sisters del Macbeth con le loro profezie destinate ad autoavverarsi, il weird – da wierd, non a caso dall’inglese antico wyrd, “fato, destino”, cfr. norreno urðr, “fato, una delle tre Norne” – riflette il linguaggio congruo a un rapporto critico, “fantastico” con il tempo e tra tempi diversi. Un linguaggio dei paradossi – consequenziali, sì, ma spiazzanti – che ne originano a livello storico (l’uso dei tempi diversi sparigliati nei romanzi weird di Valerio Evangelisti è emblematico) e insieme il linguaggio dei paradossi di un fantastico interiore, con la risacca che conosciamo in noi. Non tanto o necessariamente il futuro, dunque, con tutta la sua santabarbara di attese e distopie come evocate nella fantascienza, ma il rimbalzare straniante, magari beffardo, di passato, presente e futuro nella provocatorietà dei nessi causali.

Ecco spiegato, al di là di una comodità nomenclatoria di volta in volta meditata o modaiola per un linguaggio che pare fin troppo miscellaneo, il rapporto radicale del genere strano – come il weird è stato definito – con i vari filoni del fantastico, linguaggio moderno dell’identità (personali e collettive) e delle sue crisi di crescita o di orrida necrosi: a partire dalle crisi del nostro essere nel tempo, del nostro essere tempo. Qualcosa di emblematico nel testo che qui si presenta.

Parlando di Algernon Blackwood (1869-1951), è uso citare Lovecraft, a proposito e a sproposito. HPL critica il collega inglese senza peli sulla lingua con il suo solito linguaggio acidulo, pure ammirandone genuinamente il genio e con lodi convinte. Mentre Blackwood gli rimprovera la mancanza di quello “spiritual terror” che rende convincente l’evocazione dei mondi sottili e dei loro abissi in quanto oggetto di serie convinzioni personali. In soldoni: Blackwood alle vertigini dell’occulto crede; Lovecraft no, anche se crede a ciò che esse rendono con linguaggio mitico, metaforico, letterario. I suoi richiami all’occulto costituiscono un geniale pulsante narrativo – congruo per assurdità visionaria – funzionale a evocare la vertiginosa piccolezza dell’uomo in un cosmo o piuttosto caos cieco e idiota, irriducibile ai corti orizzonti di un’antropologia ottimistica. Ovvio che i due non possano capirsi a fondo.

Comunque HPL inquadra così la raccolta blackwoodiana Incredible Adventures per Macmillan, 1914:

 

vi sono alcuni fra i più bei racconti mai scritti dall’autore, che portano la fantasia verso riti barbari su colline avvolte nella notte, verso aspetti segreti e terribili che si nascondono dietro scene apparentemente innocue e verso sotterranei impensabili e misteriosi sotto le sabbie e le piramidi d’Egitto: il tutto con una sottigliezza e delicatezza che convincono laddove una penna più rozza o più leggera si limiterebbe a far divertire. Certi racconti non sono neppure delle storie, o quasi, ma piuttosto studi su impressioni inafferrabili e brani di sogni ricordati a metà. La trama è dovunque trascurabile, e il clima di suspense domina incontrastato [L’orrore soprannaturale nella letteratura].

 

Come al solito, HPL celebra o censura secondo i propri gusti: e anche questo bilancio elogiativo sulla raccolta che contiene la novella – nel senso anglosassone – Discesa in Egitto (A Descent Into Egypt) risente del limite: vero che la relativa trama può apparire esile, ma non è trascurabile e proprio dei meccanismi weird offre un’illuminante testimonianza.

Il narrante (anonimo) ritrova in Egitto un amico, George Isley, il cui profilo inquieto non è mai stato compreso dalla società circostante: adesso si occupa di archeologia. Ma quando il narrante scrive, Isley non c’è più, non esiste più, e non nel senso che sia morto: la persona rimasta in vita – e socialmente apprezzata – ha perso tutta la sua dimensione interiore, come l’avesse abbandonata per andare altrove, e ne è rimasto un guscio brillante e vuoto. Qui Blackwood sembra assimilare la lezione di Henry James e dei fantasmi modulari, interiori ma con impatti provocatori e a volte sarcastici sulle dinamiche sociali: e il testo, per chi lo legga cercando il weird a effetto e una trama a forti tinte, può rischiare di deludere. Laddove è invece proprio in questa sottigliezza la sua forza. L’autore lo sa bene: “L’incredibile avventura era vera, letteralmente, ma, essendo spirituale, non può essere narrata come un romanzo poliziesco”, per dire una storia di genere nel senso più naïf. Per non parlare dello stile elegante, letterario che l’autore riesce a sostenere (assecondato qui dalla bella traduzione di Elena Furlan) – una delle caratteristiche del resto della sua scrittura, e che lo fa spiccare su tanti altri nomi anche molto buoni del genere.

Il narrante e Isley si ritrovano in effetti in una sorta di non-luogo, o di scena teatrale in bianco e nero, un albergo – molto simile a quello del capolavoro The Mummy di Karl Freund, 1932 – in cui in pratica resteremo per tutto il tempo anche se a un certo punto vi si apriranno idealmente pareti e soffitti come appunto a teatro, in una vertigine esteriore emblematica di quella interiore a cui è votato tutto il testo. Il narrante è “arrivato con un organo malato che lo specialista aveva promesso sarebbe guarito nell’aria straordinaria di Helouan” (luogo celebre per lo stabilimento termale, una piccola città oggi assorbita nella caotica periferia del Cairo), e ci sono anche altri invalidi. L’albergo – oltretutto cosmopolita – è del resto la situazione per antonomasia di una temporaneità convalescente, aperta in questo caso al deserto come un avamposto sull’ignoto e insieme sull’inconscio: il narrante si rende presto conto che le avventure archeologiche di Isley l’hanno mutato a fondo, imprevedibilmente. Fino a suscitargli una compassione empatica per l’amico che cerca in lui qualche tipo di sostegno.

Il fatto è che, spiega Isley, i turisti e gli stessi archeologi colgono solo barlumi di un abisso. E incalza affermando che

 

mentre la maggior parte dei paesi dà, altri prendono. L’Egitto ti cambia. Nessuno può vivere qui e rimanere esattamente ciò che era prima […] Prima ti toglie qualcosa […] ma alla fine prende te. Nulla viene a sostituire ciò che è perso. Si è stati prosciugati.

 

Perché l’Egitto attrae nel Passato (scriviamolo pure con la lettera maiuscola, capiremo poi perché), e il narrante coglie in Isley una sorta di lotta interiore e un disperato bisogno di salvezza da qualcosa che gli preme addosso, come un’affascinata tentazione. In Isley manca ormai qualcosa che anni prima era presente, quasi risucchiato, e a un tratto il narrante capisce: su Isley sta calando una notte interiore, il Presente lotta con il Passato ma lui ha ormai perso la speranza di non venir cambiato sotto quell’impatto. L’Egitto morto è in realtà minacciosamente vivo: i due anni di Isley nella Valle dei Re sono stati troppo, ma ora ha “un piccolo progetto qui vicino dall’altra parte del Nilo”, in direzione di Saqqara e del cimitero di Menfi. In effetti Isley – osserva il narrante nel dialogo – non è solo un repertoriatore di nudi fatti, “Senti l’antico Egitto e lo riveli. Hai sempre avuto questa facoltà divinatoria… misteriosa, ho sempre pensato”: qualcosa che coglie dimensioni diverse e più profonde.

E in effetti una “terza presenza”, una specie di Convitato di pietra, sembra essersi ormai silenziosamente unita al loro tavolo. “Era enorme e oscuro; era anche guardingo. L’Egitto arrivò librandosi, fluttuando accanto a noi”. Non c’è bisogno di mostri, e neppure di quelle mummie che garantiranno alla terra del Nilo una lunga presenza sugli schermi popolari: quel che arriva, mostruoso, è l’abisso del passato. A irretire chi si fermi e sia sensibile – non i turisti distratti, e neppure gli archeologi pragmatici – con quel “potere centrale che si nasconde dietro l’incanto superficiale che la gente chiama ‘la magia dell’Egitto’” e alligna sottoterra. Non si può neppure parlare di rimosso, ma piuttosto di velato e inaccessibile se non a chi l’Egitto sceglie di manifestarsi, per divorarlo.

Nessuna sorpresa dunque che qualcosa opponga resistenza alle scoperte più importanti, quasi offendendosi al loro disvelamento (mentre qui non c’è spazio per storie di vendette da tombe violate, “erano per menti superstiziose o bambini; le divinità che reclamavano la sua anima erano di un altro ordine di grandezza”): a impedire l’emersione dal passato di una quantità di informazioni…

In effetti il povero Isley, come rimpicciolito e con l’identità sprofondata, ribatte all’amico che è lui “ad avere capacità divinatoria, non io”. E c’è qualcosa, intuisce il Nostro, che Isley vorrebbe confessare, ma gli viene appunto bloccato da quella volontà esterna e tirannica.

Non avrebbe senso pensare di riassumere nei singoli passaggi questa storia bellissima di emozioni visionarie, e possiamo limitarci a qualche rilievo invitando senz’altro alla lettura: i due amici si attribuiscono a vicenda una sorta di sensibilità medianica, scoprono una solidarietà empatica e consolatoria… ma in pratica si tratta della stessa identità narrante, scissa come nella migliore tradizione del fantastico – si pensi solo a “L’uomo della folla” di Poe –, e nuovamente modulare solo per agevolare la narrazione in chiave funzionale a una messa a fuoco sia interna (Isley) che esterna (il narrante). L’anima trascinata nel passato è quella di Isley, ma il gioco di specchi riguarda lo stesso narrante; e del resto oltre al Terzo minacciosamente emerso, a un certo punto – visto che “il Presente scivolava via in maniera bizzarra” –, a completare il tavolo interviene un quarto, nuovamente in coppia/rifrazione speculare con Isley.

Mentre sul bordo del deserto un passato monumentale e mostruoso esonda nelle sensazioni del narrante come l’arcidemone di una Tebaide antoniana, arriva infatti a un certo punto l’ex-socio di Isley, l’ambiguo egittologo Moleson, con cui ha condotto scavi punteggiati da strani esperimenti… e alla fine interrotti per i citati “ostacoli” posti dal Passato. Autore del singolare saggio Una moderna ricostruzione dell’adorazione del Sole nell’antico Egitto, Moleson li raggiunge all’albergo e – nonostante una prima impressione gradevole – presto si rivela il cattivo genio di Isley o un suo alter ego ormai schiavo del Passato. “[…] irresponsabile, in un certo senso insincero, quasi senza cuore”, quest’uomo dal fisico di mummia potrebbe capitalizzare certe voci su Aleister Crowley giunte a Blackwood nell’ambito dei comuni giri ex-Golden Dawn, senza esserne di fatto un ritratto: l’amore per la vita brillante, la lode dell’eccesso, la morale che “non era senz’altro quella di oggi”, le speculazioni esoteriche, l’incarnazione di divinità egizie, lo spazio lasciato a una realtà divorante pagana, il riferimento stesso al Bulaq Museum set della più famosa avventura egiziana di Crowley, la notazione che Moleson verrà “annoverato tra gli energici e allucinati entusiasti che danno vita a nuove religioni, ottengono notorietà, una manciata di seguaci isterici e poi… l’oblio”  permettono di ipotizzare almeno qualche nesso al racconto in fase genetica.

Per evitare spoiler, non si racconta come evolve questa vicenda di predazione da parte del Passato, che vede a un tratto Moleson e Isley compenetrarsi (con un salto allucinatorio da organico a inorganico che ci fa ormai pensare a Le venti giornate di Torino) in due statue colossali, non a caso gemelle – dunque in rifrazione ideale – dall’enorme pregnanza simbolica. Sono quei Colossi di Memnone che da immagini di Amenhotep III, mutilate dal conquistatore persiano Cambise, verranno riletti come in rapporto al mitico Memnone della guerra di Troia: dal Colosso di destra all’alba emergevano curiosi rumori, che possiamo identificare come causati dal riscaldamento solare della pietra (e cesseranno per motivi probabilmente strutturali dal III sec. d.C.), ma per gli antichi restituivano il saluto di Memnone alla madre Eos, l’aurora. In realtà quel canto che echeggia e diventa emblematico di una dimensione ipnotico-musicale del Passato – il tema è qui ben sviluppato, con pagine straordinarie –, è anche quello di un genere letterario circondato di equivoci e suggestioni. Il Passato che straborda, censura, carpisce e possiede è in fondo un tassello di tutta quella dinamica degli impatti del tempo sopra l’identità e la Storia che nel weird costituisce uno degli elementi chiave: il non-luogo dove un testimone dall’identità variamente fratta (il narrante, Isley, Moleson…) conosce non solo l’attacco di un passato vampiresco, non solo la metamorfosi attraverso un rito e un animarsi di forme antiche – come in tanto horror – ma uno svuotamento sociale che lo restituisce diverso alla realtà attraverso il tema di una disturbante Nascita al Passato. Per lui come per tutti quelli che ne hanno seguito i passi, mentre la Storia emerge solo in quanto permessa da quel passato fascinoso e mortifero.

Non c’è trama? Dipende cosa intendiamo per tale. Ma poche storie son strane e fatali (due termini con cui si potrebbe tradurre weird) quanto quelle dove i tempi cambiano di posto e la nascita avviene al Passato, evertendo nessi causali collettivi e personali. Per cantare invano, come da un volto sfigurato di pietra, al sorgere del giorno nel deserto.

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La scala a chiocciola (stavolta ad Arkham) https://www.carmillaonline.com/2023/01/19/la-scala-a-chiocciola-stavolta-ad-arkham/ Thu, 19 Jan 2023 21:00:34 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=75639 di Franco Pezzini

H.P. Lovecraft. Edizione annotata, prefazione e note di Leslie S. Klinger, introduzione di Alan Moore, a cura di Massimo Scorsone, pp. LXXIV + 854, € 48,00, Mondadori, Milano 2022.

Di anni, da allora, ne sono passati tanti – al netto di qualunque banalità sul “Sembra ieri”, visto che il primo a invecchiare è chi scrive. Erano gli anni Ottanta in cui nasceva in Italia un’attenzione critica anche accademica sul fantastico, e si moltiplicavano collane bellissime (per Theoria, Serra & Riva, vari altri), anche se col riflusso [...]]]> di Franco Pezzini

H.P. Lovecraft. Edizione annotata, prefazione e note di Leslie S. Klinger, introduzione di Alan Moore, a cura di Massimo Scorsone, pp. LXXIV + 854, € 48,00, Mondadori, Milano 2022.

Di anni, da allora, ne sono passati tanti – al netto di qualunque banalità sul “Sembra ieri”, visto che il primo a invecchiare è chi scrive. Erano gli anni Ottanta in cui nasceva in Italia un’attenzione critica anche accademica sul fantastico, e si moltiplicavano collane bellissime (per Theoria, Serra & Riva, vari altri), anche se col riflusso si contraeva la carica provocatoria che per esempio aveva connotato tanto gotico del decennio precedente.

Ma il fantastico sapeva trovare luoghi in cui insediarsi. A Torino in via Volta, per esempio, la leggendaria libreria Sevagram di Riccardo Valla – esperto autentico, sommo traduttore e interlocutore di grandi scrittori: bello ricordarlo a dieci anni dall’improvvisa scomparsa nel gennaio 2013, aveva fatto appena in tempo a promuovere la fondazione del MuFant. Oppure, e da me più frequentata, perché non distante da casa, la Ziggurat di corso Re Umberto: un luogo molto particolare di penombra e scaffali, sede per me di infinite scoperte, organizzata su due piani. Quello sottostante, cui si accedeva da una pittoresca scala a chiocciola, traboccava di fantastico, compresi pionieristici volumi in inglese sul cinema horror. E non posso evitare di associarvi il nome di Lovecraft, in cui mi ero imbattuto negli anni di liceo attraverso una vecchia edizione Sugar de Le montagne della follia (1966, recuperato in un angolo della cartolibreria di zona) e soprattutto l’insuperato Storie di fantasmi di Fruttero & Lucentini – i veri importatori in Italia di una serie di nomi eccellenti qui ancora sconosciuti. Al punto che la nostra corrispondenza di cartoline tra amici, in quella seconda metà anni Settanta, traboccava di citazioni pseudolovecraftiane, come i nostri soggiorni canavesani si trovavano infestati dalla presunta presenza di un mostro di pastasciutta vagamente cthulhuforme.

Ormai da quella scala a chiocciola della Ziggurat, chiusa tanti anni fa, scendo solo con la fantasia: ma mi è accaduto di recente, prendendo in mano – con tutte e due le mani, dato il peso delle quasi mille pagine – una delle ultimissime uscite degli “Oscar Draghi” Mondadori, il monumentale H.P. Lovecraft. Edizione annotata, varato in occasione dell’anniversario della morte di Lovecraft, e oggetto della sollecita cura di Massimo Scorsone, coltissimo e infaticabile curatore di molti degli ultimi “Draghi”, nonché (tutto torna) amico di antica data di Riccardo Valla.

Scorsone è l’uomo giusto per far emergere la dignità letteraria di Lovecraft: quel Lovecraft autore per esempio di eleganti liriche finora in Italia tradotte scipitamente in chiave prosastica nel completo sprezzo del ritmo musicale cui l’autore teneva tanto. Il tenore delle traduzioni di Scorsone, offerte anni addietro in una serata del gruppo Poesia in Progress al Circolo dei lettori di Torino, è al contrario alto e molto fedele. Un solo esempio che HPL amerebbe, la resa della lirica lovecraftiana St. Toad’s (qui di seguito nel testo originale), rititolata carduccianamente Davanti a San Bodda:

 

XXV. St. Toad’s

 

“Beware St. Toad’s cracked chimes!” I heard him scream

As I plunged into those mad lanes that wind

In labyrinths obscure and undefined

South of the river where old centuries dream.

 

He was a furtive figure, bent and ragged,

And in a flash had staggered out of sight,

So still I burrowed onward in the night

Toward where more roof-lines rose, malign and jagged.

 

No guide-book told of what was lurking here –

But now I heard another old man shriek:

“Beware St.Toad’s cracked chimes!” And growing weak,

 

I paused, when a third greybeard croaked in fear:

“Beware St. Toad’s cracked chimes!” Aghast, I fled –

Till suddenly that black spire loomed ahead.

 

 

XXV. Davanti a San Bodda

 

«Da San Bodda, e i suoi rochi cariglioni»

L’udii sgolarsi «guardati!» in quel borgo

Sognante, a Sud del fiume, nell’ingorgo

Cacciatomi di ronchi, e cupi androni

 

Secolari. E furtivo, e curvo egli era,

E lacero ; e in un lampo era svanito.

Senza un indugio pur me n’ero uscito

Sotto irte gronde, torve nella sera,

 

Né lessi in nessun libro quale azzardo

Vi si corresse ; ma ora un altro vecchio

M’urla «alla larga, San Bodda!» all’orecchio,

 

Al che ristò; quando un terzo vegliardo

«Via da San Bodda!» a gran voce ancor muglia…

E fuggo – ero già all’ombra della guglia…

 

Ma torniamo al volume, che non è ovviamente e non potrebbe essere un Tutto Lovecraft – operazione del resto già varata con successo dal compianto Giuseppe Lippi proprio per Mondadori, in quella che rappresenta a tutt’oggi la migliore edizione circolante in Italia (1989-92): il curatore, lo studioso e avvocato americano Leslie S. Klinger, seleziona e glossa i racconti, secondo una prassi da lui già riservata a vari classici del gotico. Diavolo d’un uomo, per annotare Dracula (2009) Klinger era riuscito a mettere le mani sul manoscritto originale con le parti poi stralciate – in grazia di speciale concessione del proprietario Paul Allen, cofondatore della Microsoft. Unico punto debole di tale operazione in sé preziosa mi pare l’eccesso di concessione al pop, sulla scia dei giochi in voga tra sherlockiani, nel presentare il testo come realmente raccolto dal coniugi Harker, con tutta una serie di allegre ma alla fine stucchevoli affabulazioni (compreso l’intervento di Dracula, illeso, che pretende il tranquillizzante finale del suo incenerirsi): strategia funzionale a giustificare quelle contraddizioni nel romanzo che rappresentano invece per il lettore attento un elemento di intatto fascino, permettendo di ravvisarvi come a tocchi di pennello la stratificazione di infinite versioni perdute.

In questo Lovecraft annotato, il risultato – il primo di due volumi già editi negli USA (2014 e 2019), almeno un terzo plausibilmente seguirà – è per fortuna più filologicamente sobrio, e raccoglie i racconti del cosiddetto “ciclo di Arkham”, dal nome del centro immaginario del New England attorno a cui si consumano incresciose vicende. Come noto, costruendo liberissimamente il suo lovecraftverse l’autore non prevedeva rigide partizioni tra “ciclo di Arkham” e resto dei racconti, ma si tratta di un lecito sistema editoriale per raccogliere un bel po’ di materiale in un volume oggettivamente grandioso.

Le traduzioni sono in gran parte quelle ottime del Tutti i racconti lippiani già in casa Mondadori, glossate dalle ricche note di Klinger, in rosso. Introduce alle danze il fumettista e mago cerimoniale Alan Moore, che ben evoca per Lovecraft la cifra di un “autentico trionfo del Perturbante”: formula che riesce a saldare le vertigini di ciò che sta in alto e ciò che sta in basso (come li definiva il vecchio Trismegisto), molto meglio di stantie etichette come ultimo demiurgo e suggerisce che il cosmo/caos dei racconti sia anzitutto interiore e indicibile. Il filtro è in genere quello delle emozioni di un narrante davanti a indescrivibili creature umidicce, a ibridi e abissi, a sussurri di qualcosa tanto più esplosivo quanto più fuggevolmente avvertito: le epifanie (anti)cosmiche non sono frequenti (di voragini stellari se ne vedono pochine, le creature sono tanto più raccapriccianti quanto meno viste), e gli accumuli di aggettivi che spesso i critici di Lovecraft hanno (anche ingenerosamente) biasimato sono in realtà tentativi di riportare a un balbettio soggettivo, percettivo e comunque emotivo, idiosincrasie comprese, brividi su oggetti altrimenti insuscettibili di presentazione – e che semmai, descritti, rischierebbero di perdere molto della loro terribilità. Per cui sì, orrore cosmico, dove però il peso, più che sull’aggettivo come in genere si insiste a rimarcare, va sul sostantivo inerente abissi di straniamento in primis umani. Ecco il Perturbante.

E qui il fantastico si conferma in fondo linguaggio dell’identità e delle sue crisi: Moore sottolinea con grande lucidità il sistema di paure (verso migranti e non bianchi, omosessuali, suffragette, scioperi e ripercussioni della rivoluzione russa)

 

che ossessionavano una fascia assai ampia della perbenista società americana, [e] avrebbe trovato espressione negli scritti e nelle idee di Lovecraft. È vero tuttavia che l’intelletto di Lovecraft e le sue abitudini di lettore onnivoro lo mettevano in grado di cogliere e sperimentare una gamma di malesseri ben più estesa rispetto a quella che poteva affliggere l’esasperato cittadino medio.

 

Quelli appunto sulla terrificante incommensurabilità del cosmo rispetto al minuscolo essere umano (con connotazioni escatologiche, di parola sulla fine, che dovrebbero spingere a uno studio attento del rapporto simbolico e linguistico tra apocalittica lovecraftiana e peso delle fonti scritturistiche della sua biblioteca). Ma

 

malgrado possa aver guardato a se stesso – secondo l’opinione professata di comune accordo con i suoi lettori, anzi persino con quanti lo conoscevano di persona – come all’incarnazione dell’Estraneo, protagonista della più emblematica delle sue fiabe, The Outsider, nella realtà delle sue ansie e dei suoi incubi Lovecraft finisce col rivelarsi qual è, al punto da rappresentare il più inaudito colpo di fortuna tra i fenomeni statistici: il perfetto uomo medio, ossia l’Intraneo, un Insider sociale assediato e turbato al pensiero di dover patire nuove e aliene contaminazioni provenienti dall’esterno. Questo, come si potrebbe supporre, è il motivo alla base della fatale attrazione esercitata su di noi dalla sua opera.

 

(Del resto è il solito discorso: a credere di cavalcare la tigre, ad assumere posture eroicomiche da Outsider è in genere proprio il perfetto, impauritissimo uomo medio. Con la differenza che, nelle tristi platee di uomini medi, di maestri di scrittura come Lovecraft ce ne sono pochini.)

A seguire, una buona introduzione di Klinger che contestualizza il Nostro nell’ambito della storia dell’horror, e tocca un po’ tutti i punti utili sull’opera e l’autore. Ovvio, i cultori di HPL non vi troveranno forse vertiginose novità, ma non sarebbe lo spirito giusto con cui avvicinare questo bel sontuosissimo volume, ricchissimamente illustrato a colori con foto (molte di luoghi, davvero interessanti), tavole, locandine. E ovvio, si tratta di un prodotto pop.

Che però, se lo guardiamo in modo non troppo superficiale, viene a provocare su una questione fondamentale. Al di là delle ricadute in prodotti derivati e fenomeni di costume (compreso il ridicolo folklore fascistoide italiota) si parla di uno scrittore, un autore a cui oggi si può riconoscere un’autentica dignità letteraria, e capace di innovazioni espressive infinitamente più grandi del piccolo cabotaggio delle sue paure di Insider. Mentre tutta la pletora di imitatori pedissequi – a volte a lui devoti in un modo che HPL troverebbe irresistibilmente buffo – non va molto oltre il livello delle nostre cartoline liceali lovecraftianeggianti o del nostro mostro di pastasciutta canavesano: con la gravità aggiunta, imperdonabile, di prendersi sul serio e passare dal cosmico al comico. La scrittura di Lovecraft dovrebbe invece spingere a imitarlo nel condurre il fantastico un passo oltre quel che abbiamo ereditato, a trovare nuovi linguaggi e magari giocarci – come lui faceva allegramente coi suoi amici – senza il sussiego che spesso troviamo rimbombare a tutela di scritti dimenticabili di suoi “discepoli”.

Ben diverso il livello dei ventidue testi forti qui antologizzati sulla settantina di quelli dell’autore: testi (i principali racconti, e persino il romanzo Le montagne della follia), presentati in ordine utilmente cronologico, muniti di congrui cappelli introduttivi e seguiti da un sistema di sfiziose appendici. Testi che è bello rileggere ancora, per scoprire tra le pieghe una serie di sottigliezze narrative troppo spesso sacrificate dalle svianti traduzioni ammanniteci per anni in Italia (anche da sedicenti esperti).

E torno alla mia scala a chiocciola, in quell’Arkham di tanti anni fa. Dove, parafrasando quanto detto per altri, non resta che domandarmi se non vorrei scoprire Lovecraft solo ora, per sentire oggi come al tempo del primo incontro quell’abbagliante e a volte terribile felicità.

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Da certe conchiglie non è il mare a sentirsi https://www.carmillaonline.com/2022/07/18/da-certe-conchiglie-non-e-il-mare-a-sentirsi/ Mon, 18 Jul 2022 20:00:54 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=72946 di Franco Pezzini

Ivo Torello, La casa delle Conchiglie, prefaz. di Paolo Di Orazio, pp. 420, € 16,90, Hypnos, Milano 2018.

Di norma si può nutrire una certa diffidenza per la letterarizzazione dei bordelli, spregiudicate fabbriche di sfruttamento del corpo femminile. L’arte concede tuttavia dei lasciapassare: pensiamo soltanto a certe pagine del Satyricon, con il sapore onirico e straniante accentuato dalla perdita di interi stralci del testo, o alle fulminanti, meravigliose e terribili scene postribolari evocate da Füssli, colte come da un buco della serratura con quel tanto di febbre sufficiente [...]]]> di Franco Pezzini

Ivo Torello, La casa delle Conchiglie, prefaz. di Paolo Di Orazio, pp. 420, € 16,90, Hypnos, Milano 2018.

Di norma si può nutrire una certa diffidenza per la letterarizzazione dei bordelli, spregiudicate fabbriche di sfruttamento del corpo femminile. L’arte concede tuttavia dei lasciapassare: pensiamo soltanto a certe pagine del Satyricon, con il sapore onirico e straniante accentuato dalla perdita di interi stralci del testo, o alle fulminanti, meravigliose e terribili scene postribolari evocate da Füssli, colte come da un buco della serratura con quel tanto di febbre sufficiente a sprofondarle in una dimensione da incubo. Se del resto a regnare non è un clima di equivoca estetizzazione di un recinto di fantasie maschili, e tanto più quando le letture virano iconoclasticamente sull’ironico e il grottesco, il visionario e il fantastico, possiamo evitarci inutili pruderie nella considerazione che una società possa leggersi anche da quel punto di osservazione.

Come nel bellissimo, coltissimo, fantasiosissimo La casa delle Conchiglie di Ivo Torello: un romanzo di genere non scevro da vere e proprie qualità letterarie, con soluzioni anche di grande eleganza.  Un trionfo di intelligenza, cultura e fantasia nella messa in scena, tra pseudobiblia, afrodisiaci luciferini e sedute spiritiche, dietro il paravento di un bordello assai particolare, la Maison des Coquillages dal salone centrale incastonato di ammoniti fossili e tappezzata di opere di Courbet, Gérôme, Daumier, Chéret e Doré; una mitologica, fantomatica casa di piacere della Montmartre borghese degli anni Sessanta dell’Ottocento frequentata in modo più o meno costante dall’intero panorama di pittori, fotografi, scrittori, musicisti, agitatori culturali che associamo a quella Parigi. Dumas, Nadar, i Goncourt, Bizet, Camille Flammarion, Moreau, ovviamente Courbet in odore di L’origine du monde

A gestire l’intrapresa è una fantastica figura femminile, Madame Dauphine Sabatière che presto diverrà vedova de La Châtre, “una trentenne volitiva, colta e bellissima, elegante e scaltra come una gatta”. Oh, non aspettiamoci che Madame rispetti tutte le norme dei catechismi ecclesiali o laici, e neppure che faccia sempre le scelte giuste – come quando, per un certo orripilante rituale di magia nera consigliato nel Cultes Innommables del von Junzt (il lettore di fantastico dovrebbe già drizzare le orecchie), si procura imprudentemente un cadavere senza informarsi dei trascorsi del medesimo. Ma lei e la sua squadra – quasi tutte donne, comprese le sceltissime ragazze nelle quali ravvisa il petit voyant, “la piccola luce ‘che brilla nell’occhio delle signore quando si accenna loro ai misteri della natura’” e che lì hanno una libertà professionale del tutto inedita per un bordello – riescono a far fronte a un mondo non certo femminista con virtuosistica abilità.

Impensabile banalizzare in un riassunto le infinite avventure offerte da questo tripudio gotico e romantico, in un brillante e originalissimo mix di arte, magia nera, sessuologia e storia della cultura dove il fantastico esonda, compreso quello dell’erotica che ne ricorda le dimensioni teatrali, antinaturalistiche e fittizie, in sostanza fantastiche. Un libro scritto per il puro piacere della scrittura, alieno dal desiderio di compiacere chicchessia, e che dunque si lascia andare al divertimento e allo sberleffo (in chiave erotica, perché no), con una sincerità rara: sberleffo anche a un certo horror alla moda dell’oggi, che celebrando e banalizzando Ligotti e altri alfieri del Nero, celebra l’iperviolenza sterile, il maledettismo ripiegato su se stesso, un certo uso gratuito dell’angoscia e – fuori tempo massimo – dello splatter. Comprese le sacrestie dei finti outsider fitte di devoti a un Lovecraft premasticato: e in effetti qui troviamo – con benvenuta vis polemica – entità paralovecraftiane adorate dai beceri cultisti dell’Ordine del Dio Dormiente o Confraternita di Dagon, evolianamente maschilisti, compiaciuti nella messa in scena distorta e distorcente di copioni che hanno preteso di arraffare, credendo di celebrare il politicamente scorretto e corteggiando solo un modaiolo grottesco. Non è forse un caso che gli odierni cultisti di HPL sminuiscano la carica critica di questo bel romanzo. Regolarmente penalizzato anche dall’algoritmo bacchettone dei social, cieco e idiota come certe entità lovecraftiane: il seno all’aria sulla copertina (“L’orrore. L’orrore…”) sembra recare problemi più gravi agli uomini di Zuckerberg di certi repellenti post o gruppi neofascisti. Il che, diciamolo, stupisce moderatamente.

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Al di là del portale del fandom https://www.carmillaonline.com/2021/10/31/al-di-la-del-portale-del-fandom/ Sun, 31 Oct 2021 21:26:46 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=69016 di Franco Pezzini

Howard Phillips Lovecraft, I taccuini di Randolph Carter, a cura di Marco Peano, trad. di Mario Capello, euro 19, pp. XVIII-254, Einaudi, Torino 2021.

D’accordo, la prima domanda può essere: serviva davvero, una nuova traduzione di questi testi? La raccolta presenta l’intera saga dell’onironauta di Lovecraft, cioè i suoi racconti La testimonianza di Randolph Carter, L’indicibile, La chiave d’argento, il romanzo La cerca onirica di Kadath l’ignota, e un racconto a quattro mani, Al di là del portale della chiave d’argento scritta assieme a Edgar Hoffmann Price – tutti testi [...]]]> di Franco Pezzini

Howard Phillips Lovecraft, I taccuini di Randolph Carter, a cura di Marco Peano, trad. di Mario Capello, euro 19, pp. XVIII-254, Einaudi, Torino 2021.

D’accordo, la prima domanda può essere: serviva davvero, una nuova traduzione di questi testi? La raccolta presenta l’intera saga dell’onironauta di Lovecraft, cioè i suoi racconti La testimonianza di Randolph Carter, L’indicibile, La chiave d’argento, il romanzo La cerca onirica di Kadath l’ignota, e un racconto a quattro mani, Al di là del portale della chiave d’argento scritta assieme a Edgar Hoffmann Price – tutti testi nel complesso famosi. Al netto però di qualunque considerazione sull’utilità sociale della traduzione di un classico (come tale in sé noto, ma merita sempre d’essere riproposto) e sulla politica editoriale di voler avere in catalogo una propria versione, mi pare che la risposta debba essere positiva. Intanto il volume è molto bello, elegante come appunto ci si attende per un classico; la traduzione, buona e godibile, è condotta sull’edizione a cura dell’espertissimo Joshi, The complete fiction di Barnes & Noble 2011 (e non sulle precedenti, criticate per refusi e imprecisioni); a volgere i racconti in italiano è un bravo traduttore estraneo al sottomondo fandom, che giustamente li ha trattati come classici della letteratura anglosassone; e a curare il tutto è un competente curatore come Marco Peano, già studioso attento dell’epistolario, e che qui corona l’insieme con una bella Prefazione. Alcune soluzioni del traduttore faranno storcere un po’ il naso a quanti si erano abituati a rese consolidate – i “tuttossa della notte” al posto dei magri notturni –, ma da un lato quelle non costituivano verità rivelata, e dall’altro si tratta in fondo del voler tornare alla sorpresa di un testo con gli occhi di una nuova generazione. In sostanza, lasciamo le lamentazioni a consumarsi, e godiamoci questa bella edizione.

Su Lovecraft, e anche su questi racconti, le piste di ricerca fertili sarebbero ancora davvero tante: a partire dal suo rapporto con le fonti. Dove, per favore, evitiamo di considerare tutta una serie di autori eccellenti come meri ispiratori e altri come puri epigoni: Lovecraft è stato grandissimo, ma sarebbe il primo a trovare insensato tale riduzionismo grottesco e provinciale di maestri come Machen, Bierce o lo stesso immenso Poe (per citare solo qualche patriarca). Dividere tout court la storia del fantastico in prima e dopo Lovecraft, come se lui dovesse essere il centro focale di tutto, atteso quasi messianicamente, significa brandire un’impostazione critica un po’ imbarazzante, da tifo tra squadre di paese: non lo si fa (giustamente) per il resto della letteratura, ha davvero senso proporre una partizione “a podio” nella letteratura fantastica?

Tanto più che, ad analizzare con attenzione i testi, scopriamo i fili che corrono da un’opera all’altra, da un autore all’altro, e rendono HPL parte vitale di un lungo cammino che certo non si esaurisce in lui. Kadath l’ignota è per esempio solo una tappa avanzata, ciclopica di quella serie di arcicastelli – d’Otranto, di Udolpho, Metzengerstein, Casa Usher eccetera, fino al Castello Dracula, a quello di Kafka e ad altri – il cui statuto incerto di luoghi fisici e insieme del sogno si relaziona agli orizzonti e paradigmi delle rispettive epoche. Il tema dell’identità plurima come cifra paradossale di orrore si colloca in un’epopea del fantastico come letteratura di crisi dell’identità esplorata fin dal Settecento, emblematica dell’Ottocento ed esondante nello stesso mainstream del Secolo breve. Il rapporto tra gruppi di dèi, qui continuamente richiamato non tanto a fornire coordinate fantateologiche quanto spunti poetici, sembra richiamarsi alle dinamiche di testi come la lirica Il Verme Conquistatore di Poe, con la messinscena di “Mimi fatti a sembianza di Dio in alto / [che] borbottano e brontolan piano” e volteggiano, “vani fantocci […] al comando di vasti esseri informi [“vast formless things”, nella prima versione “vast shadowy things”], / che spostano lo scenario qua e là” eccetera. Come non è Lovecraft a inventare gli pseudobiblia o le città simbolo d’inconcepibile alterità, pur giocando sull’uno e sull’altro topos con straordinaria bravura.

Ancora: Lovecraft, che non è certo un maestro sul piano ideologico come qualcuno pretenderebbe a fini strumentali, è invece un buon maestro di scrittura – alla faccia di quanti ne hanno demolito lo stile (penso a certe frecciate del pur bravo Colin Wilson, che lì però cade malamente), spesso sulla base di edizioni inaffidabili o magari di confusioni con il vorrei-ma-non-posso epigono Derleth. Il primo dei testi qui antologizzati, La testimonianza di Randolph Carter, trasformazione in novella – com’è noto – del resoconto di un autentico sogno dell’autore, mostra come il materiale onirico possa felicemente fornire il tessuto completo (e non solo uno spunto ispiratore di singole scene, come per Walpole, Mary Shelley, forse Stoker) a un testo narrativo suscettibile a quel punto di criteri di giudizio diversi, non asfitticamente psicologistici ma letterari. L’indicibile, forse meno forte sul piano della narrazione, si configura però come una vera e propria lezione teorica di scrittura e riflessione critica sull’uso del non-detto in chiave enfatica e perturbante, contro le critiche e i sofismi di alcuni lettori. La chiave d’argento, con le sue dimensioni liricamente nostalgiche, colloca la filosofia di vita di Lovecraft/Carter all’interno di una crisi consumata verso una serie di valori del mondo americano del tempo, nel cui contesto intellettuale il racconto va anzitutto valutato. Come per Poe, anche se in modo diverso per il mutare dell’America e il differente profilo soggettivo, il pensiero di Lovecraft va rapportato a un orizzonte di giornali, pubblicazioni amatoriali e non, scoperte e nuove ipotesi scientifiche, conferenze, dibattiti e polemiche – da lui seguiti magari a distanza, o anche al filtro dei sui contatti. Avvicinarlo a figure della piazza europea (magari sull’onda di pretese vicinanze alla “Tradizione”, e di sporadiche sue letture) risulta una forzatura: togliere Lovecraft dal suo mondo significa fraintenderlo completamente. La chiave d’argento, scritto nel 1926 – nel corso di quegli anni ruggenti che a lui interessano in fondo poco – verrà pubblicato all’inizio del 1929: di lì a qualche mese si scateneranno forze mostruose, gli Altri Dèi di una finanza che inabissa gli Stati Uniti come una fantastica R’lyeh, aprendo le porte alla follia (povertà, suicidi, disoccupazione, deflagrazione sociale) e ai mostri (però quelli gotici, il cui cinema eromperà proprio su quell’onda, irrorato dalle fantasie dei transfughi dell’espressionismo tedesco). Il cosmo/caos di Lovecraft incombe dall’alto sulle teste dei lettori ma in robusta parte anche nel profondo delle loro interiorità: quando Fruttero e Lucentini inseriranno vari racconti del Nostro nel bellissimo Storie di fantasmi (Einaudi, 1960) suggeriranno in fondo questo.

La cerca onirica di Kadath l’ignota, con il godibilissimo affresco di un’odissea negli Spazi Ulteriori, delinea a sua volta un tipo di fantasy che purtroppo non trova sufficienti estimatori da poter costituire un modello diffuso (mentre pensiamo al brulicare, anche in Italia, di autori fermi a elfi, orchi e talismani – come se dopo Tolkien avesse ancora senso). Certo, il romanzo brulica di ispirazioni a classici precedenti (il Nyarlathotep in scena viene direttamente dall’Eblis del Vathek, i riferimenti ai fuochi di figure faunesche da Pomponio Mela tramite Poe, eccetera), ma giocati in modo così festosamente originale e brioso da non esaurirsi mai nel puro citazionismo. Lì HPL capitalizza la narrativa d’avventure esotiche antiche e vittoriane, le letture delle Mille e una notte e i relativi controcanti europei settecenteschi, e le stesse suggestioni fantarcheologiche rimbalzanti in una certa pubblicistica d’epoca (i continenti perduti di Ignatius L. Donnelly, i Maya di Augustus Le Plongeon, eccetera). Non stupisce per esempio che in Al di là del portale della chiave d’argento emerga il richiamo al colonnello Churchward, “scopritore” del continente perduto di Mu… In effetti quest’ultimo testo è il più problematico della raccolta, perché abbina al timone il materialista Lovecraft e un interessato all’esoterismo come Price: ciò che potrebbe permettere di ravvisare nel nesso tra l’eroe Carter e l’occultista creolo Etienne-Laurent de Marigny, il “più grande mistico, matematico e orientalista del continente”, qualche confusa memoria del mago mulatto Paschal Beverly Randolph, figura emblematica di occultista tra l’America e l’Oriente.

Possiamo restare perplessi scoprendo come venga qui considerato il massimo di orrore e straniamento lo scoprirsi del protagonista come identitariamente presente in realtà diverse del cosmo: forse oggi siamo più abituati all’ipotesi degli universi paralleli, o all’idea che “percentuali” di noi si trovino in giro variamente sparigliate nella realtà (anzi Carter, come scrittore, dovrebbe non considerarla una prospettiva così nuova). Ma non stupiamoci, è cambiato il mondo e il titano Lovecraft è solo una tappa nel lungo cammino della storia del fantastico: inventa o spesso recupera e valorizza topoi, ci gioca con bravura (pienamente) letteraria e con il suo corpus di racconti edifica i pilastri di un’intera mitologia, che d’altra parte poggiano la base nel piccolo orbe della sua Nuova Inghilterra.

Tutto ciò non a ridurre o banalizzare l’importanza di Lovecraft, tutt’altro: ma a contestualizzare un po’ la naïveté di un certo tipo di devozione fiorente su internet e in millanta eventi sul fantastico, un (Carducci permetterà)  lovecraftismo degli stentatelli votato al culto compulsivo di lui a botte di interventi sussiegosi, analisi letterarie migliorabili – non mancano studiosi seri, ma certo in percentuale ridotta rispetto a fiumane di autoproclamati esperti –, riferimenti a opere critiche datate e discutibili, mentori da non inimicarsi, affermazioni storiche banalizzanti (“normale che fosse razzista, tutti allora lo erano”). E imitazioni non esaltanti, in chiave di fanfiction: mentre, osservava giustamente il critico Davide Mana, i discepoli migliori di HPL non sono quelli che lo scimmiottano o pretendono di continuarlo, ma quelli che lo tradiscono, si ispirano a lui per reimmaginare completamente il quadro, mostrano di averne appreso la lezione e la valorizzano per analogia.

Che HPL sia anche un effervescente fenomeno pop non stupisce e non c’è nulla di male, c’è spazio per tutti – anche se non è detto che ogni entusiasta abbia tout court qualcosa di sensato da proclamare. Ottimi i carotaggi monotematici, ma vanno raccordati a un orizzonte culturale ampio e insieme puntuale, senza scorciatoie esoteriche dove non congrue (anche se permettono di fare sfoggio d’erudizione in taluni ambienti) e con un’attenzione comunque al mondo concreto su cui Lovecraft teneva i piedi, pur vagheggiando cosmi lontani. Quella è la Nuova Inghilterra delle Città del tramonto, in fondo: e una meta può essere il tipo d’approccio, esemplare per rigore e quantità di dati offerti, con cui brilla per esempio la Edgar Allan Poe Society di Baltimora votata al suo grande predecessore. Qualcosa che su Lovecraft in parte c’è, ma soprattutto nella critica anglosassone, mentre da noi – basta farsi un giro sul web – a grandi numeri prevale l’ossessione antimodernista, in loop come un uroboro. Davvero meritevole invece l’uscita, in tre volumi in Italia per un piccolo editore, dell’opera dell’espertissimo S.T. Joshi, Io sono Providence. La vita e i tempi di H.P. Lovecraft (Providence Press, 2020-21), col pregio di aprire finalmente le finestre e far entrare un po’ di aria fresca nel mondo delle letture lovecraftiane nostrane, grazie al rigore asciutto degli studi anglosassoni.

Dissodare i testi, analizzarne il linguaggio, individuare i precedenti filologici, linguistici o tematici, che non costituiscono mai dati aridi ma rimandano a letture concrete e sogni… Se vogliamo davvero onorare Lovecraft, anche nell’Italietta intignata nei livori verso i grandi editori e la critica “alta”, cominciamo insomma a trattarlo da classico qual è, apriamo alla realtà storica del suo mondo e delle sue letture (non quelle che avrebbe potuto condurre, sulla base della bibliotechina personale dell’autoeletto esegeta), e allo specifico letterario dove ha dato il suo meglio. Se poi con Schopenhauer possiamo giustamente elogiare i dilettanti, che hanno mostrato di apprezzare Lovecraft anche quando una critica accademica ancora non lo capiva, non possiamo dimenticare che anche nello studio della letteratura, anche non essendo accademici, occorre dedicare ai soggetti un rigore – anzitutto nell’approccio, se non proprio nelle forme – che a quello dell’accademia si avvicini. Bene la buona divulgazione, specie se poi permetta qualche guizzo minimamente originale nell’impostazione, ma anche quella richiede rigore. Bene lo sforzarsi di cogliere la novità di Lovecraft, non in grazia di un ipse dixit reazionario, ma per la gioia continua di una possibile riscoperta, che è uno degli aspetti caratterizzanti i classici. Necessario dunque saper anche uscire dal portale serrato del fandom, con relative grandezze (che pur ci sono) e limiti.

L’edizione in questione, pur non avendo pretese di edizione critica, fa in fondo proprio questo, trattare seriamente Lovecraft come un classico angloamericano in quanto tale (non solo “del fantastico”). E su un autore grandissimo tanto maltrattato da critica ostile e devozioni asfittiche, pare un riconoscimento importante.

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Sex and the Magic: il Dumas d’America (I) (Victoriana 28/1) https://www.carmillaonline.com/2019/08/31/sex-and-the-magic-il-dumas-damerica-i-victoriana-28-1/ Sat, 31 Aug 2019 21:00:15 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=54492 di Franco Pezzini

Lincoln, Lovecraft e i preadamiti

21 aprile 1865. Il corpo del sedicesimo presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln, assassinato il 15 aprile, parte in treno per l’ultimo viaggio insieme ai resti del figlio William morto nel 1862. Inizia così un lento corteo funebre ferroviario, con un transito attraverso città e commemorazioni che durerà tre settimane (fino al 3 maggio) e che farà ricordare l’evento – ovviamente anche un grande rito politico – come “The Greatest Funeral in the History of the United States”. Diretto verso Springfield, Illinois, è un convoglio [...]]]> di Franco Pezzini

Lincoln, Lovecraft e i preadamiti

21 aprile 1865. Il corpo del sedicesimo presidente degli Stati Uniti, Abraham Lincoln, assassinato il 15 aprile, parte in treno per l’ultimo viaggio insieme ai resti del figlio William morto nel 1862. Inizia così un lento corteo funebre ferroviario, con un transito attraverso città e commemorazioni che durerà tre settimane (fino al 3 maggio) e che farà ricordare l’evento – ovviamente anche un grande rito politico – come “The Greatest Funeral in the History of the United States”. Diretto verso Springfield, Illinois, è un convoglio apposito di nove carrozze, otto messe a disposizione dalle ferrovie per familiari, amici e cariche pubbliche, più la solita presidenziale – ora parata a lutto – in cui sono trasportati i feretri. Lungo il viaggio vengono cambiate varie locomotive, e un’altra precede il treno per evitare ogni ostacolo sul percorso.

In quel contesto di commozione collettiva nessuno si preoccupa di un episodio consumatosi su un treno per Springfield molto più comune. Seduto tra gli altri c’è un uomo di trentanove anni. Un bell’uomo, di pelle un po’ più scura rispetto a quelli intorno: uno dei frequenti casi per i quali da un paio d’anni (cioè dal 1863) negli USA si è preso a parlare di miscegenation, da miscere e genus, il figlio in sostanza di una coppia  con un partner di colore – africano – e l’altro bianco. In italiano ancor oggi si continua a usare un termine francamente sgradevole, mulatto, dallo spagnolo mulato, in riferimento al mulo come animale ibrido (da lavoro): ma nella terminologia della società schiavistica americana le categorie genealogiche sono persino più loscamente precise e il Nostro viene descritto come un octoroon, cioè con un ottavo di ascendenza africana. Cioè quanto, per intenderci, Alexandre Dumas figlio, il cui nonno era considerato mulatto mentre il più noto (e omonimo) padre si sarebbe definito un quadroon: citazione exempli gratia che però, vedremo, è meno accidentale di quanto sembri. Dal canto suo, più elegantemente, il personaggio in discorso ama definirsi un uomo con due anime.

Comunque sia, alcuni passeggeri, di fronte a colore della pelle e tratti del viso, obiettano alla presenza del Nostro sul treno: e gli viene chiesto di scendere. Alle biffe razziste l’uomo potrebbe ben protestare di aver conosciuto Lincoln nel 1851, dieci anni prima che assurgesse alla massima carica degli States, e di aver mantenuto un rapporto tale da voler accompagnarlo nell’ultimo viaggio. Sicuramente non spiega invece ciò che alcuni poi sosterranno, cioè che solo l’anno prima, 1864, Lincoln stesso lo avrebbe inviato in Russia, per una missione “coperta”: ma chissà se è vero, e comunque in quel caso non ne potrebbe parlare. Per quanto banalissimo nel contesto, l’episodio del treno (simile ad altri di ordinario razzismo vissuti per esempio dal giovane Gandhi) sembra quasi simbolico a fronte del funerale di Lincoln, il presidente celebrato come liberatore dei neri. E passano dieci anni.

29 luglio 1875. Sul The Toledo Daily Blade di Toledo, Ohio (p. 3, col. 3), si riporta la morte violenta in città di un quarantanovenne. Il titolo del pezzo, By His Own Hand, è esplicito, suicidio: per una ferita autoinflitta alla testa, si afferma. I dubbi fioccano, la vittima aveva espresso più volte nei propri scritti una netta contrarietà all’idea del suicidio. Ma è vero che, impoverito e paralizzato agli arti inferiori, sempre più amareggiato e sospettoso che la moglie lo tradisca (un’oriunda irlandese, la prima era stata afroamericana), l’uomo potrebbe aver deciso di farla finita. Salomonicamente, il decesso finisce archiviato come accidentale. In seguito circolerà la voce secondo cui un ex-amico morente avrebbe confessato di averlo ucciso per gelosia, in un raptus di follia. In ogni caso la vittima era lo stesso uomo cacciato dal treno per Springfield. E le ombre non finiscono con quella morte: perché la storia di Paschal Beverly Randolph di mistero è abbondantemente ammantata.

Nato l’8 ottobre 1825 e cresciuto a New York, Paschal vanta da parte paterna di discendere da uno dei padri della Virginia, William Randolph (1650-1711) e dall’eccentrico John Randolph di Roanoke (1773-1833). Sua madre –  morta quando lui è giovanissimo, lasciandolo senza casa e mezzi di sostentamento – era invece Flora Beverly, che lui descriverà come ideale compendio del meticciato, combinando origini inglesi, francesi, tedesche, native americane e malgasce.

Al Nostro, povero mezzosangue libero ma costretto a partire da zero, non resta che scappare sul mare, dove si dice sia marinaio dall’adolescenza fino ai vent’anni quando rientra in patria.

Muovendo nel sottomondo dei nuovi culti, frequenta circoli spiritualistici americani dai primi anni Cinquanta (cioè in fondo molto presto, considerando l’evento “fondativo” legato alle sorelle Fox nel 1848) e si scopre capace di trance: dal 1853 riceve messaggi – afferma – dall’Angelo Madre, poi da Zoroastro, Pascal e un essere chiamato Eben el Teleki. Prende così ad abbinare alle competenze professionali da medico (attività che in qualche modo è riuscito ad avviare) quelle esoteriche: pubblicizza i propri servizi di chiaroveggente a fini curativi e analista della personalità su riviste spiritualistiche (almeno dal 4 giugno 1853 su The Spiritual Telegraph), appare in pubblico per performance medianiche e si conquista visibilità anche come dotatissimo conferenziere.

Nei fatti è sempre in viaggio, in lungo e in largo per gli Stati Uniti – dove abita via via in città diverse – e in Europa. Lo troviamo così a Londra nel maggio 1855 per la convention mondiale dei discepoli di Robert Owen, a Parigi nell’estate per esibire le sue trance e a New York in settembre, quando si rivolge agli afroamericani – che negli USA giudica destinati a estinguersi – evocando il promettente scenario di un’emigrazione in India. Ma lentamente cresce in lui la convinzione che i neri debbano poter restare liberi e con pari diritti sul suolo dove sono nati. I messaggi delle sue trance presentano coloriture politiche black, e del resto a spingere Randolph in tale direzione non è solo il suo status anagrafico e la sua personale riflessione, ma l’antischiavismo diffuso in ambienti spiritistici.

Però ecco una nuova svolta: un viaggio del 1857 che lo porta da Londra a Parigi all’Egitto e al Levante. È in quest’occasione che scopre gli usi magici dell’hashish e la magia sessuale, poi tasselli centrali di un magistero via via elaborato negli anni, e che salderà euforicamente teorie salutistiche, sessuologiche, spiritualismo e occultismo.

Sulle avventure di questo periodo fioriscono voci poco controllabili. Se non è strano che transiti per palcoscenici e salotti dell’Europa occidentale (meriterebbe approfondire il tema dei suoi contatti con esoteristi francesi – mesmeristi come Jules Du Poter de Sennevoy e Louis Alphonse Cahagnet – e inglesi), il sistema di cui getta le basi è debitore per sua stessa ammissione degli insegnamenti di mistici levantini. Il tema degli specchi magici, pure connotante la sua dottrina e legato a forme “nobili” di chiaroveggenza, pare per esempio importato dal Medio Oriente, però (come l’hashish) si trova già presente anche tra i mesmeristi francesi. D’altra parte per uno studioso di origini africane e attento alla dimensione black non sarebbe strano pensare a qualche influsso anche di elementi della tradizione animista africana (senza finire però in fenomeni sincretisti come il vudu, che lui conosce ma tenendosi a distanza). Nei fatti già al ritorno da questo primo viaggio tra Europa e Oriente sviluppa una critica dello spiritualismo, per il suo approccio passivo verso le entità avvicinate.

Due sono le società esoteriche al cui nome Randolph resta legato, e la prima entra in scena a questo punto. Gli sfuggentissimi Rosacroce costituiscono dal Seicento in avanti un paradigma di straordinario successo, sia a livello di fantasticherie narrative (si pensi a Zanoni del narratore e occultista Edward Bulwer-Lytton, 1842) che di pratica iniziatica. Soprattutto in ambito massonico anche nell’Ottocento sorgono società rosicruciane (Ancient and Accepted Scottish Rite, 1801; Societas Rosicruciana in Anglia, 1866…) e non stupisce che un esoterista come Randolph firmi a lungo i propri scritti con lo pseudonimo “The Rosicrucian”. Ma a maggior ragione si comprende la scelta dell’attivissimo occultista reduce dall’Oriente – come il leggendario Christian Rosenkreuz eponimo – di fondare la Fraternitas Rosae Crucis nel 1858, prima loggia a San Francisco nel 1861: cioè la più antica organizzazione rosicruciana negli USA, a detta dello specialista A. E. Waite (1857-1942, studioso di ermetismo legato alla Golden Dawn, americano trapiantato in Inghilterra e caro amico di Arthur Machen). Il successore di Randolph come Supremo Gran Maestro sarà per sua stessa scelta Freeman B. Dowd (1828-1910), dalla lunga carriera di esoterista.

Poi sembra che Randolph – che non è affatto ricco e se la cava con parecchio senso dell’avventura – passi di nuovo molto tempo itinerando tra Malta, la Grecia, l’Egitto e il Medio Oriente nell’ascolto di tradizioni magiche locali. Certo è solo che torna negli USA in tempo per schierarsi con l’Unione durante la Guerra di Secessione: la sua attività per la parità di diritti è frenetica, e a Utica presso New York raccoglie soldati di colore con tale successo che Lincoln (che sembra conosca appunto da qualche anno) gli chiede di promuovere la causa in Louisiana.

Il legame con il carismatico presidente potrebbe non esaurirsi, da parte di quest’ultimo, nella stima per l’idealismo di Randolph e nel riconoscimento pragmatico di una sua utilità. Cresciuto in una rigorosa famiglia battista, passato attraverso una fase di scetticismo giovanile, e raggiunta infine una fede personalissima dei cui connotati si discute, Lincoln conosce alla morte del figlio una terribile crisi; sua moglie si rivolge a medium per sedute spiritiche, e almeno a una di queste sembra aver partecipato il presidente. In tale contesto emotivo e profondamente angosciato dagli stessi drammi della guerra, Lincoln potrebbe essere rimasto colpito dal dinamico mistico mezzosangue che offre voce agli spiriti, anche a prescindere da ogni forma di adesione alle sue idee. Quanto alla storia dell’ipotetica missione in Russia per conto del presidente, ne resta poco chiara l’eventuale sostanza: e comunque la morte di Lincoln chiude il discorso.

Dopo la guerra, troviamo Paschal attivo come insegnante nell’alfabetizzazione dei giovani neri a New Orleans, poi delegato della Louisiana alla Southern Loyal Convention. Ma dopo il ritorno nel 1867 a Boston dove esercita come medico, conosce alcuni gravi rovesci di fortuna. Già non ricco, finisce vittima di una frode che vede sottrargli buona parte della sua sostanza; e nel 1872 viene pure arrestato con l’accusa di aver distribuito narrativa immorale. Dietro le accuse è un mestatore intenzionato a mettere le mani sui diritti d’autore di Randolph: e in risposta il Nostro stila The Great Free-Love Trial, 1872, dove denuncia che l’accusa rivolta al “più pericoloso uomo e autore sul suolo d’America” è nei fatti di aver spinto le donne a considerarsi uguali agli uomini. Anche se chiarisce di non avallare affatto il libero amore come comunemente inteso: la sua magia sessuale presenta ben altri connotati.

La sessualità è la chiave di volta del suo pensiero, e rapporto sessuale e orgasmo, nella sua dottrina, sono fonti di potere magico concretamente utilizzabile. Nella sua opera tarda e più celebre, Eulis (1874), il Nostro spiega che tutto era iniziato quando una notte a Gerusalemme (o forse a Betlemme, non ricorda più) aveva fatto l’amore con “una scura fanciulla di sangue arabo”. Di lì, non direttamente ma per suggestione (qualcosa forse tra illuminazione e ragionamento), avrebbe ricevuto “il principio fondamentale della Magia bianca d’amore”. Iniziato poi da alcuni “dervisci e fachiri”, grazie alla loro magia semplice e santa avrebbe trovato altre chiavi, muovendosi attraverso labirinti di conoscenze – così afferma – da loro neppure sospettati. Fino a diventare in atto ciò che era stato finora in potenza per predisposizione naturale, un mistico e col tempo il capo di una nobile fratellanza fino a scoprire “the elixir of life; the universal Solvent, or celestial Alkahest; the water of beauty and perpetual youth, and the Philosopher’s Stone”. In sostanza la magia legata all’atto sessuale.

Per scatenare tale corrente, l’unione presuppone però la commistione delle secrezioni, pena la mancanza delle “condizioni elettromagnetiche e nervose essenziali” e concreti danni alla salute. Più in generale, ogni disequilibrio sul campo – masturbazione, sesso non completo per uno dei partner – comporterebbe a suo dire penosi disturbi. Al contrario, un corretto ricorso a questo sistema di magia sessuale potrebbe produrre esseri umani fisicamente e spiritualmente superiori; e in generale l’attenzione a un sesso soddisfacente per entrambi i partner produrrebbe prole sana. Dove, al di là di ogni meccanicismo, stupisce l’attenzione al piacere femminile predicata in una società patriarcale quanto l’americana dell’Ottocento. Ma a preoccupare Randolph non è solo l’aspetto eugenetico: la magia sessuale praticata in unità d’intenti e di corpi sarebbe in grado di operare concretamente sulla realtà fisica con risultati stupefacenti. A differenza tuttavia di successive dottrine di sex magic (si pensi solo a Crowley o ad Austin Osman Spare), Randolph considera sacro e di purezza coniugale un simile atto, che non andrebbe praticato spesso, e mai con forme contraccettive o in forma solitaria o con partner del proprio sesso. La fratellanza cui egli attribuisce il nome di Eulis (da Eos, l’aurora, più tardi evocata da un altro e maggiore ordine magico, la Golden Dawn britannica) conserverebbe la sua dottrina.

Il nuovo successo del tema sessuale nell’occultismo si lega ovviamente a stretto filo a quello del discorso sul sesso nella cultura e nei media tra il Sette e il nuovo millennio, al di là di censure e repressioni che in fondo confermano (Foucault docet) un’ottimizzazione del dibattito. In questo senso l’Ottocento è davvero un tempo di svolta e Randolph – con tutti i limiti d’epoca rispetto alla sensibilità odierna (la bestia nera della masturbazione, il nodo dei rapporti omosessuali…) – spicca come una figura-chiave del passaggio alla percezione moderna di dimensioni estremamente fisiche dell’amore. Rispetto al mondo in cui vive le sue posizioni sono controcorrente e molto audaci: e se lavora in gran parte da solo e con sintesi molto personali delle tradizioni raccolte, la mole dei suoi scritti, la frequenza dei suoi interventi pubblici e il lavoro con un pubblico anche molto popolare deve lasciare più frutto di quanto avvertito per molto tempo dagli studiosi di esoterismo.

Ma c’è un altro soggetto interessante della riflessione di Randolph, e cioè le sue convinzioni in tema di preadamismo. L’idea dell’esistenza di uomini precedenti un personaggio mitico come Adamo conduce nel profondo del rapporto critico tra scienza e Scritture. Se nell’Ottocento il preadamismo vede una resistenza a considerare discendenti di Adamo e dunque superiori i popoli non occidentali (il tema, molto ampio, non può essere sviluppato in questa sede), proprio Randolph è a monte di un preadamismo non razzista. La sua opera Pre-Adamite Man: Demonstrating The Existence of the Human Race Upon the Earth 100,000 Thousand Years Ago! – edita sotto lo pseudonimo Griffin Lee nel 1863 – retrodata drasticamente l’origine dell’uomo sulla base di una pluralità combinata di fonti. Il primo uomo non sarebbe stato Adamo, e i pre-Adamiti – diffusi su tutta la terra tra i 35.000 e i 100.000 anni addietro – sarebbero state popolazioni civili e umane nel senso proprio del termine.

Abbiamo lasciato Randolph alle prese con problemi legali, ma le sventure non sono finite: resta infatti paralizzato dalla vita in giù in seguito a un incidente ferroviario. Tuttavia proprio questa fase costituisce l’ideale cerniera del suo rapporto discusso, abbastanza sfuggente, con soggetti poi membri dell’altra società occulta legata in qualche modo al suo nome: cioè quella Hermetic Brotherhood of Luxor, nata negli anni Ottanta (si parla di un fondatore ebreo polacco, il misterioso iniziato Max Theon), che a dispetto di origini abbastanza oscure avrà un robusto impatto sulla storia dell’occultismo occidentale quale concorrente della Società Teosofica. Il paradosso è che, pur ereditando da Randolph un ampio corpus di magia sessuale, la Brotherhood ne prenderà le distanze: da parte di alti gradi come Thomas Henry Burgoyne (1855?-1895?) si stigmatizzerà che Randolph era finito sulla “way of the Voudooism and Black Magic”, a giustificare anche il suo presunto suicidio. Continua così su un altro fronte quella stigmatizzazione del Nostro che potrà contribuire a oscurarne il nome.

In ogni caso la morte di Randolph nel 1875 chiude l’incredibile parabola del primo grande occultista statunitense, attivista sociale di fama e autore fecondissimo, con una cinquantina di opere all’attivo: non solo testi tecnici sulle sue dottrine, ma sviluppi delle tesi anche in forma di vivaci romanzi. Al punto da permettergli di griffarsi, nelle pubblicità della casa editrice che lui stesso ha fondato, della dizione onorifica “the Dumas of America”.

Insomma una figura d’impatto pubblico notevole, a differenza di molti esoteristi dalla vita appartata ripiegati nei loro studi: e sicuramente una figura scomoda per le sue idee politiche e sociali. Certo, quando Lovecraft nasce nel 1890 sono passati quindici anni dalla morte di Randolph, e c’è motivo di credere che il ricordo sia parecchio appannato: ma sembra davvero strano che HPL non ne conosca il profilo, almeno per sentito dire. Quello di un gran viaggiatore in un Oriente dagli arcani misteri ma anche in fondo tra dimensioni diverse della realtà, latore di tesi magiche blasfeme (in particolare tramite sesso) ed esempio concreto di quella miscegenation che suscita a Lovecraft inorridite inquietudini razziali, interessato al tema dei preadamiti che HPL già amava in Vathek, segnato da una morte enigmatica paludata di sospetti di suicidio, oggetto di accuse di vuduismo e magia nera… Insomma un profilo almeno interessante per il tipo di storie dell’autore di Providence, al netto della sua disistima verso l’occultismo.

Interessante tanto più considerando qualche possibile nesso col gran viaggiatore della saga onirica di Lovecraft, Randolph Carter. Certo si tratta di un nome di battesimo abbastanza comune, ricorrente persino come diffuso toponimo: e anche a prescindere dall’occultista, HPL lo può conoscere come cognome legato alla tradizione più illustre della Nuova Inghilterra (i Randolph, in effetti antenati dell’uomo con due anime). D’altra parte, come proposto, il nome dell’eroe viaggiatore di HPL può spiegarsi con la fama di un modello reale, un Randolph Carter Scholar al Christ’s College dell’Università di Cambridge negli anni 1892-1895, specialista in studi arabi ed egittologia e in rapporti amicali con l’autore del Ramo d’oro Sir James George Frazer: tutto vero. Però sappiamo bene che nella genesi di saghe e personaggi un richiamo non esclude l’altro, e anzi più facilmente si ibridano: tanto più che un nome può restare nell’orecchio di un autore persino al di là della sua coscienza e volontà. Non certo a pensare che i due Randolph possano banalmente sovrapporsi, ma solo a tentare di non perdere echi interessanti tra le pieghe dei testi. Si tratta comunque di una suggestione più che un’ipotesi, e in occasione della prima avventura dell’eroe – il racconto “The Statement of Randolph Carter”, 1919/1920 – il nesso resterebbe comunque labile.

Ma almeno in prosieguo un rapporto onomastico tra l’eroe di storie impastate di magia e quello che resta il primo mago importante della storia americana acquista credibilità. E dove il ricordo del Dumas d’America emerge più plausibile, sempre in rapporto a Randolph Carter, è in occasione di una collaborazione di Lovecraft (in termini ovviamente di squilibrio, ma tant’è) con Edgar Hoffmann Price sul racconto “Through the Gates of the Silver Key”, 1932-33/1934. Vi compare infatti l’occultista Étienne-Laurent de Marigny di New Orleans, “distinguished Creole student of mysteries and Eastern antiquities”, poi citato in altri testi-omaggio alla saga lovecraftiana… Hoffmann Price (con cui HPL aveva concordato di siglare i lavori congiunti sotto pseudonimo Etienne Marmaduke de Marigny) era appassionato di letture esoteriche, ben difficile che non conoscesse il profilo di Paschal Beverly Randolph almeno per sommi capi e magari al filtro delle letture dell’importante Hermetic Brotherhood of Luxor: e in un caso riguardante l’altro Randolph sembra quasi una divertita provocazione il porre in scena un ammiccamento – l’occultista creolo – nel segno della miscegenation.

Se dunque in termini di ragionevole ipotesi pare credibile almeno una memoria di Paschal Beverly Randolph, non ricordo che Lovecraft o Hoffmann Price lo abbiano mai citato esplicitamente. Però il primo non era interessato agli aspetti tecnici dell’occultismo, non avrebbe parlato volentieri di magia sessuale (se non appunto per vaghe metafore) e certo non simpatizzava verso un militante per la parità di diritti dei neri; mentre il secondo non aveva interesse – né al tempo né in seguito – a rimarcare pregiudizi e nervi scoperti del maestro.

D’altra parte non trovo riferimenti utili nella saggistica che ho consultato (neppure nel recente studio monografico di John L. Steadman, H. P. Lovecraft and the Black Magickal Tradition: The Master of Horror’s Influence on Modern Occultism, Weiser, 2015, che prende in esame i legami con varie scuole); eppure mi pare implausibile che nel vastissimo orizzonte di studi su HPL, che ha visto esplorare anche le piste più improbabili, nessuno abbia affrontato la questione. La lascio dunque come suggestione aperta: sarebbe divertente se, magari nell’ambito di studi americani (agevolati nell’accesso alle fonti e meno viziati dal provincialismo di certa Italietta nell’approccio alla storia dell’occulto) saltasse fuori qualche tassello a favore dell’ipotesi. A rivelare l’ombra, dietro fantasie di un narratore che proclamava idee razziste – salvo magari ammorbidirle nella vita vissuta –, della figura di un mago militante per i diritti black.

(1 – continua)

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I Grandi Antichi in tinello https://www.carmillaonline.com/2019/02/18/i-grandi-antichi-in-tinello/ Mon, 18 Feb 2019 22:27:02 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=51186 di Franco Pezzini

(Del contributo che segue una versione molto ridotta è apparsa a suo tempo su L’Indice dei libri del mese.)

Howard Phillips Lovecraft, L’età adulta è l’inferno. Lettere di un orribile romantico, a cura di Marco Peano, pp. 64, € 7, L’orma, Roma 2018.

Che fossero gli Anni ruggenti di Francis Scott Fitzgerald e del jazz, gli interessava poco e anzi poteva infastidirlo: il suo orologio ideale forzava le lancette verso un tempo assai precedente. Diversa la situazione per sua moglie, una donna vivace, indipendente e intraprendente, nata in Ucraina nel [...]]]> di Franco Pezzini

(Del contributo che segue una versione molto ridotta è apparsa a suo tempo su L’Indice dei libri del mese.)

Howard Phillips Lovecraft, L’età adulta è l’inferno. Lettere di un orribile romantico, a cura di Marco Peano, pp. 64, € 7, L’orma, Roma 2018.

Che fossero gli Anni ruggenti di Francis Scott Fitzgerald e del jazz, gli interessava poco e anzi poteva infastidirlo: il suo orologio ideale forzava le lancette verso un tempo assai precedente. Diversa la situazione per sua moglie, una donna vivace, indipendente e intraprendente, nata in Ucraina nel 1883 da famiglia ebrea: una modista innamorata di quel mondo della stampa amatoriale che la contraccambierà, in modo del tutto imprevisto, con una fama indiretta e alcune arrabbiature. In questa fase, Sonia Haft Shafirkin era già vedova di tal Samuel Greene, un russo il cui cognome originale sembra fosse Seckendorff: di qui l’uso di chiamarla semplicemente SHG o SH nelle lettere del conoscente, poi amico e marito Howard Phillips Lovecraft, ormai per i più HPL (1890-1937).

L’epistolario lovecraftiano è, come noto, un monstrum originariamente di circa centomila lettere, al ritmo persino di dieci, dodici al giorno, spesso lunghissime, di cui si è conservata una percentuale significativa (quindici-ventimila) purtroppo con perdite gravi: come quella delle moltissime lettere a Sonia, da lei bruciate in blocco dopo il divorzio. O almeno l’avvio della procedura, perché Howard – nonostante le assicurazioni – non ha provveduto a chiudere la pratica… e così dopo la morte di lui, Sonia, che nel frattempo si è risposata con un dottor Nathaniel Abraham Davis di Los Angeles, apprenderà di essere stata per anni tecnicamente bigama. Pubblicate solo in parte negli Stati Uniti (nella celebre selezione in cinque volumi Arkham House – che però le presenta spesso in versione ridotta – e in altre raccolte), le lettere di Lovecraft sono apparse in Italia solo in forma di ristrettissime scelte, a partire dall’edizione storica di Giuseppe Lippi, Lettere dall’altrove. Epistolario 1915-1937, Mondadori, 1993. E ora anche L’orma ne presenta un florilegio, ottimamente curato da Marco Peano per la collana “I Pacchetti” (tutti incentrati su epistolari, e grazie al formato suscettibili di invio postale), con il focus proprio nel rapporto tra HPL e SHG.

In assenza della corrispondenza con Sonia – si conserva solo un testo di cui si dirà, e alcune cartoline – si tratta di lettere che trattano il tema del rapporto di HPL con le donne, le sue idee sulla dinamica di coppia (in astratto o nella sua esperienza) e la personalità di colei che diviene sue moglie. I destinatari sono vari, in genere amici, in particolare Rheinhart Kleiner, Frank Belknap Long, Maurice Winter Moe, James Ferdinand Morton Jr e il “Gallomo”, club epistolare triangolare 1818-21 tra HPL, lo stesso Moe e Alfred Galpin (nel senso che ciascuno aggiungeva osservazioni in calce al messaggio del mittente, per poi rispedire); ma anche la collega scrittrice Anne Tillery Renshaw (una dei clienti delle famose “revisioni” di racconti da parte di HPL, che in realtà finivano con l’essere vere riscritture), la zia Lillian Delora Phillips Clark e un destinatario rimasto misterioso. Nonché appunto la moglie, chiamata ancora “Mrs Greene” in un messaggio del 1922 (un paio d’anni prima del matrimonio) in cui HPL offre dell’amore una descrizione formale ed estetizzante e tuttavia tenera e poetica. D’accordo, poco romantica nel senso corrente. Eppure Sonia – che al marito dedicherà un memoir, The Private Life of H.P. Lovecraft, rimaneggiato da Winfield Townley Scott per la prima pubblicazione 1948 – ammetterà che proprio alcuni passaggi di questo testo l’hanno fatta innamorare: e se il Nostro non pronuncia mai ad alta voce la parola amore, Sonia garantisce che non è affatto disgustato dalla sessualità e la vive con gentilezza in modo del tutto normale.

Certo, c’è qualcosa di bizzarramente contraddittorio nel profilo di quest’uomo che si professa misogino, xenofobo e antisemita e poi mostra non solo affetto sponsale ma stima continua per una moglie ebrea di origine straniera (oltre che per amici ebrei come il poeta Samuel Loveman a lui carissimo); che inalbera – come sintetizza Michel Houellebecq – “un odio assoluto per il mondo in generale, aggravato da un disgusto particolare per il mondo moderno” ma in realtà non è affatto un eremita (quella del “solitario di Providence” resta una leggenda) e intreccia contatti con facilità e ironica bonomia. Contraddizioni che arrivano fino al suo pasticciato e cangiante pensiero politico, certo non un interesse-cardine del suo pensiero (nelle sue lettere diluviali parla di tutto, non è strano che si esprima anche sulla realtà politica e sociale), assunto a bandiera in taluni sottomondi italioti di destra e su cui non è neppure il caso di tornare.

D’altra parte – come già sottolineato altrove – un altro mito da sfatare è quello di Lovecraft caso psicopatologico. Certamente la psiche di HPL è un multiverso popolato di Altri Dei, convocati dal cocktail di morboso puritanesimo di una madre soffocante e di paure familiari e sociali: come la “contaminazione” degli immigrati non ariani, o quello spiacevole simil-Cthulhu che è il Treponema pallidum della sifilide, causa del seppellimento in ospedale psichiatrico del padre. Che ciò contribuisca a un senso di schiacciante alienità del cosmo su un uomo percepito come irrilevante è però tutto da discutere. Ma soprattutto tale peso su un lignaggio di fragilità nervosa non permette di esaurirvi la vita interiore e l’esperienza dell’uomo Lovecraft: e queste lettere piene d’ironia dalle impagabili, fantasiose intestazioni, dalle “chiuse lambiccate e ostentatamente servili” dove gioca a fare il vecchio e si rivolge agli interlocutori in un caleidoscopio di nomignoli, mostrano anche la scoperta di un universo femminile non più circoscritto all’ombra dell’ammiratissima e perduta mamma. Sonia diventa via via più importante, le sue doti intrigano e spiazzano il Nostro; e la scena quasi da musical (giugno 1922) dei due con l’ombrello che cede sotto un acquazzone lasciandoli a ridere tutti bagnati pare un adeguato preludio al matrimonio che seguirà due anni dopo (3 marzo 1924). Con la prima notte di nozze a ribattere assieme a macchina il racconto per “Weird Tales” scritto per il re degli illusionisti Harry Houdini.

Ma la vita è difficile. Acciacchi di salute di Sonia (tenerissimo lui che si sforza d’impratichirsi a cucinare “spaghetti mangiabili” e al ritorno di lei dall’ospedale la riaccoglie il giorno di Halloween dopo aver “decorato il soggiorno con stelle filanti nere e arancio e streghe di carta sistemate in punti strategici”) e spostamenti per lavoro della medesima fanno durare l’effettiva convivenza solo una decina di mesi; e l’ambiente di New York porta il Nostro “quasi alla pazzia”. Nonostante gli sforzi di Sonia di salvare il matrimonio, la crisi è testimoniata proprio dalla strana missiva di pochi giorni prima del Natale 1925 a un destinatario sconosciuto e scritta “come fosse un flusso di coscienza”: la separazione troverà definizione amichevole un paio d’anni più tardi. E in una lettera a Moe del 2 luglio 1929 HPL – tornato da tre anni nell’amata e comoda Providence – può condurre una pacata autocritica prendendo atto che l’esperimento matrimoniale non è riuscito.

Colpisce notare come proprio dal tempo di quella crisi e in qualche modo dal suo crogiolo – anche se i nessi non sono banalizzabili – eruttino le opere fondanti del Ciclo di Cthulhu, certo prefigurato da figure e temi di testi precedenti ma varato nei fatti da The Call of Cthulhu (scritto nell’estate 1926) e sviluppato attraverso successivi racconti-cardine come The Case of Charles Dexter Ward (inizio 1927), The Colour Out of Space (marzo 1927), The Dunwich Horror (1928) eccetera. Che, con il loro fiato apocalittico, di fatto annunciano la fine degli Anni ruggenti: pochi mesi dopo la citata lettera a Moe, il 24 ottobre si apre la crisi della borsa di Wall Street, cui segue il martedì nero 29 il suo crollo definitivo. Inizia la Grande depressione. E intanto altri mostri stanno emergendo dall’abisso.

 

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The Doll-Master di Joyce Carol Oates. Il cuore avvelenato dell’America https://www.carmillaonline.com/2019/01/04/the-doll-masters-di-joyce-carol-oates-il-cuore-avvelenato-dellamerica/ Thu, 03 Jan 2019 23:01:14 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50389 di Gioacchino Toni

Joyce Carol Oates, Il collezionista di bambole, Il Saggiatore, Milano, 2018, pp. 272, € 22,00

La raccolta Il collezionista di bambole, pubblicata in italiano da Il Saggiatore con la traduzione di Stefania Perosin, uscita in lingua inglese con il titolo The Doll-Master (2016), raccoglie sei brevi e gelidi racconti della scrittrice americana Joyce Carol Oates ambientati all’interno di quell’ordinaria vita americana fatta di colpi di arma da fuoco più o meno partiti incidentalmente, processi che debordano facilmente dalle aule dei tribunali per investire le comunità locali ed i social media, [...]]]> di Gioacchino Toni

Joyce Carol Oates, Il collezionista di bambole, Il Saggiatore, Milano, 2018, pp. 272, € 22,00

La raccolta Il collezionista di bambole, pubblicata in italiano da Il Saggiatore con la traduzione di Stefania Perosin, uscita in lingua inglese con il titolo The Doll-Master (2016), raccoglie sei brevi e gelidi racconti della scrittrice americana Joyce Carol Oates ambientati all’interno di quell’ordinaria vita americana fatta di colpi di arma da fuoco più o meno partiti incidentalmente, processi che debordano facilmente dalle aule dei tribunali per investire le comunità locali ed i social media, piccole e grandi fissazioni individuali che si trasformano facilmente in ciniche e criminali perversioni.

Sei storie attraversate da un’angoscia, un’inquietudine e una violenza che si estendono ben oltre i protagonisti e che finiscono per tratteggiare un universo sempre più delirante e incomprensibile. Sei storie mancanti di finale risolutivo che sembrano interrompersi improvvisamente lasciando chi legge con la sensazione che non esiste per queste gelide storie possibilità di un finale vero e proprio e che basterebbe girare lo sguardo di lato rispetto alla vicenda di cui si è stati spettatori per ricominciare da capo con un’altra storia non poi così differente, un’altra vicenda in cui non si saprà discernere facilmente tra vittima e carnefice, in cui sarà impossibile fidarsi di questo o quel personaggio.

Ecco allora che le bambole collezionate possono trasformarsi in donne trattate come oggetti su cui è possibile sfogare qualsiasi ossessione personale (Il collezionista di bambole), ecco che fatichiamo a capire se il bianco assassino di un ragazzino di colore ha davvero agito per legittima difesa o se il suo gesto sia macchiato da pregiudizi razziali in un contesto in cui tutti sembrano schierarsi per affinità di colore di pelle (Soldato), ecco che una ragazzina in fuga dalla madre si ritrova catapultata nel viscido universo domestico dell’amica (Grande Madre) o, ancora, eccoci di fronte a un cinico antiquario di libri gialli che passa velocemente dal ruolo di carnefice a quello di vittima (Mystery, Inc.) ecc.

Dopo che nel grande affresco della tetralogia Wonderland Quartet – composta da A Garden of Earthly Delights (1967), Expensive People (1968), Them (1969) e Wonderland (1971), pubblicata in lingua italiana sempre da Il Saggiatore nel 2017 [su Carmilla] – l’autrice, ricorrendo a storie in cui i desideri dei protagonisti finivano inesorabilmente per infrangersi a contatto con una società violenta e impietosa, aveva messo in scena una sorta di parabola sociale e morale statunitense da cui era assente il consolatorio happy ending dispensato da tante narrazioni americane, non solo manistream, Oates con The Doll-Master «torna a scandagliare la crudele vulnerabilità umana, evocando le esplorazioni di Edgar Allan Poe, Howard Phillips Lovecraft, Thomas Ligotti. Con Il collezionista di bambole restituisce al genere nero il suo naturale complemento di candore: la follia che diventa congegno di morte nasconde una traccia di tenerezza, un incantamento segreto, soffice e morbido come l’imbottitura di una bambola».

Nelle storie raccolte ne Il collezionista di bambole troviamo sia prede che predatori trasformati in prede, ed è orchestrando questi costanti cambiamenti di ruolo che toccano i personaggi che con grande maestria Joyce Carol Oates costruisce scenari e situazioni che proiettano chi legge nel baratro più oscuro e profondo dell’immaginazione. «Il suo universo narrativo è un mare di catrame in cui ribollono personalità alienate, bestie primitive e fragili vittime abbandonate a se stesse. Ma è anche il nucleo scuro e pulsante della società americana, la società che sotto la patina dorata di un provincialismo perbenista tenta di celare il proprio vero volto – sinistro, inquietante, spettrale. Tra capannoni abbandonati, ali dismesse di fattorie del New Mexico e località di villeggiatura affacciate sull’Atlantico, Joyce Carol Oates spara colpi di revolver precisi, infallibili, che vanno dritti al cuore avvelenato dell’America».

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Il Necronomicon di Karl Marx https://www.carmillaonline.com/2018/12/18/il-necronomicon-di-karl-marx/ Mon, 17 Dec 2018 23:01:52 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=50194 di Luca Cangianti

Marcello Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857-1883, Einaudi, 2018, pp. 344, € 30,00.

È impossibile non notare alcuni elementi tragici e a tratti orrifici nella vita di Karl Marx. La biografia di questo filosofo è una lunga lotta prometeica per completare Il capitale, il «più terribile proiettile che sia mai stato scagliato contro i borghesi», il libro magico che a detta del suo autore avrebbe inflitto «alla borghesia, sul piano teorico, un colpo dal quale non si riprenderà più». Il rapporto tra Marx [...]]]> di Luca Cangianti

Marcello Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857-1883, Einaudi, 2018, pp. 344, € 30,00.

È impossibile non notare alcuni elementi tragici e a tratti orrifici nella vita di Karl Marx. La biografia di questo filosofo è una lunga lotta prometeica per completare Il capitale, il «più terribile proiettile che sia mai stato scagliato contro i borghesi», il libro magico che a detta del suo autore avrebbe inflitto «alla borghesia, sul piano teorico, un colpo dal quale non si riprenderà più». Il rapporto tra Marx e Il capitale è paragonabile a quello tra l’«arabo pazzo» Abdul Alhazred e il Necronomicon, lo pseudobiblion inventato dallo scrittore statunitense Howard Phillips Lovecraft. L’autore di quel grimorio immaginario muore divorato in pieno giorno da una creatura invisibile, così come tutta la vita del filosofo di Treviri è fagocitata da un progetto incompletabile: «il mio tempo di lavoro appartiene interamente alla mia opera» confessa Marx, evidenziando il paradossale processo di alienazione nei confronti del suo libro.
La scrittura del Capitale è un viaggio eroico, portato avanti con passione cristologica tra i tormenti di un corpo mutante afflitto da insonnia, da emicrania, da un fegato duro e ingrossato, dal continuo insorgere di dolorosissimi favi e di lesioni pustolose sui genitali. Marx è un immigrato apolide, senza mai un soldo in tasca, inseguito da droghieri, macellai e lancinanti sensi di colpa nei confronti della famiglia. È costretto a interrompere continuamente la scrittura della sua opera per guadagnare qualche sterlina e per non venir meno a una militanza politica senza la quale niente avrebbe più senso. Riempendo con una grafia maledetta decine di quaderni, bozza dopo bozza, include maniacalmente nella sua opera sempre nuovi aspetti della realtà sociale: «una mia caratteristica: quando ho davanti una cosa scritta daccapo quattro settimane prima, la trovo insufficiente e la riscrivo completamente». Marx si paragona così al pittore Frenhofer descritto da Honoré de Balzac: ossessionato dal desiderio di realizzare un dipinto nel modo più preciso possibile, il protagonista del racconto Il capolavoro sconosciuto, ritocca all’infinito il suo quadro senza mai completarlo.

La nuova biografia di Marcello Musto, Karl Marx. Biografia intellettuale e politica 1857-1883, ha il grande pregio di restituire il profilo malinconicamente tragico di questo filosofo militante, liberandolo definitivamente dalle granitiche apologie del marxismo-leninismo. Tale operazione è condotta utilizzando gli apporti della Mega2, la nuova edizione storico-critica delle opere complete di Marx ed Engels, che permette di valorizzare molti spunti postcoloniali, antropologici e antieconomicisti presenti nella riflessione matura del filosofo tedesco. Grazie a una attenta analisi della corrispondenza inviata e ricevuta e ai quaderni di appunti nei quali Marx riassumeva meticolosamente le proprie letture di economia politica, algebra, antropologia, geologia, mineralogia e chimica agraria, emerge un pensiero flessibile che sfugge a ogni asfittica sistematicità. Per esempio circa il rapporto tra struttura e sovrastruttura, a dispetto della famosa e problematica metafora architettonica presente in Per la critica dell’economia politica, Marx, grazie ai suoi studi più tardi, affermò che «per l’arte è noto che determinati suoi periodi di fioritura non stanno assolutamente in rapporto con lo sviluppo generale della società, né quindi con la base materiale, con l’ossatura […] della sua organizzazione». Musto sostiene di conseguenza che il filosofo di Treviri «ebbe un approccio antidogmatico rispetto alle relazioni tra le forme della produzione materiale da una parte e le creazioni e i comportamenti intellettuali dall’altra. La consapevolezza dello “sviluppo ineguale”, tra loro esistente, implicava il rifiuto di ogni procedimento schematico che prospettasse un rapporto uniforme tra i diversi ambiti della totalità sociale».
Molto attuali, anche alla luce del dibattito contemporaneo sull’opportunità o meno di sganciarsi dall’Unione europea, sono le riflessioni sull’indipendenza dell’Irlanda nei confronti dell’Inghilterra. Marx la sostiene pragmaticamente perché la ritiene capace di acuire le contraddizioni della maggior potenza capitalistica del tempo e non per un astratto diritto all’autodeterminazione. Riguardo alla gestione delle differenze in chiave di comando della forza lavoro il filosofo affermava inoltre: «L’operaio comune inglese odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime i salari e il suo tenore di vita. Egli prova per lui antipatie nazionali e religiose. Lo considera all’incirca come i bianchi poveri considerano gli schiavi neri negli stati meridionali dell’America del Nord. Questo antagonismo tra i proletari in Inghilterra viene nutrito e viene tenuto desto ad arte dalla borghesia. Essa sa che questa divisione è il vero segreto del mantenimento del suo potere». Per questi motivi in età matura Marx condannò senza esitazione il colonialismo e affermò che «Il lavoro di pelle bianca non può emanciparsi in un paese dove viene marchiato se ha la pelle nera».

La biografia intellettuale di Marcello Musto è divisa in quattro parti: la prima si occupa della scrittura del Capitale, la seconda della militanza politica nell’Internazionale e poi dei rapporti con i nascenti partiti socialisti europei, la terza analizza la corrispondenza e i manoscritti, alcuni dei quali ancora inediti, mentre la quarta è dedicata alla teoria politica e al profilo che avrebbe assunto la futura società comunista. A tale formazione sociale Marx non si riferì mai con intenti prescrittivi e non fornì di conseguenza descrizioni di come dovesse essere organizzata, limitandosi ad abbozzare alcune caratteristiche generali desunte dalla dinamica del modo di produzione capitalistico e dallo studio delle società precapitaliste.
Nell’ultimo anno di vita Marx si recò a Ventnor, sperando che il clima “mediterraneo” dell’Isola di Wight potesse migliorare le sue precarie condizioni di salute. Proviamo a immaginarlo mentre cammina lungo la spiaggia, lento, con la mascherina del respiratore sul volto. Ascolta il rombo del mare invernale e ripensa alle rivoluzioni delle quali è stato testimone, agli entusiasmi, alle successive delusioni, all’esilio, ai lutti, ai nuovi entusiasmi. E al suo libro. Il capitale non è più un Necronomicon che gli divora la vita: ormai sa che non lo terminerà mai e forse si è convinto che la realtà infinita può esser contenuta solo in un’opera altrettanto infinita. Proprio come quella che ci ha lasciato Marx, consegnandoci un intero cantiere teorico utile a capire il mondo per cambiarlo.

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Chiamatemi Howard Phillips https://www.carmillaonline.com/2017/10/05/chiamatemi-howard-phillips/ Thu, 05 Oct 2017 21:36:38 +0000 https://www.carmillaonline.com/?p=40981 di Franco Pezzini

Sarebbe certo una provocazione, una forzatura retorica sostenere che il cosiddetto ciclo di Cthulhu rappresenti per Lovecraft una sorta di personale Moby Dick. Ma in chiave di pura macchina per pensare, e ferme restando le ovvie differenze (a partire da quelle formali tra una singola opera-mondo e un corpus di testi diversi cresciuto nel tempo senza progetto unitario), alcuni elementi comuni giustificano il ragionarne: l’appartenenza dei due autori a un medesimo orizzonte americano; la febbrile visionarietà che si è tentati di raccordare anche per Melville a una categoria del Fantastico; un certo vertiginoso immaginario sul mare, inteso in [...]]]> di Franco Pezzini

Sarebbe certo una provocazione, una forzatura retorica sostenere che il cosiddetto ciclo di Cthulhu rappresenti per Lovecraft una sorta di personale Moby Dick. Ma in chiave di pura macchina per pensare, e ferme restando le ovvie differenze (a partire da quelle formali tra una singola opera-mondo e un corpus di testi diversi cresciuto nel tempo senza progetto unitario), alcuni elementi comuni giustificano il ragionarne: l’appartenenza dei due autori a un medesimo orizzonte americano; la febbrile visionarietà che si è tentati di raccordare anche per Melville a una categoria del Fantastico; un certo vertiginoso immaginario sul mare, inteso in senso fisico ma anche simbolico e mitico; la suggestione di aggregare alla parabola un coacervo di riflessioni sul mondo, l’uomo e la vita; la stessa dialettica con la Bibbia che trasuda dalle pagine melvilliane, ma lascia nel materialista e insieme tradizionalista Lovecraft una sorta di immensa, sghemba ombra. Non certo nel segno delle forzate interpretazioni cristianeggianti che pure hanno nutrito “continuazioni” di epigoni poco filologici (assurdo immaginare di esorcizzare i Grandi Antichi lovecraftiani, o concepirli come malvagi quando sono semplicemente, inconcepibilmente “altri”); ma in riferimento piuttosto al greve mondo religioso delle sue radici familiari e culturali – il New England di Cotton Mather – e a categorie mitiche e linguistiche di tutta un’incombente escatologia profana. Quell’abisso che sta sotto, ai limiti della realtà, richiama all’altro limite, apocalittico: e sarebbe intrigante (anche se probabilmente qualcuno vi ha già posto mano, chissà) un’analisi filologica ad ampio raggio nell’opera di Lovecraft, tanto ricca di parole sulla fine, per ricercare proprio gli echi di un’apocalittica puritana metamorfizzata, o addirittura invertita. “…e il mare non c’era più”, suona del resto l’Apocalisse (21, 1).

Dell’abbinamento all’autore di Moby Dick, Lovecraft ridacchierebbe. D’altra parte, che i suoi leviatani cosmici abbiano qualcosa a che vedere con quello di Melville non pare strano, anche solo per la coscienza in Lovecraft di tutta una grande letteratura americana (citare le sue letture di Hawthorne e Poe è persino banale). E se può essere intrigante leggere in parallelo certe scene di caccia alle balene (prore puntate, urti con i giganti subacquei, grandi corpi smembrati) e quella culminante della terza parte di The Call of Cthulhu, 1928, con la nave che travolge l’immenso capo dell’Antico Abominio facendolo esplodere prima che prenda a riformarsi – una disperata tattica di fuga che parla il linguaggio improbabilmente pragmatico del mito –, il richiamo sembra solo indiretto. A qualcosa che minaccerebbe a livello individuale e comunitario, emergendo dall’abisso: e un senso di minaccia incalza per tutta la vita l’uomo Lovecraft, improbabile capitano Achab a caccia di mostri nel mare di un’America piagata. Quel qualcosa che erompe agglutinando tutte le paure della sua privatissima vita – anche quelle da lui peggio gestite, magari all’insegna di uno sguaiato razzismo – e le paure dell’uomo moderno, in un mix indicibile e tentacolato come un immenso cancro. Ha davvero poco senso pensare di spiegare – oggi, e sulla base delle scarne notizie pervenute – il tumore che lo ucciderà attraverso il richiamo a singole cause come la malnutrizione o una presunta perdita di creatività: ma certo HPL ha una vita logorata un po’ su tutti i fronti, e quello Cthulhu è gonfio delle paure del Novecento, dalle più comprensibili alle più sordide.

Paul Roland, classe 1959, è noto come cantautore del rock-folk psichedelico inglese, e per i suoi testi ha saccheggiato spesso il mondo dell’orrore e del fantastico letterari (cfr. per esempio qui). Però si è misurato in più occasioni anche con la scrittura, e ora è disponibile in Italia per Tsunami edizioni un suo godibile Il sogno e l’incubo. Vita e opere di H.P. Lovecraft (pp. 221, euro 19, Milano 2017). Un volume in realtà fluidamente divulgativo – le frequentazioni neopsichedeliche, gotiche e comunque alternative dell’autore non lasciano al testo alcuna aura di maledettismo –, senza pretese di scrittura letteraria ma con la ricchezza della buona divulgazione. Su singole affermazioni può sussistere spazio per discutere (“Prima di Lovecraft non esisteva un genere horror in quanto tale”, oppure certi giudizi di grana un po’ grossa sui predecessori del Nostro), ma il tenore generale è buono, e il testo merita la lettura. Anche per un motivo niente affatto banale: il suo schema sobrio e classicissimo, un racconto della vita ritmato dai cenni sulle opere che con quel quotidiano s’interfacciano, rimarca anche per il lettore più distratto la dimensione di uno sviluppo/evoluzione nel tempo. Di HPL si parla moltissimo, anche in Italia (penso all’occasione quest’anno dell’ottantennio dalla morte), con iniziative anche di buon livello: ma non sempre si ricorda che il cosiddetto sistema-Lovecraft non è frutto della pianificazione – neppure progressiva – di un pantheon o pandemonium, ma si sviluppa a strappi liberissimi con variazioni anche sghembe negli anni. Considerando l’incredibile intensità del suo ritmo di scrittura e, a monte, la sua continua immersione in un mondo visionario, la dimensione dinamica della sua opera richiede attenzione.

Ciò che d’altra parte si può ripetere per un altro fronte, il suo pensiero politico. La sua lottizzazione quale feticcio di una “rivoluzione conservatrice” o tout court fascista – come continua a essere ammannito – risulta almeno problematica. Anzitutto per il pasticciato trascolorare di un suo itinerario, che vede incalzarsi e sovrapporsi simpatie per l’aristocrazia inglese e per il razzismo hitleriano (conosciuto al filtro della stampa americana del tempo, muore nel 1937 prima di sviluppi che qualche ulteriore ripensamento gliel’avrebbero offerto – mentre non paiono turbare certi suoi fan), ma poi anche per la critica marxista dell’economia e per il collettivismo, per Roosevelt e, nell’ultimo anno di vita, per la socialdemocrazia: un’evoluzione – ma il termine è improprio – che, pur mostrando qui e là onesti tentativi di sintesi, tradisce nervi scoperti e insicurezze individuali, inquietudini culturali e scelte estetizzanti, crisi profonde d’identità e confusioni goffe. Nelle sue pagine troviamo i brontolii su un paese minacciato dagli immigrati (dove l’abbiamo già sentita?) e da un meticciato in qualche rapporto con le raccapriccianti ibridazioni dei racconti orrifici; troviamo un passato favoleggiato, un XVIII secolo dal sapore di alienazione, e un ripudio della modernità borghese che spinge a fascinazioni almeno un po’ contraddittorie; troviamo il terrore di una perdita dell’io, pronta a divorarlo come i genitori in qualche punto del Caos Estremo (così rischia di accadere a Randolph Carter nel Kadath) o piuttosto in una clinica per malattie psichiatriche. In quest’ottica non è scorretto definire – alla grossa – di destra le sue idee, ma il termine va inteso in senso dialettico (penso alle ricerche di Massimo Spiga sul Lovecraft anticapitalista) e comunque con la coscienza di contenuti diversi nel tempo; e sarebbe interessante proporre in Italia il suo immenso epistolario, spesso sforbiciato nelle traduzioni sulla base di scelte ideologiche. Tra contraddizioni e intuizioni, brutture e ricchezze, e nonostante le fughe ideali nel passato, Lovecraft resta esponente di una certa cultura del Novecento e delle relative paure, impennate, ripugnanze: un prodotto della modernità, che pretendere di “uniformare” in feticcio significa tradire. Ovviamente la sua grandezza non sta lì, e la strumentalizzazione ideologica di un autore che non aveva la politica tra i propri interessi di fondo è operazione che si qualifica da sola.

Del resto la riduzione ideologica è solo una delle maschere del fraintendimento; l’altra è la riduzione para-psichiatrica, a caso clinico. Un pericolo con cui rischia di flirtare qualunque biografia di Lovecraft, e che Roland affronta invece con un certo garbo: perché se è vero che alcune oggettive cause di disturbo – in senso genericissimo, psicologico e relazionale – hanno influito sulla sua opera, quel nesso non è riducibile a psicologismi da rotocalco. Snobbato per decenni dalla critica alta, HPL ha rappresentato terreno di caccia per sensazionalismi di ogni risma; i suoi racconti sono stati furiosamente sezionati da critici prevenuti, spesso per malanimo verso la letteratura “popolare”; confuso coi suoi estasiati imitatori, gli sono stati imputate le prove un po’ goffe di Derleth e di tutto un sottomondo di lovecraftiani di maniera. Un esempio divertente (e irritante) di come si sia lavorato su Lovecraft emerge dalla disamina riservatagli da David Punter nella sua Storia della letteratura del terrore per tanti versi eccellente – consulto l’edizione 1997: dopo una serie di giudizi superficiali e trancianti, compresa la solita insalata con Derleth, Punter afferma che nei testi lovecraftiani il nome di Irem, una leggendaria città orientale, costituirebbe la malcelata (“nulla potrebbe essere più chiaro”) abbreviazione di I remember – “a testimonianza dell’impossibilità di sbloccare il sentiero che riconduce al passato o di ridurre in tal modo l’ostilità di questo passato”. Peccato che “Irem delle colonne” sia, più semplicemente, un toponimo importante di quel folklore arabo che Lovecraft saccheggia sulla scia di William Beckford: e se l’assonanza Irem / I remember può tradire solo eventualissimamente connessioni inconsce, non va dimenticato che i suoi testi sono assai meno ingenui di quanto l’originario sbocco editoriale richiedesse, anche nella spendita di citazioni erudite e magari ironiche. A maggior ragione nell’età di internet l’entusiasmo lovecraftiano della critica fai-da-te, in sé preziosissima (resta valida l’apologia dei dilettanti che celebrava Schopenhauer), non può però evitare il confronto con altre categorie di analisi, pena il richiudersi nello stanco già detto o nella logica dell’equivoco.

Lovecraft, insomma, non è un banale caso clinico e non è un maestro di ideologia ma di scrittura: quei toni popolari che per primo biasima, ma che gli vengono richiesti dagli editori, svelano caratteristiche assai più sofisticate di quanto per anni si sia sostenuto e un’autentica potenza visionaria. Certo, torniamo al problema dell’Italietta e ai guasti dei traduttori: per fortuna l’ormai storica edizione di Giuseppe Lippi per Mondadori ha permesso di rendere giustizia al tessuto di testi che corrono però ancora qui e là in versioni inaffidabili. Ma tutto ciò va affrontato e studiato – e lui sarebbe d’accordo, perché a questo teneva – coi modi della letteratura: questa sì liberante, a illuminare dimensioni e categorie che hanno valore ben oltre i limiti denunciati (sottoscrivo in toto queste riflessioni). HPL non si esaurisce, per nostra fortuna, nel suo razzismo o nelle posizioni a tratti fascistoidi.

Diciamo che anche sulla sua opera occorrerebbe con urgenza in Italia un’operazione di ampio respiro, armata per lettori accademici ma insieme di agevole accostamento per il grande pubblico, come quella ottimamente condotta su Tolkien in Difendere la terra di mezzo di Wu Ming 4. Un’operazione cioè che sviscerasse le grandezze del narratore Lovecraft, il suo posto nella storia della letteratura (che oggi trova riconoscimento, almeno in America) e lo specifico del suo apporto; che mantellasse la farragine di letture falsanti offertene per puerile (“se lo scrittore XY mi piace, deve avere le mie idee”) o faziosa manipolazione; che facesse un punto non solo sul profilo dell’autore, in limiti e grandezza, ma anche sui miti che lo riguardano. Compreso quello goffamente italico di Fascisti su Yuggoth. Che poi i lettori possano talora preferire le favolette da strapaese, come in certi eventi tolkieniani dove a tutt’oggi lo spazio è offerto ai sostenitori della TTTradizione e degli hobbit evoliani, ciò appartiene purtroppo alla realtà che conosciamo.

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